Il raddoppiamento consonantico iniziale nel nostro dialetto

di Armando Polito

Può sembrare strano, ma questo fenomeno esiste pure in italiano e prende il nome di raddoppiamento fonosintattico o geminazione sintagmatica o raddoppiamento sintagmatico. Non a caso nelle tre denominazioni tecniche appena citate l’attributo che accompagna ognuna di loro deriva da sintassi, cioè quella parte della grammatica che studia la struttura della frase, a partire dalla proposizione più semplice (costituita da un soggetto sottinteso e da un predicato: mangio) per giungere ai periodi più complessi (formati da un insieme di proposizioni semplici come quella prima data come esempio o più complesse, legate tra loro da un rapporto di coordinazione (ciascuna isolata con l’eliminazione della congiunzione coordinante ha un senso compiuto: Io mangio e tu leggi, tant’è che potrei scrivere pure Io mangio, tu leggi o Io mangio. Tu leggi) o di subordinazione (l’isolamento, questa volta con l’eliminazione della congiunzione subordinante, non dà senso compiuto: Non so se verrò; non potrei scrivere Non so, se verrò o, ancora meno Non so. Se verrò).

Il fenomeno che mi accingo ad esaminare, perciò, non riguarda la parola isolata, ma si verifica quando essa è preceduta da un’altra. Cominciamo dall’italiano. Noi scriviamo tre cose ma pronunciamo tre ccose (tal quale nel dialetto neretino), scriviamo ogni cosa ma pronunciamo ogni ccosa (ogne ccosa in dialetto). Per converso in italiano scriviamo e pronunciamo la cosa (idem in dialetto). Nel caso di tre ccose e di ogni ccosa potremmo pensare che il raddoppiamento sia il frutto di un’assimilazione regressiva (la consonante finale della prima parola diventa simile a quella della seconda) di origine antica. Mi spiego meglio: tre è dal latino tres e ogni è dal latino omnem; la trafila, perciò, sarebbe stata: *tres cose/omnem cosa>*treccose>tre ccose/ogniccosa>ogni ccosa (in dialetto ogneccosa>ogne ccosa).

Scriviamo vengo a casa ma pronunciamo vengo a ccasa (in dialetto egnu a ccasa). Qui è coinvolta la preposizione latina ad: vengo ad casa>vengo accasa>vengo a ccasa.

Esaminiamo altri casi: in italiano scriviamo io e te ma pronunciamo io e tte (in dialetto iò e tte). Qui è coinvolta la congiunzione latina et, per cui la trafila sarebbe: io et te>io ette>io e tte (in dialetto iò ette>iò e tte). In questo caso risulta assente l’assimilazione vista negli esempi precedenti (le due consonanti da assimilare, infatti, sono entrambe t)  ma come in quelli si è formata provvisoriamente un’unica parola con successiva scissione che nelle pronuncia ha portato a trasferire in testa a te la consonante finale del precedente et.

Il processo assimilativo risulta confermato in altri esempi; si scrive pane e cacio ma si pronuncia pane e ccacio (in dialetto pane e ccasu). Dove non c’è nulla da assimilare il fenomeno è assente.

Passiamo all’ultimo esempio: scriviamo che mi dici? Ma pronunciamo cche mmi dici? (In dialetto cce mi tici?). Qui è coinvolto il pronome interrogativo latino quid: quid mi dici?>quimmi dici?>cche mmi dici? Questa volta, però, se il ragionamento fatto prima vale per mmi, non vale per cche; per quest’ultimo, perciò, e laddove si verificano fenomeni consimili,  io parlerei di raddoppiamento espressivo e non certo fonosintattico.

Tutta questa pappardella per dare la risposta a questa domanda: il dialetto va scritto usando la grafia italiana oppure in una forma fedele alla effettiva pronuncia? Io ritengo che quest’ultima opzione sia da adottare, anche per ragioni di ordine documentario. Spesso, però, ho notato che ciò non avviene. E a questo mi riferivo quando in un post1 in cui ho commentato una poesia di Francesco Castrignanò ho dichiarato di non condividere certe scelte grafiche, anche se, com’era doveroso, ho riportato il testo nella forma originale.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/10/nardo-vista-da-un-poeta-del-primo-novecento-tasse-incluse/

3 Commenti a Il raddoppiamento consonantico iniziale nel nostro dialetto

  1. Ciao Armando, per quanto riguarda la grafia della lingua locale, sono pienamente d’accordo che occorra tenere conto dell’effettiva pronuncia. Io non so se se da voi ci sia ancora un numero abbastanza consistente di persone che sono in grado oltre che di parlarlo, anche di leggerlo e soprattutto di scriverlo. Per quanto riguarda la lingua piemontese che io leggo, scrivo e insegno, alcune recenti ricerche hanno riscontrato un numero assai elevato di parlanti (più di 2 milioni e mezzo di persone), un discreto numero di leggenti (più di un milione) e, tenendo conto soprattutto dei numerosi concorsi ad hoc, anche un buon numero di gente che sa ancora scriverlo. Per quanto riguarda la grafia, questa è stata consolidata a seguito di uno studio e di un lavoro fatto negli anni che vanno dal 1927 al 1930 da un gruppo di studiosi della nostra letteratura (che scritta, risale al termine del XII sec., con una prima opera, I SERMONI SUBALPINI, della quale abbiamo il manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale di Torino). Questo gruppo condotto da Giuseppe Pacotto (Pinin Pacòt) che prese il nome di Companìa dij Brandé (Compagnia degli Alari) studiando il lavoro degli scrittori di un certo pregio, nei secoli, ne ha tratto una indicazione che ha permesso di tracciare una indicazione di regole grafiche ben precise e adottate, quasi da tutti coloro che insegnano e che scrivono in piemontese. Questo permette anche una lettura facilitata a chi apprende le regole e le segue. Naturalmente, come in tutte le buone famiglie, c’è chi tende a rompere le regole (o vogliamo dire “le scatole”) e a costruire regole diverse…ma la maggioranza applica le regole DIJ BRANDÉ. Avete qualcosa di analogo anche da voi? Se ti interessa ti posso mandare il prontuario della grafia piemontese.
    Tutto questo è solo per dirti che crei, con le tue ricerche, grande interesse, anche in un piemontese verace come me che ama carpire anche le radici delle altre lingue sparse per la nostra sempre più disastrata penisola.

    • Ti ringrazio dell’interesse con cui mi segui e delle informazioni che mi dai, tanto più che provengono da persona qualificata. Sinceramente invidio la vostra situazione perché da noi, a parte qualche isolata presa di posizione pubblicata qua e là su qualche rivista, non si è, sostanzialmente, affrontato il problema, sicché vige la totale anarchia. Il problema del raddoppiamento della consonante iniziale è solo uno dei tanti. Eppure, basterebbe in questo caso scrivere il dialetto esattamente come lo si pronuncia, perché qui non sarebbero necessari i segni diacritici che per il comune lettore non sarebbero di agevole interpretazione e, probabilmente, decreterebbero una provvisoria sopravvivenza del dialetto (anzi, del suo studio) presso i linguisti che, in breve volgere di tempo, si troverebbero senza alcunché da studiare e ne accelererebbero la fine dell’uso e, nel contempo, il disprezzo nell’immaginario collettivo al quale basterebbe ricordare che pure l’italiano forbito che parla è frutto di un dialetto, anzi, da qualche secolo a questa parte (e, aggiungo, fortunatamente …) di più di uno. Un caro saluto.

  2. È vero. “Ij cacam”, come li chiamiamo noi (boriosi, saccenti) non si rendono conto che la ricchezza della lingua italiana è proprio il frutto della mescolanza dell'”italiano forbito”, come lo chiami tu con parole genuine “genìte” come diciamo noi, nate nei vari dialetti o lingue minoritarie che dir si voglia, sparse su tutto il teritorio peninsulare,isole comprese. Invece di continuare la politica anticulturale del’epoca fascista che aveva proibito l’uso dei dialetti, sarebbe utile invece aiutare, anche finanziariamente (ma che eresia sto dicendo!) quelle strutture che si impegnano, con grandi sacrifici, a mantenere vive queste radici, che sono la culla dell’arricchimento cultural-linguistico anche e forse soprattutto della comune lingua italiana. Ma “ij cacam” stanno inorridendo!!!

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