Gli ambasciatori dell’amore

 

Da "Il mio Sud"
Da “Il mio Sud”

di Emilio Rubino

I menestrelli sono stati nel medioevo i primi ambasciatori d’amore, esibendosi sotto la finestra della “corteggiata” con musiche e canti melodiosi e struggenti.

Ma cosa succedeva nella nostra Nardò negli ultimi due secoli?

In tema d’amore, i “messaggeri” o gli “ambasciatori” (da non confondere con i “traminzani”, con coloro, cioè, che s’interessano di combinare fidanzamenti o matrimoni), assumono un ruolo di primaria importanza, sicché nel solco della tradizione erotico-folklorisitca della nostra gente si è venuto a creare un vero sostrato culturale sinora tramandatoci solo oralmente dai tempi antichi sino ai nostri giorni.

Gli ambasciatori dell’amore sono tanti e tanti, quanti la fantasia dei cuori innamorati ne abbia potuto immaginare attraverso i secoli passati. Gli è perché quel dolce sentimento che tutti chiamiamo “amore”, quand’è sincero, quand’è vero, vive di palpiti, di ansie e di timori, soprattutto al suo nascere. Il vero innamorato è, perciò, timido in partenza, perché non sa se il suo amore verrà corrisposto, se il suo sogno potrà divenire realtà. La persona innamorata, il cui cuore sogna, soffre, piange, trema e si strugge, si è sempre affidata ad un “messaggero” per far giungere all’essere amato i suoi richiami d’amore.

Anche in un contesto sociale poco raffinato o addirittura rozzo, come quello popolare, l’uomo che ama è riuscito sempre ad ingentilire i propri richiami e messaggi d’amore, scegliendo pensieri e sospiri teneri, languidi, sensibili. Si è servito, allora, delle immagini e delle entità più belle, come il vento, le onde del mare, il sole, le stelle, una rondine e quant’altro potesse servirgli per esternare i propri sentimenti.

Sentite che passionalità, che dolcezza e squisitezza ma anche che inventiva di pensiero sono presenti nel canto d’amore di un giovane spasimante!

Sole, quandu ti parti cu tti ndi vai,

salutame la beddhra mia addhò la truei

e ci gh’è notte e no’ la troverai,

sole, ti poggi sulla casa sua.

L’innamorato, poiché crede che la sua amata abbia bisogno d’amore e di calore, invoca il sole e lo prega di fermarsi sulla sua casa per trasmetterle, tramite i caldi raggi, i fremiti ardenti del suo cuore.

Tutto ciò a dimostrazione che, nel passato, l’amore, specialmente nell’ambiente popolare, era spesso considerato irraggiungibile, se non addirittura impossibile; proprio per questo l’innamorato, nella sua povertà materiale ma anche nella sua grandezza spirituale, pensava che, servendosi dei vari elementi della natura, potesse conquistare la sua desiderata. Ci sono canti d’amore, che pur conservando una semplicità primitiva nella loro fattura, presentano un contenuto di sublime e, forse, impareggiabile sentimentalità.

Nel lontano passato, quando ancora i mezzi di comunicazione erano molto limitati e non si poteva disporre del telefono o, meglio ancora, del cellulare, quando ancora imperversava sovrano l’analfabetismo e quindi non si potevano neanche scrivere semplici lettere d’amore, l’innamorato doveva affidarsi esclusivamente alla sua immaginazione e creatività, il più delle volte impensabili e suggestive.

Beh!… sentite con quale sentimentalità e con quanta commozione un innamorato si serve delle stelle per inviare alla sua bella amata alcune dolci parole.

Oh, steddhe, steddhe ca luciti ‘n celu,

catiti a una una e chianu chianu,

sobbra ‘lli musi ti la beddhra mia,

purtàtile li ‘asi ti la bocca mia,

tutti li ‘asi ca nu’ lli pozzu tare.

Vi era chi, seduto su uno scoglio solitario, si accontentava di lamentarsi malinconicamente in un modo molto originale.

Cu lli undi ti lu mare

‘ulia tti mandu

totte li pene ti lu core mia

cu bèsciu ci capisci ca ndi mueru

cu bèsciu ci capisci lu bene mia.

Naturalmente, sono sempre immagini care e struggenti quelle che costruisce la fantasia dell’innamorato, come quella di affidare ad una rondinella un messaggio d’amore per la sua amata. Messaggio che è scritto con una penna asportata alla stessa rondinella e conservato sotto una sua ala per non rovinarsi.

Oh, lindineddha ci spacchi lu mare

‘ieni quantu ti ticu ‘na palora,

quantu tti tiru ‘na penna ti l’ale

pi’ scrivere ‘na lettra allu mia amore.

La puerti bella bella sotta ‘ll’ale

cu no’ ssi cuasta ddhru scrittu d’amore,

e quandu ‘rrivi addhà no’ lli la tare

ci no’ tti mòscia l’arma e lu sua core.

Topu musciatu l’arma e poi lu core

questa è la lettra ci bene li ‘ole.

Tille cu ssi la ponga ‘n capitale,

cu ssi la legga quante fiate ‘ole.

Qualche altra volta la fantasia dell’innamorato raggiunge vette meno alte, anche se poi, in verità, non viene meno l’afflato poetico, come quando si affidano le speranze del cuore addirittura ad una…

Pòlice, biatu te, quantu pussieti,

quante pussibilità pussieterai,

ca sobbra la beddhra mia faci cce bbuei:

muèzzichi, suchi e nno’ tti binchi mai.

Ti preu, pi’ ll’anima ti li muerti tua,

cu mmi puerti ‘na fiata quandi vai.

Ma ti ‘na cosa sola mi tispiace:

quantu è crudele la morte ca tu faci!

E così, in una civiltà contadina, povera di mezzi e di cultura, anche una piccola pulce diventa, nell’immaginario dell’innamorato, un parassita utile, in quanto considerato un messaggero d’amore, anche se poi – e dispiace tanto – fa quasi sempre una brutta e misera fine.

Oggi, purtroppo, tutto è cambiato in peggio: quella grande sentimentalità d’un tempo ha lasciato via via il posto ad una materialità di “amorosi sensi”, che non fa più sussultare il cuore ma “infiamma” soltanto gli impulsi focosi della sessualità. Troppo poco per parlare di… amore.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

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