Il delfino “stizzoso” dell’antico stemma di Terra d’Otranto

di Armando Polito

Comincio della stizza che traspare dalla relazione (è la n. XVII) che Sigismondo Castromediano presentò al Consiglio provinciale nel 1871: Se nella Relazione ultima fu rettificato lo stemma di detta Città, ora è opportuno occuparci di quello ancor più importante della Provincia; ora, che l’Onorevole Deputazione Provinciale avvertita dallo scempio che se n’è fatto, volle sapere veramente qual fosse, prima che avesse a riprodurlo nell’aula del Consiglio Provinciale, e ordinarlo per ogni dove appartiene e deve apparire. Il nostro stemma adunque è fra i più cospicui e più onorevoli di quanti se ne abbiano. Il Delfino che assume ci venne dai nostri vetustissimi padri, come si osserva nelle loro monete di taranto, Brindisi, ecc. e, dinota la via del mare da essi valicata, quando le colonie qui giunsero da prima, ed il mare stesso che a simiglianza d’isola questa nostra carissima terra circonda. Le armi degli Aragonesi ne formano il campo, che quei reali di Napoli per privilegio e gratitudine concessero ai nostri padri men lontani, i quali diedero loro aiuti, prima nel farli conseguire pacifico il dominio dell’eredità e delle ricchezze di Giovanne-Antonio del Balzo-Orsini, Principe di Taranto e Conte di Lecce, fatto morire soffocato; secondo per aver contribuito moltissimo col proprio valore e coi propri sacrifizi a che Alfonso Duca di Calabria, figlio di Ferdinando I d’Aragona discacciasse i Turchi da Otranto, i quali espugnata l’avevano nel 1480. Perc iò stesso venne ordinato pure che la mezza luna venisse morsa dal Delfino onde avvertire che qui una volta fu doma la potenza ottomana, e l’Italia salvata da un’altra barbarie. Quanta splendida e veneranda moria! E pure da men di quarant’anni a questa parte l’altrui ignoranza, o lo spirito dissennato di novità ebbe ad alterare e modificare, se non del tutto, a trasformare cotanta memoria. Del Delfino ne fecero un mostro tra il pesce e la serpe, della luna le sue zanne, ed il campo armarono di tre mazze nerborute ed a schiancio distese. L’arma stessa scolpita per quattro volte e dai suoi quattro lati, nella guglia fuori Porta di Napoli, è una scempiatezza (1). Il nostro stemma dev’essere il seguente: Delfino stizzoso di colore naturale con mezza luna in bocca e verticalmente guizzante sui pali vermigli d’Aragona, anch’essi verticali in campo d’oro. Lo scudo che ciò racchiude può essere il sannitico, ma la corona che lo sormonta dev’essere la turrita d’oro sopra cerchio d’oro, quale l’assegnò la Consulta Araldica del Regno nel suo regolamento; avvegnacchè la corona sugli stemmi, non formando parte intrinseca dei medesimi, ad altro non serve se non a indicare il titolo della persona, o dell’ente cui quelli appartengono. E se pel passato Provincie e Comuni adottarono corone reali e feudali fu per adulare i propri Re e i propri feudatari, e così loro testimoniarsi sudditi e vassalli. Ma oggi cotale abuso è bandito, oggi che con la libertà della patria le leggi concessero autonomia alle Provincie e ai Comuni (2).

(1) Questa guglia innalzata a memoria di Ferdinando I di Borbone rimpetto ad un arco di trionfo dedicato a Carlo V serve ad indicare il principio delle tre vie principali, che vanno a Brindisi, Taranto, a Gallipoli, e la sua composizione venne ideata da Luigi Coppola. Dotto costui nelle antichità della Provincia alla maniera del secolo passato, ma più che dotto strano, servendosi di alcuni motti latini e della mitologia creò in quel monumento uno dei più intricati geroglifici, che anche leggendo la memorietta spiegativa da lui stesso stampata al proposito, nemmeno s’intende. Altre sue indecifrabili stramberie si scorgono nei brevi e pochi opuscoli da lui pubblicati.

(2) Ѐ buono notare, ch’io errai nella Relazione dell’anno passato quando dissi, che la corona del Comune di Lecce fosse la comitale. Allora ignorava le disposizioni del regolamento sopracitato. La corona dello stemma per Lecce è ivi medesimo indicata, quella della Città; cioè la murale con cinque torri e quattro guardiole di oro, fuori i muriccioli d’argento che le uniscono.1

In sintesi il Castromediano mostra di non gradire le metamorfosi mostruose subite dal delfino e lancia i suoi strali contro l’ideatore dell’obelisco di Porta Napoli con tanta rabbia che ne altera, non so se volutamente, pure il cognome, che è Cepolla e non Coppola. Per farla completa, poi, estende la sua stroncatura pure all’opuscoletto2 in cui il Cepolla dà ragione delle sue scelte. Io l’ho letto e debbo dire che una certa valenza esplicativa, pur nella sua stringatezza, esso è in grado di esercitare, anche se non con sufficiente profitto per un lettore comune che avrebbe bisogno di essere accompagnato passo passo con un commento aggiuntivo. Insomma, non potrebbe essere utilizzato nemmeno a stralci in un saggio-guida sul monumento, la cui lettura, assolvendo oggi esso più di prima alla funzione di rotatoria, non può essere effettuata senza seri rischi per la propria incolumità e senza l’ausilio, comunque, di un buon binocolo.

Ad ogni buon conto il Castromediano non fu l’unico a dare un giudizio negativo sul nostro.3 Quanto ai pali verticali non adottati nel monumento e da lui definiti tre mazze nerborute ed a schiancio distese (nell’uso del regionale toscano schiancio, parente dell’italiano sguincio, cui corrisponde il salentino sguinciu, trovo un’ulteriore nota spregiativa) credo che sia stata una scelta consapevole e dettata dall’esigenza di dare un continuum alla rappresentazione, cosa impossibile se i pali fossero stati verticali e, per giunta, inglobati nello scudo.

foto dell'autore
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Condivido, invece, integralmente l’opinione del Castromediano sull’inopportunità di far assumere al delfino sembianze più o meno mostruose (chi, pur non essendo un mostro, addenta un braccio dell’avversario non ha certamente un’espressione pacifica …). Credo, tuttavia, che abbia giocato un ruolo determinante una lunga tradizione iconografica relativa ai mostri marini, adottata subito, come vedremo, nelle rappresentazioni dello stemma, non senza qualche sorpresa, a meno che io non abbia bisogno urgente di nuovi occhiali …

Ѐ tempo di passare ora al delfino e alla sua stizza reale o presunta. La prima descrizione araldica che io conosco dello stemma, concordemente ripresa in seguito non senza una fedeltà che per me è plagio, è quella di Scipione Mazzella in Descrittione del Regno di Napoli, Cappello, Napoli, 1601, dove a pag. 188 si legge: Fa per insegna questa Regione quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un Delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine della quale arme fu posta in uso l’anno 1481, al tempo che Alfonso d’Aragona Duca di Calavria figliuolo di Ferdinando I Re di Napoli discacciò i Turchi dalla città d’Otranto, e dagli altri luoghi; onde volendo gli huomini di questa Provintia mostrare il grandissimo servitio, che ‘l suo Re fatto haveva loro in liberarli dalle mani dell’empio tiranno Maumet II Re de Turchi, per questo fecero la già dett’insegna, mostrando per li quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferd. D’Aragona. Il Delfino non fu cosa inventata, già che anticamente, per quanto le medaglie chiariscono, il Delfino con Nettuno erano proprie insegne del paese de’ Salentini. Ma v’aggiunsero solamente la meza Luna in bocca del Delfino. Volendo dinotare, che la nuova Signoria, che ‘l tiranno Maumet s’haveva ingegnato d’occupare di sì bella Regione, gli fu per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e virtù de’ proprii habitanti, tolta.  

Il testo appena riportato è preceduto a pag. 81 dall’immagine di seguito riprodotta.

Siccome prima ho parlato di una fedeltà di alcuni autori che per me è plagio lascio alle considerazioni del lettore quanto scrive Enrico Bacco in Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, Gio. Giacomo Carlino e Costantino Vitale, Napoli, 1609, pagg. 61-62: Fa per arme quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un Delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine di questa insegna fu nell’anno 1481, al tempo, che Alfonso d’Aragona Duca di Calabria, figliuolo di Ferdinando primo Re di Napoli discacciò i Turchi della città d’Otranto, e da gli altri luoghi convicini; onde volendo gli huomini di questa Provincia mostrare il gran beneficio, che il suo Re fatto loro havea in liberargli dell’empio Tiranno Maumetto secondo Re de Turchi, alzarono la già detta Insegna, mostrando per li quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferdinando d’Aragona. Il Delfino non fu cosa novamente inventata, già che anticamente, per quanto si scorge nelle medaglie, il Delfino con Nettunno erano proprio insegne del paese de’ Salentini, ma vi aggiunsero solamente la mezza Luna in bocca del Delfino, volendo dinotare, che la nova Signoria, che ‘l Tiranno Maumetto s’havea ingegnato di occupare di sì bella regione, gli fu per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e virtù de i proprii habitanti tolta.

Il testo appena riportato è preceduto a pag. 60 dalla tavola di seguito riprodotta.

 

Ingrandisco ora la parte dello scudo per far notare  come ad una descrizione accurata dello stemma non corrisponda un disegno altrettanto agevolmente leggibile, tant’è che distinguere chiaramente la mezzaluna è impresa improba e non manca anche l’ambiguità (assente nella precedente rappresentazione) delle due protuberanze sulla testa del delfino, la prima evocante una corona, la seconda la parte terminale di una tromba (e il pensiero va al potere e alla guerra). Il corpo del delfino, poi, appare ricoperto di squame (dettaglio mostruoso sì, ma questa volta il pensiero va alla corazza, dunque una seconda volta, alla guerra).

Premesso che il lavoro del Bacco ebbe moltissime edizioni, mi soffermerò su quella corretta ed accresciuta da Cesare De Engenio, uscita per la prima volta a Napoli per i tipi di Scoriggio nel 1620. A pag. 129 c’è la tavola che riproduco di seguito e al suo fianco replico quella del 1609 per un più agevole confronto.

I cambiamenti hanno coinvolto solo le figure di contorno; lo scudo è rimasto immutato. Tuttavia questo rispetto del disegno originario nel dettaglio non viene mantenuto quasi un secolo dopo, quando il testo di questa edizione viene inserito nel nono tomo del Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae uscito a Lione per i tipi di Vander Aa nel 1723, a cura di Giovanni Giorgio Grevio e Pietro Burmanno. A pag. 17 di quest’ultima edizione c’è la tavola che riproduco di seguito.

Ingrandisco lo stemma che ci interessa e replico quello del 1609 (ripreso, come abbiamo visto, tal quale nel 1629.

 

Qui non solo della mezzaluna non c’è nemmeno l’ombra ma la testa del delfino è diventata quella di una donna. Una personificazione della (madre) Terra d’Otranto frutto della fantasia del disegnatore?

Col tempo non ci furono solo cambiamenti di natura iconografica ma anche descrittiva.

Il delfino è definito stizzoso dal Mazzella e dal Bacco ma in Placido Troyli, Istoria generale del Reame di Napoli, s. n., Napoli, 1747, a pag. 460 si legge: Fa per sua Impresa quattro Pali rossi in un Campo d’Oro, con al disopra un Delfino squamato, colla mezza Luna in bocca. Sono i Pali le Armi Gentilizie di Aragona, il Delfino l’antica Insegna de Salentini, e la mezza Luna quella della Porta Ottomana, mercè il valore di Alfonso d’Aragona Duca di Calabria, e Figlio di Fernando Re di Napoli, secondo Arrigo Bavo (a) nella sua Brieve descrizione della Provincia d’Otranto.  

Il delfino da stizzoso è diventato squamato e Arrigo Bacco è diventato Arrigo Bavo.

Trascrivo ora la nota (a) e verrà fuori un’altra sorpresa: Arrigo Bavo in descript. Reg. Neapol.: “Insigne eius sunt Trabae quatuor rubrae in Campo aureo per longitudinem extensae. Super illas cernitur Delphinus squamatus, qui Lunam dimidiatam ore tenet. Origo huius Insignis referenda venit ad Annum 1481, quo tempore Alphonsus Aragonensis, Dux Calabriae, Ferdinandi I Regis Neapolis Filius, ab Urbe Otranto repulit Turcas, ut et ab aliis in vicinia Locis. Cives itaque, et Incolae, in testimonium accepti tanti a Rege suo beneficii, qui eos ab impia Mahometi II Turcarum Imperatoris tyrannide liberavit, hoc sibi Insigne assumpserunt. Quatuor nam illae Trabes rubrae in aureo Campo, Insigne exprimunt Regis Ferdinandi Aragonensis. Delphinus res nova haud est. Iam olim enim, prout ex vetustis discimus Numismatibus, Delphinus enim cum Neptuno Insigne fuit Salentinorum. Verum accessit illi modo Luna dimidiata, quam ore tenet: qua innuitur Imperium Turcarum, quod hic stabilire Tyrannus Mahometes voluit, fortiter et feliciter ab Alphonso et Incolis a tam populata Regione propulsum”.  

Questo testo in latino, attribuito dal Troyli al Bavo (leggi Bacco; l’errore può essere stato di lettura, propiziato dalla scarsa nitidezza dei caratteri o, più probabilmente, dovuto a svista nella loro composizione), corrisponde esattamente, tradotto, al testo italiano del Bacco riportato all’inizio, che per me, come ho detto, è parafrasi, se non plagio, dal Mazzella.

Riassumendo: il delfino è stizzoso nel testo italiano del Mazzella (e poi del Bacco), sarebbe squamatus in quello latino dello stesso Bacco; ho usato il condizionale perché non sono riuscito a trovarne l’edizione latina per così dire “nativa”, ammesso che essa sia mai esistita. Suppongo perciò che il Troyli abbia attribuito al Bavo (Bacco) quella che in realtà è la traduzione latina fedele del testo originale in italiano del Bacco fatta qualche anno prima da Sigeberto Avercampo e pubblicata nel nono tomo del Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae,  Lione, Vander, 1723, come chiaramente si legge (Ex Italicis Latina fecit, Praefationem atque Indicem adiecit SIGEBERTUS HAVERCAMPUS) nel frontespizio della sezione relativa, che riproduco di seguito.

Credo, così, di aver individuato il responsabile del delphinus squamatus, che probabilmente sarà stato indotto a tanto proprio dalle rappresentazioni iconografiche che abbiamo visto.

Il fascino dell’horror, però, era destinato a continuare ad esercitare la sua azione perché la locuzione è una costante di tante pubblicazioni successive. Ne cito, tra le tante, due: Giuseppe Maria Alfano, Istorica descrizione del Regno di Napoli diviso in dodici provincie, Manfredi, Napoli, 1798, pag. 118: Per sua impresa fa quattro Pali rossi in campo d’oro con un Delfino squamato di sopra colla mezza luna in bocca; Martino Marinosci, Flora salentina, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1870, pag. 7: … ha per sua impresa quattro pali rossi in campo d’Oro con un delfino squamato avente in bocca una mezzaluna ….   

La storia iconografica dello stemma registra anche un cambio di orientamento del delfino, come si può osservare nella tavola di seguito riprodotta tratta da Giovan Battista Pacichelli, Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino, Napoli, 1703, v. II, pag. 150.

 

Mi rimarrebbe un dubbio sulla paternità di stizzoso. In Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto del filosofo e medico Girolamo Marciano di Leverano. Aggiunte del filosofo e medico Domenico Tommaso Albanese di Oria, prima edizione del manoscritto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855, pagg. 126-127 si legge: Fa oggi per arme ed insegne la Provincia di Otranto quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine di questa impresa fu nell’anno 1481 nel tempo che Alfonso d’Aragona Duce di Calabria, figliuolo di Ferdinando I Re di Napoli, discacciò il Turco dalla città di Otranto, e dalla Provincia. Onde volendo gli uomini del paese dimostrare il gran beneficio ricevuto dal loro Re, per averli liberati dalle mani dell’empio tiranno Maometto II Re de’ Turchi, alzarono le già dette insegne, dimostrando per i quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferdinando d’Aragona, e vi aggiunsero il delfino, antica insegna del Paese, con la mezza Luna in bocca, volendo intendere che la nuova signoria, che il tiranno Maometto si aveva occupata di sì bella Regione, fu a lui per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e per la virtù de’ propri paesani tolta, e discacciatine via i Turchi.

Scipione Mazzella visse dalla metà del XVI secolo fino ai primi anni del successivo, Girolamo Marciano dal 1571 al 1628, Domenico Tommaso Albanese dal 1638 al 1685. L’unica cosa certa è che non è possibile distinguere nella pubblicazione appena indicata se il pezzo citato sia da ascrivere al testo originale del Marciano o alle aggiunte dell’Albanese ma, siccome esso appare come una parafrasi di quello del Bacco (da sempre è più facile allungare che sintetizzare …), a sua volta parafrasi di quello del Mazzella, ritengo, non fosse altro che per motivi cronologici, quest’ultimo il padre di stizzoso.

Concludo dicendo che la sfuriata del Castromediano fu accolta perché direi che il delfino dell’attuale stemma della provincia di Lecce (prima immagine in basso) ha perso molto della sua squamosità, pur conservando l’atteggiamento stizzoso. Ed è anche, sia pur dall’alto in basso (era il contrario nell’iconografia precedente), verticalmente guizzante, così come appare, sia pure orizzontalmente invertito, a partire dal 1498 nella marca tipografica di Aldo Manuzio (seconda immagine in basso), alla quale il Castromediano non poteva non riferirsi, quasi un ritorno alle origini polemicamente ricordate con Il Delfino che assume ci venne dai nostri vetustissimi padri, come si osserva nelle loro monete di Taranto, Brindisi, ecc. (terza e quarta immagine in basso).

Resterà così?

 

immagini tratte rispettivamente da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/cc/Provincia_di_Lecce-Stemma.png e http://edit16.iccu.sbn.it/web_iccu/imain.htm
immagini tratte rispettivamente da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/cc/Provincia_di_Lecce-Stemma.png e http://edit16.iccu.sbn.it/web_iccu/imain.htm
moneta di Taranto ( IV secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jpg
moneta di Taranto ( IV secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jp
moneta di Brindisi (III secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/brundisium/AEUncia.jpg
moneta di Brindisi (III secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/brundisium/AEUncia.jpg

 

Sull’argomento vedi pure:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/11/il-delfino-e-la-mezzaluna-prima-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/12/il-delfino-e-la-mezzaluna-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/14/il-delfino-e-la-mezzaluna-terza-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/18/il-delfino-e-la-mezzaluna-quarta-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/27/il-delfino-e-la-mezzaluna-quinta-ed-ultima-parte/

 

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1 Relazione della commissione conservatrice dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto per l’anno 1871 al Consiglio provinciale relatore duca Sigismondo Castromediano, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1872, pagg. 22-23.

2 Illustrazioni degli emblemi mito-istorici seguiti d’alcuni motti indicanti le prime tre epoche degli antichi popoli salentini figurati nella nuova aguglia eretta fuori della Porta di Napoli in Lecce del Sig. L. Cepolla, autore della formazione iconografica, ed epigrafica di tutta la storia Antiquario Numismatica della Provincia Salentina, Tipografia di Agianese, Lecce, 1827.

3 Il Mommsen in Annali dell’istituto di corrispondenza archeologica, 1848, volume 20, pagg. 80-81 proposito di alcune presunte iscrizioni messapiche mostrategli dal Cepolla così scrive: Fra le carte di Luigi Cepolla di Lecce, chè molto si diletta di studiare e tradurre le iscrizioni messapiche, rinvenni la seguente….non debbo tacere che di altre due iscrizioni che il Cepolla mi diede…l’una si trovò essere una nota iscrizione osca capovolta, l’altra…contiene un alfabeto greco antico. Tanto questo però che l’iscrizione capovolta furono credute cose messapiche, e come tali tradotte e spiegate. Di una terza iscrizione…lascio volentieri il giudizio ai lettori se sia vera o falsa, messapica o cristiana, e  conclude impietosamente: Che disgrazia di dover attingere notizie importanti da così torbidI fonti!.

L. G. De Simone in Di un ipogeo messapico scoperto il 30 agosto 1872 nelle rovine di Rusce e delle origini de’ popoli della Terra d’Otranto, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1872, pag. 25 lo definisce un dotto ma strambo archeologo leccese.

Dello stesso parere Luigi Maggiulli e ancora Sigismondo Castromediano che in Iscrizioni messapiche, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1871, pag. 3 così lo giudicano:  Tuttoché dotto fu strambissimo interpetre delle antichità, i documenti della quale storpiava a piacere, per poscia interpetrarli a piacere.

 

 

 

 

 

 

 

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