L’appetito vien mangiando

obelisco-campense-monte-citorio

di Armando Polito

Il lettore avrà notato che ogni tanto compare sul sito qualche scritto che non contiene un diretto riferimento alla realtà del nostro territorio. Lo stesso lettore si sarà pure accorto che anche io un po’ furbescamente ho fatto rientrare qualche mio post nell’ambito “locale” inserendo, magari con maldestra disinvoltura, una parola dialettale. Certi argomenti, però, riguardano il presente e il futuro dell’intera collettività e perciò non possono essere considerati nemmeno su questo sito come pesci fuor d’acqua; vanno intesi, piuttosto, come il cacio sui maccheroni, tanto più che, se il cacio è rappresentato da chi ci governa, e i maccheroni1 siamo noi, ciò che avviene nella sede centrale vede celebrata puntualmente la sua fedele replica a livello locale e i maccheroni avranno pure il diritto di esprimere il loro giudizio sul cacio; e che pesci!

A questo punto Stefano Manca, autore del recentissimo Montecitorio, luogo sacro della democrazia (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/07/26/montecitorio-luogo-sacro-della-democrazia/), si sentirà obbligato nei miei confronti per questa difesa d’ufficio; al contrario, sono io a ringraziarlo per avermi dato l’opportunità di aggiungere qualche riflessione mia e altrui, non condensabili in un commento, al suo post. Non solo a questo dettaglio e al precedente di ordine culinario, comunque, si riferisce il titolo, anche se chi legge lo capirà solo alla fine …

Sull’etimo Montecitorio, fermo restando il fatto che è formato da Monte e Citorio, l’assenza di fonti antiche su Citorio ha propiziato una caterva di proposte etimologiche che risparmio al lettore. Se è vero, però, il detto latino  omina nomina (i nomi sono presagi), potrebbe averci azzeccato Francesco De’ Ficoroni, Le vestigia e rarità di Roma antica, Mainardi, Roma, 1744, pagg. 136 (trascrivo fedelmente tutto, errori di ortografia e punteggiatura discutibile compresi; è mio solo quello che compare non in corsivo):  Se mi fosse lecito proporre alcuna congettura, dire, che dopo le devastazioni fatte volendo i Romani sgombrare dalle rovine, e dalle macerie i luoghi, e le strade quì vicine, riguardanti specialmente le ripe del Tevere, in questo piano del Campo Marzo frettolosamente le scaricassero, e ammontassero, e da questo sollecito tumultuario rammassamento prendesse questo luogo il nome di Monte Citorio: venendo in que’ tempi meschini le opere fatte con istraordinaria sollecitudine spiegate colla parola Latina cito (è un avverbio e significa subito), la quale ancora si ritiene nelle Terre del vicino Lazio, dove la volgar lingua non è ripulita, per ispiegare le cose fatte con prestezza chiamandole cito, o cetto.  

Il presagio del nome, secondo me, non si riferirebbe certamente al concetto di istraordinaria sollecitudine (visto che il rinvio è l’unica cosa in cui soprattutto il governo attuale si mostra campione indiscusso)  ma alla descrizione di Monte Citorio come discarica …

A tal proposito vale senz’altro la pena leggere, anche per capire a quale  livello di sprofondamento nella melma siamo giunti, ciò che scrisse Scipio Sighele (1868-1913) in L’intelligenza della folla, Bocca, Torino, 1903:

 … Io dicevo che l’elezione del deputato è dovuta specialmente alle forze di suggestione sprigionantisi da questi due mezzi: arte oratoria e giornali quotidiani. È dovuta cioè ai due mezzi che più facilmente e più velocemente costruiscono quell’edificio che si chiama il successo (edificio poco solido certamente se non è meritato, ma la cui solidità e durata poco importa per gli effetti riguardo ai quali noi lo studiamo) e che maggiormente turbano, per legge di psicologia collettiva, la indipendente e sincera determinazione dell’elettore …

… Che cosa avviene allora? Avviene che l’elettore, il quale depone la sua scheda nell’urna e pare compia un’azione libera ed isolata, non è altro che un suggestionato, vittima di una suggestione che può essere oggi un discorso, domani un giornale.

E pazienza fosse suggestionato da un’idea o da una persona che valgano qualche cosa, – sarebbe allora socialmente utile la suggestione! – ma non c’è bisogno d’essere scettici per affermare che tali casi son rari.

Nel nostro lieto paese della rettorica sono molti quelli che sanno cucire insieme un discorso ad effetto, e la massa è abbastanza ignorante per ammirare coloro che tuonano grandi frasi anche se non sanno far brillare nessun lampo di pensiero.

L’arte oratoria, che è fra le più nobili e le più difficili, si abbassa spesso alla volgarità di un semplice artificio, adoperato per attrarre a sé gli uditori incolti ed ingenui.

“Un diluvio di parole sopra un deserto d’idee”1, ecco la frase terribile ma giusta con cui in molti casi si possono definire i discorsi dei candidati e quelli dei loro grandi elettori. E la potenza suggestiva di questi discorsi di secondo o di terzo ordine è dimostrata dal fatto del numero grandissimo di avvocati che giungono a  Montecitorio.

Quanto alla stampa quotidiana, – o chi non sa quale valore abbiano le lodi ch’essa tributa? Queste lodi, o si pagano (in danaro o con lavori), o si ottengono per amicizia di qualche redattore o si scrivono dagli stessi lodati. Il buon pubblico di provincia crede alla sincerità della réclame, e non sospetta le piccole vigliaccherie e le piccole umiliazioni che il candidato ha dovuto subire per far mettere vicino al suo nome un aggettivo laudativo. E laggiù, nel piccolo paesello, quando si legge il giornale, l’effetto del soffietto è immancabile.

Così, purtroppo, si fabbricano i deputati, cui le migliaia di voti in tal modo e con tali mezzi ottenute (e non parlo dei mezzi delittuosi) dànno l’illusione d’essere dei grandi uomini.

Quando poi, in un momento di sincerità e di sconforto, si fa la fisiologia del Parlamento, e si vede ch’esso è in gran parte composto di personalità ignote o insignificanti, si dice, quasi argomento di meschina soddisfazione: la colpa è del paese: esso è stato interrogato ed ha risposto con quella scelta.

La colpa è del paese, siamo d’accordo; ma esso risponde così, cioè male, perché lo si interroga e lo si obbliga a dare una risposta col mezzo ingannatore della psicologia collettiva. Se si potesse interrogarlo isolatamente, individuo per individuo, sarebbe, io credo, diverso il risultato, come sarebbero meno frequenti i verdetti assurdi dei giurati, se ognuno di questi dodici valentuomini potesse dare il suo voto senza soggiacere alla mutua suggestione dei colleghi e a quella dell’accusatore, del difensore e del pubblico.

Il guaio è che questo rimedio è inattuabile, o almeno, io non vedo la possibilità d’attuarlo.

Formato una volta il Parlamento, esso funziona, ancora e sempre, a base di psicologia collettiva. E il livello intellettuale di chi lo compone, già basso, scende ancor più per la legge che abbiamo enunciata. Gli uffici, le Giunte, le Commissioni – piccoli Parlamenti nel grande – moltiplicano le probabilità di risultati mediocri e di dolorose sorprese. La ragione politica fa spesso passare sotto la sua bandiera il contrabbando di molte illogicità o di molte ingiustizie. Si sopprimono o si modificano degli articoli di legge, senza pensare che questi sono in relazione con altri che andrebbero alla lor volta soppressi o modificati; si approva talvolta tutto un progetto sol perché una parte è ottima e deve essere approvata. E non manca mai – nei momenti solenni – l’appello ai grandi nomi e alle grandi idealità della patria, per strappare al sentimento, e per conquistare d’assalto, un’approvazione che il raziocinio forse si rifiuterebbe di dare.

Ne segue che il Parlamento può in molti casi paragonarsi a un filtro a rovescio: i progetti di legge, anziché migliorarsi, peggiorano, attraversando tutte quelle fasi cui si vogliono assoggettare …

…. Se, per esempio, i rappresentanti della nazione fossero ridotti a 100, è certo che la media di questi 100 sarebbe superiore intellettualmente e moralmente alla media dei 500 deputati attuali. E perché? Perché limitando il numero, è difficile che rimangano fuori i buoni, ed è invece facile, per fortuna, che siano esclusi i cattivi. Quando i posti sono troppi la zavorra vi entra quasi necessariamente. Bisogna pur eleggere il deputato! e se non c’è chi merita d’essere eletto, bisognerà accontentarsi del primo venuto. Avviene per i seggi al Parlamento, quello che accade per le cattedre alle Università. Fin che queste saranno troppe, vedremo molti professori che non meritano d’esser tali; diminuite le cattedre, e i migliori si faranno avanti, occuperanno i posti, e la media del corpo insegnante sarà migliore.

Poi, con un numero di deputati più limitato si eviterà un altro inconveniente. Oggi basta che una persona si elevi in qualunque ramo della scienza o dell’arte, perché la sua provincia, la sua città – che sono un po’ vane del loro concittadino, come le madri del figlio che ha fatto buona riuscita – si credano in obbligo di gettarlo entro la caldaia di Montecitorio . È un uomo d’ingegno. E sta bene. Ma forse perché fa dei bei versi o dei buoni libri, sarà anche un operoso ed utile uomo politico? Generalmente è il contrario. E così si crea un deputato mediocre, strappando all’arte o alla scienza un ottimo artista o un egregio scienziato. No. Alla politica si dedichi chi vuole, e gli elettori mandino in Parlamento chi ha mostrato d’aver doti politiche. Non crediamo che a reggere il popolo o a far delle leggi basti della gente d’ingegno. È un ingegno speciale che occorre, come per tutte le professioni. Altrimenti noi vedremo degli avvocati, ministri o viceministri alla marina o al tesoro, degli ingegneri alla grazia e giustizia e dei signori che spropositano allegramente al ministero dell’istruzione pubblica.

Col numero di posti limitato, questi smistamenti saranno più rari e men facili, e ci guadagneranno tutti in omaggio alla legge della specificazione del lavoro.

Aggiungete che si renderà finalmente possibile il pagare un’indennità ai deputati, obbligandoli a non fare che il deputato. La qualità di rappresentante del popolo, che adesso è una sinecura e non serve che per ottenere ovunque scappellate e facilitazioni, diverrà una carica che esige del lavoro; la responsabilità divisa in 100 invece che in 500 sarà più fortemente sentita, e gli eletti dovranno occuparsi delle cose importanti e di interesse veramente generale, lasciando che ogni provincia provveda autonoma e indipendente ai proprii interessi particolari, lasciando soprattutto ai faccendieri di fare in Roma i commessi e i corrispondenti degli elettori per le loro esigenze meschine e personali.

E allora forse un miglioramento ci sarà; e questo ormai vecchio organismo parlamentare, semplificandosi, potrà vivere senza infamia e forse con lode. Io credo che di esso si possa dire come di certi veleni, i quali uccidono o rinforzano secondo le dosi in cui vengono adoperati.

Ora la dose o, per lasciar la metafora, l’estensione e l’importanza che il parlamentarismo è andato prendendo, è così grande che minaccia di uccidere la vita pubblica. Chissà che, limitando la dose, non possa, invece che ucciderla, rinforzarla …

Mi sono sfogato con Montecitorio, senza affaticarmi tanto grazie al buon Scipio, evocando, insieme con gli attuali privilegi che costituiscono una contraddizione in termini con la democrazia, cose infinitamente più gravi dell’epiteto più colorito che certi personaggi nell’esercizio (?) delle loro funzioni (?) possano scambiarsi anche in una sede istituzionale, epiteto che, comunque, non sarà mai sufficiente a darsi reciprocamente una definizione esauriente.

Perciò Palazzo Madama, la Regione Puglia, la Provincia di Lecce e Palazzo Personé (è un eufemismo per Comune di Nardò) possono dormire sonni tranquilli, anche perché a me il copia-incolla non piace …

___________

1 Anche il nostro maccarrone conserva il significato traslato di stupido. L’etimologia è discussa e magari me ne occuperò a breve.

2 La nota l’ho aggiunta io per precisare che con questa espressione sublimemente efficace Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) bolla certa filosofia scolastica in De l’homme  (opera uscita, postuma, per la prima volta a Londra per i tipi della Società tipografica nel 1773), sez. 10, cap. III, tomo VI (cito il testo dalla pag. 92 dell’Opera omnia uscita per i tipi di Dugour a Parigi nel 1797): Quel est le produit de leurs vaines déclamations et de leurs éternelles disputes? Qu’apperçoit-on dans leurs immenses volumes? Un déluge de mots, étendu sur un désert d’idées (Qual è il prodotto delle loro vane declamazioni e delle loro eterne dispute? Che si percepisce nei loro immensi volumi? Un diluvio di parole stese su un deserto di idee).

Un commento a L’appetito vien mangiando

  1. Caro Armando,
    pienamente d’accordo con le tue valutazioni…non c’è ombra di dubbio che occorra diminuire drasticamente il numero degli eletti…ma va a convincere i partiti che questa è la strada da praticare…a loro serve avere tanti posti perchè hanno tanti “appetenti” da sistemare…come non hanno più senso due strutture a livello nazionale…una camera dei deputatati che legifera sulla base delle proposte del governo…una struttura regionale che deve essere la lunga mano, in loco, dello stato (tra l’altro non ha più senso, da tanto termpo, che esistano le prefetture; la regione è lo stato in loco, stop)…io non sono così d’accordo sull’abolizione della provincia, più ci si avvicina al posto locale e più si ha conoscenza delle persone che si presentano e più le persone coscono i problemi…i comuni…non sono ancora riuscito a capire cosa vogliono fare con “le Città metropolitane”…si era ritenuto che già le grosse città fossero ingestibili e si era provveduto con la suddivisione in “Circoscrizioni” e allora?! adesso si fanno le megalopoli?…Comunque la prima cosa da fare è, anche se non è la stagione giusta, uccidere il “porcellum”…ridurre i “salami” e pagarli il giusto, con stipendi adeguati alla capacità che devono mettere in pratica.
    Sergio Notario

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