La “seta” (il melograno/la melagrana) 5/5

di Armando Polito

Quest’ultima puntata, anzi l’intero lavoro, inizialmente diviso in sei parti, lo dedico al comune amico Nino Pensabene, che recentemente ci ha lasciato e per il quale proprio io, abituato a giocare con le parole come l’acrobata col filo, non sono stato capace di usarne neppure una per associarmi all’unanime e sincera commozione che tanti amici lettori hanno manifestato e che anch’io non potevo non provare.

Siccome ora protagoniste saranno le immagini, è necessario fare riferimento  ad alcuni miti attraverso  le testimonianze degli autori che ce li hanno tramandati e che non ho inserito,  per motivi pratici e per evitare ripetizioni, tra le testimonianze letterarie.

Nell’Inno a Demetra, che fa parte degli degli Inni Omerici (VII°-VI° secolo a. C.), si racconta di Κόρη (leggi Core; come nome comune significa fanciulla), figlia di Demetra, rapita da suo zio Ade e trascinata negli Inferi perché diventi la sua compagna. Demetra, dopo lunghe peripezie, ottiene, per così dire, la raccomandazione di Zeus che invia il suo messaggero Ermes da Ade per intimargli di liberare Persefone. Ma il re degli Inferi, prima di rilasciarla, le fa mangiare un chicco di melagrana. Con questo gesto Ade vincerà la causa poi intentatagli da Demetra poiché Zeus considererà quel chicco di melagrana, in quanto offerto, come prova di cura maritale e, in quanto mangiato, come prova di consenso.

Pseudo Apollodoro (I secolo a. C.), Bibliotheca, I, 25: “Questi (Orione) sposò Side [nell’originale Σίδην (leggi Siden), accusativo di Σίδη (leggi Side)] che gettò nell’Ade poiché aveva osato gareggiare in bellezza con Era”.

Diodoro Siculo (I secolo a. C.), Bibliotheca historica, V, 62, 1: C’è a Castabo del Chersoneso un sacro tempio di una semidea della cui sfortuna non è degno tacere. Su di lei sono tramandati molti e differenti racconti. Ricordo quello dominante e condiviso dagli abitanti della regione. Dicono che da Stafilo e Crisotemide nacquero tre figlie di nome Molpadia, Roiò [nel testo originale Ῥοιώ (leggi Roiò)] e Parteno,  che Apollo congiuntosi con lei la rese incinta e che per questo il padre, adirato come se ci fosse stato uno stupro da parte di un uomo, gettò in mare la figlia dopo averla chiusa in un baule. Essendo stata trasportata la cassa a Delo essa partorì un figlio che chiamò Anio. Roiò sorprendentemente salva pose il bambino sull’altare di Apolli e chiese al dio di salvarlo se era suo figlio. Dicono che Apollo allora occultò il bambino e dopo essersi preso cura della sua crescita e avergli insegnato l’arte della divinazione lo elevò a certi grandi onori.

Clemente Alessandrino (II-III secolo d. C.), Protrepticus: “Come per esempio anche le donne che celebrano le Tesmoforie si guardano bene dal mangiare i chicchi della melagrana [nell’originale ῥοιᾶς (leggi roiàs), genitivo singolare di ῥοιά (leggi roià)] caduti per terra, perché credono che i melograni (nell’originale ῥοιάς, accusativo plurale di ῥοιά) siano nati dalle gocce del sangue di Dioniso.”.

Queste leggende, riportate peraltro con varianti, sono considerate dagli studiosi collegate fra loro e riconducibili ad una fase della storia dell’umanità in cui ancora non si praticava l’agricoltura; dunque antichissime. Qui mi preme, però, sottolineare i risvolti religiosi (che, mai abbandonati, verranno fatti propri dal Cristianesimo: basti pensare al modello iconografico della Madonna della melagrana1 in cui il frutto come simbolo della fertilità e della Passione celebra la sua consacrazione artistica dopo quella teologica) perché essi trovano conferma nei dati archeologici.

 

L’oggetto, rinvenuto ad Egina, datato dal 1850 al 1550 a. C. e custodito nel British Museum, di Londra, è la raffigurazione più antica della Potnia theròn2 e le placche pendenti  sono da considerarsi melagrane stilizzate, come conferma a distanza di secoli l’evoluzione del modello che sarà documentata in una delle prossime foto.

È il frammento di un bassorilievo ittita del IX secolo a. C. raffigurante la dea Kubaba [è l’antenata della greca Κυβήβη (leggi Chiubebe) o Κυβήλη  Κυβέλη  (leggi entrambi Chiubele) e della latina Cybebe o Cybele], rinvenuta a Karkhemish (Turchia) e facente parte della collezione del Museo delle civiltà anatoliche di Ankara. La dea stringe nella destra una melagrana.

Nimrud, pannello del trono di Salmanassar III (IX secolo a. C.).

Gioiello in elettro raffigurante la Pòtnia theròn, rinvenuto in una tomba a Kamiros nell’isola di Rodi, datato tra il  700 ed il 600 a. C. e conservato nel British Museum di Londra. Da notare che la dea non appare, come nel primo documento, alata, che  due leoni3 hanno preso il posto preso il posto delle anatre e dei serpenti e i ciondoli sono inequivocabilmente melagrane.

 

Bassorilievo rinvenuto a Crysapha (nei pressi di Sparta), datato al VI secolo a. C. e custodito nell’Altes Museum di Berlino; la dea regge nella sinistra una melograna e la seconda figurina in basso a destra regge nella mano qualcosa di molto simile ad un fiore di melograno.

 

Hera in trono con melagrana nella destra, terracotta del VII secolo a.C., Museo Archeologico nazionale di Paestum.

 

 

Kore con la melagrana nella sinistra e una corona nella destra (580-570 a. C.), Museo dell’Acropoli, Atene.

 

Ade e Persefone in trono in un pinax (tavoletta) in terracotta del V secolo a. C. rinvenuto a Locri Epizefiri e custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. La dea regge nella destra un gallo (sacro alla dea e simbolo della luce e della vita) e nella sinistra quella che sembra una zolla di terra da cui fuoriescono alcuni steli, tre dei quali con spighe; il dio regge con la destra una patera e con la sinistra steli di una pianta di problematica identificazione; tra i piedi lo scettro che nell’iconografia usuale, invece, impugna con la sinistra; in basso a sinistra di un altro gallo mi pare di vedere un cestino contenente tre melagrane.

La melagrana, invece, compare inequivocabilmente al centro della parte sinistra del pinax (stesso luogo di rinvenimento, stessa datazione, stesso luogo di custodia) che segue, raffigurante Persefone.

 

 

Melagrana votiva in terracotta da contrada S. Anastasia a Randazzo (probabilmente V secolo a. C.), Museo Paolo Vagliasindi, Randazzo.

Tomba del melograno (IV-III secolo a. C.)  ad Egnazia.

Busto di donna con melagrana, terracotta votiva rinvenuta a Capua , probabilmente del terzo secolo a. C., custodita nel Museo Campano di Capua.

Seguono alcune testimonianze pittoriche, anche se esse non hanno una valenza religiosa come quelle appena finite di esaminare, ma esclusivamente estetica.

10

 

Villa di Livia (metà del I secolo a. c.), Roma, dettaglio di un affresco raffigurante un giardino.

 

Mosaico da Pompei (II stile, 80 a. C. – fine del I secolo a. C.), Casa del Fauno (VI, 12, 2-5); nel festone sono rappresentante maschere tragiche, foglie e frutta di melagrano, melo, pero, pino, vite, papavero, quercia, edera, platano, alloro e olivo.

Affresco da Pompei (III stile, fine del I secolo a. C.- metà del I d. C.), Casa dei casti amanti (IX, 12, 6).

Coppa con melagrane (II stile, 80 a. C. – fine del I secolo a. C.), dalla Villa A di Oplonti.

Dopo la piccola pausa estetica delle raffigurazioni pittoriche siamo in dirittura d’arrivo o, se preferite, al punto di partenza, cioè alla città di Side e, andando al titolo, alla parola dialettale  da cui eravamo partiti: seta. I rapporti tra la città di Side e la melagrana sono stati ampiamente dimostrati, in modo, credo, determinante nella seconda parte, quella dedicata alle testimonianze numismatiche.

Non a caso questa è la presentazione riservata al visitatore:

 

In Europa l’unica forma, per così dire, di istituzionalizzazione della melagrana che io conosca è lo stemma della città di Granada, che riporto di seguito.

 

Rimane da dire che il dialettale seta è il diretto discendente di quel σίδα (leggi sida), variante beotica dell’attico σίδα (leggi sida) incontrato nella terza puntata. Chi, perciò, ha la tentazione di mettere in campo la seta, cioè il prodotto del baco, ci rinunci, anche se la pellicola che avvolge i vari settori in cui sono contenuti i chicchi con la sua consistenza e lucidità seriche avrebbero potuto all’inizio esercitare la loro suggestione.

Sempre nella prima puntata mi ero riservato di dimostrare che tutto il mondo è paese. Lo faccio con la foto che segue, relativa ad una spiaggia di Side, con molta amarezza perché, parafrasando e adattando Dante, aver compagno al mal colpa non scema, a meno che i mattoni forati che si notano in basso a destra non siano antichi e la mia ignoranza abissale.

Giusto per distrarci un po’, inserisco quello che di solito per altre specie vegetali ho fatto all’inizio, cioè la scheda del melograno, chiedendo scusa se la struttura stessa della scheda e l’esigenza della sua completezza mi obbligano a ripetere qualcosa già detta (sarà una scusa per dissimulare un incipiente o, peggio ancora, avanzato  rincoglionimemto?):

nome scientifico: Punica granatum L.

nome della famiglia: Punicaceae

nome italiano: melograno (per l’albero); melagrana (per il frutto).

nome dialettale neretino: seta (per l’albero e per il frutto4).

 

Etimologie: Il nome scientifico costituisce un obbrobrio grammaticale perché unisce un aggettivo femminile (Punica=cartaginese, fenicia; dall’odierna Tunisia fu importato a Roma) con uno neutro (granatum=che ha i grani). Per me non c’è altra spiegazione se non il fatto che in latino la melagrana è malum granatum (mela che ha i grani) in Columella, oppure Punicum malum (melo fenicio) o semplicemente Punicum in Plinio oppure solo granatum ancora in Columella e in Plinio, mentre il melograno è Punica arbos (albero fenicio) in Columella,; insomma, per non scontentare nessuno dei due autori citati, Punica granatum nasce dal Punica arbos di Columella (con sottinteso arbos) e dal granatum di Columella e Plinio, quando, per non fare torto pure alla grammatica, sarebbe bastato Punica granata. Punicaceae è forma aggettivale da Punica. Melograno è tratto da melogranato con influsso di grano. Il nome dialettale neretino seta, usato anche in alcune altre zone del Leccese, del Tarantino e del Brindisino, deriva, come ho già detto, dal greco sida (forma beotica per l’attica side; proprio la variante sida è usata a Gallipoli, oltre che a Tricase).

Non rimane che celebrare la ricorrenza di oggi con il proverbio Ti santu Frangiscu la seta allu canìsciu5.  Auguri a tutti i Francesco!

Mi piace intanto immaginarmi Nino che dietro la sua barba francescana abbozza un sorriso. Che sia di gradimento o di ironico compatimento poco m’importa: per me sarebbe già tanto aver goduto, ancora una volta, della sua attenzione. 

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/18/la-seta-il-melogranola-melagrana-16/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/20/la-seta-il-melogranola-melagrana-26/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/23/la-seta-il-melogranola-melagrana-36/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/29/la-seta-il-melogranola-melagrana-46/

______________

1 Tralasciando esempi famosissimi (su tutti Botticelli e Leonardo), riporto di seguito due testimonianze salentine, rispettivamente Madonna con Bambino, Cripta di S. Mauro Abate di Oria e Madonna della Salute, Cattedrale di Nardò.

 

 

2 È la trascrizione del greco Πότνια θηρῶν (leggi Pòtnia theròn)=Signora degli animali.

3 Non si può escludere che si tratti di un dettaglio mediato dall’iconografia di Cibele in cui i due leoni simboleggiano Melanione ed Atalanta trasformati da Zeus in questi due animali e condannati a trascinare il carro della dea per aver profanato un suo tempio.

4 Così è di regola, a parte pignu (pino)/pigna (pigna) e, credo, pochi altri.

5 (Nel giorno) di san Francesco (4 ottobre) la melagrana nel canestro. Il proverbio è comune a tutta l’area salentina, anche se canìsciu è, non a caso, una variante che nel vocabolario del Rohlfs è citata, tanto per il Brindisino che per il Leccese, da fonti scritte (per il Leccese anche canìscia). Probabilmente si tratta di un adattamento ad esigenze di rima non completamente assolte dal momento che il risultato finale è un’assonanza, proprio come è avvenuto nel nostro proverbio. Il citato vocabolario registra per Vernole canìstru, mentre, stranamente, vi è assente la variante  neretina canèscia.

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