L’eruzione del Vesuvio del 1631 nella poesia di un salentino e di un napoletano, con una sorpresa finale …

di Armando Polito

L’eruzione del 1631 in un’incisione di Nicolas Perry; tavola tratta da Francesco Balzano, L'antica Ercolano, overo La Torre del Greco, tolta all'obblio, Paci, Napoli, 1688
L’eruzione del 1631 in un’incisione di Nicolas Perry; tavola tratta da Francesco Balzano, L’antica Ercolano, overo La Torre del Greco, tolta all’obblio, Paci, Napoli, 1688

Forse l’argomento scelto è solo un pretesto, sentimentalmente sano, per ribadire un consolidato gemellaggio1. Sui danni che il Vesuvio, croce e delizia di Napoli e suo simbolo nel bene e nel male, fece in quel fatidico anno 1631 e sull’ampia letteratura in materia rinvio il lettore al blog al quale resterò sempre affettuosamente legato perché fu il primo a tenermi a battesimo sul web, Vesuvioweb, dove questo post esce in contemporanea con il blog della Fondazione Terra d’Otranto, con la quale ho l’onore, ormai da parecchio tempo, di una stabile collaborazione. All’indirizzo http://www.vesuvioweb.com/it/?s=1631 troverà una serie di lavori, l’uno con un taglio diverso dall’altro, la cui lettura  varrà a soddisfare ogni curiosità. Prima di iniziare, però, dal momento che i creatori e responsabili non lo farebbero per pudore nemmeno sotto tortura, debbo far notare a chi ci segue che un dettaglio per me importantissimo contraddistingue l’uno e l’altro blog: l’assenza totale di qualsiasi sponsor, come di qualsiasi retribuzione per i collaboratori, il che è garanzia di totale liberazione reciproca da ogni condizionamento, anche il più innocente. Così, dopo aver messo al sicuro le gemme nella scarpa da dove  altri, se conservano un minimo di rispetto per se stessi, spesso sono costretti a togliersi il classico sassolino, comincio.

Il poeta salentino (del napoletano dirò, estesamente, dopo) è Giuseppe Battista nato a Grottaglie in provincia di Taranto l’11 febbraio 1610 e morto a Napoli il 6 marzo del 1675. Ecco due suoi ritratti.

Il primo è un’incisione di anonimo, tavola a corredo di Lettere di Giuseppe Battista, opera postuma, et ultima, estratte alla luce da Simon-Antonio Battista nipote dell’Autore, Combi & La Noù, Venezia, 1678.

Il secondo ritratto, probabilmente derivato dal primo, è una tavola a corredo di Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo III, Gervasi, Napoli, 1816. Vi si legge Morghen inc., ma l’assenza del nome e la qualità del manufatto mi fanno pensare, nonostante la compatibilità cronologica, che autore non sia Raffaello Morghen (1758-1833) ma uno della sua scuola, forse il fratello  Antonio che era stato uno dei suoi allievi all’Accademia di belle arti a Firenze, della quale Raffaello era stato nominato maestro d’incisione sin dal 1803.

Da notare Terra di Grottaglie Prov. di Lecce, errore giustificabile solo in parte con la posizione di Grottaglie quasi sul confine tra le provincie di Taranto e Brindisi.

Credo, tuttavia, per motivi cronologici che entrambi abbiano assunto a modello la tavola, di anonimo, che è a corredo di Lorenzo Crasso, Elogi d’huomini letterati, Combi e La Noù, Venezia, 1666, p. 3342:

Le poesie che ora riporterò in formato immagine, con a fronte la trascrizione per agevolarne la lettura e in calce le mie note di commento, sono due sonetti facenti parte della raccolta Delle poesie meliche, quarta parte, Abbondio Manafoglio e Valentino Mortali, Venezia, 1665 (di seguito il frontespizio).

Nel 1631 il Battista aveva 21 anni ed è difficile, direi impossibile senza il supporto di qualche altro documento, per esempio una lettera, individuare la data, sia pure approssimativa, di composizione dei due sonetti nell’ampio intervallo cronologico 1631-1665. Per quel che può contare la mia opinione personale: pensando alle movenze enfatiche tipiche dello stile barocco ed al loro modico impiego da parte del grottagliese3, pensando al clima tragico (non mi azzardo a dire quanto sincero …) dominante in altri poeti che cantarono l’evento pure per loro contemporaneo (evento che, va detto, era diventato quasi un argomento da salotto, un obbligo cui nessuno di loro poteva sottrarsi …) c’è da pensare che nel momento in cui egli scrisse i due componimenti l’esperienza era stata già per gran parte metabolizzata.

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Le due variazioni sul tema appena lette appaiono accomunate, oltre che dal consueto bagaglio mitologico in ossequio al gusto letterario dell’epoca, da uno stile ancora libero dai fragori e dagli eccessi che di lì a poco esploderanno e improntato ad un’estrema coerenza, diremmo oggi, ideologica, perché in entrambi l’evento catastrofico viene inteso (mandando, più o meno inconsapevolmente, all’aria il concetto cristiano di Dio somma bontà) come uno strumento della giustizia divina che, con l’annientamento violento, sia pure per cause naturali, fa pagare all’uomo i suoi peccati.

Siffatta interpretazione è una costante in tutti coloro che in quel periodo cantarono la catastrofe. Mi piace, però, ricordare Giambattista Basile (1566-1632) che in uno stile più sobrio (non a caso precede il Battista di una generazione abbondante) e con una visione più “laica” (non è scomodato nessun dio, né pagano né cristiano) dedicò all’evento tre sonettiche furono pubblicati in Rime d’illustri ingegni napoletani, raccolte dal dottor Gio. Domenico Agresta insieme con le sue rime, et coll’argumenti d’un verso, in fronte di ciaschedun componimento. Date in luce dal sig. D. Gioseppe Macrino, Ciera, Venezia, 1633. Del testo, stando ai dati OPAC, si conservano solo due esemplari, uno a Napoli nella Biblioteca della Società napoletana di storia patria, l’altro a  Gubbio nella Biblioteca comunale Sperelliana. La speranza di trovare in rete il testo digitalizzato è andata delusa5 ma la stessa rete mi è venuta in soccorso consentendomi dapprima di recuperare il testo di uno dei tre sonetti6. E qui la storia della letteratura s’intreccia con quella della musica ed entra in campo Michelangelo Rossi (1602-1656). Dei madrigali a cinque voci che egli compose sopravvivono solo i primi due libri  in due manoscritti (University of California, Berkeley Music Library – MS 176 e Oxford, Bodleian Library – Tenbury MS 1160). La sedicesima composizione del secondo libro dal titolo Mentre d’ampia voragine tonante ha come testo proprio quello di uno dei tre sonetti ricordati del Basile. Come faccio a saperlo? Semplice, è bastato usare il mio jet privato e fare una capatina a Berkeley. Poi, siccome sono un tipo molto pignolo, mi son recato pure ad Oxford per dare una controllatina (quella che i filologi pomposamente chiamano collazione). Naturalmente, insieme con la collazione ho fatto pure colazione nel migliore ristorante che ciascuna città potesse vantare. Non ci crede nessuno per il fatto che mi sarebbe stato più facile recarmi a Gubbio o, ancora più facile, a Napoli? Oppure per la mia innata idiosincrasia per i viaggi (esclusi, beninteso, quelli con la fantasia) o per il fatto che non mi sarei potuto permettere un jet privato neppure se in più di trent’anni di carriera (?) ad ogni mio allievo, dal più bravo al meno, avessi chiesto, proporzionalmente, del denaro in cambio della promozione? Niente di tutto questo. Con un po’ di fiuto e di quella il cui nome è usualmente e icasticamente sostituito  con quello che identifica le parti basse posteriori, ho trovato grazie alla rete ciò che cercavo in Brian Mann, The madrigals of Michelangelo Rossi, University of Chicago, 2002, v. 10, p. 527:

E siamo giunti alla sorpresa finale del titolo. Qualcuno probabilmente la considererà come il solito annuncio fatto con lo stesso intento miserabile con cui i detentori del potere fanno quasi quotidianamente da qualche anno a questa parte i loro; con la differenza, si dirà, che nel mio caso non è in ballo il consenso elettorale ma qualche lettore o, come oggi si dice, qualche contatto in più. Non perdo tempo a difendere la mia, presunta da me o reale, buonafede; rendo partecipe il lettore di quella che mi sembra una straordinaria coincidenza.

Il primo è il ritratto già visto del Battista; il secondo è quello del Basile, tavola (tratta da http://www.e-rara.ch/doi/10.3931/e-rara-8289) a corredo del poema Teagene uscito postumo nel 1637, su disegno di Giovan Battista Caracciolo (1578-1635) e incisione di Nicolas Perrey, uno dei più famosi incisori attivi a Napoli nel XVII secolo, autore, fra l’altro, delle tavole di Theatrum omnium scientiarum, Mollo, Napoli, 1650 (http://books.google.it/books?hl=it&id=CzZm0vJz8PAC&q=lll#v=onepage&q&f=false). Ricordo che del Perry è anche l’immagine di testa di questo post e anche il frontespizio di parecchi volumi di argomento religioso tra cui Vita, e miracoli di S. Gregorio arcivescovo e primate d’Armenia, Scoriggio, Napoli, 1655. Non vorrei che si pensasse che sia stato solo il campanilismo a spingermi a ricordare questo titolo, visto che San Gregorio Armeno è il patrono di Nardò, in cui risiedo da quando avevo pochi mesi, perché famosa in tutto il mondo è pure l’omonima via di Napoli, la strada degli artigiani del presepe).

Tenendo conto solo del volto non trovate, naso aquilino a parte del Battista, una certa rassomiglianza tra il grottagliese e il napoletano? Bel gemellaggio fisico-letterario, anche se più di una generazione separa i due. E che dire della coincidenza G(iuseppe) B(attista) e G(iambattista) B(asile)? Meglio smetterla qui …

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http://www.vesuvioweb.com/it/?s=taluernu e http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/14/lu-taluernu-ovvero-dalla-lamentazione-funebre-ad-un-tipo-assillante/

http://www.vesuvioweb.com/it/?s=dal+gomitolo e http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/12/11/dal-gomitolo-alla-poesia-passando-per-la-cucina-senza-trascurare-il-parrucchiere-in-una-parola-lu-gnummarieddhu/

http://www.vesuvioweb.com/it/?s=fatti+e+misfatti e http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/26/la-cupeta-tosta-fatti-e-misfatti/

2 Avvocato e letterato napoletano della seconda metà del secolo XVII. Oltre a celebrare il Battista in uno degli elogi dell’opera citata fece murare nella chiesa di S. Lorenzo Maggiore in Napoli, dove vicino la porta minore il grottagliese fu sepolto, la seguente epigrafe: IOSEPHO BAPTISTAE/PHILOSOPHO THEOLOGO ORATORI ET POETAE/NOSTRAE AETATIS CLARISSIMO/VIRO MAXIMO ET INCOMPARABILI/MAXIMUM INCOMPARABILIS AMICITIAE TESTIMONIUM/LAURENTIUS CRASSUS B. P./ANNO MDCLXXV/DIE X MARTII

3 Non condivido, perciò, ripromettendomi in un prossimo lavoro di dimostrarne, con riferimenti testuali precisi, l’eccessiva severità, il giudizio di Giovanni Mario Crescimbeni che in L’istoria della volgar poesia, Chracas, Roma, 1698, a p. 163 scrive: Tutto vago della turgidezza non fa pompa d’altro che di traslati arditissimi, d’iperboli gagliardissime, di voci nuove, e risonanti, di spessi superlativi, e di continua erudizione, di maniera che in questo affare si crede universalmente non esservi stato alcuno che l’abbia emulato, massimamente se si guardano i suoi Epicedi, ove diffuse con maggior abbondanza i suoi mentovati ornamenti.  Ma questa scuola anch’essa molto piacque al secolo; ed infiniti ingegni si perderono per farne acquisto.  La dose successivamente fu rincarata da Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, s. n., Venezia, 1796, tomo VIII, parte II, p. 757: … fu cattivo poeta, che tutti riunì in se stesso i vizi del secolo, ma fu buon precettore. 

4 Furono probabilmente gli ultimi versi che scrisse, per quanto sarà detto  in nota 6 .

5 D’altra parte Benedetto Croce a p. LXI dell’opera che cito nella nota successiva scriveva in nota 1: Due di questi sonetti furono stampati nella Scelta di poesie nell’incendio di Vesuvio fatta dal SIg. Urbano Giorgi, Segretario dell’Ecc.mo Conte di Conversano; ded.ta al cardinal Antonio Barberini (in fine: Roma, MDCXXXII), pp. 41-2. Tutti e tre nelle Rime di illustri ingegni nap., pp. 133, 135-6. Debbo l’aver potuto vedere questi rari volumetti, conservati nella Bibl. Del Club Alpino, alla cortesia del cav. Luigi Riccio.

6 In rete ho recuperato anche il testo di un altro sonetto citato da Benedetto Croce come un bello, anzi un brutto saggio del più puro seicentismo in Lo cunto de li cunti (il Pentamerone) testo conforme alla prima stampa del 1634-1636 nel volume L della Biblioteca napoletana di cultura e storia, Napoli, 1891, pp. LX-LXI:

Con vomero di foco, alto stupore/mostruoso arator solca il terreno,/e il seme degl’incendii accolto al seno/vi sparge, e ‘l riga di fervente umore./E, quindi, a fecondarlo, in rapid’hore,/di cenere ben ampio, il rende pieno;/onde, quanto circonda il mar Tirreno,/messe raccoglie di profondo horrore./Ma, se danno produce a noi mortali/cotanto aspro Vesevo; ond’ogni loco/arde, né scampo ei trova in mezzo al verno,/pur raccoglier ne giova in tanti mali/dal cener sparso, e dal versato foco,/membranza de la Morte, e dell’Inferno.

A proposito dell’eruzione del 1631 subito dopo il Croce aggiunge: Ma “erano appena terminati i flagelli dell’incendio, – dice un cronista -, quando il giusto Dio, scorgendo, che non erano ancora emendati, volle darli altra sorte di gastigo, poiché insorse un male di canna così crudele e contagioso, che parve peste, del quale in pochi dì morsero infinite genti!”. Morirono anche moltissimi dell’aristocrazia; e “tuttavia ne van morendo dì per dì, – seguita il cronista -, e ne sono morti di subito D. Giovanni d’Aquino, Principe di Pietralcina, e Giovan Battista Basile, dei primi poeti di questo tempo, e Gio. Girolamo di Tomaso, medico assai celebre”. Le due parti virgolettate rinviano ad una nota dove si legge: Bucca, Aggiunta, ms. c, sub febbr. 1632.

Sempre la rete mi ha consentito, infine, di recuperare il testo dell’ultimo sonetto, che trascrivo da una tesi (pp. 164-165) di dottorato di ricerca di Elisa Castorina (Università Federico II di Napoli), integralmente leggibile in http://www.fedoa.unina.it/3220/1/Vesuvi_Ardenti_CASTORINI.pdf, lavoro il cui pregio non è minimamente scalfito da alcuni refusi tipografici fra cui nel testo che ci interessa spicca, molto simpaticamente, Fetente per Fetonte …

Rispetto agli altrui due in quest’ultimo sonetto l’evento del 1631 rappresenta solo un pretesto per cantare la durezza del cuore di una donna che, a differenza del Vesuvio, non si è sciolta: Bella donna real, che al viso porte/le fiamme a incenerirne accese, e pronte;/fiamme, che rinovar già di Fetonte/mille volte ne’ cor l’acerba morte./Fiamme, onde fassi, e più possente, e forte/opre a mostrarne amor leggiadre, e conte/del vasto ardor, che dal sen versa un monte,/movi tremante il piè, le guance smorte./Ah dove? Ove ne vai?, che tu non spiri/foco maggior da l’amorose luci/ A far de l’alme altrui dolente gioco./ Ogni parte è Vesuvio, ove t’aggiri; temi tu le ruine, e’l rischio adduci;/l’incendio fuggi, e teco traggi il foco.

https://books.google.it/books?id=uFCwJF1MEtUC&pg=PA52&dq=mentre+d%27ampia+voragine+tonante&hl=it&sa=X&ei=aFmZVM6HOYmwUcSDgKgL&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=mentre%20d’ampia%20voragine%20tonante&f=false. Il testo è riportato anche da Luigi Molinaro Del Chiaro con il titolo Al peccatore nell’incendio del Vesuvio nel periodico Giambattista Basile: archivio di letteratura popolare e dialettale, Forni, Bologna, 1907, vv. 9-11, p. 194, con le seguenti varianti: al v. 4 campi per prati, al 12 temi per tremi e nei quattro versi finali assenza dei punti interrogativi. Segnalo, inoltre, a chi ne avesse interesse (e gli sarei grato se mi facesse conoscere il suo parere) il link http://grooveshark.com/#!/album/La+Poesia+Cromatica+Di+MIchelangelo+Rossi+Huelgas+Ensemble/8019343, dove è possibile ascoltare l’esecuzione del madrigale.

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