L’uomo e le macchine in una poesia in dialetto neretino di un secolo fa

di Armando Polito

 

Nel 1909 usciva Cose nosce, una raccolta di poesie in dialetto del neretino Francesco Castrignanò, dalla quale è tratta anche questa di oggi. Nello stesso anno nasceva ad opera di Filippo Tommaso Marinetti il movimento letterario, artistico e politico che prese il nome di Futurismo. Pretendeva di fare piazza pulita del passato, animato da un travolgente (quanto incosciente …) ottimismo in cui l’auto assumeva, per tutte le macchine, il ruolo di simbolo del dinamismo, della forza, della vitalità. Peccato però che accanto a questi concetti nel manifesto del movimento si legge testualmente : Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro … Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore …

C’è da meravigliarsi se queste idee (alcune per me deliranti …) che avevano avuto qualche anno prima la loro culla filosofica in Friedrich Wilhelm Nietzsche sarebbero sfociate, qualche anno dopo, nell’ideologia fascista?

Sono convinto che tutte le idee, anche le più nobili, innovatrici e rivoluzionarie, falliscono nella loro attuazione pratica nel momento in cui derogano al principio del rispetto dell’uomo e dei valori fondanti della sua umanità e, in generale, quando il potere, di ogni tipo, cessa di essere interpretato come servizio per il bene di ciascuno e di tutti.

Nel periodo appena espresso può essere compendiato lo spirito della poesia di oggi: Francesco Castrignanò non è insensibile al fascino del progresso che contraddistinse l’inizio del secolo scorso (ma anche l’inizio del nostro …), si mostra sbalordito da ciò che le macchine sono in grado di fare (come noi oggi lo siamo di fronte all’elettronica ed alla robotica…); tuttavia, non ne è soggiogato e rimane sufficientemente lucido per fare un consuntivo, non certo lusinghiero, dei risultati pratici e delle conseguenze morali rispetto al passato e per lanciare nel finale il suo accorato ed allarmato interrogativo (quando sarà ascoltato quello dei nostri tempi già ripetutamente da più di uno lanciato? …).  Il suo tacito invito, come fra poco vedremo,  a distanza di un secolo,  anche se lo si sgancia da ogni riferimento religioso e lo si vede solo nella sua laicità,  è di una sconvolgente attualità.

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1 Da mintuàre, corrispondente all’italiano letterario mentovare.

2 Dal greco δόλιχος (leggi dòlichos)=fagiolino.

3 Corrisponde formalmente all’italiano fiacco.

4 Dal latino in=dentro+adaquare=abbeverare.

5 Sull’etimo di spilu vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/12/16/lu-spilu-e-la-sciana/

Debbo aggiungere che oggi il plurale dell’articolo lu (corrispondente all’italiano lo) non è gli ma li, anche davanti ad s impura, per cui diciamo li spili; se non si tratta di errore di stampa, il gli del testo può essere perciò considerato come frutto dell’intervento correttivo (o della distrazione inconscia?) del poeta-letterato.

6 Di origine onomatopeica.

7 Da ccappare, per il cui etimo vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/09/tessere-del-tempo-che-fu/

8 Corrisponde all’italiano letterario gire, che è dal latino ire con influsso di giamo (prima persona plurale) che è da un latino *gimus, a sua volta dal classico imus.

9 Difficile dire da dove nasce, rispetto al successivo pircè, l’aggiunta di te; mi viene in testa un’analogia con l’italiano mercé/mercede, piè/piede. Nelle voci italiane appena elencate, però, la forma di partenza è la seconda perché mercede ha dato vita per apocope a mercé e così piede a piè. Bisognerebbe, perciò, immaginare per pircé/pircete un processo analogico per così dire invertito: si sarebbe formato prima pircé (corrispondente all’italiano perché) dal quale, per influsso di mercede e piede, si sarebbe sviluppato pircète. Conclusione; è più probabile che in pircede (oggi pircete) sia stata recuperata nel tratto finale la forma dialettale (ete) della terza persona singolare dell’indicativo presente di èssire (essere) persona più vicina al latino (est) di quanto non lo sia l’italiana è adottata nella variante pircé.

10 Corrisponde all’italiano ragnatela, ma è il frutto di deformazioni successive di altre varianti salentine: ragnatila>regnatila>ringatera>lingatera.

11 Da scamusu, corrispondente all’italiano squamoso.

12 Onestà deriva dal latino honestàte(m) che è dall’aggettivo honestus/honesta/honestum=onesto, a sua volta da honos=onore. Unistità  ha il suo corrispondente nell’italiano obsoleto onestità, dal latino medievale honestitate(m), sempre da honestus, ma con un suffisso apparentemente diverso. Fenomeno analogo  in vetùstas e vetùstitas (da vetustus/vetusta/vetustum), consuetudo e consuetitudo (da consuetus/consueta/consuetum). Ho parlato prima di suffisso apparentemente diverso. In realtà nelle forme classiche si tratta di un fenomeno di aplologia (caduta di una sillaba in una parola che dovrebbe avere, per la sua etimologia, due sillabe consecutive simili o uguali): in honestitate(m), per esempio, le sillabe simili sono -(s)tita– e, con la caduta di –ti-, si passa ad honestate(m). Le forme medioevali hanno recuperato quello che era stato perso dalle forme classiche.

Per completezza va detto che non sempre nel latino classico si verifica il fenomeno dell’aplologia. Alcuni esempi: dall’aggettivo castus/casta/castum si è formato il sostantivo càstitas (genitivo castitàtis) ma non castas (genitivo castàtis), da quantus/quanta/quantum si è formato quàntitas (genitivo quantitàtis) ma non quantas (genitivo quantàtis), da sanctus/sancta/sanctum si è formato sànctitas (genitivo sanctitàtis) ma non sanctas (genitivo sanctatis), etc. etc.

Qualcuno mi potrebbe far notare che negli esempi appena forniti il nominativo aplologico (castas, quantas, sanctas) non si è formato perché si sarebbe confuso con l’accusativo femminile plurale dell’aggettivo da cui ognuno di loro ha origine. Lo stesso, però, sarebbe dovuto valere per honèstas (che può essere oltre che nominativo singolare del sostantivo honèstas/honestàtis anche accusativo femminile plurale dell’aggettivo honestus/honesta/honestum. C’è da supporre, dunque, che il fenomeno sia legato all’elemento principe della lingua, cioè all’uso, che, com’è noto, da sempre travalica (e continua a farlo) la norma.

Tutta questa pappardella per sottolineare come unistità sia figlio di un processo antico e non di quel malinteso concetto di “volgarità” appioppato arbitrariamente al dialetto.

13 Corrisponde all’italiano gita (participio passato femminile singolare di gire) ed è participio passato di scire, per cui vedi la nota 8.

Un commento a L’uomo e le macchine in una poesia in dialetto neretino di un secolo fa

  1. Per fare una battuta molto sciocca, a questo tuo esame molto serio e corretto, vorrei dire che “è rimasta la “casta” tanto odiata, ma deprivata di qualsiasi “castità”

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