L’inganno

faita

di Antonio FAITA

 

 

«Ci sono degli inganni così ben congegnati che sarebbe stupido non cascarvi».

Charles Caleb Colton (1780 – 1832)

 

Un episodio estremamente singolare avvenuto agli inizi del ‘700, nelle acque antistanti la zona detta “Pietra Cavalla”, narra di un inganno tramato ai danni di un’imbarcazione turca. I fatti che ora riporterò sono veramente accaduti.

Così narrò, nell’anno del Signore 1707, il “Regio Locotenente sostituto del Regio Vicescreto[1] e Regio Portolano di Taranto” signor Francesco Antonio Cariddi, deponendo davanti al notaio Carlo Megha[2] una dichiarazione, in qualità di testimone, per rendere noto lo stato delle indagini, ai fini della verità, di quanto accadde nel mese di ottobre dello stesso anno. Il giorno quattro ottobre, non poco lontano dalle mura della città di Gallipoli, fu avvistata un’imbarcazione «data l’Anchora in mare senza saputa di che natione si fusse». Nel porto vi era ancorato e messo in quarantena il Pinco[3], carico di grano, del Padron genovese Giovanni Ravenna, al quale fu chiesto dal signor Cariddi, su ordine del Governatore di questa città, di andare con uno schifo[4] e con della gente armata, a verificare da lontano l’imbarcazione suddetta. Il Ravenna si apprestò a recarsi col suo schifo e alcuni marinai armati. Giunti ad una certa distanza, «ad auditum vocis» compresero che si trattava di una Peotta[5] turca, perciò di gente «inimica». A questo punto, fu chiesto per dove fossero diretti e dall’imbarcazione risposero «per l’Isola di Taranto e come che correva borrasca di girocco lebecce, per la quale la detta imbarcazione era giunta in questi mari». Incredulo, in quanto frequenti erano le incursioni dei turchi lungo le nostre coste, il Padron Giovanni Ravenna, da esperto navigatore genovese, nonché mercante e sicuramente profondo conoscitore dei nostri fondali per la navigazione costiera, «operò con inganno» indicando loro «che per la via di Tramontana v’era il Canale per portarsi all’Isola di Taranto». L’inganno riuscì: i turchi salparono l’ancora e fecero rotta verso il canale che era, per i pescatori del luogo, un punto di riferimento e di orientamento per l’individuazione di un luogo. Anticamente esso sfociava a mare (in prossimità dell’attuale località Rivabella[6]) dopo aver percorso un lungo tratto dell’agro di Sannicola, per consentire il deflusso delle acque piovane. Così la Peota turca «camminando diede al secco in questa marina in loco detto La Pietra Cavalla, dove si roppe in acqua». Stando tra le due torri costiere denominate “Sabea” e ”Alto lido”, Pietra Cavalla, aliasposto marittimo dei cavalieri”, era un facile luogo di sbarco per i pirati provenienti dal mare; teatro di tristi avvenimenti, fu agevole approdo che andava costantemente sorvegliato dai cavallari[7]. In questo tratto di mare, dove si trovano rocce semisommerse e bassi fondali, la Peota, finì la sua navigazione, rompendo la chiglia tra gli scogli. Mentre il Ravenna, soddisfatto dell’ardita mossa, faceva ritorno in porto per recarsi sul suo Pinco, due barche gli andarono incontro. Su una vi era «il Tenente del regio Castello e tre soldati spagnoli e nell’altra gente che andava alla detta Peotta Torchesca». Dal tenente fu ordinato al Ravenna di seguirlo con i suoi marinai armati, per dare assistenza all’imbarcazione turca. Una volta giunti sul posto, il tenente e i soldati armati salirono a bordo della Peota e «presero li turchi e li legorno annodo dalla gente di detto Padrone armata». Purtroppo, per il Ravenna, la storia non finisce qui. Ritornato sulla sua imbarcazione, gli fu chiesto dal Signor Portolano che andasse a recuperare l’imbarcazione turca «con una sua gumena[8] per dare aggiuto e detta Peotta a salvarla». Senza esitare si recò verso l’imbarcazione ma vano risultò ogni tentativo di recupero. Un secondo tentativo fu fatto portando «una Anchora grossa». Man mano che si cercava di tirarla su,  avendo ormai  l’albero rotto e chiglia sfasciata, la Peota imbarcava sempre più acqua, a tal punto che il Ravenna si arrese e da «prattico marinaro se ne ritornò», mentre l’imbarcazione turca «come rotta sen’andava a pico al fondo e si perdeva il Bastimento e grano». E’ bastato un semplice inganno a far sì che i turchi non proseguissero il loro viaggio ai danni delle popolazioni, che hanno avuto la disgrazia di vivere sul mare, tormentate da incubi, anche quando il pericolo non c’era[9].

 


[1] Cfr., M. SERRAINO, “Storia di Trapani”, Ed. Corrao, Trapani 1976:«La screzia: Quale organo finanziario della regia Corte, la Screzia amministrava il patrimonio demaniale, soprintendeva a tutta la materia dei tributi, appaltava gabelle e dogane, esercitava una funzione anche giurisdizionale su questioni che avevano per oggetto materiali sua competenza», p. 86;  «Vicesecreto dipendeva dal Maestro secreto, che li nominava con la formula regio et nostro beneplacito perdurante», p. 88;

[2] ASL, Notaio Carlo MEGHA, coll. 40/13, Prot. Anno  1707, ff. 257/v – 259/r;

[3] Cfr., Wikipedia.it: Il pinco o pinco genovese fu un tipo di nave mercantile a tre alberi a vela latina con prua a sperone e poppa a specchio. Ebbe larga diffusione nella marineria ligure tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo. La sua portata andava dalle 50 alle 200 t. Il pinco era dotato di una seconda attrezzatura di vele quadre da sostituire alle vele latine per le andature portanti.

Il nome pinco potrebbe derivare dall’olandese pink che già nel medioevo designava una piccola imbarcazione da trasporto per certi versi simile al pinco e dalla quale quest’ultimo potrebbe essere in parte derivato.

Le ragioni del successo di questo tipo di imbarcazione per un periodo storico così circoscritto vanno ricercate nella sua economicità di gestione, versatilità, velocità e manovrabilità, doti che ne facevano anche un’unità efficace nella lotta contro i corsari barbareschi;

[4] Il termine “schifo” era un tempo comunissimo, ed equivaleva a barca, canotto di servizio, portato sulle galee o sulle navi a vela sul ponte o a rimorchio;

[5] Cfr., Wikipedia.it: La peota era una barca veneziana di media grandezza sontuosamente decorata. Veniva usata anticamente a Venezia per le regate, addobbata con sfarzo e condotta da otto vogatori in costume. Il nome deriva forse da “pedota”, ovvero “pilota”;

[6] Rivabella, prima del suo sviluppo urbanistico era detta “ponticello”, costruito al disotto della litoranea;

[7] Cfr., E. MAINARDI, “Storia Di un luogo. Sannicola versus Gallipoli: la nascita di “Lido Conchiglie””, in Cultura Storia, Ed. Panico, Galatina 2010, p.24;

[8] Cfr., Wikipedia.it: Gómena è il termine nautico con cui si indica una cima, un cavo torticcio di canapa, di adeguata sezione, destinata all’ormeggio delle imbarcazioni.

[9] S. PANAREO, “Turchi e Barbareschi ai danni di Terra d’Otranto”, in “Rinascenza Salentina”, anno I, n. 1 (gen.-febr. 1933), p.4;

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