L’innamorato imbranato

di Armando Polito

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Non è per diplomazia o, come si usa dire, per dare un colpo al cerchio e un altro alla botte, ma debbo riconoscere che Francesco Castrignanò, il poeta neretino divenuto familiare, almeno spero,  al lettore grazie allo spazio che ripetutamente gli ho dedicato, riesce a cogliere felicemente tutte le sfumature del nostro sentimento più profondo (anche perché legato al sesso, cioè a quell’istinto della perpetuazione della specie che solo gli animali hanno conservato “pulito” e indenne da complicazioni di sorta …) senza incorrere nella trappola, sempre in agguato, della banalità che non necessariamente si esprime nella rima amore/cuore. Eccomi, così, oggi, dopo aver espresso le mie perplessità sulla figura di maschio presentataci nell’ultima poesia letta1, a tentare di dare il giusto rilievo agli esiti indubbiamente più felici di un’altra che ha come protagonista l’esatto contrario dello sciupafemmine, vale a dire l’innamorato timido. Non è da escludersi che a ciò abbiano contribuito le mie inesistenti, da sempre, doti di conquistatore e che dunque l’immedesimazione nel personaggio che fra poco conosceremo abbia reso e continui a rendere meno credibili le mie velleità di critico della domenica.

Se lo sciupafemmine dava la stura al suo prorompente machismo parlando in prima persona, qui la figura dell’innamorato timido si delinea attraverso le parole della ragazza oggetto delle sue discretissime attenzioni. Cosa non si fa per amore! Si fanno pure cose che tradizionalmente non fanno parte del nostro sesso. E così c’è da meravigliarsi se il nostro giovane tenta maldestramente, pur di stare vicino alla ragazza, di manovrare l’arcolaio? Io non mi meraviglio se penso che, pur di stare vicino a quella che sarebbe diventata mia moglie e il cui tempo libero dallo studio era dedicato al ricamo, a suo tempo imparai pure ad eseguire il punto erba …

E pure io giornalmente, come e più di questo innamorato imbranato,  dovetti all’epoca sorbirmi una caterva di fatu, per fortuna non col punto esclamativo ma con quello interrogativo nella locuzione ma cc’è, si ffatu? (ma che è, sei stupido?)  con cui lei, anche per la presenza più o meno costante di tutta la famiglia (in alternativa, quando ci andava bene,  c’erano i turni tra madre, padre, i tre fratelli  e le due sorelle) teneva a bada le mie mani tese, appena il nemico si allontanava di un metro, verso punti ben diversi dal punto erba e simili …

Non voglio fare, una volta tanto, confronti fra il passato e il presente; dico solo che il piacere della conquista (sorella dell’allenamento al sacrificio …), oggi per lo più assente, probabilmente non ha giovato all’amore inteso nel suo significato più epidermico, quello sessuale, e nel più profondo, quello affettivo.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/16/quandu-nci-ole-nci-ole-quando-ci-vuole-ci-vuole/

2 Corrisponde all’italiano fatuo.

3 Focaccia di cruschello (in dialetto neretino cruessu=grosso). Il Rohlfs per mburfettu non fornisce nessun etimo. A prima vista potrebbe essere deformazione dell’italiano  (pan) buffetto, anche se quest’ultimo è un pane fine e soffice. Buffetto è da buffo=soffio di vento, da buffare=soffiare, gonfiare (voce di origine onomatopeica).  Nel glossario del Du Cange sono riportati buffetus e buffectus col significato di panis albissimus (pane bianchissimo). Le esposte difficoltà di ordine semantico, nonché le piccole dimensioni rispetto al pane normale,  mi spingono, piuttosto, a considerare mburfettu come deformazione, con cambio di genere, dell’italiano formetta.

4 La voce va intesa depurata del suo significato negativo, anche perché, come si vedrà, la ragazza non appare totalmente insensibile alle attenzioni , per quanto per nulla invadenti, del suo silenzioso, si direbbe platonico, corteggiatore.

5 Dal latino machìnula(m)=piccolo congegno, diminutivo di màchina, quest’ultimo ancora oggi usato, prevalentemente col raddoppiamento  iniziale (mmàchina), come sinonimo di automobile. Sulla macènnula si posizionava la matassa dalla quale, sfruttando il movimento circolare del supporto, il filo veniva avvolto nei cànnuli.

immagine tratta da http://amicimuseoportafalsa.blogspot.it/p/museo-della-civilta-contadina.html
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Macinnulari è il nomignolo degli abitanti di Copertino (in provincia di Lecce, altra, ma non per etimologia, da Cupertino, la città californiana che trae il nome da quello dato da un cartografo spagnolo ad un fiume in onore di san Giuseppe da Copertino). Un aneddoto, probabilmente messo in giro per denigrazione campanilistica dagli abitanti di qualche centro vicino, narra che un contadino per sapere da quale direzione spirasse il vento collocò sul tetto della chiesa parrocchiale una macènnula. Siccome essa girava un po’ da una parte e un po’ dall’altra, il poveruomo diagnosticò che il vento quel giorno spirava da tutte le direzioni. Tuttavia, va detto che macinnulari non ebbe subito, come ci si aspettava, il valore di sinonimo di stupidotti ma quello, sempre metaforico e ancora più offensivo, di volta-faccia, cambia-bandiera. Mentre gli abitanti di Nardò non hanno nessun nomignolo (lungi da me l’idea che solo in base a questo possiamo ritenerci migliori), quelli di Copertino oltre che macinnulari sono detti anche mangia-ciucci per il fatto che in occasione della festa del patrono (il ricordato san Giuseppe) era consuetudine mangiare la carne di asino a pignatu (cioè cotta nella pignatta), piatto d’elezione anche nella trattorie che accoglievano per la circostanza i visitatori degli altri paesi, trattorie facilmente riconoscibili perché gli osti collocavano sulla porta del loro esercizio, a mo’ di insegna più o meno pubblicitaria, una bandiera e un ramo di olivo.

6 Corrisponde all’italiano imbroglia.

7 Probabilmente dal napoletano guaglione e questo forse dall’onomatopeico guagnì=piagnucolare.

8 Da mpannare, per il cui etimo vedi la nota 12 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/13/rusineddha-una-giovane-bagnante-di-cento-anni-fa-a-santa-caterina/

9 Prepara i cànnuli, cioè avvolge il filo su rocchetti costituiti da segmenti di canna prelevando il filo dalla matassa posizionata sulla macènnula; se in altre poesie del Castrignanò qualche voce si prestava ad un’interpretazione ambigua (con riferimenti, tanto per cambiare, di natura sessuale), qui la supposizione che ncannulare possa avere il significato di possedere carnalmente che in italiano ha incannare non ha la minima ragione  di esistere.

10 Lei, però, avrebbe potuto pure prendere una qualche iniziativa, anche perché ho il sospetto che la zia più di una volta abbia fatto finta di addormentarsi (guardona delusa?).  Comunque, è proprio vero: lu Patreternu tae li frisèddhe a ccinca no lli rrosica (il Padreterno dà le friselle a chi non le mastica) …

 

4 Commenti a L’innamorato imbranato

  1. Quelli di Nardò non hanno nomignoli? Non so, caro Armando, ma noi di Collemeto chiamiamo nardiati gli abitanti di Nardò quando vogliamo dare loro un significato a mo’ di insulto. Quanto a Culumitu, invece, beh il nome si presta bene a nomignoli che si possono immaginare.

  2. Caro Alfredo, ero a conoscenza di “nardiati” ma non ne ho fatto cenno perché la radice utilizzata era la stessa del nome della città, quasi una variante, insomma, di “neretini”. Tuttavia hai parzialmente ragione tu, nel senso che in “nardiati” la carica spregiativa è data proprio dal suo aspetto di participio passato di un inusitato “nardiare” di valore transitivo, quasi “generati da Nardò”, ma tutto questo non consente a priori di costruire un aneddoto pittoresco come quelli che sono alla base di altri nomignoli.

    Il participio passato dei verbi transitivi, poi, ha sempre valore passivo; e qui entra in campo il ”Culumitu” da te ricordato. Dato gratuitamente per scontato (giacché l’etimo di Collemeto, a quanto ne so, è controverso) che il primo componente sia “culu”, resta da decidere se “mitu” corrisponde all’italiano “mite” (sarebbe, comunque, una fregatura …) o alla prima persona singolare del presente indicativo di “mietere”. Anche in questo secondo caso ci sarebbe una colossale fregatura, una volta tanto, non solo per chi subisce (a meno che non gli piaccia, fatti suoi) ma anche per la povera falce che potrebbe trovarsi al cospetto di un culo devastato dalla cellulite …

    Ci resta solo la voglia di ridere, prima di noi, poi degli altri. Noi non la perderemo mai, gli altri, che ben conosciamo, non ce la toglieranno (anche perché in tal senso si danno da fare freneticamente …). Un caro saluto.

    • Nei documenti del XIV secolo Collemeto figura come Tollometo (feudo dei baroni Sambiasi di Nardò), poi come Colomito nel secolo successivo, quando passa ai Maramonte.
      Tollometo fa pensare alla famiglia neretina, che forse lo possedeva prima dei Sambiasi, e che poi è diventata (come è ancora) Tollemeto

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