Lu tàmaru (la tamerice), pianta “infelice”

di Armando Polito

 

La tamerice è un’essenza particolarmente diffusa sul nostro territorio, in particolar modo nelle zone salmastre. La foto di testa, da me scattata, come quella di coda, più di venti anni fa, ne ritrae un esemplare che fortunatamente oggi chiunque può riconoscere sulle sponde della Palude del Capitano.

La scheda che segue ne reca la nomenclatura con gli etimi indicati in nota per evitare eccessive frammentazioni nella continuità del testo:

nome scientifico: Tamarix gallica L.1

famiglia: Tamaricaceae2

nomi italiani: tamerice, tamarisco o tamerisco, cipressina, scopa marina3

nome dialettale salentino: tàmaru, tàmmaru (quest’ultima variante otrantina)4

La tamerice probabilmente per la sua umile selvatica bellezza ha ispirato poeti di ogni tempo.

Ne offro una rapida carrellata in ordine cronologico, chiedendo scusa se l’esordio è decisamente negativo perché la nostra pianta nel primo brano è per Adresto la causa involontaria della caduta da cavallo preludente alla sua uccisione da parte di Menelao; nel secondo  funge da appendiabito su cui Ulisse, dopo averle offerte a Minerva, pone le armi e la veste di Dolone appena decapitato da Diomede;  nel terzo da appoggio per la lancia di Achille impegnato a fare strage di Troiani dopo essere balzato con la spada in pugno nelle acque dello Xanto; nel quarto come materia da ardere aiuta Achille a ripulire il campo, piromane ante litteram dopo la solita strage di Troiani. Su questa caratteristica infausta della pianta tornerò dopo.

Omero: Poi Menelao bravo a gridare prese vivo Adresto; infatti i cavalli, imbizzarriti  nel campo dopo essere inciampati in un ramo di tamerice avendo spezzato il curvo carro nella cima del timone, se ne andarono verso la città dove gli altri fuggivano terrorizzati; ma egli scivolò giù dal cocchio presso la ruota prono con la bocca nella polvere5

Così dunque disse e da sé dopo averle levate in alto pose (le spoglie) su una tamerice; e dopo aver strappato canne e  rami fioriti di tamerice li pose vicino come visibile segnale perché al loro ritorno non passassero inosservate per la notte scura6

Ma il discendente di Giove lasciò la sua lancia sulla sponda appoggiata alle tamerici, simile ad un dio si lanciò tenendo la sola spada e meditava nell’animo tristi azioni; menava colpi da ogni parte, si levava il mortale gemito di quelli colpiti dalla spada, l’acqua diventava rossa per il sangue7

Così si asciugò tutto il campo ed egli poi bruciò i cadaveri, volse verso il fiume la risplendente fiamma. Bruciavano olmi, salici e tamerici, bruciava il loto e l’alga e il cipero che erano cresciuti presso la bella corrente del fiume8

Complice involontaria di atrocità nella poesia epica, per fortuna la tamerice si rifà con la poesia bucolica.

Teocrito (III secolo  a. C.): Lontano dall’olivo selvatico, caprette! Pascolate qui, presso questo pendio ci sono pure le tamerici9

Virgilio (I secolo a. C.): Non a tutti piacciono gli arbusti o le umili tamerici …10

…te, o Varo, cantano le nostre tamerici, te ogni bosco …11

… le tamerici trasudino dalla corteccia pingui ambre …12

…lo piansero anche gli allori, anche le tamerici …13

Il lettore, però, avrà notato che anche in questo secondo gruppo di brani aleggia un velo neppure tanto sottile di tristezza. È come se la tamerice si portasse addosso una sorta di etichetta negativa, il cui commento può essere rappresentato dalle parole di Plinio: Tra gli alberi non producono frutto, cioè neppure seme, la tamerice che nasce solo per farne scope, il pioppo, l’ontano, l’olmo atinia, l’alaterno le cui foglie sono tra la quercia e l’olivo. Sono ritenuti poi infelici e condannati dalla religione quegli alberi che non si piantano mai né producono frutto. 14

Più avanti il naturalista latino ribadisce il concetto della pianta infelice, anche se non mancano gli aspetti positivi:

La mirice, che Leneo chiama erice, è simile alle scope d’Ameria. Si dice che essa cotta nel vino e pestata col miele guarisca la cancrena sotto forma di empiastro. Alcuni credono che sia la tamerice; ad ogni modo è ottima per la milza se si beve il suo succo spremuto nel vino. E lo considerano mirabile rimedio per questo organo soltanto a tal punto da affermare che si scopre che sono senza milza i porci se bevono in vasi fatti del suo legno. E perciò danno da mangiare e da bere in vasi ricavati da essa pure all’uomo sofferente di milza. Un autore famoso in medicina afferma che una verga spezzata da essa in modo che non tocchi né terra né ferro mitiga i dolori del ventre per imposizione in modo che sia tenuta premuta al corpo dalla camicia e dalla cintura. Il popolo la chiama albero infelice, come ho detto, perché non produce frutto né seme. 15

E torna anche nella poesia latina la funerea immagine omerica del rogo purificatore.

Lucano (I secolo d. C.): Qui stride il sambuco selvatico e sudano gli esotici galbani e la tamerice dalle tristi chiome …16

Nei passi biblici (la traduzione, questa volta, non è mia ma tratta dal testo ufficiale della Conferenza Episcopale  Italiana edizione 2008, consultabile all’indirizzo http://www.bibbia.net) la tamerice, tutto sommato, è ben trattata (Genesi 21, 33: Abramo piantò un tamerisco a Bersabea, e lì invocò il nome del Signore, Dio dell’eternità; I Sam. 22, 6: Saul era seduto a Gàbaa, sotto il tamerisco sull’altura, con la lancia in mano e i ministri intorno;  31, 13: Poi presero le loro ossa, le seppellirono sotto il tamerisco che è a Iabes e fecero digiuno per sette giorni) finché non ci si imbatte nella solita eccezione che le guasta la festa e le rovina la reputazione  (Ier. 17, 4-8: Così dice il Signore: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti).

Come le notizie buone non fanno cronaca, così tra i passi riportati, quello di Geremia con la simbolicità negativa della tamerice fu ripreso dagli esegeti cristiani e portato alle estreme conseguenze da Girolamo (IV-V secolo) in un crescendo incalzante (traduco dal testo originale tratto dalla collezione Documenta Catholica Omnia: http://www.documentacatholicaomnia.eu) in cui trova spazio pure la magia nera (a tal proposito mi chiedo cosa succederà se quest’ultima informazione giungerà nelle mani di una persona con la quale ho avuto non molto tempo fa un vivace scambio di idee e dalla quale ancora attendo  un abbozzo di difesa dopo l’attacco che le ho portato nel suo territorio …):

Le città di Aroer saranno lasciate alle greggi. Aroer viene interpretato come tamerice, propriamente l’albero che nasce nel deserto e nella terra salata e attraverso questa immagine si indica la soliutudine. Riposeranno qui, è sottinteso le greggi, e non ci sarà chi le atterrisca. Tanta infatti sarà la solitudine da  non dover temere neppure un insidiatore.17

Saranno abbandonate anche le città di Aroer, cioè la tamerice, dalle greggi ecclesiastiche affinché noi abitiamo quelle che i Giudei hanno abbandonato: ovvero, distrutta l’idolatria, si costruirà il Vangelo … Aroer, cioè le tamerici, nascono nei luoghi deserti conformemente a ciò che fu scritto in maledizione di quell’uomo che confida nell’uomo ed allontana il suo cuore da Dio. Sarà, dice, quasi tamerice nel deserto e non vedrà il bene quando verrà, ma abiterà nella siccità, nel deserto, in una terra di salsedine e inabitabile (Geremia, XVII, 6). Altri veramente dicono che da questo albero con malefiche arti vengono suscitati incantesimi per produrre ostilità, cioè odi.18   

Onde anche in Geremia è scritto: Maledetto l’uomo che ripone speranza nell’uomo,  ha rafforzato la carne del suo braccio e il suo cuore si è allontanato dal Signore. E sarà quasi tamerice nel deserto, che non vedrà quando saranno giunti i beni (Geremia, XVII, 5, 6).19

E, dopo le bastonate prese dal mondo pagano e da quello cristiano, pensate che per la povera tamerice possa essere di conforto sapere, come quasi tutti sanno,  che Myricae è il titolo che il Pascoli diede alla sua raccolta di poesie uscita la prima volta nel 1891? E può esserle di conforto sapere che in tutta la raccolta essa è nominata una sola volta in Sogno d’un dì d’estate, che mi piace riportare, nonostante siamo in pieno inverno?

Quanto scampanellare

tremulo di cicale!

Stridule pel filare

moveva il maestrale

le foglie accartocciate.

 

Scendea tra gli olmi il sole

in fascie polverose:

erano in ciel due sole

nuvole, tenui, rose:

due bianche spennellate 

in tutto il ciel turchino.

 

Siepi di melograno,

fratte di tamerice,

il palpito lontano

d’una trebbiatrice,

l’angelus argentino…

 

dov’ero? Le campane

mi dissero dov’ero,

piangendo, mentre un cane

latrava al forestiero,

che andava a capo chino.

E una sola volta compare pure nei Primi poemetti (La calandra, vv. 4-6): Fuma la terra, fuma il cielo; ancora/fuma il camino e, tra le  tamerici,/fuma il letame e grave oggi vapora.

Eppure, per dirla tutta, a lei il poeta del fanciullino dedicò pure un brano di una sua opera in prosa (Lucus Vergili, in Antico sempre nuovo, Zanichelli, Bologna, 1925, pag. 308): Andiamo dunque ad Andes, come dissero gli antichi, a Pietola, come pronunziò Dante, a Virgilio, come si dice ora, ed erriamo per il bosco sacro. Quante myricae sulle prime ci tardano il passo! Sono basse le più, terra terra, povere pianticelle, che niuno pianta; che nulla danno; che si chiamavano un tempo infelici e ora meschine; che si nominavano per dire ciò ch’era più opposto al melo dai tanti pomi e al balsamo dalle lagrime d’ambra. Ma Virgilio le amava …     

E la nostra pianta si lascerà prendere dalla disperazione se qualcuno mollemente adagiato sotto la sua ombra le leggerà i versi di Montale (Fine dell’infanzia, vv. 10-17) che ben si adattano allo scempio del nostro paesaggio già da tempo in atto (la Palude del capitano rischia di essere come la proverbiale rondine che non fa primavera …)?

Nella conca ospitale

della spiaggia

non erano che poche case

di annosi mattoni, scarlatte,

e scarse capellature

di tamerici pallide

più d’ora in ora; stente creature

perdute in un orrore di visioni.

Mi piace concludere con un Capitano diverso da quello della palude citata all’inizio, cioè con la voce di Capitano Black, alias Giuseppe De Dominicis, il più grande poeta dialettale salentino di tutti i tempi (forse in qualche caso non è azzardato ipotecare il futuro …). Antonio Garrisi nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990 al lemma tàmaru (per il cui etimo propone un abborracciato, per quanto dico in nota 4, dal lat. tamnus incr. con arabo tamar) cita, purtroppo senza riferimenti bibliografici, questo verso del Capitano: de luntanu lu tàmaru russìsçia (da lontano la tamerice rosseggia). Una ricerca condotta espressamente per me sull’opera omnia  dall’amico Pier Paolo Tarsi, cultore e fine interprete del Capitano20, mi consente ora di trascrivere tutta la poesia con l’aggiunta, che mi sono permesso, della mia traduzione in italiano e di qualche nota21. Ora, grazie a Giuseppe ed a Pier Paolo  il nostro tàmaru è, forse, un po’ meno infelice …

 

 

 

_______________

1 Tamarix è, come vedremo più avanti, il nome latino dell’essenza; gallica è in riferimento alla zona in cui chi la classificò (L.=Linneo) ne rilevò una diffusa presenza.

2 Forma aggettivale da tamarix.

3 Tamerice è da un precedente obsoleto tamarice a sua volta dal latino tamarice(m), accusativo del citato tamarix; tamerisco è da tamarisco e questo dal latino tardo tamariscu(m) nato probabilmente da incrocio tra tamarice(m) e lentiscu(m); cipressina nasce dalla somiglianza col cipresso e  scopa marina dalla provenienza e dall’utilizzo (vedi il pliniano scopis tantum nascens di nota 14 . Per quanto riguarda l’etimo più profondo di tamarice/tamerice/tamarisco/tamerisco vedi la nota successiva.

4 Proprio il dialettale tàmaru/tàmmaru potrebbe corrispondere alla radice primitiva. Ma procedo con ordine partendo dal Rohlfs che mette in campo un prelatino *tàmaru con lo stesso significato. L’indicazione, piuttosto vaga, mostra il convincimento che la voce sia antichissima senza nulla dirci della sua origine (mediterranea o no?). Io non mi sentirei di escludere il Tamaris (oggi Tambre), fiume che scorre in Galizia in Spagna, citato da Pomponio Mela (I secolo d. C.) in Corographia, III, 11, corrispondente al greco Тάμαρα (leggi Tàmara) citato da Tolomeo (II secolo d. C.), Geographia, II, 6, 2.

E sempre in Spagna, in Cantabria, regione confinante con la Galizia, ci riporta un passo di Plinio, Naturalis historia, XXXI, 8: Et in Cantabria fontes tamarici in auguriis habentur. Tres sunt octonis pedibus distantes, in unum alveum coeunt vasto amne. Singuli siccantur duodenis diebus, aliquando vicenis, citra suspicionem ullam aquae, cum sit vicinus illis fons sine intermissione largus. Dirum est non profluere eos aspicere volentibus, sicut proxime Larcio Licinio legato pro praetore post septem dies accidit (In Cantabria  le fonti tamarici sono tenute in grande considerazione per i presagi. Sono tre distanti otto piedi l’una dall’altra e in un unico alveo convergono in un ampio fiume. Seccano ad una ad una per dodici giorni, talora per venti, senza che si veda una goccia d’acqua, nonostante ci sia vicino ad esse una sorgente abbondante senza interruzioni. Cosa nefasta è per coloro che volendole guardare vedono che non scorrono come accadde recentemente dopo sette giorni a Larzio Licinio delegato per pretore).

In un passo precedente della stessa opera (XIII, 34): Myricen et Italia, quam tamaricen vocat (Pure l’Italia ha la mirice che chiama tamerice). Myricen è accusativo di myrice che, a sua volta, è trascrizione del greco μυρίκη (leggi miurìke). Accanto alla forma alla greca myrice il latino ha anche myrica. Tamaricen è un accusativo alla greca che suppone un nominativo tamarice da ταμαρίκη (leggi tamarike) che, però non è attestato da nessun autore greco. Per come Plinio si esprime sembrerebbe che tamarice sia un adattamento italico di myrice ma la presunta aggiunta in testa di ta- è di problematica spiegazione. Non si crea problemi, invece, Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo) che in Etymologiae, XVII, 7, 49 così afferma: Myrice, quam Latini tamaricum vocant, ex amaritudine nominata; gustus enim eius nimis amarus est. Haec arbor in solitudine et saxosa humo nascitur; ex qua etiam arbore maleficis artibus μίσηθρα, id est odia, concitari dicuntur (Mirice, che i latini chiamano tamarico, che trae il nome dall’amarezza; infatti il suo gusto è eccessivamente amaro. Questo albero nasce nel deserto e nella terra sassosa; si dice che anche da quest’albero con malefiche arti si suscitano sortilegi che generano ostilità, cioè odi ).

Faccio notare che la parte finale relativa al maleficio Isidoro la prende tal quale da Girolamo, per cui vedi la nota 18; ma il primo a parlare delle proprietà magiche, anzi farmaceutiche, della tamerice, come componente di un antidoto contro il morso dei serpenti, nonché come elemento sacrale legato ad Apollo, era stato Nicandro di Colofone (II secolo a. C.), Θηριακά, vv. 610-614: Λάζεο δ’ἀνθεμόεσσαν ἄφαρ τανύφυλλον ἐρείκην,/ἥν τε μελισσαῖος περιβόσκεται οὐλαμὸς ἕρπων·/καὶ μυρίκης λάζοιο νέον πανακαρπέα θάμνον,/μάντιν ἐνὶ ζωοῖσι γεράσμιον· ᾗ ἐν Ἀπόλλων/μαντοσύνας Κοροπαῖος ἐθήκατο καὶ θέμιν ἀνδρῶν (Prendi un’erica frondosa appena fiorita che uno sciame di api sugge muovendosi lentamente; e prendi un ramoscello del tutto sterile di tamerice, venerando divinatore tra i viventi;  davanti ad essa Apollo di Corope rendeva le divinazioni e le leggi degli uomini).  

Come se la situazione non fosse di per sé complicata si aggiunge anche la voce italiana tàmaro o tamàro (in toscano pure tamarro, da non confondere con l’altro tamarro, sinonimo di cafone, voce napoletana, probabilmente dall’arabo tammar=venditore di datteri, a sua volta da tamrah=palma) che gli etimologisti considerano affine al latino tamnus (una specie di vitigno selvatico, in italiano detto anche vite nera) con un’estensione incerta. Tuttavia, siccome le due essenze, come attesta la foto sottostante, non mostrano nulla in comune, direi che casualmente tàmaru appare come forma dialettale di tàmaro.

Ricordo che in spagnolo tàmara è un omofono, per cui abbiamo un tàmara1 con i significati di palma delle Canarie, terreno piantato a palme, grappolo di datteri (dal già citato arabo tamrah) e un tàmara2 con i significati di ramo, fascio di legna di poco spessore, che nel dizionario della Real Accademia Española è fatto derivare da un latino *termen/terminis per il classico termes/termitis. Detto che dall’accusativo di termes (tèrmitem) deriva il salentino tèrmite (specie di olivo selvatico) non si riesce a comprendere come da *termen (essendo neutro l’accusativo coincide con il nominativo) possa essere derivato, con mutazioni fonetiche tanto imponenti quanto quelle genetiche provocate dall’esplosione di una centrale nucleare, tàmara2.     E si riaffaccia l’ombra, prima ricordata, del fiume Tambre …

Infine, a proposito del greco μυρίκη (leggi miurike), io non escludere un rapporto con i verbi  μυρόω (leggi miuròo)=profumare e μυρίζω (leggi miurizo)=ungere o frizionare con profumo o unguento, che sono da μύρον (leggi miùron)=unguento, olio odoroso, e neppure con μυρω (leggi miùro)=stillare. E la resina della tamerice la conosce bene chi ha lasciato la macchina parcheggiata alla sua ombra …, vera e propria manna, ma per i carrozzieri …

5 Iliade, VI, 35-44: Ἄδρηστον δ᾽ ἄρ᾽ ἔπειτα βοὴν ἀγαθὸς Μενέλαος/ζωὸν ἕλ᾽· ἵππω γάρ οἱ ἀτυζομένω πεδίοιο/ὄζωι ἔνι βλαφθέντε μυρικίνωι ἀγκύλον ἅρμα/ἄξαντ᾽ ἐν πρώτωι ῥυμῶι αὐτὼ μὲν ἐβήτην/πρὸς πόλιν, ἧι περ οἱ ἄλλοι ἀτυζόμενοι φοβέοντο,/αὐτὸς δ᾽ ἐκ δίφροιο παρὰ τροχὸν ἐξεκυλίσθη/πρηνὴς ἐν κονίηισιν ἐπὶ στόμα …

6 X, 466-469:  Ὣς ἄρ᾽ ἐφώνησεν, καὶ ἀπὸ ἕθεν ὑψόσ᾽ ἀείρας/θῆκεν ἀνὰ μυρίκην· δέελον δ᾽ ἐπὶ σῆμά τ᾽ ἔθηκε/συμμάρψας δόνακας μυρίκης τ᾽ ἐριθηλέας ὄζους,/μὴ λάθοι αὖτις ἰόντε θοὴν διὰ νύκτα μέλαιναν.

7 XXI, 17-21: Αὺτὰρ ὁ διογενὴς δόρυ μὲν λίπεν αὐτοῦ ἐπ᾽ ὄχθηι/κεκλιμένον μυρίκηισιν, ὁ δ᾽ ἔσθορε δαίμονι ἶσος/φάσγανον οἶον ἔχων, κακὰ δὲ φρεσὶ μήδετο ἔργα,/τύπτε δ᾽ ἐπιστροφάδην· τῶν δὲ στόνος ὄρνυτ᾽ ἀεικὴς/ἄορι θεινομένων, ἐρυθαίνετο δ᾽ αἵματι ὕδωρ.

8 XXI, 348-352: Ὣς ἐξηράνθη πεδίον πᾶν, κὰδ δ᾽ ἄρα νεκροὺς/κῆεν· ὁ δ᾽ ἐς ποταμὸν τρέψε φλόγα παμφανόωσαν./Καίοντο πτελέαι τε καὶ ἰτέαι ἠδὲ μυρῖκαι,/καίετο δὲ λωτός τε ἰδὲ θρύον ἠδὲ κύπειρον,/τὰ περὶ καλὰ ῥέεθρα ἅλις ποταμοῖο πεφύκει …

9 Idilli, V, 100-101: Σίττ᾽ ἀπὸ τᾶς κοτίνω ταὶ μηκάδες: ὧδε νέμεσθε,/ὡς τὸ κάταντες τοῦτο γεώλοφον αἵ τε μυρῖκαι …

10 Bucoliche, IV, 2: Non omnis arbusta iuvant humilesque myricae …

11 VI, 10-11: te nostrae, Vare, myricae,/te nemus omne canet …

12 VIII, 54: … pinguia corticibus sudent electra myricae …

 13 X, 13: Illum etiam lauri, etiam flevere myricae …

14 Naturalis historia, XI, 56: Fructum arborum solae nullum ferunt, hoc est ne semen quidem, tamarix, scopis tantum nascens, populus, alnus, ulmus atinia, alaternus, cui folia inter ilicem et olivam. Infelices autem existimantur damnataeque religione, quae neque seruntur umquam neque fructum ferunt.

15 XXIV, 38: Myricen ericam vocat lenaeus, similem scopis amerinis; sanari dicit ea carcinomata in vino decocta tritaque cum melle inlita. Eandem esse arbitrantur quidam tamaricem et ad lienem praecipuam, si sucus eius expressus in vino bibatur, adeoque mirabilem eius antipathian contra solum hoc viscerum faciunt, ut adfirment, si ex ea alveis factis bibant sues, sine liene inveniri. Et ideo homini quoque splenico cibum potumque dant in vasis ex ea factis. gravis autem auctor in medicina virgam ex ea defractam, ut neque terram neque ferrum attingeret, sedare ventris dolores adseveravit inpositam ita, ut tunica cinctuque corpori adprimeretur. Volgus infelicem arborem eam appellat, ut diximus, quoniam nihil ferat nec seratur umquam.

16 Pharsalia, IX, 916-917: Hic ebulum stridet, peregrinaque galbana sudant,/et tamarix non laeta comis …

17 pars I, libro V, cap. XVII, versione 1, pag. 216: Derelictae civitates Aroer gregibus erunt. Aroer, myrice interpretatur, quae proprie arbor, in solitudine et salsa humo nascitur, et per hoc vastitas demonstratur. Requiescent ibi, subauditur greges, et non erit qui exterreat. Tanta enim erit solitudo, ut nec insidiator timendus sit.

18 pars II, libro VII, cap. XVII, versione 1, pag. 80: Derelictae quoque civitates Aroer, id est, myrice, Ecclesiasticis gregibus erunt, ut quas Judaei deseruerunt, nos incolamus: sive destructa idololatria exstruetur Evangelium … Aroer, id est, myrice, nascuntur in desertis locis, juxta illud quod scriptum est in maledictione ejus hominis qui confidit in homine, et a Domino recedit cor ejus. Erit, inquit, quasi myrice in deserto, et non videbit bonum cum venerit; sed habitabit in siccitate, in deserto, in terra salsuginis et inhabitabili (Jerem. XVII, 6). Alii vero dicunt ex hac arbore maleficis artibus μίσηθρα, id est odia concitari.

19 pars III, libro X, cap. XXXI, versione 1, pag. 8: Unde et in Jeremia scriptum est: Maledictus homo qui spem habet in homine, et firmavit carnem brachii sui, et a Domino recessit cor ejus. Et erit quasi myrice in deserto, quae non videbit cum venerint bona (Jerem. XVII, 5, 6).

20 Vedi Il lieto fine invisibile del Capitan Black: una rilettura del pensiero politico ed etico nei Canti de l’autra vita di Giuseppe De Dominicis in Il delfino e la mezzaluna, anno I, N. 1, luglio 2012, pagg. 92-106.

21 È la prima parte di un trittico che reca il titolo Mienzu lla macchia (In mezzo alla macchia) e fa parte della raccolta Figurine e ritratti, in Vita e opere di Giuseppe De Domicis (Capitano Black), ristampa della edizione di Lecce, 1926, Congedo, Galatina, 1976, v. II, pag. 242. Mi spiace relegare in nota (mi auguro che essa non sfugga al lettore attento) quanto sto per dire. Pier Paolo si è sobbarcato all’immane fatica di controllare per me migliaia di versi: mi chiedo se non sia giunto il momento di approntare un’edizione digitale  in formato testo di tutta l’opera del De Dominicis corredata di un organico commento, anche estetico (il che non esclude, anzi suppone, quello strettamente filologico) ben più puntuale di quello che l’ha finora accompagnata.

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