“Uccise i meridionali”

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di Gianni Ferraris

 

“Uccise i meridionali”. Venezia toglie il nome alla piazza intitolata al Generale Cialdini.

Parte da Venezia, e precisamente dalla municipalità di Mestre, l’opera di revisionismo storico tanto agognata nel Sud Italia. Strano a dirsi, più facile a farsi. Il consiglio comunale del capoluogo veneto ha approvato a fine dicembre una mozione per eliminare il nome del generale Cialdini dallo stradario cittadino.

Per chi non lo sapesse, Enrico Cialdini fu elemento di spicco dell’esercito piemontese ai tempi del re Vittorio Emanuele II di Savoia ed uno dei protagonisti delle stragi nel Mezzogiorno durante l’opera di unificazione del Paese nel 1861. Proprio in quell’anno (precisamente nel mese di agosto) Cialdini venne inviato a Napoli con poteri eccezionali per affrontare l’emergenza del brigantaggio (fu nominato pochi giorni prima Luogotenente del re nell’ex Regno delle Due Sicilie). Il generale comandò una dura repressione con arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro centri abitati come l’eccidio di Casalduni e Pontelandolfo.

Una carneficina passata per tanti, forse troppi anni, come atti eroici per la liberazione della Penisola ed inserita come tale nei libri di storia. Oggi invece, l’incrocio tra via Colombo, viale San Marco e via San Pio X in Mestre cambierà nome perché un omicida non merita una piazza intitolata in suo onore.

La delibera approvata il 17 dicembre 2013 dai rappresentanti cittadini ha ottenuto 25 voti favorevoli ed un solo astenuto che, guarda caso, è esponente della Lega Nord.

“Ne avevamo parlato in giunta alcuni mesi fa su segnalazione dell’assessore Tiziana Agostini – ha spiegato il vicesindaco Sandro Simionato – lei ha sollevato il problema invitando a ragionare su altri nomi da dare al piazzale che sta per ospitare l’interscambio del tram”. Una scelta che farà sicuramente piacere a tanti gruppi e associazioni di stampo meridionalista da anni in lotta per far conoscere la verità su quanto accadde in quel periodo. Un tempo tinto di rosso sangue, quello dei figli del Sud Italia massacrati dalla ferocia di personaggi oscuri come il generale Cialdini.

fonte : retenews24

21 Commenti a “Uccise i meridionali”

  1. Molto spesso si pensa che, rimuovere il nome di un personaggio da una strada, da un istituto o da altro, possa costituire un atto di “giustizia storica”. A mio modesto e personale parere ritengo non sia così: il rischio è solo quello di gettare la personalità in oggetto nel dimenticatoio, nascondendo tutto ciò che ha fatto (nel bene e nel male ovviamente). Senza contare che la diffusione di comportamenti simili porterebbe ad una ridefinizione della toponomastica di moltissimi paesi, a seconda della sensibilità storica e politica delle amministrazioni di turno. Giusto per andare sul pratico e per restare nell’ambito salentino, pensate ad un paese come Neviano con le sue strade intitolate a Rodolfo Graziani, al 23 marzo o al generale Bellomo: sulla base di tale “revisionismo toponomastico” dovrebbe subire una ridenominazione radicale, vista la chiara matrice fascista dei nomi di alcune vie. Invece non si fa nulla e forse è meglio così: meglio infatti cancellare tali nomi o lasciarli affissi agli angoli delle strade suscitando (si spera) la curiosità di qualche passante su figure controverse quali Graziani e Bellomo, generali di uno stesso regime, accusati entrambi di crimini di guerra, ma pur così diversi?

  2. Condivido in toto le osservazioni fatte dal sig. Alessio e mi permetto di aggiungere che la pratica della damnatio memoriae (magari al colpo di spugna si sovrappone a breve termine altra sporcizia …) è colpa antica e che finchè, per esempio, son rimasti frammenti di qualche epigrafe, è stato possibile ipotizzare la damnatio stessa, quando l’epigrafe è andata completamente distrutta ogni ricostruzione del passato (motivo di orgoglio o di vergogna che esso fosse) è diventata impossibile. E poi, anziché pensare al passato, perché non si pensa al presente, obbligando, per esempio, tanti personaggi, politici e non, a restituire i titoli di commendatore, cavaliere, etc. etc. loro attribuiti, forse troppo disinvoltamente (e sul carattere disinteressato di questa disinvoltura non mi soffermo …), prima che fossero inquisiti e condannati? Sia ben chiaro: per me i titoli di qualsiasi tipo valgono meno di un rotolo di carta igienica, ma nell’immaginario di tanti continuano ad avere, purtroppo, molta importanza; però questa sensibilità toponomastica manifestata da tanti amministratori pubblici mi pare fuori luogo quando dovrebbero riservare tutte le loro energie ad affrontare e risolvere problemi di importanza vitale. E, detto da uno, salentino, che del generale Cialdini ha un’opinione irriferibile, è tutto …

  3. Invece per me è buona prassi. Nominare una strada dovrebbe essere per opere meritorie. Per capirci preferisco vedere una “Via vittime dei lager” piuttosto che una “Via Hitler”. Se pensiamo di cancellare la storia togliendo un nome da una via mi sa che siamo su una china un pò strana. Divulgare storia e cultura è altra cosa da sperare che qualcuno passi in via “Pinco Pallino” e si chieda che erano i due. Qui va a finire che dedicheremo asili nido a Erode. Quello dei miei figli era dedicato a Sabin, decisamente lo preferisco.

  4. Condivido solo una parte di quanto scrivono sopra Alessio e Armando, nello specifico condivido la parte relativa alla non sufficienza del gesto di rimozione di una targa per un atto di revisione storica. Sul resto invece non concordo affatto. Intanto, togliere certi nomi dai muri cittadini non equivale, se andiamo al fondo, ad una damnatio memoriae, ossia a un atto di cancellazione della memoria. Nel caso che discutiamo l’eliminazione di una targa è una conseguenza di un processo di revisione mnemonica, ossia di una riformulazione (già avvenuta) del significato di una porzione di memoria storica relativa al personaggio menzionato nella targa. Rimuoverla sta a significare la negatività valoriale riconosciuta di un modello incarnato dallo stesso personaggio, al punto da non potergli più attribuire un riconoscimento spettante solo a modelli reputabili positivi. Questa non è una sottrazione di memoria, è anzi una riaffermazione di valori storicamente costruiti ed ereditati che si esplicita con gesti concreti materialmente blandi ma significativamente importanti. Il senso di un’azione come quella di intestare una via ad un personaggio storico non ha a che fare primariamente con la conservazione della memoria del personaggio stesso, ma con la conservazione dei valori che quello ha incarnato storicamente, è anzitutto un riconoscimento al valore e un’indicazione di modelli per il futuro ai passanti. Del resto, sarebbe molto più semplice ragionare su un controesempio: come reagireste se incontraste una via dedicata ad Hitler? Non si può certo negare che sia una figura storica rilevantissima, e che serva come monito mnemonico massimo per indicare errori da non commettere. Eppure, non ne sareste sdegnati? E perché? Semplice, perché prima che alla memoria dei fatti e dei relativi disvalori la targa indica e allude alla memoria di valori da salvaguardare. Nessuna intestazione pertanto è consona a modelli che incarnano disvalori. Le targhe non hanno la funzione dei libri di storia, rientrano in un altro dominio di azioni umane, legato alla storia, ma non riducibile puramente alla storia: l’affermazione dei valori che ci orientino e ci indichino le vie tangibili come quelle invisibili, così per ogni viandante.
    Pier Paolo Tarsi

    • Cari Gianni e Pier Paolo,
      ritengo che l’esempio di Hitler (o Stalin) sia poco efficace perché si tratta di figure estreme, la cui condanna prima che storica è morale ed universalmente condivisa (salvo naturalmente piccolissime eccezioni). Ma come reagiremmo se venissero meno le vie intitolate a Bixio (ha contribuito ad unificare il paese ma è legato ai fatti di Bronte), Giolitti (ha contribuito alla modernizzazione dell’Italia ma ne ha appoggiato ed accresciuto il malcostume politico), Pio XII (il suo atteggiamento di fronte al nazismo è oggetto di decennali dibattiti), Togliatti (guida di un partito che tanto ha dato per i diritti del proletariato, ma spesso fedele alla linea Staliniana), etc? Ho fatto volutamente degli esempi casuali, ma potrei elencare centinaia e centinaia di altri nomi. Non credo che la “revisione mnemonica” di cui parla Pier Paolo possa essere una giustificazione valida o un criterio oggettivo d’azione, a meno che non si abbia una visione indiscutibilmente ottimista del processo di (per citare, seppur non alla lettera, Pier Paolo) “riformulazione del significato della memoria storica”. Il rischio (non di poco conto) è quello di ritenere sempre “giusta” l’opinione del momento, la filosofia più recente, la corrente storica vincente, etc.

  5. Da quello che ho letto e se non ho capito male quest’uomo era un ufficiale incaricato di unire l’Italia e di eliminare magari il fenomeno del brigantaggio. Si parla di guerra e quindi cosa avrebbe dovuto fare questo “generale” contro il nemico? La guerra è orribile perchè con la soppressione della vita, s’impone il più forte. Di cosa ci meravigliamo oggi? Per di più se non ho capito male, combatteva anche il brigantaggio.

  6. Gentile Alessio, partendo dalle sue ultime parole, ossia quelle relative al “rischio (non di poco conto) […] di ritenere sempre “giusta” l’opinione del momento, la filosofia più recente, la corrente storica vincente”, le faccio notare in primo luogo che il discorso e le obiezioni che abbiamo posto non erano relative alle opinioni o alle correnti storiche, ma ai valori di una società entro la quale si identificano dei modelli di tali valori. Ciò vuol dire che la questione va inquadrata in modo diverso rispetto alla relatività delle opinioni, dei giudizi e delle acquisizioni delle analisi e delle interpretazioni storiche. In altri termini, la questione non è primariamente di tipo gnoseologico ed epistemologico ma etico. L’insieme dei valori fondamentali di una certa comunità in una data epoca, anche se non a-storicamente assoluti, è ciò che unicamente restituisce l’ambito del giusto e del non giusto per essa (giusto o ingiusto, badi, e non del vero e del falso!), dei modelli da seguire (e da indicare come esemplari, anche con simbolici riconoscimenti come le targhe) sia dei modelli da condannare: sono infatti i valori i cardini delle cornici di senso in cui una comunità, piccola o grande quanto il mondo tutto, si identifica. Proprio perché in certe azioni simboliche ad essere chiamati in causa sono i valori, non dobbiamo stupirci delle vie dedicate a criminali fascisti o comunisti o a figure ambigue di ogni genere, perché queste dediche risalgono a precisi momenti storici vissuti da comunità in cui prevalenti erano altri valori, nei quali noi stessi non ci riconosciamo. C’è sempre un soggetto (un singolo o una moltitudine) che decide a chi tributare una piazza o una qualunque via, e non può che farlo sulla base dei propri valori! In un’Italia fascista, è ovvio tempestare le vie coi nomi di celebri fascisti, ossia figure che incarnano precisamente i valori dell’epoca! Non sottovaluti poi il ruolo del potere, rispetto alle scelte da farsi: dedicare ad esempio una via a un dittatore o ai suoi fedeli vuol dire imporne un riconoscimento valoriale.
    Ovviamente, nella realtà quotidiana, le cose sono sempre più ricche e sfumate dei nostri modelli concettuali ed esplicativi. Ad esempio, data la prassi consolidata di intestare vie agli imperatori romani, non è improbabile (né sdegna) che ciò avvenga anche oggi, ma solo per questioni legate alle consuetudini, al perpetuarsi di un’abitudine come quella di dedicare vie ai nomi che la storia ci consegna, senza alcun autentico investimento valoriale. Lo stesso potrebbe dirsi con questo o quel papa o con uno statista che nel bene e nel male (ma non un male paragonabile a un olocausto) ha segnato un’epoca come Giolitti: in tali casi i nomi non evocano che la loro celebrità, senza rimandi di significati particolari. Ora, tornando al discorso iniziale, dal momento che lei come me vive nell’Italia fondata esplicitamente sui valori democratici, pacifisti e antifascisti, credo debba riconoscere questa cornice di valori se vuole rintracciare modelli positivi, e non dubito che sia così. Sulla base di questi valori, coloro che si sono macchiati di azioni per noi inammissibili (per noi, e non per l’uomo in assoluto, in ogni epoca e contesto), non meritano alcun riconoscimento. Ora, lei potrebbe obiettare che quelle azioni potrebbero non essersi verificate, ma questa è un’altra questione, di tipo storico-conoscitivo, ed è su quel piano che andrebbe discussa, non su quello dei valori e dei riconoscimenti simbolici. In tal caso le chiederei semplicemente di ricorrere agli strumenti storiografici per provare le fonti delle sue perplessità sul caso specifico di cui discutiamo, perché il dire che la conoscenza storica non è mai assoluta non è una prova né un argomento a favore di nessuna delle due ipotesi. Mentre io posso dire che quel generale non merita una targa perché non è un buon modello alla luce dei nostri valori e alla luce di quanto storicamente sappiamo sulle sue vicende, lei potrebbe solo obiettare che potremmo in futuro – e pur sempre temporaneamente – scoprire che avevamo torto su quelle vicende, ma, ahinoi, se sul passato sappiamo poco e in modo incerto sul futuro entrambi non sappiamo assolutamente nulla! I generali – e rispondo così ad Enzo al quale ho chiesto troppa pazienza se è giunto fin qua, cosa di cui mi scuso – fanno ovviamente la guerra, ma anche durante la guerra, come nel resto dei nostri giorni, si può essere criminali o eroi, anche la guerra, vale a dire, non trascende una certa cornice di valori e quando li trasgredisce lascia non a caso la parola alla giustizia dei tribunali o ai giudizi degli uomini. Concludo: i tributi offerti alla memoria di personalità eticamente discutibili andrebbero rimossi da ogni dove; solo nei libri di storia è sacrosanto salvaguardarne la memoria.
    Pier Paolo Tarsi

  7. Sottoscrivo tutto quello che dice Pierpaolo (accidenti, essere d’accordo con lui non mi piace molto, preferisco sane discussioni in cui siamo in disaccordo su tutto, intanto siamo amici e la risolviamo con una birra). Giusto per dire a Enzo, la guerra è sempre e comunque una porcata da evitare, non esistono guerre giuste in assoluto. Che poi alcune si rendano necessarie come la lotta di liberazione è altro discorso, anche se Gandhi e il pacifismo asseriscono cose diverse. Il problema è che anche in guerra deve esistere un’etica, Quando i nazisti dicevano “uno contro dieci, per un morto nostro ammazziamo 10 civili” la guerra si trasforma in atto criminale (non a caso sono previsti “crimini di guerra”, non già il reato di guerra (anche se lo metterei nei codici internazionali). Ragionando in termini di “guerra è guerra” finiamo di giustificare i missili intelligenti che fann osaltare una scuola materna o gli eccidi e le pulizie etniche. Ciandini era un militare solo in secondo luogo, in primis è stato un criminale di guerra.

  8. Caro Pier Paolo,
    innanzitutto permettimi di darti del “tu” (siamo quasi coetanei e ci conosciamo, anche se indirettamente, da un po’). Il tuo ragionamento è rigoroso e consequenziale, ma proprio perché non condivido alcune premesse non posso che non approvare il resto. Potremmo discutere a lungo sull’etica, sulle sue categorie, sul relativismo, etc., ma probabilmente non giungeremmo a nulla finendo per affrontare questioni più grandi di noi (e che comunque animano il dibattito filosofico da millenni). Le nostre divergenze inoltre stanno, a mio modo di vedere, a monte: non è l’«etica» in sé a dividerci, ma il voler attribuire un significato “etico” alla ridenominazione di una strada o un istituto. È questo a separare il mio punto di vista dal tuo e da quello di Gianni Ferraris, accomunandomi ad Armando Polito. Attribuire un valore esclusivamente etico a tali gesti rischia infatti di annullare totalmente il loro valore “gnoseologico”, contribuendo di conseguenza a quel processo di “damnatio memoriae” di cui parlava Armando Polito. Perché allora annullare una chiave di lettura a favore dell’altra? Se la nuova piazza venisse rinominata “Piazza … ex Gen.Cialdini” le due esigenze (etica e conoscitiva) sarebbero garantite. Non credi?

    • Caro Alessio, passo volentieri al tu (non sapevo quale Alessio fossi, mi scuso). Ovviamente, se non concordi sulle premesse, ossia che dietro un atto di denominazione sia in gioco un riconoscimento ad un valore positivo evocato dal nome, chiaramente vedrai tutta la questione in modo diverso. Tuttavia non colgo così una sensata motivazione (al di là del bisogno di orientamento) nel denominare una via (prassi peraltro non universale, pensa alle strade delle grandi città statunitensi ad esempio, identificate con numeri). Mi pare che persino quando possiamo chiaramente rilevare l’aspetto conoscitivo e informativo, come quando leggiamo via dei fabbri o delle lavandaie ad esempio, vi sia al fondo un tributo alla memoria del lavoro di coloro che abitavano o frequentavano un dato luogo, più che il semplice intento di conservare un dato storico informativo sul passato del posto. Per non parlare poi di casi come via dei tigli o delle rose, dove il rimando è alla bellezza evocata da un fiore e così via. Insomma, se non è una forma di tributo il senso di tale azione, e perciò soprattutto valoriale proprio quando usiamo nomi di persone specifiche, quale è?
      Pier Paolo

  9. Solitamente, si intitolano piazze e vie a personaggi che nella loro esistenza terrena si sono distinti per le loro gesta virtuose ed eroiche, non certamente per azioni sanguinarie e delittuose, quindi, bene ha fatto l’amministrazione veneziana a cancellare dalla sua toponomastica la via intestata al Cialdini.
    Credo che tale esempio dovrebbe essere preso in considerazione anche dalla amministrazione del comune di Nardò alla quale suggerirei, non solo, di far cancellare il nome di Cialdini dalla via a lui dedicata, ma di far cambiare nome anche alla via spudoratamente dedicata a Nino Bixio, perché entrambi sono stati dei generali che hanno utilizzato la loro carica e il loro potere militare per compiere azioni scellerate e di cattivo esempio per tutti.
    Perciò, entrambi non sono meritevoli di avere nella nostra Nardò vie a loro intestate

  10. Caro Pier Paolo alla tua domanda rispondo, semplicemente, “dipende”. Proprio i tuoi esempi mi dimostrano la molteplicità di intenti che possono trovarsi alla base della denominazione di un luogo: l’intitolazione di una strada potrebbe derivare da una semplice esigenza organizzativa (le strade americane appunto),dal desiderio di dare un riconoscimento ad una qualche personalità (come spesso sottolinei tu), dal particolare tipo di attività che si svolge in quella via (senza però voler per forza dare un qualche riconoscimento alla professione in oggetto). Ad esempio ad Aradeo esiste una via Fornolaro che sfocia in piazza Camine: chiedendo in passato lumi ad Armando Polito su tali denominazioni, il professore ha ipotizzato che potessero derivare dalla presenza in zona di forni o fucine (da cui fornolaro) che producevano ceneri (in dialetto caminea): ritengo che in questo caso quindi la denominazione dei luoghi sia “un dato informativo”, derivante direttamente dalle attività ivi svolte, una sorta di constatazione e non un tributo. Ovviamente si tratta di esempi, ma che dimostrano la molteplicità di ragioni e/o intenti che possono trovarsi alla base della denominazione di un luogo. Proprio sulla base di tale molteplicità ritengo che, qualora i valori etici attribuibili ad un personaggio cui è intitolata una via o una piazza siano in parte contrastanti con quelli affermatisi in seno ad una comunità in un certo periodo, non debba scaturirne necessariamente l’eliminazione del nome. Ovviamente, ribadisco, ciò vale per figure la cui condanna morale non è assoluta ed universalmente condivisa: non vorrei mai vedere una via intestata ad Hitler, ma non mi piacerebbe, ad esempio, vedere cancellato il nome di Bixio dalle strade cittadine. Stessa cosa per Cialdini; e non perché sia un ammiratore delle gesta di quel generale, né tantomeno perché ne condivida l’operato nel sud Italia, ma perché ritengo che sia una figura degna di essere studiata e ricordata. Forse è un difetto nella mia formazione storica che mi spinge a non giudicare con valori contemporanei i protagonisti del passato, cercando di guardare loro in maniera asettica (si vedano sull’argomento le sei lezioni sulla storia di H.Carr). Per questo ribadisco che, qualora il senso comune, l’etica o altro, spingano a cancellare il nome da una strada o luogo, è opportuno che si tenga presente il valore “storico” di quei nomi, conservandoli in qualche modo, per non assistere a quei fenomeni di “damnatio memoriae” che tante volte sono stati messi in pratica nel nostro paese (a titolo di esempio, e prometto che è l’ultimo per non annoiare troppo, vi rimando all’episodio riguardante il paese Salvia di Lucania che ha perso il proprio nome sol perché ha dato i natali a Giovanni Passannante)

  11. Concordo sul fatto che, lo avevo anche scritto in uno dei post precedenti, le motivazioni possono essere varie, non strettamente valoriali, o addirittura non legate ad alcun valore (come con gli imperatori romani), ma solo alle abitudini o a circostanze. Nel caso dei toponimi legati alla presenza di certe tipologie di lavoratori, o alla presenza di elementi importanti per la vita della comunità (come i pozzi, le ingegne e altre cose) è certamente vero che le motivazioni valoriali sono periferiche, ma va notato che non scompaiono. Ed era il senso di quell’esempio, al fondo giacciono anche quelle motivazioni. E’ la ragione per cui a certi mestieri, come quello più antico del mondo ad esempio, non sono mai state dedicate vie, eppure di vie famose per quello ce ne sono sempre state, non credi?! :)
    Certi nomi di vie o quartieri sono si legati alla memoria del luogo, ma a quella che si ritiene decorosa rievocare, e non è un caso nemmeno questo. Nel caso di usi di un nome di un personaggio però, ripeto, e la finisco anche io per non annoiare, quelle motivazioni valoriali sono pregnanti, se non le uniche. Più rileggiamo il processo di unificazione, più sarà inevitabile ridimensionare certi miti, e di altri vederne i lati oscuri, talvolta tanto oscuri da non reputarli positivi. Questo non vuol dire cancellarne la memoria, ma approfondirla, esplicitarne i contorni con maggiore complessità. Peraltro, non vi sono altri modi che questi per mantenere viva la memoria, salvaguardarla non vuol dire esporla come in un museo, ma rivisitarla continuamente. Saluti. Pier Paolo

  12. Volevo chiedere come mai a Neviano sono rimaste le vie fasciste ed in altri paesi sono state modificate?grazie

    • Non so dare una risposta alla sua domanda. In effetti è un caso particolare, non so se comune a molti altri paesi salentini…basti pensare che Sannicola, patria di Starace, con chiari elementi urbanistici fascisti, non ha alcun nome di strada riconducibile al ventennio

  13. E si vede che questo 2014 è proprio l’anno del revisionismo borbonico. Si sono aperti processi pubblici dappertutto, nei bar, nelle giunte, sui social network, ecc… Non so, tuttavia, come sia possibile fare revisionismo storico citando studi e saggi già straconosciuti da tutti gli storici. Sembra tutto un mondo di parvenu alla verità che nell’ora di storia al liceo evidentemente se ne andavano regolarmente al bagno a fumarsi la sigaretta. Scoprono solo nel 2014 cos’è stato il brigantaggio, l’imposizione culturale dello stato unitario, la toponomastica risorgimentale, ecc….

  14. Concordo con le parole dell’ultimo commento di Fondazione quando dice che la memoria va salvaguardata non ” contenendola” semplicemente come in un museo ma rivisitandola. Per me conta esporla nei suoi chiari e scuri…L’intitolazione di una via, la sua modificazione…Sono atti a cui si dà un significato specifico in un determinato momento storico. Percorriamo da secoli le vie urbane di cives o casali e questi luoghi sono sorti, spesso, da precise scelte storico-politico-economico. Proprio la toponomatica ci dà l’occasione di confrontarci col nostro sapere.

  15. chi giudica chi ? chi giudica un generale ottocentesco che partecipa a tutte le guerre del risorgimento e a quella di Crimea ? chi giudica un plenipotenziario che per 9 anni combatte una guerra vera e propria impegnando quasi la metà delle forze dell’esercito piemontese ? chi si permette di giudicarlo per un solo episodio della sua carriera militare peraltro scatenato dal massacro a freddo di 50 militari sardi da parte di ex soldati borbonici, preti e contadini ? chi è che organizza questi tribunali dell’ignoranza ?

  16. Per quanto suoni cinica, io parto dalla constatazione che la storia viene scritta dai vincitori. Il risorgimento fu un processo “rivoluzionario” dall’esito vittorioso per le classi e le élite che lo vollero e lo eseguirono. Pertanto ne celebrarono i loro eroi, i loro generali, i loro teorici. Se gli eventi avessero preso una piega diversa e il processo risorgimentale fosse stato sconfitto, quei generali, quei teorici avrebbero subito il citato processo di “damnatio memoriae” e i loro nomi non sarebbero finiti sulla targa di una strada o di una piazza. Il “processo rivoluzionario” che cercò di affermarsi negli anni 70 del Novecento fallì miseramente, e nessuno si è mai sognato di celebrare i protagonisti di allora, e anzi nei libri di storia non si parla quasi mai di tentativo rivoluzionario ma di fenomeno terroristico. Fortunatamente il “discorso” che si fa sulla storia non è mai assoluto e definitivo, ed è per questo che oggi non parliamo più della “scoperta dell’America”, ma della “conquista dell’America”. Ma detto questo, io penso che la toponomastica cittadina fa parte della stratificazione storica; è un “fatto storico” anche esso, da studiare come tale. Sacrosanto è il dovere di cercare con obiettività e lealtà intellettuale di formulare sempre nuovi “discorsi” sugli eventi storici, ma sottoporre un “fatto storico”, e quindi anche la toponomastica, al tribunale della storia, in nome di sempre ambigui da definire giudizi di valore o intenti etici, mi sembra davvero non possa portare a esiti di un qualche significato. Anzi, potrebbe addirittura rivelarsi pericoloso. Faccio un esempio. Già da tempo si cerca di rivisitare il fenomeno della resistenza partigiana, andando col bilancino a contare il numero e le modalità delle rappresaglie che si susseguivano all’epoca negli opposti schieramenti. E allora? Diamo ragione aquelli che in nome di questo vogliono mutare la toponomastica o le celebrazioni dedicate alla Resistenza? Sono consapevole del rischio portato dal relativismo, ma ancor di più di quello portato da qualsiasi Tribunale etico della storia.
    Io abito in un quartiere nuovo. Forse l’amministrazione locale di allora, in nome di un atteggiamento politically correct, per non imbattersi in critiche o semplicemente per evitare di prendere qualsiasi posizione, ha dato alle strade il nome di costellazioni. In molti quartieri di recente costruzione io vedo strade intitolate a nomi di fiori, o di alberi, cioè a oggetti storicamente neutri. Ecco, io avrei preferito abitare in una strada intitolata a un personaggio storico controverso, piuttosto che in una strada che non mi rimanda a nulla, che non “prende posizione” sulla storia. Quando i ragazzi del mio quartiere studieranno la loro città, di quale stimolo conoscitivo potranno avvalersi? Forse solo del qualunquismo e dell’indifferenza che caratterizza i nostri tempi e che hanno portato a intitolare le strade e le piazze al nulla, giusto per evitare qualsiasi “discorso”.

  17. Cancellare il nome di quell’infame di Cialdini , non solo è cosa giusta, ma imprescindibile nel recupero storico della verità.
    Come per certo sono d’accordo sulla revisione toponomastica di tanti altri nomi della stessa risma.
    Certo poi dovrà seguire anche un revisionismo storico sui libri di scuola, e il racconto veritiero di quella che realmente è stata la tanto decantata “unità d’Italia”. Ovvero un misero sotterfugio per impossessarsi delle casse borboniche così floride( circa 135 mld di € al valore attuale) , perpetrato dalle truppe “di liberazione”, allo scopo di pagare i debiti di guerra, e “spezzare” le reni alla concorrenza dell’economia del sud Italia.
    In un certo senso sono state le stesse motivazioni che hanno scatenato la guerra di Secessione Americana, una mera guerra di economia che, di motivazioni morali e sociali aveva solo il paravento.
    Cialdini è stato un criminale di guerra, al soldo di uno stato criminale e dittatoriale.
    I massacri delle genti del sud , verranno ricordati da chi, come me, studia storia sul campo e non sui libercoli di regime, non c’è il rischio di perderne certo la memoria ,
    Troppi lutti e troppe nefandezze ha provocato quel passaggio storico,nel nostro paese.
    Cambiare quella targa è solo l’inizio della revisione storico sociale di quello che fu il massacro sociale, umano e economico, delle genti del sud da parte di criminali provenienti da ogni parte d’europa

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