Un volto marittimese: Anita, detta Nnita

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Racconti salentini

Un volto marittimese: Anita, detta Nnita

Protagonista di queste righe è una compaesana, signora pressappoco a metà tra gli ottanta e i novanta, precisamente della classe 1930, tuttavia dal portamento ancora solido e ben eretto, in certo qual modo figura tipica della comune piccola località natia.

L’ho presente da quando era ragazza e non aveva ancora un “vero” fidanzato, che, poi, alla fine, trovò in un bravo giovane di un paese dei paraggi, al quale andò in sposa – dopo una non proprio insolita, almeno per quei tempi, fuitina – dando alla luce tre figli.

E però, si può dire che A. abbia una storia, piccola quanto si vuole ma pur sempre storia, nel senso che, a modo suo, è conosciuta e fa notizia a partire dalla tenera età, periodo in cui iniziò a distinguersi e ad emergere, nell’ambito della sua leva e anche fra le ragazzine più grandi, per via del carattere esuberante, sempre pronta e incline agli scherzi e alle birichinate, allegra, immancabilmente in primo piano, battuta lesta, peraltro anche disponibile a rendersi utile in ogni occasione.

Genitori contadini, la madre originaria della confinante località di Andrano, un fratello più grande e uno più piccolo.

Iscritta alle elementari, voglia di studiare zero, uno più due, lo ammette candidamente la diretta interessata, erano, nella sua testolina, un’incognita, degli stessi libri, quaderni, penna e calamaio le importava poco e niente.

In classe, il suo posto era, naturalmente, in un banco dell’ultima fila, giacché cresceva alta, in ciò distinguendosi, di gran lunga, dal resto della scolaresca.

A quanto da lei stessa raccontato, la mattina, entrata nell’aula, si preoccupava di adempiere a un preciso compito, auto attribuitosi in esclusiva, cioè a dire di pulire e mettere in ordine la cattedra degli insegnanti: gliene toccarono due, nel corso degli anni, donn’Elvira e don Pippinu.

In aggiunta a tale incombenza, grazie a un rudimentale armamentario ben celato in tasca, fatto di un ago, un batuffolo di bambagia imbevuto d’alcool e piccoli fili di cotone, approfittando di momentanee assenze o distrazioni del maestro, si occupava, si pensi un po’, così come una persona adulta aveva fatto nei suoi confronti, di forare i lobi delle orecchie delle compagne, per quella che sarebbe stata l’eventuale successiva applicazione degli orecchini, così, a crudo, a sangue freddo, suggellando il suo “intervento” con il passaggio, attraverso i buchetti, degli anzi indicati piccoli fili di cotone.

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Talora, ovviamente, l’insegnante arrivava ad accorgersi delle sue strane, temerarie e pericolose “distrazioni”, al che, è ovvio, scattava un castigo.

Tiene ancora a memoria, l’amica, in particolare, che in una circostanza, don Pippinu, avendola sorpresa in flagrante, la chiamò intimandole di avvicinarsi alla cattedra e di “stendere la mano” per ricevere la classica, allora purtroppo in uso, bacchettata, mediante una riga di legno che l’insegnante aveva in dotazione, anche se, in occasione delle visite della Direttrice didattica, la faceva sparire.

Correvano altri tempi, in questo caso meno male che son passati e lontani, purtroppo i genitori, benché fossero a conoscenza del “sistema”, occupati come si trovavano in altre faccende, forse più vitali, e nel convincimento, in fondo, che gli scolari dovessero essere educati, pensavano che non fosse il caso di andare tanto per il sottile in merito alle modalità correttive, una sorta di passiva accettazione del fine che giustifica i mezzi.

Ma, anche all’atto dell’anzidetta marachella, ecco scattare l’intraprendenza e prontezza di A.: un istante prima che le arrivasse addosso la riga, fu lesta a tirare indietro braccio e mano, col risultato che il colpo, tutt’altro che carezzevole, finì col riversarsi sulla coscia dello stesso maestro, il quale dolorante, sbottò in una fragorosa imprecazione all’indirizzo dell’alunna: “Nu furmine cu te bruscia!”(che un fulmine ti incenerisca).

In quel mentre, la ragazzina, da parte sua, pensava bene di schizzare via dalla scuola, con la velocità giustappunto di un lampo, incurante di abbandonare libri e quaderni sul suo banco dell’ultima fila.

A., insomma, non scolara modello, da bambina, ragazza, piccola donna e adulta, parimenti, carica d’energia, intraprendente, ardimentosa, sempre pronta a dire la sua, una figura, secondo la felice definizione di un coetaneo, che “voleva paglia per cento cavalli”, a significare che “faceva fuoco e fiamma”.

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A tredici anni, A. è fisicamente sviluppata, alta, formosa, capelli neri e lunghi, un viso simpatico incline al sorriso e, soprattutto, un seno fiorente, anzi straripante già allora.

E’ l’età in cui la ragazza viene a trovarsi accanto (eufemismo) il primo fidanzatino, a sua volta appena quindicenne, un ragazzo del paese di nome V. che, in linea con le usanze di allora, tutte le sere, dopo il lavoro e la cena, si reca a casa di A., bravo figlio di temperamento completamente opposto, molto calmo, tranquillo, dotato di scarso spirito d’iniziativa, lo accomuna ad A. solamente la bella voce intonata.

Ricorda, l’A. d’oggi, non senza un pizzico di nostalgia ed emozione, che durante la quotidiana visita, presenti i genitori, il fidanzatino se ne stava seduto immobile vicino al tavolo, le gambe accavallate, non proferiva parola, una scena totalmente muta. La ragazza non gradiva siffatto comportamento dell’aspirante compagno di vita e anche suo padre, a un certo punto, si rese conto che la situazione era proprio da ragazzini, strana e insostenibile, per cui, con garbo, pensò bene di far osservare al giovane che, forse, i tempi non erano maturi e, quindi, a suo parere, si rendeva opportuno rimandare la frequentazione: se si trattava di destino, le cose si sarebbero riprese in mano regolarmente.

Si concluse così, per A., la prima esperienza da fidanzata, negli anni successivi non maturarono ritorni di fiamma formali con V.

Tuttavia, grazie alla sua avvenenza ed esuberanza, le si presentarono una dietro l’altra numerosissime profferte amorose, proposte di fidanzamento, mittenti sia giovani del paese, sia residenti nei centri vicini.

La ragazza, però, preferiva svolazzare leggera e libera da un soggetto all’altro, a guisa di farfalla, posandosi appena su foglie e petali: nel momento in cui dava ai pretendenti l’impressione che stavano per conquistarla e acchiapparla, riprendeva il volteggio, allontanandosi e scansando ogni insistenza.

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Le piaceva la frequentazione viva e attiva con coetanei e adulti, uomini e donne, durante i lavori in campagna, quali la coltivazione del tabacco, la raccolta dei frutti estivi, la vendemmia, la raccolta delle olive, facendo scorpacciate di tiri maldestri e/o scherzosi, specie all’indirizzo di determinate figure bonaccione o che erano solite reagire maggiormente alle burle.

In occasione di fortuiti contatti con giovanotti, poteva eccezionalmente succedere che qualcuno, particolarmente intraprendente e brillante, riuscisse a cavar fuori qualcosa di concreto, al di là di uno sguardo e delle parole pronte che, ad A., di certo non mancavano.

Ad esempio, un bel ragazzo dei dintorni, una volta si pose a seguire A. intanto che lei, verso l’imbrunire, si stava recando, insieme con un’amica, a un piccolo vicino cantiere edile con l’intento di raccogliervi un secchio di tufo bianco, derivato dalla segatura dei conci utilizzati per una costruzione abitativa. Detto tufo, sarebbe stato sparso sul pavimento lastricato di casa che, soprattutto quando non c’era il sole, trasudava umidità e si scuriva, e, quindi, la spruzzata del bianco materiale faceva in qualche modo migliorare la situazione di agibilità e di aspetto fra le mura domestiche.

Ora, avvenne che, proprio quando A. era intenta, piegata, a riempire di tufo il suo secchio, nel levarsi e girarsi per rialzarsi, improvvisamente le si accostò la figura del giovanotto in questione, che fu abilissimo a rubarle un bacio intenso sulla bocca, il primo per la diciassettenne, un autentico trauma anziché un piacere o una scarica adrenalinica.

Bisogna, onestamente, tener conto anche della mentalità e dell’educazione sessuale (???) che vigevano in quell’epoca, fondamentali purtroppo rimasti ancorati alle calende greche, addirittura c’era la credenza, maldestra e malsana e coniugata con l’ignoranza, che, attraverso un bacio sulla bocca, una ragazza potesse restare incinta e fare un figlio.

Sia come sia, il “predatore” scappò via in un baleno, e però l’eccezionale scena fu goduta interamente dall’accompagnatrice di A., con l’inevitabile effetto che, a volo, si cominciarono a diffondere in giro voci sull’accaduto. Non n’ebbe notizia unicamente la madre di A. con cui la “vittima”, rientrata di corsa e agitata in casa col tufo, si confidò immediatamente; il mattino seguente, nel magazzino e/o manifattura del tabacco, dove la giovanissima aveva da poco iniziato a lavorare, le colleghe più adulte presero subito a deriderla e sfotterla, tanto che la vittima del bacio rubato proruppe in un pianto a dirotto.

Intanto, con l’avanzare dell’età, per A. cresceva progressivamente anche l’impegno lavorativo.

Non solo durante la stagionale adibizione al magazzino del tabacco, in cui la nostra protagonista, ancora inesperta, era addetta alla prima fase operativa, cioè a spianare e a rendere lisce le singole foglie che, poi, passava a una collega più anziana e pratica la quale le riuniva in piccole balle.

I genitori di A., difatti, conducevano in regime di mezzadria alcuni terreni, in particolare uno denominato “Pastorizza”, che rappresentava una sorta di base d’appoggio per tutte le attività agricole della famiglia, anche perché a breve distanza dal centro abitato.

Lì insisteva una piccola casetta rurale in cui si dormiva molto alla spartana, fra mosche, zanzare e lucertole, tuttavia, fiaccati dalla stanchezza, non si faceva fatica a prendere sonno, gli occhi si serravano quasi automaticamente.

Dalla “Pastorizza”, all’alba, con genitori e fratelli, A. partiva per una “scarpinata” di quattro/cinque chilometri, in genere a piedi scalzi, sino a un altro terreno, in zona “Mito”di Andrano, in cui crescevano, in particolare, numerosi alberi di fico che davano frutti in abbondanza. Si riempivano panare, panari e panareddri, del prodotto raccolto; quindi, nuovamente per quattro/cinque chilometri, con contenitore rapportato all’età di ciascuno caricato sulle spalle, si faceva ritorno alla “Pastorizza”, dove, sullo spiazzo antistante al precario bracchio/ dormitorio, si passava a spaccare i fichi e a spanderli, per l’essiccazione, su stuoie di canne intrecciate: tanta fatica, anche per un’adolescente, del resto, allora, in ogni età arrivavano le fatiche.

Poi, c’erano anche temporanee trasferte di tutto il nucleo, per il tabacco e/o la mietitura e trebbiatura dei cereali, verso le  fertili pianure della Lucania, a Nova Siri, ricorda ad esempio A.

Intanto, il primo fidanzatino V., ormai divenuto giovanotto, si era impegnato con un’altra ragazza del paese, con quest’ultima le cose avevano preso un corso serio, tanto che si approssimavano le nozze e la promessa sposa era finanche arrivata a esporre il corredo che avrebbe portato in dote (in dialetto dota) nella dimora matrimoniale. Ma, evidentemente, nella testa di V. era rimasto un ricordo forte, qualche suggestione incancellabile avente per protagonista la sua prima fidanzatina; sta di fatto che, quest’ultima, mentre i suoi genitori erano in Lucania e lei soggiornava nell’abitazione di una cugina, scorse, appoggiata sull’uscio di casa, una busta contenente un biglietto vergato  dal buon V. che,  più o meno, recitava apertamente: “Senti A., anche se son passati molti anni, anche se io dovrò prossimamente sposarmi con un’altra, se sei d’accordo, io ti voglio sempre, possiamo andarcene via insieme”.

Evidentemente, l’ex giovanissimo fidanzatino quindicenne doveva essere ancora innamorato della ragazza e sperava, o s’illudeva, di poter ricominciare la storia. Così, tuttavia, non fu.

Per la precisione, per opera del medesimo V., c’era stato un episodio precedente, un sussulto sotto forma di serenata.

Una sera, A. se ne stava, in compagnia di alcune amiche, sul terrazzino attiguo al vicoletto della casa dei suoi genitori; ai piedi di una fioca lampadina d’illuminazione pubblica posta in prossimità, s’era contemporaneamente riunito un gruppo di ragazzi e giovanotti paesani e, allora, V., con la sua bella voce, volle dedicare alla morosa d’un tempo alcune brevi strofe speciali in dialetto, tanto semplici quanto indicative:

 

La zita vecchia mia

la tegnu pe riserva

per quannu spunta l’erva

la vado a pascolar.

La vado a pascolare

insieme alle mie caprette

e l’amore con le civette

non lo farò mai più.

 

 

Già si diceva, prima, che ormai A. era divenuta una donna in pieno fulgore, capelli crespi e neri, il seno vistosamente oltre misura.

Successe che, durante i lavori in campagna nella citata Nuova Siri, un giorno ella si vide seguire da un giovanotto del posto, poliziotto in licenza, il quale, evidentemente colpito e ammirato per le fattezze e il portamento della giovane, le rivolse questa “sicuramente” ardita domanda: “Permettimi signorina, ma tu lo porti il reggiseno?” (allora, non era costume, per una giovane contadina, indossare alcunché del genere). Immediatamente, la nostra amica, al solito pronta a rispondere, replicò al giovane: “Ma perché, caro, tua madre lo porta?”

Numerosi continuarono a susseguirsi gli inviti a “fidanzarsi”, con A. nel consueto atteggiamento di farseli scivolare appena addosso, con leggerezza, senza prenderli sul serio per oltre una/due settimane.

Fino a quando non le si presentò quello giusto, per opera di un giovane di Vignacastrisi, il quale, guarda caso, come nome di battesimo faceva proprio Giusto, più giovane di tre anni rispetto ad A.

Dal matrimonio nacquero tre figli, accolti e allevati con amore, cura e sacrifici; purtroppo, il bravo marito della compaesana su cui scrivo non ebbe, personalmente, granché fortuna, andandosene ancora giovane.

A., che ancor prima della scomparsa del suo Giusto,  aveva dovuto subire la dolorosissima perdita del terzogenito Sergio, vittima a soli sette anni di un’accidentale caduta da un casa in costruzione (strana coincidenza, a distanza di decenni: un cantiere in corso come ultimo scenario per un tenero bambino, il tufo bianco  di un altro cantiere edile come scenario del primo vero e traumatico bacio per A.), è quindi rimasta con gli altri figlioli, man mano pure essi cresciuti e sposatisi, rendendo, la genitrice, nonna di nipoti già grandicelli.

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Si, A. è nonna, ma, sinceramente, il tempo, per lei, sembra essere trascorso sono sui fogli del calendario; invece, dentro, si è mantenuta una “ragazza” tra gli ottanta e i novanta, vivace, estroversa, che seguita, tuttora, a “volere paglia per cento cavalli”.

Un’esistenza, in fondo, non facile né in discesa, la sua, eppure con accoglimento e accettazione degli eventi secondo la semplicità e il rigore dell’educazione ricevuta da piccola e l’innata rettitudine civile.

Vita intessuta di buoni rapporti con gli altri, A. è conosciuta e si fa ben volere da tutti, nel borgo natio rappresenta un piccolo, umile ma autentico personaggio, con la sua cassaforte di saggezza e l’immancabile parola pronta, accompagnata da un sorriso accattivante, oggi, com’è noto, merce assai rara.

Per terminare, amava tanti decenni addietro, A., e le sono cari anche adesso, i seguenti versi dialettali di un canto contadino della terra prediletta:

 

Quannu lu ceddru pizzica la puma,

la ucca se la sente zzuccarata

 

(in italiano, quando l’uccello imprime col becco un piccolo morso alla mela, avverte in bocca un sapore di zucchero).

 

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