Cesare Rao di Alessano e il suo bestseller

di Armando Polito

C’è chi, purtroppo è un italiano, con un’affermazione stupida perché non rispondente in ultima analisi alla realtà di ogni tempo, ha detto che con la cultura non si mangia, dimenticando che il nostro attuale presente è figlio ingrato del nostro passato e padre snaturato del nostro futuro. C’è chi dimentica (o, peggio, finge di dimenticare …) per sua rozzezza, congenita o acquisita, chi preferisce dimenticare per una convenienza (più che convinzione …) ideologica che fatalmente si coniuga con il potere e l’interesse materiale (è il caso dell’autore del sublime aforisma citato all’inizio, autore che, comunque, può vantare un numero staripante di proseliti e, si sa, il numero fa la forza … bruta), c’è chi dimentica semplicemente perché rincoglionito dall’età o perché vittima di qualche malattia degenerativa del cervello,  chi, infine si difende rimuovendo un ricordo traumatico.

In quest’ultimo caso l’oblio rappresenta l’ultima spiaggia sulla quale non è detto che i fantasmi del passato prima o poi non possano ritornare. Se la perdita di una memoria in questo caso è un conforto, in altri è, invece, il suo recupero ad assolvere alla stessa benefica funzione. E, se il presente che viviamo è quello che è, il confronto col passato può essere non un piagnucolante raggomitolarsi sulle comuni miserie del momento in una sterile, qualunquistica lode del tempo che fu, ma una presa di coscienza per incrementare con solide basi e senza presunzione la propria autostima, un motivo, insomma, di rabbioso e orgoglioso riscatto, anche perché ogni rosa del passato ha avuto le sue inevitabili spine: tutto sta nel loro numero, che rende statisticamente più probabile la spiacevole puntura …

Ho avuto già occasione di parlare di qualche illustre quanto dimenticato figlio della nostra terra ed oggi è la volta di Cesare Rao di Alessano,  che fiorì nel XVI secolo1. Il mio scritto ha solo un intento divulgativo e, dunque, la parte del leone, la reciteranno le immagini.

Fa (o dovrebbe fare) un certo effetto, soprattutto ad un alessanese, la copertina della sua prima pubblicazione, L’argute e facete lettere di Cesare Rao di Alessano Metropoli Città della Leucadia nelle quali si contengono molti leggiadri Motti, e sollazzevoli Discorsi, uscita a Brescia (Bressa) per i tipi di Bozzola nel 1562.

L’arguzia e la facezia, ingredienti fissi della produzione del nostro che, unitamente ad una forma ridondante e ad effetto, autorizzano a considerarlo come un precursore della letteratura del secolo successivo, traspaiono  già da alcuni dettagli del titolo: Metropoli sembrerebbe sarcastico se inteso nell’accezione comune, ma ai tempi del Rao Alessano era, e lo sarebbe stata ancora per lungo tempo, centro di diocesi; con Leucadia, invece, più che di ambiguità si deve parlare di equivoco (non so quanto consapevole) perché qui è inteso come territorio attorno al Capo di Leuca, ma la Leucadia attestata è solo quella greca (Tucidide, III, 94, 1 ed altri) e non c’è nulla che provi che Leuca sia stata fondata da coloni provenienti da quella parte della Grecia. Da notare anche la “dialettalità” di Bressa per Brescia e Lisandro per Alessandro che conferiscono a questa prima edizione i connotati di quel prodotto che in dialetto salentino definiamo fattu ‘ccasa (fatto in casa), anche se, come in questo caso, in casa altrui …

Un titolo intrigante può essere il motivo del suo iniziale successo ma non è pensabile che esso continui se in qualsiasi pubblicazione non c’è dell’altro. È il caso di quest’opera del Rao, che conobbe un numero incredibile di ristampe, anche dopo che il letterato di Alessano era sicuramente morto, evento collocato, nella mancanza di dati certi, tra il 1587 e il 1609 da Nicola Vacca nel saggio segnalato col link in nota 1.

Nell’elenco che segue ho raccolto tutte le edizioni successive alla prima del 1562 (dati tratti dall’OPAC) riportando anche il frontespizio e il link quando la relativa edizione  è reperibile integralmente in rete. Per le altre opere vedi la nota 6.

1567, Girolamo Bartoli, Pavia (http://books.google.it/books?id=hRc8AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:HsI4Krmtm9oC&hl=it&sa=X&ei=6q8yVLfZDaX4yQPw7oKwAw&ved=0CDsQ6AEwAw#v=onepage&q&f=false)

1573, Girolamo Bartoli, Pavia,  1573

1576, Girolamo Bartoli, Venezia

1584, Girolamo Bart(oli), Pavia (http://books.google.it/books?id=FP47AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:HsI4Krmtm9oC&hl=it&sa=X&ei=6q8yVLfZDaX4yQPw7oKwAw&ved=0CEMQ6AEwBA#v=onepage&q&f=false)

 

1585, Ad istantia di Marc’Antonio Pallazzolo, Trento (http://books.google.it/books?id=Hv47AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=l%27argute+e+facete+lettere&hl=it&sa=X&ei=fK4yVMyTN-TjywOvy4DoDQ&ved=0CCIQ6AEwAA#v=onepage&q=l’argute%20e%20facete%20lettere&f=false)

 

1585, De Gelmini, Trento, 1585

1585, Perin & Greco, Vicenza,

1590, Giovan Battista & Giacomo De Gelmini, Trento, 1590 (1 esemplare nelle Biblioteca provinciale Nicola Bernardini di Lecce) (http://books.google.it/books?id=ga9dAAAAcAAJ&pg=PP7&dq=l%27argute+et+facete+lettere&hl=it&sa=X&ei=krUyVMH4EMXEygOkxIGIBA&ved=0CCcQ6AEwAQ#v=onepage&q=l’argute%20et%20facete%20lettere&f=false)

1591, Farri, Fano 1591 (1 esemplare nella Biblioteca Marco Gatti a Manduria)

1592, Zenaro, Venezia

1596, Appresso gli Heredi di Perin libraro, Vicenza (http://books.google.it/books?id=nKNRAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=l%27argute+et+facete+lettere&hl=it&sa=X&ei=krUyVMH4EMXEygOkxIGIBA&ved=0CEAQ6AEwBg#v=onepage&q=l’argute%20et%20facete%20lettere&f=false)

Giustamente il Vacca nel saggio citato (p.p. 30-31) ipotizza che la figura che si vede sia il ritratto (sarebbe l’unico giunto fino a noi) del Rao perché né si può opinare che sia una marca tipografica , o ex libris, dell’editore, che quasi sempre si presenta con qualche fregio o figurazione allegorica. Né, d’altra parte, si può pensare ad una generica figura di filosofo: in questo caso – siamo nel Rinascimento, per quanto tardo – sarebbe stato rappresentato dalla figura di un filosofo dell’antichità classica, mentre noi vediamo un uomo cogitabondo in costume del cinquecento e con lunga barba, com’era l’uso del tempo.

1598, Appresso la Compagnia Minima, Venezia (http://www.bsb-muenchen-digital.de/~db/1017/bsb10176047/images/index.html)

1601, Daniel Zanetti, Venezia, 1601 (1 esemplare a Lecce presso la Biblioteca provinciale Nicola Bernardini)

1610, Spineda, Venezia

1622, Giovanni Alberti, Venezia

1622, Ghirardo & Iseppo Imberti, Venezia

A riprova del successo che quest’opera del Rao riscosse anche oltre i confini d’Italia va citata la sua traduzione in francese fatta da G. Chappuys e che ebbe tre edizioni: la prima nel 1584 a Lione per i tipi di Jean Stratius con il titolo Lettres facetieuses et subtiles de Cesar Rao d’Alexan, ville du païs d’Otrante. Non moins plaisantes, & recreatives, que morales, pour tous esprits genereux, la seconda  e la terza a Rouen per I tipi di Le Villain nel 1609 e nel 1610  con il titolo  Lettres subtiles et facetieuses de Cæsar Rao d’Alexan, ville d’Otrante. Tres-utiles & profitables aux esprits genereux.

E, se esiste un aldilà, quale brivido di orgogliosa soddisfazione avrà provato la buonanima di Cesare nel venire a sapere a posteriori che il nostro maggior rappresentante del barocco, Giovan Battista Marino,  avrebbe scimmiottato, sia pure a distanza di poco più di un secolo, proprio il titolo del suo bestseller?

Ed avrà ulteriormente sorriso, nel vedersi accomunato in questo scippo parziale con quello quasi totale subito dal luogo natio, nel constatare che la Alessano della seconda delle tavole di seguito riprodotte è, a poco meno di 70 anni di distanza, sostanzialmente la stessa della prima (per chi fosse interessato a quest’ultima: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/).

Tavola tratta da Giovan Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, tomo II, s. p., Parrino, Napoli, 1703

Tavola tratta da Cesare Orlandi, Delle città d’Italia e sue isole adiacenti compendiose notizie, Riginaldi, Perugia, 1770, tomo I, p. 362

Come congedarsi meglio dal lettore se non proponendo un passo dell’opera dell’alessanese di cui mi sono qui occupato esclusivamente, che, pur nella prosa altisonante, gonfia e immaginifica dell’epoca, appare premonitorio perché denunzia, a parte qualche differente dettaglio di ambientazione e denominazione dei protagonisti che ho evidenziato nelle note, un fenomeno che forse ai suoi tempi era solo l’eccezione e che nei nostri è diventato, purtroppo, la regola. Cito dall’edizione Palazzolo del 1585 carta 27r e v (la numerazione delle pagine ricalca ancora quella dei manoscritti); le note esplicative sono mie.

Son venuti in luce hoggi certi cacastecchi2 che non sono buoni se non di stare al fuoco, e cicalar sotto i camini. Son certi giovani spensierati giottoncelli3, capestri da forche, arroganti, superbi, insolenti, lussuriosi, linguacciuti, fastidiosi, noiosi, senza cervello e pieni di presontione, che infettano, ammorbano e uccidono le genti di buona qualità. Son saliti i plebei alle sedie di virtuosi, e gli ignoranti hanno occupati quasi tutti i lochi degni d’onorati personaggi. Il mondo ha messo in riputazione i Marzocchi4, insedia i parasiti, in onore i gnatonici5, in pregio i giottoni, in grandezza i scimoniti, in colmo la gola, in lode le lascivie. 

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1 Per le notizie biografiche e di altra natura vedi http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Archivio%20Storico%20Pugliese/1948/1948%20fasc.%201%20articoli/CesareRao.pdf

2 Uomo di poco valore, significato con cui la voce è usata da Machiavelli (Mandragola, atto II, scena III):  In questa terra non ci è se non cacastecchi, non ci si apprezza virtù alcuna. In altri autori ha il significato di avaro o di sofistico.

3 Diminutivo di giottone (che compare verso la fine del brano), voce di uso letterario già in Matteo Maria Boiardo (XV secolo), Orlando innamorato, libro II, canto XI, ottava III, versi 5-8:  Onde di sdegno la donzella acerba/si consumava ne l’animo acceso/poi che con tante beffe e tanto scorno/le gira il capo quel giottone intorno; libro II, canto XXII, ottava LII, versi 5-8: Ma urtò il destrier, gridando: – Aspetta un poco,/giotton giotton, che tua faccia somiglia/proprio al Demonio, mirandoti appresso,/e certamente io credo che sei desso.

Di uso frequente nella commedia del XVI secolo. Alcuni esempi: Ludovico Ariosto ne La Lena, atto V: … questo giotton di  Corbolo/ch’io non intendo che mi stia più un attimo/in casa, io vo cacciarlo come merita; ne Il Negromante, atto V: … pur finalmente raccontoli/quel ch’un giotton m’avea dato a intendere.  Luigi Groto, ne La Emilia, atto III: … se quel giotton mi capita/innanzi o tosto, o tardi io vo’ cantargliela.

Il Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini, Stamperia reale, Milano, 1840 al lemma giottòn reca solo i sinonimi astuto e scellerato, senza alcuna indicazione etimologica.

Nel Vocabolario mantovano-italiano dello stesso autore, al lemma giotton si leggono i sinonimi: gittaione, nigella, erba nota. Nel saggio L’economia del cittadino in villa di Vincenzo Tanara, Bertani, Venezia, 1661, a p. 317 il giottone viene citato insieme ad altre piante parassite del grano: La Lichne, over Giottone, di fior rosso doppio, e semplice bianco, le cui foglie secche usavano gli Antichi in luogo di bombace filato nelle lucerne, e perciò è chiamata Lichnis, che in Greco suona Lume. E a p. 26 a proposito del frumento aveva scritto: Per servitio di casa tua capa il più pesante formento, che habbi, e sarà quello che producono i colli, quale se bene non fa così bianco come quello, che nasce alle larghe e in particolare nel Commue di S. Agostino (essendo per far bianco il meglio, di questo Contado) fa però pane saporito, e gustoso, onde fu detto Triticeus panis laeta ex regione salubris. Fallo conciar bene ne li permettere compagnia alcuna, e in particolare di loglio, o ghiottone: se fossi sforzato a comprare o  mangiare pane nel qual sospettasi di loglio o ghiottone tu guardi la crosta di detto pane contro il Sole, se ci vedi certi pelletti, come la prima lanugine de’ putti, è segno che ci è loglio, se nella crosta ci sono macchiette picciole e nere segno  che c’è giottone, se per caso havesti formento solo, ove fosse un poco di vezza, non te ne disgustare, poiché per la famiglia non fa mal pane, et è grave assai.

Il brano appena citato introdurrebbe pure una differenza tra ghiottone e giottone; quest’ultima voce potrebbe essere deformazione di gittaione (o agrostemma), il cui nome scientifico è Agrostemma githago L. Githago (da cui, evidentemente, gittaione) è formazione latina moderna dal classico git che in Celso (I secolo d. C.) è il nome della nitella.

La conclusione, pur ipotetica, è che giottone abbia trasferito dal mondo vegetale a quello umano le sue caratteristiche dannose e che con un ulteriore sviluppo si sia passati dall’idea di parassita a quello di astuto, mascalzone.

4 Marzocco è l’immagine scolpita o dipinta di un leone che, seduto, regge con la zampa destra lo scudo col giglio, insegna del comune di Firenze, dunque del potere popolare che non sembra rientrare nelle simpatie del Rao, essendo in linea, con la sua valenza spregiativa,  con il precedente plebei che dal contesto è in modo evidentissimo legato all’idea, anzi all’ideologia di  una casta inferiore rispetto alla nobiltà che, quasi per definizione (e magari pure con la benedizione del potere religioso …), è considerata come l’unica depositaria della virtù e del connesso merito. L’iniziale maiuscola, uso che poi sarà straripante nel barocco e dal quale, secondo me, nasce la disgraziata abitudine oggi invalsa di abusarne anche quando lo sproposito non trova ombra di giustificazione, qui è giustificata dal probabile etimo della parola (dal latino Martius=di Marte, perché proprio della statua di quest’ultimo, collocata all’imbocco di Ponte Vecchio ed abbattuta dall’alluvione del 1333, avrebbe preso il posto quella del leone; in latino nella pratica corrente si usa l’iniziale maiuscola per ogni parola, anche avverbio, che derivi da un nome proprio) ma anche dal numero plurale e da una valenza che quasi assume di marchio infamante; e i marchi, si sa, sono nomi propri …

5 Sinonimo di compiacente, adulatore, piaggiatore. Gnatonico è aggettivo da Gnatone, il modello dell’adulatore ricordato da Cicerone nel De amicitia, XXV, 97:  Quid enim potest esse tam flexibile, tam devium, quam animus eius, qui ad alterius non modo sensum ac voluntatem, sed etiam voltum atque nutum convertitur? – Negat quis, nego; ait, aio; postremo imperavi egomet mihi omnia assentari -ut ait idem Terentius, sed ille in Gnathonis persona, quod amici genus adhibere omnino levitatis est (Che cosa può essere tanto flessibile, tanto deviato quanto l’animo di colui che cambia non solo secondo il sentimento e la volontà di un altro ma anche secondo l’espressione del volto e un gesto? – Uno nega, io nego; afferma, affermo; insomma ho comandato a me stesso di assentire in tutto – come dice il medesimo Terenzio ma in riferimento alla persona di Gnatone; è certamente una leggerezza accettare questo tipo di amico).

Gnatho (nominativo dello Gnathonis del brano) è dal greco Γνάθων (leggi Gnathon), che ricorre come nome di un parassita in parecchi autori. Sicuramente la voce greca è connessa con γνάθος (leggi gnathos)=mascella (il parassita mangia a sbafo), che ha dato vita ai composti italiani chetognato, gnatodinia, gnatoplastica, gnatostomae prognatismo; tuttavia nel personaggio latino la mascella non è impegnata a masticare ma a far assumere al volto un atteggiamento condiscendente.

6  Oratione di Cesare Rao nella morte dell’illustrissimo S. Don Ferrante Gonzaga, prencipe di Molfetta, s. n., 1558

Il sollazzevol convito del Raho, nel quale si contengono molti leggiadri motti, et piacevoli ragionamenti, Franceschi, Venezia, 1561

Dell’origine de’ monti, Salviani, Napoli, 1577

De eloquentiae laudibus Caesaris Rahi Alexanensis philosophi oratio, Salviano, Napoli, 1577

I meteori di Cesare Rao di Alessano città di Terra d’Otranto. I quali contengono quanto intorno a tal materia si può desiderare, Varisco & C., Venezia, 1582 (http://books.google.it/books?id=uRs8AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=cesare+rtao+i+meteori&hl=it&sa=X&ei=92s1VNbhNIXYPZ3cgIgP&ved=0CCsQ6AEwAA#v=onepage&q=cesare%20rtao%20i%20meteori&f=false)

Invettive, orationi, et discorsi di Cesare Rao di Alessano città di terra d’Otranto, fatte sopra diverse materie, & à diversi personaggi, Zenaro, Venezia, 1587 (http://books.google.it/books?id=AWdcAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=Invettive,+orationi,+et+discorsi+di+Cesare+Rao&hl=it&sa=X&ei=omw1VJyyKYOsOoGigcgO&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=Invettive%2C%20orationi%2C%20et%20discorsi%20di%20Cesare%20Rao&f=false)

 

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