A noi salentini piace esagerare, pure con le torri costiere …

di Armando Polito

Il titolo non si riferisce al numero notevole di queste antiche strutture difensive esistenti sul nostro territorio. Il termine esistenti, ad onor del vero, è improprio o, quanto meno, l’avrei dovuto accompagnare all’avverbio ancora, poiché di alcune di loro resta solo un ammasso di pietre, altre sono state salvate prendendole per il collo1, il destino di altre è in bilico (in senso metaforico, ma, cosa più grave, anche in quello letterale)  per la consueta storia della penuria di risorse, che, però, come ipotizzerò in seguito, costituisce in realtà  un alibi per mascherare un nobile intento …

L’esagerazione di cui mi accingo a parlare  potrebbe essere considerata  frutto di scarsa fantasia, una dote, però, che di certo non ci manca. E poi, il concetto di esagerazione esclude quello di fantasia? Come risolvere, allora, questo groviglio di apparenti contraddizioni?

Innanzitutto chiarendo che la presunta esagerazione si riferirebbe al fatto che una sola Torre Chianca non ci bastava. Infatti, ne abbiamo due.

La prima appartiene al Comune di Porto Cesareo e sorge su una piccola penisola nelle vicinanze della  località Scalo di Furno, un importante sito archeologico.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Torre_chianca_a_porto_cesareo.jpg
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Torre_chianca_a_porto_cesareo.jpg

Nel foglio 22 dell’Atlante geografico del  Regno di Napoli  di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, del quale qualche tempo fa ho avuto occasione di parlare2, il toponimo è Torre della Chianca.

La stessa parte di costa in un dettaglio tratto da Google Maps; pur essendo totalmente ignorante in materia, mi appare evidente l’erosione costiera rispetto alla carta risalente a poco più di due secoli fa.

La seconda Torre Chianca appartiene, invece, al Comune di Lecce e le immagini successive mostrano la pietosa condizione di un manufatto prossimo all’ultimo, esiziale crollo.

immagine tratta da http://www.comune.lecce.it/vivicitta/passeggiandodune/torrechianca
immagine tratta da http://www.comune.lecce.it/vivicitta/passeggiandodune/torrechianca
fotogramma tratto da http://www.lecce360.com/torre-chianca
fotogramma tratto da http://www.lecce360.com/torre-chianca

 

Ora capisco perché queste testimonianze del passato vengono abbandonate alla rovina e chiedo scusa a tutti per non averlo capito prima: esse danno il meglio di sé al tramonto, quando esse (la terra) fanno  eco, insieme con il cielo e con il mare, al sole che muore; perché, allora, privare lo spettatore dell’opportunità di meditare sul destino delle cose e suo?

Sì, però, il giorno, se non sbaglio, è fatto di ventiquattro, dico ventiquattro,  ore, che non comtemplano solo il tramonto, a parte il fatto che un normale essere umano non può trascorrerle tutte in malinconiche riflessioni . E poi, se veramente l’abbandono ha quella nobile funzione educativa, non sarebbe meglio conservare quell’eco prima che il sole al tramonto resti da solo, pur tra cielo e mare, ad ispirare quei profondi pensieri?

Continuo ad essere un cretino e in un barlume di lucidità vi spiego perché: di torri ne abbiamo tante che, scomparsa l’una, possiamo campare dei crolli ispiratori delle altre per almeno trecento anni … così, nel frattempo, potremo destinare le risorse necessarie alla loro conservazione alla realizzazione, per esempio, di grandi opere, ma anche di tante opere meno grandi, purché opere siano, magari anche inutili; lo diceva pure Keynes …

 

Nella mappa dell’atlante precedentemente citato il toponimo è Torre di S. Stefano.

Qui lo stesso tratto di costa in un’altra carta dello stesso autore3 pubblicata  nel 1789.  Coincidenza ha voluto che questa mia pappardella venisse allungata (ma noi salentini, siamo o non siamo esagerati?) a causa di quel Torre dell’Orto dir. che si legge in basso a destra e che ho evidenziato in blu. Il toponimo si ripete anche nel foglio 22 già citato  dell’Atlante che uscì successivamente, come mostra il dettaglio sottostante.

Lì per lì uno è indotto a pensare ad un errore per Torre dell’Orso (nella foto sottostante),  appartenente al Comune di Melendugno.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Torre_dell%27Orso_(LE).JPG
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Torre_dell%27Orso_(LE).JPG

Ma ci sono due elementi che escludono l’errore di grafia. Parto dal meno decisivo: dir. è abbreviazione di diruta, cioè crollata ed è impossibile che una torre già crollata alla data del 1789 si presenti come appare Torre dell’Orso oggi, cioè parzialmente crollata, a meno che non fosse stata nel frattempo ricostruita e poi fosse crollata parzialmente. Ma a far crollare ogni possibile ricamo su diruta è la posizione molto differente, come appare nell’immagine sottostante tratta da Google Maps: nelle mappe precedenti rispetto ad Otranto Torre dell’Orto (chiamata anche Torre dell’Orte) era in linea, mentre Torre dell’Orso (segnacolo A) è molto più a Nord.

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

Quando poi Torre dell’Orto sia crollata non so, ma a chi fosse interessato ad un’indagine in tal senso potrebbe tornare utile sapere che era perfettamente in piedi alla data del 1640, anno di pubblicazione a Napoli per i tipi di Beltrano della  Breve descrittione del Regno di Napoli di Ottavio Beltrano, in cui a pag. 278 nell’elenco delle sei torri nel territorio della città d’Otranto compare al primo posto Torre d’Orto, seguita da Torre pelagia4, Torre di S. Stefano, Torre S. Milano5, Torre dell’Arteglio6 in territorio di Galatea7 e Torre di Buracco8 in territorio di Marugio.

In http://it.wikipedia.org/wiki/Torre_dell%27Orte (da cui è tratta anche l’immagine che segue) leggo che nel 1826 la struttura difensiva venne incorporata nella masseria omonima di cui fungeva da magazzino. Di questa notizia non è riportata fonte alcuna, ma il fungere da magazzino mi sembra incompatibile con una torre che pochi anni prima risultava diruta, a meno che non sia stata preventivamente  ricostruita o, più probabilmente, restaurata parzialmente, come lascia ipotizzare  il suo unico, basso piano certamente inadatto ad una costruzione con finalità di avvistamento e difesa (sarebbe stata una struttura insolita, a quanto ne so unica, anche se il mancato sviluppo in altezza potrebbe essere connesso con la facilità di comunicazione, data la conformazione piatta del luogo, a nord con la Torre del Serpe a sud con la Torre Palascìa che nel 1869 cedette il post al faro dell’omonima punta.

 

Torniamo, dopo questa divagazione (ho detto che noi salentini siamo esagerati …), al nostro toponimo. Chianca, come nome comune, nel dialetto salentino è la lastra di pietra o una roccia piatta. Molto probabilmente fu proprio la conformazione del sito ad ispirare in entrambi i casi il nome della torre9. Per chi fosse interessato a sapere di più sulla voce chianca: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/13/la-chianca/

__________

1 Una storia, una volta tanto, a lieto fine in:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/02/950/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/01/signore-e-signori-ecco-a-voi-torre-squillace-finalmente-salva/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/31/il-frascone-e-dintorni-in-due-carte-piuttosto-datate/

3 http://www.mapsandimages.it/eMaps/autore.htm?idAut=470&numPage=3

4 È l’italianizzazione di Torre Palascìa, per la quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/27/antonio-maria-il-pescatore-etimologo-di-punta-palascia/

5 Deformazione di Torre S. Emiliano.

immagine tratta ed adattata da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Torre_Sant%27Emiliano_(Otranto,_LE).JPG
immagine tratta ed adattata da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Torre_Sant%27Emiliano_(Otranto,_LE).JPG

6 È l’attuale Torre dell’Alto Lido. Arteglio potrebbe essere per arteglieria, forma cinquecentesca di artiglieria.

immagine tratta ed adattata da http://www.torrimarittimedelsalento.it/50B_TorreAltoLido.jpg
immagine tratta ed adattata da http://www.torrimarittimedelsalento.it/50B_TorreAltoLido.jpg

7 Galatone.

8 Oggi Torre Borraco o Boraco (localmente Burraco), in territorio di Maruggio (Ta). Nell’etimo del toponimo potrebbe non essere estraneo borra [dal latino tardo burra(m)=lana grezza) =stoppaccio di feltro che nelle cartucce separa la polvere da sparo dai pallini e la stessa voce potrebbe essere riferita a qualche specie vegetale un tempo abbondante in loco,  utilizzata allo stesso scopo.

9 I toponimi, infatti, se non sono collegati ad onomastici (del proprietario o di qualche altra persona che con quel luogo ha avuto a che fare), per lo più contengono riferimenti ad elementi fisici (la conformazione del luogo, appunto, o la presenza notevole in loco di una specie vegetale).

 

10 Commenti a A noi salentini piace esagerare, pure con le torri costiere …

  1. Tanto peregrinare per le torri! se volete saperne di più c’e’una tesi di Laurea sulle “Torri costiere in terra D’otranto” arch.Rosagela Rizzi!p iù di un anno e mezzo di ricerche in archivi e di sopralluoghi che ha portato non solo ad una ricognizione storica del Regno di Napoli ma uno studio tipologico delle torri in merito alle tecniche costruttive e al cambio della loro forma.
    Per info rizzi.rosangela@libero.it
    Ciao Marcello!:)

  2. Gentile architetto, poiché la sua tesi, non essendo stata, a quanto mi risulta, pubblicata (il che, per come ragiono io, potrebbe essere, con i tempi che corrono, un indizio di originalità e validità …) non è consultabile, le sarei grato se mi/ci consentisse di saperne di più sulle torri in oggetto estrapolando dal suo lavoro le risultanze delle sue indagini, solo quelle connesse con le mie osservazioni, e condensandole in un messaggio, o, meglio, se crede, in un post. La ringrazio dell’attenzione e la saluto cordialmente. Armando Polito

    • Gent.mo prof. Polito, sarei felicissima di poter condividere con Lei i risultati della lunga e appassionante ricerca sulle Torri e sono certa che il caro e comune amico Marcello, che tanto ne sa :), sarà felice nel fare da tramite per la ns comunicazione.
      Se gentilmente, volesse scrivermi il suo indirizzo mail, potrei cominciare ad inviarle materiale in merito.
      Teniamoci aggiornati!
      Saluti,
      Rosangela

      • Per infelicissimi motivi che Marcello, se potrà, vorrà e riterrà opportuno, le specificherà, da una decina di giorni per me la fondazione, per quanto riguarda il mio contributo, è come se non esistesse, anche se per fame di conoscenza continuerò a seguirla da semplice, passivo lettore, insomma un lettore nello stesso tempo alla moda e ammodo …
        Mi limiterò solo, per dovere di cortesia, come faccio ora con lei, a rispondere ad eventuali commenti che riguardino qualche mio post. Ricambio i saluti. Armando

  3. Guardando la vecchia cartina del Regno di Napoli dove viene riportata Torre Lapillo o di S.Tommaso, mi è venuto un dubbio se invece non vi è scritto di San Tammaro o Tamaro.
    andando a leggere la storia di questo Santo mi sembra molto più legata agli eventi per i quali sono state costruite le torri di avvistamento e al fatto che questo Santo si sia stabilito in Campania. Successivamentecon i lavori di bonifica, hanno dato anche il nome ad un bacino artificiale di Porto Cesareo.

    • Gentile signora, troverà un ingrandimento ulteriore rispetto alla zoomata massima fruibile (purtroppo non è possibile allegare immagini alle risposte e perciò lo aggiungo per qualche giorno in coda al post), il quale non lascia ombra di dubbio: c’è scritto S. Tomaso.
      Il santo, poi, a quanto mi risulta, era Tammaro e non Tamaro. Ammesso, per assurdo, che sia esistito un s. Tamaro o che Tamaro fosse una variante di Tammarro, il fatto, poi, che il santo fosse di ambiente napoletano e l’attribuzione, non concorde, allo stesso del ruolo di protettore dei marinai, non credo che sarebbero stati rilevanti; infatti, a parte il fatto già messo in risalto che i toponimi sono di genesi locale, cioè legati alla conformazione del luogo o ad una specie vegetale entrambi designati con voci “autoctone”, quando la torre è dedicata direttamente ad un santo o il nome di questo compare in una denominazione secondaria si tratta di santi abbastanza popolari, senza prerogative protettrici specializzate in senso nautico.
      La riprova è nel fatto che il nome del bacino artificiale da lei ricordato deriva proprio da un’essenza vegetale tipica delle nostre zone sabbiose ed umide: tamarice o tamerice o tamarisco, (nel dialetto di Nardò “tàmaru”, ad Otranto “tàmmaru”), alberello al quale, per sua ispirazione della quale la ringrazio, ho intenzione di dedicare uno dei miei prossimi post.

  4. C’è più di una tesi sull’argomento. La mia, di un pò di anni fa, è storica e di restauro.
    Arch. Rosalba Ruppi

  5. Grazie per la risposta. Sono d’accordo con lei per la pianta della tamerice nelle paludi prima dei lavori di bonifica, infatti ero ritornata sul sito proprio per un appunto sull’argomento.
    Riguardo al nome del Santo l’ho trovato anche nella forma “San Tamaro”, forse più dialettale.Sono contenta comunque che sia S.Tommaso

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