L’epigrafe di Corsano

Corsano 2

di Armando Polito

 

L’epigrafe era già stata pubblicata in Iscrizioni latine del Salento, a cura di Antonio Caloro, Mario Monaco, Antonio Leonio e Francesco Fersini, Congedo, Galatina, 1998, pag. 199. In questa fase iniziale si terrà conto della lettura lì proposta.

Da un punto di vista di scrittura epigrafica è da notare l’inglobamento di I in DOMINUS e DOMINO e, forse, nel VIS della prima linea, di E in AEDIFICARE, TE, AEDIFICANDI, AEDIFICANDO ed ET, di N in NEC e COHONESTANDA, la presenza di divisione di parole finali nel primo (neces-sitas), terzo (tur-ris) e sesto (do-mino) rigo E. La A assume una forma diversa da tutte le altre in AEDIFICARE della prima linea; questo dettaglio, tuttavia, è insufficiente per attribuire ad una mano diversa le parole successive alle prime tre.

 

SI V(I)S AEDIFICARE DOMUM INDUCAT TE NECES

SITAS NON VOLUPTAS ·CUPIDITAS AEDIFICANDI

AEDIFICANDO I NON TOLLITUR SED ACUITUR : TUR

RIS COMPLETA ET ARCA EVACUATA FACIUNT TARDE SAPERE ·

ORNANDA EST DIGNITAS DOMO NON EX DOMO TOTA

QUAERENDA NEC DOMO DOMINUS SED DOMUS DO

MINO COHONESTANDA · DI(ONYSI)US · B(UFF)E(LL)US ·A(NNO) · D(OMINI) · M·DCCXIV =

 

SE VUOI COSTRUIRE UNA CASA TI INDUCA LA NECESSITÀ,

NON IL PIACERE. LA SMANIA DI COSTRUIRE

IN PRIMO LUOGO NON VIENE ELIMINATA MA ACUITA COSTRUENDO:

LA TORRE COMPLETATA E LA CASSAFORTE SVUOTATA FANNO RINSAVIRE TARDI.

LA DIGNITÀ DEV’ESSERE UN ORNAMENTO PER LA CASA, NON DALLA CASA

DEV’ESSERE TUTTA CERCATA E IL PADRONE NON DEVE ESSERE ONORATO DALLA CASA

MA LA CASA DAL PADRONE. DIONIGI BUFFELLI NELL’ANNO DEL SIGNORE 1714 

 

Le prime quattro linee sono in sostanza un adattamento di alcuni brani di una lettera in passato attribuita con certezza, oggi meno, a S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), indirizzata Ad  Raymundum dominum castri Ambruosii (A Raimondo signore del castello di Ambrogio) e contenuta in una pergamena, risalente al XIV secolo, della Biblioteca Medico-Laurenziana.  Nella Patrologia del Migne (da cui si cita, sottolineandoli, i brani utilizzati) è la n. CDLVI e si trova nel tomo 182 col. 650: … Si vis aedificare, inducat te necessitas, non voluntas. Cupiditas aedificandi aedificando non tollitur, nimia et inordinata aedificandi cupiditas parit, et expectat aedificiorum venditionem. Turris completa et arca vacuata faciunt valde tarde hominem sapientem(…Se vuoi edificare, ti induca la necessità, non la volontà. La smania di edificare non si toglie edificando, l’eccessiva e disordinata voglia di edificare genera e aspetta la vendita degli edifici. La torre completa e la cassaforte svuotata rendono troppo tardi sapiente l’uomo …). Il nesso cupiditas aedificandi era stato usato da Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio (III-IV secolo), De mortibus persecutorum, VII, 8, per stigmatizzare la smania di costruire di Diocleziano:… accedebat infinita quaedam cupiditas aedificandi (… si aggiungeva una certa infinita voglia di edificare).

Da notare in questa parte rispetto all’originale:

a) la sostituzione di voluntas con voluptas, molto probabilmente non dovuta ad un errore dello scalpellino o al fatto che il committente o chi per lui gli abbia fornito un testo infedele. La differenza concettuale tra volontà e capriccio non è di poco conto ed è chiara la valenza ancor più negativa del secondo quando entrambi sono indirizzati al conseguimento di un fine propriamente non edificante, tanto che il concetto di capriccio finisce per coincidere, nelle sue manifestazioni estreme, con quello di vizio o perversione. Qui la sostituzione potrebbe essere stata operata consapevolmente o, comunque, sulla suggestione di un passo di S. Anselmo Lucense (XI secolo), Collectio canonica, XIII, 4 (nella Patrologia Latina del Migne tomo 149, col. 533 ): … hostem deprimere necessitas non voluntas debet …(… la necessità, non la volontà deve combattere il nemico …) o, più probabilmente, con un ribaltamento del significato che la contrapposizione tra voluptas e necessitas da una parte e delectatio ed obligatio dall’altra e parallelamente assume in In Joannis Evangelium tractatus CXXIV, 26, 6 di S. Agostino (nella Patrologia Latina del Migne tomo 35 col. 1608): Porro si poetae dicere licuit trahit sua quemque voluptas, non obligatio sed delectatio, quanto fortius non dicere debemus trahi hominem ad Christum, qui delectatur veritate, delectatur beatitudine, delectatur iustitia, delectatur aeterna vita, quod totum Christus est (Inoltre se al poeta fu lecito dire: “Ciascuno è trascinato dal proprio piacere”, non dall’obbligo ma dal diletto, a maggior ragione dobbiamo dire che l’uomo è attratto da Cristo che si diletta di verità, si diletta di beatitudine, si diletta di giustizia, si diletta di vita eterna, il che, tutto, è Cristo).

Va anche detto che il poeta cui allude S. Agostino è Virgilio (Ecloghe, II, 65: trahit sua quemque voluptas), per cui si assiste al fenomeno apparentemente contraddittorio della voluptas pagana recuperata in ambito cristiano con significato positivo e riciclata, infine, nella nostra iscrizione con una connotazione decisamente negativa, a tutto vantaggio della necessitas.

b) l’aggiunta di I (PRIMO o PRIMUM); questa lettera, omessa nella trascrizione e nella traduzione riportate nell’opera citata, probabilmente non è un errore dello scalpellino, indotto dall’asta iniziale della successiva N.

c) la sostituzione di vacuata con il composto evacuata che ne rafforza il concetto; tuttavia va detto che prima dell’edizione del Migne, uscita nel1844-1845 cioè più di un secolo dopo la nostra epigrafe, le due forme si alternavano (per esempio: vacuata nell’Opera omnia, Keerberg, Anversa, 1616, col.1957m e in Lorenzo Stramusoli da Ferrara, Apparato dell’eloquenza, Stamperia del Seminario, Padova, 1700, tomo II, pag. 211; evacuata in Guido Pancirolli, Rerum memorabilium libri duo, a cura di Enrico Salmuth, Forster, Amburgo, 1599, pag. 130 e Baldassarre Bonifacio, Historia ludicra, Baglioni,Venezia,1652, pag. 81).

d) la sostituzione, anzi la sintetizzazione dell’originale faciunt valde tarde hominem sapientem (in cui sapientem è complemento predicativo dell’oggetto, cioè di hominem) con faciunt tarde sapere, cioè un uso fattitivo del verbo mediato non dal latino, che suppone l’utilizzo di ut e il congiuntivo e non dell’infinito, ma dal volgare.

 

La seconda parte, invece, è tratta da Cicerone (De officiis, I, 39): … Ornanda enim est dignitas domo, non ex domo tota quaerenda, nec domo dominus, sed domino domus cohonestanda est …(… La dignità infatti dev’essere ornata dalla casa non cercata tutta dalla casa, né il padrone dev’essere onorato dalla casa ma la casa dal padrone …). Qui la citazione, a parte l’ovvia eliminazione di enim, è fedelissima all’originale.

Quanto a Dionigi Buffelli (questo lo scioglimento delle abbreviazioni operato nell’opera citata, non si dice in base a che), c’è da chiedersi se sia il figlio o un discendente del più famoso Placido (1635-1693) o se, più probabilmente, l’abbreviazione non si riferisca, più che al nome del committente, a quello dell’autore cui appartiene la prima parte del testo, cioè Bernardo di Chiaravalle; in tal caso essa andrebbe sciolta in DI(V)US  BE(RNARD)US (Il divino Bernardo)1 e la diversa grafia della U (simile a V) rispetto a quella adottata nel resto dell’iscrizione si giustificherebbe proprio con la posizione in apice di questo segmento. Ultima proposta di possibile scioglimento: DI(V)US  B(ARTHOLOM)EUS, questa volta con riferimento al dedicatario (S. Bartolo)2 della contigua cappella. Non a caso la cappella e il palazzo mostrano ancora nello zoccolo e nella cornice di coronamento, l’appartenenza ad un’unica fabbrica (vedi nella foto di testa lo zoccolo inferiore e in quella che segue la cornice di coronamento della cappella. che continua ed è ripresa nell’abitazione rispettivamente al piano terra ed al primo) e la collocazione dell’epigrafe sancirebbe il carattere privato dell’una e dell’altro.

Indipendentemente dalla soluzione del problema emerso dallo scioglimento dell’abbreviazione finale, si può concludere sinteticamente dicendo che l’iscrizione costituisce un collage di ispirazione laico-religiosa o, se si preferisce, classico-medioevale (la lettera attribuita a S. Bernardo ebbe nel medioevo enorme diffusione e fu commentata come se si trattasse di un trattato didattico e morale), già perfettamente partecipe della temperie del secolo dei lumi. Appare, perciò, generico, vago e superficiale il commento che si legge nell’opera di riferimento e che risulta così articolato: “Questa iscrizione, incisa su una tabella ansata, è lo sfogo amaro di uno che, sebbene con ritardo, ha compreso che la vanità non paga. Sul piano stilistico, essa è molto accurata, ricca di parallelismi variati da poliptoti”.

Ora, almeno, sappiamo chi sono i padri di quei parallelismi e di quei poliptoti.

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2.

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1 Divus Bernardus è locuzione molto frequente in testi del XVIII secolo; due soli esempi per tutti: Melchioris Cani opera, Tipografia del seminario, Padova, 1720, pag. 220 e Tractatus de studiis monasticis di Joanne Mabillon, Basilio, Venezia, 1770, pag. 10.

2 Anche qui due soli esempi: Divus Bartholomeus in Henri Engelgrave, Caelum Empyreum, Vedova di Giovanni Buseo, Colonia, 1670, pag. 210; Divus Bartolus in Cristiano Tommaso Jcto,  Tractatio juridica de jure statuum imperii dandae civitatis, Grunert, Magdeburgo, 1749, pag. 22.

 

 

 

 

 

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