Ulia bessu (Vorrei essere)

 

di Armando Polito

*Vorrei essere come lui                                                        * Forse è per questo che ci vogliamo bene

Provate a digitare in qualsiasi motore di ricerca  Vorrei essere: comparirà una sfilza pressoché infinita (in rapporto alla possibilità umana di passarla tutta in rassegna) di indirizzi che vi condurranno a testi per lo più poetici o che presumono di esserlo. La locuzione appena indicata, come si può facilmente intuire, è un nesso ricorrente nella poesia d’amore di ogni tempo.  Proprio per questo, però, se non è supportato da un seguito all’altezza, il suo uso inflazionato ne decreta la vacuità poetica; e allora, come sempre, tutto dipende da quello che viene dopo, dalla sua capacità di vivificare e dare un senso nuovo al prima anche quando esso è banale. Che l’uso prevalente di questa locuzione si abbia nella poesia d’amore è intuitivo e non è un caso; essa, infatti, ingloba in sé due figure retoriche: l’adynaton1 e la similitudine, la prima preparata dal condizionale vorrei, la seconda dalla parola che di solito vien subito dopo la nostra locuzione, parola determinante, come ho detto prima, perché da essa dipende l’originalità e la profondità della poesia. Lascio al lettore formulare liberamente il suo giudizio su ciò che troverà in rete, ma non posso non proporgli almeno due elementi di confronto.

Il primo: Un’ape esser vorrei,/donna bella e crudele,/che sussurrando in voi suggesse il mèle;/e, non potendo il cor, potesse almeno/pungervi il bianco seno,/e ‘n sì dolce ferita/vendicata lasciar la propria vita. (Torquato Tasso, Rime, IV, 499).

Il secondo è una poesia in dialetto neretino di Francesco Castrignanò con cui ho dato il titolo a questo post, tratta, come le altre precedentemente lette, dalla raccolta Cose nosce del 1909.

Mi piace immaginarla come una dichiarazione d’amore piuttosto improbabile, nel senso che difficilmente a quell’epoca l’innamorato “medio” poteva essere in grado di scrivere quattro parole, sia pure in dialetto; e di solito, con i matrimoni combinati, era un altro a fare per lui la dichiarazione, e, come se non bastasse, non alla donna dei suoi sogni ma il più delle volte, in dipendenza anche dall’aspetto fisico, dei suoi incubi …

Scrivere qualcosa in versi sia pure un po’ sgangherati, poi, sarebbe stato, sempre per lui, impossibile.

Per chi, invece, pur non analfabeta, avesse voluto fare un figurone, sia pure in prosa, c’era sempre il segretario galante, cioè una raccolta di lettere d’amore buona per ogni evenienza. Quello dei segretari galanti fu un vero e proprio businnes che, iniziato alla fine dell’Ottocento, continuerà fino alla fine degli anni 70 del secolo scorso. Nel catalogo OPAC ho contato ben 93 titoli. Ne riporto di seguito tre opportunamente scaglionati nel tempo.

Non mancavano pure le edizioni, per dir così, specializzate, come mostra la sottostante pubblicità del 1963.

 

Non so quanto il numero elevato di pubblicazioni e l’analfabetismo dominante abbiano ridotto il rischio che la stessa donna ricevesse, magari, la stessa lettera trascritta da due pretendenti e che si verificasse, quindi, uno spettacolo molto simile a quello, eloquentissimo nella silenziosità degli sguardi, di due donne che incrociandosi (è proprio il caso di dire …) in una festa scoprono di indossare lo stesso vestito …

Oggi, mentre il principio del rispetto della privacy viene sbandierato ai quattro venti o conculcato a seconda di come al momento, soprattutto ai potenti, fa più comodo, è di moda fare dichiarazioni “pubbliche”, possibilmente in tv e l’esibizionismo sentimentale (magari anche di sentimenti finti …) è una delle espressioni fondamentali del nefasto quanto idiota bisogno, anche nella sgradevolezza …, di apparire piuttosto che di essere.

Mi auguro solo che almeno la poesia, sia pure tra alterne vicende, possa ritornare ad essere quel veicolo d’amore (inteso nel suo significato più globale) che è sempre stata, o almeno che di quell’amore, quel che sia, sia in grado di trasmettere l’essenza, proprio come il Castrignanò seppe fare interpretando, con la raffinatezza dell’arte mai violentatrice della sostanza e con l’aiuto complice del dialetto, il sentimento di quell’innamorato “medio”.

 

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1 Dal greco ἀδύνατον=cosa impossibile. Eccone un esempio: Prima divelte, in mar precipitando,/spente nell’imo strideran le stelle,/Che la memoria e il vostro/Amor trascorra o scemi (Giacomo Leopardi, All’Italia, vv. 121-124).

2 In traduzione piccola averla, seguendo l’indicazione data dallo stesso autore nel Dizionarietto neritino-italiano posto alla fine di Cose nosce. Il Rohlfs nel suo vocabolario registra, senza fornire alcuna proposta etimologica i seguenti lemmi:

pappagghiònica, pappagghiònula vedi papagghiònica.

papagghiònica1 (L 29 B 4, b, f, or) pappagghiòneca (B ce), pappagghiònica (S 1), pappagghiònula (B os), papagghiòneche (T 39), papajònica (B e), nome di un uccello, averla, velia.; vedi pajòneca.

papagghiònica2 (T sg), papagliònica (T 4) pianta delle labiate, ivartetica, camepizio, usata una volta contro la malaria.

papagghiuòneche (T ms) nome di un uccello, averla; (T ms) cretino, minchione.

papagghjinècculu (T 18-pu) pipistrello. Voce sbagliata: si legga parpagghjuèculu.

papagliònica (fica) (B 17-f) varietà di fico.

papajònica1 averla; vedi papagghiònica.

papajònica2 (T md) piccolo bottone nero.

pajòneca (L 6), pajònica (L na), pagghiòneca (L 6, 21, l), pagghiònica (S 1 B me), pagghiòneche (T 3), pagliònica (L 22) averla, paglionica (Lanius) [cfr. il calabrese pagliòneche idem]; vedi pappagghiònica.

Purtroppo l’esame delle varianti (o presunte tali) non aiuta e in particolare papagghiònica col suo doppio riferimento ornitologico e botanico. A tal proposito in G. A. Pasquale- G. Avellino, Flora medica della provincia di Napoli, Azzolino e compagno, Napoli, 1841, pag. 158 si legge: “Achillea a foglie di ligustico, it. Achillea ligustica, lat. Erba prota o troja, Paglionica in Puglia, Seme-santo Calab. …. Nasce in tutte le colline de’ dintorni di Napoli,e nelle siepi … Altre volte era tenuta da nostri botanici per l’Achillea nobilis ed è raccolta in luogo di questa per l’uso medicinale. È nervina: e Cotugno n’ha accreditato l’uso nelle diverse forme di affezioni nervose: viene adoperata nelle paralisi, dispepsie, cachessia, e nella iscuria della vescica ecc. Viene usata come eccellente antielmintico dal volgo: e noi sappiamo che in molte farmacie di Calabria si tiene questa pel Seme-santo vero. Se ne amministra il decotto delle cime. Ed il volgo prende un pizzico della semenza, e ne fa la polvere per darla a’ ragazzi in diverse guise, come nella pappa, nell’acqua stessa ecc.”

La paglionica di cui si parla qui è, filologicamente e non botanicamente parlando (visto che si tratta di due erbe diverse), la papagghiònica2 del Rohlfs. E papagghiònica2 sembra aver inglobato il concetto di pappa, sia pure con scempiamento di –p– come, probabilmente è successo pure per papàgna (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/28/tra-le-verdure-piu-gustate-dai-salentini-li-paparine/)?

E, se l’uccello in questione fosse ghiotto dei semi di paglionica, sarebbe poi così strano se proprio per questo dettaglio si chiamasse pappagghiònica?

Pura ipotesi di lavoro in attesa di conferma, resa ancor più problematica quando si ha a che fare con voci dialettali che molto spesso non hanno un riferimento univoco ma diverso a seconda della zone in cui sono usate.È il caso che segue.

In Enrico Hyllier Giglioli, Primo resoconto dei risultati della inchiesta ornitologica in Italia, Successori Le Monnier, Firenze, 1889 (scaricabile o consultabile all’indirizzo http://archive.org/details/avifaunaitalicae01ital) parte I, pag. 157 è registrata per Bari la voce paghionica identificata con la monachella (Saxicola albicollis Vieill. o Saxicola stapazina Salvad.).

Lo stesso autore nel Secondo resoconto dei risultati della inchiesta ornitologica in Italia, Stabilimento Tipografico S. Giuseppe, Firenze, 1907 (scaricabile o consultabile all’indirizzo http://archive.org/details/secondoresoconto00gigl), a pag. 267 registra i seguenti nomi: Paglionica (Napoli), Pagghionica grossa (Bari), Paglionica o Pagghionica passarina (Lecce), Parpaggionica (Otranto), tutti identificati nell’Averla cenerina (Lanius minor G. F. Gmel ex Buff.), nella foto in basso.

immagine tratta da http://www.ebnitalia.it/easyUp/Gallery/averla%20cenerina%20juv.jpg
immagine tratta da http://www.ebnitalia.it/easyUp/Gallery/averla%20cenerina%20juv.jpg

 

3 Per l’etimo vedi la nota 3 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/23/meglio-morire-zitella/

4 Dal latino receptu(m)=rifugio, da recìpere=accogliere (composto dal prefisso ripetitivo re– e da càpere=prendere): riggèttu, perciò, non ha nulla a che fare con l’italiano rigetto che è da reièctum=respinto, participio passato di reìcere, che è composto da re– e da ìàcere=gettare.

5 Da scirràre, che è dal latino exerrare=uscire fuori di strada (nel nostro caso dalla memoria), composto da ex=fuori ed errare=vagare.

 

 

 

2 Commenti a Ulia bessu (Vorrei essere)

  1. Mi hai dato lo spunto, il desiderio di andare a vedere come si chiama in piemontese. Ho consultato il “Dizionario Zoologico” di Giacomo Giamello, un medico, un chirurgo che esercita nell’ospedale di Alba e che si interessa di linguistica piemontese. Questo Dizionario che è in 5 lingue: latino,italiano, piemontese, francese, inglese riporta per “l’averla”: LANIUS COLLURIO / AVERLA PICCOLA / DERGNA BUSSONERA / PÌE-GRIÈCHE CORCHEUR /RED – BACKED SHRIKE…….Poi l’ho cercato sul vocabolario piemontese che noi tutti studiodi del piemontese usiamo comunemente, Il Gribaudo, il quale da diverse versioni legate alle diverse località piemontesi: “Cabiorna”, “dargna” o “dergna”, “gavorna” (o sdi legge u), s-cionca. suvëtta (u alla francese), senator, stragassa (nel novarese). Il più comune risulta essere il “Dergna o dargna” magari con l’aggiunta di bussonera. Bussonera (u alla francese) viene dal “busson” che in piemontese è il cespuglio, un cespuglio robusto.
    Così abbiamo unito i nostri linguaggi, anche sugli uccelli…senza allusioni.

    • Caro Sergio, ti ringrazio del contributo “regionale” e spero che altri seguano il tuo esempio. Nel frattempo ho maturato l’idea che pappagghiònica molto probabilmente è deformazione di parpaglione (nome anticamente dato alle grosse farfalle) che è a sua volta deformazione del latino papilione(m). Il suffisso mi fa pensare al fatto che questo uccello potrebbe essere ghiotto di parpaglioni, ma non è da escludersi un rapporto tra le sue piccole dimensioni come uccello e le grandi dimensioni del parpaglione rispetto alle comuni farfalle. In rapporto a quest’ultimo punto un riferimento alla credenza popolare secondo cui il parpaglione in certe condizioni potrebbe trasformarsi in uccello l’ho trovato in G. Albrizi, La galeria di Minerva, G. Albrizi, Venezia, 1696, a partire da pag. 319; il testo è reperibile in rete all’indirizzo http://books.google.it/books?id=0RIUAAAAQAAJ&pg=PA319&dq=parpaglione&hl=it&sa=X&ei=wYzaUb0ViOi1BuWvgYgL&ved=0CDIQ6AEwAA#v=onepage&q=parpaglione&f=false
      È proprio il caso di dire: -Averla … l’etimologia!-”.

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