Il Frascone e dintorni in due carte piuttosto datate

di Armando Polito

 

Poiché la platea dei lettori di questo sito si avvia a diventare internazionale (una volta tanto, forse, non c’è sarcasmo nelle mie parole …), sento preliminarmente il dovere di dire che Frascone è il nome di una delle marine di Nardò, meno blasonata di S. Maria e di S. Caterina, ma che in questi ultimi decenni ha visto aumentare in modo esponenziale il numero dei frequentatori diurni, quasi sicuramente per aver conservato, nonostante l’abusivismo edilizio che ha lasciato pure lì le sue piaghe, l’originario aspetto selvaggio. Completo questa informazione dicendo che il toponimo trae molto probabilmente origine dalla presenza in loco di un esemplare notevole (comunque non più visibile …) di frasca, nome in italiano generico ma col quale dialettalmente noi indichiamo il lentisco1.

Il dettaglio dell’immagine di testa  è tratto da uno (il ventiduesimo) dei 32 fogli che compongono l’Atlante geografico del  Regno di Napoli  di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni con incisioni di Giuseppe Guerra, uscito a Napoli per i tipi della Stamperia Reale dal 1789 al 1808, il cui collage è visibile all’indirizzo http://www.davidrumsey.com/luna/servlet/detail/RUMSEY~8~1~246514~5515020

Gli originali risultano riprodotti ad altissima definizione, il che consente con lo zoom a disposizione di cogliere il dettaglio che interessa.

Essendo ancora estate ho ritenuto opportuno dedicare la mia attenzione alla spiaggia del titolo, ma non è da escludersi che in seguito possa soffermarmi su altri dettagli perché ho visto che la mappa è interessante anche dal punto di vista toponomastico contenendo nomi già noti ma di loro pure varianti sconosciute, almeno a me.

Cominciamo ad avvicinarci alla zona che ci interessa.

 

Ho evidenziato con la circonferenza in rosso le tre insenature che costituiscono il Frascone. Nell’immagine seguente, adattata da Google Maps, lo stato attuale dei luoghi, cui ho aggiunto la didascalia per un più facile riconoscimento dei dettagli.

 

La spiaggia principale, corrispondente a D.

 

 

In questo dettaglio, tratto (http://www.mapsandimages.it/eMaps/autore.htm?idAut=470&numPage=3) da un’altra carta degli stessi autori e uscita per gli stessi tipi nel 1789, è visibile la vicinissima Palude del Capitano, dettaglio che manca nella carta precedente; l’ho evidenziata con la circonferenza rossa.

 

 

 

Ho evidenziato, invece, con la circonferenza celeste quella che è un’altra spunnulata2 più piccola (foto sottostanti) nella quale, quand’ero verde, con mio cognato Giuseppe, ancora più verde di me, mi immergevo di notte a catturare la carita3 che docile, abbagliata com’era dalla luce della torcia a pile (quante ne abbiamo consumate!; la lampada ad acetilene non consentiva di indirizzare il fascio luminoso), entrava nel caritaru (l’angolo di un sacco montato attorno ad un corto ramo le cui biforcazioni venivano legate fino a formare una struttura simile al telaio di una racchetta); di lì a qualche ora avremmo utilizzato la carita come esca micidiale per cazzi ti rre, fanni, pitrusine, sparioli, opee compagni e il caritaru come ultima risorsa per tentare di recuperare qualche pesce scivolatoci dalle mani mentre lo liberavamo dall’amo (altro che retini intelligenti, vermi giapponesi, cinesi e pure venusiani di oggi!).

 

 

Di seguito ho evidenziato sul dettaglio tratto da Google Maps la Palude del Capitano e la spunnulata più piccola. Facendo il confronto col dettaglio antico si nota come in quest’ultimo la Palude risulta ruotata di 270°. Si tratta di un evidente errore di rappresentazione perché, pur ipotizzando in due secoli parecchi crolli, il profilo antico coincide sostanzialmente, a parte la detta rotazione, con quello attuale.   

Per la storia: tutte le foto dei luoghi, compresa quella della carita in nota 3, quando non espressamente detto, sono mie e risalgono al 2000. Basta, altrimenti mi prende la malinconia! Sarà un pretesto per non ammettere che altro da dire non mi sta venendo in mente?

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1 Su questa pianta vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/21/il-lentisco-volgarmente-detto-frasca-piccolo-capolavoro-di-creativita-linguistica/

2 Sprofondamento dovuto al cedimento della volta di una cavità di origine carsica. Quando questo sprofondamento è vicino al mare, come nel nostro caso, la cavità forma un vero e proprio laghetto. Nel caso della Palude del Capitano l’acqua è salmastra perché quella marina si mescola con quella dolce di sorgenti sotterranee. La voce spunnulata deriva per assimilazione di spundulata, participio passato sostantivato di un inusitato spundulare, forma frequentativa di spundare (corrispondente all’italiano sfondare) come friculare=sfregare è  dal latino fricare con lo stesso significato.

3 La carita è una specie di gamberetto (nella foto sottostante tra le dita di mia figlia Caterina) che in quella spunnulata ha trovato il suo habitat ideale (tuttavia, non avendolo cercato da più di dieci anni, non posso garantire che sia sopravvissuto …). La voce è  dal greco καρίδα (leggi carìda), accusativo di καρίς (leggi carìs)=granchio. Nel greco moderno gambero è καραβίδα (leggi carabida) che non è altro che l’accusativo del classico καραβίς (leggi carabìs)=aragosta o gambero. Va detto pure che dal greco καρίς/καρίδος (leggi carìs/carìdos) è derivato sì il latino càris/càridos ma che la nostra voce, proprio per via dell’accento, si riconnette direttamente alla forma greca.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/11/15/il-pesce-fa-bene-al-cervello/

 

Dam un bes. Antonio Ligabue e Mario Perrotta

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di Gianni Ferraris

 

Antonio (Toni) Ligabue nacque in Svizzera nel 1899, da Elisabetta Costa e da padre ignoto, nel 1919 si dovette trasferire a Gualtieri (Reggio Emilia), paese del marito di sua madre, Bonfiglio Laccabue, perché indesiderato nel paese Elvetico. Là solo i sani di mente, solo chi profuma di denaro e cioccolato ha diritto ad avere patria, il genio lo cacciano via, in particolare quando è ritenuto folle.  In Italia, nella bassa reggiana, diventa “el matt” o “El tedesc” per via del suo forte accento, e del fatto che entra ed esce da case di cura (manicomi). Ligabue preferisce gli animali alla vita da osteria. Si arrabatta tra mille lavoretti e impasta la creta per fare statuette che scambia con cibo. Un lavoro fisso non l’ha mai avuto, aveva però una Guzzi rossa con la quale scorazzava per le campagne, dormiva nei capanni in riva al Po e parlava poco e male l’italiano. Durante la seconda guerra, leggo, fece anche da interprete per i tedeschi, nel 44 però, dicono le cronache, spaccò una bottiglia in testa ad uno di loro e fu nuovamente in manicomio. Ogni tanto si faceva del male anche, tentava di raddrizzare a sassate il suo naso immenso e storto. Intanto, verso la fine degli anni ’20,  l’incontro con il pittore Marino Renato Mazzacurati lo cambia, gli vengono regalati colori e tele. Il dopoguerra lo consacra “pittore naif” “artista pazzo” autodidatta. Famose le sue belve, gli animali che ama dipingere perché li conosce senza averli mai visti,  prendendo spunto da illustrazioni su libri. Quegli stessi animali di cui diceva: “so come sono fatti anche dentro”. Un Van Gogh delle nostre terre, un genio che sapeva dire con l’arte le sue emozioni. Morì nel 1965.

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Una storia che non è sfuggita a Mario Perrotta, che sta portando in giro per l’Italia “Un bes – Antonio Ligabue” (Un bès in dialetto emiliano significa: un bacio)

Ne abbiamo parlato con l’autore attore.

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“Intanto, come mai Ligabue?”

Tutto è iniziato così. Durante una replica del mio spettacolo Odissea a Gualtieri – il paese d’origine di Ligabue – ho visto una sua gigantografia e un busto a lui dedicato ed è stata una strana epifania: per quelli della mia generazione tra i 40 e i 45 anni, Ligabue era ed è lo sguardo ad occhi sgranati e smarriti di Flavio Bucci nello sceneggiato Rai degli anni ’70. Uno sguardo terrifico per chi, come me, aveva otto anni e subiva l’apparizione del “diverso”, del bambino indifeso che diventa una bestia. Il ricordo di quel terrore e quella fascinazione infantile, unito alla vista dei luoghi dove aveva vissuto, hanno scatenato un nuovo innamoramento per questo personaggio. Ma questo non sarebbe bastato per impostare un intero progetto teatrale su di lui, ma di questo dirò tra in seguito.

 

“Dam un bes è un titolo drammatico, per una vita come la sua un bacio, in fondo, è poca cosa, però pare vitale”

E sì! Si tratta del bacio mancato, quello della madre biologica, e poi quello della madre adottiva, e poi ancora quello della donna che non ha mia avuto e, infine, il bacio di chiunque pur di sentire una qualunque vicinanza umana. Ma niente. Per Ligabue tutto questo non fu dato e la sua è una vita di assenza di affetti. Intorno a questa assenza, a questa castrazione continua, ho costruito tutta la vicenda teatrale e il rapporto che il personaggio ha con il pubblico presente in sala, un rapporto che si basa sulla coscienza che neanche loro, gli spettatori, saranno disposti a donargli quel “momento di bene” che lo farebbe sentire finalmente accettato.

 

“Nella presentazione dici che Ligabue artista sapeva di meritarlo quel bacio, il pazzo invece doveva elemosinarlo”.

Certamente. Ligabue aveva una perfetta coscienza di sé e del suo valore artistico. Amava ripetere: “quando sarò morto i miei quadri varranno un sacco di soldi”. Non era assolutamente lo scemo del paese, come amavano pensare i suoi compaesani, semmai lo faceva perché gli tornava comodo. Sapeva che, in quanto artista, avrebbe meritato attenzione e sperava che quell’attenzione si concretizzasse anche in affetto da parte di qualcuno, in modo particolare di una donna. Ma questo, come detto, non avvenne mai neanche dopo quel poco di fama che arrivò negli ultimi anni della sua vita. Semmai, tentarono di sfruttarlo, anche le donne, ma lui questo lo sapeva e a volte si vendicava in modo feroce, facendosi pagare dei quadri in anticipo e poi realizzando delle opere brutte (a suo stesso dire!).

 

“Le ultime parole delle righe che hai messo nel tuo sito, parlando dello spettacolo, sono: Voglio stare anch’io a guardare gli altri. E sempre sul confine, chiedermi qual è il dentro e quale il fuori. Mi ricorda un amico, Adriano Sofri, che capitò in una sventura giudiziaria e ci salutava dal carcere di Pisa dicendo: “Ciao da noi chiusi dentro a voi chiusi fuori”. 

Sicuramente lo “stare al margine” è una condizione che mi affascina molto, sin dal progetto dedicato ai nostri emigranti degli anni ’50 e ’60. E’ una condizione limite, appunto, che trova rispondenza ancora una volta in un’esperienza profondamente mia legata all’infanzia. Da figlio di genitori separati nel sud di 40 anni fa, il rischio di essere messo al margine per questa condizione era forte e ho dovuto sempre lottare per restare invece “all’interno della cerchia”, tanto che spesso, finivo per ritrovarmi al centro della stessa, troppo al centro, esattamente come se stessi in scena a teatro (ecco che non mi è stato difficile il passaggio da un “palcoscenico” all’altro).

Nel mio caso poi, questa paura di veleggiare sul limite si è andata dissolvendo con il passare del tempo ed è diventata solo un ricordo mentre, per quanto concerne la condizione di “malato di mente”, è connaturata ad essa anzi, è il suo superamento perché il limite sono i cancelli e le mura del manicomio o i muri invisibili che le persone ergono tra loro e te. E una volta che i muri sono saliti, tu malato di mente ti trovi oltre essi e quindi sei “fuori”. Fuori dal consesso umano che ti ha rigettato. Ma, al contempo, gli stessi uomini che si autodefiniscono “sani”, guardando le mura di un manicomio si definiscono “fuori”, mentre i malati sono “dentro”. E allora? Qual è il dentro e qual è il fuori? Esattamente come nella condizione carceraria e in qualunque condizione di diversità sancita da un confine: esso stesso determina un dentro e un fuori differente secondo il lato su cui ci si trova. Mi viene in mente una parola leccese – ‘ppoppeti – che i cittadini di Lecce usano per indicare in modo irriverente “quelli di provincia”. Il suo etimo è latino e cioè: post oppidum, oltre le mura della città.

Il guaio è che anche “quelli di provincia” usano la stessa espressione per indicare con la stessa irriverenza “quelli della città” perché, dal loro lato del confine, noi cittadini siamo effettivamente ‘ppoppeti, ossia oltre le mura. Ecco che, ancora una volta, un confine determina una discriminazione bilaterale e a furia di annotare situazioni del genere, mi viene da pensare che è il concetto stesso di confine ad essere sbagliato.

 

 

“E’ un pezzo unico o ci racconterai ancora Ligabue?”

Come ho detto l’incontro di Gualtieri con Ligabue ha messo in moto un intero progetto e non solo per le ragioni dette sopra, che sarebbero insufficienti. Provo a spiegare.

Anche questa nuova avventura, come tutti i miei spettacoli, ho dovuto attendere che si presentasse per una sua urgenza intima. Inizialmente fai difficoltà a coglierla ma, come sempre, procedendo con il lavoro, scrivendo, cancellando, intervistando persone, salta agli occhi all’improvviso quella connessione segreta con la tua vita, con gli affanni, le preoccupazioni di quella fase della tua esistenza e allora capisci il perché profondo di ciò che stai mettendo in atto sulla scena.

Infatti, avevo iniziato a lavorare con un punto di domanda ancora aperto sulle ragioni intime della mia scelta poi, un giorno, senza alcuna causa apparente c’è stata la “rivelazione”. La spiego così: nelle prossime settimane diventerò finalmente padre di un bimbo meraviglioso che arriva dall’Etiopia. Io e mia moglie, come tutte le coppie adottive, abbiamo percorso un lungo cammino, dovuto ai tempi di legge, per arrivare a concludere l’adozione. E in questi anni molte sono state le domande e i dubbi su cui abbiamo ragionato. Tra questi, uno dei più impellenti era il seguente: mio figlio arriva dall’Africa e porta con sé tutti i segni distintivi della sua origine, compreso il colore della pelle; noi, ovviamente, non porremo la minima attenzione a questo ma qualcuno, nel tempo e nei luoghi che frequenteremo, potrà, invece, puntualizzare questa “diversità” (in aggiunta all’altra diversità altrettanto evidente che è un bambino adottato); bene: sapremo dare a nostro figlio gli strumenti critici per accettare e comprendere questa puntualizzazione che, per quanto inopportuna e stupida, in alcuni casi accadrà inevitabilmente?

E’ chiaro che, nel tempo, abbiamo trovato risposte razionali e di buon senso a questo dubbio ma dal punto di visto emotivo avevo ancora bisogno di “tirar fuori” e allora, ecco che l’incontro con il “diverso” per eccellenza – Antonio Ligabue il pazzo, il genio, lo straniero, il reietto –  ha scatenato il corto circuito che ha dato vita all’intero progetto. Attraverso la sua figura potrò dissolvere anche le ultime tracce di quei dubbi e quelle domande di cui ho appena scritto.

Infine: è proprio l’urgenza della domanda che determina la forma e la durata del progetto. Trovo riduttivo fermarsi a un solo spettacolo per esaurire un argomento così profondo. Ho bisogno, invece, di respirare lungo, di indagare diversi aspetti della vicenda di Ligabue, partendo dall’uomo, lo scemo del paese, che è l’oggetto del primo spettacolo Un bès – Antonio Ligabue, per poi occuparmi dei suoi quadri e delle sue sculture fino ad arrivare al rapporto tra il suo paesaggio interiore, la Svizzera mitica della sua infanzia, e quello esteriore, la pianura padana con il grande fiume Po.

 

“Progetti futuri?”

Ancora due anni, appunto, dietro al Toni Ligabue, con una marea di iniziative satellite tutte da scoprire ma che rimando al sito del progetto che è www.progettoligabue.it

Un post che avrei fatto volentieri a meno di scrivere

di Armando Polito

Mi è successo già altre volte di non poter condensare nel breve spazio di un commento la mia modesta integrazione a qualche contributo. Oggi succede per Eternit, Nord e Sud uniti nella lotta all’amianto apparso di recente su questo sito (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/19/eternit-nord-e-sud-uniti-nella-lotta-allamianto/).

Condivido dalla prima all’ultima parola quanto nel post è scritto e mi soffermo solo a fare qualche riflessione su questa proposizione: Dicono che il minerale era noto al tempo di Cesare e anche nell’Impero si crepava al suo contatto.

Chi conosce la mia quasi maniacale attenzione per le fonti può immaginare cosa ho provato di fronte a quel dicono che

Ciò che segue è il risultato dell’iniziale moto di stizza subito seguito da un umile, anche se ispirato dalla diffidenza …, tentativo di saperne di più.

AMIANTO dal latino amiantu(m) e questo dall’aggettivo greco ἀμίαντος/ἀμίαντον (leggi amìantos/amìanton)=incontaminato, incorruttibile; la voce greca, poi, è composta da – (con valore privativo) e dal tema del verbo μιαίνω (leggi miàino)=macchiare. In greco amianto è ἀμίαντος λίθος1 (leggi amìantos lithos)=pietra incorruttibile. Ecco la testimonianza di Dioscoride (I secolo d. C.), De materia medica, V, 156: Λίθος ἀμίαντος γεννᾶται μὲν ἐν Κύπρῳ, στυπτηρίᾳ σχιστῇ ἐοικὼς ὃν ἐργαζόμενοι ὑφάσματα ποιοῦσιν ἐξ αὺτοῦ, ὄντος ἰμαντώδους πρὸς θέαν·ἃ βληθέντα εἰς πῦρ ϕλογοῦνται μὲν λαμπρότερα δὲ ἐξέρχονται, μἡ κατακαιόμενα (L’amianto nasce a Cipro, simile all’allume fissile; quelli che lo lavorano ne fanno tele essendo filamentoso alla vista. Esse gettate nel fuoco s’infiammano ma ne escono più splendenti senza essere bruciate); segue Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, XXXVI, 33: Amiantus, alumini similis, nihil igni deperdit. Hic veneficiis resistit omnibus, privatim Magorum (L’amianto, simile all’allume, resiste perfettamente al fuoco. Esso resiste a tutti gli incantesimi, specialmente a quelli dei maghi).

ASBESTO dal latino  asbèsto(n) trascrizione del greco  ἄσβεστον=cosa inestinguibile, neutro dell’aggettivo  ἄσβεστονς/ἄσβεστον e questo composto da – (con valore privativo) e dal tema del verbo σβέννυμι (leggi sbénnumi)=spegnere. Come vedremo, in Plinio è àsbestos.

Varrone (I secolo a. C.), De lingua latina, V, 131:  Multa post luxuria attulit, quorum vocabula apparet esse Graeca, ut asbeston (Poi il lusso introdusse molte vesti i cui nomi sembra che siano greci, come l’asbesto).

Plinio, op. cit., XXXVII, 54: Asbestos in Arcadiae montibus nascitur, coloris ferrei (L’asbesto nasce sui monti di Arcadia e ha il colore del ferro); XIX, 4: Inventum iam est etiam quod ignibus non absumeretur. Vivum id vocant ardentesque in focis conviviorum ex eo vidimus mappas, sordibus exustis, splendescentes igni magis, quam possent aquis. Regum inde funebres tunicae, corporis favillam ab reliquo separant cinere. Nascitur in desertis adustisque sole Indiae, ubi non cadunt imbres, inter diras serpentes:  adsuescitque vivere ardendo, rarum inventu, difficile textu propter brevitatem. Rufus de cetero color, splendescit igni. Quum inventum est, aequat pretia excellentium margaritarum. Vocatur autem a Graecibus asbestinum ex argumento naturae. Anaxilaus auctor est linteo eo circumdatam arborem, surdis ictibus, et qui non exaudiantur, caedi. Ergo huic lino principatus in toto orbe (Si è trovato già pure un tipo di lino che resiste al fuoco. Lo chiamano vivo e in occasione di convivi ho visto tovaglie fatte con questo che ardevano splendenti al fuoco, dopo che le macchie erano state bruciate, più che se fossero state messe al bucato. Le vesti funebri dei re fatte con questo lino separano la fiamma del corpo dalla restante cenere. Nasce nei luoghi deserti e assolati dell’India, dove non cadono piogge, tra terribili serpenti e ardendo si abitua a vivere, raro a trovarsi, difficile a tessersi perché molto corto. Per il resto il colore è rossiccio, lucido al fuoco. Quando è stato trovato eguaglia il valore delle gemme eccellenti. Dai Greci poi è chiamato asbestino per la sua naturale proprietà [di resistere al fuoco]. Anassilao scrive che un albero circondato da questo lino viene tagliato con colpi sordi e che non si sentono. Dunque questo lino detiene il primato in tutto il mondo).

Le fonti che ho citato confermano la conoscenza dell’amianto ed il suo sfruttamento ai tempi di Cesare (I secolo a. C.). Rimane il dubbio che Plinio quando scrive dell’asbesto abbia confuso la fibra minerale con quella vegetale di cui parla il contemporaneo Dioscoride, mentre la testimonianza di Varrone è ambigua perché dal contesto è impossibile capire se asbeston è il nome della fibra o della veste confezionata.

Una soluzione di compromesso al dubbio potrebbe essere trovata ipotizzando la tessitura mista di fibre vegetali e minerali (il che spiegherebbe la eccellente resistenza al fuoco che delle tele viene messa particolarmente in luce). Ad ogni buon conto va ricordato che a Pompei nel settembre 1874 fu portato alla luce  un frammento di tessuto d’amianto (Giuseppe Fiorelli, Giornale degli scavi di Pompei, v. III, Tipografia nel Liceo V. Emanuele, Napoli, 1874 pag. 253); sarebbe interessante sapere che fine ha fatto.

Quanto alla pericolosità del minerale: si può pretendere che ne fossero al corrente in quell’epoca, considerando che per collegare con l’amianto quella che sarà chiamata asbestosi (il dizionario De Mauro reca il 1933 come data di nascita della voce insieme con silicosi) dovrà passare quasi un millennio e forse secoli, purtroppo, dovranno trascorrere per la bonifica dell’intero pianeta? Eppure non è che i Romani non applicassero misure di protezione. Ecco, per esempio, cosa ci ha tramandato il solito Plinio a proposito di coloro che avevano a che fare con il minio, all’epoca utilizzato anche come pigmento pittorico: (Naturalis historia,  XXXIII, XL: Qui minium in officinis poliunt, faciem laxis vesicis inligant, ne in respirando pernicialem  pulverem trahant et tamen super illas spectent (Coloro che lucidano il minio nelle botteghe legano al viso larghe vesciche1 perché nel respirare non aspirino la pericolosa  polvere e tuttavia possano vedere).

Se un analogo strumento di protezione non venne adottato per chi stava a contatto con l’amianto, significa che all’epoca non si aveva la minima consapevolezza della sua, peraltro subdola, pericolosità.

Sicuramente ci furono pure allora innumerevoli morti per asbestosi, ma, per quanto ho detto prima, le fonti non ce ne forniscono notizia alcuna. Per evitare, infine, ogni equivoco: il rimpianto del titolo non è per nulla connesso con una criminale voglia di tacere ma solo con la profonda amarezza che certe situazioni provocano e con lo sdegno nei confronti di coloro che tante morti avrebbero potuto evitare e che, invece,  in ossequio al dio profitto, non hanno mosso un dito;  e di coloro che ancora oggi di fronte al problema della bonifica non si fanno carico di nulla e ritengono più importante destinare il pubblico denaro a manifestazioni pseudo culturali che alla salvaguardia della salute pubblica.

Mi pare di sentirli ribattere in un insospettabile rigurgito di spessore culturale abbastanza strano in chi, bene che vada, di solito mostra di non capire nulla di quello che riesce a leggere …:  – Lo dice o non lo dice la stessa etimologia che l’amianto o asbesto è indistruttibile, praticamente eterno? -.  E poi, imitando il Maurizio Ferrini di Quelli della notte: – Eternit, lo dice la parola stessa! -.

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1 Le vesciche animali avevano una vasta gamma di applicazioni. Oltre a fungere da mascherine protettive, venivano utilizzate pure come parte semitrasparente di lanterne di qualità meno elevata rispetto a quelle in corno, o come cuffia per tenere a posto i capelli: Marziale (I secolo d. C.), Epigrammi, XIV, 62: Cornea si non sum, numquid sum fuscior? aut me/vesicam, contra qui venit, esse putat? (Se non sono di corno, forse sono meno luminosa? O chi mi viene incontro pensa che sia una vescica?); VIII, 33, 19: Fortior et tortos servat vesica capillos/et mutat Latias spuma Batava comas (Più energica la vescica tiene a posto i capelli ritorti e la schiuma batava tinge le chiome romane). Nello stesso autore vesica è usato in senso metaforico:  Epigrammi, IV, 49, 7-8: A nostris procul est omnis vesica libellis,/Musa nec insano syrmate nostra tumet (Ogni ampollosità è lontana dai miei libriccini e la mia poesia non si pavoneggia in una pazza veste a strascico).

Ancora: la vescica veniva utilizzata in medicina:  Celso (I secolo d. C.) , De medicina, III, 21: Auctoresque multi sunt inflatis vesicis pulsandos tumores esse (E molti scrivono che i gonfiori [da idropisia] debbono essere premuti con vesciche gonfie); III, 27: Cucurbitulae quoque saepe dolenti parti admovendae sunt, pulsandusque leviter inflatis vesicis bubulis  locus est (Spesso alla parte dolente vanno pure applicate ventose e la parte va leggermente premuta con vesciche di bue gonfiate); IV, 6: Utilius igitur est cerato primum liquido cervicem perunguere; deinde admovere vesicas bubulas vel utriculos oleo calido repletos, vel ex farina calidum cataplasma, vel piper rotundum cum ficu contusum (È alquanto utile dunque dapprima ungere il collo di liquido incerato, poi applicare vesciche di bue o uteripieni di olio caldo o un cataplasma caldo di farina o pepe rotondo con fico pestato)

Varrone (I secolo a. C.) in un frammento delle Satire menippee mediante un gioco di parola ci fa capire che la voce vesica veniva usata anche nel senso traslato di borsello,  di qualità più scadente rispetto a quello di cuoio:  In quo nobis utilius est philippeum quod accipimus quam quod bibimus, cum alterum addamus in bulgam, alterum in vesicam (In questo per noi è più utile la moneta di Filippi che mettiamo da parte che quella che spendiamo in bevute poiché l’una la mettiamo nel borsello di cuoio, l’altra nella vescica).

Il compassatissimo Seneca (I secolo a.. C.-I secolo d. C.), Naturales quaestiones, II, 27), poi, ce ne tramanda anche un uso che potremmo definire ludico (a Nardò si chiama scattalòra e consiste nel far scoppiare una busta, un tempo di carta oggi di plastica …)  per ricordare il rumore di certi tuoni:  Aliud genus est acre, quod crepitum magis dixerim quam sonum: qualem audire solemus cum super caput alicuius dirupta vesica est (Un altro tipo è acuto, lo definirei più crepito che suono, quale siamo soliti sentire quando una vescica è stata fatta scoppiare sulla testa di uno).

Due variazioni sul tema a Nardò e a S. Maria al Bagno?

di Armando Polito

 

Chi è di Nardò ma anche chi, pur non essendolo, ne è stato visitatore attento può immediatamente riconoscere nella foto di sinistra il Palazzo Personé, attuale sede del Municipio, e in quella di destra Villa Leuzzi a S. Maria al Bagno che, per chi non lo sapesse, di Nardò è una frazione.

Non è necessario essere un critico o uno storico dell’arte per cogliere le differenze stilistiche tra le due fabbriche, anche se il rifacimento della facciata di Palazzo Personé e la costruzione di Villa Leuzzi sono contemporanei, essendo stati realizzati tra la fine del XIX secolo e gli inizi del successivo.

Cosa, allora, mi ha spinto ad occuparmene in questo post? Il dettaglio che in basso riproduco, il primo del palazzo, il secondo della villa sulla facciata prospiciente il mare. Preliminarmente, però, voglio ringraziare due persone:  Corrado Notario per le foto in alta definizione di Villa Leuzzi, espressamente fatte per me, dalle quali ho tratto  il dettaglio insieme con gli altri riprodotti in questo post, e Giovanna Falco per avermi dato con alcune sue foto dello stesso soggetto precedentemente postate in facebook l’occasione e l’ispirazione per scrivere quanto segue; senza Giovanna questo post, per quanto modesto, non sarebbe esistito, senza Corrado sarebbe nato difettoso proprio nella parte più importante, quella che fornisce l’immediato riscontro a quanto si afferma o ipotizza; tutte le altre foto, a parte quelle d’epoca e quelle recanti una diversa indicazione di provenienza, sono mie.

 

Parto dal dettaglio della villa e per rendere più agevole il raffronto lo inverto orizzontalmente, operazione, questa, che in ricerche del genere costituisce più che altro un trucchetto visivo che, però, non incide minimamente sulle conclusioni.

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Grazie a questa operazione la figura maschile (a destra) e quella femminile (a sinistra) hanno una perfetta corrispondenza con la rappresentazione del palazzo. Notiamo la comune postura distesa ma nella villa è come se si fossero avvicinate e come se la decorazione traforata che nel palazzo le divide fosse stata travasata lateralmente in modo simmetrico e il traforo si fosse “rimarginato”. Insomma ho l’impressione che elementi compositivi assolutamente uguali siano stati abilmente adattati alla struttura del supporto. Così il braccio destro della figura femminile è ripiegato nella villa, teso a toccare il margine superiore della balaustra del balcone nel palazzo; ancora nel palazzo, quello sinistro è perfettamente aderente alla cornice superiore del traforato, cosa che avviene simmetricamente per il destro della figura maschile, mentre il sinistro nel palazzo tocca la gamba sinistra e nella villa  impugna un tridente.

Questo dettaglio consente di affermare senz’ombra di dubbio che si tratta della rappresentazione di Poseidone (per i Greci, Nettuno per i Romani) e Anfitrite (Salacia per i Romani), sua moglie. Da un punto di vista iconografico il tema mi pare trattato originalmente poiché, a quanto ne so, rare sono le rappresentazioni, antiche e moderne, in cui compaiono entrambi e, comunque, mai, esclusi forse il secondo e il terzo degli esempi che seguono, nella postura che assumono nel nostro caso.

immagine tratta da http://www.engramma.it/eOS2/index.php?id_articolo=1320
immagine tratta da http://www.engramma.it/eOS2/index.php?id_articolo=1320

Anfitrite, Ebe e Poseidone in uno στάμνος  (leggi stamnos, un tipo di vaso) attico del pittore di Syleus datato al 480 a. C. circa, conservato nel Museum of Art di Toledo (Ohio, Usa).

Qui la coppia fa parte della decorazione di un ῥυτόν (leggi riutòn; un contenitore per versare vino o acqua; in questo caso ha la forma della testa di un cerbiatto) datato tra il V e il IV secolo a. C. e custodito nel Civico Museo di storia e arte di Trieste.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Ara_di_Domizio_Enobarbo
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Ara_di_Domizio_Enobarbo

 

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Ara_di_Domizio_Enobarbo
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Ara_di_Domizio_Enobarbo

Le due foto rappresentano altrettanti dettagli della cosiddetta Ara di Domizio Enobarbo (si tratta di quattro lastre, conservate in parte al Louvre, in parte, è il caso delle nostre, nella Gliptoteca di Monaco) databile alla fine del II secolo a. C.; esse mostrano un θίασος (leggi thìasos, corteo sacro) celebrante le nozze di Nettuno e Anfitrite seduti (nella prima raffigurazione) su un carro trainato da tritoni e accompagnati (nella seconda) da pistrici (mostri marini). In base ad un passo di Plinio1 si è ipotizzato che siano copia da Scopa (IV secolo a. C.).

immagine tratta da http://chroma.to/photos/3846397
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Anfitrite e Nettuno in un affresco del I secolo d. C. proveniente da Pompei (IX, V, 14) ed ora custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

immagine tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Herculaneum_-_Casa_di_Nettuno_ed_Anfitrite_-_Mosaic.jpg
immagine tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Herculaneum_-_Casa_di_Nettuno_ed_Anfitrite_-_Mosaic.jpg

Questo mosaico in pasta vitrea del I secolo d. C. è il pezzo forte della Casa di Nettuno ed Anfitrite ad Ercolano. Fu portato alla luce nel 1928 e perciò il dettaglio evidenziato a sinistra dalla circonferenza in rosso non può aver ispirato i fregi floreali tipici dell’art nouveau ed è pure poco probabile che lo abbia fatto con  quelli che accompagnano la coppia in entrambe le rappresentazioni moderne qui esaminate, di seguito evidenziati2.

Comunque siano andate le cose, credo di poter affermare che l’autore nella villa tenne presenti, comunque, gli stili di pittura pompeiani, direi il primo e il quarto, nella foto in basso così evidenziati: in giallo quelli che evocano il primo (meglio: la sua fascia mediana, l’antenato pittorico dell’architettonico bugnato liscio, qui “continuo”3), in bianco quelli che evocano il quarto che, com’è noto, non disdegnò di riprendere elementi degli stili precedenti, soprattutto i tralci vegetali del secondo e i πίνακες (leggi pìnakes=quadretti) del terzo4.

 

La struttura compositiva della decorazione si ripete tal quale nella facciata prospiciente la piazza:

 

e in quella, sempre, perpendicolarmente rispetto all’ultima nostra, prospiciente la piazza, in un’altra fabbrica (foto successiva) a poco più di cinquanta metri di distanza, soprattutto nella parte superiore.5

Colgo l’occasione per dire come il progettista di Villa Leuzzi si trovò a dover risolvere il problema di impostare un edificio che mantenesse la stessa struttura nei due prospetti principali, quello prospiciente il lungomare e quello, perpendicolare al primo, prospiciente la piazza. La forma della copertura, però, nonché la suddivisione degli interni, secondo me lo obbligò ad una soluzione di compromesso che privilegiò il prospetto volto verso la piazza condannando l’altro all’asimmetria con l’estrema parte destra che appare piuttosto estranea al resto della fabbrica; il colpo finale, poi, almeno per i miei gusti, venne dato con l’aggetto del balcone (se non fosse perfettamente visibile nelle foto d’epoca che seguono si sarebbe detto superfetazione recente; in particolare le strutture metalliche, siano esse pezzi di ringhiera o di ponteggi, poggiate sul muretto e il materiale da costruzione collocato piuttosto disordinatamente poco distante, visibili nella prima foto,  inducono a credere che essa si riferisca ad un tempo in cui i lavori erano in fase di ultimazione).

In questa seconda foto, probabilmente più antica di qualche anno della precedente, il dettaglio ingrandito consente di distinguere agevolmente il balcone con la sua ringhiera.

La foto che segue ci conduce ancora più a ritroso nel tempo, quando villa Leuzzi era ancora di là da venire (sarebbe sorta più o meno nello spazio evidenziato in rosso) ma del palazzo prima citato a raffronto c’era già la struttura originaria (evidenziata in celeste).

Torno al balcone: esso appare come un corpo estraneo in un corpo estraneo, anche se ingentilito dalle esili colonne che lo reggono richiamanti l’inedita decorazione pentafora cieca (nella foto sottostante evidenziata in rosso) della parete in cui si apre la porta-finestra, decorazione che a sua volta richiama la bifora senza colonna  centrale (evidenziata in bianco) della restante parte della facciata; inoltre, mentre la cornice superiore della porta finestra si raccorda con quella del sottostante ingresso secondario (entrambe evidenziate in giallo), la finestrella superiore presenta una cornice a sesto acuto (evidenziata in nero) e nel suo complesso sembra riassumere la forma di questa parte destra in cui i richiami evidenziati con il resto non mi sembrano sufficienti a produrre un esito pienamente convincente.

 

Rimane il continuum nella lettura del tetto che, procedendo da sinistra a destra e continuando dopo aver voltato l’angolo, presenta il seguente profilo complessivo dei due prospetti principali: __/\__/\__/\__

Non sono un architetto, ma credo che uno studio preliminare adeguato della superficie a disposizione avrebbe consentito una soluzione più armonica delle facciate conservando il continuum del tetto (il cui profilo questa volta sarebbe stato  ___/\_____/\___ ) e rivedendo e adattando la disposizione degli interni e delle aperture.

Riprendo ora, dopo questa lunga parentesi, la cui parte iniziale ha inquadrato questa villa in quel contesto eclettico di citazioni ed echi, classici e non (tra questi soprattutto la decorazione nei motivi floreali mostra l’adesione alla contemporanea art nouveau; tra quelli classici non manca neppure il rosone quasi cieco, evidenziato in celeste, con le sue numerose evocazioni in tutto o in parte consapevoli: dalla ruota di un timone ad un’elica o ad un oblò, dal quadrante di un orologio ad una croce greca, da una ruota della Fortuna ad una rosa dei venti), che ispirarono, con esiti complessivamente felici (in fondo anche una poesia è fatta di parole per lo più già in uso e una composizione musicale è pur sempre basata sulle solite note …), anche le numerose altre costruite in quegli anni in località Cenate,  la carrellata sulle rappresentazioni antiche della coppia Anfitrite e Nettuno. E quella delle ville signorili sorte tra la fine del XIX secolo e gli inizi del successivo fu un fenomeno che accomunò Nardò e S. Maria di Leuca, che in quelle ville ospitarono i profughi ebrei scampati alla follia del nazismo.

immagine tratta da http://us.123rf.com/400wm/400/400/marzolino/marzolino1209/marzolino120901758/15270323-vecchio-mosaico-trovato-in-un-ambiente-constantine-algeria-raffigurante-nettuno-e-anfitrite-riprodot.jpg
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Il Trionfo di Anfitrite e Nettuno in un mosaico della prima metà del IV secolo d. C. rinvenuto a Costantina in Algeria  nel 1842, custodito al Louvre.

Immagine tratta da http://www.deamoneta.com/auctions/view/118/633
Immagine tratta da http://www.deamoneta.com/auctions/view/118/633

 

Denario serrato datato 72 a. C.; nel recto busto drappeggiato di Anfitrite con testa volta a destra, a sinistra simbolo di controllo (detto spugna) e a destra simbolo di comtrollo H; nel verso Nettuno in biga trainata da cavalli marini tiene le redini e il tridente; legenda Q(UINTUS) CREPEREI ROCUS.

Non c’era da aspettarsi certo di trovare su una moneta, in cui i soggetti principali di norma vengono ripartiti nel recto e nel verso, Nettuno ed Anfitrite rappresentati insieme,  nella posa che definirei “fotografica” del palazzo e della villa.

immagine tratta da http://www.romainteractive.com/ita/visite_guidate/villa-della-farnesina/sala-del-fregio.html
immagine tratta da http://www.romainteractive.com/ita/visite_guidate/villa-della-farnesina/sala-del-fregio.html

Passano i secoli e anche l’iconografia si rinnova. In questo dettaglio della decorazione della Sala del Fregio nella Villa della Farnesina a Roma, eseguita intorno al 1510 da Balsassarre Peruzzi, vi è raffigurata la coppia in cocchio, col figlio Tritone6 sulla gamba destra della madre. Da notare come l’aggiornamento iconografico ha comportato la sostituzione dei cavalli marini con cavalli normali montati, però, da due creature metà uomo e metà pesce, cioè due tritoni (e tritone, come nome comune, deriva proprio da Tritone).

Chiudo la carrellata con questo imponente bronzo collocato nel parco della reggia di Versailles, opera (1735-1740) di Lambert-Sigisbert Adam.

immagine tratta da http://www.settemuse.it/arte_bio_A/adam_nicolas_sebastien.htm
immagine tratta da http://www.settemuse.it/arte_bio_A/adam_nicolas_sebastien.htm

È tempo di tornare alle nostre due rappresentazioni. Nonostante i punti di contatto messi, spero sufficientemente, in luce, c’è da osservare che se Nettuno ed Anfitrite erano perfetti per una fabbrica che volge lo sguardo al mare7, altrettanto non lo erano per il palazzo. Ecco, allora, che nella decorazione di quest’ultimo, come ho notato all’inizio, Nettuno non ha il tridente. Qui la coppia si è spogliata dei panni divini conservando, però, l’eco lontana del mito nella trasfigurazione tutta umana riferita, credo, alla coppia baronale.

Lascio ad altri più qualificati di me valutare se è praticabile l’ipotesi, prospettata nel titolo sia pure limitatamente alla decorazione presa in esame, che progettista di villa Leuzzi sia stato quello stesso Generoso De Maglie che realizzò il rifacimento della facciata di palazzo Personè e se, dunque, il dettaglio oggi esaminato possa essere ragionevolmente considerato come la sua “firma”, sia pur apposta nel caso del palazzo su una scultura, in quello della villa su una pittura.

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1 Naturalis historia, XXXVI, 25: Scopae laus cum his certat. Is fecit Venerem,et Photon, et Phaethontem, qui Samothrace sanctissimis caerimoniis coluntur. Item Apollinem Palatinum, Vestam sedentem laudatam in aSevilianis hortis, duasque chametaeras circa eam, quarum pares in Asinii monumentis sunt, ubi et Canephoros eiusdem. Sed in maxima dignatione delubro Cn. Domitii in circo Flaminio Neptunus ipse, et Thetis, atque Achilles, Nereides suora delphinos et cete et hippocampos sedentes. Item Tritones, chorusque Phorci, et pristes, ac multa alia marina, omnia eisdem manus, praeclarum opus, etiam si totius vitae fuisset (La fama di scopa gareggia con quella di questi [altri scultori nominati prima]. Egli fece Venere e Foto e Fetonte che sono onorati in Samotracia con santissime cerimonie. Parimenti l’Apollo Palatino, nei giardini serviliani l’apprezzata Vesta sedente e inservienti vicino a lei come nei monumenti di Asinio dove ci sono anche portatori di ceste anche loro di sua mano. Ma nella massima considerazione sono nel tempio di Gneo Domizio nel Circo Flaminio lo stesso Nettuno e Teti E Achille, le Nereidi che siedono su delfini, balene e ippocampi. Parimenti i Tritoni e il corteo di Forco e pristici e molte altre creature marine, tutti di sua mano, opera tra le più famose anche se fosse stata l’unica di tutta la sua vita).

2 La stessa tipologia di fregio ricorre anche nello stemma della famiglia Leuzzi posto in un riquadro che sormonta l’ingresso non costituito dal solito solenne portale ma da un’apertura poco più grande degli altri due accessi laterali della facciata.

3 E, aggiungerei, “ornato”; questa caratteristica, purtroppo si può cogliere solo ad una visione ravvicinata, come si può agevolmente notare nel dettaglio.

4  Sono quattro grandi e quattro piccoli, replicati sulle due facciate; sono meglio conservati quelli della facciata prospiciente il mare. l componenti di ciascun gruppo sono assolutamente uguali fra loro. Il soggetto trattato è di natura floreale nei grandi, mentre la decorazione dei piccoli riprende quella dei fascioni che sottolineano le facciate. Segue un esempio per ogni gruppo (la fascia nera a sinistra della prima foto è dovuta ad un’anta aperta della contigua finestra).

5 Questo motivo decorativo non di dettaglio ebbe particolare successo in quegli anni. Ulteriore esempi a Leuca da Villa Sangiovanni e Villa Meridiana (foto tratte da Wikipedia).

6 Secondo il mito Anfitrione diede a Nettuno tre figli: un maschio, Tritone appunto, e due femmine, Roda e Bentesicima. Come padre di due figlie  e come, almeno credo, nemico del maschilismo, mi sarebbe piaciuto non identificare il figlio della coppia con Tritone, ma avrei commesso un errore storico … anche nel senso di destinato a passare, pur nel ristretto entourage di chi mi legge, alla storia.

7 Si adegua all’ambiente, fino ad apparire come un granchio o, se si preferisce, ad un’aragosta, anche un dettaglio floreale della decorazione sovrastante.

La commistione floreal-marina trova forse la sua espressione più felice nello stemma, che ho già avuto occasione di presentare e che di seguito replico evidenziando i dettagli in causa, in cui il rosone è diventato parte integrante della coda di un delfino e tre lunghe foglie le sue pinne.

Qualcosa di analogo è presente nel dettaglio, di seguito riprodotto, della decorazione della fabbrica poco distante prima ricordata.

 

Troppo poco per ipotizzare che l’autore dei cartoni sia stato unico? E se avesse a che fare con quella che sembra proprio la sua firma apposta in un angolo di un particolare decorativo del primo piano?

Troppa carne al fuoco non può essere adeguatamente assistita e rischia di restare  cruda o di andare in fumo …

Perciò, tornando a villa Leuzzi, si direbbe quasi che la rappresentazione della coppia divina abbia assolto ad una funzione apotropaica più efficace sulla facciata prospiciente il mare che sull’altra prospiciente la piazza, dove la coppia non sarebbe ricostruibile se tutta la decorazione non fosse la perfetta replica di quella del versante marino; infatti l’unico lacerto ancora leggibile (parte della gamba destra di Anfitrite) non sarebbe certo stato sufficiente per l’identificazione. Sorprende di fronte a tanto sfacelo che si sia conservata molto meglio la decorazione che guarda il mare (nelle foto successive la comparazione tra le due), teoricamente più soggetta all’azione diretta della salsedine; è come se per il Tempo un Nettuno ed un’Anfitrite che guardano una piazza, se si fossero perfettamente conservati, sarebbero stati due … pesci fuor d’acqua.

E in un’epoca di divismo insulso e fasullo mi piace chiudere proprio con i dettagli delle due nostre divinità, anche perché solo il teleobiettivo consente di coglierne la finezza nella rappresentazione.

 

 

 

Cinema d’autore a “Lo sguardo di Omero” di Roca Nuova, ospite la Turchia

di Paolo Rausa

 

ulisse di franco piavoli

 

Il Festival di narrazioni filmiche “Lo sguardo di Omero”, IV edizione,  dedicato ai luoghi, alle culture e alle identità, si svolge dal 27 al 31 agosto al Villaggio di Roca Nuova di Melendugno. Paese ospite è la Turchia. Annalisa Montinaro, la Direttrice Artistica, è entusiasta: “Quando circa dieci mesi fa abbiamo iniziato a lavorare al Festival, decidendo di dedicarlo alla Turchia, piazza Taksim, nella magica città di Istanbul, non era ancora rimbalzata al centro della Storia. Oggi le manifestazioni del fine maggio scorso ci raccontano di un cambiamento in corso nella società turca e offrono al nostro festival l’opportunità di approfondimento sulle dinamiche sociali e culturali nel Mediterraneo.”  Orgogliosa, a ragione, di aver contribuito a questa edizione, che approda nella sua casa: Roca Nuova, un sito di rara bellezza, immerso negli ulivi che sorge nell’immediato entroterra di Torre dell’Orso, un insediamento rurale fondato nel XVI secolo. “Lo sguardo di Omero”, il cantore di gesta ‘inenarrabili’ e delle peregrinazioni di Ulisse, si propone di valorizzare i linguaggi cinematografici, quali privilegiate chiavi di accesso tanto ai “paesaggi dell’anima” quanto all’anima dei paesaggi. Un festival di narrazioni filmiche, dedicate ai luoghi, alle culture e alle identità dell’Europa e del Mediterraneo, dove il “paesaggio” non è solo il contesto dove avvengono le storie ma ne è il protagonista, in una contaminazione vicendevole con l’uomo. Perciò “Lo sguardo di Omero” premia l’arte della narrazione cinematografica, che riesce a riscoprire le identità del Mediterraneo, un crogiuolo di culture e civiltà che hanno permeato lo spirito umano. Il Festival si articola in tre sezioni con relativi premi, di contenuto paesaggistico-antropologico, culturale e ambientale. “Aspettando lo sguardo di Omero, Il Paesaggio si racconta alla Luna” parte il 27 agosto alle ore 20,30 con lo spettacolo multimediale “Sguardi sul Mediterraneo: Miti Leggende Storie” con video e letture sceniche tratte dalle Metamorfosi, dalla Medea, dai racconti fantastici de “Le Mille e una Notte”, da altri significativi autori fino a “Istanbul” di  Orhan Pamuk. Segue “Chiamata alle arti”, dedicato a Tiziano Terzani, uno spazio dove le letture, le canzoni e le immagini sono finalizzate alla realizzazione di un film ispirato a “Un indovino mi disse”. Dal giorno dopo, il 28, partono le proiezioni nel Cortile di Ulisse e nella Saletta Penelope, ore 20,15. Molti i titoli interessanti che riguardano vicende umane e aspetti ambientali dell’oikoumene mediterranea, da “La sposa del nord (Voci da Tangeri)” di Elisa Mereghetti e Marco Mensa, (sarà presente la regista), a “Souvenir Srebrenica” di Luca Rosini e Roberta Biagiarelli, un film inchiesta sul genocidio bosniaco dell’11 luglio 1995. L’Afghanistan nella condizione delle donne in “Come pietra paziente” di Atiq Rahimi, “Whinspering memories” (Ricordi a bassa voce) di Mehmet Binay è un documentario su un matrimonio rurale in un villaggio della Turchia meridionale.

Iran, la scuola delle donne

L’ambiente sardo domina le scene di “Su Re”, regia  di Giovanni Columbu. Con “Home” di Yann Arthus-Bertrand si vedranno le immagini delle bellezze della Terra minacciate dall’attività umana. E poi l’uomo e il paesaggio in  “Pescasseroli-Storie di uomini storie di natura” di Michele Imperio, i figli degli immigrati, nati in Italia ma senza diritti, in “Sta per piovere” di Haider Rashid. “La transumanza della pace” di Roberta Biagiarelli (sarà presente la regista) sui paesaggi e i pascoli del Trentino e della Bosnia-Erzegovina; “Tradinnovazione-Una musica glocal” di Piero Cannizzaro è un viaggio in alcune regioni italiane, fra cui la Puglia, sulla musica etnica, “Jeans e Marto” di Claudia Palazzi e Clio Sozzani è la storia di uno studente etiope, Roba, sul valore dell’istruzione, mentre “Muffa” di Ali Aydin affronta il tema della libertà di opinioni in Turchia. Il 31 la premiazione dei film e i Radioderwish. Info: www.losguardodiomerofestival.it, – tel. 320 0631370.

Mi piace

di Armando Polito

 

Tante sono le idiozie che circolano in rete e che spesso celebrano il loro vacuo trionfo con una caterva di altrettanto idioti mi piace.  Per questo mi è particolarmente gradito oggi riprodurre questa immagine di Vincenzo Marasco comparsa in facebook con un commento che chiunque può leggere all’indirizzo https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10200956100557194&set=a.4827790685100.2166663.1006557559&type=1&theater

A quel commento altro non aggiungo se non che, a mio parere, una Regione Puglia amministrata da persone degne, in tutti i significati ai quali l’aggettivo può riferirsi, dovrebbe assumerla come nuovo stemma, senza, all’occorrenza, scomodare geniali grafici con consulenze altrettanto geniali e costose …

Esso sostituirebbe felicemente quello ufficiale:

 

e ancor più felicemente quest’ultima desolante immagine che oggi più fedelmente la rappresenta:

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Fra cronaca e costume: il tramonto di un grande manager in un terremoto di miliardi

di Rocco Boccadamo

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I giornali e le televisioni di tutto il mondo hanno dato risalto alla notizia che Steve Ballmer, amministratore delegato di Microsoft, si accinge ad andare in pensione, dopo una prestigiosa carriera durata trentatre anni, di cui dodici al timone della multinazionale di Redmond.

Un addio probabilmente triste e pregno d’emozione per il protagonista e, però, condito dal particolare che Ballmer andrà a godersi la meritata, come sempre si dice, quiescenza, forte di un patrimonio di sedici miliardi di dollari, che lo pone al diciannovesimo posto nella classifica dei “Paperoni” stilata dalla rivista Forbes.

Facendo pochi e semplici calcoli, sedici miliardi di dollari equivalgono a dodici miliardi circa d’euro, corrispondenti, a loro volta, a ventitremila duecento trentacinque miliardi delle cessate lire italiane.

Proseguendo, Ballmer ha prestato attività lavorativa e manageriale, come detto all’inizio, per trentatre anni, ovvero per dodicimilaquarantacinque giorni di calendario: morale, è come se il personaggio sia riuscito, quotidianamente, ad accantonare una fortuna pari a unmiliardo e novecentotrentamilioni delle nostre vecchie lire.

Pur con tutte le considerazioni e osservazioni plausibili, non ci sono parole. Vie più si resta sgomenti, al pensiero che, in giro, sia dato trovare altri casi Ballmer.

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Un interrogativo, estremo, vien da porsi: esistono ancora le “trombe del giudizio universale”? Oppure si sono completamente ossidate, al punto da non suonare per niente?

Restando sul piano dell’apocalisse, un terremoto di miliardi, dunque, per Steve Ballmer. Tuttavia, chissà se sarà tutto per lui, se si crederà padrone del creato, se, semplicemente, si sentirà felice!

In proposito, viene alla mente un vecchio detto barese, in colorito e ineguagliabile gergo dialettale, dove, come condizione per la felicità, si cita, senza dubbio, l’abbondanza di soldi (nu tramote de t’riss), ma unitamente a due altre condizioni: “la ciola(organo genitale maschile) grossa”, e “nna m’gghiere bbona”.

A Castro, la caseddra delle “mie” Frasciule

di Rocco Boccadamo

 

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Nel centro abitato di Castro, la splendida e apprezzata “Perla del Salento”, esiste, adesso, un cartello di segnaletica stradale indicante Via Frasciule, nella omonima zona di espansione edilizia, fra civili case popolari e edifici di tipo residenziale ad uso di residenti e/o ospiti.

L’area in questione si trova alla periferia della cittadina, esattamente a fianco di un comprensorio di verde pubblico, ricco di lecci, macchia mediterranea e altre interessanti specie di flora, denominato Parco delle querce, e però, lungo l’arco di secoli, già conosciuto con un appellativo differente, ovvero Bosco Scarra o Bosco dello Scarra.

Nel 2013, ci troviamo, dunque, nell’ambito di un agglomerato abitativo, mentre, fino ad alcuni decenni addietro, si aveva di fronte semplicemente un fondo rurale, in mezzo ad altri terreni agricoli, adiacente al comprensorio del bosco sopra indicato, che, sebbene rimaneggiato, è tuttora presente.

Tuttavia, si ha l’espressa intenzione di dedicare queste righe non già alla situazione attuale, bensì alla mappa, consistenza e destinazione precedenti del sito in discorso; del resto, dell’habitat dei tempi lontani, ancorché risalente alla sua primissima fanciullezza, dai due ai quattro anni d’età, l’osservatore di strada che scrive serba un ricordo vivo e nitido.

Con riferimento a quel posto, l’immagine passata conteneva niente più che il fondo agricolo delle Frasciule, accatastato come seminativo, ricco di piante di fico, con l’aggiunta poi di qualche albero di carrubo e adibito anche alla coltivazione di ortaggi.

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Ne era proprietario, un signore originario di Marittima, anche se, da adulto, aveva scelto di trasferirsi a Lecce, facente parte di una famiglia signorile del paesello, tale don Gustavo Russi. Per completezza di logistica, v’è da aggiungere che, durante la stagione dei bagni, il predetto benestante se ne veniva in villeggiatura a Castro, dove possedeva una villa in zona Grotta del Conte.

Negli anni quaranta, all’incirca intorno alla fine della seconda guerra mondiale,  nonno Cosimo, capo di una famiglia numerosa con moglie e sei fra figlie e figli, prese a mezzadria, da don Gustavo, l’anzidetto appezzamento delle Frasciule, conducendolo  direttamente per svariate stagioni.

Sul terreno insisteva anche una casetta in pietra, che, fortunatamente, è sopravvissuta e si può scorgere tuttora, sia pure circondata, in parte, dalle palazzine recentemente realizzate lì intorno.

Una casetta (caseddra) spartana, tipica e simbolo della civiltà contadina, dotata di un’apertura d’accesso sul frontespizio, senza ovviamente alcun infisso o porta in legno o in altro materiale, sovrastata da una finestrella a forma triangolare, finalizzata, insieme con un altro finestrino quadrato situato al centro della parete posteriore, all’aerazione dell’ambiente interno. Caratteristica carina, una scaletta, parimenti in pietra, appoggiata a una parete esterna, per montare, dal terreno, sino alla copertura del manufatto.

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Nel periodo estivo, in cui si concentravano diversi raccolti agricoli, ossia a dire patate, grano, orzo, legumi, lupini, fichi, carrube, fichi d’india, nonno Cosimo, unitamente al suo nucleo familiare, si trasferiva stabilmente alle Frasciule, attendendo ai lavori, consumando i pasti e rimanendo, infine, a dormire: tutti insieme, nella ricordata casetta, per letti, semplici stuoie aperte sul pavimento e, in ogni caso,  vale la pena di rimarcarlo, dopo le lunghe ore di fatica, il riposo alle membra e il sonno ristoratore non tardavano.

Le Frasciule rappresentavano, in certo qual modo, la base principale per lo svolgimento, da parte della famiglia di nonno Cosimo, dell’attività agricola nel suo complesso, nel senso che anche i raccolti di altri terreni, di proprietà o condotti a mezzadria, ad esempio i fichi maturati nel Bosco dell’Acquaviva e contenuti in capienti panieri di canne e vimini, erano trasportati sulle spalle, ovviamente a piedi, sino alle Frasciule, per essere ivi spaccati e essiccati al sole su appositi cannizzi.

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Per la verità, i giovani di casa Boccadamo, talora, si lamentavano con il genitore per tali lunghi tragitti con pesanti carichi addosso.

In quegli ormai lontani anni, dal 1943 al 1945, succedeva di tanto in tanto che lo scrivente, classe 1941, fosse temporaneamente affidato ai nonni paterni  Cosimo e Consiglia e relativi zii, così che trascorreva alcuni periodi, unitamente a loro, nel fondo e nella  casetta delle Frasciule.

Per coprire i quasi due chilometri di strada fra il rione natio dell’Ariacorte e, giustappunto, la provvisoria dimora, il bambino non ce la faceva o, perlomeno, dava ad intendere di non essere in grado, a camminare con i suoi piedi e, di conseguenza, doveva intervenire la buona volontà e la pazienza del giovane zio Vitale, il quale si caricava Rocco sulle spalle.

Nonostante tale provvidenziale venuta in soccorso, rimaneva, per il piccolo, un altro problema: egli aveva un terrore matto della morte, dei defunti e di tutti i riferimenti e ambienti correlati, compreso il cimitero del paese, caratterizzato da alti cipressi. Purtroppo, per recarsi dall’Ariacorte alle Frasciule, era inevitabile percorrere la strada comunale sterrata Marittima – Castro, si doveva passare per forza accanto al camposanto, così, in ogni occasione, succedeva immancabilmente che Rocco, non appena intravedeva da lontano detti cipressi, serrasse gli occhi e si avvinghiasse al collo  dello zio Vitale tenendo il capo abbassato, per ritornare poi ad aprirsi dall’isolamento  e a guardarsi intorno solo quando si rendeva conto che il cimitero era stato superato e si trovava ormai lontano alle spalle.

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Scorrevano serene e interessanti le giornate del piccolo ospite alle Frasciule: caccia alle lucertole o ai grilli, costruzione di rudimentali dischi con le pale di fico d’India, scalate sugli alberi da frutta per abbondanti assaggi, qualche puntata spericolata sino alla parte posteriore del fondo, dove si trovava una vasca di raccolta di acque piovane utilizzate a scopi irrigui.

Il “pilune” (grande pila), presentava all’interno, semi immerse nell’acqua, alcune grosse pietre ed era il regno incontrastato di famiglie di rane, oltre che, a volte, abitacolo di qualche biscia, in particolar modo di un rettile innocuo proprio di queste zone, il biacco, di colore nero intenso che solo ad apparire, faceva scappare a gambe levate il giovanissimo esploratore.

Alle Frasciule, si consumavano e/o prendevano corpo una serie di abitudini  rimaste impresse nella mente, come le levate all’alba di nonno Cosimo al fine di raccogliere le primizie di frutta e ortaggi che recava in dono e omaggio al proprietario del terreno don Gustavo, in villeggiatura nella vicina Castro: così si usava fare allora.

 

Ancora, per consumare i pasti preparati dalla nonna Consiglia nella quadara in rame rossa, non esistevano per niente le posate e per attingere al cibo nel grande piatto comune si faceva ricorso ai gambi di cipolla, opportunamente sagomati alla base in funzione di cucchiaio o  di forchetta a seconda del tipo di minestra del giorno.

Bello e tonificante, come già accennato, era il dormire nella casetta delle Frasciule, adagiati alla meno peggio sul duro pavimento e, in qualche evenienza, con la compagnia di ospiti non proprio graditi, sotto forma di un topolino, una lucertola o una “sacara”, altra varietà di rettile presente da queste parti fra i vecchi muri o le pietraie, fonte di forte impressione sebbene non velenoso.

Durante la permanenza alle Frasciule, capitava anche che, a Castro, si celebrasse la festa della Madonna del Rosario, o Madonna mmenzu mmare,  con la caratteristica processione di barche, rito a cui il piccolo Rocco non mancava di assistere accompagnato dai parenti.

Tempi lontani, abitudini tramontate e scomparse e tuttavia rimaste scolpite, giacché hanno segnato in maniera davvero profonda e incisiva la loro epoca.

Ci penso, ogni volta che passo dalla zona delle Frasciule, ora centro abitato. Scendendo da Marittima, il terreno era preceduto da un fondo comprendente una piccola casa di villeggiatura, detta il Casino, su due piani, con ingresso sul fronte strada delimitato da colonne in pietra tinteggiate di rosa, al pari della costruzione. Ci sono ancora, pressoché intatte, le colonne, mentre l’edificio si presenta in gran parte crollato e stinto.

Nel Casino si recava ad abitare, in estate, una signora di buona famiglia di Castro, donna Chiarina, la quale, rammento, aveva una figlia, Cecilia, non vedente dalla nascita.

Passando gli anni, venendo sempre maggiormente meno la sue capacità visive e man mano sposandosi i figli, il nonno Cosimo abbandonò la conduzione a mezzadria delle Frasciule e così cessò anche il trasporto delle panare di fichi dal Bosco dell’Acquaviva.

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Nel ruolo di nonno Cosimo subentrò un suo nipote, il quale, anzi, in seguito diventò proprietario del fondo, acquistandolo da don Gustavo. Fattosi a sua volta anziano, le Frasciule passarono, quindi, al maggiore dei suoi figli. Quest’ultimo, agli inizi, non era molto soddisfatto del cespite pervenutogli, ma poi, inopinatamente, è stato per così dire ripagato all’atto dell’esproprio dell’area delle Frasciule per opera del Comune di Castro, in vista della realizzazione del complesso abitativo.

Difatti, in tale sede, gli sono stati dati in permuta alcuni appartamenti che assicurano alla sua famiglia un’apprezzabile rendita per affitto.

Gli anni dei temporanei soggiorni del piccolo Rocco alle Frasciule, precedettero di poco una fase assai importante nell’ottica della modernizzazione e dello sviluppo di Castro, all’epoca facente parte, insieme all’altra frazione di Marittima, del comune di Diso.

Il richiamo va esattamente all’amministrazione, dal 1946 al 1951, con alla guida il sindaco Agostino Nuzzo, ancora adesso ricordato.

Il predetto si rese promotore d’importanti e primarie opere per il miglior sviluppo e la crescita di Castro, fra cui l’ampliamento di piazza Dante, la costruzione del ponte che collega il Canalone al Porto Vecchio, della rotonda belvedere, realizzazioni attuate con piglio attraverso Cantieri di lavoro, nonostante le proteste e le reazioni di alcuni signorotti, a Castro unicamente per la villeggiatura,  titolari di benessere e privilegi esclusivi, contrapposti alla povertà della gente in genere, i quali, verosimilmente, vuoti Gattopardi del Basso Salento, miravano più che altro a conservare la propria posizione.

Provvidenziale, dunque, l’azione di amministratori pubblici che guardavano al bene della comunità e a prospettive di crescita diffusa.

 

Nardò, operazione nostalgia

di Armando Polito

L’uomo affidò il ricordo delle proprie emozioni e la rappresentazione più o meno fedele della realtà prima ai graffiti, poi, dopo l’invenzione della scrittura che convenzionalmente segna il passaggio dalla preistoria alla storia, ai segni incisi via via su tavolette di terracotta, poi su lastre di metallo o di pietra, su tavolette di cera, a quelli tracciati su papiro e pergamena. L’invenzione della stampa e, molto dopo, della fotografia facilitarono e ampliarono la possibilità di sottrarre, pur con qualche limite, le memorie del passato all’azione cancellatrice del tempo. Poi nei primi anni ’60 la registrazione magnetica rese più agevole la conservazione delle immagini in movimento fino ad allora appannaggio, come per quelle fisse, della pellicola fotografica. I progressi dell’elettronica, il trionfo dell’informatica e del digitale con l’adozione di memorie a stato solido hanno dato vita negli ultimi decenni a tutta una serie di prodotti sui quali non mi soffermo perché un adolescente saprebbe farlo molto meglio di me. Eppure, chi rimane insensibile davanti ad una foto che abbia almeno cinquant’anni e che ritragga un soggetto a lui noto? Quando poi la foto ha più di cinquant’anni l’effetto è assicurato, anche sul più insensibile e superficiale degli esseri umani.

Così ho pensato di coniugare il passato e il presente sfruttando alcune foto da un cd che credevo perso per sempre, tratte non ricordo più da dove, ed altre pescate in rete. Ad ogni immagine antica ho fatto seguire quella relativa allo stato attuale dello stesso luogo ricavata da altrettante catturate da Google Maps opportunamente adattate. Conto sull’aiuto dei lettori per eventuali integrazioni: basterà che il generoso di turno che sia in possesso di foto diverse da quelle qui presentate invii come commento un messaggio dichiarando la sua disponibilità a farcene avere una copia digitale (magari eseguita, se lui ha poca dimestichezza con gli aggeggi di oggi, con l’aiuto della fotocamera del figlio o del nipote). Potrebbe venir fuori una serie dal valore documentario notevole, firmata da tante persone accomunate da una comune sensibilità, da consegnare alle generazioni future. Quella che potremmo definire operazione nostalgia comincia oggi da Santa Caterina e da Santa Maria al Bagno, cioè due delle marine di Nardò. Non è estranea l’estate a questa scelta ma sarebbe bello se, grazie all’aiuto di tutti, l’operazione potesse essere estesa all’intero territorio della nostra Nardò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trainella, fra Marittima, Diso e Tricase

trainella

di Gianni Ferraris

Ci sono modi di dire che si utilizzano per abitudine, spesso per convenzione, “Il mondo è piccolo”, ad esempio. A volte poi ti accorgi che la tradizione orale, la cultura popolare, spesso tramandano verità. E’ piccolo il mondo se mia figlia, alessandrina che studia all’università a Pavia, ha una “collega” salentina che la invita a Tricase per l’estate, successe nell’agosto 2012, ed è piccolo se a distanza di un anno incontro Costantino, il padre della ragazza salentina, nella piazza di Diso ed iniziamo a parlare accorgendoci di avere in comune amici e interessi, oltre che di trovarmi davanti ad un raffinato scrittore. Diso è un paese tranquillo, poca gente per strada, seggiole in piazza martedi 6 agosto fra i tavolini del bar, un palco, una bandiera italiana ed una della CGIL. C’è la proiezione di un documentario che per varie vicissitudini ancora non avevo visto: Arneide. Passano su quel piccolo schermo e con un audio improbabile le immagini e le testimonianze dei protagonisti delle lotte a cavallo fra il 1950 e il 1951, quando le terre vennero occupate, quando la polizia di Scelba caricava donne e uomini che volevano solo e banalmente lavorare un pezzo di terra, che chiedevano di poter sopravvivere.

Anche Costantino Nuzzo era in piazza a Diso, e mi ha sorpreso regalandomi un libro che aveva scritto nel 2010: Trainella. Non è romanzo, non è saggio, è un racconto di vita vissuta fra Marittima, Diso e Tricase. Lui nacque a Marittima, ora vive e lavora a Tricase. Già direttore di Radio Salento popolare e collaboratore di riviste, ha voluto mettere su carta i suoi ricordi, che sono quelli della sua generazione. L’ha fatto perché occorre ricordare, avere memoria di come eravamo per comprendere cosa siamo. E l’ha fatto perché gli spiriti più attenti della nostra generazione si rendono conto che il filo della memoria è esageratamente esile e fragile. Cito un passaggio della sua presentazione del libro: quella attuale, per Costantino “è una società senza chiari modelli diriferimento, confusa e smarrita, che si concentra […] sull’insano culto dell’io senza lasciare spazio al noi… Una società concentrata nel quotidiano individuale, che vive alla giornata. Senza passato, senza storia e senza alcun progetto di futuro[…]”

Forse una visione ecessivamente pessimistica, che tuttavia ha ragion d’essere se valutiamo la deriva sociale e politica in cui siamo stati risucchiati tutti quanti, e della quale la mia generazione, che è anche quella di Costantino, ha qualche responsabilità. Consideriamo le lotte dell’Arneo, quando una classe di “ultimi” chiese, pretese ed ottenne in parte di avere un pezzo di terra che desse loro dignità di esseri umani, che facesse uscire il Salento dal feudalesimo crudele dei baroni e dei proprietari terrieri che utilizzavano centinaia di ettari di terreni coltivabili come riserva di caccia, e vediamo oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, nuovi “baroni” tanto simili a quelli antichi che vengono incarcerati perché riducono in schiavitù altri “ultimi”, i ragazzi che arrivano con scafi di fortuna. Le domande sorgono spontanee, le conquiste di un tempo, quanto valgono oggi? Soprattutto, perché la cosiddetta “società civile” consente questi ignobili comportamenti? Perché un conclamato razzista ricopre importanti cariche in parlamento? Perché i diritti conquistati nel tempo sono stati tutti risucchiati e negati da un capitalismo globalizzato che si ritiene invincibile? E potremmo proseguire a lungo, ma torniamo a Trainella. Il libro è di agilissima lettura, scritto in modo asciutto, riporta episodi, guaches di personaggi e comportamenti di Marittima e Diso degli anni fra il 1957 e il 1967, quando la guerra finita sembrava lasciare posto alla rinascita, ma che vedeva i contadini, i mezzadri fare una vita meno che dignitosa, spaccarsi la schiena e lottare ogni giorno per sopravvivere. E lo fa senza enfasi e senza cadere nel tranello del “Mulino Bianco”, quando i mulini erano bianchi, ben lo sappiamo, i poveracci crepavano di fame. Racconta, anche con simpatica ironia, la quotidianità di una famiglia con molti figli, del parto provocato da un ribaltamento del “traino”, racconta del contrabbandiere, della festa patronale con gli abiti buoni, della raccolta del tabacco, del trasferimento della famiglia intera, compreso il nonno fumatore incallito, a Ginosa per la raccolta sulla “millequattro” con autista che stipava tutto l’occorrente per la sopravvivenza di alcuni mesi e oltre 9 persone a bordo. Un viaggio di ore e ore, sempre che non ci fossero guasti e che la polizia stradale non fermasse quella strana auto stracarica per la multa di ordinanza. E ricorda, Costantino, del daziere che potremmo definire gabelliere, di come il “Don” precedesse il nome dei figli laureati dei possidenti terrieri. Quelli che studiavano anche se “ciucci”. E poi il cinema Excelsior dove occorreva andare alle tredici per prendere posto, ed era indispensabile andarci perché anche le ragazze potevano, con il beneplacito dei genitori e del prete, recarsi. E ancora, i matrimoni mai fatti perché dalla dote mancavano i materassi, o della “fusciuta” (scappatella) di chi non poteva permettersi la dote e giustificava in questo modo un matrimonio improvviso. Acquarelli leggeri nella loro pesante realtà, che fanno sorridere con tristezza. Accompagna per mano a capire, fa vedere con occhi diversi le bellezze di queste terre e la durezza del lavoro. Soprattutto si comprende meglio la trasversalità delle storie degli “ultimi”, quelle descritte da Nuto Revelli nel suo stupendo ed irrinunciabile libro che conserverò accanto a Trainella:  “Il mondo dei vinti” che racconta la vita dei contadini di Langa, costretti ad emigrare per fare “la stagione” in Francia da clandestini ovviemente, costretti a nutrirsi di castagne e a comprare il sale di contrabbando dagli “acciugai”, tutto ciò per poter dire di avere vissuto. Il mondo, in fondo, è veramente piccolo.

 

Costantino Nuzzo – Trainella – Minuto D’Arco Editore. € 10.00  

Terra d’Arneo

uliveti

di Pino de Luca

 

Il turismo è l’industria principe per quei paesi che il destino ha voluto porre nelle migliori condizioni a cui può aspirare la specie umana.
Il clima, il territorio e le coste, in questi casi, sono così armoniosi da immaginare davvero che il concetto di perfezione esiste per davvero.
Turismo però non può ridursi a consumo brutale, turismo è entrare nel cuore di un territorio, comprenderne l’anima, entrare in armonica empatia, altrimenti l’industria turistica può essere devastante, la più inquinante delle industrie per la sua capacità di distruggere memoria e cultura, di trafiggerle a morte con luoghi comuni e folklore dozzinale.
E prendono sopravvento malvagità e ignoranza, premesse mentali tipiche di chi deturpa ciò che il tempo ha provveduto a modellare in maniera così perfetta.
Eppure può accadere anche il contrario. Può accadere che la natura si comporti in maniera bislacca, creando l’eden e poi lo abbandoni alla mercé di acquitrini e zone insalubri.
Un eden che diventa, motu proprio, terra bruta ed inospitale, Terra d’Arneo. Quel nulla punteggiato da masserie e piccoli caseggiati, alla mercé di pirati e banditi nel migliore dei casi, della malaria e della difterite molto più comunemente.
Terre incolte, paludose e dense di macchia sotto il dominio di latifondisti insulsi e violenti. Terre di storie di fame e di miseria.
Perché la splendida Terra d’Arneo è piana ricca e feconda, accogliente, densa anche di errori ma capace di impegnarsi a correggerli, ospitale per vocazione, per aver costruito il Paradiso grazie alla capacità di condividere e nonostante la violenza che ha subito. Cieca e crudele. È la Terra d’Arneo di adesso. Ma non sempre è stato così.
Terra di macchie ed acquitrini bonificata lentamente secondo il volere e il bisogno dei signori, è negli anni cinquanta del secolo breve che l’Arneo diventa speranza e futuro, quando i braccianti chiedono di poter coltivare e redimere quelle terre, e il giorno dei SS Innocenti del 1950 le occupano cantando l’Arneide.
Vittorio Bodini, da grandissimo cronista, racconta quei giorni di furore bestiale da parte di una forza che per ragioni ignote veniva chiamata “pubblica”. Una polizia schierata a difesa del potere e dei poderi dei Baroni Tamborrino, pronta a sparare sugli affamati, a compiere arresti ed atti efferati come il “rogo delle biciclette”, pur di impedire il progresso di esseri umani dannati nella miseria.
Ma quei “villani”, quei “braccianti” vinsero e la Terra d’Arneo cambiò faccia, da sinonimo di “terra del nulla” racchiusa tra Nardò e Avetrana è diventata terra del mondo.
Mare cristallino e piane fertili, masserie vive, ospitalità innata sono le credenziali che la Terra d’Arneo presenta al turismo, qui si sta bene, si mangia benissimo e ogni sorso di vino è divino.
Un angolo di paradiso sia che ci si distenda sugli arenili dei lidi che si vadano a visitare le “bestie felici” che popolano le campagne, pascoli, arnie o piccoli caseifici dai prodotti ineguagliabili.
Ma ci si rammenti sempre che senza quel capodanno che portò dal 1950 al 1951, senza Salvatore Mellone ed altri, arrestati il 7 gennaio 1951, questa sarebbe rimasta come Bodini la raccontava: “Da Nardò a Taranto non c’è nulla, c’è l’Arneo, un’espressione vagamente favolosa come nelle antiche carte geografiche quei vuoti improvvisi che s’aprono nel cuore di quelle terre raggiunte dalla civiltà.”
E l’Arneide è una canzone di ieri e, forse, anche di domani. Raccontiamola ai turisti.
(Nuovo quotidiano di Puglia del 10 Luglio 2013)

Presente (la puzza di merda della pianura padana)

maiale

 

di Paperoga

 

Mi sono trasferito in Emilia in età universitaria, attorno ai 22 anni. Non vivevo più nel sansificio già da qualche anno, e i miei vestiti si erano a fatica liberati dalla puzza di pastosi scarti di olive. Ero dunque pronto ad emigrare ripulito, col vestito buono, la scrima in ordine e il guardaroba rinnovato per fare bella figura nel grande Nord che mi attendeva.

Avevo sempre avuto una grande ammirazione per quella terra ricca, ordinata, verde, fatta di gente vestita con cura, dai modi discreti e misurati, che parlava piano con quell’accento arrotato e suadente. Mi sentivo chiaramente insicuro, inadeguato, con un lieve complesso da terrunciello. In quella terra di gente ricca dai gusti difficili e raffinati, in quel bailamme di benessere diffuso, io mi presentavo come quello che fino a ieri giocava nell’oleificio a pallate di sansa.

Dunque preparai la valigia con cura, facemmo lavare la macchina, mia madre andò dal parrucchiere, mio padre dal barbiere. Io, col mio taglio di fresco, chiusi il bagagliaio e diedi l’ultima occhiata ai miei sgarrupati luoghi, contorti e sporchi, puzzolenti, tenuti male, in perenne dissesto. Mi dissi: civiltà, buon gusto, igiene, aspettate che arrivo.

Il viaggio fu lungo ed io attendevo fremente. Puglia, Molise, Abruzzo, Marche, infine l’Emilia-Romagna. L’A14 mi recapitava come un pacco postale profumato e dabbene verso la Terra Promessa.

Passata Bologna, però, all’improvviso fummo assaliti da un fetore mostruoso, minchia roba che quello della sansa in confronto sembrava Obsession di Calvin Klein. Tra tutti, per primo fu mio padre a riconoscere, con  un commento appropriato e come al solito misurato, la portata e la provenienza dell’essenza che si stava rapprendendo  sulle pareti della trachea.

“Mamma mia che puzza di merda… Ma che è…Non è manco la fogna, è una merda strana…”

Mia madre non rispose, svenuta quasi com’era. Io col naso tappato pensavo: “deve essere un attentato di qualche sigla terroristica meridionale, avranno sparso da un aereo qualche schifezza made in terronia per vendicarsi di 50 anni di sfruttamento silenzioso, o perchè gli sta sui coglioni Umberto BossiCazzo, deve essere così,  non ci possono essere cattivi odori al nord, qua sono tutti prati in fiore, viali alberati, verde su verde, e poi, non lo diceva anche  il Manzoni, “il cielo di Lombardia così bello quand’è bello?” . Invece, più avanzavamo in direzione nord, più ci trovavamo immersi in una cappa grigiastra che non dava impressione di avere nè principio nè fine,  con questo gas ad intermittenza che ci annebbiava i sensi e gettava una strana ombra sui luoghi che avevo scelto come esilio dalla terra ingrata che mi aveva dato il benservito.

Quando arrivammo a destinazione e ci spiegarono l’arcano, devo dire che non fummo sollevati.

“Ma no, ma è solamente una mistura di puzza di merda di animali vari. Dipende, in alcune zone sono escrementi di vacca, per lo più, in altre si associano al maiale, molto spesso il tutto è sotto forma di concime, che l’aria umida e a tratti paludosa di alcuni punti tende a propagare più in fretta”.

Io e i miei genitori ci guardammo con una faccia stordita. Silenziosi,  incrociavamo pensieri impliciti, che però non cambiarono il corso degli eventi.

In questa specie di terra di Mordor ci sono infatti rimasto, e posso testimoniare che esala ancora oggi fumi di smog e concime animale a getto continuo, ingrassando le nutrie impegnate a scavare tane sul greto dell’Enza, del Secchia e degli altri fiumiciattoli in cui sguazzano  allegri, verso la confluenza con il Po,  branchi di pesci triocchiuti pronti ad essere fagocitati da abominevoli pesci-siluro.

Ogni volta che attraverso l’A1 o la Via Emilia mi aggrediscono, come se avessero un’anima cattiva, zaffate putrebonde di cacca sciolta di milioni di animali messi ad ingrassare nei capannoni accanto alle statali, ingozzati con qualunque cosa sia ritenuta semplicemente ingoiabile.

Un amico emiliano, tutto fiero di sè, mi riferì un giorno che nella sua provincia c’erano 25 maiali per ogni persona. Dentro di me, questa proporzione mi fece raggelare il sangue. Non tanto pensando al fatto che un giorno una rivolta di “barbudos” anche tra i porci avrebbe potuto facilmente soggiogare l’intera Emilia, e  i suini avrebbero finalmente cominciato ad insaccare a caso esseri umani. E’ un’evenienza da non sottovalutare, certo, ma non pensavo a questo. Semplicemente consideravo, immaginando questa sterminata pletora di suini,  che i maiali quando gli scappa la popò mica la fanno nel cesso, e certo non  tirano lo scarico. Avviene tutto a cielo aperto, come natura crea . E allora eccoti spiegato quale micidiale fetore possa avvolgerti come la nebbia in Fog di Carpenter, sopratutto quando ti ritrovi disperso in una provinciale che porta fin dentro alla bassa.

Confuso e spaurito, impegnato a rimanere dentro quelle stradine strette a strapiombo sui canali di irrigazione, ti ritrovi improvvisamente di fronte ad uno stabilimento che smista questo succulento nettare attraverso giganteschi nastri trasportatori, trasformandolo ora in concime, ora chissà,  in ringo boys.  E a 50 metri, magari, ci incontri d’estate i pescatori di carassi o carpe, con le loro roubaisiennes seduti sui fossi, coi volti butterati da una vita di zanzare, e magari ti ritrovi a fare le stesse domande che ti facevano i tuoi amichetti da piccolo davanti al sansificio. E così, d’incanto, come contrappasso dantesco, ti accorgi di essere passato dalla parte del disgustato.

“Ma come fate a pescare qui davanti tutto il pomeriggio?”

“Perchè?”

“Diosanto, non la sente sta puzza?”

Ma loro, gli emiliani, non solo la sentono. La adorano.

Molti di loro si offendono se la chiami puzza. E’ un orgoglio silenzioso, tosto e motivato, altro che il nostro, teatralmente vuoto, orgoglio meridionale. Di fronte al loro orgoglio ti fermi con un moto di rispetto. Perchè per loro quella che chiami puzza è una essenza benedetta, è la storia, sintetizzata e vaporizzata, del loro popolo povero e riscattato. E’ il profumo del loro orgoglio di secoli di lotte contadine, di diete suicide, di  infarti del miocardio.

Ecco la differenza tra me e loro. Io la puzza di sansa non la sentivo, o se la sentivo al massimo mi faceva pensare alla casa dove vivevo. E comunque non ne facevo una questione di orgoglio. Di isolamento, di solitudine, ma non certo di orgoglio. Loro, invece, la puzza di merda la sentono, la respirano tutti contenti, chiudono gli occhi in un’espressione che incrocia il sorriso dell’asceta che trae beneficio dalla meditazione, e l’eccitazione fisica del feticista che annusa la scia profumata, seducente e peccaminosa, che una bella gnocca si lascia di sè.

Io invece non mi abituo. Non ci sono nato, e sono condannato a subirla. Per me non è nè storia nè orgoglio: è merda. Quel fetore inaudito mi prende sempre impreparato, il viso si contorce sempre allo stesso modo, e ogni volta è una sensazione che mi stordisce, provocando quasi allucinazioni mistiche. A volte vedo distintamente Sant’Antonio Abate con un maiale ai suoi piedi, così come iconografato nella metà delle chiese emiliane, che mi invita ad inspirare e respirare, a godermi la pianura padana, a diventare emiliano nell’olfatto prima ancora che nella percentuale di colesterolo cattivo nel sangue. A giudicare da queste visioni, credo che se la essiccassero bene e la compattassero come si deve, quella merda la si potrebbe pure fumare. Un bel cannone padano che non avrebbe nulla da invidiare alla esotica marijuana. E in più sarebbe perfettamente legale.

Ed è in questi momenti di assunzione di strane droghe leggere di origine animale che, forse obnubilato dai fumi dello sterco, arrivo anche a dubitare del buon De Andrè,  che sarà stato anche profondo e romantico nell’affermare che “dal letame nascono i fior”.

Ma io, che poeta non sono, mi sento di aggiungere che il prezzo da pagare per questa metamorfosi a volte è davvero caro.

 

http://paperogaedintorni.wordpress.com/2009/02/09/presente-la-puzza-di-merda-della-pianura-padana/

Variazioni azzoliniane sul tema dell’Angelo Custode

di Marino Caringella

 

 

Lecce, Chiesa di Sant'Irene, Giovan Bernardo Azzolino, Angelo Custode, olio su tela (cm.280x160), foto Sovrintendenza B.S.A.E. di Puglia
Lecce, Chiesa di Sant’Irene, Giovan Bernardo Azzolino, Angelo Custode, olio su tela (cm.280×160), foto Sovrintendenza B.S.A.E. di Puglia

Tra i culti approvati dalla Chiesa della Controriforma quello dell’Angelo Custode vide la propria ufficializzazione nel 1608, con l’autorizzazione da parte della Congregazione dei Riti alla diffusione dell’ Officium Angeli custodis dei cardinali Roberto Bellarmino e Ludovico De Torres, e l’introduzione di uffici e messe dedicate al divino compagno e confidente. Quattro anni dopo, le prediche del gesuita Francesco Maria Albertini “fatte nella Chiesa della Casa professa di Napoli” confluivano nel Trattato dell’Angelo Custode, in cui si sviluppavano le raccomandazioni a venerare gli angeli e ad affidarsi al loro sostegno nelle faccende spirituali e secolari[1]. Tali concetti erano già stati espressi da Francesco di Sales nell’Introduction à la vie dévote (1608), in cui il santo vescovo di Ginevra ricordava, tra le altre cose, come il gesuita Petrus Faber, percorrendo “le rudi montagne savoiarde” in cui aveva attecchito il protestantesimo, fosse “quasi fisicamente” protetto dagli angeli negli “attacchi degli eretici”, e che le celesti creature lo aiutassero “a fecondare molte anime dalla dottrina della salvezza”. Ben si comprende, dunque, come il dilemma del fanciullino sperduto “come il giovane Tobia, quando s’incamminò a Rages”, diventi il simbolo dell’anima incerta nella scelta tra cielo e inferno, e che l’iconografia dell’Arcangelo Raffaele che indica la via del paradiso possa essere letta in chiave di ammonimento a seguire, lungo il sentiero della vita, l’ortodossia degli insegnamenti della Chiesa cattolica e a rifuggire ogni pericolosa tentazione protestante.

Sebbene inizialmente diffuso in ambito gesuita, il culto non poteva rimanere estraneo all’ordine dei Chierici Regolari Teatini, fondato assieme a san Gaetano di Thiene da quel Gian Piero Carafa che, salito al soglio di Pietro col nome di Paolo IV, avrebbe imposto il suo programma di riforma e lotta contro gli eretici. Si giustifica così la presenza dei due dipinti gemelli dell’Angelo Custode issati nelle chiese teatine di Napoli (Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone) e di Lecce (Sant’Irene), entrambi opera di Giovan Bernardino Azzolino (Cefalù, 1582? – Napoli, 1645) e databili al terzo decennio del Seicento[2].

Il tema dell’Angelo Custode sarà più volte ripreso dal pittore siciliano anche per la committenza francescana, per esempio in uno degli elementi del polittico di Manfredonia[3] e, come parte di un insieme più complesso, nell’inedita Madonna delle Grazie rinvenuta da chi scrive nella chiesa dei santi Martino e Lucia di Apricena, ma proveniente dalla locale chiesa dei Cappuccini, dove era addossata “sulla parete, in fondo, della più grande delle due navate”[4]. La tela rappresenta una commistione di temi iconografici, primo fra tutti quello della Virgo lactans, il cui latte è di ristoro per le anime dei purganti e fonte della grazia che ricade sui santi che si affollano ai suoi piedi[5]. A questo tema principale si uniscono quelli della Regina Angelorum, cui allude il turbinio di angioletti che circondano la Vergine incoronata, e della Immacolata, cui si riferiscono la palma, il ramoscello d’olivo, il serto di rose e gigli che recano i due angeli maggiori[6].

La parte mediana della tela è invece occupata dai difensori delle anime contro le insidie diaboliche: i due arcangeli, Michele, titolare dell’omonima Provincia Minoritica in cui insiste il convento apricenese, ritratto come guerriero e psicopompo, e, per l’appunto, Raffaele, nelle vesti dell’Angelo Custode che indica al fanciullo la via del cielo.

In posizione leggermente più rilevata è la figura del san Giuseppe il cui culto, diffuso tra i Francescani da Pietro d’Alcantara, fu sancito definitivamente da papa Gregorio XV nel 1623. Qui è raffigurato come un vegliardo che con una mano regge il bastone fiorito, simbolo di verginità, con l’altra indica in basso, ritratti di tre quarti, i santi Francesco d’Assisi, Bonaventura da Bagnoregio, in abito cappuccino, mozzetta cardinalizia e libro in mano, e Maria Maddalena, coi capelli sciolti e il vasetto dell’unguento, suo principale attributo iconografico. Sullo sfondo, un breve lacerto di paesaggio montano che verso l’alto lascia il posto ai densi nimbi su cui poggia il gruppo della Vergine col Bambino, circondato da un affastellamento di putti e testine cherubiche.

L’opera, che per le traversie cui andò incontro l’edificio primigenio da cui proviene è databile alla metà degli anni trenta del Seicento, è stata restituita dalla scheda della Soprintendenza a un generico ambito meridionale (OA 1600036159) e da Di Iorio alla cerchia di Andrea Vaccaro[7], quando invece rappresenta una crestomazia di temi ed elementi formali riferibili all’ Azzolino. Vi si rinvengono entrambi i filoni sottesi alla sua poetica: quello devozionale e controriformato, di marca prettamente manieristica, con le sue immagini commoventi e bamboleggianti[8], e quello naturalistico che si esplica attraverso una predilezione per i fondi scuri, gli effetti luministici e la diligente resa anatomica dei modelli rappresentati[9]. Tanti i confronti che si potrebbero istaurare con altre opere del siciliano, per esempio la Madonna e Santi della parrocchiale di Montefalcone del Sannio[10] o la Madonna del Carmine e Santi, a quanto mi risulta inedita, nella chiesa di Sant’Onofrio a Casacalenda[11]. Con entrambe il quadro apricenese condivide l’impostazione della parte superiore della tela, le fisionomie di alcuni angeli e santi, e alcune soluzioni compositive come quella dei cherubini reggicorona e delle testine angeliche ritratte a lume di candela.

Ritornando all’iconografia dell’Angelo Custode, alla quale attinge l’artista siciliano per il quadro ai Teatini di Lecce e per il particolare di quello apricenese, essa è quella ben collaudata ai piedi del Vesuvio tanto nell’ambito della scultura – si pensi alla molteplicità di Angeli Custodi usciti in quegli anni dalla bottega di Stellato e sparsi nelle chiese del Viceregno[12] – tanto in quello della pittura, con alcuni pregevoli numeri di Borghese, Sellitto, Vitale e Pacecco De Rosa. Ma è al pittore di Montemurro e al suo chiaroscurare “che tornisce le forme e vi infonde consistenza plastica” che si dovrà guardare, nonostante sia oramai superata la soglia degli anni ’30, per trovare un riferimento stilistico dei due quadri. Sulla scia di quanto già opinato dal Pugliese, è possibile, infatti, istaurare confronti tra i due fanciulli azzoliniani col putto della Santa Cecilia di Capodimonte, o col Tobiolo (o animula, che dir si voglia) nell’Angelo Custode di ubicazione ignota[13], sebbene il quadro salentino abbandoni i catramosi fondi sellittiani “che corrodono i contorni e risucchiano intere parti di figure”[14] a favore di un ampio paesaggio di sfondo, in un avvicinamento alla tendenza classicista, “quasi accademizzante”, solo accennata nella Santa Cecilia di Sellitto e che è invece più convinta nell’Azzolino più maturo[15], tanto da lambire “le correnti del purismo secentesco che fanno capo al Sassoferrato e al primo Cozza”[16]. Tale avvicinamento, che farà spesso confondere i testi più avanzati del siciliano con oleografie ottocentesche[17], è forse il motivo per cui una non sufficientemente aggiornata scheda ministeriale (OA 1600117773) dati ancora il dipinto leccese al XIX secolo, restituendolo a un non meglio precisato ambito salentino.

Pubblcato su “Il defino e la mezzaluna” n°2


[1] P. Pirri, voce Albertini Francesco Maria, in Dizionario Biografico degli Italiani I, Roma 1968, pp. 725-726.

[2] V. Pugliese Pittura napoletana in Puglia I, in Seicento napoletano. Arte, costume e ambiente, a cura di R. Pane, Milano 1984, p. 214; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606. L’ultima maniera, Napoli 1991, p. 318 nota 42.

 

[3] N. Barbone Pugliese, A. Simonetti, Giovan Berardino Azzolino: inediti napoletani del Seicento a Manfredonia, in Angeli stemmi confraternite arte, a cura di M. Pasculli Ferrara, D. Donofrio Del Vecchio, Fasano 2007, pp. 435-443.

[4] N.Pitta, Apricena. Appunti di storia paesana con disegni dell’autore e con prefazione di Michele Vocino, Vasto 1921, p.112. L’opera è citata, seppur con l’improprio titolo di Madonna del Carmine, nell’inventario dei beni stilato nel 1811 a seguito della soppressione napoleonica (Archivio di Stato di Foggia, Amministrazione Interna, F. 145, f. 126)

[5] F. Strazzullo, L’iconogrqfia della “Madonna delle Grazie tra il ‘400 ed il ‘600, Napoli 1968.

[6] Il riferimento alla Tota pulchra si giustifica con la dedicazione della chiesa conventuale alla SS. Concezione, che mutò in Madonna delle Grazie subito dopo il terremoto del 1627 quando l’edificio cappuccino, che aveva subito dei notevoli danni strutturali, fu riedificato secondo il corrente gusto barocco. Si spiega così anche la presenza della chiave dorata nella mano di uno dei due angeli a cospetto di Maria, simbolo della presa di possesso del rinnovato tempio da parte del nuovo nume tutelare.

[7] E. Di Iorio, I Cappuccini della religiosa provincia di Foggia o di S. Angelo in Puglia (1530-1986), Tomo I-II, Campobasso 1986, pp.145-147.

[8] P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606. L’ultima maniera, Napoli 1991, p. 311.

[9] V. Pugliese,  cit., pp. 213, 214.

[10] P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, Milano 1987, p. 510.

[11] Non intendo approfittare ulteriormente dell’ospitalità di Marcello Gaballo, che ringrazio, per approfondire la trattazione di questa tela che esula dai confini pugliesi, quando già il quadro apricenese esulava da quelli salentini. Sarà altra la sede per farlo. Ringrazio anche Alessandro Colombo per avermi procurato una fotografia del dipinto molisano.

[12] P. Leone de Castris, Angelo Custode, in Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e Spagna, catalogo della mostra (Lecce 2007), a cura di R. Casciaro e A. Cassiano, Roma 2007, pp. 160-161.

[13] V. Pugliese,  cit., p. 215.

[14] Ibidem, p.214

[15] F. Ferrante, Giovan Bernardino Azzolino tra tardomanierismo e protocaravaggismo. Nuovi contributi e inediti, in Scritti di storia dell’arte in onore di Raffaello Causa, Napoli 1988, p.139.

[16] R. Lattuada, Un nuovo dipinto di Giovan Bernardino Azzolino, in “Kronos, n.13, 2009, p. 149.

[17] P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606. L’ultima maniera, Napoli 1991, p. 311

Quella seconda mensola del balcone del castello di Nardò … (6/6)

di Armando Polito

È giunto il momento di trarre le conclusioni: la mensola presa in esame simboleggia senz’ombra di dubbio l’Amicizia rivisitata in chiave moderna (vedi motti tradotti), con una raffigurazione sintetica dovuta a motivi tecnici: si fosse trattato di una cariatide e non di una semplice mensola, sarebbe stata certamente più fedele al modello antico.  Da questo punto fermo si dovrà partire qualora si voglia estendere l’indagine ai restanti componenti di questa serie allegorica. E anzitutto, secondo me, l’identificazione successiva dovrebbe riguardare il primo componente della coppia iniziale. Ad intuito direi che proprio questa disposizione a coppie potrebbe tradire una omogeneità tematica, per cui la prima mensola potrebbe anch’essa riferirsi al tema dell’amicizia ed entrambe celebrare l’accoppiata vite e olmo.

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E se la vite non può essere che la seconda figura, chiaramente femminile, la prima sarà l’olmo, chiaramente maschile; un indizio  potrebbe essere ravvisato in quel pezzo di ramo (che in un primo momento, interpretato come un randello, mi ha fatto pensare, in una lettura antitetica della coppia, all’Inimicizia), posato sul cartiglio, sul quale sembra aderire un tralcio che potrebbe essere, stilizzato, di vite, anche se le foglie mi sembrano più vicine proprio a quelle dell’olmo.

1 bis

Cosa non darei se fossi in grado di  trasformare tutti questi condizionali in indicativi! Cosa non darei per identificare le restanti figure, anche perché l’impresa appare disperata senza l’aiuto del motto, dettaglio in assenza del quale, onestamente, non sarei giunto alle conclusioni fin qui formulate e, credo, motivate. Eppure, non è azzardato ritenere che l’ingegnere Generoso De Maglie di Carpignano, che tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX trasformò il castello in residenza civile dei Personè (le foto d’epoca in basso, ritrovate nel mio archivio digitale e delle quali, purtroppo, non sono in grado di indicare la fonte, mostrano i lavori in avanzata fase di realizzazione), certamente tenne presente uno o più dei repertori simbologici ricordati. Se questo è accaduto, le ricerche ulteriori non saranno un giocare a mosca cieca …

2

 

E così sono riuscito a chiudere, come avevo iniziato cinque puntate fa, con una banalità. Facile? Sì, ma non quando la cosa, forse, è ricercata …

prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/10/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-16/

seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/11/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-26/

terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/12/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-36/

quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/13/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-46/

quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/19/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-56/

 

Quella seconda mensola del balcone del castello di Nardò … (5/6)

di Armando Polito

L’iconografia tradizionale si arricchisce di ulteriori riferimenti religiosi cristiani nell’immagine disegnata da Gottofr. Eichler junior facente parte della raccolta pubblicata da Giovanni Giorgio Hertel col titolo Historiae et allegoriae, Ausburg, 1758.

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L’Amicizia ricalca il Ripa (che a sua volta, come abbiamo visto, si era rifatto all’Alciato)  ma l’immagine complessiva conterrebbe secondo la didascalia allusioni alla pacificazione tra i fratelli Giacobbe ed Esaù (Genesi, 33). Io ci vedo pure il cieco ed il paralitico che si aiutano a vicenda (visibili a destra) e, nelle tavola in mano al bambino, le tre Grazie,  dettagli che corrispondono alla penultima ed all’ultima rappresentazione testuale dell’Amicizia nel testo del Ripa e la prima a quella iconografica dell’Alciato dal titolo Mutuum auxilium (Vicendevole aiuto) riprodotta di seguito dalla pag. 16 dell’edizione degli Emblemata, uscita a Parigi per i tipi di Christian Weckel nel 1534.

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Insomma, l’ultima immagine del 1758 sembra riassumere tutti i dettagli delle precedenti rappresentazioni; non manca nemmeno il cuore che aveva fatto la sua comparsa in un repertorio addirittura anteriore a quelli fin qui presi in considerazione: Emblemata di Giovanni Sambuco pubblicato ad Anversa per i tipi di Cristoforo Plantin nel 1564; ne riproduco di seguito  la pag. 16 contenente la scheda Vera amicitia.

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Nonostante questo labirinto di superfetazioni in cui è difficile, anche perché il riferimento alle fonti è piuttosto latitante, distinguere l’autentico dall’inventato2, son riuscito con Holcot ad andare a ritroso nel tempo con certezza fino al XIV secolo e, purtroppo senza riscontri,  al V-VI secolo con Fulgenzio da lui citato.  Per quanto riguarda le raffigurazioni antiche nulla ci è rimasto e per completezza, però, va detto che prima ancora che nel Ripa MORS ET VITA e LONGE ET PROPE sono ricordati anche dal Vasari in Vite de’ più eccellenti pittori, scultori et architettori, la cui prima edizione uscì a Firenze per i tipi di Torrentino nel 1550 (qui cito dall’edizione Giunti, Firenze, 1568, v. VI, pag. 347): Stravagantemente fu poi l’Amicizia, che dopo loro veniva figurata, percio che questa benche in forma di giovane donna, si vedeva havere di frondi di melagrano, & di Mortella, la nuda testa inghirlandata, con una rozza veste in dosso, in cui si leggeva Mors et vita; & col petto aperto, si che scorgevisi entro il quore si poteva; in cui si vedeva similmente scritto LONGE ET PROPE; portando un secco Olmo in mano da una fresca, & feconda vite abbracciato.

E una conferma temporalmente più vicina a noi si ha pure in quanto si legge in Il Buonarroti, una serie di “quaderni” con articoli di vari autori pubblicati a Roma a cura di Benvenuto Gasparoni  per i tipi della Tipografia delle scienze matematiche e fisiche. Nel quaderno II del Febbraio 1866 in un articoletto a firma del curatore dal titolo La casa di Carlo Lambardo architetto (pagg. 51-53) si legge: … egli (Carlo Lambardo) si fabbricò (a Roma) alcune casette nel rione di Colonna, presso S. Maria in Via. Delle quali una, dove egli si riparava, è ancora in essere, e nell’architrave del portone, scolpito di lettere cave nel traverstino, si legge il suo nome –CAROLUS LAMBARDUS-. Questa, come che piccolina e con pochi ornamenti, sendovi ogni cosa accomodata con arte, e con giudicio, lasciasi guardare con piacere; ed ha due ordini di stanze sopra il basamento, dove da un lato s’apre il portoncino, che volgesi in arco, contrassegnato col n° 50. Sonovi in ciascuno ordine tre finestre, se non che quelle di mezzo sono finte; e nel quadro delle luci si vedono dipinte di buon fresco due figure, tenute in pregio da chi conosce di pittura. Delle quali quella di sotto è fatta per l’Amicizia, che ha nella mano destra un cuore, e si tiene abbracciata con la sinistra ad un albero, cui s’attortiglia una vite, ed una fettuccia le esce dal petto dove è scritto un motto che dice “Longe et prope”.

Lo stesso curatore ci fa sapere che l’architetto morì nel 1620 e, a scoraggiare l’eventuale tentazione che possa cogliere qualche lettore, magari romano,  di individuare questa casa, in nota 1 (la riporto integralmente perché contiene la denuncia di un fenomeno che continua ai nostri giorni) a pag. 53 ecco l’infausto presago messaggio:  Affrettisi chi volesse vedere questa casa del lambardo ancora in piedi, poiché fra pochi giorni sarà atterrata, a quanto si può fare giudicio dal vederla disabitata e lavorarvi dentro i muratori. O quando ci torremo noi questo vitupero da dosso, di distruggere quelle cose, che fanno il grido e la fama della città nostra? La quale non solo di storiche memorie va onorata e degna sopra molte, ma veramente si può dire che dal lato delle arti, sia la scuola e l’esempio del mondo. Se non che continuandoci in questo mal giuoco, non passeranno molte diecine di anni, che a così famos città, non rimarrà che il lustro del nome. Dove qui non mi posso ritenere di ricordare cosa, chemi ha fatto fremere di sdegno: dico del mal governo e del guato che di questi dì si è fatto del palazzetto Amici, già Strozzi, in Banchi Vecchi, delle più belle architetture di Jacopo Sansovino;  dove è stata appiccicata al primo piano una ribalda loggia che lo difforma, e scarpellato di oltre due dita, per racconciarlo, il bugnato rustico del basamento, che ne ha perduto di maestà e di bellezza tanto, che questo solo basterebbe a far testimonio della nostra ignoranza e della nostra ignavia. Ma non intendiamo con queste parole recar onta a quel nobile Signore  che lo fece ristaurare, e vi ebbe bonissima intenzione; se non ch’egli fu mal servito.

(CONTINUA)

prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/10/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-16/

seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/11/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-26/

terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/12/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-36/

quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/13/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-46/

sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/20/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-66/

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1 Il riferimento, critico, è all’imperatore Massimiliano II d’Asburgo che nel 1528 aveva negoziato un trattato con l’imperatore ottomano Solimano il Magnifico per la spartizione dell’Ungheria.

2 Non a caso la prima edizione dell’opera del Ripa (1593), di cui si è sopra riprodotto il frontespizio, reca il titolo Iconologia overo descrittione dell’immagini universali cavate dall’antichità et da altri luoghi da Cesare Ripa Perugino, mentre quello dell’edizione uscita a Roma nel 1603 per i tipi di Lepido Facii è Iconologia overo descrittione dell’immagini universali cavate dall’antichità, & di propria inventione, trovate, et dichiarate da Cesare Ripa Perugino, Cavaliere dei Santi Mauritio & Lazaro

Eternit, Nord e Sud uniti nella lotta all’amianto

Amianto

di Francesco Greco

 

Infido, silenzioso, sfuggente: quel fiocco di neve racchiude un algoritmo. Incuba per 10 anni, poi esplode a ritmo esponenziale, atrofizza i polmoni, soffoca la vittima sacrificale sull’ara di un modello di sviluppo criminale, perseguito da un capitalismo assassino, “avido” (Antonio Mariello, ex operaio Eternit, malato: “Viviamo con la paura addosso…”) da albori della rivoluzione industriale, quando bambini e cavalli diventavano ciechi scendendo nel cuore nero del mondo, le miniere di carbone.

Non è un caso che la Svizzera, pure erede di Calvino e Jean Ziegler, dopo tale lasso di tempo non riconosce come invalidante la malattia causata dall’amianto e scoraggia vertenze e richieste di indennizzi. “C’è del metodo nella follia”, direbbe Shakespeare. “Come i truffatori italiani, spesso manco i nostri pagano…”, riflette amaro Dieter Bachman, intellettuale svizzero con casa a Urbino.

Dicono che il minerale era noto al tempo di Cesare e anche nell’Impero si crepava al suo contatto. Se non è leggenda metropolitana è segno che 20 secoli sono passati e la vita dell’operaio dell’Urbe valeva quanto quella di Ippazio Chiarello da Corsano, “uomo di polvere”, il primo morto nel Capo di Leuca, 20 anni in Svizzera a lavorare le “ternitte”: lo ha ucciso nel 1990, a 55 anni, lasciando sola Assunta a crescere 3 figli: “Lavorava alla macchina macina-sale, da quella polvere faceva la pasta d’amianto e nel frattempo firmava la sua condanna a morte…”.

Poi i morti verranno da Alessano, Andrano, Tiggiano, Salve, ecc.: ondate di flussi migratori fra i ’60 e gli ’80. Fiocchi pregni di semantica, si trasfigurano in un’idea filosofica: la vita, il lavoro, la paga assimila la malattia e poi la morte, le incarna, si sovrappone, coincidono. E c’è una beffa allegorica anche nell’etimologia: asbestos significa candido, Eternit richiama l’indistruttibilità del materiale come dell’ultimo sigillo, la manciata di malta che chiude la lapide.

Ma i tempi cambiano: nuovi soggetti irrompono nell’agorà, portatori di altre percezioni, sensibilità, rivendicazioni di diritti naturali recuperano linfa, magistrati coraggiosi, gente che ci mette la faccia. Il web è il volàno: sparge contaminazioni a ogni angolo del mondo, rafforza coscienze. Oggi nessuno può dire: non sapevo, non mi hanno dato la parola. Il 13 febbraio 2012 la giustizia italiana (pur aggredita e relativizzata da anni) ha scritto una pagina gloriosa: gli industriali svizzeri dei fiocchi di neve assassini condannati a pene severe dal Tribunale di Torino: non potevano non sapere che i loro operai si ammalavano e morivano d’amianto (oltre 2000). Confermate dall’appello di giugno. Infranto il sillogismo vita-morte. Non si può morire per vivere. Vittoria storica per i lavoratori di tutto il mondo, i loro diritti, il primo: la vita.

Nelle stesse ore, il docu-film “Se solo i petali volassero-Amianto mai più” (su youtube il trailer) era premiato per la terza volta nelle rassegne cinematografiche di tutto il mondo e alla Mexapya Produktio (www.mexapya.net) i registi Isidoro Colluto, Donato Nuzzo e Fulvio Rifuggio, in post-produzione davano gli ultimi ritocchi a “L’Eterneide” (gli operai pugliesi dell’Eternit di Niederurnen), 1a nazionale a Castiglione d’Otranto, Stazione ferroviaria, dibattito condotto con passione civile dalla bellissima Tiziana Colluto (foto di Mario Monsellato).

I due lavori durano un’ora. Il primo nasce nell’autunno 2011, porta la firma di 28 studenti della IV F del Liceo delle Scienze Sociali “Laura Bassi”, Bologna, finanziato con cene, feste, un cd di musica folk (“Induo Band”): girato fra Bologna, Roma, Casale Monferrato: “Abbiamo conosciuto una donna che ha perso il marito, un fratello e una sorella”, dice Angelica Bucca. Aiutati dal prof. Roberto Guglielmi, dopo Casale M. (sentenza di primo grado), a Roma, al Senato: “Abbiamo chiesto a Felice Casson – spiega – perché lo scandalo dell’amianto assassino era esploso e i politici stavano zitti…”. Il senatore Pd ha incartato le loro 7 proposte (http://www.facebook.comAmiantoMaiPiu: sensibilizzazione sui rischi dell’amianto nella scuola e nella società, una rete nazionale di segnalazione, prevenzione, controllo del territorio, un numero verde per segnalare abbandoni, rimozioni abusive, ecc. e un  database per monitorare in tempo reale la bonifica, obbligo per le Regioni di realizzare discariche apposite, eliminare la differenza fra amianto in materia compatta e friabile, uno sportello comunale che informi sui servizi offerti, obbligo di auto-denuncia dei mca, manufatti contenenti amianto e del certificato di fabbricato), in un progetto di legge che affronta razionalmente la materia: 80mila tonnellate di amianto avvelenano il paesaggio e le nostre case, i costi dello smaltimento scoraggiano i cittadini: perché le istituzioni non se ne fanno carico?

Anche Bologna (OGR, Officine Grandi Riparazioni) ha pagato un prezzo ai fiocchi velenosi: circa 200 morti per patologie absesto-correlate. E mentre leggiamo nel mondo altri operai stanno morendo: solo 60 Paesi l’hanno messo al bando: India, Brasile, Cina, Canada indugiano. D’altronde, qui si è andati avanti sino all’esaurimento scorte (1998): è il profitto, bellezza! Il documentario dei cineasti pugliesi dà voce ai protagonisti, fra Svizzera e Puglia, ma anche a un oncologo, a Bruno Pesce (portavoce Associazione vittime di Casale M.), Raffaele Guariniello procuratore capo di Torino. Lo stile è quello essenziale, rapsodico dei documentaristi inglesi, tedeschi, francesi (noi non abbiamo grandi tradizioni: moralisti e servili, ci parliamo addosso). Denuncia, realismo crudo, a tratti aspro, scorre sulla forza della parola. Autofinanziato col crownfunding: “Le produzioni dal basso – dicono i registi – garantiscono maggiore libertà d’espressione”. Sarà portato nel mondo: Bari (Fiera del Levante), Napoli, Svizzera, Brasile, ecc. Come dire: Nord e Sud del mondo uniti nella lotta all’amianto.

 

 

La lazzalora (il lazzeruolo/la lazzeruola)

di Armando Polito

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L’esemplare della foto (a destra; l’albero più grande, al centro, è un mandorlo anche lui molto vecchio e a sinistra è visibile un piccolo lazzeruolo collegato, credo, con la pianta madre) avrà almeno 150 anni, perché quando io ero ragazzino aveva le stesse dimensioni e quest’albero, dopo i primi anni di vita, ha una crescita molto lenta. Come si nota dalla foto, quest’anno, purtroppo, i frutti, che sarebbero già dovuti essere prossimi a maturazione, li vedrò col binocolo …

Questo, invece, è suo figlio, nato a poca distanza forse con l’aiuto del vento, a meno che non sia stato qualche uccello a depositarne, dopo averlo ingerito, magari chissà dove, il seme cuncardatu1.

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Il frutto può essere, come il mio, giallo (la foto è dell’anno scorso) ma anche rosso. Assomiglia ad una piccola mela, ha un gusto che ricorda nello stesso tempo quello di quest’ultima e della nespola, con tendenza ad un aspro, almeno per me, gradevole.

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Ecco la scheda del nostro albero di oggi:

nome scientifico: Crataegus azarolus L.

nomi italiani: azzeruolo, azeruolo, azzaruolo, lazzeruolo lazzaruolo, lazzaloro

nome dialettale: lazzalora

famiglia: Rosaceae

Passo alle etimologie.

Crataegus è formazione latina moderna, trascrizione del greco classico κράταιγος (leggi cràtaigos)=biancospino. A sua volta κράταιγος  è composto da κρατύς= (leggi cratiùs)=forte e αἴξ (leggi àix)=capra, con probabile allusione al fatto che le sue spine terrebbero lontane perfino le capre. È, perciò, errato quanto si legge in Acta plantarum2 che comunque, per me, resta sito di sicuro riferimento per indagini di botanica: dal greco “κρaταιός krataiós” forte, duro, gagliardo.

Circa i rapporti tra la nostra pianta e il biancospino basta guardare le foto che seguono (nella prima il fiore del lazzeruolo, nella seconda quello del biancospino). Non a caso il lazzeruolo s’innesta agevolmente proprio sul biancospino.

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Azarolus è anch’essa formazione latina moderna, trascrizione dell’arabo المشملة شجرة (leggi al zoruron)=nespola.

Azzeruolo, azeruolo e azzaruolo sono tutti dallo spagnolo acerolo (a sua volta trascrizione della voce araba prima ricordata); lazzeruolo, lazzaruolo e lazzaloro derivano dai precedenti per errata concrezione dell’articolo (l’azzeruolo>lazzeruolo).

Lazzalora (unica voce per l’albero e per il frutto) ha seguito la stessa trafila della voce italiana con in più la metatesi tra –r– e –l.

Rosaceae è forma aggettivale da rosa=rosa.

Per ogni altra notizia di carattere botanico e non si rinvia alle pagine 251-254 del Manuale del frutticoltore italiano di Marcellino e Giuseppe Roda, Paravia, Torino, 1881 (leggibile e scaricabile da http://archive.org/details/manualedelfrutt00rodagoog)

Il testo è datato, ma esauriente; l’unica cosa che non condivido è l’affermazione relativa alla facilità di riproduzione per seme (di cui parlerò più avanti, se così fosse a quest’ora avrei un bosco di lazzeruoli …) e la modesta deperibilità del frutto (per esperienza diretta posso affermare che, raccolto maturo, dopo 24 ore è già inacidito ed immangiabile; comunque, a parte il fatto che l’abuso non è dannoso, se ne può sempre fare una marmellata dal gusto delicato e inconfondibile o conservarlo sotto spirito).

Questa volta, poiché, come il nome indurrebbe a pensare, l’introduzione della pianta in Italia dovrebbe essere avvenuta in tempi relativamente recenti e poiché nessuna delle piante il cui ricordo potrebbe esserci stato tramandato, pur con nome diverso, dagli autori latini e greci, sembra identificabile con la nostra, non mi rimane che presentare alcuni autori in cui l’umile lazzeruolo diventa degno di essere celebrato.

Viene nominato quasi di sfuggita e confuso tra le altre piante (comunque, con tante piante che ci sono poteva andargli peggio …) da Giambattista Casti (XVIII secolo) in I tre Giulj, o sieno sonetti sopra l’importunità d’un creditore, di tre Giulj, Stamperia di Ghelen, Vienna, s. d., pag. 56, (sonetto LII, 1-4) : Quando il Sol più cocenti, e dritti in giù/vibra i raggi d’Apollo alla metà,/la Cicala or fu un nespolo, ed or fu/un sorbo, o un lazzeruol stridendo sta.

Non gli va meglio nemmeno con Giovanni Pascoli (XIX-XX secolo) che in Poemi italici, Paolo Ucello, V, 7-11 così scrive: Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,/come Donato: ma un cantuccio d’orto/sì, con un pero, un melo, un  azzeruolo/ch’egli è pur, credo, il singolar conforto/un capodaglio per chi l’ha piantato!

Lo stesso autore in Canti di Castelvecchio, Il nido di “Farlotti”, 13-16: Io non credeva, fuori che in sogno,/fossero altrove gigli e giaggioli,/e il dolce odore del catalogno/e gli agri pomi de’  lazzeruol.

Le cose vanno un po’ meglio con una poesia in dialetto siciliano di Nino Martoglio (1870-1921) tratta dalla sua raccolta Centone uscita a Catania per i tipi di Giannotta nel 1948.

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La ciliegia e la fragola, che in riferimento alle labbra sono canoniche nella similitudine, qui risultano soppiantate dalla lazzeruola, ma sicuramente il poeta si riferisce alla varietà rossastra, anche se questa è più acidula di quella gialla.

Con i prosatori le cose non cambiano: Carlo Levi, Il giardino delle cose (1956): … Davanti agli occhi, di là della panchina tra gli ireos e della pianta di cachi, prima del cancello rosso che dava sulle praterie dei lavandai, c’era un rialzo del terreno, che si usava chiamare “la Montagnola”; e appariva davvero, a quegli sguardi, come una montagna, con i suoi sentieri, le sue rocce, le sue foreste di ribes, di azzeruole e di viti, e in cima al monte si levava un giovane pioppo, approdo dei passeri, che aveva la stessa età del bambino, ma cresceva assai più presto di lui, ed era ormai un gigante di mille braccia …

Forse l’autore al quale il lazzeruolo dev’essere più grato è, però, Tonino Guerra, che ci ha lasciato poco più di un anno fa. Non vorrei che fosse ricordato più per lo spot pubblicitario dell’UNIEURO8 che per i suoi meriti letterari o per l’orto dei frutti dimenticati realizzato per sua volontà a Pennabilli (in provincia di Rimini), in un fazzoletto di terra dell’ex convento dei Frati Missionari: Ho pensato che fosse necessario un museo dei sapori, per non dimenticare il gusto di quelle piante che stavano addosso alle vecchie case contadine e che oggi sono scomparse, come il biricoccolo o l’azzeruolo. L’Orto dei frutti dimenticati è un piccolo museo dei sapori per farci toccare il passato.

immagine tratta da http://www.toninoguerra.org/image/orto_ingresso.jpg
immagine tratta da http://www.toninoguerra.org/image/orto_ingresso.jpg

E, dopo aver visto come l’arte possa coniugarsi, libera dalle spire del consumismo e del profitto (quasi sicuramente un tronista come testimonial all’UNIEURO  sarebbe costato di più …), con  il concreto, chiuderemo con un tuffo nel passato, cioè con una poesia non solo più datata ma ispirata pure ad un genere letterario che ebbe i suoi campioni antichi in Esopo per il mondo greco e in Fedro per quello latino.

Di G. B. Roberti, Favole Esopiane, XLIX, Giacinto De Bonis, Napoli, 1777, pagine. 92-93, ecco a voi (ormai nemmeno al festival di Sanremo presentano così …)

Il lazzeruolo e il melogranato

Un lazzeruol superbo
per la sua vaga prole
di rosee lazzaruole
sul declinar di ottobre
al giuggiolo, ed al sorbo,
al nespilo, e al cotogno
faceva scarso onore:
e nel suo bel colore
tanto si confidava,
che avria ancor tenuto in poco pregio
il visciolo, il marasco, ed il ciliegio.
Dunque ancora insultò al coronato
e pio melogranato:
ma il melograno accorto
nella notte vegnente
apri quà e là la sua scorza tegnente
facendola gittar lunghi crepacci;
onde apparvero i suoi sì rubinosi
grani, ch’erano ascosi.
Come fu il lume chiaro
tutte le piante si congratularo;
e recò sol quel giorno
al lazzeruolo altier invidia e scorno.
Colui che gonfio troppo fasto mena
Trova al fin chi il suo orgoglio abbassa e infrena.

E col melograno vi do appuntamento a breve.

____________

1 Il vocabolo è assente nel vocabolario del Rohlfs ma non mi è difficile, una volta tanto, spiegarne l’etimologia. Per fare più presto dico che, se esistesse, il corrispondente italiano sarebbe concaldato. È l’effetto della permanenza del seme (ve ne sono tre in ogni frutto) nell’apparato digerente dell’uccello. Il calore, almeno teoricamente, dovrebbe indebolire il guscio e favorire la germinazione. Ricordo che in passato i  contadini sfruttavano il calore del camino per far spirunare [qui il corrispondente italiano, speronare, esiste, ma la voce dialettale è usata non nel senso attivo riferito al colpo dello sperone (cioè nel senso di  stimolare) ma in quello fattitivo di far uscire lo sperone, cioè il germoglio), dopo averli deposti in uno straccio umido, i semi, per esempio, del cocomero. C’è da dire, però, che il guscio del seme del lazzeruolo è durissimo e credo che nemmeno un uccello affetto da stitichezza prolungata sarebbe in grado di indebolirlo. La riproduzione della pianta per seme, perciò, è un evento piuttosto raro. Ricordo a tal proposito che in occasione di una mia visita ad una fiera di Galatina (sto parlando di vent’anni fa) un botanico mi disse che erano riusciti a superare la difficoltà tenendo per un certo periodo di tempo i semi in un certo acido. Aveva un nome e cognome questo botanico? Certo, ma non me lo disse (né io glielo chiesi), come nulla mi disse (neppure questo glielo chiesi) del tempo e dell’acido.

2 http://www.actaplantarum.org/acta/etimologia.php?n=c&o=1&p=3

3 Femminile di nicu, che potrebbe essere dal greco μικός (leggi micòs) variante di μικρός (leggi micròs)=piccolo.

4 La voce è usata comunemente in riferimento ad animali; qui, però, anche se riferito a persona, essa grazie al contesto, lungi dall’essere dispregiativa, assume una connotazione teneramente affettuosa.

5 Firriò tunna alla lettera sarebbe procedette tonda. Per firriari Michele Paqualino nel suo Vocabolario siciliano etimologico italiano e latino, Dalla stamperia Reale, Palermo, 1785, v. I, pag. 138) propone la derivazione dal latino ferre=portare o dalla preposizione greca περί (leggi perì)=intorno.

6 Deverbale da sciauràri con lenizione e scomparsa di s-. Sciaurari è da un latino *exaurare (nel latino medioevale è attestato solo il participio passato exauratus), dal latino classico ex=fuori da e aura=soffio.

7 Dal latino medioevale appilàre=ostruire, composto da ad=presso e pilare=piantare, premere; nel latino classico con lo stesso significato (ma con la preposizione ob=di fronte, invece di ad) era in uso oppilare.

8 http://www.youtube.com/watch?v=qjkTWcmvEKM

 

 

 

Indovinelli leccesi sotto l’ombrellone (3/3)

di Armando Polito

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Dalla nota finale del Direttore apprendiamo che il gruzzolo è opera dell’avvocato Girolamo Congedo (1853-1916). Egli fu figura di spicco anche per l’impegno civile e fra l’altro nel 1884 si prodigò da volontario a Napoli in qualità di presidente del comitato di soccorso per i colerosi. Nel febbraio 1887 fu delegato regio per il risanamento dell’amministrazione comunale di Taviano; questa funzione di commissario ante litteram gli sarà attribuita anche per i comuni di Chiaiano e di Aquilonia. Sul peso dei suoi interventi in discorsi ufficiali e nell’espletamento delle sue funzioni di avvocato fa testo una serie corposissima di pubblicazioni; ne citerò solo una minima parte: Parole dette da Girolamo Congedo, Pesole, Napoli, 1885 (sul fronte si legge: Messe a stampa per deliberazione del Collegio Direttivo); Dell’invito agli avvocati, La Poliglatta, Napoli, 1913; Nella festa inaugurale della Società Agricola in Marano di Napoli, Cetrangolo, Napoli, 1889; Davanti la salma del Senatore del Regno prof. Carlo Gallozzi, a nome degli amici, Lanciano, Napoli, 1913; Per l’onorevole comm. Giovanni Antona-Traversi attore contro Giovanni Romano fu Giuseppe, Stabilimento tipografia del giornale Il paese, Napoli, 1894; Relazione del Regio delegato straordinario cav. Avv. Girolamo Congedo al ricostituito consiglio comunale di Chiaiano ed uniti nella pubblica tornata del 18 novembre 1888, Stabilimento tipografico dei Comuni, Napoli, 1888; Riso e sorriso: conferenza di Girolamo Congedo nel salone del Circolo del commercio di Napoli, domenica, 20 marzo 1904, Vecchi, Trani, 1904; Al ricostituito Consiglio Comunale di Taviano: relazione letta nella tornata del 18 maggio 1887, del regio delegato straordinario Girolamo Congedo, Tipo-lit. editrice Salentina, 1887; Al Convegno nazionale (indetto per l’11, 12 e 13 giugno 1911 a Firenze) per fondarsi una federazione tra avvocati e procuratori d’Italia; alcune proposte del cav. prof. Girolamo Congedo, Tip. F. Lubrano, Napoli, 1911; Al ricostituito Consiglio Comunale di Aquilonia : relazione del Regio Commissario Straordinario Cav. Avv. Girolamo Congedo nella pubblica tornata del 18 aprile 1891, Cetrangolo, Napoli, 1891.

Dei suoi lavori di carattere linguistico-letterario, cui si accenna nella nota del direttore, non son riuscito a trovare alcuna traccia, il che rende legittimo ipotizzare che siano rimasti inediti.

 

prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/15/indovinelli-leccesi-sotto-lombrellone-13/

seconda parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/16/indovinelli-leccesi-sotto-lombrellone-23/

 

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1 Ncammerai è prima persona singolare del passato remoto di ncammerare (a Nardò ccambarare) per il cui etimo vedi la nota 1 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/26/tre-antichi-detti-pasquali-e-squillano-le-diverse-campane-etimologiche-2/

2 Nchianare=salire (alla lettera: arrivare al piano) è dal latino in+planare=spianare e non ha nulla a che vedere con il latino medioevale implanare=ingannare, che è trascrizione dal greco ἐν (leggi en)=dentro e πλανάω (leggi planào)=vagare, errare.

3 Indovinello, almeno per me, piuttosto oscuro, anche se la soluzione mi fa pensare che quel face la furma si riferisca al tondino che si ottiene dopo che qualche cosa (per esempio, una sfoglia di pasta) è stata premuta verticalmente con una canna o anche al semplice buco che può essere fatto infiggendo la canna nel terreno.

4 Manta è voce spagnola dal latino medioevale manta, neutro plurale di mantum. Debbo far notare come al Congedo sia sfuggito il doppio senso con risvolto erotico dell’indovinello.

5 Da notare come nella spiegazione il letterato si sia abbandonato alla tendenza dialettale del passaggio b>v (come in erba>erva) con quel vustrofedon invece di bustrofedon che è dal greco βουστροφηδόν (leggi bustrofedòn)=voltando come i buoi. Scrittura bustrofedica è quella che si altena da destra a sinistra e da sinistra a destra.

6 Anche qui l’autore della raccolta si è lasciato sfuggire il doppio senso.

7 Ho lasciato pigna e mpogna così com’erano; credo che siano intraducibili e che come zampogna siano solo elementi senza senso di una cantilena.

8 Io sono profondamente convinto che omnia munda mundis (tutto è puro per i puri) e che un ricercatore non debba mai rinunciare al rigore scientifico e di documentazione storica, anche nel caso in cui qualche dettaglio dovesse sembrargli troppo ardito o volgare. Dopo il doppio senso non colto in alcuni indovinelli (eppure il commento al n. IX, nonostante la dichiarazione sulla particolare pudicizia della nostra gente, affermazione che non mi trova totalmente consenziente, lasciava aperto qualche spiraglio in tal senso; invece, evidentemente, era una un pretesto per dare il via all’autocensura …) qui viene proposta una soluzione edulcorata. Quella da me conosciuta (e tramandata, credo, dalle generazioni precedenti) era: la pezza ti lu cantaru (la pezza del vaso da notte).

8 La soluzione (nemmeno a questa ci sarei arrivato) consente di identificare il coperchio con il sedere e i sanguinacci con gli escrementi.

10 Chiaro riferimento a tempi in cui il cibo della povera gente era lo stesso delle bestie.

11 Era il caratteristico grido del venditore.

12 Alla lettera legatura. La lliatura era costituita da cinquanta fili da ordito che si legavano in un punto con un pezzo di spago per formare la matassa; lo stesso vocabolo indicava anche lo spazio compreso da cinquanta denti del pettine del telaio e, a seconda delle zone, anche la nona parte di una matassa.

 

Indovinelli leccesi sotto l’ombrellone (2/3)

di Armando Polito

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CONTINUA

prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/15/indovinelli-leccesi-sotto-lombrellone-13/

terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/17/indovinelli-leccesi-sotto-lombrellone-33/

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1 Mappa corrisponde al significato tecnico-specialistico che la voce assume in italiano: parte della chiave perpendicolare al fusto che viene introdotta nella toppa per azionare il meccanismo della serratura. Piticone è accrescitivo dell’italiano pedice (termine tipografico), dal latino pes/pedis=piede, modellato sul tipo di apice, che è dal latino àpice(m)  e indice, che è dal latino ìndice(m). Ritorna, insomma, l’immagine della chiave che nel suo aspetto più innocente viene paragonato ad un albero.

2 Scattiddhu, a quanto mi risulta, è lo schiocco fatto con un dito con un colpo sotto un altro. Confesso che non sarei arrivato alla soluzione dell’indovinello nemmeno dopo trecento anni, anche perché qui tutto è giocato sul duplice significato dell’italiano buffetto (da buffare, di origine onomatopeica) che indica, oltre allo schiocco, anche un tipo di pane molto soffice e fine.

3 Viscìgghiu secondo il Rohlfs è da un “latino * viscìlium derivato da viscum”. Ora in latino viscum significa vischio e probabilmente lo studioso tedesco l’avrà collegato con la sua caratteristica di emiparassita di parecchie specie, tra cui la quercia. Io non escluderei un incrocio con il latino ìliceu(m) (aggettivo da ilex/ìlicis),  da cui è derivato per aferesi l’italiano leccio.

4 Scutulata è da scutulare, intensivo di cutulare per il quale vedi la nota 8 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/17/sul-termine-naca-la-culla-dei-nostri-avi/

5 Manganieddu (a Nardò manganieddhu (diminutivo del latino mànganum, nome di una macchina da guerra simile alla catapulta; mànganum a sua volta è dal greco μάγγανον (leggi mànganon)con lo stesso significato ma anche in quello più semplice di paletto di ferro) era una specie di madia utilizzata dai pastori per lavorare il formaggio ma anche il bastone a cui si legava la fune della campana. La somiglianza dell’attrezzo dei pastori con un trogolo mi ha fatto rendere in italiano manganieddu con trogolo invece che con palo, anche perché più in sintonia con il successivo rassu.

6 L’ho conservato, appena appena italianizzato, come il successivo poetese; nell’originale sono chiaramente forme dispregiative e poetese in particolare è stata creata per esigenza di rima.

7 Forma aggettivale da minna ancora oggi usato nel senso di minchione a Castrì di Lecce, Castrignano dei Greci, Martano e Zollino. La localizzazione della voce fa ipotizzare un’origine greca ma, se non è riuscito il Rohlfs a trovare l’etimo, potevo riuscirci io? A meno che il significato non sia stato traslato dall’espressione lu piccinnu ti la menna (il bambino della mammella), quasi sinonimo di infantile.

8 Voci intraducibili in italiano, anche se è evidente il loro collegamento con pindire=pendere. Pindìnguli in particolare erano le frange dei vestiti;  il singolare pindìngulu era l’ugola ma anche un dettaglio anatomico maschile in posizione di riposo …

9 Fete è terza persona singolare dell’indicativo presente di fitire, che è dal latino foetere=puzzare.

 

Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò

faenze nardò

Si svolgerà a Cutrofiano, p.zza Municipio, sabato 17 agosto 2013, h. 20.00, nella colorata cornice della 41 edizione della Festa della Ceramica, la presentazione del volume “Per uso della sua professione di lavorar faenze. Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo” di Riccardo Viganò, con cui Edizioni Esperidi inaugura la collana “Biblioteca delle Esperidi” destinata soprattutto a studi sul Salento.

 

Intervengono: Oriele Rosario Rolli (sindaco di Cutrofiano), Tommaso Campa (ass. attività produttive), Nicola Masciullo (ass. cultura), Salvatore Matteo (Museo della ceramica di Cutrofiano), Claudio Martino (Edizioni Esperidi), Riccardo Viganò (Autore).

 

Si ringraziano i comuni di NARDÒ e GALATONE per il patrocinio morale sul volume. Si ringraziano per il patrocinio economico e morale: GRUPPO SPELEOLOGICO NERETINO e MUSEO della CERAMICA DI CUTROFIANO. Si ringraziano gli SPONSOR: CB-BOTTAZZO (Galatone), SIPRE (Cutrofiano), ITO (Galatone), LA MADRUGADA (Otranto).

 

IL LIBRO: “Per uso della sua professione di lavorar Faenze”: titolo preso in prestito dai manoscritti dove questa locuzione indica un’abitazione destinata ad ospitare la bottega di un ceramista. È proprio dai manoscritti che l’Autore inizia la sua ricerca, il cui scopo è quello di dare a Nardò il giusto peso e ruolo nella storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo. Il tutto senza avere la presunzione di realizzare uno studio esaustivo bensì con l’intenzione di aggiungere un importante tassello allo straordinario patrimonio storico della città neretina, rivelando un sorprendente ed inedito passato fatto di storie stratificate di intere famiglie di figuli la cui operosità di gente comune ha contribuito alla fortuna storiografica di questo luogo.

 

L’AUTORE: Riccardo Viganò, brianzolo di nascita (Giussano, 1969) ma salentino di radici lontane, vive a Galatone e opera come tecnico per la conservazione dei beni culturali. Dal 1998 è Ispettore Onorario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia ed è impegnato nella tutela e nella valorizzazione dei beni culturali del suo territorio occupandosi dello studio delle aree di produzione della ceramica post medievale e moderna. È autore di numerosi articoli apparsi su riviste, giornali locali e siti web. Ha pubblicato: Le ceramiche dal palazzo Marchesale di Galatone (2003), Ceramica post medievale da Galatone (2002), Le ceramiche post medievali della chiesa di S. Giorgio in Racale (2004), Primi dati sulla ceramica di Nardò (2008), Ceramisti di Nardò tra XVI e XVIII secolo (2009).

 

Indovinelli leccesi sotto l’ombrellone (1/3)

di Armando Polito

Avrei potuto intitolare questo post Quarantaquattro indovinelli leccesi in una raccolta di fine Ottocento, ovvero cerchi una cosa e ne trovi un’altra, ma dovevo pure nel mio piccolo far qualcosa, nel generale sensazionalismo che caratterizza oggi ogni titolo, per tentare di carpire l’attenzione di qualche lettore in più …

Fra poco il ragno e il pescatore dovranno cercare un altro nome per il loro attrezzo di lavoro perché il significato informatico di rete ha preso il sopravvento su quello originario, sicché il prevalere nell’uso del concetto virtuale o astratto sul concreto li costringerà forse (in verità ad essere costretto sarà solo l’uomo …) per evitare equivoci, a dare un nome diverso a quell’oggetto antichissimo che consente loro di guadagnarsi l’insetto e il pane.

Ci sono analogie macroscopiche tra la rivoluzione di Gutenberg e quella informatica. Anzitutto la diffusione della cultura, anche se  nella prima rivoluzione essa ha avuto un carattere che può essere definito “locale” se paragonato al planetario della seconda grazie, proprio, alla rete. Nonostante l’invenzione della stampa, poi, il libro continuò per secoli ad essere, e non solo per il costo, un oggetto destinato a pochi privilegiati; nell’arco di un decennio credo che il processo di digitalizzazione, già avviato di recente anche in Italia (buona ultima …) e che mi auguro continui, metterà a disposizione di chiunque, e a costo zero, tutto il patrimonio custodito nelle biblioteche e negli archivi; sarà solo quello libero dal diritto d’autore, ma chiunque comprende come esso rappresenta la parte più cospicua del patrimonio librario e documentario accumulato nei secoli.

Nel frattempo bisogna destreggiarsi tra links e motori di ricerca, ricorrendo magari ad espedienti empirici per compensare i difetti che questi ultimi, nonostante tutto, ancora presentano. Insomma, il fattore umano resta fondamentale e la serendipità una dote da cui, soprattutto in questo campo, non si può prescindere.

Così i ritrovamenti casuali sono dietro l’angolo e ad uno di questi è dedicato il post odierno.

Tutto è nato da un riferimento contenuto nel Vocabolario del Rohlfs (che per me, se non si è capito, è una specie di Bibbia, che, però, rispetto certamente ma nella quale non credo a prescindere, perché non sono disponibile a  rinunciare all’esercizio, per quanto umile, del mio senso critico) in cui con la sigla L9 viene registrato: Luigi Maria Personè, Etimologie neretine. Contenuto nella rivista Gianbattista Basile , anno II, 1884, p. 85-87 [Piccolo saggio che riguarda 15 vocaboli del dialetto di Nardò].

Chi si occupa di questi argomenti può immaginare il livello di eccitazione raggiunto dopo tale lettura e la mia affannosa e speranzosa ricerca di quel numero della rivista. Sembrava tutto fatto quando l’ho trovato all’indirizzo http://archive.org/search.php?query=gIAMBATTISTA%20Basile

Purtroppo non solo alle pagine 85-87 ma in tutto il numero non c’è ombra del saggio che cercavo. Ho esteso la ricerca agli altri numeri presenti in rete credendo ad un errore di data ma anche in questo caso il saggio è risultato irreperibile.

In compenso ho trovato sempre nello stesso numero alle pagine 93-96 quanto segue (il testo originale a sinistra, la mia trascrizione in italiano a destra con le note che mi hanno consentito di aggiungere qualche riflessione).

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CONTINUA

seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/16/indovinelli-leccesi-sotto-lombrellone-23/

terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/17/indovinelli-leccesi-sotto-lombrellone-33/

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1 È una delle innumerevoli metafore della scrittura contenute in altrettanti proverbi popolari di territori diversi, di chiara origine contadina. Questa metafora, però, è di origini molto antiche. Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo) ci ha tramandato (Etymologiae, VI, 9) un frammento di una commedia di Tinto Quinzio Atta, morto nell’80 a. C.: Vertamus vomerem  in cera mucroneque aremus osseo (Volgiamo il vomere nella cera e ariamo con uno stocco di osso). E ancora: il verbo exarare (composto di arare) è usato nel senso traslato di scrivere da Cicerone (Ad Atticum, 12,1: undecimo die postquam a te discesseram, hoc literularum exaravi=dieci giorni dopo essermi allontanato da te ho scritto queste letterine) e da Plinio il giovane (Epistulae, 7, 4, 5): id ipsum, quod me ad scribendum sollicitaverat, his versibus exaravi (ciò che mi avevi sollecitato a scrivere l’ho scritto in queste righe); l’altro composto perarare, sempre nello stesso senso traslato, è in Ovidio (Metamorphoseon libri, IX, 563: talia perarrans manus=la mano che scrive tali cose). Tale uso continuerà fino all’epoca medioevale. Chi non ha sentito almeno una volta la locuzione scrittura bustrofedica? Si tratta del modo di scrivere antico alternativamente da destra a sinistra e da sinistra a destra. Bustrofedico è dal greco βουστροφηδόν (leggi bustrofedòn)=voltando come i buoi; la voce, a sua volta, è da βουστρόφος (leggi bustròfos) e questo da βοῦς (leggi bus)=bue+στρέφω (leggi strefo)=volgere. Lo conferma, ove ce ne fosse stato bisogno, il già citato Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo), Etymologiae, VI, 14,7: Versus autem vulgo vocati quia sic scribebant antiqui sicut aratur terra. A sinistra enim ad dexteram primum deducebant stilum, deinde convertebantur ab inferiore, et rursus ad dexteram versus; quos et hodieque rustici versus vocant (I versi poi comunemente così chiamati poiché gli antichi scrivevano così come sia ara la terra. Infatti guidavano lo stilo prima verso destra, poi spostandosi in basso i versi cambiavano direzione e poi procedevano di nuovo verso destra; anche ora i contadini li chiamano versi).

Ѐ tempo ora di passare ad un argomento diverso, anche se sempre in tema. Dopo scrittura bustrofedica chi non ha sentito parlare (almeno qualche lettore con qualche anno alle spalle e che abbia frequentato il liceo classico …) di indovinello veronese? Si tratta di un testo considerato, anche se non concordemente, uno dei primi documenti dell’italiano delle origini rinvenuto nel 1924 da Luigi Schiaparelli nel recto del foglio 3 del codice LXXXIX custodito nella Biblioteca Capitolare di Verona [nell’immagine sottostante il dettaglio che ci interessa, in cui il testo occupa le prime due righe; la terza contiene una formula di benedizione in latino che nulla ha a che fare con l’indovinello: Gratias tibi agimus omnip(otens) sempiterne D(eu)s=Rendiamo grazie a te, Dio onnipotente sempiterno].

Se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen/seminaba

La versione in italiano corrente sarebbe: Teneva davanti a sé i buoi (le dita della mano), arava bianchi prati (la carta) e teneva un bianco aratro (la penna d’oca) e seminava un nero seme (l’inchiostro).

L’interpretazione appena riportata fu fornita da Vincenzo De Bartholomeis con l’aiutone (non era ancora nato il famigerato aiutino …) di una studentessa del primo anno della facoltà di Lettere dell’Università di Bologna (mi fa particolarmente piacere ricordare il suo nome perché nei testi ufficiali compaiono solo i grandi nomi i quali troppo spesso si dimenticano che senza l’aiuto, magari inconsapevole, ma non è questo il nostro caso …, col cavolo avrebbero conseguito un certo risultato: la ragazza si chiamava Liana Calza) che alla lettura di quel testo colse le somiglianze con un indovinello popolare che aveva imparato da bambina. E in Antonio Gianandrea, Canti popolari marchigiani, Loescher, Torino, 1875 a pag. 302 si legge: Campo bianco, somenta nera,/due ne guarda e cinque ne mena (i due, questa volta, sono gli occhi e i cinque le immancabili dita). La metafora, però, quando il testo veronese fu interpretato, aveva addirittura trovato già da parecchi anni la sua celebrazione poetica moderna nella poesia di Giovanni Pascoli Il piccolo aratore (vv. 1-4) facente parte di Miricae (1891): Scrive… (la nonna ammira): ara bel bello,/guida l’aratro con la mano lenta;/ semina col suo piccolo marrello:/il campo è bianco, nera la sementa (marrello è un originale diminutivo di marra e metaforicamente rappresenta il pennino). Per farla completa, poi, il Pascoli l’aveva pure ripresa, questa volta in latino, in Sosii fratres bibliopolae (1899), I, 1-4: Vere novo sonuit domino dictante taberna/interior: librarioli data verba sedentes/figebant calamis, et in albis nigra serebant/
membranis, fragili quodam cum murmure sulci (All’arrivo della primavera la parte più interna del negozio risuonò (della voce) del padrone che dettava: i copisti seduti fissavano con le penne le parole dettate e seminavano sostanze nere su bianche pergamene, con un certo fragile mormorio del solco).

Quello che ci ha trasmesso Girolamo Congedo (è il nome dell’autore, del quale dirò dopo, della raccolta) è, dunque, una tessera di un gigantesco mosaico. E una sua quasi impercettibile variante va aggiunta, tratta da Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, XXIII, 1907: Cinque su’ li stantuli e unu lu pinnente,/janca è la terra e niura la simente [Cinque sono i sostegni (le dita della mano; stàntulu, comunemente usato per stipite, è diminutivo dell’italiano obsoleto stante) e uno il pendente (nell’aratro il vomere, metaforicamente la penna), bianca è la terra (il foglio di carta) e nera la semente (l’inchiostro)].

2 La soluzione, come si legge è cassa da morto, in leccese (ma anche in alcune zone del Brindisino e del Tarantino) chiaùtu (a Nardò, però, è usato còndula, che secondo il Rohlfs è dal latino cùnula=culletta, diminutivo di cuna=culla). Quanto a chiaùtu, così il Rohlfs: cfr. il calabrese tavùtu, siciliano tabbutu, spagnolo ataùd, spagnolo antico atabud, dall’arabo tabût. I due etimi non mi convincono. Comincio da quello proposto per chiaùtu: le difficoltà di ordine fonetico mi spingono a ipotizzare un collegamento con clavis=chiave, clavare=inchiodare, claudere=chiudere.  Quanto a còndula, lasciando perdere il valore diminutivo che si somma alle dimensioni già piccole dell’oggetto (la culla) indicato dal nome primitivo, bisognerebbe ipotizzare la dissimilazione di una forma con raddoppiamento *cònnula, cosa molto improbabile se si pensa che a Nardò l’originario gruppo –nd– rimane sempre tale (quando>quandu e non, come avviene in altre zone, quannu). D’altra parte non mi pare probabile che a Nardò sia stata importata la forma cònnula (attestata nel tarantino a Manduria) con successiva dissimilazione; credo di potere affermare, perciò, che tanto cònnula che còndula potrebbero essere connesse col latino còndere che, tra gli altri significati, ha anche quello di seppellire; solo che la forma neretina avrebbe conservato il gruppo –nd-, quella di Manduria avrebbe operato, come di consueto, l’assimilazione.

3 In aggiunta al commento presente in calce ricordo che marisciàre è usato normalmente nel senso di meriggiare, per cui non escluderei il gioco di parole tra i significati di meriggiare (il biondo delle messi deve tanto al meriggio ed evoca il giallo, colore del sole; l’idea del riposo del meriggiare pallido e assorto di Montale è di là da venire …) e mareggiare.

4 È una sorta di sciarada, figurata nei primi tre elementi (il compasso costituito dalla A, la panca a tre piedi dalla M e la sfera dalla O .

5 Più che un indovinello mi pare una sorta di scioglilingua, al pari di nna pica pizzichica pizzicoca campò sette piche pizzichiche pizzicoche, ma sette piche pizzichiche pizzicoche no campara nna pica pizzichica pizzicoca (in senso traslato: una madre nutrì sette figli, sette figli non nutrirono una madre).

6 È anche una scherzosa, ma ineccepibile da un punto di vista filologico, etimologia di chiavare nel significato che tutti i vocabolari classificano come volgare. Ecco la versione registrata in Indovinelli erotici salentini, a cura di Nicola G. De Donno, Congedo, Galatina, 1990, pag. 30: Ota otandu,/chiava chiavandu,/face ddha cosa,/poi se rreposa (Gira girando, chiava chiavando, fa quella cosa, poi si riposa). Nello stesso volumetto a chiave/chiavistello corrispondono altri indovinelli: pag. 43: Notte era, scuru facia,/lu carottu nu llu vitia,/vo’ nni lu mpizzu  e nnu ttrasia (Era notte, faceva buio, non vedevo il buco, vado ad infilarla e non entrava); pag.  60: Fu’ fu’ e la mpizzu (Corro, corro e la infilo); pag. 71: Muggherema de sutta e jeu de susu,/rittu ni la nfilai ntru lu pertusu;/e bbui, signuri, nu ppensati a mmale,/lassàtimelu a mmie lu cutulare (Mia moglie sotto e io sopra, dritto gliela infilai nel buco; e voi, signori, non pensate male, lasciatelo a me il muovere); pag. 95: Jeu ticia trasi,/e iddha num bulia./Poi truvai lu pertusu. La cacciai dopu l’usu (Io dicevo -Entra!- e lei non voleva. Poi trovai il buco. La tirai fuori dopo, l’uso).

7 La carica eufemistica della voce nella sua valenza metaforica oscena è assolutamente geniale, anche se l’autore della raccolta mostra di non essersene accorto …

Orgoglio salentino

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di Pier Paolo Tarsi

L’orgoglio geneticamente provincialista dei salentini, che fa incazzare o fa sorridere (ma di tristezza) è davvero ineusaribile. Da un paio di giorni sono tutti esaltati da un pezzo (che peraltro fa veramente cacare) che tratta di una visita di 36 ore a Lecce pubblicato sul New York Times. Son così i salentini. Hai voglia a fare studi e riviste serie sul territorio, hai voglia a fare denunce sulle malefatte nostrane, loro…leggono solo il New York Times, sono mica provincialotti, guardano in grande, al mondo, all’immagine che questo dona della loro terra, una dipinta con un pasticciotto qua, una facciata barocca di là, quattro note di pizzica e contorno di quattro minchiate.

Il Salento ‘Lèmme lèmme’ negli scatti in b/n di Marcello Moscara

Il Salento ‘Lèmme lèmme’ negli scatti in b/n di Marcello Moscara alla Masseria le Pezzate di Maglie (Le)

di Paolo Rausa

 

Torre Specchia di Marcello Moscara
Torre Specchia di Marcello Moscara

In una mattinata di calura agostana, proveniente da Poggiardo, attraverso le campagne salentine a bordo del mio vespone rosso in direzione Masseria le Pezzate alla ricerca delle immagini di Marcello Moscara, fotografo salentino di origine e di cuore, anno di nascita 1972.

I luoghi si accompagnano alle storie. Già cercare questo posto è difficile, ma poi si scoprono i segni premonitori, giungendo da Scorrano in direzione statale Maglie-Gallipoli, nei disegni di fichi d’india sui muri di recinzione seccati dal sole. Si entra in un viottolo di campagna, bianco come la luce il cui riverbero ci guida verso la meta.

Una masseria del ‘600, Le Pezzate, dal nome del territorio suddiviso in appezzamenti gestito da Benedetta, tricasina e romana, e da Mario, turco di Istanbul, di padre italiano e madre tedesca. In questo incrocio di razze sta tutta la storia che ha fatto grande il Salento, un intreccio di culture e civiltà mediterranee e medio-orientali. La sera prima ero stato a Corigliano d’Otranto all’inaugurazione della ‘Notte delle Taranta’ un evento itinerante nel segno della tradizione e della contaminazione.

gallipoli di marcello moscara
Gallipoli di Marcello Moscara

Marcello Moscara  non poteva scegliere posto più suggestivo dove esporre le sue immagini, rigorosamente in b/n, di una terra a volte sfortunata ma sempre generosa. Come dice Natalia Aspesi: “Quella grande terra per lui è una fonte inesauribile di immagini, di memorie, di avventure. Questa volta l’ha reinventata ‘lèmme lèmme’, cioè percorrendola a piedi, con la lentezza dell’antico viandante, la curiosità dell’esploratore, la passione di chi cerca la sua fortuna dovunque possa capitargli e sa che potrà scoprirla solo così, senza fretta, per caso, senza una meta precisa…” Ogni scatto, l’istantanea di una presenza sempre discreta,  non importa se l’elemento vegetale o animale si prendono la scena, oppure se la presenza umana è appena intuita da una barca alla risacca o da una figura stesa sul muro che delimita la spiaggia come una lucertola, o in primo piano, l’immagine di un rubinetto, che fa pensare all’arsura di un sud sempre sitibondo di acqua, di cultura, di emozioni, di passioni.

Il gatto sul muro a Castro, di Marcello Moscara
Il gatto sul muro a Castro, di Marcello Moscara

Su tutto gli elementi naturali incombono, sia che si tratti delle grandi estensioni marine, sia degli spazzi celesti, sovrumani e inquietanti, testimoni, come se riflettessero il nostro stato d’animo che attraversa non di rado le tempeste della vita. Non c’è serenità, non c’è pacatezza, ma neppure inquietudine negli scatti di Marcello Moscara, piuttosto c’è una natura e una presenza umana che si compenetrano e fanno di queste coste, di queste campagne un luogo dell’anima, unico al mondo, ora riprodotto grazie a queste foto esposte fino alla fine di agosto alla Masseria Le Pezzate. Info: masserrialepezzate@gmail.com, tel. 368 3779551; info@moscara.it, www.marcellomoscara.it.

 

Storia di guerra e passione nel Salento rurale

giorgio cretì
Giorgio Cretì

di Francesco Greco

 

Nel Salento rurale dell’altro secolo, mentre sullo sfondo incombe la guerra di Libia, nel minuscolo universo che era la masseria si intreccia una storia d’amore e di miseria, di uomini consumati dal lavoro della terra e dalle passioni. Tripoli, bel suolo d’amore, richiama nel deserto la meglio gioventù. Alla masseria a sud di Otranto, fra Santa Cesarea e Ortelle, c’è anche Pasquale, che ha messo gravida la bella Maria, detta Ia, la figlia di Peppino “Parmatiu” ormai “valagna” (in età fertile). Non resta che organizzare una fuga d’amore per gettare fumo negli occhi della gente e salvare la faccia. Pasquale e Ia se ne vanno in una pajara (trullo a tolos).

E’ l’incipit di “Poppiti”, romanzo che lo scrittore salentino Giorgio Cretì (nato a Ortelle nel 1933, è morto a gennaio scorso, laureato in Scienze Politiche, ha vissuto a Pavia) pubblicò con “Il Rosone”, la rivista dei pugliesi di Milano nel 1996 e che la scrittrice Raffaella Verdesca e il regista Paolo Rausa hanno adattato come testo teatrale in quattro atti, esaltando il pathos di una storia in cui compaiono molti archetipi della cultura meridiana, dinamiche sociali, rapporti famigliari e interpersonali, usi e costumi, spiritualità, sessualità, ecc.

Il tutto calato nella magia della campagna salentina, fra erbe e malerbe, con la natura dotata di un suo struggente carisma, elevata a elemento portante della narrazione. Sintetizzato, scarnificato, colto nella sua nuda, solare essenzialità, il testo risulta si può assimilare al Neorealismo letterario (verghiano) e cinematografico (De Sica), pregno di una energia e una vitalità da leggere come transfert e prosecuzione di quelle in di cui è pregna una terra selvaggia, un popolo onesto e fiero, scosso dal vento del desiderio, delle passioni (politica, civile, sessuale) che tende alla tragedia (dna magnogreco), una cultura che si regge sull’agorà dei sentimenti, una civiltà con la “c” maiuscola di cui s’indovina tuttoggi lo splendore. Pasquale parte “per conquistare l’Africa”, Ia resta col bimbo da svezzare. Il marito è fatto prigioniero e per mesi non dà sue notizie. Sindaco e speziale non sanno dire niente di più sulla sua sorte. La ragazza soffre la solitudine, “non sono da buttare, che scema!”. Potrebbe avere tutti gli uomini delle masserie, ma a guardarla con desiderio è il vecchio suocero: “Tu mi piaci ragazza e… non come figlia”. “Io sono la moglie di Pasquale, tuo figlio, non dimenticartelo!”.

Quando questi fa ritorno dalla Libia, trova la situazione che meno si sarebbe aspettato. Dopo essera andato a un funerale “nero come l’angoscia che mi porto dentro”: non gli resta che emigrare: “Bandirò dai miei occhi e dai miei pensieri questa terra… Andrò a coltivarne un’altra lontana, quella che con il sangue abbiamo conquistato in Libia, e mia moglie e mio figlio verranno con me a iniziare una nuova vita”.

Dopo la prima a Poggiardo, a casa Rausa (la dimora del grande poeta Fernando Rausa, “Terra mara e nicchiarica”), la compagnia “Ora in scena!” porterà in autunno lo spettacolo a Ortelle, nel contesto di un progetto di valorizzazione dell’opera dello scrittore di Ortelle voluto dal sindaco del paese.

Sono previste anche altre tappe. Pasquale, Rocco, Dorotea, Ia, Cirina, Crocefissa, massaro Rosario e Peppino Parmatiu sono interpretati da Michele Bovino, Florinda Caroppo, Luigi Cazzato, Norina Stincone, Francesco Greco, Maria Orsi, Rosaria Pasca, Tiziana Montinari. Musiche di Pasquale Quaranta (P40) e Lucia Minutello.

 

Pier Paolo e il limone

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di Pier Paolo Tarsi

C’è un particolarità unica nella relazione che possiamo stabilire con le piante: a differenza di qualunque animale, anche il più piccolo e appena percepibile, loro non ti possono venire incontro, non possono richiamare la tua attenzione in alcun modo.

Per instaurare una relazione con una pianta tutto dipende dalla tua attiva disposizione, dalla tua capacità di attenzione e consapevolezza: la devi notare, osservare, devi decidere di decifrarne i segnali di rigoglio o di una qualche mancanza, e così via. Proprio nelle conseguenze della tua cura o incuria vi è l’unica possibilità di una relazione con loro, conseguenze che sta a te percepire e cogliere.

Poco fa il mio limone, che è lì piantato da anni da chissà chi senza che io nemmeno me ne avvedessi, e che qualche settimana fa era ormai in procinto di seccare, mi ha ringraziato dell’acqua datagli in questi giorni con il primo limone quasi ingiallito, un dono che mi ha fatto trovare per terra, come un uovo appena fatto. Riconoscenza, espressa a modo suo.

Quella seconda mensola del balcone del castello di Nardò … (4/6)

di Armando Polito

Volendo andare a ritroso nel tempo va aggiunto che il Ripa nello scrivere la scheda relativa all’Amicizia si rifece pure a quanto aveva scritto Robert Holcot (XIV secolo) nel suo In librum sapientiae regis Salomonis praelectiones CCXIII (cito dall’edizione del 1586, s. e., s. l., pag. 731):

Pictura amoris sive amicitia MORALITAS XXVI. Narrat Fulgentius in quodam libro de gestis Romanorum: quòd Romani verum amorem sive veram amicitiam hoc modo descripserunt, scilicet: quod imago amoris vel amicitia depicta erat instar iuvenis cuisdam valdè pulchri, induti habitu viridi. Facies eius et caput discooperta erant sive nudata, et in fronte ipsius erat hoc scriptum: HYEMS ET AESTAS. Erat latus eius apertum, ita ut videretur cor, in quo scripta erant haec verba: LONGE ET PROPE. Et in fimbria vestimenti eius erat scriptum: MORS ET VITA. Similiter ista imago habebat pedes nudos, etc. SEQUITUR MYTHOLOGIAE EXPOSITIO. Ista imago quae depicta erat ad similitudinem hominis iuvenis, in signum: quod verus amor & sincera amicitia non potest diu latere in corde, sed sese extendit in opere exterius: iuxta illud Gregorij: Probatio dilectionis, est exhibitio operis. Erant scripta, hyems & aestas: id est, adversitas & prosperitas, in signum: quod veri amici secreta cordis invicem debent intimare, & necessitates quaslibet alter alteri ostendere: et ideò scriptum est in corde, longè & propè, in signum: quod amicus tantundem diligendus est quando distat, ac si prope existeret. In fimbria scriptum erat, Mors & Vita, in signum: quod verus amor & sincera amicitia senescere non debet, & per consequens in necessitate non deficere, sed semper iuvenescere, & aeque stabilis esse in principio & in fine. Ista imago habebat caput, & faciem discoopertam, in signum: quod verus amor & sincera amicitia non potest diu latere in corde, sed sese extendit in opere exterius: iuxta illud iuxta illud Gregorij: Probatio dilectionis, est exhibitio operis. Erant scripta, hyems & aestas: id est, adversitas & prosperitas, in signum: quod veri amici secreta cordis invicem debent intimare, & necessitates quaslibet alter alteri ostendere: et ideò scriptum est in corde, longè & propè, in signum: quod amicus tantundem diligendus est quando distat, ac si prope existeret. In fimbria scriptum erat, Mors & Vita, in signum: quod verus amor & amicus sincerus debet esse perseverans non solùm in vita praesenti, sed etiam in morte, quae per fimbriam designatur. Item vestis viridis indicat amicitiam semper debere esse recentem & suavem, nulla que temporis diuturnitate tepescentem, & instar hederae sempere virescere, etc. per omnia tempora & loca inseparabiliter amico adhaerere, etc.

Il testo presenta la ripetizione, probabilmente per errore nella trascrizione dal manoscritto, di un lungo periodo. Ne fornisco la traduzione fedele anche perché tale errore non comporta nessuna conseguenza ai fini della nostra ricerca: Rappresentazione dell’amore o amicizia MORALITÀ XXVI. Narra Fulgenzio in un libro sui fatti dei Romani che i Romani descrissero il vero amore o la vera amicizia in questo modo, cioè che l’immagine dell’amore o dell’amicizia era rappresentata a guisa di un giovene molto bello, che indossava una veste verde. Il suo volto e il capo erano scoperti o nudi e sulla sua fronte c’era questa scritta: HYEMS ET AESTAS. Il suo fianco era aperto così che si vedeva il cuore sul quale erano scritte queste parole: LONGE ET PROPE. E sull’orlo della sua veste era scritto: MORS ET VITA. Inoltre questa immagine aveva i piedi nudi, etc. SEGUE L’ESPOSIZIONE DELLA MITOLOGIA. Questa immagine che era rappresentata a somiglianza di giovane uomo simboleggiava che il vero amore e la sincera amicizia non possono a lungo nascondersi nel cuore, ma si mostrano esteriormente in concreto, secondo quel famoso concetto di Gregorio: Prova dell’amore è l’esibizione del concreto1. Era scritto hyems et aestas, cioè avversità e prosperità, a simboleggiare che i veri amici debbono  vicendevolmente comunicare i segreti del cuore e l’uno mostrare all’altro ogni bisogno; e perciò è scritto sul cuore longe et prope , a simboleggiare che l’amico deve essere amato allo stesso modo quando è lontano e quando è vicino. Sull’orlo era scritto mors et vita a simboleggiare che il vero amore e la sincera amicizia non debbono invecchiare, e di conseguenza non venir meno nel bisogno ma sempre ringiovanire ed essere ugualmente stabile all’inizio e alla fine. Questa immagine aveva la testa e il volto scoperti a simboleggiare che il vero amore e la sincera amicizia non possono a lungo nascondersi nel cuore, ma si manifestano esteriormente in concreto, secondo quel famoso concetto di Gregorio: Prova dell’amore è l’esibizione del concreto1. Era scritto hyems et aestas, cioè avversità e prosperità, a simboleggiare che i veri amici debbono  vicendevolmente comunicare i segreti del cuore e l’uno mostrare all’altro ogni bisogno; e perciò è scritto sul cuore longe et prope , a simboleggiare che l’amico deve essere amato allo stesso modo quando è lontano e quando è vicino. Sull’orlo era scritto mors et vita a simboleggiare che il vero amore e l’amico sincero devono essere perseveranti non solo nella vita presente ma anche nella morte, che è simboleggiata dall’orlo della veste. Inoltre la veste verde indica che l’amicizia deve essere sempre vigorosa e dolce, non intiepidita dal trascorre del tempo e sempre verdeggiante come l’edera e per ogni tempo e luogo essere unita inseparabilmente all’amico etc.

L’etc. che chiude il passo  di Holcot ci autorizza a supporre che lo scolastico dominicano inglese abbia, più che parafrasato, quasi citato (difficile dire se a memoria o meno) Fulgenzio. L’indicazione estremamente generica in quodam libro de gestis Romanorum e il tema trattato mi hanno fatto immediatamente pensare al Mythologiarum libri tres di Fabio Planciade Fulgenzio (V-VI secolo), ma un controllo ha evidenziato nel libro non solo l’assenza del brano in questione ma anche di qualsiasi trattazione del tema dell’amore o dell’amicizia.

E se, ad ogni modo, Holcot si rifece a Fulgenzio, per quanto riguarda la rappresentazione tutte le tavole successive al Ripa si mossero sulla sua scia. Ecco, per esempio, di seguito quella tratta da Jean Baptiste Boudard, Iconologie, Carmignani, Parma, 1759.

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Va pure detto che il motto HYEMS ET AESTAS, che in tutti gli autori fin qui citati è riferito all’amicizia, è un nesso già presente come simbolo dell’alternarsi delle stagioni della vita (perciò MORS ET VITA ne appare una sorta di integrazione) in Marco Terenzio Varrone (I secolo a. C.), De lingua latina, V, 10: … omne corpus, ubi nimius ardor aut humor, aut interit aut, si manet, sterile. Cui testis aestas et hiems, quod in altera aer ardet et spica aret, in altera natura ad nascenda cum imbre et frigore luctare non volt et potius ver expectat. Igitur causa nascendi duplex: ignis et aqua ( … ogni corpo quando c’è eccessivo calore o umidità o muore o, se sopravvive, è sterile. Ne sono prova l’estate e l’inverno, poiché nell’una l’aria è calda e la spiga si dissecca, nell’altro la natura non vuole lottare con la pioggia e con il freddo e aspetta piuttosto la primavera, Dunque duplice è la causa del nascere: il fuoco e l’acqua).

Andando ancora più a ritroso nel tempo esso è presente nel libro della Genesi, 8, 22, il cui testo nella vulgata suona così: Cunctis diebus terrae, sementis et messis,  frigus et aestus, aestas et hiems, dies et nox non requiescent (In tutti i giorni della Terra il freddo e il caldo, l’estate e l’inveno, la notte e il giorno non verranno meno). Mi ha sorpreso scoprire che a suo tempo la Chiesa respinse l’interpretazione teologica di Emanuel Swedemborg che in Arcana coelestia (1749-1756; la citazione che segue è tratta dall’edizione uscita a Tubingen nel 1833, v. I, pag. 392) scrive: Et aestas et hiems’: quod significent statum hominis regenerati quoad nova ejus voluntaria quorum vices se habent sicut aestas et hiems, constare potest ab illis quae de frigore et aestu dicta sunt; vices regenerandorum assimilantur frigori et aestui, sed vices regeneratorum aestati et hiemi: quod de regenerando ibi actum, hic autem de regenerato, constat inde quod ibi primo loco ‘frigus’ nominetur et secundo ‘aestus’; hic autem primo loco ‘aestas’ et secundo ‘hiems’; causa est quia homo qui regeneratur, incipit a frigore, hoc est, a nulla fide et charitate, at cum regeneratus est, tunc incipit a charitate (“Et aestas et hiems”: poiché significherebbero lo stato dell’uomo rigenerato finché è possibile che le nuove volontà il cui corso procede come l’estate e l’inverno risultino da ciò che è stato detto sul freddo e sul caldo; le vicende dei rigenerandi sono assimilate al freddo e al caldo, ma le vicende dei rigenerati all’estate e all’inverno: ciò che lì è avvenuto del rigenerando, qui (avviene) del rigenerato; risulta perciò che lì in primo luogo è nominato il freddo e in secondo il caldo, qui in primo luogo l’estate e in secondo l’inverno; la causa è che l’uomo che viene rigenerato comincia dal freddo, cioè da nessuna fede e carità, ma, quando si è rigenerato allora comincia dalla carità).

Mi viene il sospetto che quest’interpretazione non piacque per partito preso, dal momento che questo genio poliedrico (si cimentò con ottimi risultati nelle più svariate discipline: dalla matematica alla chimica, dall’anatomia alla filosofia, dalla musicologia all’omeopatia) fu uno dei precursori dello spiritismo …

 

(CONTINUA)

prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/10/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-16/

seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/11/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-26/

terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/12/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-36/

quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/19/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-56/

sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/20/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-66/

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1 L’atto concreto di cui parla Gregorio (Homiliarium in Evangelia, I, XX) è l’elemosina:  Sed etsi fructum proprium ulmus non habet, portare tamen vitem cum fructu solet, quia et saeculares viri intra sanctam Ecclesiam, quamvis spiritalium virtutum dona non habeant, dum tamen sanctos viros donis spiritalibus plenos sua largitate sustentant, quid aliud quam vitem cum botris portant? (Ma sebbene l’olmo non abbia un proprio frutto suole tuttavia reggere la vite col frutto, perché anche i laici nella santa Chiesa, sebbene non abbiano il dono delle virtù spirituali, mentre sostentano tuttavia con la loro generosità i santi uomini pieni di doni spirituali, che altro sorreggono se non la vite con i grappoli?).

È evidente che Gregorio si è rifatto alla seconda similitudine de Il pastore di Erma.

Castro (LE) e la sua Madonna mmenzu mmare

di Rocco Boccadamo

 

 castro

 

“Al primo sole si desta, la cittadella marina…”

 

 

Esistono storie e tradizioni che travalicano secoli, decenni e generazioni, mantenendosi perennemente vive e presenti.

Lunedi 12 agosto 2013, a Castro (LE) , hanno luogo gli abituali festeggiamenti in onore della Madonna del Rosario di Pompei, alla quale è intitolata la locale parrocchia.

Componente particolare, anzi cuore di tale celebrazione, è la processione, sotto forma di nutrito e colorato corteo di barche, durante la quale il simulacro della Vergine, collocato sotto un baldacchino a bordo del natante di maggiore stazza facente parte della flottiglia del posto, è condotto ad attraversare, a breve distanza dalla costa, l’intero specchio di mare, fra la Grotta Zinzulusa e l’insenatura Acquaviva, su cui s’affaccia la Perla del Salento.

Si tratta di un rito, che si rinnova immancabilmente e resiste ai cambiamenti e alle mode, presente, anzi inculcato nella profondità dell’animo di tutta la gente di Castro. Vi partecipano, inoltre, villeggianti e turisti  e moltitudini di persone, fedeli o devoti o semplici visitatori, che accorrono dai paesi dell’entroterra.

Negli ultimi decenni, l’evento è stato arricchito con lo sparo, al termine della processione della Madonna, fatta sostare nella rada, di artistici fuochi pirotecnici che illuminano di fantasie di colori non solo la volta stellata della prima fase notturna, ma anche la distesa d’acqua salsa, riuscendo a dischiuderne e osannare la straordinaria trasparenza dei fondali.

In occasione dell’evento, nella Piazzetta, cuore pulsante di Castro, che conduce al porticciolo, sono allestite serie di luminarie.

Così e in siffatta cornice, ora, si svolge e si vive, per sommi capi, la festa, non senza, purtroppo, qualche inevitabile contorno di confusione, ingorghi d’auto, fragori.

Completamente differente, invece, appariva l’atmosfera d’insieme, ieri, ossia a dire nei tempi lontani, sino ad alcuni decenni addietro.

In primis, era di tutt’altro tenore la stessa denominazione della festa, si diceva, più alla buona ma in termini maggiormente mirati e puntuali, “Madonna mmenzu mmare”.

Ciò, non per semplice aderenza all’itinerario della processione, bensì per suggellare il rapporto massiccio e prevalente, se non proprio esclusivo e assoluto, fra la comunità castrense e l’ambiente marino, una sorta di legame vitale imprescindibile. E quando c’e’ comunione, in questo caso addirittura interdipendenza esistenziale, non può non collocarsi, in mezzo, anche la sfera dei sentimenti religiosi e devozionali.

Era la stessa di oggi la statua della Madonna, con la sua veste che rispecchia insieme ed egualmente i colori del cielo e, giustappunto, del mare.

Rammenta l’autore di queste righe, che il breve corteo che, intorno al crepuscolo, si snodava dal santuario della Divinita’ festeggiata sino al porto, era aperto dalle orfanelle accolte e ospitate nell’apposito istituto, annesso al santuario medesimo e affidato a un gruppetto di suore, voluto e realizzato, agli albori del ventesimo secolo, dal canonico Don Gabriele Ciullo, allora parroco di Castro.

Purtroppo, ormai da lunga pezza, detto benemerito istituto ha chiuso i battenti e anche le suore hanno lasciato Castro.

Seguivano i ragazzi ospiti della colonia estiva.

Poi, la confraternita, le associazioni religiose, i gruppi dell’Azione Cattolica e i restanti fedeli e devoti incolonnati, a precedere il parroco, con fascia violacea propria del suo rango di canonico e attorniato dai chierichetti, che scortava il simulacro della Madonna.

Immediatamente dietro, sfilavano le autorità, sindaco e amministratori comunali, maresciallo dei carabinieri, vigili urbani, Delegato di spiaggia.

Infine, la banda musicale e la restante popolazione che prendeva parte alla processione.

In una ventina di minuti si arrivava al porto vecchio, percorrendo l’ultima strada in forte declivio, denominata, ancora adesso, via Scalo delle barche.

Il natante prescelto per ospitare e trasportare la Madonna era pronto, impreziosito e illuminato con semplici ghirlande di fiori e qualche lampadina.

Lo stimolo alla breve navigazione era conferito esclusivamente dal vigore delle braccia dei rematori: in quei tempi, perlomeno a Castro, non c’erano motori marini.

Si muoveva, quindi, la barca della Madonna e contestualmente, a fianco e dietro, i remi sospingevano tutte le altre barche della locale marineria, grandi e piccole, alcune ospitanti, a bordo, fedeli arrivati dai paesi dell’ entroterra, i quali, in cambio di poche lire, avevano agio di accompagnare la Madonna nella sua uscita a mare.

Coperto il tragitto indicato all’inizio, la processione riguadagnava la rada e la banchina, dopodiché, al rimbombo di qualche carcassa (fuoco d’artificio), la Madonna ritoccava la terraferma ed era riaccompagnata nel santuario.

 

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Ho tratteggiato e rievocato, con semplici sequenze, la “navigazione” di una volta della Madonna mmenzu mmare.

Non c’è che dire, era un’altra Castro, genuina, semplice, tranquilla, fascinosa e amata.

E però, fascinosa e amata, parimenti se non ancora di più, è pure la Castro attuale.

L’osservatore di strada che scrive, il quale ha da sempre eletto la Perla del Salento a proprio luogo dell’anima, solamente per buon ricordo e per riassaporare ideali ventate d’aria giovanile e lontana, é portato a rinverdire una piccola sequenza d’immagini e situazioni che contraddistinguevano le proprie primavere e quelle di Castro.

Sulla piazzetta si affacciavano unicamente il “Bar la chianca”, la trattoria “Da  Arturo”, la cooperativa pescatori, la rivendita sali e tabacchi di mesciu Miliu,  la pescheria  di Nina e Nzinu.

Alle spalle del porticciolo, d’estate, erano montati i camerini in legno di Luigi u Musulinu, prototipi approssimativi di stabilimento balneare.

Altre strutture similari, in epoca successiva, erano poste in atto verso la zona cosiddetta delle taiate, in corrispondenza della Grotta del conte, per opera di Rosario  Iaiu Fersini e di Angelo Coluccia.

Le barche da pesca in regolare e permanente attività d’esercizio ammontavano a molte decine, se non a qualche centinaio, tutte rigorosamente a remi.

Difatti, l’infilata di lampare notturne al largo formava un suggestivo spettacolo, che partiva dalla zona della Zinzulusa e arrivava sino alla marina di Andrano.

Del resto la popolazione di Castro era formata per la quasi totalità da pescatori e pescivendoli.

Anche nella parte alta del paese, il Borgo, erano frequentissime e numerose le madri di famiglia e anche le donne giovani, occupate a rammendare le reti da pesca.

 

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 castro2

Il 29 agosto 1947, all’età di sei anni, mi sono trovato a partecipare, per la prima volta, alla festa della Madonna mmenzu mmare, accompagnato non da mio padre ma da due giovani zie: quel giorno, nasceva mia sorella Teresa, la quale, non a caso, porta il secondo nome di Pompea.

Intorno al 1950, nella zona della già menzionata Grotta del conte, a Castro fu inaugurato un cinematografo estivo all’aperto, con l’insegna “Arena verde”. Da tempo, non v’è più traccia di tale iniziativa.

A proposito della Madonna del Rosario di Pompei, mi piace annotare che, circa mezzo secolo fa, mi sono sposato proprio nel suo santuario di Castro.

Infine, osservazione di fresca attualità, la mia nipotina Elena è nata, a Monaco di Baviera, il 29 agosto 2009, esattamente sessantadue anni dopo mia sorella Teresa, venuta al mondo, come appena ricordato, in concomitanza con la festa della Madonna mmemzu mmare.

 

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Il primo rigo delle presenti note corrisponde all’inizio dell’inno “Madonnina del mare”, eseguito, nelle solennità particolari, dal coro parrocchiale di Castro:

 

Al primo sole si desta
la cittadella marina
e in un bel giorno, risuona
la dolce campana vicina
mentre sul mare d’argento
va il pescatore contento
passa e s’inchina
alla sua Madonnina
dicendole piano così:

“Madonnina del mare,
non ti devi scordare di me,
vado lontano a pescare,
ma il mio dolce pensiero è per te”
Canta, il pescatore che va,
“Madonnina del mare
con te questo cuore
sicuro sarà!”

L’ultimo raggio di sole
muore sull’onda marina
e in un tramonto di sogni,
lontano la barca cammina
fra mille stelle d’argento
va il pescatore contento
sente nel cuore un sussulto
d’amore sospira pregando così:

“Madonnina del mare,
non ti devi scordare di me,
vado lontano a pescare,
ma il mio dolce pensiero è per te”
Canta, il pescatore che va,
“Madonnina del mare
con te questo cuore
sicuro sarà!”

 

Una Wunderkammer nel cuore di Lecce

Antonio Miglietta

 

di Giancarlo Brocca

Entrando da Porta Rudiae e percorrendo via Libertini, vera galleria d’arte e di storia sotto il ridente cielo leccese, pochi metri dopo la chiesa di Santa Teresa, ma sul lato opposto, si incontra una porta a vetro bianca posta un po’ defilata rispetto alla strada. Questa reca sul fianco sinistro una targa in pietra con incisa la parola Laborarte: una parola – impossibile da trovare tra le pagine di un dizionario – che indica la presenza del laboratorio di un artista. Invano però chi cercasse di sbirciare otterrebbe di vedere il maestro al lavoro, perché la sala dove opera è nascosta dietro un muro sul quale sono affastellati oggetti singolari ed enigmatici.

Se a prima vista il luogo può apparire impenetrabile al visitatore curioso, basterà battere pochi colpi alla porta per vedersi apparire un uomo alto che torreggia tra i suoi cimeli. Qualcuno l’ha definito “gigante dal cuore di pane”.

Antonio Miglietta 4

Aperta la porta al visitatore, un sorriso del maestro ne rivela la bontà e la sua sagoma, a prima vista rude, è addolcita dai modi cortesi con cui accoglie chiunque. Tuttavia, né la sua intelligenza né la simpatia possono rivelare a pieno le peculiarità di quest’uomo che difficilmente parla di se stesso, perso com’è nel mondo dell’arte. Chi ha avuto la possibilità di entrare nel suo Laborarte ne è uscito stupefatto come quei pochi eletti che in tempi lontani potevano accedere alle Wunderkammer. Erano queste delle vere camere delle meraviglie che custodivano oggetti strabilianti e introvabili, provenienti dai quattro angoli del mondo: ne esistevano pochissime in tutta Europa e ancor meno erano i privilegiati che potevano ammirarle su invito di qualche galante collezionista.

Si chiama Antonio Miglietta lo scultore leccese che in oltre trent’anni di lavoro ha trasportato nel proprio atelier un numero incalcolabile di cose che lui trova singolari e che provengono dal mondo della natura o dall’artificio umano. Analogamente alle antiche Wunderkammer, queste rarità, sparse alla rinfusa o custodite in scrigni di pietra, possono essere suddivise in naturalia e artificialia. Tra le prime vi sono scheletri di animali e denti di squalo (uno dei quali è custodito come una reliquia perché trovato dall’artista all’interno della prima pietra da lui scolpita durante l’infanzia), crostacei di ogni tipo e impronte di uccelli impresse nel gesso. Le seconde vanno da un antico asse che ancorava una campana della chiesa di Sant’Irene, distrutta nel secondo conflitto mondiale, fino alle creazioni di maestri e amici d’arte. Si conserva un’opera in gesso del decano degli scultori salentini moderni, Marcello Gennari, e del più colorito ed estroso di questi, Bruno Maggio, si può ammirare una piastrella di ceramica con impresso il profilo di Antonio Miglietta quando era un giovanotto volenteroso di apprendere.

Antonio Miglietta 5

Altre creazioni ed attrezzi incomprensibili di antichi artigiani fanno capolino qua e là sugli scaffali. Tra queste si scorge l’autoritratto in argilla del padre dell’artista, anche lui scultore, che sembra vegliare ancora sull’operato del figlio. Tante altre cose si potrebbero elencare di questa Wunderkammer nel cuore di Lecce, ma l’”inventario” risulterebbe sempre incompleto, dal momento che se ne aggiungono continuamente di nuove.

Il laboratorio di Miglietta è un compendio della cultura e dell’arte leccese e per questa sua caratteristica rappresenta un luogo di ispirazione non solo per lo scultore, ma anche per amici e nuovi discepoli. Non si sbaglierebbe ad intendere il Laborarte, con tutte le sue mirabilia, una vera e propria opera d’arte nata da un’esigenza insita nell’animo dell’artista, che lo muove verso lo studio e la conoscenza della realtà circostante. Per lui è la casa della riflessione e delle idee, ogni oggetto è fonte di ispirazione per giungere ad una nuova opera, che spesso si rivela lontanissima dal suo punto di partenza. Il Laborarte di Antonio Miglietta fa ritornare alla mente le parole dello storico dell’arte E. H. Gombrich: un artista è come un’ostrica laboriosa che si serve di un granello di sabbia trovato nelle vicinanze intorno al quale sa costruire una perla preziosa e perfetta.

Quella seconda mensola del balcone del castello di Nardò … (3/6)

di Armando Polito

Quello del Ripa, come i repertori di ogni epoca, fu scritto utilizzando fonti che qui tenterò di individuare nello specifico iconografico e testuale.

Non poteva il Ripa non rifarsi al padre dei repertori di simboli, cioè all’Emblemata di Andrea Alciato, pubblicato senza autorizzazione la prima volta ad Augusta nel 1531 per i tipi di Heinrich Steyner, comprendente 104 emblemi; la prima edizione autorizzata uscì a Parigi per i tipi di Christian Wechel nel 1534 e contava 113 emblemi (in basso il frontespizio).

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A pag. 16, in basso riprodotta, c’è la scheda relativa all’amicizia (a fronte la traduzione della parte testuale).

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Il testo dell’Alciato ebbe, lui vivente, una serie sterminata di edizioni. In quella uscita a Lione per i tipi di Guglielmo Rovillio nel 1948, mentre il testo è identico a quello delle edizioni precedenti, cambia leggermente l’immagine dell’olmo e della vite (foto in basso), adottata anche nell’ultima edizione, lui vivente,  uscita a Lione, ancora per i tipi del Rovillio, nel 1550.

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L’opera dell’Alciato continuò ad essere pubblicata dopo la sua morte avvenuta, come ho detto, nel 1550, con aggiunte ed integrazioni di altri irrilevanti ai fini di questa indagine.

Quello dell’olmo e della vite è un topos antico che è presente già in Catullo (I secolo a. C.), dove ricorre come metafora dell’amor coniugale1, mentre Orazio (I secolo a. C.) parla genericamente di arbores2 che traggono giovamento dall’accoppiamento con la vite. E questi stessi autori in altri passi ci danno indicazioni più precise sull’essenza allo scopo utilizzata, oltre l’olmo: il platano3 e il pioppo4. Columella (I secolo d. C.), poi, ci darà la graduatoria di tutti i potenziali mariti della vite togliendo dall’insieme delle essenze citate dagli altri il platano ed aggiungendo il frassino5.

Il Cristianesimo farà sua la metafora pagana nella seconda similitudine che Erma (II secolo) ci presenta nel Pastore, un testo che ebbe una fortuna tale che alcuni Padri della Chiesa lo tennero in considerazione come se facesse parte delle Sacre scritture: Mentre passeggiavo per il campo e osservavo un olmo e una vite e riflettevo  su di essi e sui loro frutti, il pastore mi appare e dice: –  Che cerchi in te stesso intorno all’olmo e alla vite? -. Dico: – Cerco di capire, signore,  perché  sono reciprocamente adatti -. Dice: – Questi due alberi costituiscono un simbolo per i servi di Dio-. Dico: – Vorrei conoscere il simbolo di questi alberi dei quali parli -. – Vedi l’olmo e la vite? -. Dico: – Li vedo, signore -.  Dice: – Questa vite porta il frutto, l’olmo, invece, è un albero senza frutto. Ma questa  vite se non sale sull’olmo  non può produrre  frutti in abbondanza mentre giace per terra e Il frutto che porta se non è sospesa all’olmo, lo porta marcio. Quando dunque la vite si attorciglia all’olmo  produce frutto per merito suo e per merito dell’olmo. Vedi dunque che l’olmo dà molto frutto, non meno della vite, anzi anche di più -. Dico: – Come, signore, di più? -. Dice: – Perché la vite sospesa all’olmo dà un frutto abbondante e bello; , giacendo per terra, invece, scarso  e marcio. Questa similitudine  si addice ai servi di Dio, al povero e al ricco -. Dico: – Fammelo sapere, signore, in che modo -. Dice: -Ascolta. Il ricco ha beni ma questi non valgono nulla davanti al Signore; tutto preso dalla sua ricchezza, rivolge pure al Signore un ringraziamento troppo piccolo  e una preghiera, quella che fa,  piccola e debole, non avente la forza di un uomo. Quando dunque il ricco va in aiuto del povero e gli fornisce il necessario, credendo che colui che si adopererà per il povero  potrà trovare la ricompensa da parte di Dio, che il povero è ricco nel ringraziamento e nella preghiera e la sua preghiera presso Dio ha una grande forza, il ricco dunque aiuta il povero in tutto senza titubanza. Il povero, aiutato dal ricco, intercede per lui presso Dio e lo ringrazia per il dono ricevuto; e l’altro ancora si preoccupa del povero perché non si abbandonato nella sua vita; infatti sa che la preghiera del povero è gradita e ricca per Dio. Entrambi dunque compiono un lavoro: il povero fa la preghiera in cui è ricco, quella che ha preso dal Signore e questa rende al Signore per chi lo aiuta e il ricco ugualmente offre senza titubanza al povero la ricchezza che ha preso dal Signore e quest’azione è grande e  gradita per Dio perché ha inteso bene la sua ricchezza e ha lavorato per il povero utilizzando i doni del Signore e ha compiuto correttamente il servizio al Signore. Presso gli uomini  dunque l’olmo sembra non portare frutto ed essi non sanno né comprendono che, se c’è siccità, l’olmo che ha acqua nutre la vite e la vite avendo incessantemente acquaproduce frutto doppio e per conto suo e per conto dell’olmo. Così anche i poveri intercedendo presso il Signore per i ricchi ricolmano la ricchezza di questi e a loro volta i ricchi provvedendo i poveri del necessario riempiono il loro animo. Diventano dunque entrambi partecipi dell’opera giusta. Chi dunque fa questo non sarà abbandonato da Dio ma sarà iscritto nei libri dei viventi. Beati coloro che posseggono e comprendono  che sono ricchi per opera di Dio.6

Probabilmente al Ripa non sfuggì quanto è contenuto nell’estratto di un’orazione tenuta nel 1587 da un certo Aldorfio pubblicata da Filippo Camerario in Operae horarum subcisivarum, sive meditationes historicae, Hoffmann, Francoforte, 1609,  pagg. 196-197: CAPUT LIII. Commendatio et typus amicitiae et concordiae, ac viceversa detestatio discordiae, excerpta ex oratione Aldorfii habita Anno 1587 postridie Petri et Pauli. Temporis et loci ratio praesens postulare, & me monere videtur, mihique materiam suppeditavit, ut amicitiae typum, utputa ingeniosum, & non vulgarem, veluti in tabula, ante oculos proponendum & explicandum, et hac ratione auditores commonere faciendum censuerim, ut diligenter perpendant, quantam vim & utilitatem vera amicitia contineat: econtra quam innumera mala, ea sublata, in locum eius succedat: ut recte Comicus dixerit: Neque falsum neque suave esse quicquam, ubi amor non admiscetur. Pictura autem apud Romanos amicitiae quam tamque Deam , quae a Graecis φιλία appellatur, gentiles inter sua numina collocavere, licet peculiares aras et templa, huic Deae dedicata fuisse, non reperiam antiquitus, talis fuit. Pingebatur puella iuvenis forma, detecto capite, quae erat tunica rudi induta, in cuius fimbria scriptum erat, MORS ET VITA. In fronte, AESTAS ET HYEMS. Latus habebat apertum vique ad cor, & brachium inclinatum, digito cor ostendens, ibi scriptum erat, LONGE ET PROPE. Huius ingeniosae picturae mysteria ita explicari possunt. Forma iuvenilis indicare videtur amicitiam semper recentem, vigore & alacritate florentem, nullaque temporis diuturnitate tepescentem. Nudum caput, ut omnibus pateat, & amicus, nullo unquam tempore, amicum publice suum fateri erubescat. Rude autem indumentum ostendit, ut amicus nulla ardua, extremamque inopiam pro amico subire non recuset: Vita & mors in vestimento scripta indicat, quod, qui vere diligit, usque ad mortem amat, imo etiam post mortem, ut epigramma quoddam monet “ … tales nos quaerere amicos/quos neque disiungat foedere summa dies”. Aestas et hyems, quia in prosperis & adversis aeque amicitia servanda; latus apertum habet usque ad cor, quia nihil amicum celat, sed cum eo omnia communia habet. Brachium inclinat, & digito cor ostendit, ut opus cordi, & cor verbis respondeat, nihilque fictum fucatumve admisceat. Longe & prope scriptum est, quia vera amicitia nullo tempore aboletur, nec locorum intercapedine disiungitur. Hanc statuam & descriptionem amicitiae ideo libentius introducere, & ante oculos proponere volui, cum ea germana soror Concordiae fingatur, eaeque ut coniunctissimae, & a Deo genitae, ut humanis mentibus utilissimae et integris iucundissimae sunt.

La mia traduzione che segue aiuterà il lettore a cogliere agevolmente la dipendenza del Ripa da Aldorfio o, quanto meno, da uno sviluppo, già diventato canonico, del tema7 : CAPITOLO LIII. Elogio ed immagine dell’amicizia e della concordia e, al contrario, condanna della discordia, estratte da un’orazione di Aldorfo tenuta nell’anno 1587 il giorno dopo quello di Pietro e Paolo. Motivi connessi col tempo e col luogo sembrano richiedere e ammonirmi, e me ne hanno fornito l’argomento, come l’immagine dell’amicizia, per esempio ingegnosa e non volgare come nella tavola, da proporre agli occhi e da spiegare, e per questo motivo credo che si debbano esortare gli uditori affinché diligentemente pensino quanta forza e utilità contenga l’amicizia e al contrario quanti mali, quando lei vien meno, subentrano al suo posto. Così giustamente avrebbe detto il Comico8: Non c’è niente di falso o di soave, dove l’amore non si mescoli. Tale fu poi presso i Romani la pittura dell’amicizia che i pagani collocarono tra i loro dei come una dea, quella che dai Greci è chiamata φιλία, sebbene non trovi che anticamente fossero state dedicati a questa dea particolari altari e templi: era dipinta come una fanciulla  giovane di aspetto, col capo scoperto, che era vestita di una rozza tunica sul cui orlo era scritto MORS ET VITA, in fronte AESTAS ET HYEMS. Aveva il fianco aperto e a forza fino al cuore, il braccio inclinato che mostrava col dito il cuore, dove era scritto LONGE ET PROPE. I misteri di questa ingegnosa pittura possono essere spiegati così. L’aspetto giovanile sembra indicare l’amicizia sempre fresca, fiorente di vigore ed energia, che non diventa tiepida per nessun trascorrere del tempo. La testa nuda affinchè a tutti si mostri e l’amico non arrossisca in nessun tempo mai di chiamare (un altro) pubblicamente amico. Mostra poi una rozza veste affinché l’amico non rifiuti di subire per l’amico qualche difficoltà e l’estrema povertà. Vita et mors sul vestito indica che chi ama veramente ama fino alla morte, anzi anche dopo la morte, come ammonisce un epigramma: “ … dobbiamo cercare amici tali che neppure l’ultimo giorno sciolga dal patto”9. Aestas et hiems perché l’amicizia dev’essere mantenuta egualmente nella prosperità e nell’avversità; ha il fianco aperto fino al cuore poiché nulla nasconde all’amico ma ha tutto in comune con lui. Inclina il braccio e mostra col dito il cuore affinché l’opera del cuore e il cuore corrispondano alle parole e non vi si mescoli nulla di artificioso o di affettato. È scritto longe et prope perché l’amicizia non è cancellata da nessun tempo né viene disgiunta dalla distanza dei luoghi. Piuttosto volentieri perciò volli introdurre questa statua dell’amicizia e proporla alla vista, essendo essa rappresentata come sorella germana della Concordia, ed esse come unitissime e generate da Dio, siccome sono giocondissime per le menti umane e integre.       

(CONTINUA)

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1 Carmina, LXII, 51-58: Ut vidua in nudo vitis quae nascitur arvo/numquam se extollit, numquam mitem educat uvam/sed tenerum prono deflectens pondere corpus/iam iam contingit summum radice flagellum,/hanc nulli agricolae nulli coluere iuvenci,/ at si forte eadem est ulmo coniuncta marito/multi illam agricolae multi coluere iuvenci,/sic virgo … (Come la vite che nasce vedova nel nudo campo mai s’innalza, mai produce dolce uva ma piegando il tenero corpo per il peso che abbatte ormai con la radice tocca la punta del tralcio, ma se per caso essa è stata unita al marito olmo molti agricoltori l’hanno curata, molti giovenchi, così la vergine …).

2 Odi, IV, 5, v. 30: Et vitam ad viduas ducit arbores (E porta la vita agli alberi vedovi).

3 Carmina, LXIV, 290): non sine nutanti platano lentaque sorore (non senza l’oscillante platano e la flessibile sorella). Il platano è citato insieme con la vite in un’epigramma di Antipatro (Antologia palatina, IX, 231):  Ἆυον μὲ πλατάνιον ἐφερπύζουσα καλύπτει/ἄμπελος ὀθνείη δ’ἀπφιτέθηλα κόμη,/ἥ πρὶν ἐμοῖς θαλέθουσιν ἐνιτρέψασ’ὀροδάμνοις/βότρυας, ἥ ταύτης ὀυκ ἀπετηλοτέρε./Τοῖον μέντοι ἔπειτα τιθηνείσθω τὶς ἐταίριον,/ ἥ τις ἀμείψασθαι καὶ νέκυον οἷδε μόνη (Una vite procedendo a poco a poco nasconde me platano secco; con la chioma altrui mi son ricoperto di fiori io che prima con i miei rami in fiore avevo nutrito i grappoli, io che non meno di lei ero privo di foglie. A sua volta qualcuno nutra tale amica che da sola seppe ricambiare anche un morto).

4 Odi, II, 2, vv. 9-10: adulta vitium propagine/altat maritas populos (… e col tralcio adulto delle viti marita gli alti pioppi).

5 De agricultura, XVI: Vitem maxime populus alit, deinde ulmus, deinde fraxinus (Soprattutto il pioppo fa crescere la vite, poi l’olmo, poi il frassino).

6 Riporto il testo originale dall’edizione a cura di R. Auger, Weigel, Lipsia, 1856, pagine 55-56:

4 prima in nota

5 seconda in nota

 

7 E lo sarà anche dopo. Uno tra i tanti esempi, Francesco di Sales (XVI-XVII secolo); cito da Opere complete, Borroni e Scotti, Milano, 1845,  v. XII, pag. 53:  Voi sapete che l’amicizia è nemica mortale dell’oblio: onde gli antichi quando la dipingevano, mettevano per emblema sopra i suoi abiti: Aestas et hyems, procul et prope, mors et vita: d’estate e di verno, da vicino e da lontano, in vita e in morte; quasi volendo dire che mai non si dimenticava in alcun tempo o di prosperità o di avversità, né dappresso né da lontano, né in vita, né in morte l’affetto verso l’amico.

Da notare che Francesco ha sostituito longe col sinonimo procul.

Ecco ‘La Notte della Taranta’ nel Salento, dal 6 agosto fino al 24

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di Paolo Rausa

Anticipata da un’anteprima il 27 luglio a Taranto, città tarantata per via delle note vicende industriali e ambientali dell’ILVA, si è inaugurata il 6 agosto a Corigliano d’Otranto la sedicesima edizione del Festival “La Notte della Taranta” che parte dalla  riscoperta delle tradizioni, ma non rinuncia come dimostrato in questi anni alle contaminazioni dei suoni e dei ritmi mediterranei e alle nuove sperimentazioni musicali e culturali.

Il festival è itinerante e coinvolge con altrettanti concerti 15 luoghi del territorio salentino, significativi per la tradizione grecanica, magno-greca e messapica: la storia si innesta nelle vicende di questa terra che si allunga nel mare e che ha saputo mantenere fede al suo spirito di cantori delle fatiche inenarrabili dei contadini – come non ricordare Ucciu Aloisi? – con le loro nenie, i canti d’amore, i treni delle prefiche, il percorso vitale che si snoda da generazioni e generazioni e si protende ormai in tutto il Mediterraneo.

Il primo nodo della tela del ragno è stato dunque Corigliano d’Otranto. Qui  è cominciato alle 19,30 nella sala Cavallerizza del Castello lo spettacolo teatrale ‘Il pasto della tarantola’ dei Cantieri Koreja. A seguire alle 21 dal centro storico, in piazza Vittoria, il corteo danzante proposto dalla compagnia di danza di Maristella Martella che con il cast TarantArte è culminato nella performance ‘Solo di Taranta’. Lo spettacolo è continuato con i Tamburellisti di Torrepaduli, il cui repertorio è ben ancorato alle radici.

La contaminazione dei Kamafei è stato il primo progetto speciale del festival itinerante, gruppo che ha porteto sul palco il dialogo “Pizzica, Cumbia e Raggamuffin” realizzato con il duo raggae-dub Mama Marjas e Miss Mykela. Nei giorni seguenti il festival itinerante è approdato a Sternatia (il 7 agosto), a Zollino il giorno successivo, poi a Cursi, a Martignano, Soleto, Carpignano Salentino, Sogliano Cavour, poi toccherà il capoluogo Lecce (il 14). Si salta il 15 e il giorno successivo (il 16) il festival raggiunge Castrignano de’ Greci, poi Alessano, Cutrofiano, Calimera, Galatina e Martano (il 21). Tutte queste tappe in preparazione del Concertone finale a Melpignano il 24 di agosto con l’Orchestra popolare de La notte della Taranta, diretta da Giovanni Sollima. Ospiti della serata saranno Emma Marrone, Niccolò Fabi, Max Gazzé, Roby Lakatos, Alfio Antico e Miguel Berna. Buone contaminazioni a tutti!

Per saperne di più, info: www.lanottedellataranta.it.

 

Quella seconda mensola del balcone del castello di Nardò … (2/6)

di Armando Polito

Quando il soggetto da esaminare è come il nostro non si può prescindere da alcuni repertori antichi fondamentali per conoscere il valore simbolico di un’immagine.

Uno di questi è opera di Cesare Ripa (1555-1645): Iconologia overo descrittione dell’immagini universali cavate dall’antichità et da altri luoghi. La prima edizione uscì per i tipi degli Eredi Gigliotti a Roma nel 1593 (in basso il frontespizio).

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Alle pagine 10-11 leggo: AMICITIA Donna, vestita di bianco, ma rozzamente, mostri quasi la sinistra spalla, & il petto ignudo, con la destra mano mostri il core, nel quale vi sarà un motto in lettere d’oro così: LONGE, ET PROPE et nello estremo della veste vi sarà scritto MORS, ET VITA, sarà scapigliata, & in capo terrà una ghirlanda di mortella, & di fiori di pomi granati intrecciati insieme; nella fronte vi sarà scritto HIEMS, AESTAS. Sarà scalza , & co’l braccio sinistro terrà un olmo secco, il quale sarà circondato da una vite verde. Il vestimento bianco, & rozzo è la semplice candidezza dell’animo, onde il vero amore si scorge lontano da ogni sorte di fintioni, & di lisci artificiosi. Mostra la spalla sinistra, & il petto ignudo, additando il cuore, col motto Longe, & prope: perche il vero amico, ò presente, ò lontano, che sia dalla persona amata, co ‘l cuore non si separa giamai; &, benche i tempi, & la fortuna si mutino, egli è sempre il medesimo, preparato à vivere, & morire per l’interesse dell’amicitia. & questo significa il motto, che hà nel lembo della veste, & quello della fronte. Ma, se è finta, ad un minimo volgimento di fortuna, vedesi subitamente quasi sottilissima nebbia al Sole dileguare. L’essere scapigliata, & l’havere la ghirlanda di mirto con i fiori di pomi granati, mostra, che il frutto dell’amor concorde, & dell’unione interna sparge fuori l’odor soave degli essempij, & delle honorevoli attioni, & ciò senza vanità di pomposa apparenza, sotto la quale si nasconde bene spesso l’adulatione nemica di questa virtù. Dipingesi parimente scalza, per dimostrare sollecitudine, overo prestezza, & che per lo servigio dell’amico non si devono prezzare gli scommodi. Abbraccia finalmente un Olmo secco circondato da una vite verde, acciò che si conosca, che l’amicitia fatta nelle prosperità, deve durar sempre, & ne i maggiori bisogni deve essere più che mai amicitia, ricordandosi, che non è mai amico tanto inutile, che non sappia trovare strada in qualche modo di pagare gli oblighi dell’Amicitia.

Seguono altre tre rappresentazioni dell’Amicizia, tutte senza motto, che così riassumo: 1) una donna, sempre vestita di bianco, con un cagnolino sotto il braccio sinistro, nella destra un mazzo di fiori e sotto il piede destro una testa di morto; 2) le tre Grazie nude che si abbracciano una con una rosa in mano, l’altra con un dado, l’altra con un mazzo di mirto: 3) un cieco che reca sulle spalle un paralitico.

In questa prima edizione non vi sono figure. Di seguito il lettore potrà seguire l’evoluzione dell’immagine dell’amicizia che correderà il testo, sempre lo stesso, delle edizioni successive fino all’ultima vivente l’autore.

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Riassumendo: i motti che compaiono nella parte iconografica delle varie edizioni del lavoro del Ripa sono LONGE ET PROPE (lontano e vicino) e MORS ET VITA (morte e vita); in quella testuale LONGE, ET PROPE; MORS, ET VITA; HIEMS, AESTAS (inverno, estate). I motti della nostra mensola erano ESTA’/E INVERNO e LA MORTE/E LA VITA. Anche se nelle tavole del Ripa non compare HIEMS, AESTAS e nel nostro dettaglio è assente un  LONTANO E VICINO che sarebbe stato la traduzione di LONGE ET PROPE, non è sufficiente quanto finora messo in luce per affermare che il dettaglio in esame del balcone del nostro castello rappresenta l’amicizia? E poi, l’assenza di un LONTANO E VICINO non è ampiamente giustificato dall’impossibilità di collocarlo a causa della mancanza di spazio che ha costretto l’artista a sintetizzare, con l’ellisse pure del cuore, il canone iconografico indicato (con la destra mano mostri il core, nel quale vi sarà un motto in lettere d’oro così: LONGE, ET PROPE)?

(CONTINUA)

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Quella seconda mensola del balcone del castello di Nardò … (1/6)

di Armando Polito

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Non è, per fortuna, la segnalazione del degrado di un dettaglio ma la dimostrazione, ove ce ne fosse bisogno, che la lettura non è solo quella che facciamo grazie agli occhi: ne esiste una successiva, quella della mente, ed entrambe sono strettamente correlate: se non ci fosse quella sensoriale, l’altra non potrebbe esistere, ma senza quest’ultima la prima sarebbe un’operazione pressoché inutile, a meno che non si tratti del sottrarci ad una macchina che sta per investirci o ad un concio di tufo che sta per caderci in testa.

Vi pare questa un’affermazione originale e rivoluzionaria? E quest’altra, allora? Non abbandonate  la lettura perché oggi mi sento più in forma del solito a sparare banalità.

Ecco così io stesso mi sorprendo, dopo aver discettato tanto profondamente di lettura, ad affermare che testo nel suo significato più banale è semplicemente uno scritto, da un disegno di legge o un manifesto elettorale ad un trattato filosofico (chissà perché  mi son venuti in mente questi estremi …), da una dichiarazione di guerra ad una lettera d’amore. La parola, però, recupera tutto il suo spessore col significato etimologico [dal latino textu(m), participio passato di tèxere=tessere] per cui testo è tutto ciò che esibisce, più o meno palesemente, un intrico di reciproche dipendenze ed allusioni della cui trama l’arte in particolare e la bellezza e, in ultima analisi, l’intelligenza si giovano.

Tutto ciò che ci circonda, perciò, che sia manufatto dell’uomo (in gioventù l’avrei scritto con l’iniziale maiuscola …)  o creazione della Natura, è un testo alla cui lettura dovremmo sentirci stimolati, con quella umiltà che dovrebbe accompagnarci sempre, specialmente quando tentiamo di percorrere sentieri in cui per nostra formazione culturale non è agevole districarsi.

È ciò che mi accingo a fare col dettaglio nominato nel titolo ripetendo la procedura di ogni comune mortale, cioè leggendolo anzitutto sensorialmente  attraverso un progressivo avvicinamento fotografico (ne approfitto per ricordare che tutte le foto utilizzate allo scopo, meno le ultime due dell’ultima parte che sono, come a suo tempo si vedrà, chiaramente d’epoca, sono mie e risalgono al 2000).

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Il balcone balaustrato è sorretto da otto mensole figurate disposte in coppie. La prima e la seconda coppia da una parte e la seconda e la terza sono equidistanti ma l’intervallo tra la seconda e la terza è leggermente superiore coincidendo con la luce maggiore del portale rispetto a quella delle due finestre. Il dettaglio che qui prendo in considerazione è, a partire da sinistra, la seconda mensola della prima coppia o, è lo stesso, la seconda della serie completa.

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Chi mi legge a questo punto si starà chiedendo come mai ho concentrato la mia attenzione su questa seconda figura e non sulla prima o sulle altre. La risposta è molto semplice: è l’unica che presenta il motto, elemento di primaria importanza nel processo di identificazione. Esso nel nostro caso consta di due parti; la superiore: ESTA’/E INVERNO, l’inferiore: LA MORTE/E LA VITA.

La speranza è che questo testo sia il punto di partenza per comprendere quello più ampio rappresentato dalla figura e quello ancora più ampio (vogliamo chiamarlo contesto?) rappresentato dall’intera decorazione della facciata che cronologicamente si colloca tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo.

Non mi risulta che questa lettura sia stata tentata da altri e, comunque, chiedo scusa in anticipo per qualche svarione che dovesse suscitare la sacrosanta reazione di qualche addetto ai lavori, che fin da ora autorizzo, nel caso, ad usare pubblicamente tutti i titoli più offensivi a sua disposizione.

(CONTINUA)

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Inaugurazione del Centro Studi Vittorio Bodini a Minervino di Lecce

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di Paolo Rausa

 

 

Cocumola, frazione di Minervino di Lecce e resa famosa da una celebre lirica di Vittorio Bodini, contenuta nella raccolta ‘La luna dei Borboni’ del 1952: “Un paese che si chiama Cocumola / è / come avere le mani sporche di farina / e un portoncino verde color limone./ Uomini con camicie silenziose / fanno un nodo al fazzoletto / per ricordarsi del cuore. / II tabacco è a seccare, / e la vita Cocumola fra le pentole / dove donne pennute assaggiano il brodo”, ha dato spunto all’Amministrazione Comunale di istituire il Premio letterario ‘La luna dei Borboni’, giunto ormai all’VIII edizione. Il progetto del Sindaco e di tutta l’Amministrazione ha coronato l’8 di agosto il sogno di inaugurare il Centro Studi Vittorio Bodini, presieduto dalla figlia del poeta, Valentina, e che si avvale della consulenza scientifica del prof. Lucio Antonio Giannone, dell’Università di Lecce. Il Sindaco Ettore Caroppo può essere soddisfatto e orgoglioso di questa istituzione che ha lo scopo di far conoscere e valorizzare il talento poetico e letterario di uno dei più grandi poeti del novecento, che per un malcelato senso di meridionalismo è ancora privo del meritato riconoscimento. Il pensiero corre ad uno dei più strenui difensori degli autori contemporanei salentini, i vari Comi, i Bodini, i Verri, le Rina Durante, i Salvatore Toma, grandi poeti e scrittori di una provincia del Sud, il Salento, generosa ‘d’alme d’eroi’ nel campo letterario. Paladino di questa battaglia, che ora vede realizzarsi una tappa importante, è stato Donato Valli, che ha retto l’Università degli Studi di Lecce.

Valentina Bodini all'inaugurazione del Centro Studi
Valentina Bodini all’inaugurazione del Centro Studi

A inaugurare l’apertura del Centro Studi, che trova sede in un’ala del restaurato Convento seicentesco dei Padri Riformati, l’esposizione internazionale di  libri d’artista a cura del Presidio del libro di Sannicola (Le), Verba manent: Vittorio Bodini, parola poetica. Con l’occasione è partita l’adesione alla Associazione Culturale “Centro Studi Vittorio Bodini” che si occuperà di far conoscere l’opera significativa del grande poeta salentino, di cui il 6 gennaio prossimo ricorre il centenario della nascita, attraverso la pubblicazione di opere edite e inedite, letture, convegni e l’istituzione di un premio letterario internazionale, suddiviso nei settori in cui Bodini ha esercitato la sua arte letteraria: la poesia, la narrativa, la saggistica e la traduzione. A conclusione della serata il gruppo romano Ecovanavoce ha musicato e cantato alcune fra le più belle liriche del poeta (Qui dove nasce il tabacco, terra amara…, Hai fatto bene, dici, a non parlarmi più del sud, Sbattevano i lenzuoli sulle terrazze… arancio limone e mandarino…, ecc.). Infine in preparazione del Premio ‘La luna dei Borboni’ del prossimo 31 agosto, il Comune di Minervino e l’Associazione Centro Studi organizzano gratuitamente un corso di fotografia e uno di teatro, che culmineranno in una esposizione e in una rappresentazione durante la serata dedicata al grande poeta Vittorio Bodini, che ora finalmente ha trovato una buona base da cui rilanciare la sua produzione letteraria. Info: www.vittoriobodini.it, centrostudi@vittoriobodini.it.

 

Emigrazione, la nipote di Nicola Sacco a Specchia

emigrati

 

di Francesco Greco

 

Sarà Fernanda Sacco l’ospite d’onore alla 13ma edizione della Festa degli Emigranti di ieri e oggi di Specchia Preti (Lecce), organizzata dall’Associazione Italiani nel Mondo (presieduta dall’ex emigrante in Svizzera Fernando Villani) in programma il 9 e 10 agosto nella location incantevole di Piazza del Popolo. Si tratta dell’ultima discendente dell’emigrante anarchico pugliese (di Torremaggiore, Foggia), che il 23 agosto 1927 fu giustiziato sulla sedia elettrica negli Usa (a Boston) insieme a Bartolomeo Vanzetti, che invece era piemontese, di Villafalletto (Cuneo). Sulla loro storia di passione politica scrisse una celebre canzone la folk-singer americana Joan Beaz, “La ballata di Nick and Burt” e fu anche girato un film di successo.

Una storia di emigrazione e militanza politica nell’altro secolo che culminò appunto con l’accusa di spionaggio e l’esecuzione. Sacco e Vanzetti furono “riabilitati” solo mezzo secolo dopo (nel 1977). La nipote dell’anachico pugliese (che sul celebre nonno ha scritto un libro) sarà ricevuta in municipio la mattina del 9 agosto alle ore 11 dal sindaco del paese Antonio Biasco. Saranno presenti altre personalità politiche, fra cui il sindaco di Torremaggiore, Costanzo Di Iorio, il primo cittadino di Villafalletto, Ilio Piana, il presidente della Provincia di Lecce Antonio Maria Gabellone, l’assessore regionale Elena Gentile, il vicepresidente del Consiglio Generale dei Pugliesi nel Mondo Gianni Mariella, la presidente del Consolato dei Maestri del Lavoro di Lecce Silvana Malvarosa, il sindaco di Casarano Gianni Stefàno.

La festa è cominciata martedì scorso alla Villa Comunale, dove è stato scoperto il Monumento all’Emigrante, opera dell’artista Giovanni Scupola, realizzata in marmo di Carrara nella “Fonderia Michele Mangiafico” di Modugno (Bari). I bozzetti sono sparsi per il mondo: sono presenti al Senato della Repubblica, alla Camera dei Deputati, a Zurigo, ecc. Dopo la visita di Fernanda Sacco in municipio, la Festa continuerà con la celebrazione della Santa Messa officiata da Monsignor Vito Angiuli, vescovo della Diocesi Ugento-Santa Maria di Leuca. La liturgia sarà animata dal coro “La voce degli angeli” della parrocchia “Presentazione della Vergine Maria” diretto dal m° Deborah De Blasi. Dopo i saluti e gli interventi degli oratori, deposizione della corona di fiori ai piedi del Monumento del Sacrificio del Lavoro italiano nel Mondo alla Villa Comunale. Partecipa il Concerto musicale di Specchia “Giacomo Puccini”. Alle ore 22 concerto dei “Coribanti”, gruppo di musica popolare (pizzica) del Salento che si caratterizza per il profondo rispetto verso il patrimonio musicale e culturale della tradizione più autentica e allo stesso tempo per la ricchezza di sonorità e di energia creativa.

Il 10 agosto il programma della festa prevede un altro dibattito dove interverranno, oltre a Fernando Villani, l’assessore alla Cultura del Comuen di Specchia Giampiero Pizza e il consigliere della Provincia di Lecce con delega alla pubblica istruzione Antonio Del Vino. A seguire il concerto della banda “Giacomo Puccini” e del m° Antonio Pepe, vincitore di un’edizione della “Corrida” condotta da Gerry Scotti qualche anno fa.

L’8 agosto di ogni anno si commemora la Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo. Le due serate saranno presentate da Francesca Ruppi. Oltre a Specchia, altre associazioni di emigranti sono presenti nel Salento: a Tuglie, Matino, Casarano (Museo del Minatore fondato dal compianto Lucio Parrotto), Corsano, Presicce, Sogliano Cavour, Nardò, ecc. La manifestazione ha il patrocinio di Regione Puglia, Provincia di Lecce, Comune di Specchia, Associazione Nazionale Comuni Italiani, Puglia Confederazione Elvetica, Regno del Belgio, Bundesrepublik Deutschland.

 

Giuggianello. Un insolito stemma borbonico

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di Lucia Lopriore

 

Sulla facciata della vetusta chiesa sotto il titolo della Madonna Assunta, ubicata nella ridente cittadina di Giuggianello,è affisso un insolito stemma borbonico.

La chiesa, risalente al XVI secolo, è nota anche sotto il titolo della Madonna dei Poveri, per l’esistenza del cimitero che si estendeva intorno, utilizzato fino al 1892, che accoglieva le salme dei cittadini più poveri della comunità, oltre a quelle degli associati alla Confraternita dell’Assunta.

Il prospetto principale, dalle semplici linee architettoniche, presenta un sobrio portale, posto in asse, con una piccola finestra rettangolare. La chiesa subì importanti modifiche nel 1782, quando Ferdinando IV di Borbone, giunto in visita nel Salento, si adoperò affinché fossero consolidate le fabbriche danneggiate dal terremoto del 1743. Al di sotto dello stemma è affissa l’epigrafe che celebra l’evento e recita:

 

D.O.M.

DEI PARÆ IN COELUM ADSUMPTÆ

TEMPLUM HOC, QUOD TUNC CONGRE*NIS

IUJANELLI FRATRES POSUERE,

NUNC FERDINANDI IV BORBONII REGIS

PRIDIE NONAS FEBRUARIAS RELIGIO

 FRATRUM ASSENSU ROBORAVIT

ANNO VULGARIS ÆRE

CD. D. CC. LXXXII.[1]

 

 

L’edificio, inoltre, è dotato di un campanile a vela con due fornici.

L’interno, ad aula unica rettangolare con copertura a stella, è scandito da tre arcate per lato nelle quali si aprono brevi cappelle. Sono presenti alcuni dipinti su tela fra cui una Natività. Sull’altare maggiore campeggia la statua della Madonna Assunta.

 

Descrizione dello stemma:

 

Scudo sagomato in cartiglio.

 

Blasone:  partito di due, troncato di uno: nel 1° d’Angiò; nel 2° ripartito di Castiglia e di Leon, innestato in punta di Granada; nel 3° d’Aragona-Sicilia; nel 4° dei Farnese; nel 5°di  Gerusalemme; nel 6° dei Medici. Sul tutto, di Borbone.

 

Timbro: corona reale di (…) abrasa in cima [di otto fioroni (cinque visibili) sulle punte].

Pende dallo scudo l’ordine del Toson d’Oro.

Il tutto poggiante su mensola sovrastante l’epigrafe.

 

Considerazioni:

lo scudo, ben conservato, al contrario della corona che lo sormonta che si presenta abrasa in cima, è di ottima fattura. Nella quinta partizione presenta un’anomalia derivante dal probabile utilizzo, come modello, del verso delle monete coeve. In queste testimonianze monetali, infatti, appare evidente che lo zecchiere abbia alterato la partizione originaria giacché si osserva l’arbitraria sostituzione della croce potenziata scorciata accantonata da quattro crocette scorciate (Gerusalemme) con una croce accantonata da quattro gigli. Un errore, questo, che modifica ed altera lo stemma borbonico e lo rende insolito.

Circa gli altri ordini cavallereschi, che solitamente pendono dallo scudo, mancano: l’Ordine Costantiniano, l’Ordine dello Spirito Santo, l’Ordine di S. Gennaro, l’Ordine Reale di Carlo III di Borbone.

 

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2.



[1] Trad.: “Quando i confratelli di Giuggianello (si unirono) innalzarono questo tempio alla Madre di Dio Assunta in cielo, ora il 4 febbraio la religiosità di re Ferdinando IV di Borbone lo consolidò con l’approvazione dei confratelli, nell’anno dell’era volgare 1782”.

 

8 agosto. Sant’Agata la buona e Gallipoli

GALLIPOLI, 8 AGOSTO 1126: “D.O.M TEMPLUM HOC QUOD PRIUS BEATO JOHANNI CHRISOSTOMO NUNC DIVAE AGATHAE MIRACULOSA  MAMMILLA INVENTIONE CALLIPOLIS GRATAE SERVITUTIS OSSEQUIUM D.D.D.”

Catania - i devoti

di Pietro Barrecchia

Era l’8 agosto 1126. Sì, ricordo bene, non perché c’ero! Ricordo bene come ricorda l’animo di Gallipoli, perché l’uno sussurra all’altro l’avvenuto. Ricordo anzitutto il  biennio del Ginnasio, frequentato in Nardò, quando,  un professore propinava le così dette lingue morte, che poi tanto morte non erano, visto che il chiarissimo docente, inculcava il gusto della ricerca dell’etimo e dimostrava, ostinatamente, che morto era colui che ignorava di parlare, in era contemporanea, il latino e il greco, con qualche trasformazione, ovvio!  Fu allora che iniziai a comprendere di aver sbagliato, fino ad allora, a deridere i miei anziani, che raccontavano di una leggenda e di una invenzione. Non era dunque un’ammissione di colpa,  ma  un’esattezza di idioma, se  solo avessi inteso l’invenzione narrata quale diretta discendente della latina “inventio”, rinvenimento, cioè.

E dovevo arrivare in quel di Nardò ed apprendere da un suo figlio, che i figli di Gallipoli avevano ragione da vendere,  affermando, in vero, che sulle spiagge del Cotriero, nel dì dell’8 agosto, del 1126, era avvenuto il passaggio di consegne della Città di Gallipoli, tra san Giovanni Crisostomo, antico patrono e la novella amazzone celeste, Agata, la buona.

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Catania-Duomo-il-sarcofago-che-custodisce-le-sacre-reliquie-della-Martire-e-sullo-sfondo-le-sculture-che-narrano-del-suo-ritorno-a-Catania

Non solo gli anziani narrano, anche le tele seicentesche illustrano che quell’8 agosto un vascello dal nome familiare, “Gallipoli”, come nel migliore degli stili dell’epoca,  avrebbe sottratto, per legge di contrappasso, un corpo santo, dal costantinopolitano templio di S.Sofia, per riportarlo nella patria d’origine, Catania.

Sezionato e deposto in faretre, coperto da petali di fiori , quel corpo riprese il viaggio di ritorno per il riabbraccio con la sua Città, con i suoi cittadini, con quei luoghi che lo videro giovinetto, versare il sangue eroicamente ed affermare la sua fede.

Nocchiero di bordo e padrone del vascello è tal Goselmo, di Gallipoli e suo prode compagno, tale Gilberto, gallo, francese, ai quali sarebbero stati rimessi i peccati per il furto compiuto, dal presule catanese, che commissionò il reato, nell’agosto del 1126. Tanto più che la giovinetta martire era apparsa allo stesso Goselmo, presentandosi e richiedendogli un passaggio fino alla sua Città.

Non fu distante dalle coste di Costantinopoli quel corpo santo sottratto, quando i suoi abitanti percepirono la sua mancanza ed invano si precipitarono in mare per riprenderlo.

E quel mare fu provvidenziale, quando la sua brezza sospinse il vascello sulle coste di cui portava il nome, governato da quel Goselmo che lì aveva annunziato la sua nascita e conosceva quella costa come sua madre. Era il meriggio dell’8 agosto 1126.

Gallipoli, Duomo - tela di G.A. Coppola, rappresentante il martirio della santa
Gallipoli, Duomo – tela di G.A. Coppola, rappresentante il martirio della santa

Non poteva andare altrimenti, quando per patrio amore Goselmo stesso, a mio parere con precisa intenzione, lasciò cadere sull’arenaria costa, la reliquia più insigne, la parte sanata dal Principe degli Apostoli, che secoli prima, come altra leggenda narra, aveva calpestato proprio quel luogo, inaugurandovi la stagione cristiana, lì a pochi passi dal Cotriero, ai Samari, che avrebbe visto sorgere, per crociata mano, un luogo di culto dedicato a Pietro dei Samari.

Era l’8 agosto 1126, quando una donna, come la martirizzata, adempiva al suo dovere di madre, lavando i panni e forse, in un frangente, sfamando il suo infante, dal quale non si separava mai, se non fosse stato per quell’improvviso torpore che la assediò e, stanca, chiuse gli occhi al reale, per riposarsi un po’, come le madri meritano, sognando del futuro del suo bimbo. Una donna, giovinetta, gentile nell’aspetto, le apparve in sogno e conoscendo la sensibilità femminile, la avvisò di quel che le sarebbe avvenuto realmente. Non ancora era giunta su queste coste la fama di Agata e la donna non conosceva quel nome. La figura femminile si presentò e le prefigurò ciò che avrebbe visto al suo risveglio. Ma era un sogno, un brutto sogno da cancellare una volta sveglia, perché quel che le era stato prospettato non era certo bello. Al risveglio, avrebbe trovato il suo amato figlio disteso sull’arena, vicino ad un pozzo, nell’atto di succhiar latte da una mammella che non era quella materna e che era stata recisa. Quale madre avrebbe retto a tale scena? Cosa avrebbero fatto le nostre madri? Esattamente quel che fece la madre di quel figlio che allattava ad una mammella che non gli apparteneva. Terribile scena. La donna tentò e ritentò di strappare quella mammella dalla bocca del figlio, ma non ci fu verso. Quella rimase ancorata tra le purpuree  labbra dell’amato infante.

la mammella di S.Agata custodita in Galatina, appoggiata all'originario fusto argenteo custodito in Gallipoli
la mammella di S.Agata custodita in Galatina, appoggiata all’originario fusto argenteo custodito in Gallipoli

Male pensò, quella madre, che per la paura aveva già rimosso la prefigurante visione. Sortilegio. Opera terribile. E se l’umano non riesce ad intervenire, si corre dal divino, a chi ne fa le sue veci, per richiedere intercessione.

Corse dal Vescovo la madre, corse senza sosta, con affanno, verso quella Cattedra così lontana e chiese grazia al presule, il quale si recò sul posto, circondato dal clero ed attonito cedette all’orrendo spettacolo. Qui nulla potè l’umano e se l’opera non fu divina allora appartenne alla concorrenza ed allora, bisognava invocare con forza, bisognava esorcizzare, bisognava richiedere liberazione. Primo passo, richiedere l’intercessione ai Cortigiani dell’Empireo, a quelli reputati più potenti ed a quelli più conosciuti. Si iniziò, rigorosamente in latino, rigorosamente cantando. E sfilarono i nomi santi, per tre volte e seguirono gli “ora pro nobis”. Ma nulla. Incessante preghiera, ma ancora nulla. Da poco inserita nell’elenco degli invocati, il nome santo della catanese vergine e soprattutto martire, la giovinetta Agata, che a dispetto dell’età aveva saputo rispondere al tiranno che aveva ordinato di offenderla nella sua femminilità, recidendo le sue mammelle. Atroce pegno per aver confessato una religione nuova e pacifica. Agata rispose a chi sentenziò quell’ingiusto tormento “Non ti vergogni”, gli disse “ di stroncare in una donna le sorgenti della vita dalle quali tu stesso traesti alimento, succhiando al seno di tua madre? ”.  A chi pensare dopo quelle parole proferite secoli prima, assistendo alla scena di un bimbo che succhia da una mammella recisa, affiorante dalla sabbia? Certo!  Ad Agata!  Allora: “Sancta Aghata  – ora pro nobis!”, cantando per altre due volte, cantando e sperando “Sancta Aghata – ora pro nobis!” ed ancora “Sancta Aghata – ora pro nobis!” Si staccò quella mammella dalle purpuree labbra  del bimbo, accorse la madre che abbracciò suo figlio e raccolse con pietà e devozione la sacra mammella e rivolse un pensiero e la prece salì ad Agata, la Santa buona. Chi pensò al maleficio, dovette far varcare con i sommi onori quella mammella dalla patria porta, in processione, ringraziando Iddio che, con segni e portenti aveva stabilito le modalità dell’evento. E la padrona di quell’insigne reliquia subordinò il culto del Giovanni bocca d’oro, che, da gran cavaliere cedette il posto ad una vergine e martire. Peraltro i due e gli altri, come loro, non sono stati, non sono e non saranno mai in competizione, ma come gli è stato insegnato saranno strumenti verso l’Unico Fine, il Sommo Bene.

Quella mammella divenne il tesoro di Gallipoli, ingraziandosi la novella Patrona, alla quale si consacrò, successivamente la nuova Cattedrale. Tale reliquia divenne simbolo e stemma tra palme e tenaglia dello stesso clero ed il popolo, che aveva rimosso la mammella di Agata dalla bocca del piccolo miracolato, continuò e continua a succhiare la linfa vitale da quella martire insigne, alla quale si rivolge solennemente nel giorno del suo martirio, il 5 di febbraio con il canto del greco e del latino, lingue vive e ripete il rito nel giorno della tutela, l’8 di agosto. Anche se…… anche se, per volere non divino, con abuso di potere, Raimondello del Balzo Orsini, nel 1380, ordinò che la mammella fosse custodita in Galatina, presso la Basilica di S.Caterina Novella, asportandola dal seno di Gallipoli, dove superstite, rimase, come reliquia, quel fusto argenteo che la sorreggeva con le cesellate urbiche mura.  Da allora non vi è stato alcun gallipolino al pari di Goselmo!  Ma se la storia insegna allora è necessario dire l’evento è arido se non suscita effetto ed anche senza mammella, i gallipolini si sentono legati a Sant’Agata, la quale ha assicurato in tempo e modi la sua protezione alla sua seconda patria. L’inno dell’8 agosto ben ricorda la predilezione offerta  “Tu questo ciel purissimo e questo mar ceruleo, che il patrio lido abbraccia, un dì venisti a prendere in tua tutela amabile. Proteggi Tu Gallipoli, che ogn’or s’affida a Te!”.

Ad irrobustire la realtà del rinvenimento vi è il fatto che anche Catania festeggia il ritorno della sua Martire,  il 17 agosto, ricordando quello del 1126, quando sulla sicula sponda giunse, ad opera di Goselmo e Gilberto, quel sacro corpo, privo di una mammella, che da allora riposa nella sua patria, nel sacello del Duomo dedicatogli. Peraltro, non si conosce se Gilberto e Goselmo abbiano ricevuto la corona celeste. E’ certo che sono rappresentati, in un affresco e scolpiti sull’altare del Cappellone di Sant’Agata e furono eletti cittadini onorari della sua Città. Catania custodisce ancora quelle testimonianze storiche, nella Chiesa del Carcere, ove è tutelato il legno con cui fu trasportato il corpo della Martire. Ancora,  in prossimità della marina, vi è un tempietto con una scultura della Martire, al cui basamento, un’epigrafe ricorda il ritorno in patria di Agata, nel dì del 17 agosto 1126. In quel luogo accorsero i catanesi, avvisati notte tempo ritrovandosi in camicia da notte e papalina. In memoria di quell’evento, si mantiene ancora il tipico abito dei devoti: saio bianco, copricapo nero, con aggiunta di guanti bianchi e fazzoletto bianco per salutare Agata, la Santa. Coincidenze a distanza? A proposito di lingue vive, a me sembra che questa invenzione sia proprio un “inventione”!

Su due dettagli della decorazione della facciata dell’attuale Municipio (Palazzo Personè) di Nardò

di Armando Polito

Prendo in considerazione per primo lo stemma dei Personè che non poteva mancare proprio su questa fabbrica.

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Esso appare più elaborato di analoghe rappresentazioni presenti in altre.

Ecco, in progressivo avvicinamento, quello sulla facciata di Villa Cristina, oggi Villa De Benedittis progettata  nel 1920 dallo stesso ingegnere, Generoso De Maglie, al quale si deve il rifacimento della facciata del palazzo tra la fine del secolo XIX e gli inizi del successivo.

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Eccone la descrizione: Spaccato di azzurro e di verde e sul tutto due atleti di oro ignudi, in atto di lottare, accompagnati nel capo da una testa di Mercurio con il motto et pace et bello1.

Proprio il motto (ET PACE ET BELLO) ancora una volta (ma sarà, purtroppo, l’ultima, perché nessun altro dettaglio lo reca, oltre la seconda mensola figurata del balcone, della quale mi occuperò prossimamente) mi soccorre ad andare a ritroso nel tempo. La locuzione è piuttosto inflazionata nella letteratura classica ma, restringendo il campo alle attestazioni in cui non compare come generica determinazione temporale (in pace e in guerra)/strumentale (con la pace e con la guerra), le possibilità residue di derivazione sono due:

1)  da un passo relativo alla guerra tarentina di Lucio Anneo Floro (I-II secolo d. C.), Bellorum omnium annorum septingentorum libri duo, (I, 13): Sed et bello et pace et foris et domi omnem in partem Romana virtus tum se adprobavit, nec alias magis quam Tarentina victoria ostendit populi Romani fortitudinem, senatus sapientiam, ducum magnanimitatem (Ma in pace e in guerra e fuori e in patria in ogni parte il valore romano allora diede prova di sé né altro che la vittoria tarentina mostrò la forza del popolo romano, la saggezza del senato, la generosità dei comandanti).

2) da un passo di Caio Silio Italico (I secolo d. C.), Punica, III, 134-137: Et pace et bello cunctis stat terminus aevi,/extremumque diem primus tulit: ire per ora/nomen in aeternum paucis mens ignea donat,/quos pater aethereis coelestum destinat oris (E in pace e in guerra per tutti incombe la fine della vita e il primo giorno porta l’ultimo: che il nome proceda in eterno sulle bocche un ardente coraggio lo concede a pochi, che il padre degli dei destina alle celesti contrade).

Essendo poco probabile per motivi temporali che il motto sia stato tratto da quello del recto di una medaglia di Enrico II risalente al 1522 (è la n. 1 della tavola XIII in Trésor de numismatique et de glyptique di M. P. Delaroche e M. C. Lenormant, Rittner e Goupil, Parigi, 1836), in basso riprodotta, ed escludendo l’ipotesi n. 2 per scarsa congruenza con la composizione dello stemma, rimarrebbe la n. 1.

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E i repertori antichi di simboli che tanto mi sono stati d’aiuto nella decifrazione della mensola figurata di cui ho detto prima, che recano? Purtroppo nulla e le uniche testimonianze iconografiche che son riuscito a trovare sono due.

La prima risale al XV secolo ed è contenuta nella carta 17 r di un manoscritto (n. 77 e codice iconografico 424 segnati sulla seconda carta) del XV secolo custodito nella Biblioteca Bavarese di Monaco.

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Qui i contendenti sono due leoni, direi in posizione neutra. Veri protagonisti sono la spada e il ramoscello d’olivo che la circonda.

La seconda immagine, molto più recente, è un’acquaforte di Stefano Della Bella (Firenze 1610 – 1664), irrilevante ai fini della mia ricerca, ma che ho riprodotto in basso per la sua bellezza. Fa parte della serie Divers desseins tant pour la Paix que pour la Guerre (n° 264 nel Stefano Della Bella Catalogue Raisonné,  New York 1971, di Devesme–Massar).

Immagine tratta da http://www.renzocampanini.it/file/opere/della%20bella%20-%20et%20pace%20et%20bello.jpg
Immagine tratta da http://www.renzocampanini.it/file/opere/della%20bella%20-%20et%20pace%20et%20bello.jpg

 

­­­­­­­Dopo questa buca iniziale  cercherò di rifarmi, spero almeno parzialmente, col dettaglio che costituisce la chiave dell’arco del portale.

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A meno che non abbia preso un abbaglio mi pare di riconoscere un arco legato alla faretra e ad una freccia.

Nei dettagli finora esaminati il motto era stata la chiave di volta per un tentativo lettura;  qui lo sarà proprio il dettaglio della chiave dell’arco del portale.

In soccorso, questa volta, mi è venuto il repertorio di simboli di Juan De Borja, Empresas morales, Foppens, Bruxelles, 1680, pagg. 118-119. Si tratta della seconda edizione; la prima era uscita a Praga, in latino per i tipi di Nigrin nel 1581.

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Anziché sobbarcarmi al compito di tradurre dallo spagnolo, preferisco farlo dal latino sfruttando un’edizione del 1697.

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Alla luce di quanto fin qui emerso mi pare di poter concludere dicendo che il simbolo del portale è in perfetta coerenza con il motto dello stemma; il che confermerebbe per quest’ultimo l’interpretazione suggerita dalla prima ipotesi inizialmente formulata, anche se ridimensionata nel suo significato bellico e calibrata su una più generica filosofia di vita.

______________

1 M. Gaballo, Araldica civile e religiosa a Nardò, Nardò nostra (edizione di 500 esemplari numerati fuori commercio), Nardò, 1996.

 

“CCUMBIRE” (appoggiare)

di Armando Polito

 

Nel nostro tempo le tragedie, di qualsiasi tipo, sono così frequenti che non si fa in tempo ad archiviarne (non in senso giuridico, per quello c’è la prescrizione …) nella memoria una che già l’altra ha offuscato la precedente. Sta succedendo così anche per il naufragio della Concordia ed un secondo (questo, annunciato …) Si salvi chi può! è la vergognosa filosofia ispirante il solito osceno balletto del palleggio delle responsabilità. Così da un lato Schettino appare come un capro (anzi, un coniglio …) espiatorio in virtù del suo ruolo di comandante, dall’altro, piuttosto autoreferenziale,  come un martire-eroe che minimizza le conseguenze dell’errore del timoniere e s’inventa la manovra salvifica che porta la nave ad adagiarsi dolcemente sugli scogli anziché inabissarsi poco più al largo. Non manca neppure il solito gustafeste spiritoso (?) che non parla di colpo di timone più o meno azzeccato ma più crudamente di una colossale botta di culo che ha pareggiato (si fa per dire …) il conto con quell’altra subita poco prima dal culo della nave urtando lo scoglio.

Comunque siano andate le cose se io fossi l’avvocato di Schettino concluderei la mia arringa finale con queste parole: – Il mio assistito non ha fatto naufragare la nave, l’ha fatta ccumbire -. Prenderei, così, due piccioni con una fava: metterei probabilmente in difficoltà l’accusa che sarebbe costretta a chiedere un rinvio (fa sempre comodo a tutti … meno a chi ha subito il danno) per farsi una cultura sulla voce mai prima sentita e nello stesso tempo farei un po’ di pubblicità al dialetto salentino.

A chi o a che cosa, secondo voi, la Corte sarebbe costretta a ricorrere per farsi una cultura su ccumbire se non al nostro sito? E a questo punto all’improbabile avvocato di prima subentra un altrettanto improbabile filologo. Ad ogni buon conto la Corte, consultandoci (noi siamo disponibili a consulenze gratuite, noi …),  verrebbe a sapere che ccumbìre, in dialetto salentino sinonimo di appoggiare,  deriva dal latino accùmbere=porsi a giacere, coricarsi; mettersi a tavola (ricordo che nel mondo romano si pranzava stando sdraiati sui divani); raramente, però, la voce latina è usata con significato transitivo, valore che, però, ha assunto la nostra voce dialettale e in tutto questo valore, naturalmente,  dev’essere intesa nel nostro caso, anche perché sennò la botta di culo cacciata dalla porta rientra dalla finestra: la nave non si è coricata da sola, Schettino l’ha messa a letto …

La presenza in latino accanto ad accùmbere anche di incùmbere (da cui l’italiano incombere)=stendersi sopra, di recùmbere=tornare a letto, di succùmbere (da cui l’italiano soccombere)=cadere giù, di procùmbere (da cui l’italiano letterario procombere)=piegarsi in avanti e di discùmbere (da cui l’italiano obsoleto discombere=sedersi a mensa)=sdraiarsi mostrano chiaramente la composizione tra una prima parte (rispettivamente in-, re-, sub-, pro– e dis-) e una seconda costituita dal verbo *cùmbere che, però, da solo non è attestato. È suggestivo, poi, visto l’argomento che ha ispirato il tutto, ma avrebbe bisogno di ulteriori conferme, supporre, come in passato si è fatto, che a questo *cùmbere sarebbe collegato il latino cumba o cymba=barca, navicella1, che in epoca medioevale assume anche il significato traslato di sepolcro di pietra di forma allungata; per completezza va detto che altri collegano, probabilmente più correttamente, cumba/cymba al greco κύμβη (leggi kiùmbe)=tazza, piccola barca, voce quest’ultima che altri ancora collegano, sia pur dubitativamente, con κυφός (leggi kiufòs)=gobbo, a sua volta da κύπτω (leggi kiùpto)=piegarsi. Qualcuno inoltre non esclude rapporti tra κύμβη e il latino cupa=coppa e i collegamenti fonetici e semantici tra tutte le voci fin qui riportate sarebbero confermati dal latino accubàre usato con lo stesso significato di accùmbere e formato da ad=presso+cubare (da cui l’italiano covare)=giacere. Ho detto sarebbero confermati perché in filologia (e non solo …) il condizionale in parecchi casi, tra cui questo, è d’obbligo.

Il greco registra pure un verbo ἀκουμβίζω (leggi acumbizo)=sedersi a tavola; esso è attestato in Gregorio I Magno (papa del VI secolo), Dialoghi, III, 1 col significato di sedersi a tavola. È evidentissimo, però, almeno qui, che si tratta della trascrizione del latino accùmbere con l’aggiunta del suffisso –ίζω (leggi ìzo) per il quale vedi in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/22/un-relitto-greco-in-latino-in-italiano-e-in-neretino/.

Come tra gli umani talora il discendente di un emigrante italiano rientra nella terra dei padri portando con sé qualcosa di loro ma anche qualcosa di nuovo, così  un discendente di ἀκουμβίζω sarebbe tornato proprio in terra salentina: sarebbe cumbisturu, nome dato alla stecca di canna che mantiene ferma la tela sul subbio del telaio. Il Rohlfs all’interno del lemma cumpisturu in uso a Galatina, Oria e Manduria, riporta le varianti cumbisturu per Nardò, cumpasturu per Cutrofiano , Galatone e Gaglianoe cumbasturu per Gallipoli e ancora per Cutrofiano, tutte “dal verbo ἀκκουμβίζω=poggiare”. Da notare intanto ἀκκουμβίζω per il corretto ἀκουμβίζω, dettaglio non da poco su cui tornerò dopo. Siccome il suffisso –ίζω nel dialetto salentino evolve (attraverso il latino –idiàre) in –isciàre va fatto un chiarimento fonetico a beneficio del comune lettore che, in generale,  non può certo trovarlo, per motivi di spazio, nello sviluppo di un lemma di un qualsiasi vocabolario. Dunque: –ίζω>-idiàre>-isciàre; questa trafila, però riguarda i verbi ed infatti cumbisturu è sostantivo che, fra l’altro, presenta la terminazione –uru tipica dei nomi indicanti strumenti (minaturu=matterello; stumpaturu=pestello, tiraturu=tiretto, etc. etc.). Ora in greco a parecchi verbi in –ίζω corrispondono dei sostantivi: per esempio, a κομίζω=prendersi cura corrisponde κομιστής=accompagnatore. Anticamente, però, –ίζω era –ίδjω, dunque κομίζω era κομίδjω e il sostantivo κομιστής, costituito dal tema del verbo+il suffisso –τής, all’origine era κομίδjτής; poi j è caduto e per un normalissimo fenomeno fonetico la dentale delta (δ) davanti all’altra dentale tau (τ) si è assibilata, cioè è passata a sigma (ς).

Tutto questo per giungere alla conclusione che cumbisturu non sarebbe derivato direttamente dal verbo ma supporrebbe, tutt’al più, un sostantivo intermediario *ἀκκουμβιστής (partendo dall’ ἀκκουμβίζω del Rohlfs non attestato, *ἀκουμβιστής partendo dalla forma corretta ed attestata ἀκουμβίζω) al tema del quale (*ἀκκουμβιστ-, da correggere in *ἀκουμβιστ) è stato successivamente aggiunto (fenomeno mai incontrato prima) il suffisso strumentale.

Mi accingo ora a giustificare tutti i condizionali che ho usato in riferimento all’etimo del Rohlfs. In primo luogo c’è da dire che il suffisso strumentale –uru nel nostro dialetto non è altro che il discendente del suffisso che in latino serve per formare il participio futuro partendo dal supino dal quale si forma pure il participio passato. Sfrutterò questa analogia di formazione dal momento che il supino non è sopravvissuto nelle lingue romanze, ma prima di continuare voglio far notare come il valore finale strumentale ben si accorda con l’idea dell’uso futuro. Così minaturu (alla lettera cosa destinata a menare) deriva da minatu, participio passato di minare=menare; stumpaturu è da stumpatu, participio passato di stumpàre=pestare (per l’etimo di stumpare vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/28/stumpisciare-calpestare/); tiraturu è  da tiratu participio passato di tirare, etc. etc.

Se a cumbisturu togliamo il suffisso strumentale -uru rimane cumbist– che suppone un participio passato cumbistu che, secondo me, non pone molte alternative teoriche, non potendo in alcun modo collegarsi al participio passato di ccumbire che è ccumbutu. Le alternative, perciò,secondo me, sarebbero:

1) da cum=insieme+pistu(m), participio passato di pìnsere=pestare. Il passaggio –p->-b- non pone alcun problema se si guarda la variante cumpisturu e se si pensa che a Nardò compare è sì cumpare e cumpà ma anche cumbà.

2) da commistu(m), participio passato di commìscere=mescolare, congiungere, frammischiare. Il passaggio –mm->-mb– non pone alcun problema (si pensi, per restare nell’ambito della stessa radice, all’uso, a seconda delle zone, di mmiscare e della forma dissimilata mbiscare).

La prima ipotesi mi pare, al pari di quella del Rohfs, plausibile sul piano semantico (per pestare qualcosa con qualche altra cosa bisogna appoggiare quest’ultima sulla prima almeno una volta) ma più convincente su quello fonetico in quanto più rispettosa di una tecnica di formazione consolidata. La seconda, invece, mi appare debole sul piano semantico.  In conclusione: l’ipotesi etimologica del Rohlfs, secondo me, non regge anche se non mancherà l’occasione di riprendere, ma riferita ad altri casi, la suggestiva immagine delle parole che emigrano ed i cui figli rientrano. D’altra parte, se cumbisturu fosse veramente da ἀκουμβίζω non si capirebbe per quale motivo la geminazione della consonante iniziale si sia conservata  in ccumbìre (che è, come abbiamo detto, dal latino accùmbere, di cui, anche questo s’è detto,  ἀκουμβίζω è la tarda trascrizione greca, e tale raddoppiamento si sia, invece, perso in cumbisturu.    

Tuttavia nemmeno la n. 1 mi convince completamente, neppure alla luce della variante gallipolina cumpasturu, voce attualmente in uso col significato di stecchino secondo quanto leggo in http://www.gallipolinweb.it/gallipolinwebit/vernacolo/213-vocabolariodialettogallipolino.html

Ciò aprirebbe nuovi scenari mettendo in campo cum+past– [tema del participio passsato (pastus) di pasci=mangiare]+il suffisso strumentale –uru. Ora, siccome è umanamente impossibile dire se è nata prima l’arte della tessitura o l’abitudine di usare lo stecchino dopo il pranzo è altrettanto difficile dire se il significato di stecchino deriva da quello del cumpasturu attrezzo della tessitura o viceversa. Ma nel nuovo scenario, come se gli attori fossero pochi, aleggia la presenza del vocalismo gallipolino per cui come sergente/sirgente diventa sargente così compasturu potrebbe essere da cumpisturu, il verbo pasci andrebbe a farsi benedire e ritornerebbe in auge l’ipotesi n. 1.

Senza dire che qualche pazzo potrebbe pure sostenere che i conti tornano, visto che Schettino è quasi l’anagramma perfetto di stecchino

A questo punto è meglio tornare al punto di partenza: non so se ccumbìre salirà alla ribalta della cronaca giudiziaria o, addirittura, entrerà come voce tecnica nei manuali di scienza della navigazione. Il mio pensiero finale di oggi, però, va con quell’assoluto rispetto che nemmeno un filo di ironia ha il diritto, paradossalmente, di amplificare, a quelle povere vite che in quella nave, culla di morte,  hanno giaciuto, ahimé, per sempre.

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1 È l’opinione di Uguccione da Pisa (XII-XIII secolo) che in Magnae derivationes così si esprime: Cumba et cimba, ima pars navis et vicinior aquis, sic dicta, quod aquis incumbit, unde et ipsa navis, et praecipue parva dicitur (Cuma e cimba, la parte della nave più bassa e vicina alle acque, così detta poiché si appoggia sulle acque, per cui così è chiamata la stessa nave e soprattutto quella piccola).

 

Neronotte l’ombra del tempo

neronotte

di Claudia Petracca

 

“Poi”, l’autore Paolo Vincenti affida l’incipit della sua romanza ad un avverbio di tempo.

Il tempo è il tema che ricorre, attraversa e segna tutta la narrazione.

Il tempo con le sue fughe e con i suoi eterni ritorni, è metonimia per eccellenza che domina gli scritti di Paolo Vincenti.

In particolare, gli eventi narrati abbracciano l’arco di una notte. É la Notte di Ermanno, pittore con la passione per l’esoterismo, uomo solitario, figura che richiama un autore letterario molto amato dallo scrittore: Hermann Hesse, e ancor più, aleggia in tutta l’opera l’anima del suo “Lupo della steppa”.

I personaggi che popolano questa implacabile notte, Gerry, Marco e l’amata Elena, altro non sono che lo specchio in cui Ermanno riflette le afflizioni della sua vita. Ombre in cui riversare il tempo consumato, ombre che lo accompagnano nello scandire delle ore infauste che passano, senza che egli possa trovare una via di fuga da quello che appare ormai un inesorabile destino che lo divora.

Neppure nell’amore perduto e ritrovato, consumato e riperduto nell’ansimante ricerca di quell’Io dissipato, consunto dall’inedia, troverà riparo e conforto:

 

“…ma che c’entra l’amore? è terra buona, luna nuova

tutto è in trasformazione, ma che c’entrano gli occhi?

sono collane di madreperla, luce fresca

è chiaro sentire, cielo limpido di settembre

che c’entra con il dolore? è acqua che sposta gli argini

appoggiarsi sui gomiti e aspettare il nuovo refrain

ma che c’entra l’amore? è acqua passata, ora, qui è

sera…” […]

 

Riflessioni e analisi soggettive caratterizzano le pagine che si interpongono nello scorrere della narrazione. I ricordi, i sogni e la rabbia riemergono dall’inconscio. Pensieri sgranati, come in un rosario, sul filo di una vita disfatta dal fallimento:

 

“ … ci sono luci che a volte si accendono dentro

ma durano così poco, solo un attimo

e poi si spengono

bisogna saperle cogliere… […]

… ci sono dei lamenti inascoltati, delle richieste di

aiuto

come di un parente dimenticato

di un cane bastonato …”[…]

 

Ermanno è solo, è l’ombra di sé stesso.

Un uomo e il suo fantasma vanno incontro alle luci dell’alba, “E all’alba, un gallo canta”, che disveleranno e fisseranno per sempre quel Nulla, quell’Increato,… la Notte Ancestrale di Ermanno.

Da leggere, … con il favore della Notte.

L’epigrafe di Corsano

Corsano 2

di Armando Polito

 

L’epigrafe era già stata pubblicata in Iscrizioni latine del Salento, a cura di Antonio Caloro, Mario Monaco, Antonio Leonio e Francesco Fersini, Congedo, Galatina, 1998, pag. 199. In questa fase iniziale si terrà conto della lettura lì proposta.

Da un punto di vista di scrittura epigrafica è da notare l’inglobamento di I in DOMINUS e DOMINO e, forse, nel VIS della prima linea, di E in AEDIFICARE, TE, AEDIFICANDI, AEDIFICANDO ed ET, di N in NEC e COHONESTANDA, la presenza di divisione di parole finali nel primo (neces-sitas), terzo (tur-ris) e sesto (do-mino) rigo E. La A assume una forma diversa da tutte le altre in AEDIFICARE della prima linea; questo dettaglio, tuttavia, è insufficiente per attribuire ad una mano diversa le parole successive alle prime tre.

 

SI V(I)S AEDIFICARE DOMUM INDUCAT TE NECES

SITAS NON VOLUPTAS ·CUPIDITAS AEDIFICANDI

AEDIFICANDO I NON TOLLITUR SED ACUITUR : TUR

RIS COMPLETA ET ARCA EVACUATA FACIUNT TARDE SAPERE ·

ORNANDA EST DIGNITAS DOMO NON EX DOMO TOTA

QUAERENDA NEC DOMO DOMINUS SED DOMUS DO

MINO COHONESTANDA · DI(ONYSI)US · B(UFF)E(LL)US ·A(NNO) · D(OMINI) · M·DCCXIV =

 

SE VUOI COSTRUIRE UNA CASA TI INDUCA LA NECESSITÀ,

NON IL PIACERE. LA SMANIA DI COSTRUIRE

IN PRIMO LUOGO NON VIENE ELIMINATA MA ACUITA COSTRUENDO:

LA TORRE COMPLETATA E LA CASSAFORTE SVUOTATA FANNO RINSAVIRE TARDI.

LA DIGNITÀ DEV’ESSERE UN ORNAMENTO PER LA CASA, NON DALLA CASA

DEV’ESSERE TUTTA CERCATA E IL PADRONE NON DEVE ESSERE ONORATO DALLA CASA

MA LA CASA DAL PADRONE. DIONIGI BUFFELLI NELL’ANNO DEL SIGNORE 1714 

 

Le prime quattro linee sono in sostanza un adattamento di alcuni brani di una lettera in passato attribuita con certezza, oggi meno, a S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), indirizzata Ad  Raymundum dominum castri Ambruosii (A Raimondo signore del castello di Ambrogio) e contenuta in una pergamena, risalente al XIV secolo, della Biblioteca Medico-Laurenziana.  Nella Patrologia del Migne (da cui si cita, sottolineandoli, i brani utilizzati) è la n. CDLVI e si trova nel tomo 182 col. 650: … Si vis aedificare, inducat te necessitas, non voluntas. Cupiditas aedificandi aedificando non tollitur, nimia et inordinata aedificandi cupiditas parit, et expectat aedificiorum venditionem. Turris completa et arca vacuata faciunt valde tarde hominem sapientem(…Se vuoi edificare, ti induca la necessità, non la volontà. La smania di edificare non si toglie edificando, l’eccessiva e disordinata voglia di edificare genera e aspetta la vendita degli edifici. La torre completa e la cassaforte svuotata rendono troppo tardi sapiente l’uomo …). Il nesso cupiditas aedificandi era stato usato da Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio (III-IV secolo), De mortibus persecutorum, VII, 8, per stigmatizzare la smania di costruire di Diocleziano:… accedebat infinita quaedam cupiditas aedificandi (… si aggiungeva una certa infinita voglia di edificare).

Da notare in questa parte rispetto all’originale:

a) la sostituzione di voluntas con voluptas, molto probabilmente non dovuta ad un errore dello scalpellino o al fatto che il committente o chi per lui gli abbia fornito un testo infedele. La differenza concettuale tra volontà e capriccio non è di poco conto ed è chiara la valenza ancor più negativa del secondo quando entrambi sono indirizzati al conseguimento di un fine propriamente non edificante, tanto che il concetto di capriccio finisce per coincidere, nelle sue manifestazioni estreme, con quello di vizio o perversione. Qui la sostituzione potrebbe essere stata operata consapevolmente o, comunque, sulla suggestione di un passo di S. Anselmo Lucense (XI secolo), Collectio canonica, XIII, 4 (nella Patrologia Latina del Migne tomo 149, col. 533 ): … hostem deprimere necessitas non voluntas debet …(… la necessità, non la volontà deve combattere il nemico …) o, più probabilmente, con un ribaltamento del significato che la contrapposizione tra voluptas e necessitas da una parte e delectatio ed obligatio dall’altra e parallelamente assume in In Joannis Evangelium tractatus CXXIV, 26, 6 di S. Agostino (nella Patrologia Latina del Migne tomo 35 col. 1608): Porro si poetae dicere licuit trahit sua quemque voluptas, non obligatio sed delectatio, quanto fortius non dicere debemus trahi hominem ad Christum, qui delectatur veritate, delectatur beatitudine, delectatur iustitia, delectatur aeterna vita, quod totum Christus est (Inoltre se al poeta fu lecito dire: “Ciascuno è trascinato dal proprio piacere”, non dall’obbligo ma dal diletto, a maggior ragione dobbiamo dire che l’uomo è attratto da Cristo che si diletta di verità, si diletta di beatitudine, si diletta di giustizia, si diletta di vita eterna, il che, tutto, è Cristo).

Va anche detto che il poeta cui allude S. Agostino è Virgilio (Ecloghe, II, 65: trahit sua quemque voluptas), per cui si assiste al fenomeno apparentemente contraddittorio della voluptas pagana recuperata in ambito cristiano con significato positivo e riciclata, infine, nella nostra iscrizione con una connotazione decisamente negativa, a tutto vantaggio della necessitas.

b) l’aggiunta di I (PRIMO o PRIMUM); questa lettera, omessa nella trascrizione e nella traduzione riportate nell’opera citata, probabilmente non è un errore dello scalpellino, indotto dall’asta iniziale della successiva N.

c) la sostituzione di vacuata con il composto evacuata che ne rafforza il concetto; tuttavia va detto che prima dell’edizione del Migne, uscita nel1844-1845 cioè più di un secolo dopo la nostra epigrafe, le due forme si alternavano (per esempio: vacuata nell’Opera omnia, Keerberg, Anversa, 1616, col.1957m e in Lorenzo Stramusoli da Ferrara, Apparato dell’eloquenza, Stamperia del Seminario, Padova, 1700, tomo II, pag. 211; evacuata in Guido Pancirolli, Rerum memorabilium libri duo, a cura di Enrico Salmuth, Forster, Amburgo, 1599, pag. 130 e Baldassarre Bonifacio, Historia ludicra, Baglioni,Venezia,1652, pag. 81).

d) la sostituzione, anzi la sintetizzazione dell’originale faciunt valde tarde hominem sapientem (in cui sapientem è complemento predicativo dell’oggetto, cioè di hominem) con faciunt tarde sapere, cioè un uso fattitivo del verbo mediato non dal latino, che suppone l’utilizzo di ut e il congiuntivo e non dell’infinito, ma dal volgare.

 

La seconda parte, invece, è tratta da Cicerone (De officiis, I, 39): … Ornanda enim est dignitas domo, non ex domo tota quaerenda, nec domo dominus, sed domino domus cohonestanda est …(… La dignità infatti dev’essere ornata dalla casa non cercata tutta dalla casa, né il padrone dev’essere onorato dalla casa ma la casa dal padrone …). Qui la citazione, a parte l’ovvia eliminazione di enim, è fedelissima all’originale.

Quanto a Dionigi Buffelli (questo lo scioglimento delle abbreviazioni operato nell’opera citata, non si dice in base a che), c’è da chiedersi se sia il figlio o un discendente del più famoso Placido (1635-1693) o se, più probabilmente, l’abbreviazione non si riferisca, più che al nome del committente, a quello dell’autore cui appartiene la prima parte del testo, cioè Bernardo di Chiaravalle; in tal caso essa andrebbe sciolta in DI(V)US  BE(RNARD)US (Il divino Bernardo)1 e la diversa grafia della U (simile a V) rispetto a quella adottata nel resto dell’iscrizione si giustificherebbe proprio con la posizione in apice di questo segmento. Ultima proposta di possibile scioglimento: DI(V)US  B(ARTHOLOM)EUS, questa volta con riferimento al dedicatario (S. Bartolo)2 della contigua cappella. Non a caso la cappella e il palazzo mostrano ancora nello zoccolo e nella cornice di coronamento, l’appartenenza ad un’unica fabbrica (vedi nella foto di testa lo zoccolo inferiore e in quella che segue la cornice di coronamento della cappella. che continua ed è ripresa nell’abitazione rispettivamente al piano terra ed al primo) e la collocazione dell’epigrafe sancirebbe il carattere privato dell’una e dell’altro.

Indipendentemente dalla soluzione del problema emerso dallo scioglimento dell’abbreviazione finale, si può concludere sinteticamente dicendo che l’iscrizione costituisce un collage di ispirazione laico-religiosa o, se si preferisce, classico-medioevale (la lettera attribuita a S. Bernardo ebbe nel medioevo enorme diffusione e fu commentata come se si trattasse di un trattato didattico e morale), già perfettamente partecipe della temperie del secolo dei lumi. Appare, perciò, generico, vago e superficiale il commento che si legge nell’opera di riferimento e che risulta così articolato: “Questa iscrizione, incisa su una tabella ansata, è lo sfogo amaro di uno che, sebbene con ritardo, ha compreso che la vanità non paga. Sul piano stilistico, essa è molto accurata, ricca di parallelismi variati da poliptoti”.

Ora, almeno, sappiamo chi sono i padri di quei parallelismi e di quei poliptoti.

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2.

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1 Divus Bernardus è locuzione molto frequente in testi del XVIII secolo; due soli esempi per tutti: Melchioris Cani opera, Tipografia del seminario, Padova, 1720, pag. 220 e Tractatus de studiis monasticis di Joanne Mabillon, Basilio, Venezia, 1770, pag. 10.

2 Anche qui due soli esempi: Divus Bartholomeus in Henri Engelgrave, Caelum Empyreum, Vedova di Giovanni Buseo, Colonia, 1670, pag. 210; Divus Bartolus in Cristiano Tommaso Jcto,  Tractatio juridica de jure statuum imperii dandae civitatis, Grunert, Magdeburgo, 1749, pag. 22.

 

 

 

 

 

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