La Montagna spaccata e la rabbia (2/2)

di Armando Polito

Foto di Stefano Daglio scattata nel marzo 2009 dalla costa adriatica del Salento (da http://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=88626)
Foto di Stefano Daglio scattata nel marzo 2009 dalla costa adriatica del Salento (da http://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=88626)

Se fossi un botanico, dopo essermi fatto una copia fotostatica del saggio di  Enrico Groves, Flora della costa meridionale della Terra d’Otranto, apparso in Nuovo giornale botanico italiano, v. XIX, N. 2, aprile 1887, pp. 110-219 e tavole fuori testo in appendice1, stilerei una tabella di marcia desunta dal saggio, in pratica un elenco di toponimi, ognuno accoppiato con l’essenza o le essenze rilevate quasi centotrenta anni fa. Ripercorrerei, insomma, gli stessi sentieri a suo tempo battuti dal Groves per un riscontro comparativo, analisi in cui, come chiunque può facilmente comprendere, non avrebbe certo una posizione defilata il fattore climatico e, ahimè, in misura più determinante, quello antropico. Non mi lascerei sfuggire le possibilità documentarie che la moderna tecnologia offre e non rinuncerei, quindi, a portarmi appresso una fotocamera digitale in grado di fare fotografie macro, sia pure con l’ausilio di un piccolo treppiedi se la mano dovesse traballare per l’emozione o altro.

Chi ha letto la prima parte di questo lavoro si starà chiedendo se non sarebbe stato più opportuno sostituire nel titolo rabbia con pazzia, sempre la mia.

Rispondo alla sua domanda più che legittima con una scheda tratta dalla p. 124 dell’erbario del Groves2, che è organizzato alfabeticamente per famiglie; l’essenza della quale fra poco parlerò (Alyssum Leucadeum Guss.) è registrata tra le Crucifere.

Mi rendo conto che la  lettura di Montagna Spaccata è insufficiente per far rientrare nel lettore o nella lettrice il dubbio precedente sulla mia sanità mentale. Se il portatore o la portatrice  (entrambi sani … e magari diffondessero a destra e a manca la loro salutare malattia!) di dubbio vivono da soli, possono anche abbandonare la lettura ma, se già hanno sentito riecheggiare nell’aria Caro/cara, dove sei?, penso che, nei casi peggiori (e con i tempi che corrono quale caso non lo è?), convenga loro continuare a leggere (magari assumendo agli occhi del partner, che nel frattempo, in assenza di risposta, è accorso, una posa da intellettuale), per sottrarsi a prestazioni che per motivi estetici (propri o altrui …) o ormonali (questi solo propri …) stenterebbero a fornire o, molto più semplicemente ma non meno fastidiosamente, ad una semplice commissione da sbrigare …

Ritorno, perciò, per un attimo all’assunto iniziale. Siccome non sono un botanico e, oltretutto, le mie capacità di deambulazione sono estremamente ridotte, mi limito solo a sperare che l’esperto ritenga la scheda degna di approfondimento e, magari, essa sia da stimolo per un lavoro sistematico fatto, questa volta, da un salentino e non da un inglese1 e per rimediare, dunque, all’analogo increscioso inconveniente che a suo tempo si verificò col Vocabolario dei dialetti salentini realizzato dal Rohlfs che era non salentino, nemmeno italiano ma tedesco. E non regge la giustificazione che la scienza oggi è globale perché, pur riconoscendo al vero ricercatore un talento di fondo che si può esprimere nello studio di qualsiasi fenomeno indipendentemente dalla sua collocazione geografica, non si può negare che spesso è determinante il vantaggio dato dall’esser nato, cresciuto in un certo territorio ed averne assorbito conoscenze, credenze, costumi, usi e pure abusi …

Nel frattempo inizio sfruttando la rete al servizio delle mie, pur limitate, competenze specifiche (ogni tanto mi chiedo se non sia il contrario …).

Crucifere: dal latino moderno cruciferae, composto dal classico crux=croce e dalla radice del, sempre classico, ferre=portare. Il nome è dovuto al fatto che il fiore ha quattro petali disposti a croce.

Alyssum richiederà un discorso più lungo e perciò lo lascio per ultimo.

Leucadeum: contrariamente a quanto si legge nel pur pregevole sito Acta plantarum (http://www.actaplantarum.org/acta/etimologia.php?p=1&o=1&n=l) e cioè da leucadeus, a, eum=del Capo di Leuca in Puglia, estremo sud-orientale d’Italia, debbo affermare, sopprimendo per correttezza anche intellettuale ogni debolezza campanilistica, che in realtà Leucadeum è sì aggettivo latino di formazione moderna, trascrizione del greco Λευκάδιον (leggi Leucàdion), il quale, però, deriva dal tema [Λευκαδ- (leggi Leucad-)] di Λευκάς/Λευκάδος (leggi Leucàs/Leucàdos)=Leucade, isola della Grecia tra Corfù e Cefalonia. Il che significa (l’importanza di un semplice dettaglio, nel nostro caso un δ …) che la nostra essenza fu chiamata così perché molto diffusa nell’isola di Leucade.

Una volta anche il più scadente studente di liceo classico sapeva che, secondo il mito tramandatoci dagli antichi commediografi greci e ripreso da Ovidio, buttandosi da una rupe di quell’isola si suicidò la poetessa Saffo a causa dell’amore non corrisposto da Faone; dubito che fra pochissimi anni il miglior professore di lettere, quelle residue, insegnante in quell’indirizzo di studi, lo sappia; la disgrazia è che insieme con Saffo non sarà in grado di sapere e, cosa ancora più disgraziata, di non essere in grado di scoprirne tante altre …).

Tornando all’essenza: essa fu chiamata così perché diffusa nell’isola di Leucade non nel Capo di Leuca, dove, d’altra parte, lo stesso Groves non ne registra la presenza e se il botanico italiano (vedi subito dopo) che le diede il nome, peraltro quasi contemporaneo del Groves, l’avesse trovata a Leuca, il collega inglese non avrebbe scritto negli ultimi anni questa specie è stata cercata invano (s’intende nel territorio di Terra d’Otranto) da diversi botanici. Nello stesso errore si incorre anche in http://luirig.altervista.org/flora/taxa/index1.php?scientific-name=alyssum+leucadeum, dove leggo Nome italiano: Alisso di Leuca.

Saffo a Leucade, olio su tela di Antoine-Jean Gros (1801), Museo Baron Gérard, Bayeux; immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Saffo_a_Leucade#mediaviewer/File:Antoine-Jean_Gros_-_Sappho_at_Leucate_-_WGA10704.jpg
Saffo a Leucade, olio su tela di Antoine-Jean Gros (1801), Museo Baron Gérard, Bayeux; immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Saffo_a_Leucade#mediaviewer/File:Antoine-Jean_Gros_-_Sappho_at_Leucate_-_WGA10704.jpg

Guss.: è abbreviazione di Giovanni Gussone (1787-1886), allievo di Michele Tenore (vedi nota 2), la cui Flora napolitana, pubblicata a fascicoli tra il 1810-1838, ancora oggi è opera di riferimento per chi si occupi delle essenze dell’Italia meridionale.

Continuo a rendermi rendo conto di aver abusato della pazienza di coloro che mi hanno fin qui seguito, ma sto per giocarmi l’ultima carta per dimostrare che non sono pazzo e per dare ragione di quell’ormai famigerato rabbia.

E l’ultima carta si chiama Alyssum.

Esso è la trascrizione latina del greco ἄλυσσον (leggi àliusson), neutro dell’aggettiνo ἄλυσσος/ἄλυσσον (leggi àliussos/àliusson)=antirabbico, composto da ἀ- privativo (=senza) e λύσσα (leggi liùssa)=furore, rabbia, pazzia. Ecco la voce nelle testimonianze degli autori antichi (la traduzione, al solito, è mia):

Dioscoride (I secolo d. C.): L’alisso (altri lo chiamano aspidio, altri aplofillo, altri ancora acciseto o adeseto) è un arbusto dallo stelo singolare, un po’ ruvido, dalle foglie rotonde, vicino alle quali il frutto ha l’aspetto di doppi scudi, in cui il seme è abbastanza piatto. Nasce nei luoghi montuosi e sassosi. Il suo decotto bevuto fa cessare il singhiozzo che si manifesta senza febbre ed è efficace anche se preso in mano o odorato. Tritato col miele schiarisce le voglie e le efelidi. Sembra che guarisca anche la rabbia (trasmessa dal morso) del cane se somministrato mescolato al cibo. Si dice che sospeso in casa sia salutare e che protegga gli uomini dai malefici; applicato al collo con un panno rosso tiene lontane le malattie degli animali.3

Plinio (I secolo d. C.): Differisce da esso (dall’eritrodamo, di cui ha parlato subito prima) solo nelle foglie e nei rami più piccoli quello che chiamano alisso. Ha avuto tale nome perché bevuto nell’aceto o legato addosso non  permette che quelli morsi da un cane sentano (gli effetti del)la rabbia. È portentoso ciò che si aggiunge, che solo a guardare l’arbusto l’umore corrotto viene da esso seccato.4

Plutarco (I-II secolo d. C.): Anche quelli che prendono solo in mano l’erba chiamata alisso ma anche coloro che la fissano si liberano del singhiozzo; si dice che è adatta anche al bestiame e alle greggi di capre se piantata presso le stalle.5

Pausania il Periegeta  (II secolo d. C.): Proprio lì (in Arcadia presso la popolazione dei Cinetaei) vi è una sorgente di acqua fredda, distante al più due stadi dalla città e su di essa è nato un platano. Chiunque subì da parte di un cane affetto da rabbia una ferita o in modo diverso un pericolo guarisce se ne beve l’acqua; e per questo chiamano Alisso la fonte.6

Come si è visto, già i testi antichi non consentono di capire se l’alisso in essi nominato è la stessa pianta. Tuttavia le ricorrenti presunte proprietà antirabbiche hanno propiziato da parte dei botanici moderni l’assunzione della voce ad indicare il genere, che ha finito per annoverare col tempo solo per l’Italia una quindicina di specie.

Non sapremo mai quanti grazie all’alisso sopravvissero alla rabbia (tutt’al più, io suppongo, ne leniva solo per qualche tempo i sintomi, mentre poteva avere efficacia contro il morso di un cane non rabbioso ma semplicemente incazzato … ) ma spero che qualche botanico frequentatore di questo sito ci dica almeno se quello classificato dal Gussone e citato dal Groves sia veramente quello che nella foto di testa è chiamato alyssum leucadeum.

Ho dimostrato, almeno credo, di non essere pazzo ma rimane la delusione (stavo per dire rabbia però devo chiudere con lei e quindi non è il caso di giocarmela ora) per i dubbi non fugati.

La rabbia, come malattia, almeno in Italia, è estinta da tempo; si diffonde sempre più, invece, il sentimento che con quella condivide il nome e l’etimo [dal latino tardo rabia(m), a accusativo di ràbia, a sua volta dal classico ràbies ]. Non vorrei che la disperazione spingesse parecchi in pellegrinaggio alla Montagna spaccata ed al suo circondario alla ricerca dell’alisso da appendere in casa per le sue proprietà apotropaiche ricordate da Dioscoride all’inizio del passo relativo. Se poi, mossi dalla voglia di profitto, cominceranno a muoversi pure maghi e fattucchiere il povero alisso subirà, e non solo da noi, l’estinzione a causa di quel sentimento che ha lo stesso nome della malattia che, a quanto si diceva tanti secoli fa, era in grado se non di guarire, quanto meno di curare …

PER LA PRIMA PARTEhttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/10/la-montagna-spaccata-e-la-rabbia-12/

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1 Ho utilizzato il testo digitalizzato in https://ia600202.us.archive.org/9/items/floradellacostam00grov/floradellacostam00grov.pdf, ma, siccome il caricamento è esasperatamente lento, ho approntato per chi ha interesse il link saggio-di-Groves1.pdf. Avverto che, comunque, l’operazione avverrà in una ventina di secondi e che al suo completamento il testo potrà essere letto a schermo oppure memorizzato cliccandoci col tasto destro e scegliendo l’opzione salva con nome. 

2 Enrico Groves, nato a Weymouth nel 1835, conseguì a Londra nel 1856 il titolo di Farmacista.

Non è detto che colui il quale consegue un titolo di studio in ritardo rispetto alla normale durata del corso sia poi  professionalmente meno valido di chi lo consegue nel tempo minimo, anche perché il ritardo può essere stato causato da mille ragioni che nulla hanno a che fare con l’intelligenza non disgiunta da applicazione; tuttavia, chi non preferirebbe, dopo averli conosciuti entrambi, essere difeso da un avvocato diventato tale in quattro anni o poco più piuttosto che da uno che per ottenere lo stesso risultato ha impiegato il doppio del tempo, qualora l’incontro dovesse propiziare lo stesso giudizio? Tutto questo per dire che, pur ignorando io quale durata avessero a quell’epoca gli studi per diventare farmacista, il nostro Enrico, farmacista a ventuno anni, non doveva essere un cervello qualsiasi. Infatti acquistò ben presto fama nei circoli botanici per una comunicazione sulla flora di Portland. Ma nel suo destino c’era l’Italia. Vecchio fenomeno, quello del nemo propheta in patria, solo che l’Italia oggi non è la meta di giovani talenti stranieri ma il punto di fuga per quelli nazionali …

Il nostro Enrico si stabilì a Firenze e la maremma toscana, le Alpi Apuane, gli Abruzzi, la Sicilia e, appunto, la Terra d’Otranto, furono l’oggetto della sua curiosità di botanico. Egli raccolse nel suo erbario ricchi materiali provenienti da queste terre in parte inesplorate (nonostante le ricerche organizzate da Michele Tenore e confluite nella Flora napolitana uscita in fascicoli a partire dal 1810) pubblicò i risultati delle sue ricerche nel Giornale farmaceutico di Londra, nel Giornale botanico italiano e nel Bullettino della Società botanica italiana. Morì a Firenze il 1° marzo 1891 lasciando il suo erbario, ricco di 43000 esemplari in gran parte raccolti personalmente, all’Istituto botanico di Firenze.

3 De materia medica, III, 91: Ἄλυσσον (οἱ δὲ ἀσπίδιον, οἱ δὲ ἁπλόφυλλον, οἱ δὲ ἀκκύσητον, οἱ δὲ ἀδέσετον) φρυγάνιόν ἐστι μονόκαυλον, ὑπότραχυ, φύλλα ἔχον στρογγύλα· παρ’οἷς ὁ καρπὸς, ὡς ἀσπιδίσκια διάδιπλα, ἐν οἷς τὸ σπέρμα ὑπόπλατυ· φύεται ἐν ὀρεινοῖς καὶ τραχέσι τόποις. Ταύτης τὸ ἁφέψημα ποθὲν λυγμοὺς τοὺς δίχα πυρετοῦ λύει· καὶ κρατηθὲν δὲ ἢ ὀσφρανθὲν τὸ αὐτὸ δρᾷ· σὺν μέλιτι δὲ λεῖον φακοὺς καὶ ἔφηλιν ἀποκαθαίρει· δοκεῖ δὲ καὶ λύσσαν κυνὸς ἰᾶσθαι, συγκοπὲν ἐδέσματι καὶ δοθὲν· καὶ κρεμάμενον  δὲ ἐν οἰκίᾳ ὑγιεινὸν λέγεται εἶναι καὶ ἀνθρώποις ἀβάσκαντον· περιαφθὲν δὲ φοινικῷ ῥάκει, θρεμμάτων νόσους ἀπελαύνει.

4 Naturalis historia, XXIV, 51: Distat ab eo qui alysson vocatur foliis tantum et ramis minoribus. Nomen accepit, quod a cane morsos rabiem sentire non patitur ex aceto potus adalligatusque. Mirum est quod additur, saniem conspecto omnino frutice eo siccari.

5 XLVI, 648a: Τὴν δ᾽ ἄλυσσον καλουμένην βοτάνην καὶ λαβόντες εἰς τὴν χεῖρα μόνον, οἱ δὲ καὶ προσβλέψαντες, ἀπαλλάττονται λυγμοῦ·  λέγεται δὲ καὶ ποιμνίοις ἀγαθὴ καὶ αἰπολίοις, παραφυτευομένη ταῖς μάνδραις.

6 Graeciae descriptio, VIII, 19, 3: Πηγὴ δέ ἐστιν αὐτόθι ὕδατος ψυχροῦ, δύο μάλιστα ἀπὸ τοῦ ἄστεως ἀπωτέρω σταδίοις, καὶ ὑπὲρ αὐτῆς πλάτανος πεφυκυῖα.  Ὅς δ᾽ ἂν ὑπὸ κυνὸς κατασχέτου λύσσῃ ἤτοι ἕλκος ἢ καὶ ἄλλως κίνδυνον εὕρηται, τὸ ὕδωρ οἱ πίνοντι ἴαμαͭ καὶ Ἄλυσσον τοῦδε ἕνεκα ὀνομάζουσι τὴν πηγήν.

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