L’umile “scèsciula” (giuggiolo/giuggiola) protagonista nella letteratura moderna e contemporanea

di Armando Polito

 

Chi avesse interesse a conoscere questa pianta sotto un taglio decisamente diverso da quello del titolo può andare al link http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/17/qualche-altra-cosetta-sulla-scesciula-giuggiola/.

Qui, invece, mi limiterò a riportare in ordine cronologico le più significative testimonianze letterarie, non senza anticipare che, a parziale compensazione della considerazione, tutto sommato scarsa, attribuita a questa pianta, mi aspettavo che almeno qualcuno avesse celebrato ciò che ad un attento osservatore non può sfuggire: il verde delle sue foglie, non tanto per l’intensità, quanto per la brillantezza: sembrano lucidate con la cera e non si sporcano minimamente nemmeno quando qualche pioggia riduce le nostre macchine come se fossero reduci da qualche safari. Nel corso della mia ricerca, dopo la delusione delle prime testimonianze, Grazia Deledda, come vedremo più avanti, ha reso il giusto onore a questo dettaglio, nonché al frutto. Le foto relative, una volta tanto, sono tutte mie.

 

Antonio Bonciani (XV secolo), Rime, II:

Ciriegi buondì, amareni e marchiani,

acquaiuol, duracini belli e freschi,

e  giuggioli  e pistacchi e melagrani

Bernardo Giambullari (XV secolo), Una curiosità canviviale:

e  giuggiole  che son tutte rossigne.

Domenico di Giovanni detto il Burchiello (XV secolo), Rime, CCXC:

Prugne, avellane, e le  giuggiole  ancora:

Luigi Alamanni (XVI secolo), Della coltivazione, Libro I: Lavori di Primavera:

E lo spinoso e vil, dal vulgo offeso

giuggiol  negletto, che salubre forse

più che grato sapor nel frutto porta;

….

Dopo le precedenti, sbrigative ed incolori (a parte rossigne …) citazioni precedenti, qui in tre versi il poeta riesce a condensare la contrapposizione tra la scarsa considerazione riservata a questa pianta (negletto) e il suo sapore, non tanto per la sua gradevolezza quanto per le proprietà salutari.

Iacopo Sannazzaro (XVI secolo), Arcadia, IX, 19-21:

….

Cantiamo a prova, e lascia a parte il ridere;

pon quella lira tua fatta di giuggiola ;

Montan potrà nostre question decidere.

….

Qui giuggiola è assunta come metafora di canto sdolcinato; non escluderei, comunque, pensando al maschile, al legno certamente inadatto a realizzare una cetra, per cui l’invito a smettere il canto sarebbe legato non solo alla stucchevolezza della musica che l’accompagna ma anche alla qualità costruttiva dello strumento in sé.

A questo punto debbo ricordare Guglielmo detto il Giuggiola, un poeta del XVI secolo del quale abbiamo parecchie poesie, in nessuna delle quali, però, compare né l’albero né il frutto; non è da escludere che il probabile fastidio derivantegli dal soprannome (dovuto ad una poesia considerata di poco spessore o troppo sdolcinata?) lo abbia spinto a guardarsi bene dal ricordare, nel bene o nel male, la giuggiola o il giuggiolo in qualche suo componimento. Colgo l’occasione per ricordare che giuggiolone è l’appellativo riservato ad una persona stupidotta e bonacciona e, meno comunemente, giuggiolino è il bambino simpatico e grassottello (il riferimento credo sia alla forma tondeggiante del frutto, più tozzo di un’oliva).

Lascio respirare un po’ i poeti per dire che nel Rinascimento gli eruditi raccolsero in appositi repertori, per lo più corredati di immagini, tutti gli elementi che in passato avevano avuto un valore simbolico. Tra questi repertori quello di Cesare Ripa, anche se non fu il primo ad essere realizzato, ebbe particolare successo con un numero incredibile di edizioni protrattesi anche per decine di anni  dopo la morte dell’autore. Nella prima edizione autorizzata di Iconologia, overo descrittione dell’immagini universali cavate dall’antichità et da altri luoghi uscita per i tipi degli Eredi di Giovanni Gigliotti a Roma nel 1593, a pag. 267 c’è la scheda relativa alla Tardità: Donna, vestita di Berettino; haverà la Faccia, & la Fronte grande, starà a cavallo sopra una gran Testudine, la quale regga ancor con la briglia, & sarà coronata di Giugiolo, albero tardissimo à dar il Frutto.

Ritorno ai poeti:

Traiano Boccalini (XVII secolo), Ragguagli di Parnaso, LXXVI: … Talete milesio ricordò che alcuni ghiottoni, che vendevano i lupini e le  giuggiole, usavano certi scudellini tanto piccioli, che era uno scandalo gravissimo il non provedervi …

Ippolito Nievo (XIX secolo), Confessioni di un italiano, II: … Giuggiole! non ci voleva altro!  ; XXI: … Giuggiole! Credo che ci sian corsi sopra vent’anni!

Qui la voce, partendo dal significato traslato di cosa di poco valore, sciocchezza è diventata un’interiezione.

È tempo di concederci una pausa di … saggezza rifacendoci ai proverbi:

Giuseppe Giusti (XIX secolo), Dizionario dei proverbi italiani (l’opera uscì postuma a cura di Gino Capponi a Firenze nel 1853, per i tipi di Le Monnier), pag. 191: Quando il giuggiolo si veste, e tu ti spoglia; quando si spoglia, e tu ti vesti. Tra le tante vittime dei cambiamenti climatici in atto ci sono anche i proverbi; e neppure questo si sottrae …

Emanuele Barba (XIX secolo), Proverbi e motti del dialetto gallipolino, Stefanelli, Gallipoli, 1902, pag. 178.

 

 

Nell’immagine che segue è riprodotta la scheda del detto 159, tratta proprio dall’edizione del 1902.

 

È la sintesi della religiosità contadina, il cui utilitarismo qui è spinto ad un limite estremo che per qualcuno magari supera la blasfemia e che per me, invece, mostra un’ironia che al sommo detentore di ogni potere, per chi ci crede, dovrebbe piacere. In fondo il nostro arguto villano non ha fatto altro che portare alle estreme conseguenze con una battuta finale liberatoria e scevra da ogni ipocrisia la filosofia che ha sempre sotteso la struttura della preghiera pagana (e non solo), struttura che prevede tre parti temporalmente consequenziali, la prima e la seconda senza soluzione di continuità, la terza a distanza di qualche tempo dalle precedenti: 1) ricordo alla divinità dei sacrifici offerti e delle preghiere innalzate:  il ricatto è già nell’aria …; 2) richiesta della protezione o della grazia; 3) ringraziamento per la preghiera esaudita o, in caso negativo, ritorno al n. 1 nei casi più composti; ma il nostro villano non rientra in questa casistica …

Dopo i proverbi un ritorno alla poesia con Grazia Deledda (XIX-XX secolo), Cinquanta centesimi, in Sole d’estate, Treves, Milano, 1933, pag. 4: … Ecco il cortile del nonno, prima che il padre di Giulio emigrasse e facesse anche una certa fortuna in città: il cortile è ingombro di laterizi, perché anche il nonno è capomastro: ma in mezzo sorge un albero bellissimo, con le foglie di un verde come ritagliato in una seta tinta col vetriolo:  e tra una foglie e l’altra innumerevoli frutti piccoli e scarlatti, che sembrano duri e invece a mangiarli sono dolci e teneri, d’una tenerezza un po’ resistente che si prolunga, che si fa succhiare, si concede a poco a poco per farsi meglio godere. È l’albero delle giuggiole … 

Vi ricordate la mia sortita sulla polvere del safari?  Io sì, e me ne vergogno …

E, dopo il gallipolino Emanuele Barba, chiudo con un’altra testimonianza salentina, L’albero delle giuggiole1 (Kowalski, Milano, 1911) il primo romanzo di Mietta (Daniela Miglietta), la nota e brava cantante tarantina.

 

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1 Come titolo è piuttosto inflazionato; per esempio: M. Gabry Conti, L’albero delle giuggiole, Lulu.com, s. l., 2007; Giulio Preti, L’albero delle giuggiole, OEO, s. l., 2013.

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