Li corne osce! (Le corna vostre!).

di Armando Polito

L’interiezione in epigrafe (per imitare quelli che sanno parlare …) non è certo rivolta agli eventuali lettori, anche perché non avrei alcun diritto a sindacare la reciproca fedeltà dei rispettivi partners, nemmeno se fossi in possesso (e che sono, il Grande fratello?) di prove inoppugnabili. Sarei, oltretutto, ingrato con quanti, e non sono pochi, che hanno mostrato un qualche interesse per qualche mio post, anche se gradirei, scusate questa dichiarazione di vanità, una maggiore partecipazione.

L’espressione in epigrafe (e dagli!) sarà pure poco elegante ma, comunque, per i miei gusti e per le mie scelte espressive, che mai prescindono dall’ambiente e dal destinatario, essa risulta piuttosto castigata. Vuol dire che mi rifarò quando avrò occasione di parlare di qualcosa di più scandaloso e, sotto questo punto di vista, credo che non passerà molto tempo …

Le corna alle quali mi riferisco sono quelle che costituiscono il logo della ToroPROfit che questa mattina mi ha fatto trovare nella mia pagina email questa finestra:

 

Perfettamente consapevole di espormi al rischio di essere considerato un coglione ma, spinto solo dal desiderio di vedere fino a che punto (superfluo dire di che …) e in che modo si può giungere e per poter completare questo post, ho cliccato su Invio ed è venuto fuori quanto segue:

Mi permetto di aggiornare l’elenco dei fortunati che con poco sforzo hanno ottenuto un guadagno incredibile (tanto valeva, nonostante l’attuale situazione, renderlo ancora più incredibile …) integrando, in una violazione della privacy mai vista prima d’ora e della quale mi assumo la totale responsabilità, i relativi cognomi:

Fabio C(oglione); Sahsa  G(asata); Marco B(abbeo), Roberto T(aglieggiato).

Ma questi signori avranno veramente registrato quelle ragguardevoli entrate settimanali, oppure fanno parte di quei molti che, come si legge poco prima, in tutto il mondo stanno guadagando on line e alle cui rimostranze la ToroPROfit potrà, giustamente, far osservare che non aveva parlato di guadagno ma di guadago?

Ancor più esilarante, poi, anche se rispettosa delle altrettanto esilaranti disposizioni di legge (Risk Disclaimer), la dichiarazione finale. E mi riferisco, una volta tanto,  alla sostanza e non alla forma (sotto questo punto di vista sarei curioso di sapere, però, con chi è accordato nota e perché contrattazioni prima è scritto con l’iniziale minuscola, poi con quella maiuscola: una sorta di divinizzazione, oppure perché le maiuscole, comunque, fanno più importanza e soggezione?; la voce, però, la terza volta ritorna ad avere l’iniziale minuscola. Sul titolo da dare al fenomeno sarei indeciso tra Festival dell’incoerenza grammaticale oppure Caduta della grammatica e degli dei.

Titoli tossici, slot-machine, gratta e vinci, etc. etc.; mi chiedo ora quale sarà il nome (il cognome, ormai, è superfluo ..) di quel povero disgraziato che si impegnerà anche le mutande (oltre al loro contenuto …) o ruberà (non avendo neppure il denaro necessario alla sopravvivenza o al benessere) per diventare, come i fortunati Fabio, Sasha & C.,  un trader.

Mi chiedo pure se la Magistratura non possa intervenire d’ufficio (cioè senza che ci sia querela di parte) applicando in qualche modo qualche legge, pur non specifica, esistente, visto che il potere legislativo (esiste ancora?) dedica tutte le sue forze a salvare le banche e, comunque, i cosiddetti poteri forti, che onesti non sono, mai.

Il Galateo va bene, ma poi De Ferrariis o De Ferraris o De Ferrari?

di Armando Polito

 

Chi, e a Nardò sono in parecchi, ha un cognome in cui compare la preposizione latina De e poi una seconda parola terminante in is potrebbe avere un qualche interesse a leggere questo post in cui non è da ravvisare un’allusione alla sua scarsa educazione. Infatti il Galateo del titolo è solo lo pseudonimo di Antonio De Ferrariis, il famoso umanista di Galatone al quale recentemente ho dedicato la mia attenzione sfruttando una poesia del neretino Francesco Castrignanò.

Perciò proprio su quel De e sul successivo segmento saranno indirizzate le mie riflessioni.

Cognomi come De Ferrariis (e, quindi, trascrivendo per Nardò dall’elenco telefonico 2013-2014, De Bellis, De Benedittis, De Bonis, De Cupertinis, De Franchis, De Laurentis, De Lorensis, De Lorenzis, De Magistris, De Matteis, De Pascalis, De Riccardis, De Rinaldis, De Rubertis, De Santis e De Vitis) sono un nesso latino (preposizione de+ablativo plurale) che nella buona vecchia analisi logica si chiama complemento di origine.

Ne prendo uno a caso (ma l’osservazione vale per tutti): De Benedittis alla lettera va tradotto discendente dai Benedetti; quest’ultima parola l’ho scritta con l’iniziale maiuscola perché siamo già nella fase in cui la voce è diventata nome proprio o parte del cognome. E nella fase precedente? Molto probabilmente la voce valeva come soprannome, come è successo per quasi tutti gli altri cognomi, compreso il mio; e da un primo benedictus si è passati al Benedictus capostipite della serie di Benedicti che, in ricordo dell’avo comune, hanno assunto il cognome De Benedittis. Non sempre, perciò, a mio avviso, il De tradisce, come si è soliti affermare, un’origine nobiliare, anche se non è da escludere che questa patente sia subentrata col tempo.

In parecchi casi, poi, il cognome ha subito una traduzione: si ha così (per continuare col nostro esempio e ricordare chi non sta facendo dormire, più di Ruby Rubacuori, sonni tranquilli a qualcuno …) accanto a De Benedittis (e alla forma ancora più fedele all’originale latino: De Benedictis) De Benedetti che andrebbe scritto più correttamente De’ Benedetti [(della famiglia) dei Benedetti], ma non è il caso di scandalizzarsi perché da lui, poi, è nato Debenedetti. E qui entra in campo il livello culturale e … acustico di chi a suo tempo era addetto all’anagrafe …

Per farla completa spezzo una lancia in favore di chi potrebbe sentirsi menomato (!) perché la seconda parte del suo cognome è in ablativo sì, ma singolare:  (sempre per Nardò) De Braco, De Carlo, De Florio, De Razza, etc. etc.; io non mi angustierei più di tanto perché tutto è opinabile e il fatto che sia prevalente il ricordo diretto del capostipite (al singolare) può significare che la sua memoria si è conservata meno dissimulata da quello della famiglia (al plurale).

Torno ora al nostro Galateo e mi chiedo quale sia la grafia più esatta: De Ferrariis, De Ferraris o De Ferrari?

La prima è quella cronologicamente più antica, mentre la seconda ha cominciato ad alternarsi con essa a partire dal XVIII secolo. Tra le edizioni contemporanee (nella foto una targata BiblioBazaar del 13 novembre 2008) non mancano grafie esilaranti esibite in copertina (da notare non tanto il nome tradotto Antonio de Ferrari quanto, poco prima, Antonio de Ferariis).

 

Comunque sia, il problema non è recente, come dimostra la soluzione “artigianale” adottata nell’edizione leccese (1867-1868) di alcune opere in tre volumi, dei quali riproduco di seguito il frontespizio:

 

 

Il lettore noterà come (si direbbe successivamente alla stampa, perciò ho definito artigianale la soluzione) due parentesi tonde consentono di passare dal cognome latino (De Ferrariis) alla sua traduzione in italiano (De Ferrari).

Ho detto prima che la variante più antica è De Ferrariis e credo che questa sia la forma più corretta non solo perché il tempo, com’è facile intuire, favorisce in questo campo la trasformazione e sovente l’errore ma per motivi strettamente filologici: ferrariis, infatti, è ablativo plurale di ferrarius=fabbro e, per quanto detto all’inizio, ciò fa pensare che originariamente la famiglia del Galateo potesse essere dedita alla lavorazione del ferro.

La forma De Ferraris presenta la contrazione delle originarie due –i– in una sola. Tale fenomeno è assolutamente normale quando non c’è possibilità di equivoco. Per esempio: filis in latino è ablativo plurale di filus (=filo) e perciò non consente che filiis (ablativo plurale di filius=figlio) sia scritto filis. Nel nostro caso non c’è possibilità di equivoco perché, tutt’al più, potremmo ipotizzare, sulla scorta del dialettale firraru, un latino parlato ferrarus che sempre fabbro significherebbe.

De Ferrari (ripeto: più correttamente andrebbe scritto De’ Ferrari, ma a Nardò nessuno si sognerebbe di scrivere, per esempio, De’ Filippi o De’ Giorgi o De’ Mitri o De’ Rossi) è la forma italianizzata.

A voi la scelta …

Il luogo della memoria: San Pietro in Bevagna tra storia e antropologia

San Pietro in bevagna

di Nicola Morrone

Da tempo, ormai, ci occupiamo delle varie problematiche connesse al santuario di San Pietro in Bevagna. Questo  piccolo luogo di culto, che meriterebbe certo maggiore considerazione da parte della Curia Vescovile di Oria (in relazione alla sua promozione e all’incremento della sua visibilità sul piano religioso e turistico) ha una importanza che, di fatto, supera quella di molte altre realtà consimili.

Ciò deriva dal fatto che il santuario è il perfetto paradigma del “luogo della memoria”, nel senso che a questa espressione attribuisce lo storico francese Pierre Nora. Questi afferma che un “luogo della memoria” è uno “spazio fisico e mentale che si caratterizza per essere costituito da elementi materiali o puramente simbolici , dove un gruppo, una comunità o una intera società riconosce se stessa e la propria storia con un forte aggancio con la memoria collettiva”.

Il santuario petrino, per questi motivi, si presenta emblematico di questa tipologia. Esistono tre luoghi, a Manduria, particolarmente carichi di significato sul piano religioso. Essi sono la Chiesa Madre, la chiesa dell’Immacolata, e il santuario di San Pietro in Bevagna. Sono i luoghi fisici in cui si conservano i simulacri, rispettivamente, di San Gregorio Magno, dell’Immacolata, e di San Pietro Apostolo, portati in processione in occasione delle varie ricorrenze. Essi sono un po’ la “summa” della religiosità mandurina.

Di questi tre luoghi fisici del culto e della devozione, però, solo il santuario petrino si qualifica come “luogo della memoria”, cioè come luogo (cui sono correlati particolari oggetti) direttamente collegato alla presenza del Santo, nella comunemente acquisita coscienza storico/mitica. Proprio in virtù del leggendario passaggio del Santo, il santuario  petrino presenta  per la coscienza collettiva quella che P. Nora chiama “eccedenza semantica”, in grado di stabilire  e generare delle connessioni con esperienze emotive, mitiche, immaginali, capaci di trasferire nel tempo un contatto con le esperienze e i fatti significativi del passato”.Qual è la differenza  tra il santuario sul mare e  gli altri due importantissimi luoghi del culto manduriano? Si sa che nella Chiesa Madre si conservano le due statue di San Gregorio Magno. Il santo fu invocato, nei secoli passati (l’ultima volta, a quanto pare, nel tardo ‘700) per liberare Manduria dalla peste. Di questa intercessione si è naturalmente persa la memoria, e attualmente il Santo si invoca, immaginiamo, per altri motivi. Il santo, però, non è mai stato fisicamente presente a Manduria, e il cappellone,in quanto tale, non costituisce perciò  un luogo dalla valenza mitica, in grado di stimolare la memoria collettiva. Esso rimane un luogo, dal grande valore artistico, simile a tanti altri luoghi del culto. Allo stesso modo, la chiesa dell’Immacolata, in cui è conservata la statua della comprotettrice di Manduria, non si carica di valenze storiche o mitiche tali da riattivare nella collettività manduriana un meccanismo memoriale condiviso. Nel santuario di San Pietro in Bevagna, invece, è ancora pienamente funzionante il dispositivo memoriale storico/mitico, riattivato di continuo, oltre che dalla memoria diffusa del leggendario passaggio di San Pietro, anche dagli oggetti in esso conservati, nella comune opinione legati comunque al passaggio dell’Apostolo. Ogni volta che i pellegrini e i devoti  osservano quegli oggetti (la pietra d’altare, il fonte battesimale, ecc.) riattivano nella loro coscienza il meccanismo memoriale, e dal punto di vista antropologico , ha un ‘importanza del tutto marginale il fatto che  gli oggetti osservati siano o meno prove autentiche del passaggio di San Pietro su questi nostri lidi. La loro presenza tra quelle mura ha consacrato per sempre il santuario petrino come  “luogo della memoria” di importanza eccezionale soprattutto per la comunità manduriana. Sempre rimanendo sul piano antropologico, tra le problematiche  più macroscopiche  correlate al santuario petrino c’è quella relativa alla processione per la pioggia, sulle cui origini si deve ancora fare pienamente luce. Non è questa la sede adatta per richiamare gli studi più significativi sull’argomento (Cirese, Jurlaro, Tragni, ecc.), ma ci pare importante sottolineare che, per il momento, uno studio di questa ritualità si potrà condurre solo sul piano sincronico (confrontandola, cioè, con il funzionamento di  altre ritualità consimili, caratterizzate dalla presenza dell’elemento arboreo/vegetale), dal momento che un’indagine sul piano diacronico è gravemente ostacolata dalla assoluta  mancanza di documenti  che possano fare luce su come la processione arborea si è strutturata nel corso della sua storia. Rimane aperta, tra le altre, la questione dell’origine storica di questo complesso rituale. Recentemente, uno storico locale ha  affermato , probabilmente con eccesiva leggerezza, che la processione è di età controriformata (posteriore, cioè, al Concilio di Trento, che si concluse nel 1563). Altri affermano che essa è piuttosto recente, addirittura, forse, ottocentesca. Noi riteniamo invece che per questa ritualità non si possa escludere un’origine precristiana, come peraltro adombrato da vari studiosi del fenomeno. L’elemento dominante della processione è il simbolo arboreo, recato un tempo dai pellegrini sulle spalle in segno di penitenza, e al tempo stesso di propiziazione della pioggia. Il tronco, di leccio o di quercia, va quindi letto nella sua duplice valenza di oggetto propiziatorio (aspetto pagano della ritualità) e oggetto penitenziale (aspetto cristiano della ritualità). Ci pare, in sostanza, che non si possa escludere che  la processione possa leggersi come un rito pagano, poi orientato in senso cristiano dalla Chiesa Cattolica. Ma uno studio antropologico organico è tutto ancora da fare.

 

L’inganno

faita

di Antonio FAITA

 

 

«Ci sono degli inganni così ben congegnati che sarebbe stupido non cascarvi».

Charles Caleb Colton (1780 – 1832)

 

Un episodio estremamente singolare avvenuto agli inizi del ‘700, nelle acque antistanti la zona detta “Pietra Cavalla”, narra di un inganno tramato ai danni di un’imbarcazione turca. I fatti che ora riporterò sono veramente accaduti.

Così narrò, nell’anno del Signore 1707, il “Regio Locotenente sostituto del Regio Vicescreto[1] e Regio Portolano di Taranto” signor Francesco Antonio Cariddi, deponendo davanti al notaio Carlo Megha[2] una dichiarazione, in qualità di testimone, per rendere noto lo stato delle indagini, ai fini della verità, di quanto accadde nel mese di ottobre dello stesso anno. Il giorno quattro ottobre, non poco lontano dalle mura della città di Gallipoli, fu avvistata un’imbarcazione «data l’Anchora in mare senza saputa di che natione si fusse». Nel porto vi era ancorato e messo in quarantena il Pinco[3], carico di grano, del Padron genovese Giovanni Ravenna, al quale fu chiesto dal signor Cariddi, su ordine del Governatore di questa città, di andare con uno schifo[4] e con della gente armata, a verificare da lontano l’imbarcazione suddetta. Il Ravenna si apprestò a recarsi col suo schifo e alcuni marinai armati. Giunti ad una certa distanza, «ad auditum vocis» compresero che si trattava di una Peotta[5] turca, perciò di gente «inimica». A questo punto, fu chiesto per dove fossero diretti e dall’imbarcazione risposero «per l’Isola di Taranto e come che correva borrasca di girocco lebecce, per la quale la detta imbarcazione era giunta in questi mari». Incredulo, in quanto frequenti erano le incursioni dei turchi lungo le nostre coste, il Padron Giovanni Ravenna, da esperto navigatore genovese, nonché mercante e sicuramente profondo conoscitore dei nostri fondali per la navigazione costiera, «operò con inganno» indicando loro «che per la via di Tramontana v’era il Canale per portarsi all’Isola di Taranto». L’inganno riuscì: i turchi salparono l’ancora e fecero rotta verso il canale che era, per i pescatori del luogo, un punto di riferimento e di orientamento per l’individuazione di un luogo. Anticamente esso sfociava a mare (in prossimità dell’attuale località Rivabella[6]) dopo aver percorso un lungo tratto dell’agro di Sannicola, per consentire il deflusso delle acque piovane. Così la Peota turca «camminando diede al secco in questa marina in loco detto La Pietra Cavalla, dove si roppe in acqua». Stando tra le due torri costiere denominate “Sabea” e ”Alto lido”, Pietra Cavalla, aliasposto marittimo dei cavalieri”, era un facile luogo di sbarco per i pirati provenienti dal mare; teatro di tristi avvenimenti, fu agevole approdo che andava costantemente sorvegliato dai cavallari[7]. In questo tratto di mare, dove si trovano rocce semisommerse e bassi fondali, la Peota, finì la sua navigazione, rompendo la chiglia tra gli scogli. Mentre il Ravenna, soddisfatto dell’ardita mossa, faceva ritorno in porto per recarsi sul suo Pinco, due barche gli andarono incontro. Su una vi era «il Tenente del regio Castello e tre soldati spagnoli e nell’altra gente che andava alla detta Peotta Torchesca». Dal tenente fu ordinato al Ravenna di seguirlo con i suoi marinai armati, per dare assistenza all’imbarcazione turca. Una volta giunti sul posto, il tenente e i soldati armati salirono a bordo della Peota e «presero li turchi e li legorno annodo dalla gente di detto Padrone armata». Purtroppo, per il Ravenna, la storia non finisce qui. Ritornato sulla sua imbarcazione, gli fu chiesto dal Signor Portolano che andasse a recuperare l’imbarcazione turca «con una sua gumena[8] per dare aggiuto e detta Peotta a salvarla». Senza esitare si recò verso l’imbarcazione ma vano risultò ogni tentativo di recupero. Un secondo tentativo fu fatto portando «una Anchora grossa». Man mano che si cercava di tirarla su,  avendo ormai  l’albero rotto e chiglia sfasciata, la Peota imbarcava sempre più acqua, a tal punto che il Ravenna si arrese e da «prattico marinaro se ne ritornò», mentre l’imbarcazione turca «come rotta sen’andava a pico al fondo e si perdeva il Bastimento e grano». E’ bastato un semplice inganno a far sì che i turchi non proseguissero il loro viaggio ai danni delle popolazioni, che hanno avuto la disgrazia di vivere sul mare, tormentate da incubi, anche quando il pericolo non c’era[9].

 


[1] Cfr., M. SERRAINO, “Storia di Trapani”, Ed. Corrao, Trapani 1976:«La screzia: Quale organo finanziario della regia Corte, la Screzia amministrava il patrimonio demaniale, soprintendeva a tutta la materia dei tributi, appaltava gabelle e dogane, esercitava una funzione anche giurisdizionale su questioni che avevano per oggetto materiali sua competenza», p. 86;  «Vicesecreto dipendeva dal Maestro secreto, che li nominava con la formula regio et nostro beneplacito perdurante», p. 88;

[2] ASL, Notaio Carlo MEGHA, coll. 40/13, Prot. Anno  1707, ff. 257/v – 259/r;

[3] Cfr., Wikipedia.it: Il pinco o pinco genovese fu un tipo di nave mercantile a tre alberi a vela latina con prua a sperone e poppa a specchio. Ebbe larga diffusione nella marineria ligure tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo. La sua portata andava dalle 50 alle 200 t. Il pinco era dotato di una seconda attrezzatura di vele quadre da sostituire alle vele latine per le andature portanti.

Il nome pinco potrebbe derivare dall’olandese pink che già nel medioevo designava una piccola imbarcazione da trasporto per certi versi simile al pinco e dalla quale quest’ultimo potrebbe essere in parte derivato.

Le ragioni del successo di questo tipo di imbarcazione per un periodo storico così circoscritto vanno ricercate nella sua economicità di gestione, versatilità, velocità e manovrabilità, doti che ne facevano anche un’unità efficace nella lotta contro i corsari barbareschi;

[4] Il termine “schifo” era un tempo comunissimo, ed equivaleva a barca, canotto di servizio, portato sulle galee o sulle navi a vela sul ponte o a rimorchio;

[5] Cfr., Wikipedia.it: La peota era una barca veneziana di media grandezza sontuosamente decorata. Veniva usata anticamente a Venezia per le regate, addobbata con sfarzo e condotta da otto vogatori in costume. Il nome deriva forse da “pedota”, ovvero “pilota”;

[6] Rivabella, prima del suo sviluppo urbanistico era detta “ponticello”, costruito al disotto della litoranea;

[7] Cfr., E. MAINARDI, “Storia Di un luogo. Sannicola versus Gallipoli: la nascita di “Lido Conchiglie””, in Cultura Storia, Ed. Panico, Galatina 2010, p.24;

[8] Cfr., Wikipedia.it: Gómena è il termine nautico con cui si indica una cima, un cavo torticcio di canapa, di adeguata sezione, destinata all’ormeggio delle imbarcazioni.

[9] S. PANAREO, “Turchi e Barbareschi ai danni di Terra d’Otranto”, in “Rinascenza Salentina”, anno I, n. 1 (gen.-febr. 1933), p.4;

Un umanista di Galatone nel ricordo di un poeta di Nardò

di Armando Polito

Continua la serie di poesie di Francesco Castrignanò tratte da Cose nosce (1909), la cui lettura ho iniziato da qualche post a questa parte. Il titolo di quella di oggi è Lu Calateu. L’iniziale maiuscola della seconda parola ci fa capire che il tema non riguarda le buone maniere, cosa che facilmente ci saremmo aspettato da un poeta dialettale, ma Antonio De Ferrariis più noto come il Galateo, cioè il figlio di Galatone per eccellenza. La composizione celebra  compiutamente e degnamente una grande personalità attraverso il ricordo non enfatico dell’essenziale e nella lingua del popolo che ben risponde all’istanza divulgativa mai assente nelle poesie del Castrignanò dedicate a personaggi reali.

Galatone; immagine tratta da http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=15217
Galatone; immagine tratta da http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=15217

 

 

Lecce; immagine tratta da http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=15188
Lecce; immagine tratta da http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=15188

 

Galatone; targhe apposte sul prospetto (fito successiva) della casa natale al civico 111 della via intitolata all’umanista.
Galatone; targhe apposte sul prospetto (fito successiva) della casa natale al civico 111 della via intitolata all’umanista.

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1 Non credo che si mbrazzò stia per si mbrazzara (si abbracciarono) per esigenze metriche o per concordanza al singolare col secondo presunto soggetto; credo, invece, che il soggetto sottinteso sia il Galateo e che l’intero verso significhi il Galateo fuse nel suo abbraccio terra e cielo con l’aiuto di Dio.

2 Forma aggettivale sostantivata da mascìa (magia).

3 Da babbare, per il cui etimo vedi vedi la nota 1 del post in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/02/quando-unagenda-vale-come-e-piu-di-un-libro/

4 Efficacissimo enjembement in cui la struttura metrica (che imporrebbe nella lettura una pausa dopo arte) finisce per prevalere su quella logica (che imporrebbe una lettura continua  arte sua) esaltando il significato dell’aggettivo possessivo.

5 Dallo spagnolo buscar.

6 Lo ricorda lo stesso Galateo alla fine del suo De situ Iapygiae scritto tra il 1506 ed il 1511 e pubblicato per i tipi di Pietro Perna a Basilea nel 1558: Hic et ego prima literarum fundamenta hausi. Galatana me genuit, haec urbs  educavit et fovit, et literis instituit. Hic Aquevivus tuus, imo et meus Bellisarius, magni Aquevivi frater, dominator. Neque ero ingratus, si ut initium descriptionis Tarento, sic et finem Nerito tribuero. Hoc exigit locorum ratio et conviviorum magistri semper aliquid, quod maxime delectet, in finem reservant, sic: Neritum longae finis chartaeque viaeque. (Qui [a Nardò] pure io attinsi i primi fondamenti delle lettere. Galatone mi dette i natali, questa città (Nardò) mi educò e nutrì e preparò alle lettere. Qui signoreggia il mio e il tuo [riferito a Giovan Battista Spinelli, conte di Cariati e funzionario del viceregno di Napoli, cui il libro è dedicato] Belisario Acquaviva, fratello del grande Acquaviva. Né sarò ingrato se dedicherò l’inizio della descrizione a Taranto come la fine a Nardò. Lo esige il rispetto dei luoghi  e i direttori dei conviti riservano sempre alla fine qualcosa che faccia enormemente piacere: così Nardò [fu] la fine del lungo cammino  e della lunga trattazione).

E col ricordo di Nardò, condensato nel verso  Neritum longae finis chartaeque viaeque (è un esametro), il Galateo concludeva la sua opera più nota.

Nelle foto in che seguono nell’ordine: il frontespizio originale (l’opera è scaricabile dal link http://books.google.it/books?id=TipTAAAAcAAJ&pg=PA113&dq=neritino&hl=it&sa=X&ei=cc3SUebqN4fV4QT–oGYBA&ved=0CFQQ6AEwBjha#v=onepage&q=neritino&f=false) e una riproduzione moderna dell’edizione di Basilea, volume realizzato in modo artigianale,  con materiali come la carta per la compagine e la pergamena per la legatura, dello stesso periodo dell’originale. Prezzo: € 400. Lascio immaginare quanto possa valere una copia originale originale … 

 

http://www.salentostores.it/vedi_vetrina.php?vedi=prodotto&link_azienda=Codex&codice_prodotto=20120711221852
http://www.salentostores.it/vedi_vetrina.php?vedi=prodotto&link_azienda=Codex&codice_prodotto=20120711221852

 

7 Di questa forma di miraggio il Galateo per primo diede la spiegazione scientifica. Vedi sull’argomento:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/19/il-marciano-e-la-fata-morgana/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/

 

 

 

A proposito di soprannomi

il palazzo ducale di Seclì
il palazzo ducale di Seclì

di Alessio Palumbo

 

Leggendo, in calce alla poesia “L’innamorato imbranato”, lo scambio di commenti tra Armando Polito e Alfredo Romano sui nomignoli legati alla provenienza cittadina, mi è tornato alla mente un episodio riguardante il mio paese d’origine: Aradeo.

Da ragazzino irrequieto ed eccessivamente vivace qual ero, non di rado mi sentivo appioppare l’appellativo di “taratiaulu”. Il fatto che fossero più persone ad utilizzare quel termine mi incuriosì e, dopo un po’ di tempo, riuscii a risalire al motivo del soprannome, chiaramente frutto dell’unione tra la parola “taraddotu” (ossia aradeino) e “tiaulu” (diavolo). Tutto ha origine dalla inveterata rivalità tra aradeini, seclioti e nevianesi.

Vuoi la vicinanza reciproca, vuoi gli stretti vincoli parentali, vuoi le dimensioni demografiche non eccezionali, sta di fatto che Aradeo, Neviano e Seclì, da secoli, sono strettamente legati tra di loro. Tempo fa, un pescatore gallipolino in vena di canzonare, venendo a conoscere le mie origini aradeine mi chiese:

“Come ve la passate negli Stati Uniti?”

“Gli Stati Uniti?” chiesi io

“Si! Aradeo, Neviano e Seclì…gli Stati Uniti del Salento”

Insomma, tre paesi federati, con una cantina sociale comune, un frantoio comune, iniziative comuni ma, soprattutto, una stazione ferroviaria in comune. Un piccolo parallelepipedo giallo, come tanti altri in Terra d’Otranto.

Come ci insegna la storia e l’esperienza comune, le convivenze non sono mai facili: a dimostrazione di ciò, si potrebbero citare le vecchie poesie di scherno reciproco tra i paesi[1]; oppure vi sarebbe bastato assistere, qualche anno fa, ai derby Aradeo-Seclì ( “li ciucci contru li cavaddhri” diceva qualcuno, ma non sto qui a specificare quale delle due squadre fosse composta da asini) per capire come la federazione non avesse per nulla sminuito le rivalità campanilistiche. Ma torniamo al casus belli, la piccola stazione: proprio questo edificio è stato motivo di accese rivalità tra i tre paesi o perlomeno così tramandano alcuni.

Immediatamente dopo la sua costruzione, sorse un problema di enorme gravità: in quale ordine piazzare i nomi dei paesi? Ovviamente nessuno avrebbe accettato di venire dopo gli altri. Seclì pretendeva il primato in quanto la stazione ricadeva nel proprio feudo. Neviano portava a proprio favore la maggiore vicinanza del centro abitato. Aradeo, infine, cercava di far valere il maggior peso demografico ed il fatto che il terreno dove era sorta la stazione fosse stato espropriato ad un aradeino. Dopo mesi di discussioni, la decisione finale fu: Seclì, Neviano e Aradeo. Un tremendo smacco per gli aradeini.

Ma la faccenda non finì qui e, proprio dagli episodi che seguirono, derivò l’appellativo di “taratiauli” ancora oggi usato da qualcuno.

Tutto si deve ad un imbianchino di Aradeo, incaricato di pitturare sulla facciata dell’edificio i tre nomi. Memore dello smacco ricevuto, l’imbianchino preparò due miscele diverse: una indelebile e l’altra con uno strano composto (si dice con fuliggine). L’aradeino rispettò l’ordine dei nomi oramai stabilito, ma utilizzò la tinta alla fuliggine solo per Seclì e Neviano e quella indelebile per Aradeo. Bastarono le piogge di pochi mesi a smascherare il trucco: la stazione passò ben presto da Stazione di Seclì, Neviano, Aradeo a Stazione di…Aradeo. Una trovata diabolica, secondo i rivali di sempre: “roba de taratiauli”  insomma.

 


[1] Gli aradeini usavano ad esempio recitare: “Ssichijatu cciti patucchi/vai alla chiesa e nu te ngianucchi/ nu te cacci lu coppulinu/ ssichijatu malandrinu”

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

 

Lo tenne a fine Seicento il gesuita Caspar Knittel

alla nobiltà e agli Accademici di Praga

Il caso del tarantino Roberto Santoro

di Rosario Quaranta

 

 

Sul finire del Seicento, a Praga, nelle fredde lande di Boemia, dispiegava tutto il suo valore nelle discipline teologiche, filosofiche, scientifiche e politiche un famoso predicatore della Compagnia di Gesù, padre Caspar Knittel (1644 – 1702).

La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie
La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie

Questo erudito, già rettore dell’università praghese e procuratore provinciale presso la corte di Vienna, è noto per aver dato alle stampe un buon numero di opere di oratoria sacra, di teologia e di filosofia. Era pure un ammiratore di altri e più celebri  confratelli gesuiti come Atanasio Kircher, Cristoforo Clavio, Caspar Schott e Sebastian Izquierdo, per via del comune amore per la scienza che lo spinse a stampare una “Cosmographia elementaris propositionibus physico-mathematicis propo­sita” (“Cosmografia elementare presentata con proprosizioni fisico-matematiche”).

Ebbe anche un dichiarato amore verso il Lullismo e verso l’Arte combinatoria in cui ha lasciato traccia con l’opera “Via regia ad omnes artes et scientias” (“Via regia a tutte le arti e a tutte le scienze”), che conobbe molte edizioni a partire dal 1682.

Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.
Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.

Ma perché ci interessiamo di questo Autore, tutto sommato, così distante dal nostro tempo, dalla nostra terra e dalla nostra cultura? Non ci crederete, cari Lettori; ma a far da tramite in tutto ciò è la famosa Tarantola che tanto ha fatto, e fa parlare ancora da oltre mezzo millennio e a tutte le latitudini.

Una curiosa testimonianza di questo sforzo di ricondurre a unità il sapere teologico, filosofico e scientifico si può cogliere nelle opere di sacra predicazione del ricordato Knittel. In particolare  nel volume intitolato “Conciones Academicae in precipua totius anni festa” (“Discorsi accademici per le principali feste di tutto l’anno”) e stampato postumo nel 1718 a Praga, abbiamo ritrovato, con nostra grande meraviglia, un discorso dedicato alla “Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria” in cui egli, si serve con disinvolta arguzia (ma non sappiamo con quanta efficacia da un punto di vista spirituale e pastorale) appunto della nostra Tarantola per costruire un discorso strabiliante rivolto “a sollievo e a utile diletto per tutti gli amanti della parola di Dio”  e specialmente alla prima nobiltà e a tutti gli Accademici che si riunivano per ascoltarlo  nell’Auditorium.

Ricordiamo che nella festa della Visitazione si esalta la Vergine Maria che con grande umiltà non disdegna di recarsi a Gerusalemme e di prestare aiuto alla cugina Elisabetta che, in età avanzata, stava per partorire il piccolo Giovanni, precursore del bambino che la stessa Maria portava in grembo.

L’oratore sacro pone subito in evidenza quanto scrive l’evangelista Luca narrando il momento dell’incontro fra le due donne: “Esultò il bambino nel seno”. Questa espressione, osserva Knittel, viene riportata nella “Catena” di San Tommaso in maniera diversa; non “esultò”, bensì “saltò” nel seno. Da questa premessa e con una lunga argomentazione, condotta in dialogo serrato con gli Accademici, l’oratore sacro deduce (ovviamente in senso metaforico e spirituale) che questo “salto” del piccolo Giovanni nel seno di Elizabetta fosse stato causato dal morso della Tarantola.

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica  arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

Ma ascoltiamo qualche sprazzo della sua oratoria dal quale traspare l’evidente bravura dell’Autore:

“Avete per caso sentito qualche volta parlare, illustri Accademici, della Tarantola? Ascoltate. Questa è in breve la sua storia. C’è una città che gli Italiani chiamano Taranto, in quella parte del regno di Napoli che si chiama Puglia. In quel distretto pullula nei tempi caldi un grandissimo numero di ragni che appunto dalla città di Taranto si chiamano Tarantole. Ora, quelle tarantole sono solite avvicinarsi agli ortolani, ai pastori, ai mietitori e ad altri che dormono  all’aperto con le mani e con i perdi nudi; li mordono e infondono col loro morso un veleno tale da causare nei Tarantati tanti sintomi strani che sembrerebbero incredibili se un’esperienza quotidiana non le rendesse degne di fede. Quel veleno fa diventare gli uomini stupiti, attoniti, fuori di sé, immobili e insensibili come morti.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del   P. Kircher (1673)
Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Ma la cosa più straordinaria del Tarantismo è che coloro che sono morsicati dalla tarantola non possono essere curati che con la sola musica.  Si chiamano pertanto i suonatori perché in questa gioconda miseria  suonino con degli strumenti ed emettano delle melodie proporzionate alla qualità del veleno. Ascoltando queste, i Tarantati subito si muovono, si alzano, corrono quasi rianimati, vanno di qua e di là come matti, con festosa agitazione delle mani e dei piedi, saltano così a lungo finché tutti i pori si aprono ed evaporano con copioso sudore i veleni della tarantola.

Sentite questo esempio chiarissimo. Una tarantola aveva morso un nobile tarantino chiamato Roberto Santoro e lui non lo sapeva; intanto si ammalava così gravemente da essere condotto quasi a morte. Si tenne consiglio dai medici, ma nessuno riusciva a far fronte alla malattia. Alla fine arrivò uno che esclamò: “E se fosse stato morso da una tarantola?”

Questa congettura piacque: si chiana un bravo suonatore, un “citaredo” che con il suo strumento si ferma davanti al letto in cui il povero Santoro giaceva immobile come morto.  Il citaredo vola sulle corde suonandole di qua e di là…e che succede? Repentinamente il mezzo morto apre gli occhi. Il citaredo con dita velocissime suona tumultuosamente “taratantara” per tutto il tempo necessario alla futura commedia… E che succede? Il mezzo morto comincia tutto a tremare e a muoversi…Il suonatore percuote ansioso lo strumento, va di qua e di là, si interrompe improvvisamente …E che succede? Il mezzo morto, preso quasi dalla contentezza, alza le braccia dopo aver rizzato il collo. Il citaredo di nuovo riprende a suonare le corde, le percuote e ripercuote, le pettina e ripettina, le scandisce e riscandisce; leggermente, gravemente, velocemente, faticosamente…e che succede?  Il mezzo morto improvvisamente si drizza e, tremante per la gioia,  si siede sul letto.

Il suonatore è attonito: per poco non gli cade la cetra: la blocca e tenta cose ancor più grandi; alterna le corde, leggerissimo negli acuti, amoroso nei suoni medi, lento in quelli gravi; insiste graziosamente nei suoni forti, picchia tumultuosamente in quelli rauchi come se andasse in battaglia con clangore marziale… e che succede? Il mezzo morto, tra lo stupore di tutti si alza dal letto e rimane quasi attonito in piedi. Il suonatore insiste ancora. Eccolo che strepita, tintinna, aumenta l’intensità del suono, la ferma, torna di nuovo a suonare, raddoppia, triplica i suoi sforzi sudando, gesticolando e affaticandosi… e che succede? Il mezzo morto agita le mani, solleva i piedi, si lancia, esita, si blocca, corre, saltella elegantemente alle melodie musicali fino a che, apertisi i pori, non si evapora tutto il veleno della tarantola e recupera quella sanità che ormai disperava di riavere. O cosa mirabile!..”

E qui il bravo oratore si ferma suggerendo agli astanti di ricorrere, per saperne di più e per vedere quasi quasi dal vivo la tarantola che salta, alla “Musurgia” del padre Kircher o alla “Magia Universale” del padre Scotto dai quali egli dipende strettamente (in ambedue, peraltro, si può leggere il caso di Roberto Santoro).

Riprende poi a trattare gli aspetti, per così dire, teologici e spirituali con altri argomenti relativi all’assunto evangelico,  non senza aver chiarito che la Tarantola altro non è che il Peccato Originale, anzi ogni peccato mortale, perché, come afferma San Giovanni Crisostomo “il peccato lascia nell’anima un veleno”.

 

Frontespizio della Magia Universalis (1674)    del p. Gaspare Schotto
Frontespizio della Magia Universalis (1674) del p. Gaspare Schotto

D’altra parte, questa virulenta tarantola – commenta egli – non ha forse colpito col suo morso nel Paradiso terrestre il primo ortolano (cioè Adamo) inoculandogli un veleno così penetrante da corrompergli il cuore e da renderlo stupito, attonito, immobile, insensibile…? Un veleno che la Vergine Maria col suo “Magnificat” riuscirà alla fine a neutralizzare, come avvenne nell’incontro con Elisabetta, quando anche Giovanni che “saltava” a causa della tarantola nel grembo di Elisabetta, riuscì alla fine a liberarsi dal peccato avvicinandosi a quel Gesù che Maria portava in grembo?

Questo di Knittel è un interessante e rarissimo esempio di utilizzazione del fenomeno del Tarantismo nell’omiletica. Un vero e proprio esercizio di bravura che consente comunque all’oratore di concludere, parafrasando quasi il Salve Regina e l’Ave Maria, con queste parole: “…è stato scritto che alcuni dei morsicati dalla tarantola si mettono a ridere; altri si mettono a piangere in quella danza tragico-comica.

O Maria! Ecco, noi miseri peccatori a Te saltiamo ridenti e piangenti. Ridenti quando abbiamo seguito la vanità del mondo: piangenti quando abbiamo seguito la nostra cecità. O Maria, rifugio de peccatori! Prega per noi miseri peccatori ora e nell’ora della nostra morte. Amen”.


[1] Nostra traduzione

24 giugno, festività di San Giovanni Battista. Il solstizio estivo e le erbe di San Giovanni

  

Giugno, il solstizio estivo e le erbe di San Giovanni

di Elvino Politi

Azzate San Giuanni e nu durmire

ca sta bisciu tre nuvole venire,

una te acqua una te jentu una te triste mmaletiempu.

A mare a mare

a ddu nu canta jaddru a ddu nu luce luna

a ddu nu se sente nisciuna criatura.

Tra le antiche tradizioni salentine legate alla terra e all’uso delle erbe c’è in primo piano la tradizione della Notte di S. Giovanni, festa di mezza estate, che ricorre pochi giorni dopo il solstizio d’estate.

Tale giorno era considerato sacro nelle tradizioni precristiane ed ancora oggi viene celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giorno dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la natività di San Giovanni Battista.

Tutte le leggende si basano su di un evento che accade nel cielo: il 24 giugno il sole, che ha appena superato il punto del solstizio, comincia a decrescere, sia pure impercettibilmente, sull’orizzonte: insomma, noi crediamo che cominci l’estate, ma in realtà , da quel momento in poi, il sole comincia a calare, per dissolversi, alla fine della sua corsa verso il basso, nelle brume invernali.

Sarà all’altro solstizio, quello invernale, che in realtà l’inverno, raggiunta la più lunga delle sue notti, comincerà a decrescere, per lasciar posto all’estate. E’ così che avviene, da millenni, la corsa delle stagioni.

Nella festa di San Giovanni convergono i riti indoeuropei e celtici esaltanti i poteri della luce e del fuoco, delle acque e della terra feconda di erbe, di messi e di fiori. Tali riti antichi permangono, differenziandosi in varie forme, nell’arco di duemila anni, benchè la Chiesa ostinatamente abbia tentato di sradicarli, o perlomeno di renderli meno incompatibili con la solennità.

Molte sono le usanze legate alla Notte di S. Giovanni: nelle campagne l’attesa del sorgere del sole era propiziata dai falò accesi sulle colline e sui monti, poichè da sempre, con il fuoco, si mettono in fuga le tenebre e con esse gli spiriti maligni, le streghe e i demoni vaganti nel cielo. Attorno ai fuochi si danzava e si cantava,

La condizione degli Ebrei a Lecce al tempo di Maria d’Enghien

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Maria d’Enghien, Basilica di S. Caterina a Galatina, particolare (foto di Daniela Bacca)

di Armando Polito

Va preliminarmente detto che ai tempi di Maria d’Enghien e degli statuti da lei emanati per la città di Lecce il 4 luglio 1445 la discriminazione degli Ebrei  era una prassi storicamente ben conosciuta e sperimentata. Basti sinteticamente ricordare che nel 1215, sotto il pontificato di Innocenzo III (1198-1216) il IV Concilio lateranense stabilì l’obbligo per gli Ebrei di portare un segno distintivo sui vestiti e la loro esclusione dai pubblici uffici; in sostanza, dopo che erano falliti i ripetuti tentativi di conversione, si era deciso di isolarli e rendere facile l’identificazione del presunto diverso con un distintivo  che per le donne era il velo giallo, contrassegno delle meretrici, e per gli uomini un cerchio rosso.

Il “problema ebraico” troverà ampio spazio nel 1430 negli statuti sabaudi di Amedeo VIII di Savoia, che introdurrà per gli Ebrei l’obbligo di vivere in un luogo separato.1

I provvedimenti contenuti negli statuti della contessa Maria sembrano muoversi nel solco già tracciato, ma danno l’impressione di una loro applicazione più laicamente tollerante ed umana: me lo fa pensare, per esempio, il fatto che il permanere dell’obbligo dei segni distintivi appaia più come una misura di ordine pubblico che di effettiva discriminazione, quasi un compiacere formale all’autorità religiosa e non mi pare neppure secondario il fatto che nei provvedimenti la pena prevista (tra cui la fustigazione per le vie della città  nel caso in cui il colpevole non fosse in grado di pagare la multa) non fa distinzione alcuna tra giudei e cristiani. E la delazione, da altri2 interpretata come emblema della caccia all’ebreo, era in realtà la prassi corrente per una notevole serie di reati, indipendentemente dal colpevole.

Che le cose stessero proprio così lo conferma il Libro Rosso di Lecce, anno 1467, ove (cito dall’edizione a cura di Pier Fausto Palumbo, Schena, Fasano1997, pag. 187) a proposito degli Ebrei si legge: foro sempre incorporati et uniti cum la dicta Universita, contribuendo in omne peso et pagamento, et cussi gaudendo omne previlegio et immunita quali gaudevano li altri citatini. Più chiaro di così …

Molto probabilmente anche per questo, caso raro ieri e ancor più oggi per un detentore del potere, la contessa di Lecce godette dell’affetto di tutti i suoi sudditi.

Bisognò attendere il 26 febbraio 1495 (Maria era morta da quasi 50 anni) perché si manifestasse la rottura di questa pacifica convivenza: Die 26 Februarii essendo in Lecce fama, che il Re di Francia habbia pilliato Napoli, se levò armata manu tutto lo populo, et saccheggiaro tutto lo Castiello, dove erano andati la maggior parte de Judei cu loro facultate pe essere salvi, saccheggiando dopo tutto lo resto de la Judea, dove in tante spade non ci fu morto nullo, et durò paricchi jorni lo saccheggiamento, sempre trovando robba et denari sotterrati. Die 21 Marsio se levò in romore tutto lo populo de Lecce gridando, morano morano tutti li Judei, overo se facciano Cristiani, dove una gran quantità sendo fero Christiani, et pilliaro cum gran furia lo Episcopo di Lecce, portandolo di mezzo a la Piazza a consegrare la Sinagoga de Judei, dove in dicto jorno li fo miso nome de Sancta Maria de la Grazia, et portato da mille fegure de Sancti, et celebrate Messe. Pe volirne fare certi della ostinazione de maligni et perfedi Judei me accade narrarvi uno orribile caso, che soccesse in Lecce, essendo tutti Judei reposti in Casa de Cristiani pe pagura de no essere ammazzati, certi Judei stando in Casa de uno Zentiluomo nomine Pierri Sambiasi in quel dì, che se levò le grida morano li Judei, et se fazzano Cristiani, questi tali, che erano cinque fra mascoli et femine, tutti se iettaro dentro uno Puzzo pe no se fare Cristiani, el Marito d’una di quelle, che fo il quarto, che se iettò dentro lo Puzzo, trovò la Molliere, et due altri, che surgeano nel cadire suo, et non soffondao nell’acqua, dove havendosi pentito se recuperò alli gradi de lo Puzzo, el quinto, che era suo figlio se accecao, l’ultimo cascando …. sopra il predetto, tutti dui andara in acqua, el Patre se recuperò, el figlio havia accecato el Patre pe no morire, el Judeo arrecordandose d’un coltello, che havia addosso, perdonò la morte al figlio pe camapare esso, quelli della Casa subito cursero al rumore, cacciarende lo Patre vivo , et li quattro morti3.

Ecco, tratti dal codice di Maria d’Enghien nell’edizione di cui già mi sono avvalso4, i passi relativi, anche questi con la mia “traduzione” a fronte per far rilevare al lettore alcune incongruenze formali (direi usuali in un manoscritto) del testo originale e per soffermarmi nelle note su alcuni vocaboli che ancora oggi sopravvivono.

 

 

Questo del danneggiamento procurato dal bestiame è l’unico reato che non preveda espressamente pene comuni per i trasgressori. In un altro bando6, infatti, viene regolamentato tale reato quando commesso da un non ebreo. Tuttavia, il fatto che lì si parli di danno generico da quantificare e in più di una multa a discrezione dal Capitano della città non consente un esame comparativo che, alla resa dei conti, metta in risalto una pena maggiore quando lo stesso reato è commesso da un ebreo.

 

 

________________

1 Nel 1555 la bolla Cum nimis absurdum emessa da Paolo IV istituzionalizzerà il ghetto imponendo agli Ebrei di abitare in una o più strade senza alcun contatto con i cristiani. Dopo qualche secolo (magra consolazione …) la follia nazista.

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/26/ebrei-nel-salento-sotto-i-del-balzo-orsini/

Da inquadrare, invece, nella categoria del giornalismo-spazzatura, che crede di fare cultura con titoli altisonanti a firma di novelli sedicenti Piero Angela, è il servizio a cura di Lara Napoli, visibile all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=CLfS44IS3pE

La tragedia non è costituita dal fenomeno in sé, quanto dal numero di proseliti/imitatori e di credule vittime, il cui sviluppo esponenziale i nuovi media, la rete più di ogni altro, hanno favorito.

3 Cronache di M. Antonello Coniger di Lecce, in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, v. II, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, pagg. 498-499.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/20/riflessioni-su-alcuni-bandi-leccesi-del-xv-secolo/

5 La variante ancora oggi in uso a Nardò è cuminanzièri ed in passato era il nome del servo agricolo che mangiava insieme con la famiglia del padrone. Per il Rohlfs la voce nasce da incrocio tra convenienza e comunanza.

6

7 Tal quale ancora in uso a Nardò. Per il Rohlfs è di origine onomatopeica.

8 Oggi stompu è sinonimo di mortaio; qui invece dal contesto si direbbe un tipo di agrume, ma non son riuscito ad individuarlo.

Questa sera presentiamo il secondo numero de Il delfino e la mezzaluna

copertina delfino e la mezzaluna

Questa sera, alle ore 19.30, nella Sala Roma (di fronte alla Cattedrale di Nardò), presenteremo il secondo numero della rivista della Fondazione “Il delfino e la mezzaluna”.

216 pagine, ricchissimo di illustrazioni e foto (tra queste opere di Stefano Crety, Mauro Minutello e Paolo Giuri), 16 pagine a colori, vede tra gli Autori qualificati studiosi, docenti universitari, dottorandi e addottorati.

Particolarmente appetitosa la sezione dedicata al nostro artista conterraneo, Roberto Ferri, tarantino, sul quale abbiamo più volte trattato nel sito, che ha concesso in esclusiva alcune riproduzioni delle sue bellissime opere e al quale è dedicata la copertina del numero, che riproduce “Taras”.

Il volume non è in vendita, ma è riservato ai soci e simpatizzanti della Fondazione, che nel corso della serata potranno rinnovare l’iscrizione per il 2013 o aderire ome nuovi soci. Per tutti, oltre al volume, è riservato il depliant-pieghevole a colori sulla Cattedrale di Nardò. Ai vecchi soci sarà donata una monografia sulla Cattedrale di Gallipoli, ai nuovi il volume su Salvatore Napoli Leone.

I contenuti saranno illustrati dal prof. Paolo Agostino Vetrugno, dal dott. Pino de Luca (vice direttore de Leccellente) e dal direttore della rivista dott.  Pier Paolo Tarsi.

La serata sarà allietata dall’ottima musica dei Petrameridie, che si concederanno con esclusivi pezzi e accompagneranno il rinfresco offerto ai presenti.

La quota sociale per il 2013 ha sempre come minimo 30 Euro di contributo, che potrà essere versato nel corso della serata.

 

Questo è l’Indice del numero che presenteremo:

 

Roberto Spaventa, Fragmenta Corsani. Parcellizzazione feudale di Corsano (Lecce) dal XIII al XVII secolo

Maurizio Nocera, Divagazioni storico-bibliografiche sul castello di Copertino

Francesco De Paola, Un poeta alla corte dei Del Balzo: Rogeri De Paciencia de Neritò e un festoso pageant rinascimentale della nobiltà salentina

Domenico L. Giacovelli, Est autem fides sperandarum substantia rerum. Ipotesi per una possibile identificazione di un inedito soggetto iconografico

Marino Caringella, Intorno a Girolamo Imperato

Marcello Gaballo-Armando Polito, L’arco Lucchetti, il misterioso portale di Corigliano d’Otranto

Ugo Di Furia, Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò

Giorgio Cretì, Il muto

Maurizio Carlo Alberto Gorra, Tauro, non bove. Legami e influenze tra simboli arcaici e iconografia araldica

Brizio Montinaro, Tarantismo (vero, falso) e servizio militare

Angela Calia-Antonio Monte, Le maioliche di Angelantonio Paladini nel Salento. La produzione, i materiali costituenti e lo stato di conservazione

Marcello Gaballo, Intervista a Roberto Ferri: l’artista e l’uomo

Raffaella Verdesca, Roberto Ferri, pittore della magia, filosofo della seduzione

Maria Grazia Presicce, La donna salentina e la tessitura

Gino L.  Di Mitri, Tarantismo, possessione e stati modificati di coscienza nel Mediterraneo d’Antico Regime

Giulietta Livraghi Verdesca Zain,  Riti agresti nell’antico Salento: il grano in alcune formule propiziatorie dell’abbondanza

Giovanni Invitto, Intorno a Carmelo Bene

 

Restauri. La Madonna del Carmine della chiesa matrice di san Giovanni Battista in Parabita (Lecce) (Giuseppe Leopizzi), 177. Risparmio energetico negli immobili storici vincolati: l’impianto di illuminazione a gestione domotica della cattedrale di Nardò (Lecce) (Cristina Caiulo-Stefano Pallara), 179.

Archeologia in Terra d’Otranto. Le statue di due imperatori romani a Otranto (Alfredo Sanasi), 183.

Epigraphica in Terra d’Otranto. Un’epigrafe a Corsano (Armando Polito), 186.

Araldica in Terra d’Otranto. Un insolito stemma borbonico a Giuggianello (Lecce) ( Lucia Lopriore), 189.

Segnalazioni. Variazioni azzoliniane sul tema dell’Angelo Custode (Marino Caringella), 190). Un inedito dipinto ugentino attribuibile a Giovanni Andrea Coppola (Stefano Tanisi), 193. I dipinti di Paolo De Matteis (1662-1728) nella cappella del seminario di Lecce (Stefano Tanisi), 195. Aggiunta a Leonardo Antonio Olivieri e tre proposte per Domenico Antonio Carella (Nicola Fasano), 197. Il sansificio di Spongano (Lecce) (Giuseppe Corvaglia), 202. Appello per due chiese abbandonate a Taurisano (Stefano Cortese), 206. Note e vicende architettoniche della chiesa matrice di Casarano (Maura Lucia Sorrone), 208. Un logo per i 600 anni della cattedrale di Nardò (1413-2013) (Sandro Montinaro), 213).

 

 

 

 

La notte di San Giovanni, notte di prodigi

Moon nymphy, di Luis Ricardo Falero

di Paolo Vincenti

La notte di San Giovanni, la notte delle streghe. In questa notte, è facile vedere, in cielo, volare le streghe che, a cavallo delle loro scope, vanno a partecipare al loro convegno annuale, il Sabba. Questa è la notte più corta dell’anno ma è anche quella più piena di carica simbolica. Appena superato il solstizio d’estate, infatti, il sole comincia impercettibilmente a declinare all’orizzonte.

Questa è la notte dei prodigi. In questa notte magica, consacrata a San Giovanni, il sole si mette a ballare, scende in mare, quando spunta l’orizzonte, e si lava la faccia, anche perché c’è sempre una nuvoletta pronta ad asciugarlo.

Anche la rugiada ha poteri magici:  essa può rendere le donne più desiderabili, può sanare i malati e dona alle erbe poteri miracolosi; infatti, se bagnate dalla rugiada, acquistano proprietà terapeutiche e protettive moltissime specie vegetali, fra cui l’iperico e la lavanda, chiamate, non a caso, “erba” e “spighetta di San Giovanni”. La rugiada però deve essere colta al primo raggio di sole ed ecco che molti trascorrono svegli questa notte, per poter prendere un po’ di quest’acqua magica, nella speranza che possa davvero dar loro beneficio. Anche  i tappeti, le coperte ed i capi invernali vengono esposti cosicché, protetti dalla rugiada di questa notte, possano essere riposti fino al prossimo inverno senza che vi si annidino le tarme.

Daniel F. Gerhartz

In questa notte, si può anche conoscere il proprio futuro, soprattutto per quanto riguarda l’amore. La pratica divinatoria più diffusa è quella che utilizza il bianco dell’uovo. Prima delle ore 24 del giorno 23, si deve buttare in una caraffa o in un bicchiere il bianco di un uovo ed esporlo alla rugiada. Prima dell’alba, la caraffa deve essere ritirata. Al mattino, dalla forma assunta dall’albume, si possono individuare gli attrezzi da lavoro del futuro marito o le iniziali del suo nome. Sarà vero tutto ciò? Sarà falso? Vero e falso si confondono insieme nel Salento, terra di tradizioni, leggende e magie.

Così Carmelina, in una afosa sera di giugno, ritornava a piedi a casa. Era stata far visita ad una vecchia zia, l’unica parente che avesse ancora in vita, alla quale era molto legata, anche se l’anziana donna non aveva mai voluto lasciare casa propria per andare a vivere insieme alla nipote. Più e più volte, Carmelina aveva pregato la vecchia parente di  venire a casa sua, per dividere così insieme gli anni che restavano da vivere ad entrambe e soprattutto quelle lunghe giornate di solitudine e di tristezza: due sentimenti che Carmelina conosceva molto bene da una vita intera. Rimasta orfana giovanissima di entrambi i genitori, da pochi anni era scomparso anche il suo unico fratello, la cui salute era stata sempre cagionevole da quando, poco più che adolescente, aveva contratto una forma patologica di bronchite asmatica poi divenuta cronica. I suoi polmoni avevano retto anche troppo a lungo ma poi, inevitabilmente, era venuto per lui il momento di andare, lasciando quella sorella che tanto amava sola al mondo. Carmelina, cosi come il fratello, non aveva mai voluto sposarsi, forse appagata da quel legame fraterno forte e tenace che sembrava potesse sfidare tutto e tutti. Veramente, in paese non erano mancate delle strane voci, quelle gratuite e maligne che sempre circolano in un paesello di poche anime, secondo le quali in quel menage a due, vi era qualcosa di più di un semplice amore fraterno e che, insomma, fra i due vi fosse del tenero, del perverso ed anche del macabro.. ma queste erano rimaste solo delle voci, ed ora che Cosimo aveva reso l’anima a Dio da due anni, nessuno nemmeno più si ricordava di quelle dicerie.

Daniel F.Gerhartz

L’unica parente rimasta in vita, dunque, era questa vecchia zia, che Carmelina curava amorevolmente e alla quale, ad un certo punto, la donna aveva fatto la più che ragionevole proposta di andare a vivere insieme. Avrebbero in questo modo diviso le spese, dato che le due pensioncine da se stesse non bastavano quasi nemmeno ad arrivare a fine mese ma sommate insieme, e dimezzati i costi di vitto e alloggio, avrebbero certamente reso loro possibile una vita un po’ più agiata. Ma si sa, gli anziani spesso si attaccano alle proprie cose in maniera viscerale e quando si è avanti negli anni le abitudini si radicano a tal punto che non basta più di una qualche disgrazia o morte o malattia, per farle cambiare. Dunque a Carmelina toccava fare ogni giorno il percorso da casa sua a quella della zia e ritorno, per prestarle quell’assistenza che si deve ad una persona molto anziana, dal carattere un po’ difficile, anche se generosa e sempre ben disposta verso quella nipote, alla quale i lunghi anni di nubilato avevano fatto guadagnare quel sempre poco simpatico epiteto di “zitellona”. Quella sera, la donna procedeva più lentamente del solito sulla strada del ritorno, quella strada che avrebbe potuto percorrere ad occhi chiusi e che, portando anche alla piazza del paese, un tempo aveva percorso con animo diverso. Era il tempo in cui Carmelina aveva molti meno anni e molte più speranze, il tempo dell’adolescenza, insomma, e della prima giovinezza, che a tutti gonfia il petto di illusioni; il tempo in cui si fanno progetti per l’avvenire, ignari di quel che verrà, come ignara era allora Carmelina, essendo lontana la tragedia che si sarebbe abbattuta di lì a poco sulla sua famiglia, di quella mano minacciosa che pendeva sulla sua testa,  come una spada di Damocle, come una nuvola di veleno che incombe sulla vita di chi non sa, come un punto interrogativo, come un fosco presagio, come un campanello d’allarme che non suona o suona sempre troppo tardi, come un fulmine a ciel sereno, come l’equazione che non si risolve, la domanda senza risposta, il mistero senza soluzione.

Daniel F. Gerhartz

La donna pensava ai propri sogni, perché anche lei aveva sognato una volta, prima che l’orizzonte di pene e di morte, si dischiudesse sulla sua giovane vita. Pensava a quel tempo in cui era stato bello ballare la pizzica nella piazza del paese, scalza e ebbra di vino e di vita, il cuore gonfio di passione e la testa libera da luttuosi gravami, da neri presagi. Era stato il sogno di un momento, ma quel tempo era stato bello.. poi lo aveva dimenticato, crescendo e invecchiando, fra le contingenze di una vita austera e monotona, come i muri grigi della sua casa che non vedevano da decenni il tocco del pennello. Poi quell’incontro, fatale si direbbe, se non fosse che invece per lei non era stato niente di speciale, solo il piacere di scambiare quattro chiacchiere con una nuova amica e la curiosità di conoscere quelle strane occupazioni nelle quali spesso ella era affaccendata. Quell’amica, Dolores, che aveva conosciuto un giorno in paese, sua quasi coetanea, era una donna magra e sgraziata, che vestiva sempre di nero e dimostrava più anni della sua effettiva età. Era però una persona dolce e disponibile che, con i suoi bei modi di fare, aveva conquistato subito Carmelina affascinandola con le sue conoscenze, che spaziavano dalla storia antica, non solo del paese ma anche dell’Italia e del mondo, alle vite di personaggi famosi, soprattutto filosofi e scienziati, alla magia. Ed erano proprio queste ultime conoscenze che avevano portato la gente del paese a diffidare di lei e ad averne paura, come sempre si ha paura delle cose che non si conoscono, paura del diverso, nostro dissimile, paura dell’ignoto, paura della stessa paura a volte. Dolores aveva fatto degli studi superiori, a differenza di Carmelina che invece si era fermata alla terza media, ed era andata perfino all’Università e questo bastava, nella retriva e un po’ miope mentalità del paese, dove in quegli anni il livello di istruzione era bassissimo e regnava ancora l’analfabetismo, a farne una persona molto al di sopra della media, perché colta, e da trattare quindi con deferenza, se non fosse che la donna aveva indirizzato queste conoscenze e la proprie ricerche ed approfondimenti- in archivi pubblici e anche nelle biblioteca della provincia di Lecce,-  in campi assai poco battuti da una donna in quegli anni: la letteratura, la filosofia, la teologia, le scienze mediche, l’occultistica e, fatalmente,  la magia:  magia bianca, sosteneva Dolores; magia nera, le gridava dietro il paese. Carmelina aveva sempre ascoltato con molta attenzione quelle strane formule che la donna le leggeva e soprattutto le storie e i vari aneddoti che Dolores le raccontava. Ma al di là del mero piacere, del tutto innocente, di trascorrere qualche ora in compagnia dell’amica, non c’era mai stato un effettivo interessamento di Carmelina alla materia della magia e a quelle storie di santoni e diavolesse su cui Dolores si intratteneva con gusto orrido. Carmelina era insomma quel tipo di donna non facilmente suggestionabile e nemmeno intellettualmente predisposta a farsi rapire da quel vortice di macabre sensazioni generate nella sua mente dalla notevole capacità affabulatoria di Dolores. Una donna pratica, si direbbe, un poco indurita dai disagi della vita, certo poco attratta da tutto ciò che non si possa toccare con mano, da tutto ciò che non sia quantificabile e verificabile secondo i normali parametri e quelle sensazioni duravano giusto lo spazio di un racconto, della sua permanenza a casa di Dolores,  per poi scomparire senza lasciar traccia dalla sua mente e dalla sua vita, appena lasciato la casa della donna. Mai che quei resoconti di processi alle streghe, di punizioni e orribili supplizi, la avessero condizionata nel regolare svolgersi della vita quotidiana o avessero disturbato i suoi sogni. Era come se Carmelina chiudesse tutte quelle strane storie in un cassetto insieme con la loro narratrice,e lo riaprisse quando nuovamente andava a farle visita. Negli ultimi tempi, però, la sua frequentazione con Dolores si era molto diradata, un po’ perché le cure della vecchia zia la impegnavano abbastanza, un pò per una certa stanchezza che con l’arrivo dei primi caldi si faceva sentire portandole una maggiore pigrizia, un pò, forse anche, perché si era sentita molto infastidita da quelle voci sul suo conto, che riferivano di Dolores, come di una strega e di lei, come della sua fedele assistente, o peggio erede.

A  R., era la festa di San Giovanni. Da qualche giorno si respirava in paese un’aria di festa ma anche una pesante cappa, di sospetto e di risentimento sembrava avvolgere il paese stesso. Carmelina non riusciva a spiegarsi bene il motivo, troppo poco si intratteneva con la gente del posto o con le comari la mattina a spettegolare, e le sue soste dal fruttivendolo o in farmacia, al tabacchino o alla posta per ritirare la pensione, non le consentivano di essere molto informata sulla vita sociale. Forse il suo era una carattere un pò schivo, forse non era mai riuscita ad uscire da quel guscio nel quale viveva, ad entrare in empatia con la collettività che abitava quel piccolo paese dimenticato da Dio e sconosciuto alle carte geografiche, nel profondo Salento.  A R. c’era una cripta che era legata al culto di San Giovanni. Si trattava di una cripta bizantina, opera degli infaticabili monaci basiliani, che, in illo tempore,  avevano raggiunto le nostre contrade per scappare alle persecuzioni che avvenivano nella loro patria a causa dell’Imperatore Leone III Isaurico. Retaggio della loro presenza nel Salento, queste cripte divennero spesso delle chiesette  e scomparve il rito greco- bizantino introdotto dai monaci orientali. Questo accadde anche alla cripta di R., divenuta una cappella che, con l’avvento del rito latino, fu dedicata a San Giovanni. Questa cripta si trovava su una collinetta poco distante dal centro del paese e lì si festeggiava San Giovanni. Lo spiazzo circostante la chiesetta, per la festa del 24 giugno,  si animava di suoni, balli e colori, poiché, dopo la fine della funzione religiosa e la distribuzione dei prodotti della campagna, tutti rimanevano a ballare e cantare sull’aia, nel segno della tradizione, come usava nei tempi antichi.

Molte volte, negli anni precedenti, alcune ragazze, il giorno della vigilia della festa, si erano recate da Dolores per chiederle preziosi consigli sulle proprie vite. E la donna non aveva fatto mancare loro delle indicazioni su come dovessero comportarsi e su strane pratiche che dovevano mettere in atto, come degli incantesimi, con la manipolazione di certe erbe, per cercare o  recuperare l’amore perduto o per migliorare la propria esistenza. Questo aveva fatto guadagnare a Dolores la fama di santona, maga, “strega”. E ciò non deponeva certo a suo favore, anzi la presenza in quel piccolo paese di un “fenomeno da baraccone” come lei,  si faceva sempre più sgradita, molesta. Infine Dolores venne considerata una creatura delle tenebre, maledetta, senza mezzi termini.

Fatto sta che poco prima di rientrare a casa, Carmelina sentì degli strepiti in lontananza e vide un assembramento di gente proprio vicino alla casa di Dolores. Sembrava che tutto il paese si fosse dato appuntamento in quel posto e ora, fra le alte grida delle donne e gli schiamazzi dei bambini, qualcuno iniziava a picchiare violentemente contro la porta di casa di Dolores e contro i muri esterni con qualche arnese metallico e con pietre e sassi. Poi comparve un tizzone acceso e una catasta di lagna;  Carmelina riuscì a scorgere per un attimo da una finestra lo sguardo terrorizzato di Dolores ma non riusciva a far nulla; era come impietrita dalla paura, raggelata, paralizzata; anzi, per un momento, dallo sguardo inferocito della folla che si accorse di lei, ebbe paura che volessero prenderla e farle fare la stessa fine di Dolores. Era buio inoltrato, si era ormai fatto tardi, il fuoco divampava intorno alla casa della presunta strega e ad un certo punto aggredì anche i muri della casa e si inoltrò all’interno. In pochi minuti, tutta la casa divenne un’enorme pira e si udirono distintamente le grida selvagge di Dolores, imprigionata dentro quella gabbia di fuoco. I suoi lamenti si alzarono al cielo, il cielo di quella notte di San Giovanni in cui l’odio e il fanatismo della gente avevano avuto la meglio sullo studio e sulla conoscenza, sulla apertura mentale e sulla tolleranza, e avevano portato a quell’orrenda devastazione. Avevano scelto simbolicamente proprio quella data per mettere in atto il loro spaventoso progetto di “epurazione”, la loro implacabile, per quanto assurda, vendetta, come per l’espulsione di un corpo estraneo, l’uccisione del capro espiatorio. Con il fuoco, bruciava anche tutto il risentimento di un popolo stanco e abbattuto dalla fame, dagli stenti e dalle miserie di una vita difficile, oppresso dal signoraggio tirannico e dalla paura della diversità, vittima di una sottocultura che dà retta alla superstizione, che altro non è che la malvagità inoculata piano piano dal diavolo nelle vene di un popolo di cui vuole l’anima, fino a farla scoppiare in uno spasmo di follia, ad esplodere  selvaggiamente in uno scoppio di bestiale crudeltà. Così come era successo a Dolores, in quell’anno lontano. A R. si parlò a lungo di quella brutta storia e da quella sera nessuno vide più Carmelina, nemmeno la sua vecchia zia la quale, non potendo uscire da casa per sopraggiunti problemi di deambulazione e non avendo quindi più notizie della nipote, morì dopo poco, forse di crepacuore. Carmelina si barricò in casa, tagliò i ponti con il passato, con quel paese dal quale era stata sempre respinta – ora lo aveva capito- come una indemoniata, un’appestata, come un incubo, una malattia, e si lasciò morire senza chiedere aiuto a nessuno. Doveva essere passata una settimana circa, quando la trovarono, forzando la porta d’ingresso, morta di consunzione.

Antiche preci del popolo salentino a San Giovanni Battista

“Azzate San Giuvanni” in provincia di Lecce

 

di Massimo Negro

s-giovanni-b

 

Iniziata con altre intenzioni, la nota “Azzate San Giuvanni” ha risvegliato in molti che l’hanno letta il ricordo di questa antica preghiera popolare. Si sono ricordati di quando l’hanno sentita pronunciare da piccoli dalle nonne o dalle zie. Alcuni, che hanno ancora la fortuna di avere i propri cari anziani in vita, sono andati da loro chiedendo di risentirla. Molti mi hanno scritto riportandomi la loro versione o preghiere similari.

“Azzate San Giuvanni”, a metà tra filastrocca e preghiera, veniva recitata dai nostri anziani quando il cielo veniva ricoperto da nere nubi e scoppiavano quei temporali i cui tuoni facevano tremare i vetri delle porte di casa, facendo temere per i propri cari ancora fuori per le campagne a lavorare.

E’ così iniziata quasi per gioco una sorta di raccolta delle diverse versioni con cui questa preghiera veniva pronunciata nei paesi della Provincia di Lecce. Un viaggio nella tradizione che è diventato anche un’occasione per apprezzare le diversità di pronuncia e dei vocaboli del nostro ricco dialetto salentino.

Tuglie
Partiamo da Tuglie dove vi sono diverse versioni di questa preghiera.

Azzate, San Giuvanni, e nu durmire,
ca visciu tre nuveje caminare
una te acqua,
una te ientu,
una te triste e mmaletiempu.
Portale addhai ci ni canta caddhu,
addhai ci nu luce luna,
addhai ci nu nasce nuddha anima criatura

Ddisciate San Giuvanni,
c’aggiu vistu tre  nuveje
una te acqua,
una te ientu,
una te triste e mmaletiempu.
Ziccale tutt’etre e mintale intra na crutta scura
Addhu nu vive nuddha anima criatura

San Giuvanni mperatore ci purtasti nostru Signore
Lu purtasti e lu nducisti
lampi e troni nde sparasti
Portali fore fore, addhu nu passa anima te lu creatore.

Vi è poi un’ulteriore preghiera che vede Santa Barbara e non San Giovanni, come santa a cui destinare le proprie invocazioni.

Santa Barbara ca camini a mmenzu a li campi
e nu timi né troni né lampi
pensa a mie e a tutti li addhi
cu lu Padre
cu lu Fiju e
cu lu Spiritu Santu
Casarano
Azzate, San Giuvanni, e nun durmire,
ca s’anu viste tre nuule passare,
una de acqua, una ientu,
l’addha de tristu maletiempu.
Pija la scera e portala a mmare,
addhai ci nu face male.
Addhai ci nu canta gallu,
addhai ci nu luce luna,
addhai ci nu nasce nuddha anima criatura.
Galatina
A Galatina ho raccolto due diverse varianti di questa preghiera.

Azzate Giuvanni e nnu ddurmire
ca visciu tthre nnuveje caminare,
una d’acqua, una de vientu,
una de tristu mmaletiempu.
Portale a quiddhre parti scure
a ddrai cci nu canta gallu,
nu lluce luna,
nu nnave nuddhr’anima criatura.

Azzate San Giuvanni e nu ddurmire
ca visciu thtre nuveje caminare
una de acqua, una de vientu,
 una de tristu mmaletiempu.
Vane addhrai ci nu canta callu e nu lucisce luna,
addhrai nunn’ave addhra anima criatura
ca la Madonna mmienzu llu campu nu time nè tronu nè llampu
Montesano Salentino
Azzate, San Giuvanni,
e dduma le cannile,
ca ieu visciu tre nule vinire:
una de acqua, una de ientu,
una de tristu maletiempu.
San Giuvanni se zzò,
le cannile ddumò,
lu maletiempu passò.

Vernole
A Vernole questa preghiera vede al centro delle invocazioni Santa Rosalia.

Santa Rosalia subbra nnu munte sstia,
tridici pecureddhere sta uardà
idde tre nnule passare,
una te acqua,
una te jentu,
una te tristu maletiempu
addhu le facimu scire?
addhu nu canta caddhru,
addhu nu lluce luna,
addhu nun cce nuddhra anima criatura.
Veglie
Ausate San Giuanni e no durmire
ca sta besciu tre nuegghie ti l’aria inire
una ti acqua, una ti jentu, una te tristu e male tiempu.
A mare a mare a do
no canta iaddhru
a do no luce luna
male nu fare, male nu fare, male nu a fare a nuddhu fiju ti criatura.
Galatone
Asate, San Giuanni, e no durmire,
ca s’onu iste tre nuule passare,
una ti acqua, una ti ientu,
l’addrha ti tristu mmaletiempu.
Pigghia la scera e portala a mmare,
addhrai ci no face male.
Addhrai ci no canta gallu,
addhrai ci no luce luna,
addhai ci no nasce nuddhra anima criatura.

 

San Giovanni Battista nella tradizione popolare salentina

di Giorgio Cretì

In illo tempore, nel Salento che fu, quando la gente viveva sulla terra che coltivava e da essa traeva il proprio sostentamennto, si faceva grande uso di piante spontanee res nullius che prendevano il nome di foje creste ossia di erbe agresti, che non avevano bisogno di essere seminate e coltivate. Era la sapienza della tradizione che permetteva di ricavare da esse alimenti squisiti e anche salutari.

Tra queste erbe erano compresi anche i cardi prima che indurissero e sviluppassero le loro durissime spine. Molto apprezzato era il Rattalùru, ossia il Cardo scolimo (Scolimus hispanicus), che sulle Murge quando muore genera i funghi carduncielli. Ed anche il cardo mariano (Silybum marianum) che veniva impiegato in cucina ed era pure apprezzatissimo per suoi principi attivi riitenuti ancora oggi molto efficaci per l’apparato cardio-vascolare e per la sua funzione epatica.

A Ortelle, ed anche a Vitigliano, che un tempo di Ortelle era frazione, così pure a Vaste che è frazione di Poggiardo, il cardo mariano si chiamava, e si chiama ancora, Spina de San Giuvanni. In altri paesi, come per esempio Spongano, è detto Cardune.

Rosetta basale e capolino di aspraggine (ph Antonio Chiarello)

E’ simile ad una delle tante specie del genere Carduus con foglie spinosissime che avvolgono il fusto ed i suoi capolini isolati di colore purpureo che somigliano ai fiori del carciofo. E’ diffuso nell’Italia Centrale e Meridionale e nelle Isole, più raro è nell’Italia settentrionale dove sopravvive come relitto di antiche colture un tempo tenute solo a scopo medicinale. Nei ricordi della signora ‘Maculata di Vitigliano se ne facevano anche dicotti.

Era credenza molto antica che il cardo mariano, in occasione della festa di San Giovanni dimostrassse particolari virtù divinatorie.

Santina di Vignacastrisi ricorda che la sera della vigilia di San Giovanni gli uomini al ritorno dalla campagna tagliavano gli steli fioriti e li portavano a casa. Le donne li bruciacchiavano alla fiamma del camino e poi li mettevano in un seccchio pieno d’acqua; c’era anche chi lasciava le spine bruciate, o anche altre erbe, semplicemente sulla lamia a prendere la rugiada della notte che così guariva da certe malattie. La mattina dopo, comunque, le spine rifiorivano e questo era sempre e comuque buon segno. Le giovani donne innamorate per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno, o per sapere se l’uomo verso il quale spasimavano si sarebbe dichiarato, mettevano le spine bruciaccchiate dentro un bicchiere e le lasciavano sul davanzale a prendere il fresco della notte. Dalla loro posizione traevano i buoni auspici.

Nella notte del 24 giugno in cui gli antichi celebravano il solstizio d’estate, anche nel Salento cristiano, si festeggiava San Giovanni Battista ed era una festa di purificazione in cui si dava fuoco alle stoppie secche. Ma qualcuno per conto suo faceva festa anche con focareddhe vere e proprie ad imitazione dei grandi falò propiziatori fatti in piazza in altri posti e in altre occasioni. Niente a che vedere, comunque, con la “Festa delle Panare” di Spongano che si tiene il 22 dicembre di ogni anno e dove si bruciano le paddhotte, le zolle della sansa dei frantoi.

Focareddha di arbusti

Nella tradizione popolare San Giovanni era venerato come taumaturgo capace di guarire qualsiasi male, ma gli  venivano accreditati soprattutto gli attribuiti del fuoco e dell’acqua ed era a Lui che il popolo si rivolgeva per scongiurare il pericolo dei temporali che incutevano sempre grande paura per i danni che potevano arrecare ai raccolti e alle persone. Ancora a Immacolata De Santis di Vitigliano (‘Macculata) dobbiamo la momoria di alcune invocazioni recitate per scongiurare l’arrivo del maletiempu di ogni genere.

San Giuvanni meu barone

Ka ‘ncoddhu purtavi nostru Signore,

Lu purtavi e lu nucivi

u maletiempu tu  sparivi.

 

E nulla cambiava se a volte era chiamato ad intervenire assieme ad altri santi. In quest’altra composizione il richiedente si rivolge prima a Santa Barbara per poi affidare la parte operativa del miracolo richiesto a San Giovanni.

 Santa Barbara ci sta’  ‘menzu ‘li campi

Nu time acqua, nè troni nè lampi,

Azzete Giuvanni e duma tre cannile 

Ka visciu tre scère(1) ‘quarrittu vinire:

De acqua, jentu e maletiempu.

A mare a mare lu maletiempu,

Addhurca nu  canta gallu,

Addhunca nu luce luna

Addhunca nu passa anima una.

 

(1) Scèra era detta il cumulonembo

E a San Giovanni Battista era affidata anche la responsabilità di proteggere il contratto sociale detto del comparaggio, che non aveva niente a che vedere con il reato previsto dal nostro Diritto, ma era quello del battesimo, in cui i contraenti – di solito parenti o amici – assumevano, appunto, l’appellativo di compari di San Giovanni. Al santo profeta  che aveva battezzato Gesù veniva dedicato un rapporto speciale che si creava e rimaneva sacro per tutta la vita. Tra il padrino e la famiglia del bambino tenuto a battesimo, si instauravano speciali rapporti di amicizia che avevano un valore quasi uguale a quello di parentela. Il bambino figlioccio, fin dalla tenera età, era educato a rivolgersi con affetttuoso rispetto al proprio padrino facendo precedere sempre il suo nome dall’appellativo di nunnu/nunna, anche nell’età adulta. Il padrino/madrina si rivolgeva al figlioccio chiamandolo semplicemente sciuscettu (lat. filius susceptus, figlio adottato) e sullo stessso esercitava quasi la stessa autorità del padre/madre naturale.

Per ultimo non è da dimenticare uno squisiito fico precoce, la cui maturazione avviene a cavallo del soltizio d’estate ed è una varietà di Ficus carica detta fica de San Giuvanni. I suoi fioroni, fichi di primo frutto, puntualmente sono pronti per il 24 di giugno  ed hanno forma di trottola con polpa granulosa, dolce ma non mielosa, ottimi per il consumo fresco. Ed essendo la cultivar bifera produce anche un fòrnito, un fico di secondo frutto, di forma globosa a fiasco allungato con buccia gialla, costoluto e con polpa giallo verdastra. Come per tutti gli altri fichi, se al solstizio di giugno sofffia vento di Scirocco i frutti si gonfiano ed essendo i primi sono molto attesi. Se invece persiste vento di Tramonata la loro maturazione diventa difficoltosa e ntaddhene, fanno il callo, cioè, e sono da buttare.

Fichi di San Giovanni

Lo scoop mancato

da tuttocina.it
da tuttocina.it

di Stefano Manca

 

Qualche mese fa entrai nel negozio di un commerciante cinese per acquistare un giocattolo per il mio cagnolino. La commessa, più o meno ventenne, mi fece strada tra i vari reparti. Non si esprimeva molto bene in italiano. Nel senso che utilizzava inconfondibili espressioni salentine, che inutilmente provava ad “italianizzare”. Anche i suoi tratti erano tutt’altro che asiatici. Con una scusa ebbi poco dopo la conferma che si trattava di una ragazza di un comune dell’entroterra leccese. Una ragazza salentina, dunque, alle dipendenze di un imprenditore cinese. Mi venne in mente di intervistarla, raccontando la globalizzazione e lo strapotere economico di un’area del pianeta partendo da qui, da uno sperduto paese meridionale. Lasciai perdere. Non ne parlai al mio caporedattore. Troppo provinciale, mi dissi. Devo smetterla di fare il provinciale, mi ripetei. Adesso L’Espresso dedica la copertina al fenomeno degli italiani alle dipendenze di imprenditori cinesi. Ecco, a parte lo scoop mancato (lo dico con ironia, ragazzi) ho imparato che forse il mondo conviene ogni tanto osservarlo con gli occhi del provinciale.

Lettera per gli ulivi secolari di Puglia

La lettera che segue è stata scritta da Mimmo Ciccarese ed inviata mercoledì scorso all’Assessore regionale Barbanente.

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È un momento davvero delicato ciò che vivono i pugliesi adesso; si creano movimenti per la protezione dell’ambiente in ogni angolo della loro regione, dalla Capitanata di Foggia al Capo di Leuca. Assistiamo a storici cambiamenti, ad inconsuete rapine di spazi naturali, è sotto gli occhi di tutti: è un popolo turbato e scosso dalla necessità di tutelare l’incolumità di un ecosistema minacciato, sempre più stretto dalla morsa antropica.

È la cittadinanza che ravviva il concetto di paesaggio e si schiera con smisurata passione con la ricchezza è l’identità culturale del suo habitat. Si risvegliano piccoli movimenti, quelli del bene comune, coesi, capaci di interagire pacificamente con le istituzioni e comunicare al governo. Lo stesso popolo che resiste senza cedere, onesto e vigile, con la necessità di comprendere o denunciare gli abusi con la stessa decisione di chi attiva da sempre sogni e speranze.

Con la stessa pacifica “rivoluzione gentile”, i pugliesi si sentono più forti, coscienti e liberi di scegliere; è inutile smentirlo: il cambiamento c’è e si muove.

Un cambiamento possibile per quella gente, ad esempio, che rimuove dai balconi della sua casa la produzione di ceneri sottili o per quella che condivide l’ansia di altri ulivi espiantati, di migliaia di agricoltori irritati, che reclamano supporto e assistenza quando sono  costretti a declassare la produzione su scale economiche terribilmente incerte.

Non ci sono stendardi ad suffragare un territorio, la gente vale quanto il desiderio di disporsi per tutelare il patrimonio ulivicolo e il suo valore, più alto della grande muraglia cinese e certamente molto più stupefacente della Pietà di Michelangelo  o l’urlo di Munch.

Piante impossibili da contare, se non dalle loro stesse moltitudini congiunte da una miriadi di associazioni di tutela, che le descrivono e le rendono fondamentali.

La monumentalità nel caso dell’ulivo è molto di più che una questione di assi cartesiani, non basta misurarlo con un semplice formula empirica, perché tra queste piante potrebbero esserci molti più parametri di quanto si possa pensare.

L’olivicoltura vive gravi complessità e spesso le conferenze-vetrina sull’argomento, non si possono intendere, specie se inorridiscono il diritto di un lavoro, di una collettività dimenticata, spesso costretta ad emigrare o a lasciare la terra. Già, chi ha coraggio di parlare dell’abbandono agricolo? Quello che succede può essere documentato in ogni momento, piccole civiltà contadine che in silenzio affrontano il loro dramma quotidiano e non si può che essere solidali con loro, in particolar modo se si proviene da storie di vecchie lotte contadine come quelle dell’Arneo.

Questi sono i veri dibattiti che vale la pena condividere e non più gli accorati comizio di piazze di paese riempite per l’occasione dal solito carrozzone politico.

Ogni albero borbotta come la voce del suo custode, ma i movimenti sbocciano sempre dalle periferie, dai quartieri dimenticati, dagli angoli delle masserie, nei discorsi tra i frantoi, tra i filari degli ulivi. Testimonianze a bizzeffe: agricolture avvelenate, alberi bruciati o decapitati, discariche e sconforto, nonostante l’inesorabile impegno globale per supportare l’ecosistema olivicolo.

Ogni terribile abbattimento è espressione di una decadenza, è un attimo di solitudine nel silenzio delle cavità dei loro tronchi spesso seviziati da potature selvagge, fatte ad hoc, nei limiti della buona pratica agricola, per far decadere un antichissimo equilibrio: l’opposto di quello che i nostri progenitori facevano innestando il gentile sul selvatico.

Si assiste ancora a tagli irrazionali, ancora oggi non è chiara ad esempio, la differenza, tra ciò che definisce una “ capitozzatura”, “taglio della chioma” o “spalcatura” in un capitolato di un appalto di potatura; definizioni opinabili che attendono il parere di tecnici e operai specializzati, quasi mai chiamati a valutare per conformare disciplinari, termini e razionalità degli interventi.

In questo campo, vi è carenza di riferimenti comuni, già vigenti da tempo in altri nazioni che con opportune politiche del verde sono in grado di rendicontare addirittura il valore delle emissioni della CO2 e di quello ambientale, spesso trascurati dalle comunità pugliesi.

Il valore degli ulivi restituisce dignità alle prossime generazioni; ciò che sta avvenendo è inaccettabile; volgarità e l’arroganza di certe scelte consumano i territori.

È opportuno, quindi, creare condizioni fondamentali che traccino i percorsi di un ulivo espiantato, per evitare possibili fenomeni d’illegalità diffusa, tramite un adeguata sorveglianza, che coinvolga la passione della gente comune e, perché no, l’interesse delle associazioni di categoria presenti in Puglia, affinché la sua popolazione sia risarcita da un possibile oltraggio ambientale.

Mappare e preservare gli alberi sul territorio di competenza è di grande utilità per conoscere, ad esempio, le misure da adottare per contenere le cause del dissesto idrogeologico o della desertificazione, creare percorsi eco turistici o favorire i prodotti tipici e i consorzi di olio extravergine prodotto da ulivi secolari ancora meglio sostenere le idee che tutelano il paesaggio. Oggi schierarsi dalla parte degli ulivi, dei loro portavoce, ribadisce il coraggio e la replica; chi è indifferente a queste questioni non può dire di amare la sua terra né le sue meravigliose creature.

 

 

Mimmo Ciccarese

Tecnico agroambientale

Riflessioni su alcuni bandi leccesi del XV secolo.

di Armando Polito

I bandi del titolo sono una serie di ordinanze emesse da Maria d’Enghien, parte integrante degli statuti emessi il 4 luglio 14451 ed esemplatici nel 14732 con altri atti per volontà dell’amministratore leccese Antonello Drimi in una pergamena conservata nell’Archivio di Stato di Lecce (in basso foto dell’incipit) nota col nome di codice di Maria d’Enghien.

Immagine tratta da http://www.archiviodistatolecce.beniculturali.it/getImage.php?id=139&w=300&h=400
Immagine tratta da http://www.archiviodistatolecce.beniculturali.it/getImage.php?id=139&w=300&h=400

 

Tale manoscritto venne pubblicato per la prima volta da Francesco Casotti in Opuscoli di Archeologia, storia ed arti patrie, Pellas, Firenze, 1875, Opuscolo V, pagg. LXXII-CXXI. Da questa edizione, in cui gli statuti occupano le pagg. LXXII-CXIV, sono tratti i passi qui presi in esame4. Le “traduzioni” a fronte sono mie.

A ciascuno di loro ho dato un titolo non per accattivarmi l’attenzione del lettore ma perché l’intento divulgativo (sempre supportato, per quel poco che so fare, dai dati scientifici) trovasse un modo più immediato e diretto per esprimersi e non rinunciasse ad un confronto con il presente, senza avventurarsi per questo in arbitrarie attualizzazioni.

Il problema degli incendi estivi e il rispetto per l’ulivo

Forse oggi la data del 15 agosto (festa dell’Assunta) non ha la stessa crucialità di allora, non tanto per le mutate condizioni climatiche ma soprattutto perché incendi più o meno dolosi possono essere appiccati in qualsiasi giorno dell’anno. E non mi riferisco, perciò, al problema, banale pur nella sua ricorrente gravità, delle ristoppie o dell’erba secca non rimossa nemmeno dai margini delle strade extraurbane, ma alla criminale eliminazione, per fini speculativi, di olivi, magari centenari. Appiccare il fuoco ad un oliveto (anche se involontariamente, come si evince dal brano appena letto) cinquecento anni fa era un reato grave e la Madama (Maria d’Enghien) aveva stabilito che era reato pure, una volta scattato l’allarme, fare l’indifferente e non sentirsi obbligato ad intervenire (credo che allora la maggior parte lo facesse non certo per non incorrere nella multa prevista, ma per senso di fratellanza civica e di rispetto nei confronti della sacralità della pianta, oltre che per la sua importanza economica).  Mi fa piacere leggere che pure l’autorità religiosa (Missere) impegnava i suoi (iaconi e preiti) che pure in circostanze diverse (contemplate in altri passi dei bandi) godevano di privilegi ed esenzioni ben più consistenti dell’essere esonerati da interventi da pompieri senza pompa (in tutti e tre i significati allora come oggi conosciuti …). Godevano? … (il  mio dubbio, retorico, è, continuando nel gioco di parole, temporale nel senso che si riferisce ad agevolazioni materiali che però sopravvivono, e come!, ancora oggi senza vergogna, nonostante quotidiane dichiarazioni francescane di povertà che fungono da contraltare (altro gioco di parole, ma qui la sfumatura di contrasto insita nel termine è andata a farsi fottere …) alle parole merito, lavoro, lotta all’evasione fiscale con cui, anche lui quotidianamente, il potere laico si sciacqua la bocca.

A chi poi, già allibito dalle parole, secondo lui,  blasfeme e sovversive che ho appena usato, dovesse scandalizzarsi per l’importanza assegnata alla delazione (Et chi lo accusara, ne havera tari cinque: et essera tenuto secreto) ricordo che non molto tempo fa il governo di turno ebbe l’ennesima geniale idea di combattere l’evasione fiscale assicurando l’anonimato a chi, solo per fare un esempio, avesse segnalato qualche vicino o conoscente che da lui fosse stato presunto come evasore, magari solo per l’invidia suscitata dal fatto che l’accusando esibiva ogni giorno una cravatta diversa … Misura inefficace come le precedenti, le successive e tutte le altre (anche le meno fantasiose, creative e le più razionali …) che dovessero essere adottate, finché non si renderà deducibile ogni anno il costo di quanto acquistato (dalla più lussuosa delle automobili alla più economica delle caramelle). E se conservare per cinque anni gli scontrini fiscali dà fastidio, allora si porti alle estreme conseguenze la virtualizzazione del denaro, dei cui benefici sinora hanno goduto solo le banche …

Il problema delle contraffazioni

A cinquecento anni di distanza non si direbbe che l’invenzione delle etichette abbia migliorato la situazione. Per giunta certe disposizioni della UE hanno finito per penalizzare la tipicità (sinonimo, in questo caso, di eccellenza inimitabile e ripetibile solo da chi detiene meritatamente tale primato) di alcuni nostri prodotti che già soffrivano di concorrenza sleale (e non mi riferisco solo allo sfruttamento del lavoro minorile o a più sfavorevoli condizioni di partenza come i maggiori costi dell’energia, del lavoro, etc., etc.).

Concussori e concussi

 

Sempre a cinquecento anni di distanza (anche se nel frattempo alle figure del concussore e del concusso si sono aggiunte, in considerazione della priorità d’iniziativa, quelle del corruttore e del corrotto) sono in vigore una serie di leggi confuse e contraddittorie,  gioia e delizia degli avvocati e degli imputati. La legiferazione organica sulla materia resta una chimera e, comunque andranno le cose, mai si proporrà (tanto meno si approverà …) il sequestro preventivo di tutti i beni ascrivibili (e non solo di quelli formalmente intestati, praticamente inesistenti …) tanto ai presunti corruttori e corrotti da una parte, quanto ai presunti concussori e concussi dall’altra. Il famoso  principio della presunzione di innocenza (ogni secondo sbandierato, chissà perché,  dai nostri politici in odore di avviso di garanzia e non) sarà pure simbolo di civiltà giuridica, ma finora mi pare abbia fatto più vittime tra gli innocenti che tra quelli prima presunti e poi dichiarati, in via definitiva, colpevoli …

Il costo del lavoro

Si direbbe un rigoroso calmiere relativo  alla mano d’opera, con una gradualità altrettanto precisa di retribuzione legata all’importanza ed all’onerosità della mansione. Per esempio, credo che a buon diritto la retribuzione più elevata fosse quella del battitore, non tanto per il rischio insito nell’uso di scale quanto, piuttosto, per la sua abilità nel battere in modo tale da non compromettere i successivi raccolti. Degni di nota, poi, la multa prevista tanto per il proprietario che per il giornaliero e il solito premio per il delatore, oltre ai vigilanti in incognito. Mi chiedo se tutto quest’apparato avesse una funzione di dissuasione o fosse veramente efficace. Da non trascurare, infine, il fiasco di vino ammesso in aggiunta al salario, mentre il pane ne restava tassativamente escluso. Certamente ciò era dovuto al maggior valore attribuito al pane (oggi, forse, ricominciamo a farlo dopo un lungo periodo in cui contava di più il companatico …)  rispetto al vino, ma secondo me bisogna pure tenere in conto l’effetto, si direbbe col linguaggio pubblicitario di oggi, tonico e corroborante del vino; perciò si chiudeva un occhio su questo che, sempre con un termine oggi inflazionato insieme con attimino, per il lavoratore rappresentava un aiutinofinché non cadeva dall’albero.

A quando il calmiere delle retribuzioni di certi personaggi a cominciare dai politici e, passando per i pubblici managers (!), per finire con i dipendenti televisivi, presentatori in primis?

Quando Belloluogo era nel suo pieno splendore ed opportunamente difeso

Immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Torre_di_Belloluogo_Lecce.jpg
Immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Torre_di_Belloluogo_Lecce.jpg

Da notare la “delicatezza” giuridica del bando, in cui il riferimento a Belloluogo appare solo come un corollario alle disposizioni contro la violazione, a mano armata o no,  della proprietà privata, nella fattispecie rappresentata da iardine oy orte. Simpatico, poi, il riferimento alla presenza di vasapedi, corrispondente, al neretino azzapieti5 e chissà se con la stessa efficacia dissuasoria degli attuali cartelli con le famigerate scritte zona avvelenata o controllo elettronico della velocità …

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1 Nel manoscritto si legge: Data in castro nostro Litij sub anno domini Millesimo, quadrigentesimo quatragesimo quinto die quarto mensis Julij octavae indictionis nostro parvo sigillo sigillata etc. (Emessi nel nostro castello di Lecce nell’anno del Signore 1445 il 4 luglio dell’ottava indizione, sigillati col nostro piccolo sigillo, etc.). Non è corretta, perciò, la data del 14 luglio 1445 riportata in http://it.wikipedia.org/wiki/Maria_d’Enghien

2 Nel colophon del manoscritto: Capitula, et statuta florentissimae civitatis litij deo favente finiunt foeliciter Transcripta quidem tempore Magnifici viri Petri de fossa Sindici universitatis predicte: et nobilium auditorum Roberti cafay et Raimundi gallipolini sub anno domini M° cccc° Lxxiij vj° Indictionis. Antonellus Dimi escripsit (Gli articoli e statuti della fiorentissima città di Lecce col favore di Dio terminano felicemente trascritti invero al tempo del magnifico Pietro di Fossa sindaco dell’università predetta e degli uditori dei nobili Roberto Cafay  e Raimondo di Gallipoli nell’anno del Signore 1473 della sesta indizione. Antonello Drimi trascrisse).

3 Il titolo (lo riporto fedelmente con tutte le incongruenze relative all’uso disinvolto e incoerente delle iniziali maiuscole …) nel manoscritto è: Statuta et capitula florentissimae civitatis litii ordinata et imposita per Inclitam Maiestatem Mariae de engheno ungariae Jerusalem et siciliae reginae litiique comitissae feliciter incipiunt (Gli statuti e articoli della fiorentissima città di Lecce ordinati e imposti dall’inclita Maestà di Maria d’Enghien regina di Ungheria e Gerusalemme e contessa di Lecce iniziano felicemente).

4 Sostanzialmente  coincidente con quella del Casotti è l’edizione più recente di Michela Pastore, Il codice di Maria d’Enghien, Congedo, Galatina, 1979. La pubblicazione ha il pregio, insolito in lavori del genere, di contenere anche la riproduzione fotografica delle carte originali (nella foto sottostante la foderina e la copertina).

5 Su azzapete vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/27/la-pianta-che-fa-tribolare/   

 

L’innamorato imbranato

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.piazzasalento.it/wp-content/uploads/2012/03/Tessitrici-gallipoline.-Cartolina-Ed.-G.Stefanelli-1910-ca-Collezione-privata-di-C-Perrone-gallipoli-475x329.jpg
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immagine tratta da http://www.vizionario.it/wp-content/uploads/2012/01/Antico-telaio-salentino.jpg
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Non è per diplomazia o, come si usa dire, per dare un colpo al cerchio e un altro alla botte, ma debbo riconoscere che Francesco Castrignanò, il poeta neretino divenuto familiare, almeno spero,  al lettore grazie allo spazio che ripetutamente gli ho dedicato, riesce a cogliere felicemente tutte le sfumature del nostro sentimento più profondo (anche perché legato al sesso, cioè a quell’istinto della perpetuazione della specie che solo gli animali hanno conservato “pulito” e indenne da complicazioni di sorta …) senza incorrere nella trappola, sempre in agguato, della banalità che non necessariamente si esprime nella rima amore/cuore. Eccomi, così, oggi, dopo aver espresso le mie perplessità sulla figura di maschio presentataci nell’ultima poesia letta1, a tentare di dare il giusto rilievo agli esiti indubbiamente più felici di un’altra che ha come protagonista l’esatto contrario dello sciupafemmine, vale a dire l’innamorato timido. Non è da escludersi che a ciò abbiano contribuito le mie inesistenti, da sempre, doti di conquistatore e che dunque l’immedesimazione nel personaggio che fra poco conosceremo abbia reso e continui a rendere meno credibili le mie velleità di critico della domenica.

Se lo sciupafemmine dava la stura al suo prorompente machismo parlando in prima persona, qui la figura dell’innamorato timido si delinea attraverso le parole della ragazza oggetto delle sue discretissime attenzioni. Cosa non si fa per amore! Si fanno pure cose che tradizionalmente non fanno parte del nostro sesso. E così c’è da meravigliarsi se il nostro giovane tenta maldestramente, pur di stare vicino alla ragazza, di manovrare l’arcolaio? Io non mi meraviglio se penso che, pur di stare vicino a quella che sarebbe diventata mia moglie e il cui tempo libero dallo studio era dedicato al ricamo, a suo tempo imparai pure ad eseguire il punto erba …

E pure io giornalmente, come e più di questo innamorato imbranato,  dovetti all’epoca sorbirmi una caterva di fatu, per fortuna non col punto esclamativo ma con quello interrogativo nella locuzione ma cc’è, si ffatu? (ma che è, sei stupido?)  con cui lei, anche per la presenza più o meno costante di tutta la famiglia (in alternativa, quando ci andava bene,  c’erano i turni tra madre, padre, i tre fratelli  e le due sorelle) teneva a bada le mie mani tese, appena il nemico si allontanava di un metro, verso punti ben diversi dal punto erba e simili …

Non voglio fare, una volta tanto, confronti fra il passato e il presente; dico solo che il piacere della conquista (sorella dell’allenamento al sacrificio …), oggi per lo più assente, probabilmente non ha giovato all’amore inteso nel suo significato più epidermico, quello sessuale, e nel più profondo, quello affettivo.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/16/quandu-nci-ole-nci-ole-quando-ci-vuole-ci-vuole/

2 Corrisponde all’italiano fatuo.

3 Focaccia di cruschello (in dialetto neretino cruessu=grosso). Il Rohlfs per mburfettu non fornisce nessun etimo. A prima vista potrebbe essere deformazione dell’italiano  (pan) buffetto, anche se quest’ultimo è un pane fine e soffice. Buffetto è da buffo=soffio di vento, da buffare=soffiare, gonfiare (voce di origine onomatopeica).  Nel glossario del Du Cange sono riportati buffetus e buffectus col significato di panis albissimus (pane bianchissimo). Le esposte difficoltà di ordine semantico, nonché le piccole dimensioni rispetto al pane normale,  mi spingono, piuttosto, a considerare mburfettu come deformazione, con cambio di genere, dell’italiano formetta.

4 La voce va intesa depurata del suo significato negativo, anche perché, come si vedrà, la ragazza non appare totalmente insensibile alle attenzioni , per quanto per nulla invadenti, del suo silenzioso, si direbbe platonico, corteggiatore.

5 Dal latino machìnula(m)=piccolo congegno, diminutivo di màchina, quest’ultimo ancora oggi usato, prevalentemente col raddoppiamento  iniziale (mmàchina), come sinonimo di automobile. Sulla macènnula si posizionava la matassa dalla quale, sfruttando il movimento circolare del supporto, il filo veniva avvolto nei cànnuli.

immagine tratta da http://amicimuseoportafalsa.blogspot.it/p/museo-della-civilta-contadina.html
immagine tratta da http://amicimuseoportafalsa.blogspot.it/p/museo-della-civilta-contadina.html

 

Macinnulari è il nomignolo degli abitanti di Copertino (in provincia di Lecce, altra, ma non per etimologia, da Cupertino, la città californiana che trae il nome da quello dato da un cartografo spagnolo ad un fiume in onore di san Giuseppe da Copertino). Un aneddoto, probabilmente messo in giro per denigrazione campanilistica dagli abitanti di qualche centro vicino, narra che un contadino per sapere da quale direzione spirasse il vento collocò sul tetto della chiesa parrocchiale una macènnula. Siccome essa girava un po’ da una parte e un po’ dall’altra, il poveruomo diagnosticò che il vento quel giorno spirava da tutte le direzioni. Tuttavia, va detto che macinnulari non ebbe subito, come ci si aspettava, il valore di sinonimo di stupidotti ma quello, sempre metaforico e ancora più offensivo, di volta-faccia, cambia-bandiera. Mentre gli abitanti di Nardò non hanno nessun nomignolo (lungi da me l’idea che solo in base a questo possiamo ritenerci migliori), quelli di Copertino oltre che macinnulari sono detti anche mangia-ciucci per il fatto che in occasione della festa del patrono (il ricordato san Giuseppe) era consuetudine mangiare la carne di asino a pignatu (cioè cotta nella pignatta), piatto d’elezione anche nella trattorie che accoglievano per la circostanza i visitatori degli altri paesi, trattorie facilmente riconoscibili perché gli osti collocavano sulla porta del loro esercizio, a mo’ di insegna più o meno pubblicitaria, una bandiera e un ramo di olivo.

6 Corrisponde all’italiano imbroglia.

7 Probabilmente dal napoletano guaglione e questo forse dall’onomatopeico guagnì=piagnucolare.

8 Da mpannare, per il cui etimo vedi la nota 12 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/13/rusineddha-una-giovane-bagnante-di-cento-anni-fa-a-santa-caterina/

9 Prepara i cànnuli, cioè avvolge il filo su rocchetti costituiti da segmenti di canna prelevando il filo dalla matassa posizionata sulla macènnula; se in altre poesie del Castrignanò qualche voce si prestava ad un’interpretazione ambigua (con riferimenti, tanto per cambiare, di natura sessuale), qui la supposizione che ncannulare possa avere il significato di possedere carnalmente che in italiano ha incannare non ha la minima ragione  di esistere.

10 Lei, però, avrebbe potuto pure prendere una qualche iniziativa, anche perché ho il sospetto che la zia più di una volta abbia fatto finta di addormentarsi (guardona delusa?).  Comunque, è proprio vero: lu Patreternu tae li frisèddhe a ccinca no lli rrosica (il Padreterno dà le friselle a chi non le mastica) …

 

Romanza di amore e morte

Romanza di amore e morte. Storia di un’anima in pena. Nella notte, un uomo cammina, piange, ride, sogna, grida, si dimena. Nella notte, un uomo è inseguito dai propri fantasmi. E all’alba, un gallo canta..

 

 

PAOLO VINCENTI

NeroNotte. Romanza di amore e morte

(Libellula edizioni 2013)

 

neronotte

Luoghi di emarginazione, tradimenti e lucide allucinazioni si accavallano e si intrecciano in questo romanzo, procedendo vorticose lungo quel sottile confine che separa l’Eros dal Thanatos, l’esistenza autentica dallo scacco a cui il protagonista sembra inesorabilmente condannato.

NeroNotte. Romanza di amore e morte“, ultima fatica letteraria di Paolo Vincenti,  racconta la storia di un uomo sospeso sul baratro esistenziale, di un acrobata notturno in bilico sul filo teso tra sogno e realtà, tra salvezza e dannazione che alle prime luci dell’alba, come capita in un incubo, scivola via nell’oblio senza memoria di un risveglio.

 

Il romanzo si concentra nello spazio di una notte in cui una serie di incontri fortuiti proietta nella coscienza di Ermanno, il protagonista, l’esatta scansione del fallimento della propria esistenza. Egli vive esiliato in una soffitta sospesa sulla città, dove il continuo fluire e defluire di rumori notturni svaporando da strade brulicanti  si condensa nella disadorna penombra di una coscienza che annaspa per poi annegare definitivamente, alla fine di un percorso di dolore, al giungere delle prime luci del nuovo giorno.

L’autore mutua il suo protagonista -scrittore per diletto e pittore fallito- dal topos letterario dell’inetto, da quella categoria di incapaci, visionari e nevrotici tanto cara a una lunga tradizione letteraria che trova in Dostoevskij e Italo Svevo due dei suoi più grandi rappresentanti. Schiacciato dalla società, dalle tradizioni, dalla famiglia, da un’etica borghese che non ammette ripensamenti, e incapace di reagire e riscattarsi, il protagonista si muove in una trama fortemente simbolica che molto concede all’introspezione psicologica e ad un flusso di coscienza che a tratti sembra ammantare ogni cosa, lasciando in sospeso lo stesso principio di realtà e aprendo il finale ad una doppia interpretazione.

Il romanzo, intervallato da alcune prosette liriche che sono attribuite allo stesso protagonista, rappresenta un’amara e sincera riflessione sulla vita che Paolo Vincenti conduce seguendo i binari tematici a lui più cari, come l’eros, lo scorrere del tempo , la disillusione, la morte e  la concezione dell’arte come superamento delle convenzioni borghesi.

 

La prima presentazione del nuovo lavoro di Paolo Vincenti è prevista il 28 giugno presso il Fondo Verri a Lecce.

Ecco il secondo numero de Il delfino e la mezzaluna

copertina delfino e la mezzaluna

Domenica 23 giugno, alle ore 19.30, nella Sala Roma (di fronte alla Cattedrale di Nardò), presenteremo il secondo numero della rivista della Fondazione “Il delfino e la mezzaluna”. Un importante volume di 216 pagine, con saggi pertinenti la nostra terra, con particolare riferimento alla storia dell’arte, come prevede lo statuto sociale.

Ricchissimo di illustrazioni e foto (tra queste opere di Stefano Crety, Mauro Minutello e Paolo Giuri), 16 pagine a colori, vede tra gli Autori qualificati studiosi, docenti universitari, dottorandi e addottorati.

Particolarmente appetitosa la sezione dedicata al nostro artista conterraneo, Roberto Ferri, tarantino, sul quale abbiamo più volte trattato nel sito, che ha concesso in esclusiva alcune riproduzioni delle sue bellissime opere e al quale è dedicata la copertina del numero, che riproduce “Taras”.

Il volume non è in vendita, ma è riservato ai soci e simpatizzanti della Fondazione, che nel corso della serata potranno rinnovare l’iscrizione per il 2013 o aderire ome nuovi soci. Per tutti, oltre al volume, è riservato il depliant-pieghevole a colori sulla Cattedrale di Nardò. Ai vecchi soci sarà donata una monografia sulla Cattedrale di Gallipoli, ai nuovi il volume su Salvatore Napoli Leone.

I contenuti saranno illustrati dal prof. Paolo Agostino Vetrugno, dal dott. Pino de Luca (vice direttore de Leccellente) e dal direttore della rivista dott.  Pier Paolo Tarsi.

La serata sarà allietata dall’ottima musica dei Petrameridie, che si concederanno con esclusivi pezzi e accompagneranno il rinfresco offerto ai presenti.

La quota sociale per il 2013 ha sempre come minimo 30 Euro di contributo, che potrà essere versato nel corso della serata.

 

Questo è l’Indice del numero che presenteremo:

 

Roberto Spaventa, Fragmenta Corsani. Parcellizzazione feudale di Corsano (Lecce) dal XIII al XVII secolo

Maurizio Nocera, Divagazioni storico-bibliografiche sul castello di Copertino

Francesco De Paola, Un poeta alla corte dei Del Balzo: Rogeri De Paciencia de Neritò e un festoso pageant rinascimentale della nobiltà salentina

Domenico L. Giacovelli, Est autem fides sperandarum substantia rerum. Ipotesi per una possibile identificazione di un inedito soggetto iconografico

Marino Caringella, Intorno a Girolamo Imperato

Marcello Gaballo-Armando Polito, L’arco Lucchetti, il misterioso portale di Corigliano d’Otranto

Ugo Di Furia, Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò

Giorgio Cretì, Il muto

Maurizio Carlo Alberto Gorra, Tauro, non bove. Legami e influenze tra simboli arcaici e iconografia araldica

Brizio Montinaro, Tarantismo (vero, falso) e servizio militare

Angela Calia-Antonio Monte, Le maioliche di Angelantonio Paladini nel Salento. La produzione, i materiali costituenti e lo stato di conservazione

Marcello Gaballo, Intervista a Roberto Ferri: l’artista e l’uomo

Raffaella Verdesca, Roberto Ferri, pittore della magia, filosofo della seduzione

Maria Grazia Presicce, La donna salentina e la tessitura

Gino L.  Di Mitri, Tarantismo, possessione e stati modificati di coscienza nel Mediterraneo d’Antico Regime

Giulietta Livraghi Verdesca Zain,  Riti agresti nell’antico Salento: il grano in alcune formule propiziatorie dell’abbondanza

Giovanni Invitto, Intorno a Carmelo Bene

 

Restauri. La Madonna del Carmine della chiesa matrice di san Giovanni Battista in Parabita (Lecce) (Giuseppe Leopizzi), 177. Risparmio energetico negli immobili storici vincolati: l’impianto di illuminazione a gestione domotica della cattedrale di Nardò (Lecce) (Cristina Caiulo-Stefano Pallara), 179.

Archeologia in Terra d’Otranto. Le statue di due imperatori romani a Otranto (Alfredo Sanasi), 183.

Epigraphica in Terra d’Otranto. Un’epigrafe a Corsano (Armando Polito), 186.

Araldica in Terra d’Otranto. Un insolito stemma borbonico a Giuggianello (Lecce) ( Lucia Lopriore), 189.

Segnalazioni. Variazioni azzoliniane sul tema dell’Angelo Custode (Marino Caringella), 190). Un inedito dipinto ugentino attribuibile a Giovanni Andrea Coppola (Stefano Tanisi), 193. I dipinti di Paolo De Matteis (1662-1728) nella cappella del seminario di Lecce (Stefano Tanisi), 195. Aggiunta a Leonardo Antonio Olivieri e tre proposte per Domenico Antonio Carella (Nicola Fasano), 197. Il sansificio di Spongano (Lecce) (Giuseppe Corvaglia), 202. Appello per due chiese abbandonate a Taurisano (Stefano Cortese), 206. Note e vicende architettoniche della chiesa matrice di Casarano (Maura Lucia Sorrone), 208. Un logo per i 600 anni della cattedrale di Nardò (1413-2013) (Sandro Montinaro), 213).

 

 

 

 

Una passeggiata a Lecce di fine Seicento. L’abate Giovan Battista Pacichelli descrive la città (terza ed ultima parte)

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di Giovanna Falco

 

Considerando l’itinerario percorso il pomeriggio del sabato, dedicato a «la parte di fuori»[i], Pacichelli e De Raho dovrebbero essere usciti da porta Napoli: «un’Arco Maestoso contiguo alla Porta Reale anche detta di S. Giusto»[ii].

Il primo luogo visitato è «l’insigne Monistero già de’ Padri Benedettini neri, oggi degli Olivetani, col titolo de’ Santi Nicola, e Cataldo»[iii], «col Chiostro nobilissimo, Giardino, Massarie e Feudi uniti, un de’ quali frutta solamente 30 carlini, Foresteria da Prencipi, bellissimo quarto dell’Abate, poco anzi Procuratore in Napoli, che volle accompagnarmi, a farmi vedere il vago, e da lui ripolito tempio, con cupola, e torre alta, con le Statue à di Altari in trè picciole navi, e la sepoltura di Ascanio Grandi Poeta»[iv]: il «Mausoleo con statua laureata»[v] in fase di costruzione ai tempi di Infantino. La chiesa prospetta sul cortile illustrato in Lecce sacra, dove «son costituite di fabrica botteghe in gran numero per la Fiera che si disputa nel Regal Consiglio con la Città di Bitonto»[vi]. Pacichelli, inoltre, accenna alla Torre di Belloluogo: «posseggon que’ Monaci la Torre o’l Giardino del sudetto Tancredi»[vii].

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Oltrepassato il convento di Santa Maria di Ognibene degli Agostiniani scalzi, la cui prima pietra era stata benedetta il 18 aprile 1649 dal vescovo di Castro[viii], Pacichelli visita il «vago, e vasto Chiostro de’ Riformati di S. Francesco in numero di 60 ben trattenuti», cioè Santa Maria del Tempio, dove si sofferma a osservare «una Spina insanguinata del Signore, un pezzo del Santo legno della Croce donato ad un de’ loro Frati dalla Principessa Donna Olimpia Panfili, et un Chiodo assai grosso, con la punta tagliata, che sembrava nuovo, del medesimo nostro Redentore, costumato ad infondersi nell’acqua per divotion de gl’Infermi»[ix]. Le reliquie sono custodite «in una Croce di argento frà le suppellettili della Sagrestia»[x]. Nel 1634 Giulio Cesare Infantino aveva accennato a «due pezzotti del legno della Santa Croce»[xi] inoltre, a proposito del reliquiario, aveva affermato: «il sopradetto chiodo stà in un bel vaso d’oro, fatto da una collana d’oro offerta à quest’effetto dal Principe di Taranto la prima volta, che adorò questa Santa Reliquia»[xii].

Colonna di Sant'Oronzo, particolare
Colonna di Sant’Oronzo, particolare

Usciti dal convento dei Riformati, dove Pacichelli ha da lamentarsi per «la poltroneria di un Laico Sagrestano»[xiii] che non gli aveva offerto l’acqua benedetta dal chiodo, esprime parole di spregio per il «Lazzaretto governato dalla Città, ove osservai alcuni sucidi Lebbrosi, da me non mai più veduti»[xiv], già descritto da Infantino con «un gran cortile con stanze à torno, giardini, & altre comodità per servigio de’ Leprosi, che vi dimoravano»[xv]. All’epoca era già presente la colonna di San Lazzaro «innalzata nel 1682 ai 30 di aprile: opera del maestro muratore Giuseppe Bruno»[xvi].

San Francesco della Scarpa, particolare
San Francesco della Scarpa, particolare

I due abati proseguono per «san Giacomo chiesa allegra de’ Riformati di S. Pietro di Alcantara, che sono venti, et hanno bellissime tele à gli Altari»[xvii], all’epoca di Infantino il complesso religioso era dei «Padri Scalzi di San Francesco, i quali hoggi vi dimorano, havendo dato buon principio alla fabrica de’ loro Chiostri»[xviii]. Pacichelli vede nel giardino «una Grotta dedicata hoggi al Santo, e alla sua Statua, già piena di terra, la quale vuotandosi trè anni sono, scoverse, forsi non senza presagio de’ sinistri avvenimenti del Turco nella Pannonia, e Peloponneso, piccioli, e galanti specchi quasi Mosaici nelle mura, e frà essi nel volto, in buon carattere maiuscolo, nel petto di un’Aquila, e sovra una Cometa queste parole: / CUM FONTE, ET ANTRO DOMINUS FRUETUR / OTTOMANI SUPERBIA OCCIDET / Dicono che vi fosse una fonte, vivendo l’accennato Co: Tancredi vicina ad una Chiesetta vecchia»[xix].

Chiesa di Sant'Angelo, particolare della facciata
Chiesa di Sant’Angelo, particolare della facciata

Lasciato il giardino degli Alcantarini, i due abati percorrono il Parco, dove «frà gli alberi, è un delitioso passeggio di carrozze la sera, e fra trè strade, una vaga fontana a forza di argani»[xx]: era quella descritta da Infantino nella piazza maggiore, che aveva sostituito l’altra «fatta da Leccesi à sodisfattione di D. Caterina Acquaviva Duchessa di Nardò moglie di D. Giulio Acquaviva, Duca delle Noci nel 1608, quando fù Preside di questa Provincia»[xxi]. «Dentro al dilettevole Parco», aveva scritto Infantino, ci sono «horti di varij frutti abbondanti, & un bosco d’odorosi aranci con artificiose fontane, che potrebbe esser senza dubbio il poggio Reale de’ Leccesi»[xxii]. Tra il via vai di carrozze, passatempo già in voga al tempo di Infantino, i due abati incontrarono tra gli altri, «il Preside, pure in carrozza, con un de gli Auditori, in questa Residenza, della Provincia di Otranto, e due Alabardieri dietro»[xxiii].

Palazzo Perrone, busto di Sant'Oronzo
Palazzo Perrone, busto di Sant’Oronzo

Pacichelli e De Raho raggiungono il convento di Santa Maria dell’Alto (attuale Principe Umberto) dove i «Cappuccini, al numero di 50, m’introdussero nel lor Convento, sù l’hora dell’Ave Maria, ch’è il primo della Provincia, à veder la Spetiaria, l’Infermaria e la Bibliotheca»[xxiv]. Era stato istituito, aveva spiegato Infantino, nel 1570 dai Cappuccini di Santa Maria di Rugge come loro infermeria, in quel luogo «di miglior aria» scelto da «Teofilo Zimara, & Angelo Suggenti (huomini in quei tempi nella loro professione ta(n)to eccellenti, che i principali Medici del Regno ricorrevano al loro sapere)»[xxv]. Questo «Convento de’ Padri» Cappuccini, spiegò Infantino, «è de’ più belli, che habbiano no(n) solo in Regno, ma in tutta la Religione, no(n) solo capacissimo di potervi habitar più di 100 Padri, ma di bellissimo sito, co(n) spatiosi giardini di frutti abbondantissimi»[xxvi].

Chiesa dei SS. Niccolò e Cataldo, particolare della facciata
Chiesa dei SS. Niccolò e Cataldo, particolare della facciata

Pacichelli lascia: «un miglio fuori i Domenicani nel lor convento col Novitiato e Chiesa grande, offitiata da venti Padri»[xxvii], «per la strada che si và à S. M. di Rugge»[xxviii] (aveva specificato Infantino), e non entra nel castello «con fosso, ponte e presidio spagnuolo, assai valido»[xxix], degno, secondo Infantino «d’esser compareggiato con qualsivoglia altra fortezza del Regno», perché dotato di «commodissime stanze; guarnito con tutti gli arnesi di guerra con Presidio ordinario di Soldati Spagnuoli, stipendiati dal Gran Rè Catolico di Spagna, e di questo Regno»[xxx].

Statua di San Lazzaro
Statua di San Lazzaro

Tornati a palazzo De Raho, nonostante le insistenze del suo ospite che lo avrebbe voluto intrattenere anche la domenica, Pacichelli decide di proseguire il suo viaggio. De Raho omaggia l’abate donandogli un «paio di Guanti di Roma, e alcune Confitture, e volea per lo rinfresco far lavorare un Pastone»[xxxi].

 

Castello, stemma di Carlo V
Castello, stemma di Carlo V

(FINE)

prima parte in:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/05/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta/

seconda parte in:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

 

pacichelli


[i] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 159.

[ii] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 170.

[iii] Ivi, p. 171.

[iv] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., pp. 167-68.Nella veduta di Pompeo de’ Renzi pubblicata in Lecce sacra, tra le pagine 72 e 73, dietro la chiesa si ha l’impressione di intravedere una costruzione, forse “la torre alta” menzionata da Pacichelli (Cfr. G.C. Infantino, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. a cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979).

[v] G.C. Infantino, op. cit., p. 200.

[vi] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 168.

[vii] Ibidem.

[viii] Cfr. M. Paone (a cura di), Lecce città chiesa, Galatina 1974, p. 76.

[ix] Ibidem. (Cfr. G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 171).

[x] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 168.

[xi] G.C. Infantino, op. cit., p. 210.

[xii] Ivi, p. 211.

[xiii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 168.

[xiv] Ibidem.

[xv] G.C. Infantino, op. cit., pag. 212.

[xvi] A. FOSCARINI, Guida storico-artistica di Lecce, Lecce 1929, p. 180.

[xvii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 168.

[xviii] G.C. Infantino, op. cit., pag. 213.

[xix] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., pp. 168-169. Nelle altre descrizioni del ninfeo, ricoperto di conchiglie, non si fa alcun cenno a dove la scritta si trovasse, né tanto meno alla presenza della statua di San Giacomo, collocata dai padri Alcantarini, cui furono concessi chiesa e convento nel 1683. Non si sa a quale epoca risalga il ninfeo, noto anche come stanza del Paradiso o bagno di Maria Giovanna.

[xx] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 169.

[xxi] G.C. Infantino, op. cit., p. 214.

[xxii] Ibidem.

[xxiii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 169.

[xxiv] Ibidem.

[xxv] G.C. Infantino, op. cit., p. 223.

[xxvi] Ivi, p. 225.

[xxvii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 169. Si tratta del convento della SS. Annunziata sulla strada provinciale Lecce – San Pietro in Lama, adesso di proprietà della Fondazione Memmo.

[xxviii] G.C. Infantino, op. cit., p. 228.

[xxix] Ivi, p. 117.

[xxx] G.C. Infantino, op. cit., p. 213.

[xxxi] Ivi, p. 170.

Quandu nci ole, nci ole! (Quando ci vuole, ci vuole!)

di Armando Polito

Il corteggiatore galante, di Edmund Blair Leighton (1853-1922); immagine tratta da http://s663.photobucket.com/user/GeorgianaGarden/media/Immagini/Dipinti%20-%20analisi/255425B15D.jpg.html
Il corteggiatore galante, di Edmund Blair Leighton (1853-1922); immagine tratta da http://s663.photobucket.com/user/GeorgianaGarden/media/Immagini/Dipinti%20-%20analisi/255425B15D.jpg.html

C’è una cosa che mi dà un fastidio enorme al pari della menzogna, sorella della malafede, ed è l’approssimazione. Nei miei molteplici interventi su questo sito posso essere sembrato troppo precisino e a qualcuno eccessivamente pignolo. Assicuro, però, il lettore che ancora maggiore rigore riservo a me stesso e, non essendo la perfezione di questo mondo,  non ho alcuna difficoltà ad ipotizzare che anche io sia fatalmente incorso, ma involontariamente, in qualche errore o imprecisione. In attesa di esprimere la mia gratitudine al benevolo lettore che mi aiuterà a migliorare, oggi voglio prendere due piccioni con una fava: fare un esempio concreto di qualcosa che, secondo me, non va e fare nello stesso tempo onore alle mie ripetute affermazione sulla eccessiva benevolenza di alcuni recensori. E lo faccio, sia chiaro, non da quel recensore di professione che non sono ma da quel comune lettore, per quanto scalcinato, che presumo di essere.

Fino ad ora chi ha seguito la lettura di alcune poesie di Francesco Castrignanò (per chi ha interesse basterà digitare questo nome nell’apposita casella di ricerca, così, almeno per questa volta, evito di riportare una serie di links che comincia a diventare troppo lunga …) avrà notato che ho avuto da ridire su qualche dettaglio secondario di natura formale che, comunque, non inficiava l’esito poetico. Oggi la musica sarà totalmente diversa e per eseguirla passo subito al dunque.

Ti éciu rientra nel filone amoroso e, se nei casi precedenti il poeta neretino è riuscito ad estrarre oro, questa volta il prodotto finale, soprattutto nel finale, mi sembra ferro, per giunta un po’ arrugginito. E dire che la prima metà per vivacità di invenzione e d’espressione lasciava ben presagire!

Ho riservato alle note il compito di motivare questa mia impressione negativa, amplificata dal mio convincimento che il dialetto è nativamente più espressivo della lingua e che nel nostro caso, invece, ha dato esiti piatti anche sul piano squisitamente musicale. Il dibattito è aperto e questa sarebbe, oltretutto, un’occasione irripetibile di “vendetta” per qualche mio ex allievo, soprattutto per chi è diventato nel frattempo collega di un ex. Anche lui potrebbe prendere due piccioni con una fava: contestare, con motivazione, la mia opinione e maledirmi nel caso in cui la sua scelta professionale non fosse stata indipendente dalle mie quotidiane “uscite” di tanti anni fa ed ora, a ragione, egli non fosse felice di esercitare quello che per me, insieme con quello del medico, resta, nonostante tutto, il più bel mestiere del mondo. Pronto a cospargermi il capo di cenere, nessuna, una o due volte, a seconda della risposta …

 

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1 Participio presente da cutulare, da un latino *quatulare, dal classico quàtere (=scuotere) con suffisso iterativo come in italiano ventolare (in dialetto neretino intulàre) da ventare. Il verbo esprime felicemente la civetteria tutta femminile del gesto provocante e il compiacimento della consapevolezza del suo effetto.

2 Dal latino signum est; non è fuori luogo questa espressione che può sembrare dotta e, quindi, frutto del poeta-letterato. Al contrario, essendo locuzione ricorrente nel latino religioso, può essere inquadrata agevolmente nel repertorio latino di uso popolare.

3 Corrisponde all’italiano fiacco. Fiaccu nel dialetto neretino è usato nel senso di cattivo (cce ssi fiaccu!=che sei cattivo!) ma anche in quello di debole (mi sentu fiaccu=mi sento debole, non mi sento bene). In traduzione ho privilegiato il primo significato ma lascio al lettore decidere se il Castrignanò ne ha fatto un uso ambiguo con allusione anche ad un desiderio poco vivo stigmatizzato allusivamente dalla ragazza col suo canto dispettoso. Ad ogni modo, secondo me per fugare qualsiasi dubbio in proposito, il pretendente più avanti, senza mezzi termini, dirà: o prestu o tardu t’aggiu pussidire.

4 Non corrisponde all’italiano rigetto (da rigettare, a sua volta da reiectare, intensivo di reìcere=respingere, formato dal prefisso ripetitivo re-=di nuovo e da ìcere=gettare) perché riggettu deriva (come l’italiano ricetto) da receptu(m), participio passato di recìpere=mettere al sicuro, composto dal prefisso già visto re- e da càpere=prendere. L’uso principe di riggettu è in locuzioni del tipo no sta ttrou riggettu=non sto trovando pace, tranquillità. A differenza del precedente fiaccu mi pare, perciò, da escludere un’ambiguità basata sulla polivalenza linguistica della forma: pace sì (ricetto) ma anche rifiuto (rigetto di altri pretendenti, quasi sviluppo, offensivo, del precedente sacciu ca tu ndi faci tante e tante).

5 Corrisponde all’italiano concetto (diminutivo di concio). La similitudine può sembrare poco calzante dal momento che il tufo è una pietra abbastanza friabile, ma è di uso corrente l’espressione tieni la capu ti cuzzettu=hai la testa dura; il romanesco de coccio, invece, mette in campo coccio che molto probabilmente è da coccia=guscio di lumaca, dal latino còchlea(m); quest’ultimo è collegato con il nostro cuècciulu=conchiglia.

6 Questo verbo mi sembra un po’ esagerato e rozzo, nonostante convenga che il fuoco represso prima o poi doveva esplodere e che la voce era la più “delicata” tra le tante che la dominante mentalità maschilista aveva a disposizione per ribadire la sua concezione dell’amore anzitutto come possesso; e, anche se lei sembra averne fatte di cotte e di crude, non mi pare che questo pretendente infoiato, mostri, pur tenendo conto dei tempi, una delicatezza psicologica da manuale…

7 Vale l’osservazione fatta per pussidire; cioè nella prosaicità di panni vedo una carnalità troppo bullescamente dichiarata, sempre in rapporto a quei tempi. Può darsi, però, che sia io l’arretrato e che abbia capito ben poco dell’universo femminile, passato e presente … O, forse, il mio è solo un miserabile espediente per avere quel contraddittorio che da troppo tempo sto aspettando? Comincio, infatti, ad essere preoccupato: se nessuno contesta, nemmeno parzialmente, una tua (o non tua) affermazione vuol dire che la tua (o non tua) opinione non è degna neppure di considerazione, dovendosi escludere a priori la possibilità che tu (o chiunque altro sulla Terra) sia un genio infallibile.

Giovanna Scaramella Barone. Nella bufera

“NELLA BUFERA”

 di GIOVANNA SCARAMELLA BARONE

 

di Carmen De Stasio

 

“L’autrice del libro, Giovanna Scaramella Barone, non è una neofita, ma una cultrice della parola, che ha coniugato, con fluida espressione linguistica, un nucleo romanzato di biografia e storia, irresistibile nella collocazione nazionale e riconoscibile a quanti di storia patria conoscono abbastanza per comprendere ed apprezzare il cuore di eventi che hanno toccato la popolazione investita dalla bufera della Seconda Guerra Mondiale.

L’autrice ha penetrato la quotidianità di quella guerra, ne ha tracciato un percorso sintetico e complesso e ne ha forgiato un’idea illuminante non solo sul terreno di battaglia in sé, ma invadendo il tessuto di individui muti, di quanti hanno composto tasselli essenziali, pur restando ai margini e mai divenendo protagonisti assoluti nel vulcanico mondo di situazioni minime.

L’acume nel trattare gli accadimenti inseriti in una cornice storica, che s’intreccia pesantemente e veicola e le microstorie che la compongono, si rivela con un linguaggio impregnato di semplicità nella sequenza dei fatti, che innescano una danza con il vissuto interiore, per dar vita ad un movimento contorto fatto di luce ed ombre, di domande mute e di risposte mai evase non per mera comodità o decoro, piuttosto perché risposte non ce sono. non si può dare una risposta all’atrocità della guerra, che altro non è che la bugia perpetrata dai potenti per giustificare la sete di potere, o meglio, di comando. Gli altri, coloro che agiscono, sembrano muoversi come pedine, agitarsi come marionette incantate, e subiscono il sortilegio di destini assurdamente scritti  per loro. L’autrice propone una storia scomoda per l’alimento che nutre l’intera trama.

Una storia di partigianeria umana, oltre la guerra, dove non ci sono volti o gesti truci a tutti i costi perché così deve essere il vero eroe. Piuttosto a vincere  è il linguaggio dell’umanità e della conoscenza. Riuscire a giocare con concetti che esaltano la grandeur dell’uomo in progressione esistenziale, dell’uomo pensante  in incessante discussione  è atto eroico, giacchè nega l’assolutismo degli ideali e trasmette l’assioma di equità e giustizia. Tra quei personaggi in cerca di recupero della dignità italica contro un nemico oscuro e disperatamente violento – non pochi i riferimenti alle sofferenze testimoniate da schegge di comparse che appaiono e scompaiono sulla scena del libro – Serena sembra trovare una situazione di sollievo ai dubbi sulla propria dimensione.

Come una commedia umana il libro si tinge di rocambolesche trasformazioni di scena. la vita non prevede linearità – sarebbe semplicistico e non è così. E allora, nell’atmosfera di lotta, di pianificazione, il primo zoom evidenzia vagheggiamenti amorosi e situazioni di cuore nel circuito amicale e di complicità nella meta comune. Assente, invece, la descrizione fisica fine a se stessa: i personaggi vengono descritti attraverso le loro azioni ed espressioni linguistiche immediate e rotonde in concordanza con la situazione, la riflessione e l’ambientazione stessa.

Che si tratti di personaggi colti è distinguibile soprattutto con l’ingresso sulla scena di Georg, il ferito ufficiale della Wehrmacht, al quale, per intercessione – ma è davvero così? – di Serena, viene risparmiata la fucilazione. In lui il gruppo dei partigiani vede l’atrocità del lager, gli esperimenti, le uccisioni di massa, bambini lanciati in aria sotto lo sguardo di madri inermi e di tutto il coacervo di efferatezze indicibili. Vede il pianto senza tregua di un padre che si nutre nascondendosi allo sguardo pietoso e affamato dei figli. Che è nel torto e, di rimando, chi è il portabandiera di giustizia? La domanda impietosa e avvelenata lascia un giudizio in sospensione.

Con l’intervento di Georg la storia acquisisce una nuova dimensione di comunicazione e circolarità: qualcosa accomuna il gruppo ed è l’amore per la conoscenza, vera protagonista che esalta l’insieme degli accadimenti.

E’ il senso di fede, l’esistenza di un Dio. Esistono situazioni in cui la pianificazione sembrerebbe creare già in sé un precedente, un pregiudizio. Invece no. Serena s’innamora. E s’innamora di Georg, il nemico. Ma Georg è null’altro che un uomo che, come egli afferma, è nato in un terreno di fertile obbedienza e di ordine, cui il suo popolo è stato storicamente abituato, acculturato, direzionato. L’uomo nella divisa non è il cattivo, ma un teutonico di stirpe fiera della propria cultura, così come l’autrice riporta con riferimenti espressi in maniera esemplare ed armoniosa, proponendone l’argomentazione con energia avulsa da didascalismi boriosi e noiosi.

Il passaggio dalla descrizione esterna di situazioni quotidiane, sebbene con toni non sempre concilianti, espone il lettore alle fasi di conversazione tra persone che si ritrovano intorno ad un ipotetico desco e conversano, e dalla parola emerge la verità, preludio alla conclusione.

L’opera compone una serie di situazioni che affermano ed asseriscono una sintesi di tutto e di contrari, secondo la sequela della esistenza umana.

Notevole la puntuale ricerca del dettaglio storico, che concede ulteriore veridicità  illuminante alla cornice  raccontata. Un tratto di vita vissuto da una donna e rapidamente giocato da altri protagonisti.

Una storia di rivendicazione femminile? Piuttosto coglierei l’aspetto della visibilità del nuovo ordine la cui voce diventa atto eroico in sé , che veicola una storia trasmessa con il tono dei semplici,”soggetti alla sofferenza di ogni tempo”.

La scuola di cento anni fa vista da un poeta neretino con gli occhi di una donna di Nardò.

di Armando Polito

Immagini tratte da Brunella Dalla Casa, Donne scuola lavoro. Dalla Scuola professionale “Regina Margherita” agli Istituti “Elisabetta Sirani” di Bologna, 1895-1995, Grafiche Galeati, Imola, 1996.
Immagini tratte da Brunella Dalla Casa, Donne scuola lavoro. Dalla Scuola professionale “Regina Margherita” agli Istituti “Elisabetta Sirani” di Bologna, 1895-1995, Grafiche Galeati, Imola, 1996.

 

Odio le operazioni-nostalgia quando servono solo ad affossare acriticamente o, peggio, strumentalmente, il presente, perché il loro successo è assicurato ed a me le cose dall’esito scontato non piacciono minimamente, anche perché nascono da un calcolo furbesco che fa leva sulla carica suggestiva del ricordo, anche negativo, alla quale, nonostante tutto, nessuno di noi è in grado di rinunciare.

Oggi, poi, il successo dell’operazione, già scontato in partenza per i risvolti psicologici appena detti, risulta esaltato da un clima di insofferenza generalizzato che, comunque per fortuna, si sta diffondendo nel mondo e che minaccia di raggiungere effetti esplosivi in Italia dove la classe dirigente continua imperterrita a cincischiare, senza adottare nessun provvedimento concreto e efficace, almeno potenzialmente, per la soluzione  dei problemi-cardine che quotidianamente con una disgustosa cantilena dichiara di aver definitivamente individuato: merito, lavoro e lotta all’evasione fiscale.  E tutto questo quando ormai siamo fuori tempo massimo e per giunta ricorrendo all’illuminato aiuto di menti in cui l’aureola della genialità e della saggezza si fondono, confondono ed abbagliano gli stessi portatori di cotanto cervello al punto che non si rendono conto nemmeno di aver accettato di essere comprimari (sempre irresponsabili …) di uno spettacolo osceno (nel suo immediato significato etimologico, cioè che non sarebbe dovuto andare in scena); e magari si attendono pure da un momento all’altro il titolo di salvatori della patria …

Mi si potrebbe far osservare che è facile recitare la parte del laudator temporis acti (il lodatore del passato) togliendosi le fette di prosciutto dagli occhi solo quando si osserva il presente. La crisi è esiziale pure per le metafore e già il prosciutto è stato soppiantato dalla mortadella. Allora, debbo aspettare che pure questa diventi preziosa per non essere tacciato di parzialità? Non ce n’è bisogno, perché come si sia ridotta in pochi decenni la scuola del nostro tempo è visibile a tutti e sulla scuola di un secolo fa cedo la parola a Francesco Castrignanò. Non ho stipulato un contratto promozionale con gli eredi né è mia intenzione pubblicare un saggio su di lui, ma è solo per dovere di documentare il lettore al quale sia sfuggito qualche mio precedente post che qui ribadisco che Cose nosce è il nome della raccolta di poesie del neretino uscita per i tipi di Leone nel 1909 e che A tiempu mia è il titolo di quella che mi accingo a leggere.

La protagonista della poesia vive nel rimpianto di non essere nata dopo e la fregatura non è, in ossequio ad un vecchio detto, il fatto che, almeno teoricamente, è destinata a morire prima, ma l’ignoranza in cui ha dovuto vivere; insomma, siamo in presenza non di una laudatio (lode) ma di una obtrectatio (denigrazione) temporis acti. Oggi, invece, chi ha una certa età resta bbabbatu constatando il degrado che in pochi decenni la cultura ha subito (anche per l’inflazione dei titoli di studio e per il pessimo uso dei nuovi media10 … ) e si augura solo di chiudere gli occhi al più presto per non restare abbrutito pure lui da questa spaventosa involuzione. Poi pensa al film che è valso l’Oscar a Benigni e (giustamente o ingiustamente, chi lo sa?) ci ripensa. Alla prossima …

 

 

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1 Alla lettera: mettono.

2 Variante del napoletano guaglione, voce che per il Rohlfs è dall’onomatopeico guagnì=piagnucolare.

3 Da scarzare, da s– estrattiva o privativa  (dal latino ex) e carza=branchia, corrispondente all’italiano gargia connessa col latino medioevale gargàlia=trachea.

4 Vedi la nota 9 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/04/luomo-e-le-macchine-in-una-poesia-in-dialetto-neretino-di-un-secolo-fa/http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/04/luomo-e-le-macchine-in-una-poesia-in-dialetto-neretino-di-un-secolo-fa/

5 Etimo quanto mai controverso. Il Rohlfs invita ad un confronto con il siciliano caruso derivato dal verbo carusare=tosare, per il quale ipotizza dubitativamente un incrocio tra il greco κάρα (leggi cara)=testa e un latino *tonsare frequentativo del classico tondère=tosare. Altri, invece, come primo componente, mettono in campo non κάρα ma il verbo κείρω (leggi chèiro)=tagliare. Altri ancora per caruso propongono la derivazione da cariòsu(m)=cariato, poi liscio, calvo. Va detto che il milanese tosa=ragazza (da tonsa, participio femminile singolare di tondère) sembra rendere più attendibili le prime due ipotesi, Con lo stesso significato di carusare  il neretino usa caruppare, al cui esito diverso rispetto al siciliano non trovo spiegazione.

6 Questa dichiarazione oggi procurerebbe, a ragione, più di un linciaggio da parte delle femministe. Nella poesia è solo una protagonista dell’ancien regime, magari troppo anziana e troppo poco sveglia per mutare opinione (tra i giovani solo gli imbecilli non la mutano mai o la mutano troppo spesso …) e per questo va compresa. Non riesco a comprendere, invece, i comportamenti delle tante barbare, protagoniste di più di un fatto di cronaca recente,  non all’altezza del compito delicatissimo (magari avranno pure seguito, per corrispondenza, una cinquantina di corsi conseguendo regolarmente, cioè su pagamento …, i relativi attestati) loro affidato di curare persone con cui il destino non è stato prodigo fin dall’inizio della loro avventura sulla terra. In confronto a loro la Barbara della poesia è una santa.

7 Stessa etimologia di arancio (dal persiano  nāranǵ, che è probabilmente dal sanscrito nāgaranja=frutto degli elefanti), rispetto al quale, però, presenta la conservazione della consonante iniziale originaria.

8 Pure oggi tutti parlano di merito e della necessità di investire nella cultura, ma il riconoscimento dell’uno è una chimera, i fondi destinati alla seconda vengono sempre più tagliati, i migliori emigrano  e i cittadini onesti che rimangono sono solo polli da spennare o pecore da caruppare.

9 Da babbare, per cui vedi la nota 1 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/02/quando-unagenda-vale-come-e-piu-di-un-libro/

10 Ultima, in ordine di tempo, la circolare ministeriale n.18 del 9 febbraio 2012 che rende obbligatoria per il prossimo anno scolastico l’adozione dei libri di testo esclusivamente in formato digitale, provvedimento utilissimo per i produttori di tablet ma esiziale per studenti neppure in grado, ormai, di leggere correttamente (quanto a capire ciò che si legge, meglio lasciar perdere …) il più elementare dei testi a stampa …

 

 

 

Il monumentale palazzo Giaconìa in Lecce

testo e foto di Paolo Cavone

 

Nel 1546 il monsignore leccese Angelo Giaconìa, vescovo di Castro (1530-1563), iniziò la costruzione di un palazzo signorile in Lecce,  nei pressi della chiesa di S. Maria degli Angeli e del convento dei Padri Minimi S. Francesco di Paola.

 

Palazzo Giaconìa
Palazzo Giaconìa

 

Il palazzo ha un lunghissimo prospetto con due portoni simili ed ha avuto sicuramente più fasi di costruzione attuate in tempi successivi in relazione ai diversi proprietari che si sono succeduti, ed occupò l’area urbana creatasi dallo sviluppo ed ampliamento delle mura e coeva fondazione del Castello di Carlo V ad opera di Gian Giacomo dell’Acaya nel 1539.

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Una delle due porte del Palazzo Giaconìa

Successivamente il palazzo fu acquistato dall’allora Sindaco di Lecce, Vittorio De’ Prioli che si insediò nel 1593; già allora un ampio impluvium dava nel lungo giardino retrostante con: colonne, bassorilievi, iscrizioni, statue, e quant’altro di antico il prelato raccolse in scavi praticati a Lecce,  Rudiae e Salàpia. Di tutto questo oggi rimane ben poco: un maestoso albero di alloro alto 20 mt, vestigia di un folto laureto e di un bassorilievo in pietra leccese: “Il Duello e il trionfo di David”, attribuiti a Gabriele Riccardi, cui è assegnato anche l’intero edificio.

 

“Il duello e il trionfo di David” sul gigante Golia, bassorilievo del Riccardi.
“Il duello e il trionfo di David” sul gigante Golia, bassorilievo del Riccardi.

 

La formella relativa al trionfo di David, presenta delle analogie con quelle dell’altare di S.Francesco di Paola in Santa Croce. Sull’architrave di una porta murata, nell’atrio d’ingresso, è incisa una frase, di cui sono leggibili le parole: “MIHI OPPIDU CARCER ET SOLITUDO”. Nessuna traccia di un secondo bassorilievo, citato in letteratura, con il “David che scrive”.

I giardini sono limitati dalle mura della città sulla cui sommità trova posto un pergolato in ferro battuto che si poggia su colonne seicentesche.

 

Giardino e lato interno delle mura di Lecce
Giardino e lato interno delle mura di Lecce

 

Dopo la morte del De’ Prioli (1623), gli eredi alienarono l’edificio ai Carignani duchi di Novoli, che vi si stabilirono abitandolo insieme ad altri nobili. Se il De’ Prioli aveva eseguito alcune opere murarie nella parte interna, per arricchire e sistemare, in particolare, il giardino dove vi sono tutt’ora alcune balaustre del 1600, i Carignani completarono la costruzione nell’ala sinistra.

 

Finestre nel cortile del Palazzo Giaconìa
Finestre nel cortile del Palazzo Giaconìa

 

Il piccolo portale dell’attuale cappella su Piazzetta De Summa e le edicole finestrate appartengono, invece, ai primi decenni del XX secolo.

I due doccioni in pietra leccese che si trovano su prospetti, indicano, con il

cornicione terminale, le altezze originali dell’edificio.

 

Uno dei due doccioni del prospetto.
Uno dei due doccioni del prospetto.

 

Nel 1780 i Carignani vendettero il palazzo ai fratelli Michele e Alessandro Y Royo, Duchi di Taurisano, che ritoccarono i portali apportandovi i loro stemmi in marmo bianco, dividendolo , in pratica, in due palazzi. L’abitazione signorile dei Lopez Y Royo si sviluppava al primo piano. All’inizio dell’ottocento, con l’occupazione francese, divenne dimora di alcuni generali delle milizie. Nel 1817 il duca Antonio Lopez Y Royo, figlio primogenito di Michele, che non aveva figli, lo donò al fratello germano Cav. Bartolomeo. Il palazzo si frazionava ulteriormente con gli eredi dei casati: Tresca e Castriota Scanderberg e solo una parte di questo rimaneva ai Lopez Y Royo.

Con decreto prefettizio del 1927 una parte del palazzo passò all’Istituto dei Ciechi, oggi sede dell’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti.

 

Bibliografia

1)      A. FOSCARINI, Lecce d’altri tempi, in “Iapigia”, Anno VI, Fasc. IV

2)      N. VACCA, Ruderi e Monumenti nella penisola Salentina,  LECCE 1932

Tornano a sventolare a Nardò le Cinque vele di Legambiente.

portoselvaggio (ph Marcello Gaballo)

a cura dell’Ufficio Stampa del Comune di Nardò

 

Dopo uno stop di due anni ( l’ultima conferma risale al 2010)  l’ambito riconoscimento della Guida Blu premia Nardò, una delle quattro località pugliesi  promosse da Legambiente. Tutte salentine le cinque vele che vanno oltre che a Nardò  Otranto Ostuni e Melendugno.

Questa le motivazioni che hanno riportato Nardò posto nella prestigiosa graduatoria delle località ecologicamente privilegiate.

“ ….  Nardò (Le), altra new entry 2013, che si caratterizza per l’impegno profuso a difesa dell’ecosistema marino, in particolare dalle Associazioni Ambientaliste, dai Comitati per la Difesa del Paesaggio e del Territorio e dalla cittadinanza, che stanno contrastando con successo un progetto che prevede lo scarico a mare dei reflui fognari di Nardò e Porto Cesareo nel tratto

scelta nella direzione del potenziamento degli impianti di depurazione con idonei moduli di affinamento per consentire il riuso al 100% delle acque depurate per usi agricoli, attraverso il Consorzio di Bonifica dell’Arneo. Il Comune di Nardò è, inoltre, tra i promotori in Puglia della CETS (Carta Europea del Turismo Sostenibile) recentemente adottata dalle Aree Protette Regionali; ha redatto il piano comunale della coste individuando le zone idonee all’ installazione di lidi, alla realizzazione di piste ciclabili lungo tutta la costa (anche all’ interno del Parco Naturale di Portoselvaggio e Palude del Capitano) e definendo i criteri di progettazione per la realizzazione di tali opere.”

La presentazione della classifica della Guida Blu 2013  si  è tenuta  questa mattina a Roma alle ore 11, 30  presso Villa Ada. Alla cerimonia di premiazione    era presente l’assessore all’Ambiente del Comune di Nardò Flavio Maglio che  nel ritirare il premio ha sottolineato il  grande valore  del  risultato conseguito.

Sono felice per la mia città.” ha esordito l’assessore all’ambiente -“ Per Nardò è un grande risultato che premia il lavoro svolto in questi anni. Le cinque vele saranno per noi un ulteriore pungolo ad operare ea ad investire sulle grandi potenzialità  naturalistiche del nostro territorio. .Il  vademecum per l’estate 2013 ci onora di un piazzamento che vede solo 4 località in tutta la Puglia celebrate con le  cinque Vele. Per noi un successo  che conferma la prospettiva di uno sviluppo sostenibile della nostra economia  sorretta dalla sensibilità di tutta la comunità ai valori della tutela dell’ambiente.”

Una cerimonia tutta pugliese si è svolta intanto a Bari dove il’assessore regionale Silvia Godelli ha presentato i dati della classifica regionale. A rappresentare Nardò il sindaco Marcello  Risi accompagnato dall’assessore al turismo Maurizio Leuzzi.

Nardò ha contribuito a fare della Puglia la regione  che compete solo con la Sardegna per il primato nazionale delle cinque Vele.”  ha dichiarato il sindaco  Marcello  Risi

Salento in pool position dunque  e Puglia prima regione d’Italia ex equo con la Sardegna.

Un grande onore che ci riempie di gioia e soddisfazione”- continua il primo cittadino che ha voluto poi sottolineare  “l’importante azione svolta nella nostra città dalle associazioni ambientaliste che da decenni contribuiscono a tenere alto il profilo delle battaglie  per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente e del territorio e  che rappresentano un’importante punto di riferimento per l’azione dell’amministrazione comunale”

Ritorno al passato

di Armando Polito

immagine tratta da  http://www.mymovies.it/poster/?id=32800
immagine tratta da http://www.mymovies.it/poster/?id=32800

Non è la recensione ritardata, e non solo in senso cronologico …, di più di un film uscito con questo titolo (nella foto di testa la locandina originale in francese di quello del 1998 diretto da Jean Marie Poiré).

Avevo poco meno di vent’anni, ero iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Urbino (già reduce da quella di Scienze biologiche a Roma, abbandonata per problemi alla vista) e, in un momento d’ispirazione (!), sulla copia fresca fresca della Costituzione avevo scritto nel posto di solito riservato alle dediche la seguente mia massima: Non si è nessuno nella vita se non si è procreato un figlio o scritto un libro. Non saprò mai (anche perché il giudice è scomparso da tempo) se il superamento con trenta e lode dell’esame di diritto costituzionale fu dovuto allo studio fatto o all’impressione che la lettura (che culo!) della mia massima esercitò su chi mi aveva esaminato, il professore Giorgio Lombardi. Non era neppure quella la mia strada e abbandonai anche Giurisprudenza per approdare all’antico amore, le Lettere. Di quella massima son rimaste due splendide figlie e nessun libro. Se fossi nato trenta o quaranta anni dopo molto probabilmente non mi sarei potuto permettere il lusso neppure di un solo figlio. La crisi demografica,  già da tempo in atto per una visione, a mio avviso, edonistica ed egoistica della vita di coppia, ha avuto un incremento non da poco quando ha cominciato ad intrecciarsi in un abbraccio mortale con l’altra crisi: quella economica. Ed ora i due serpenti in amore sono freneticamente impegnati a mordersi la coda: come si fa, in un clima di precarietà e incertezza generalizzate, a pensare di formarsi una famiglia quando già avendo un lavoro si vive costantemente nel timore di perderlo?

Quando sento dire che i soldi nella vita non sono importanti mi viene la tentazione di spaccare la faccia a chi ha appena finito di affermarlo (previo controllo della statura e del tono muscolare del soggetto …), specialmente oggi che, a quanto pare, sono tutto. E la memoria va a tempi meno lontani di quelli dei miei studi universitari, quando con i miei allievi sacrificavo forse qualche approfondimento di natura grammaticale per soffermarmi sulla lezione di vita dei classici e, soprattutto, sul carattere amaramente fasullo di certe affermazioni. Una per tutte: il ciceroniano historia magistra vitae (la storia è maestra di vita). Purtroppo, millenni di storia hanno dimostrato che così non è stato, anche se gli inguaribili sognatori come me, che considerano i bilanci fallimentari solo uno stimolo per cambiare, aggiungono non ma così dovrebbe essere, bensì  ma così dovrà essere. Ancor più impegnativo, poi, appare il compito se consideriamo nella sua interezza la frase da cui la massima è stata estrapolata: Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis (La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, memoria della vita, maestra della vita, messaggera dell’antichità).

A proposito dei soldi, poi, e della loro importanza mi piaceva far osservare che chi ce li ha può pure guarire dal cancro, chi non ne ha può pure morire per le complicanze di un banale raffreddore. La conclusione nel caso particolare (ma ha anche valenza estensiva) è che i soldi cesseranno di essere importanti quando chi può guarire dal cancro si adopererà (anche non rubando e pagando le dovute tasse …) per non far morire chi lo può per i postumi di un raffreddore.

Poi venne Giambattista Vico con la sua teoria dei corsi e ricorsi storici e la consolante interpretazione che, tuttavia, mai il passato si ripete pedissequamente. Condivido la consolazione se penso solo alla forma; se guardo alla sostanza, la respingo al mittente.

Per farlo chiedo ancora una volta aiuto al poeta dialettale neretino Francesco Castrignanò ed alla sua poesia, tratta da Cose nosce (1909), dal titolo Forte nu ndore.

Il clima quasi da idillio che si respira attraverso le parole di lui per quasi tutta la poesia si ammanta di amarezza nella quartina finale attraverso le parole di lei, in cui il motivo economico e la conseguente volontà del padre non mi appaiono come pretesti messi in campo per fare la preziosa e mostrare così, secondo i canoni comportamentali del tempo, la propria “serietà”.

Oggi, per fortuna, la “dote” di lei non ha più importanza ma, destino infame!, né lei né lui, magari plurilaureati, sarebbero disposti (anche perché psicologicamente non attrezzati), per amore, a vivere sirchiandu scalore (sarchiando scarole), a meno che al padre (di lei o di lui o, meglio, di entrambi) non manchino li turnisi

 

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1 Corrisponde all’italiano odore. La n– di ‘ndore è per influsso di ‘ndurare, a sua volta da in+odorare con sincope e aferesi (trafila: *inodorare>*indorare>’ndurare), cioè non è, come l’italiano odore, dal latino odore(m), ma quasi di origine deverbale.

2 Dal greco σάμψυχον (leggi sàmpsiuchon).

3 Da ‘mpizzare, che è da in+pizzu (pizzo); la voce è usata anche nel significato di infilare e riflessivamente in quello di mettersi in mezzo.

4 Corrisponde all’italiano vento.

5 Corrisponde all’italiano seguito.

6 Corrisponde all’italiano parare, riservato, però, a momenti più solenni.

7 Per scàttuddha vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/10/il-diserbante-del-cuore/

8 Corrisponde all’italiano intesi.

9 Nonostante la lira fosse già in corso ai tempi dell’autore, qui turnisi (tornesi) sta nel senso estensivo di soldi e tale suo uso continua ancora oggi.

Nigredo, un noir, nel quale regnano le forze arcane, invisibili e ancestrali

“NIGREDO”  di STEFANO DELACROIX

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di Paolo Vincenti

 

“Nigredo”, nel processo alchemico , è uno dei tre stadi fondamentali per ottenere la pietra filosofale, il primo per l’esattezza, e sta a significare “nerezza” e ad indicare la putrefazione o decomposizione; gli altri sono: “albedo” o “bianco”, durante il quale la sostanza si purifica, sublimandosi, e “rubedo” o “rosso”, in cui la materia si ricompone, fissandosi. “Nigredo”  è il titolo dell’ultimo libro di Stefano Delacroix (I Libri di Emil 2013).

Il titolo ci dice già che si tratta di un’opera di magia, mistero, un noir, nel quale regnano le forze arcane, invisibili e ancestrali, che governano la vita degli sciagurati personaggi e del protagonista, Vincent Fernand Daudet, la cui parabola esistenziale è fatta di luci ed ombre, passione ed efferatezza, dolcezza e violenza. Vincent è una sorta di guaritore, più che altro un ciarlatano, fissato con l’alchimia e con la ricerca, naturalmente infruttuosa, dell’onniscienza e della vita eterna.  L’autore del libro, Stefano Delacroix,che vive ed opera a Taranto,  prima ancora che un grande artista,  è un umile artigiano della parola, che conosce la fatica  e il metodo che ci vogliono per dare alla luce un’opera d’arte e che si è dato un severo codice di autodisciplina, favorito forse  dalla formazione che gli viene dal suo lavoro di impiegato di concetto. Solo che, nel “lavoro” di scrittore, egli mette la sua metodicità al servizio di una vena creativa geniale e strabordante, di un talento narrativo che ha già dato prova di sé  nelle precedenti opere, tutte comunque superate da quest’ultima, che si merita certamente la “palma della vittoria” nella carriera di Delacroix e rappresenta il suo capolavoro.

Ambientato nella Parigi del XVIII secolo, alla vigilia della Rivoluzione Francese, il libro si può dunque definire un romanzo storico, poiché unisce ai dati reali una trama fantastica.  Il racconto storico  viene sublimato dalla trasfigurazione artistica e fatti noti  della storia del Settecento vengono visti in una nuova luce in questo libro, quasi rinarrati. La luce che veste i fatti  è quella che filtra dai minimi meandri, dagli angoli più nascosti della storia, dalle bettole più squallide, dalle topaie più malsane, insomma, da quello che è stato definito “il ventre infetto e brulicante di Parigi” descritto magistralmente da Victor Hugo nella sua “Notre Dame”. Compaiono più volte  gli importanti illuministi francesi, come Voltaire, Diderot, Montesquieu, e su tutti Rousseau, del quale vengono riportate ampie citazioni. Ma queste citazioni fanno da contrappunto ai dialoghi molto reali dei protagonisti della storia.  E inoltre compare, centrale nell’opera, la figura di Alessandro,  il Conte di Cagliostro, noto esoterista con il quale Daudet entra in stretta relazione. Il Cagliostro, un personaggio leggendario, per quanto realmente vissuto nell’Europa del Settecento, spregiudicato avventuriero, guaritore ed alchimista, fu fondatore di un ordine massonico chiamato “Rito egizio”. E al rito egizio sono connessi i primordi della scienza alchemica se è vero che nell’antica Grecia, Hermes Trismegisto, fondatore dell’ermetismo, era identificato con il dio egiziano Thot. Le dottrine ermetiche infatti, che comprendevano  filosofia, religione, astrologia, magia e alchimia, venivano connesse all’antica sapienza egiziana i cui sacerdoti invocavano proprio il dio medico-magico Thot, diventato poi  nella religione ellenica Asclepio. E come il dio taumaturgo Asclepio, o Esculapio, un guaritore si professa l’alchimista Vincent Fernand Daudet, il quale comunque abbraccia  solo una branca di questo antichissimo sapere, vale a dire la manipolazione delle erbe. Per l’esattezza, Vincent pratica la “spagiria” , una della quattro arti alchemiche e in particolare quella che ricerca medicamenti dalla natura anche per il prolungamento della giovinezza e della vita. I protagonisti sono calati mani e piedi, sembrerebbe quasi incatenati, al loro microcosmo di miseria e abiezione, nel grande cosmo della storia. Quella storia che non è fatta solo dai grandi condottieri, dai generali e colonnelli, dalle madame e dai nobiluomini con i loro blasoni a sempiterna memoria, ma è fatta anche e soprattutto dai poveri diavoli che compaiono in questa narrazione, dagli umili, dai perdenti, protagonisti anonimi di una vera e propria “epopea della malavita”, come definirei questo romanzo di Delacroix. La storia, ancora, fatta da operai e straccioni, contadini e prostitute, falsari e imbroglioni, da quei “miserabili” già immortalati da Hugò nel suo capolavoro del 1862,  ma ancor di più da Eugéne Sue nel suo romanzo “Les Mystères de Paris” (di un ventennio  precedente), che mi sembra rappresenti il vero modello di riferimento del nostro Delacroix, non solo per l’ambiente di sordidi misteri fornito come base dell’opera ma anche per una certa rivendicazione socialisteggiante che credo sottenda la sua epopea  (“il male è una malattia sociale?”  viene spontaneo chiedersi leggendo le sue pagine).

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“Un viaggio all’inferno”, si potrebbe definire, quello del protagonista Vincent, che mi ha ricordato molto la descensus ad inferos di un grande autore del Settecento, August Strindberg, che ambienta la sua opera  “Inferno” proprio nella Parigi degli stessi anni in cui vive Vincent Daudet. Come il nostro protagonista, Strindberg, in una sorta di allucinato diario di morte, nel mentre narra le proprie peripezie di folle ossessionato da manie paranoiche e suicide, compie i suoi  esperimenti con lo zolfo . Vincent , si parva licet, ricorda straordinariamente anche il  “Faust” di Goethe, nella sua eterna insoddisfatta volontà di sapere: anch’egli figlio di un medico che invece di guarire la gente secondo la missione ippocratica  utilizzava i pazienti per i suoi esperimenti di stregone, continuando ad essere stimato e riverito come il benefattore che non era. L’autore ha scelto con cura i luoghi nei quali ambientare la storia, che si dipana, nelle 256 pagine che compongono il libro, in un tessuto narrativo fatto di spazi, tempi, personaggi, retroterra culturale e  sociale, tutti fortemente  caratterizzati. Ma anche grande importanza viene data ai pensieri più reconditi del protagonista, alla sua travagliata coscienza e alla percezione delle cose, intrecciata con l’esperienza, con il  suo vissuto. Una scrittura colta, forbita, quasi aulica, nelle descrizioni, bassa e spesso triviale nei dialoghi. Una sequenza ininterrotta di colpi di scena  lascia  senza fiato il lettore, soprattutto nelle pagine in cui maggiormente vortica il ritmo narrativo,  con iperrealistiche descrizioni degli ambienti malfamati di una Parigi borderline ( molto più tenebrosa  dunque della ville lumiere cui siamo abituati), alcune derive grandguignolesche  e sprazzi di commovente love story nei momenti di più concentrata tensione drammatica. Bellissima la copertina del libro, opera di Francesco Caforio, fotografo tarantino che segue spesso Stefano Delacroix nelle sue tournè con il gruppo musicale “Rue de Rome”, di cui  Stefano è chitarrista e voce.

Il libro ha già ricevuto positivi apprezzamenti nelle varie recensioni pubblicate. Certo, un lavoro ambizioso, un libro scritto con acume, destrezza e caparbietà da un Delacroix in stato di grazia con il suo  incontenibile, spumeggiante talento narrativo. Il libro si apre con una citazione da Giordano Bruno: “in viva morte morta vita vivo”.“Un romanzo iniziatico”, è stato definito, anche se manca la salvezza finale. Vincent  potrebbe essere riscattato da una profonda sensibilità, dal suo pieno sentimento , se non fosse già stato condannato dalla sua natura ad una vita infima di inganni, furberie e crimini; la sua condanna è scritta nella sua stessa vita.  Infatti, non c’è, in questo personaggio, vero pentimento, come non c’è autentica consapevolezza spirituale. Il suo amore per le scienze occulte lo porta a galleggiare in una sorta di limbo, in una zona grigia in cui non raggiunge mai l’autentica conoscenza, la vera sapienza, nonostante la sua ottima predisposizione allo studio  e le sue doti non comuni di perspicacia e curiosità, e ciò perché le contingenze lo distolgono, in una città mefitica che sembra il regno del mors tua vita mea. Nel gorgo delle sue scatenate peripezie, nella blague di certe  avventure un po’picaresche, egli deve “tirare a campare” e pensa bene di guadagnare raggirando i poveracci, pur sentendosi ad essi solidale, un po’ Rodomonte, un po’ Robin Hood. La sua ribellione faustiana sbollisce presto, insomma, di fronte alla necessità  di sbarcare il lunario, alla diuturna lotta per la sopravvivenza che lo accomuna a tanti altri fratelli di pena in quel frangente storico. Ma certo la comune necessità  non lo scagiona dalle colpe commesse , dai delitti perpetrati, le attenuanti non lo assolvono,  di fronte al tribunale della vita e degli uomini, prima ancora che a quello divino. Solo un raggio di luce, nell’immenso buio  desolante della sua vita, è rappresentato da una deliziosa fanciulla, Sophie, di cui Vincent si innamora. Ma le misteriose vie del destino si ingarbugliano e lo portano lontano da quel suo bene, fino a farlo perdere e sperdere. Quella sola luce, ancora di salvezza, come l’amore refugium peccatorum, brillerà troppo poco per poi estinguersi inevitabilmente nel naufragio di ogni certezza, di ogni punto fermo, nell’erranza di questo derelitto impostore.  Attraverso lo snodarsi delle vicende, possiamo ricordare la storia della Rivoluzione Francese, i suoi prodromi e le sue conseguenze, fino al drammatico epilogo che coinvolge uno dei massimi protagonisti del tempo, Robespierre.  Delacroix si serve del contesto storico per reinterpretare a proprio piacimento alcuni fatti memorabili dell’epoca nella quale è ambientato il romanzo. A chi però volesse accusare l’autore di violentare la storia, Delacroix potrebbe rispondere come, di fronte alle medesime accuse,  Alexandre Dumas, il quale, con fine autoironia, ammetteva di farlo ma aggiungeva che da quegli atti di violenza nascevano bambini bellissimi. E comunque il nostro autore, come tutti gli appassionati di mistero, cospirazioni e dietrologie, inventa strane macchinazioni  dietro gli avvenimenti storici, ma non ne stravolge certo l’esito finale, quello da tutti conosciuto.

Un’opera dalle molteplici letture “Nigredo”, come sfaccettata e multiforme è la personalità del suo autore. Si può leggere come un romanzo di avventure e farsi trascinare dal vortice degli eventi. Come un romanzo fantastico, e seguire le verosimili peripezie dei suoi personaggi. Si può cogliere l’elemento romantico della delicata storia d’amore fra Vincent e Sophie, o ancora si possono cogliere gli aspetti esoterici e mistici del narrato e interpretarlo dunque in chiave simbolica. Mi sembra che calzi perfettamente e sia anche di ottimo auspicio, quanto ebbe a scrivere Ugo Dèttore a proposito dei “Miserabili” sopra citati: “Libro centrifugo, caotico, affastellato, torreggiante –verrebbe da dire spudorato- , in cui troppi elementi si sovrappongono per esprimere la concezione unica e dominante di un’opera d’arte perfetta”; un dramma moderno, aggiungo io, che fa a buon diritto entrare Stefano Delacroix nel novero dei grandi romanzieri contemporanei.

“Anche se il dramma è assoluto”, mi scrive Stefano, “su più livelli,  ciò che rimane sono speranza e fede, e rimane l’amore, sebbene sia stato perduto irrimediabilmente nel tempo” . E con questo messaggio concludo la mia recensione, avendo fatto attenzione a non addentrarmi nella trama e soprattutto a non svelare il finale dell’opera lasciando così ai lettori intatto il gusto di scoprirlo . A Stefano Delacroix l’augurio che questo libro possa ottenere il successo che merita.  Ad Majorem Gloriam Dei et Hermae Trismegisti!

 

Lettera aperta la ministro Bray sul paesaggio salentino

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LETTERA APERTA AL MINISTRO AI BENI CULTURALI

–         per conoscenza al Presidente della provincia di Lecce

 

Spett. Sig. Ministro,

Come semplice cittadino residente nel Salento le scrivo per richiamare la sua attenzione sullo stato di “conservazione” del patrimonio paesaggistico dei comuni che appartengono alla provincia di Lecce.

Il paesaggio salentino, ad eccezione delle Città di Lecce, Maglie e Specchia, non è più sottoposto, da parte delle Amministrazioni Comunali e rispettivi uffici tecnici, a nessun controllo e regolamentazione per la sua conservazione e tutela.

Nelle commissioni edilizie di ogni comune di Terra d’Otranto e Leuca dei secoli scorsi, erano vigenti e obbligatorie, norme severe e persuasive circa la scelta e il rispetto dei colori, dei materiali e dei stili architettonici tipici del paesaggio mediterraneo.

Dagli anni ’60 queste normative sono andate man mano scemando fino a scomparire del tutto con l’avvento del regime consumistico che privilegia i prodotti chimici e industriali incompatibili con il nostro clima,  a danno dei prodotti tradizionali e naturali esistenti sul nostro territorio.

Paradossalmente nello stesso arco di tempo in cui è stato riscoperto e rivalutato il patrimonio coreografico-musicale popolare salentino, il paesaggio urbano ed extraurbano, altrettanto popolare, iniziava il suo declino e oggi rischia di essere cancellato per:

–                    il ricorso sempre più diffuso alla colorazione esagerata delle facciate       ed eccessivo ricorso alla pietra a vista nei centri urbani;

–                    il proliferare, nelle nuove costruzioni, di forme architettoniche estranee alla nostra identità culturale;

–                    il diffondersi di graffiti e scritte con bombolette spray sui muri dei centri urbani e periferici che per assuefazione agli occhi degli abitanti (ma non a quelli dei turisti), evidenziano un paesaggio emergente che avanza indisturbato e si sovrappone a quello preesistente fino alla sua cancellazione totale, e con essa, la nostra memoria storica.

Se in questi ultimi anni Il Salento è stato molto apprezzato sotto l’aspetto  musicale è un merito che va sottolineato.  Tutto ciò può essere vanificato perché è inconcepibile che la considerazione e l’apprezzamento non venga fatto anche per il patrimonio paesaggistico che ha la stessa storia. Ed è, anzi, il contesto stesso di quello musicale, entrambi parti integranti di due diverse civiltà millenarie, quella contadina e quella classica che, proprio grazie a delle regole, sono state tramandate fino a noi, rispettandosi a vicenda e che noi oggi, potremmo con orgoglio  presentare, come testimonianza, ai  visitatori che tanto concorrono allo sviluppo turistico ed economico del Salento.

Io sottoscritto Ezio Sanapo assieme a tutti gli altri sottoscrittori del manifesto allegato, ci siamo impegnati, da qualche anno a richiamare l’attenzione delle amministrazioni locali, dei cittadini e nelle scuole, con manifesti ed articoli sui giornali, a prendere coscienza su un problema che per essere risolto non ha bisogno di finanziamenti e che ciò nonostante, per la sua cronicità, trova forti resistenze. Proprio per questo siamo ricorsi a questa nostra lettera e alla sua attenzione.

“ELOGIO AL BIANCO DELLA CALCE” e riconciliazione con il nostro paesaggio di origine sarà il tema che il comitato organizzatore della manifestazione LA NOTTE VERDE dedicherà il 31 agosto di quest’anno, dopo lo strepitoso successo dello scorso anno nella località di Castiglione in provincia di Lecce.

Nell’ambito della manifestazione suddetta, io e tutto il comitato organizzatore faremo un bilancio e decideremo altre eventuali iniziative rendendo  pubblica e ufficiale una vostra risposta o iniziativa che possa concorrere alla risoluzione di un problema che ha una importanza che va al di la delle motivazioni di carattere estetico .

In attesa di una sicura e pronta risposta la saluto cordialmente.

 

Ezio Sanapo                         Il comitato organizzatore LA NOTTE VERDE

Da S. Maria a Mare ai gabbiani: immagini e appunti dalle Tremiti

di Rocco Boccadamo

 

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Diversamente dai giorni scorsi, stamani, il sole non splende a tutto campo, ma gioca a nascondino con tratti di nubi leggere.
Tuttavia, la veste dell’isola di S. Domino, poco più che uno scoglio, è egualmente smagliante e affascinante. Il verde della vegetazione, fatta di pini e di macchia mediterranea, continua e si fonde con la tonalità della distesa d’onde.
Sugli spuntoni delle rocce, proprio a ridosso della distesa liquida, sostano appollaiati numerosi esemplari di gabbiani reali, dal caratteristico becco giallo e l’imponente apertura alare che da loro agio di librarsi in un attimo e di saettare rapidi in alto.
Così immobili, avvalendosi degli occhi vispi e acuti, scrutano, da un lato, la superficie del mare in basso, sì da poter cogliere eventuali piccoli pesci a pelo d’acqua e farne preda, dall’altro, invece, vigilano, alla stregua di autentiche vedette, sulle nidiate dei loro piccoli, detti, in lingua dialettale, “curciuli” – a onore  del vero non propriamente batuffoli minuscoli, ma un po’ cresciuti – fuoriusciti dalle uova dischiusesi negli ultimi mesi .
Fra gli angoli più belli e accattivanti di S. Domino, Cala Matana si pone ai primi posti, tanto che, lo scrivente, attratto da tale sito sin dall’iniziale sbarco qui nell’ormai lontano 1998, l’ha eletta a posto preferito, punto dove prendere il primo bagno della giornata, spiaggia dell’anima.
Nel percorrere il viottolo, a tratti a gradini, a tratti sterrato, che, dalla piazzetta della pensione “Belvedere” e dell’albergo “Il gabbiano”, conduce giù, verso, giustappunto, Cala Matana, lo sguardo è immancabilmente sollecitato a volgersi sulla destra e a soffermarsi sulla sagoma bianca, emergente dalla selva di pini d’Aleppo, della casa già di Lucio Dalla, in cui, il famoso cantautore, ha trascorso moltissime estati, rifugiandosi, inoltre, per brevi periodi, anche durante il resto dell’anno. A Cala Matana ha composto musiche, scritto canzoni, pensato, riflettuto, fra gite in barca e momenti di vita comune con gli isolani.
Colpisce, nei pressi della villa, la discreta presenza di due gusci, a forma d’igloo, moduli abitativi allestiti, nei passati decenni, nel vicino villaggio del Touring Club Italiano, luogo delle prime vacanze, alle Tremiti, del giovanissimo Dalla, accompagnato dalla madre.
Com’è noto, a Lucio, è toccato di andarsene presto e però, in quest’angolo di paradiso verde, egli rimane idealmente presente e vivo, un punto di riferimento fisso, al pari della grande statua di S. Pio da Pietrelcina, da lui fatta realizzare e posare sui fondali della limitrofa isola di Capraia.
Ieri, recandomi a Cala Matana, ho notato la presenza di qualche persona, verosimilmente parenti, sulla terrazza di Dalla, ma dietro di loro mi è parso di vedere pure la figura di Lucio, classico cappellaccio in testa e sigaro fra le labbra: come non pensare che, anche riposando sulle nuvole, egli seguiti a scrivere e comporre note e versi melodiosi?
Ora, accanto a me, sugli scogli, vanno volteggiando piccole farfalle di colore tra il bianco e il giallo, calandosi e indugiando a contatto delle foglie e dei minuscoli frutti delle “chiapparate”, piante di capperi che nascono e crescono, sotto forma di arbusti grandi e piccoli, fra le rocce, frammiste a cespugli di mirto, un insieme da cui sembra dipartirsi un eccezionale dialogo tra piante e mare.
Domenica pomeriggio, si è rinnova la rituale breve navigazione fra l’approdo del villaggio Touring e l’isola di S. Nicola, per visitare quel centro storico.
Salendo la scalinata verso l’abbazia – fortezza di S. Maria a Mare, abbiamo incontrato casualmente Padre Massimo, in luminoso talare bianco e con semplice crocefisso pendente sul petto.
Da circa un biennio, Padre Massimo è il parroco dell’arcipelago, benvoluto dall’intera comunità. Vanta una storia speciale, detto religioso, è di origine siriana e discende dalla stessa famiglia che, circa un secolo fa, diede i natali a un altro illustre personaggio religioso, il Patriarca Massimo 5°.
L’attuale Massimo si trova in Italia da un pezzo, prima a Roma, poi in un monastero del Gargano, infine destinato, su sua esplicita richiesta, alla guida della parrocchia tremitese. Confida di essere contento di vivere qui, Padre Massimo, concentrato a leggere, studiare e meditare; si porta in terraferma unicamente per impegni ineludibili, mentre, nella quotidianità, gli basta una barchetta o un gommone per spostarsi dall’isola di S. Nicola a quella di S. Domino e viceversa.
Superata la graziosa abbazia di S. Maria a Mare, la cui realizzazione risale all’undicesimo secolo e nel cui complesso, in tempi lontani, si sono avvicendati tre differenti ordini religiosi, i Benedettini, i Cistercensi e i Lateranensi, l’escursione in comitiva ha proseguito sino alla parte centrale di S. Nicola, con tappa conclusiva in un sito sui generis, una piccola grotta affacciantesi su uno strato di basse rocce, ritenuta, fra storia e leggenda, il luogo di sepoltura dell’eroe greco Diomede.
Il personaggio, postosi in conflitto con la dea Venere, sarebbe stato costretto a lasciare la sua patria, Argo, e a imboccare, insieme con il suo esercito, la rotta dell’esilio, arrivando ad approdare sul piccolo arcipelago dell’Italia meridionale, di poi rimanendovi sino alla fine dei suoi giorni.
Non a caso, sull’onda di tal evento, leggendario o reale che sia, le isole Tremiti sono state a lungo appellate Diomedee.

Di posa in posa, l’arte, la vita

di posa in posa

di Paolo Vincenti

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Nel libro “Di posa in posa” (Manni Editore 2012), Paola Cattaneo racconta un’esperienza straordinaria: quella di modella di nudo per pittori, attività da lei svolta per molti anni prima di passare dall’altra parte del cavalletto e diventare  pittrice. Un universo affascinante quanto sconosciuto, quello artistico delle modelle di nudo, che fino ad ora era stato poco esplorato perché di rado accade che chi posa passi poi a descrivere questa esperienza dal di dentro. Rappresenta dunque quasi un unicum il caso di questa modella per pittori, artista ella stessa e poliedrica intellettuale. Un osservatorio privilegiato, il suo, dal quale ha potuto trarre materia viva per la narrazione che si dipana in questo agile volumetto, a metà fra saggio e romanzo, leggera e quasi imponderabile, piana e lieve, come il corpo nudo di una modella. Quanti spunti, idee, ispirazioni infatti deve aver colto la Cattaneo nei tempi lunghi delle sue pose quando negli atelier in cui si esibiva, doveva prestare il corpo allo sguardo attento ed interessato di pittori, professionisti o dilettanti, che la riproducevano sulla tela. Paola Cattaneo ha iniziato con la danza, la recitazione e il canto, prima di approdare al lavoro di modella per pittori. Laureata in filosofia, ha pubblicato libri di fiabe, poesie e saggistica. Divenuta pittrice, ha tenuto svariate mostre. Vive fra Roma e Baveno sul Lago Maggiore.

Nella prima parte del libro, l’autrice narra i propri inizi nell’atelier dell’artista Enrico Lui, una sorta di guru che segna inequivocabilmente la sua vita. Il posare diventa per la Cattaneo un vero lavoro al quale si dedica negli anni successivi con passione e grande professionalità. Essendo anch’ella artista e donna di pensiero  ha modo di sviluppare una riflessione critica sul proprio ruolo che poi, su suggerimento di Enrico Lui, decide di mettere per iscritto e che diventa il libro che ora abbiamo in mano. Scrive infatti la Cattaneo nell’Introduzione : “ Il tempo del posare  è un tempo di osservazione e di attenzione all’ambiente e alle persone che vi operano. E’ un tempo che prevede un saldo equilibrio di energie fisiche ed emotive, un’abilità di resistenza per mantenere corpo e viso immobili e concentrati il più a lungo possibile. Ề il tempo che, anche nelle sue pause tra una posa e l’altra, mette in relazione modella e pittore, corpo e spirito di entrambi. In questo tipo di rapporto, dove chi posa e chi disegna soprattutto ‘mette a nudo’ le sue parti più intime e autentiche, emergono in modo esplicito comportamenti, abitudini di pensiero, incertezze, che coinvolgono non solo  il fare artistico, ma il fare e l’essere ‘umano’delle persone.”  La concezione del  corpo nella storia del pensiero mondiale ha subito fasi alterne, di esaltazione e di demonizzazione, di  rivalutazione e di svilimento, a seconda delle concezioni filosofiche o religiose delle antiche civiltà che si sono succedute. Fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui si è assistito alla mercificazione del corpo umano divenuto esso stesso pezzo di scambio, nella coeva società dei consumi. Scritto con una prosa poetica molto convincente, il libro racconta l’esperienza di modella di nudo, ma non solo. Si intrecciano, nel corso della narrazione, analisi, pensieri, riflessioni filosofiche e addirittura brani poetici che rivelano un universo fermentante proprio di chi è  artista a tutto tondo.

La Cattaneo osserva come questa sua professione così sui generis avesse ed abbia ancora a scontrarsi con certi pregiudizi, dovuti all’ignoranza, e con una certa mentalità retrograda che trova un ché di borderline, se non di peccaminoso, nel mostrare la propria nudità. Qualcuno, ci informa l’autrice, a cui si riferisce di questo tipo di attività,  pensa subito ad incontri erotici o a strane tresche durante le lezioni di disegno di nudo.  Scrive Paola Cattaneo: “L’uomo artista (l’uomo in generale) poteva accedere per diritto al corpo nudo di una  donna, quando, di fatto, una donna che dipingeva non poteva nemmeno frequentare un  corso di disegno di nudo. Il corpo della donna è sempre stato oggetto a disposizione dello  sguardo maschile, a testimonianza di una radicata differenza di genere nei diritti e nei doveri. Nel mondo dell’arte ci sono voluti il coraggio e la tenacia di artiste come Camille Claudel o Susanne Valadon, prima modella degli impressionisti, poi famosa pittrice, per  creare una vera e propria rivoluzione, per affermare il diritto della donna ad essere  ‘soggetto’ della rappresentazione e ad essere riconosciuta come artista ‘professionista’ e  non più dilettante. Ma anche se la donna oggi, nelle società occidentali, può decidere il  proprio ruolo nell’ambito privato e pubblico e può muoversi liberamente senza essere  socialmente screditata (anche se non è ancora accreditata quanto un uomo), permane un  modo corrente di pensare e di vivere i ruoli sociali solo sulla base della distinzione  sessuale. Anche per questo è ancora diffuso un atteggiamento di diffidenza nei confronti di un’attività  che per lo più non si conosce o si presume conoscere come mestiere perditempo, svago  leggero e poco impegnativo.” Certo, chi osserva da lontano questo operare artistico potrebbe pensare che sia bello o umiliante (a seconda del punto di vista) percepire un compenso per non far nulla. Ma sebbene ciò non corrisponda al vero, non affermava forse Balzac che “l’artista è un’eccezione: il suo ozio è un lavoro, e il suo lavoro un riposo”? Ho voluto sopra riportare un ampio stralcio dal libro della Cattaneo per sottolineare che non si può dunque accettare l’equazione donna nuda uguale  poco di buono come fa chi, con scoraggiante pressappochismo, scredita questa attività. Confondendo così il fare artistico di una scelta pienamente consapevole come quella di una modella per pittori, con l’ostentazione e l’arrivismo di chi utilizza il proprio corpo come un oggetto lussurioso da dare in pasto ai più bassi appetiti; il corpo, cioè, come mezzo  per  uno scopo quali la celebrità e il successo personale. Mentre la Cattaneo sostiene, e noi con lei, che mai il corpo possa essere disgiunto dallo spirito, che la complementarietà dei due sia osmosi iscritta nella storia stessa dell’umanità. Il corpo completa lo spirito e la mente ha bisogno del corpo, fuori da ogni facile teoria “separatista” propugnata da chi, utilizzando il corpo come un oggetto da vetrina o un prodotto di marketing, cerca una alibi per scaricarsi la coscienza da un latente senso di colpa.

Nella seconda parte del libro, l’autrice descrive il suo ritorno nella bottega atelier di Enrico Lui, dopo la morte a soli 44 anni dell’artista, e il suo riannodare i fili di un discorso che nemmeno la morte è riuscita ad interrompere. Nel laboratorio, la Cattaneo si trova ad essere protagonista in prima persona di un rinnovato sodalizio artistico e ad avere a sua volta a che fare con pittori e giovani modelle che ripercorrono i suoi stessi  passi. Descrive inoltre la sua visita ad una mostra di Louise Bourgeois. Molto belle le pagine in cui si parla dell’incontro fra modella e pittore e di come si venga a creare un’alchimia fra chi dipinge e chi viene ritratto che porta alla felice realizzazione di un’opera d’arte. E ancora, di quel tourbillon di emozioni anche contrastanti che si possono scatenare in una donna ferma immobile per essere ritratta  e che possono portare a reazioni impreviste, come un improvviso moto di pianto o uno scoppio di ilarità. Ma non voglio svelare altro del libro, per lasciare ai lettori il piacere di scorrere le pagine del volumetto.  Seguendo la trama, attraverso l’alternarsi  delle stagioni, “di posa in posa”, appunto, mi è sembrato di essere calato in quell’ambiente artistico ma anche nelle brume di Milano, avvertendo una  sfuggente malinconia che questa narrazione così rarefatta mi ha evocato. Meritati complimenti  all’autrice, che ha saputo annodare insieme due diversi punti di vista:  quello di chi disegna con quello di chi è oggetto del disegno, due mondi che nella narrazione della Cattaneo diventano speculari grazie alla dovizia di particolari e alla notevole capacità introspettiva  e lirica che ella ha saputo infondere al suo racconto.

Ipra (vipera): un pizzico di veleno sì, ma nell’etimologia

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.escursioniapuane.com/Evidenze/IMGevidenze/ViperaAspis02b.jpg
immagine tratta da http://www.escursioniapuane.com/Evidenze/IMGevidenze/ViperaAspis02b.jpg

 

nome scientifico: Vipera aspis L.

nome comune: vipera

nome dialettale neretino: ipra

Man mano che qualcosa muore la parola ad essa riferita tende, anche se in tempi notevolmente più lunghi, a scomparire prima dall’uso, poi dal vocabolario, per essere tumulata, bene che le vada, in lessici specialistici a futura memoria.

Così, quando pure la vipera sarà estinta, il suo nome seguirà lo stesso destino e, per saperne di più, bisognerà ricorrere a testi del passato. Non saranno, probabilmente, libri a stampa ma più verosimilmente testi digitali; e sotto questo punto di vista c’è solo da augurarsi che quella prodigiosa e inesauribile miniera rappresentata dalle informazioni postate nel nostro sito non sia andata nel frattempo criminalmente perduta.

Io certo, nel mio piccolo, posso fare ben poco per salvare quest’animale che, a differenza dell’uomo,  attacca solo per difendersi, e la tristezza mi ha preso quando per ben tre volte Nerino (per chi non lo sapesse è uno dei miei tre gatti, un vero killer) me ne ha portata in casa una uccisa da lui (è impossibile che l’abbia trovate già morte, uccise da qualche altro, animale o persona che sia, perché la zona dove abito è circondata da un muro, senza buchi …, alto due metri). E che si trattasse di vipera ne sono più che certo perché mi è stato confermato da ben due persone competenti, al cui esame  tutte le volte ho sottoposto  le povere spoglie sulle quali ho notato le stesse ferite che mostravano pure le lucertole catturate dal killer. Tristezza o non tristezza, non potevo certo nella circostanza rivolgere un rimprovero al gatto che sicuramente credeva di avermi portato un dono. E, siccome sarebbe per me più facile insegnare a Nerino il latino (l’italiano lo comprende perfettamente, anche se non lo legge e non lo parla …) che spingerlo a violentare la sua natura, mi tengo la tristezza.

Qualcosa, però, posso fare per il suo nome, partendo dagli elementi della scheda iniziale, e questa volta, contrariamente al solito, dall’ultimo. Ipra (in uso anche a Ruffano e a San Pancrazio) è da vipera con aferesi e sincope di –e-.

Ora estenderò l’indagine alle numerose varianti salentine registrate nel vocabolario del Rohlfs, raccolte sul campo o da testi a stampa.

ìpera (Bagnolo, Nociglia e Erchie); da vipera con aferesi.

ìpara (Aradeo, Castro, Carpignano e Poggiardo); da vipera con aferesi e passaggio –e->-a-.

ìpira (Carpignano); da vipera con aferesi e passaggio –e->-i-.

lipra (Alessano, Castrignano dei Greci, Morciano, Patù, Spongano, Taurisano); da ipra per errata agglutinazione dell’articolo (l’ipra>lipra).

ifra (San Cesarea Terme, Tricase); è la più vicina a quella neretina, con passaggio dalla labiale sorda (p) all’aspirata (f).

ìfara (L10, corrispondente a Salvatore Panareo, Fonetica del dialetto di Maglie in Terra d’Otranto, Milano, 1903); rispetto a vìpera presenta sincope di v-, passaggio dalla sorda all’aspirata, passaggio –e->-a-.

ìfera (Vitigliano); aferesi e passaggio dalla sorda all’aspirata.

lifra (Casarano, Tricase, Taurisano, Taviano, Ugento); da ifra per errata agglutinazione dell’articolo (l’ifra>lifra); non a caso a Tricase appaiono in uso ifra, lifra e il seguente lìfara.

lìfara (Specchia, Tricase); da ìfara per errata agglutinazione dell’articolo (l’ìfara>lìfara).

lìpara (Gagliano, Salve) rispetto a lìfara ha recuperato la sordità della labiale.

tìfera (Soleto e Sternatia); forse da ìfera con prostesi di t– dovuta ad incrocio con tìcara (vedi più avanti).

dìfera (Corigliano); da tìfera con passaggio della dentale dalla sorda (t) alla sonora (d).

tìcara (L6, corrispondente a Fernando Manno, Dizionario del dialetto salentino leccese, manoscritto inedito;  molto probabilmente per influsso di un altro tìcara (L29, corrispondente a Francesco Castrignanò, Cose Nosce, Leone, Nardò, 1906) che significa tigre; sempre con quest’ultimo significato ticra (L8, corrispondente a Francesco d’Ippolito, Vocabolario dialettale ossia il linguaggio vernacolo della provincia di Terra d’Otranto, Taranto, 1896) e con quello di pesce marino con pelle tigrata, gattopardo ticra (Castro e Leuca) e tigra (Otranto). La commistione tra vipera e tigre è data anche dalla variante ticra (per sincope da tìcara) usata col significato di vipera a Carmiano e a San Pietro Vernotico. Le striature della pelle, insomma, starebbero alla base dell’incrocio.

Passo alla voce italiana: vipera è dal latino vìpera(m), probabilmente per sincope da *vivìpera(m), composto da vivus/a/um=vivo+la radice di pàrere=generare; la voce, perciò, alla lettera significherebbe che genera figli vivi; in realtà la vipera è un oviparo (partorisce sì, ma un uovo fecondato). Responsabile dell’incongruenza tra etimologia e realtà è, addirittura, Plinio (I secolo d. C.), come vedremo fra breve.

Per quanto riguarda il nome scientifico, di vipera s’è appena detto. Aspis in latino significa serpente velenoso in genere (da cui l’italiano aspide) ed è dal greco ἁσπίς (leggi aspìs) col significato di scudo e di aspide. A questo punto il lettore si chiederà che rapporto ci possa mai essere tra lo scudo e il serpente. Me lo son chiesto pure io e senza troppo riflettere ho pensato che il serpente arrotolato ricorda la conformazione di uno scudo. Mi ha fatto piacere nella successiva ricercavedere che la mia ipotesi coincideva perfettamente con quella più datata. Si sa, l’appetito vien mangiando: giacché ci siamo, da dove trae il nome un caratteristico punto della costa tra S. Caterina e S. Maria (foto sottostante) chiamato Punta dell’aspide?

Guardando la linea di costa in quel punto  si potrebbe supporre che il toponimo sia basato su un rapporto di somiglianza. Tuttavia, tenendo presente che la vicinissima torre di S. Caterina si chiama anche Torre dello Scorsone2, è pure probabile che entrambi i toponimi più che alla somiglianza di quel tratto di costa con l’animale, siano legati all’esistenza in loco di un suo esemplare divenuto poi leggendario.

Era rimasta in sospeso, a proposito di vipera,  la questione dell’incongruenza tra etimologia e realtà ed avevo osato accusare Plinio. Ecco le prove della sua colpevolezza:: Due in tutto sono tra gli animali senza pelo quelli che partoriscono un animale: il delfino e la vipera3; Invece tra gli animali terrestri i serpenti generano uova: di loro ancora non s’è detto. Si accoppiano in un amplesso avvolgendosi reciprocamente attorno così che si potrebbe pensare che sia uno solo a due teste. Il maschio della vipera inserisce il capo nella bocca (della femmina) ed essa per la dolcezza del piacere glielo rode. Tra gli animali terrestri è la sola a partorire dentro di sé le uova di un unico colore e molli, come quelle dei pesci. Dopo tre giorni di permanenza nell’utero espelle i piccoli, poi ne partorisce uno al giorno, fino a quasi venti. E così gli altri impazienti di aspettare le aprono i fianchi, dopo aver ucciso la madre4.

È proprio il caso di dire in cauda venenum, ma in un nuovo significato che alla lettera non coinvolge lo scorpione e tanto meno la vipera (il cui morso, contrariamente a quanto si crede, rarissimamente è mortale)  e che metaforicamente si riferisce solo al fatto che dopo un inizio abbastanza scorrevole ho lasciato in coda le questioni più spinose. Non so, però, se le soluzioni proposte sono un antidoto efficace al dolce veleno della aleatorietà ed incertezza della conoscenza …

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Stefano Raffei, Dissertazione III, Mordacchini, Roma, 1821, pag. 61: La forma degli scudi di ambedue gli Eroi [greci e troiani] è rotonda, contro l’uso più comune degli altri artefici, che li facevano ovali. La rotondità degli scudi corrisponde a puntino alla proprietà della parola aspìs adoperata da i poeti a dignificare quei clipei …era tal sorte di scudo metaforicamente chiamato aspìs per somiglianza con la serpe aspide, la quale attorcigliandosi forma una figura circolare.

Vincenzo Tuzzi, Dizionario filosofico-pratico della lingua italiana, Coi tipi della Minerva, Padova, 1837, pag. 212 al lemma ASPIDE: Aspis nel greco, in senso proprio, vale scudo; e i Latini lo applicarono ad un piccolo serpente che appartiene al genere delle vipere (detto da Linneo Coluber aspis) per la similitudine che hanno le scaglie della sua pelle colla forma degli scudi.

Silvio Bruno, Serpenti, Giunti, Firenze, 1977, pag. 196 : La complementare accezione greca di coloro che ritengono aspìs “scudo”, nel senso che l’aspide ha la testa a forma di scudo, è ritenuta una paraetimologia perché la forma dello scudo cambia a seconda delle epoche e dei popoli e lo scudo triangolare o svizzero è soprattutto di “marca” europea; tuttavia sembra probabile che in origine quest’omofono greco indicasse un’animale e un’arma provvisti di scaglie.

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/20/due-specie-di-serpenti-piu-diffuse-nelle-campagne-salentine/

3 Naturalis historia, IX, 15: Pilo carentium duo omnino animal pariunt, delphinus et vipera.

4 Op. cit., X, 82: Rursus in terrestribus ova pariunt serpentes: de quibus nondum dictum est. Coeunt complexu, adeo circumvolutae sibi ipsae, u tuna existimari biceps possit. Viperae mas caput inserit in os, quo dilla abrodit voluptatis dulcedine. Terrestrium eadem sola intra se parit ova unius coloris et mollis, ut pisces. Tertia die intra uterum catulos excludit: deinde singulos singulis diebus parit, viginti fere numero. Itaque ceterae tarditatis impatientes, perrumpunt latera, occisa parente.

Alla vipera il naturalista latino dedica altri passi della sua opera. Ne riporto i più interessanti: VIII, 59: Serpentium vipera sola terra dicitur condi: ceterae arborum aut saxorum cavis. Et alias vel annua fame durant, algore modo dempto. Omnia secessus tempore veneno orba dormiunt (Si dice che tra i serpenti solo la vipera si nasconde nella terra, gli altri nelle cavità degli alberi o dei sassi. Peraltro resistono al digiuno anche per un anno, purché siano al riparo dal freddo. Tutti nel tempo del letargo dormono privi di veleno); XI, 62: Viperae dentes gingivis conduntur. Haec eodem praegnans veneno, impresso dentium repulsu virus fundit in morsus (I denti della vipera sono nascosti dalle gengive. Essa ripiena del medesimo veleno lo diffonde col morso al momento di ritirare i denti dopo averli conficcati); XXIX, 21: Viperae caput impositum, vel alterius qyam quae percusserit, sine fine prodest. Item si quis eam ipsam in vapore baculo sustineat: aiunt enim praecanere: item si quis exustus eius cinerem illinat. Reverti autem ad percussum serpents necessitate naturae, Nigidius auctor est. Caput quidem disseccant Scythae inter aures ad eximendum lapillum, quem aiunt ab ea devorari territa. Alii ipso toto capite utuntur. Fiunt ex vipera pastilli, qui therisci vocantur a Graecis, ternis digitis utrimque amputatis, exemptisque interaneis, et livore spinae adhaerente, reliquo corpore in patina ex aqua et anetho discocto, spinisque exemptis, et addita similagine, atque ita in umbra siccatis pastillis, quibus ad multa medicamenta utantur. Significandum videtur e vipera tantum hoc fieri. Quidam purgatae, ut supra dictum est, adipem cum olei sextario decoquunt ad dimidias. Ex eo, quum opus sit, ternis stillis additis in oleum perunguntur, ut omnes bestiae fugiant eos (Il capo della vipera posto sul morso o quello di un’altra che non abbia morso giova senza fine. Allo stesso modo se la si tiene con un bastone al vapore: così dice che si opera l’incantesimo, come pure se si applica ad empiastro la cenere dopo averla bruciata. Nigidio scrive che i serpenti per natura tornano da chi hanno morso. Gli Sciti incidono il capo tra le orecchie per estrarre la pietruzza che dicono che essa divora per la paura. Altri utilizzano la testa intera. Dalla vipera si ricavano pillole che i Greci chiamano teriaci, tagliandone dalle due estremità tre dita, tolte le interiora e la spina livida che vi aderisce, dopo aver cotto il resto del corpo in un tegame con acqua e aneto, tolte le spine e aggiunto fior di farina; le pillole vengono seccate all’ombra ed utilizzate per confezionare molte medicine. Sembra opportuno far presente che questo si può fare solo con la vipera. Alcuni cuociono con un sestario di olio fino a ridurlo alla metà solo il grasso della vipera preparata come s’è detto prima. Quando ce n’è bisogno si ungono con tre gocce di questo aggiunte ad olio per tenere lontane da loro tutte le bestie).

 

 

 

 

Il diserbante del cuore

di Armando Polito

 

Al papavero avevo già dedicato un post in tre puntate1 e nel frattempo non mi sono certo stupidamente cullato nella folle idea che tutto fosse stato detto. Eccomi, infatti, tornare sull’argomento, stimolato da un recente contributo di Maria Grazia Presicce in cui questo fiore compariva come strumento di un antico gioco2. Di questo e del mio precedente lavoro il post odierno vuole essere la dovuta, mai definitiva, integrazione.

Teocrito (III secolo a. C.) condensa in tre versi la pena d’amore di un capraio per la bella Amarilli: Me ne sono accorto da poco tempo, quando a me, preoccupato di sapere se mi ami,/il telefilo3 schiacciato non scoppiò,/ma invano appassì nel (suo) morbido spessore.4

Neppure il ciclope Polifemo, la cui delicatezza nell’immaginario collettivo è paragonabile a quella di un elefante5, sembra sottrarsi al fascino di questo gioco, e il suo omaggio floreale in forma di accorato rimpianto all’amata Galatea sotto sotto nasconde, forse, la stessa intenzione di controllo del capraio precedente: Ahimè!, poiché mia madre mi ha generato senza branchie e non posso immergermi per baciarti la mano se non vuoi che ti baci le labbra; ti porterei o bianchi gigli o un tenero papavero che ha il platagonio rosso.6 Vedremo tra poco che cos’è questo platagonio.

Polluce (II secolo d. C.), Onomasticon, IX, 127: Gli innamorati e le innamorate giocavano al (gioco del) platagonio; così si chiamano infatti anche il sonaglio e il sistro con cui le balie addormentano col canto vincendo la resistenza al sonno dei bambini.  Ma, dopo aver messo sulle  prime due dita della (mano) sinistra poste in cerchio anche le foglie di quello che è chiamato telefilo, battendo  col palmo dell’altra mano, se la foglia squarciata dal  colpo produce un rumore sonoro, ritenevano che gli amanti si ricordassero reciprocamente.7

Ecco la definizione che del platagonio dà la Suda (enciclopedia in greco bizantino risalente al X secolo): Platagonio: niente (di particolare da dire).  Propriamente la foglia del papavero e quella dell’anemone. Da πλατάσσειν (leggi platàssein; significa far rumore), cioè ἠχεῖν (leggi echèin; significa echeggiare). Inesattamente (riferito) a ciò che ha πλάτος (leggi platos; significa ampiezza). Da qui (da πλατάσσειν) anche πλαταγή  (leggi plataghè; significa crotali, strumento per produrre strepito). Da esso interpretavano la passione degli innamorati ponendolo sul pollice e l’indice  e battendo contro. E se c’era rumore si amavano, altrimenti  era il contrario8.

Molto interessante, infine, è una glossa in volgare salentino (scritta però in caratteri greci, come la voce commentata) contenuta in un manoscritto9 risalente al XII secolo custodito nella biblioteca Medicea Laurenziana a Firenze: πορφύρας κουλουρε δε σκιαττουλλα. La lettura è: porfiùras culure de schiattulla; porfiùras è la voce greca, genitivo di πορφύρα (leggi porfiùra)=porpora; culure de schiattulla è la definizione in dialetto salentino. Questo schiattulla non è altro che il padre di scàttuddha registrato col significato di fiore del papavero nel vocabolario del Rholfs con la sigla L29, corrispondente a Cose nosce, la raccolta di poesie pubblicata nel 1906 dal neretino Francesco Castrignanò, del quale ripetutamente mi sono già occupato. Infatti scàttuddha compare nel verso 17 di Forte nu ndore (la leggeremo quanto prima). Il verso in questione è un endecasillabo … di dodici sillabe, come vuole la metrica quando l’ultima sua parola è sdrucciola; e che scàttuddha sia sdrucciola lo ribadisce inequivocabilmente il fatto che il Castrignanò ha rappresentato il suo accento nel verso in questione ma anche nel vocabolarietto in appendice ove la voce è registrata col significato di papaverina. Ciò consente di dire che lo schiattulla del manoscritto fiorentino va letto schiàttulla. Lo conferma la variante scàttula registrata dal Rohlfs col significato traslato di gota rossa con la sigle L6 (Fernando Manno10, Dizionario del dialetto salentino leccese, rimasto inedito) e L17 (Giuseppe Costa, Vocabolario di nomi vernacoli per alcune piante e frutti col riscontro dei nomi scientifici, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1881). Lo schiàttulla del manoscritto ci consente inoltre di affermare che molto probabilmente scàttuddha e scàttula furono voci effettivamente in uso fino ai primi decenni del secolo scorso, già obsolete, però, al tempo in cui il Rohlfs dava corpo alla sua opera.

Schiàttulla e i più recenti scàttula e scàttuddha sono perfettamente in linea, semanticamente parlando, con l’etimo che la Suda propone, come abbiamo visto, per platagonio. Le tre voci derivano, infatti, da scattare=scoppiare, che ha il suo corrispondente nell’italiano schiattare, che è una voce di origine onomatopeica, forse da un latino *exclappitare, composto da ex (preposizione con valore intensivo) e da una forma verbale iniziale *clapetare dal latino medioevale clapetum=sonaglio. Connessi con scattare sono il frequentativo scattarisciare=scoppiettare, scattone=pollone, scattiddhu=colpo dato con l’indice fatto scorrere sul pollice e scattalora=gioco consistente nel gonfiare col fiato una busta e farla esplodere sbattendola contro una mano.

Di tanti derivati, dunque, scàttuddha, non è più in uso a Nardò; ma come non pensare che il suo ricordo, per quanto inconsapevole, non sia rimasto in scattùsu (anche lui, volutamente lasciato per ultimo, da scattare) che significa di colore rosso e, per traslato, vivo e, per ulteriore traslato, irritante, puntiglioso?

Quanto riportato nella parte iniziale conferma, nel caso ce ne fosse stato bisogno, la pratica, molto diffusa nel mondo antico, della fillomanzia, cioè della divinazione praticata per mezzo delle foglie ascoltando il loro stormire o osservando il fumo esalante dalla loro combustione. Qui l’applicazione della fillomanzia è limitata ai problemi d’amore, ma è questo il filo che unisce strettamente l’esperienza del passato con quella dell’antico gioco praticato da Lisa che, cito dal post che mi ha ispirato, staccava un petalo rosso, ne faceva un piccolo involucro e con forza lo batteva sul dorso della mano. Se lo schiocco repentino s’avvertiva, rivelava che il suo segreto si sarebbe avverato.

Forse non sarà la poesia a cambiare il mondo (o, forse, se non ci fosse stata, ora ci saremmo trovati in una situazione peggiore di quanto non sia quella che stiamo vivendo) e io non sono neppure un poetastro. Però, questo mio post non sarà stato inutile se qualche lettore particolarmente sensibile ci penserà su due volte prima di sterminare un campo (e non solo di papaveri, come quelli che compaiono nella foto di testa che scattai più di dieci anni fa; oggi la reperibilità del soggetto sarebbe, purtroppo, meno facile) con un diserbante (e non solo con quello, penso ai nostri ulivi-patriarchi …) che insieme con la vita cancella anche la storia e, inteso anche laicamente, l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Siccome, però, mi piace chiudere in bellezza, non potendolo fare di persona né letteralmente né metaforicamente, ricorro all’aiuto di Albino Pierro (1916-1995), il grande poeta lucano pluricandidato sfortunato al premio Nobel; e mi piace farlo, tra l’altro, per due ragioni: in primo luogo perché le parole che sto per citare sono parte della traduzione che egli stesso fece di una sua poesia11 in dialetto di Tursi e poi perché in esse l’autore, sfruttando in modo felicemente originale l’immagine antica, canta l’amata così: Ti ho vista in sogno stanotteavvampata e fresca come la foglia/dei papaveri12 da afferrare e far scoppiare. 

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/28/tra-le-verdure-piu-gustate-dai-salentini-li-paparine/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/29/la-paparina-il-papavero/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/30/la-paparina-il-papavero-iii-parte/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/10/quellantico-gioco-con-il-papavero/

3 Da τῆλε (leggi tele)=lontano+φίλος (leggi filos)=caro, amato.

4 Idilli, III, 28-30: Ἔγνων πρἀν, ὀκ’ἔμοιγε μεμναμένῳ εἰ φιλέεις με/οὐδὲ τὸ τηλέφιλον ποτιμαξάμενον τι πλαταγῆσαν,/ ἀλλ’αὔτως ἀμαλῷ ποτὶ πάχει ἐξεμαράνθη.

5 Altra similitudine idiota inventata da noi umani, come se la delicatezza fosse inversamente proporzionale alle dimensioni. Sull’argomento in generale vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/19/strinculu-c-metafore-animalesche-o-idiozia-umana/

Idilli, XI, 54-57: ῎Ωμοι, οτ’οὐκ ἔτεκέν μ’ἁ μάτηρ βραγχι’ἔχοντα,/ὡς κατέδυν ποτὶ τὶν καὶ τὰν χέρα τευς ἐφίλασα,/αἰ μἠ τὸ στόμα λῇς, ἔφερον δέ τοι ἣ χρίνα λευκά/ἣ μάκων’ἁπαλὰν ἐρυθρὰ πλαταγώνι’ἔχοισαν.    

7 Onomasticon, IX, 127: Τὸ δὲ πλαταγώνιον οἱ ἐρῶντες ἢ αἱ ἐροῦσαι ἔπαιζον· καλεῖται μὲν γὰρ οὕτω καὶ τὸ κρόταλον καὶ τὸ σεῖστρον, ᾧ καταβαυκαλῶσιν αἱ τίτθαι ψυχαγωγοῦσαι τὰ δυσυπνοῦντα τῶν παιδίων. Ἀλλὰ καὶ τὰ τοῦ τηλεφίλου καλουμένου φύλλα ἐπὶ τοὺς πρώτους δύο τῆς λαιᾶς δακτύλους εἰς κύκλον συμβληθέντας ἐπιθέντες, τῷ κοίλῳ τῆς ἑτέρας χειρὸς ἐπικρούσαντες, εἰ κτύπον ποιήσειεν εὔκροτον ὑποσχισθὲν τῇ πληγῇ τὸ φύλλον, μεμνῆσθαι τοὺς ἐρωμένους αὑτῶν ὑπελάμβανον.

8 Πλαταγώνιον· τὸ μηδέν. Κυρίως δὲ τὸ τῆς μήκωνος φύλλον, καὶ τὸ τῆς ἀνεμώνης. Ἀπό τοῦ πλατάσσειν, τουτέστινἠχεῑν. Καταχρηστικῶς δὲ ῴτινιοῦν πλάτος ἔχοντι. Ὄθεν καὶ ἠ πλαταγή. Ἐσημειοῦντο δὲ ἀπ’αὐτοῦ τὴν τῶν ἐρωμνέων στοργήν, τιθέντες ἐπί τε τοῦ ἀντίχειρος καὶ τοῦ λιχανοῦ καὶ ἀντικόπτοντες. Καὶ εἰ μὲν ἤχησεν, ἐστέργοντο· εἰ δὲ μή, τὸ ἀνάπαλιν.

9 Si tratta del palinsesto Plut. 57.36, f. 104v. Notizie sul manoscritto e testo del gruppo di glosse di cui fa parte la nostra in Daniele Arnesano, Davide Baldi, Una nota storica sull’assedio di Gallipoli, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, n. 41, 2004, pp. 113-139.

10 Nato a San Cesario di Lecce nel 1906, pubblicò solo Secoli fra gli ulivi per i tipi di R. Pajano a Galatina nel 1958. Morì a Roma l’anno successivo.

11 Le sàpese cche facère? (fa parte della raccolta Nun c’è pizze di munne, Mondadori, Milano, 1992), vv. 1-12: T’agghie viste nsonne, stanotte,/avvampechète e frische com’’a frunne/d’i scattabbotte/Ma le sapèse che facère, mó?/L’ancappére belle belle, a chilla frunne,/e cch’i dìcete a tinàgghie ma cchiù pisue/d’’a vammèce,/ cchi na santa paciènze,/ duce duce li chiichère/come cchi ci fè nu pallunelle/ca po’, tutte na vote,/supr’u palme d’’a mène le scattére (T’ho vista in sogno, stanotte/avvampata e fresca come petalo di papavero. Ma lo sai che farei ora? Lo prenderei piano piano quel petalo/e con le dita a tenaglia ma più delicatamente [pisue corrisponde al neretino pèsule pèsule=penzoloni, sospeso] della bambagia/dolce dolce lo piegherei/come chi ci fece un palloncino/che poi tutt’a un tratto/sul palmo della mano fece scoppiare).

12 Scattabbotte nel testo originale nel dialetto di Tursi.

Architettura del Rinascimento a Manduria

ARCHITETTURA DEL RINASCIMENTO A MANDURIA: TRE ESEMPI DI STILE CATALANO-DURAZZESCO

 

di Nicola Morrone

 

Nell’ambito della millenaria vicenda storica di Manduria, caratterizzata da momenti luminosi ma anche da lunghi, oscuri periodi di decadenza, si segnala per la sua singolarità  l’epoca rinascimentale.                                                            Chi volesse averne un quadro documentato, anche se non esaustivo, puo’ rileggere il sempre valido saggio di G. Jacovelli (Manduria nel ‘500, Galatina 1974). Anche alla luce delle preziose indicazioni fornite dall’autore, e data l’ampiezza delle testimonianze superstiti, sarebbe auspicabile la realizzazione di un archivio fotografico del ‘500 mandurino, risultante da  un censimento della totalità delle testimonianze rinascimentali nel nostro paese.

Si tratterebbe di un validissimo strumento, utile, oltre che  sul piano scientifico, anche su quello didattico. E tra i monumenti superstiti  del sec. XVI a Manduria spiccano soprattutto i palazzi nobiliari: essi superano, per numero, tutte le altre testimonianze architettoniche coeve.

Manduria, portale del ghetto
Manduria, portale del ghetto

Il palazzo nobiliare si presenta oggi  ai nostri occhi sotto un duplice aspetto. Esso è l’ immagine concreta  del potere di una classe sociale, l’aristocrazia, detentrice per lunghi secoli, insieme al clero, della quasi totalità delle risorse economiche del territorio, titolare  di privilegi scandalosi e in buona parte responsabile, con la sua inerzia, del ritardo di  sviluppo economico dell’intero Mezzogiorno.

Ma il palazzo patrizio  è anche, indiscutibilmente, un’opera d’arte, frutto dell’ingegno umano,  e in questa prospettiva soprattutto vogliamo considerarlo nelle nostre brevi note.

Ci occuperemo, nello specifico, di tre episodi architettonici rinascimentali, che qualificano il nostro centro storico. Si tratta di Palazzo Bonifacio, della cosiddetta Sinagoga, e di  Palazzo Pasanisi, e ne approfondiremo la tipologia dei portali, tutti e tre riconducibili al cosiddetto stile “catalano-durazzesco”.           E’ questo uno stile che caratterizza i portali di molti  edifici patrizi , in tutto il Sud Italia, dalla Campania al Molise, alla Puglia , alla Sicilia, e perfino alla Sardegna. Secondo lo studioso R. Pane, il prototipo di questa tipologia, e al tempo stesso il primo esempio documentato, è il napoletano Palazzo Penne, risalente al 1406. Esso era la residenza di Antonio Penne, segretario del re di Napoli Ladislao di Durazzo.                                                                                                                                   Gli studiosi hanno per molto tempo pensato che l’ elemento che caratterizza questa  particolare tipologia architettonica,  cioè l’arco a sesto ribassato inquadrato in una cornice rettangolare, fosse di provenienza spagnola , segnatamente catalana. Ostano però a questa ipotesi due elementi: 1) il fatto che i catalano-aragonesi giunsero a Napoli solo nel 1442, mentre Palazzo Penne è del primissimo ‘400 e 2) il fatto che nè  in Catalogna, nè altrove in Spagna, ne è stato rintracciato alcun esempio

Le ricerche piu’ recenti inducono  invece a pensare che questa tipologia, tipica del solo Sud Italia e debitrice di originari modelli tardogotici, rappresenti una fusione, verosimilmente maturata in ambito napoletano, di elementi conservativi (tardomedievali) e innovativi (quattrocenteschi), variamente attinti anche da  un repertorio straniero.

Questo tipo di portale, poi, si diffuse dalla capitale del Regno alle province, in cui fu riproposto anche nel secolo XVI. Per quanto riguarda il Salento, portali di tipo catalano-durazzesco sono presenti  a Brindisi, nel Palazzo Granafei-Nervegna (1565) e nel  Palazzo  Ripa (1588), mentre a Lecce si ricordano almeno una decina di esempi, tra cui i Palazzi Guarini, Giustiniani, Palmieri, Giaconia, de Raho, e le ville Ammirato e Della Monica.

Esaminiamo ora partitamente i portali catalano-durazzeschi presenti a Manduria, iniziando dalla periferia occidentale di quella che un tempo era l’antica “terra murata” di Casalnuovo.

All’imbocco di  via Carceri Vecchie, in un’area  fortemente degradata, ci si para innanzi Palazzo Bonifacio. In esso alloggiava appunto, durante i periodici spostamenti a Manduria, la potente famiglia dei Bonifacio, feudatari che avevano la loro residenza abituale in Napoli , e che, dopo aver acquistato il feudo di Oria nel 1500, acquistarono  intorno al  1522 anche i feudi di Francavilla e Casalnuovo. Una tradizione  vuole che in questo Palazzo sia morto intorno al 1527 (e non nel 1554, come erroneamente  riferisce  il Tarentini) il giovane poeta Dragonetto Bonifacio, forse deceduto in seguito ad una caduta da cavallo. Un’altra versione  vuole invece che il giovane sia  morto  per “violento fumo di veleno”, mentre distillava un filtro amoroso (questa versione pare pero’ sorta in epoca piuttosto tarda).

Il palazzo Bonifacio di Manduria conserva il portale d’ingresso originario, anche se piuttosto malconcio: sulla ghiera esterna,  in pietra scelta, sono visibili  ancora le tracce della primitiva decorazione a rosette, che lo apparenta strettamente  agli altri due esempi manduriani, cioe’ il portale della presunta Sinagoga e quello di palazzo Pasanisi.

In effetti, anche nel portale d’ingresso di quella che da tutti  viene considerata la Sinagoga in cui si radunava la piccola comunità ebraica residente a Manduria, ritroviamo gli stessi elementi del portale di Palazzo Bonifacio, cioe’ la tipologia catalano-durazzesca, qui caratterizzata dalla prepotente presenza delle rinascimentali rosette decorative.

A proposito di questo edificio, siamo propensi a ritenere che esso, più che il luogo in cui si riuniva una comunità a scopo di preghiera, sia piuttosto il vestibolo di un palazzo patrizio del ‘500, che forse si apriva su un cortile. L’ambiente è molto piccolo, caratterizzato dalla presenza di una volta a sesto ribassato sostenuta da peducci del tipo “ad unghia” . Non ci è stato finora possibile esplorare l’ intero edificio che incorpora quest’ambiente, ma  teniamo a precisare che all’esterno (l’interno e’ stato stravolto) esso non presenta tracce di un uso cultuale. Il problema dell’effettiva destinazione d’uso di questo piccolo  ambiente potrà essere risolto solo con un attenta analisi delle strutture complessive dell’edificio che lo ingloba; il fatto che la tradizione vi identifichi la Sinagoga ebraica puo’ far pensare che essa  effettivamente sorgesse nell’area in cui poi fu costruito il palazzo.

Chiude la breve  rassegna dei portali catalano-durazzeschi manduriani l’esempio di Palazzo Pasanisi, sito in via Omodei. Esso presenta l’arco inquadrato dalla cornice rettangolare, e le rosette, questo inconfondibile motivo  decorativo rinascimentale  che tra l’altro ritroviamo in uno degli esemplari forse piu’ compiuti di portale cinquecentesco manduriano, cioe’ quello di Casa Ferrara, sito nella via  che prende il nome dal famoso cardinale. Il palazzo Pasanisi, mirabile esempio di architettura del ‘500 conservatosi pressochè intatto , è ulteriormente valorizzato in facciata  dalla presenza di un loggiato e di due finestre con cornici originali. In una zona piu’ nascosta del fronte si intravedono addirittura i resti di un’edicola affrescata con soggetto religioso, sicuramente d’epoca.

Concludiamo  qui questa breve disamina di alcuni fra i tanti episodi architettonici del rinascimento manduriano, segnalando in conclusione  che, nell’economia estetica del palazzo baronale , il portale svolge sempre  un ruolo-chiave: esso, al tempo stesso  reale e simbolico elemento di mediazione tra l’interno e l’esterno del palazzo nobiliare , rappresenta , come afferma G. Labrot, ” il gran pezzo di architettura”.

 

Su “Carmina” di Luigi Crudo

di Paolo Vincenti

 

 

Pubblicato  a fine 2012, “Carmina” (Congedo Editore), poesie giovanili di Luigi Crudo (1939-2007), indimenticabile dirigente dell’Istituto Scolastico di Taurisano e promotore culturale, è  un omaggio fortemente voluto dalla moglie Maria Sabato e dai figli Massimiliano e Carlo. Strani e misteriosi i percorsi della vita. Non ho conosciuto personalmente Luigi Crudo ma solo attraverso la sua famiglia, in particolare attraverso il figlio, l’amico Carlo, con il quale abbiamo condiviso tante e belle occasioni di collaborazione culturale. Carlo mi ha parlato più volte della figura e delle opere del padre del quale va giustamente orgoglioso.

Quello che non sapevo invece, e che ho saputo sempre grazie a Carlo, era che Luigi Crudo fosse padre anche di Massimiliano che io conosco da moltissimi anni, e cioè dai gloriosi tempi del Liceo Classico, a Casarano, e ciò perché Massimiliano, persona riservata e piuttosto schiva, non mi aveva mai parlato del suo illustre papà. È stato quindi molto bello ritrovarmi insieme a Carlo, Massimiliano e alla signora Maria, tutti uniti intorno alla figura di Gigi Crudo. L’occasione è stata quella della presentazione del libro, tenutasi a Taurisano, il 3 gennaio 2013, presso la Casa Vanini. La signora Maria ha voluto che io partecipassi a quella commemorazione con un contributo critico sul volume in parola. E dopo i saluti delle autorità, davanti ad un numeroso ed attento pubblico, io ed il professor Gigi Montonato, abbiamo tenuto degli interventi sul contenuto dell’opera, intervallati dalle letture dell’attore Michele Bovino, fine dicitore e fraterno amico. Ma faccio un passo indietro.

Un paio d’anni fa, Carlo mi fece omaggio di una copia del libro “Humanits et civitas. Studi in memoria di Luigi Crudo” (per la collana “Quaderni de l’Idomeneo”,  Edipan Galatina)  a cura di Giuseppe Caramuscio e Francesco De Paola, edito dalla Società di Storia Patria-Sezione di Lecce. Attraverso quel  libro potei meglio conoscere meglio la figura e le opere di Luigi Crudo, Gigi per tutti,  apprendendo così, attraverso il bel profilo biografico tracciato da Francesco de Paola, suo amico e compagno di studi e ricerche, che Luigi Crudo aveva conseguito  la maturità classica presso il Liceo Palmieri di Lecce e l’abilitazione magistrale presso l’Istituto Pietro Siciliani della stessa città ed iniziato subito ad insegnare nelle scuole elementari, conseguendo poi la laurea in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Lecce, con una tesi su “La presenza di Virgilio nelle Epistole Morales di Seneca”.

Ho appreso che egli, votato agli studi umanistici, si era dedicato da subito  alla valorizzazione della figura del suo illustre concittadino, il filosofo Giulio Cesare Vanini, e che la sua presenza era stata sempre ben  radicata nella città, prima come insegnante e poi come Direttore Didattico  presso le scuole elementari di Taurisano, ma anche attraverso il  mondo dell’associazionismo e del volontariato ( come membro delle locali associazioni “Aldo Sabato” e “Adovos”).  Insieme ad altri amici, era stato fondatore del “Centro Studi Giulio Cesare Vanini”, e si era impegnato nella ristampa delle opere vaniniane e nella loro traduzione dal latino all’italiano, insieme con Francesco Paolo Raimondi. Grazie all’impulso del centro studi a Taurisano giunsero  figure di primo piano della cultura salentina e nazionale come, solo per citarne alcune, Antonio Corsano, Mario Del Pra,  Giovanni Papuli, Andrej Nowicki, Giovanni Invitto, Francesco Politi, Aldo de Bernart, Giovanni Cosi, Andrè Jacob, ecc.. Socio fondatore della rivista “Pagine Taurisanesi” con Francesco De Paola, Tonio Santoro, Romeo Erminio, Stefano Ciurlia e Ugo Orlando, e di “Radio Libera Taurisano” (RTL), di cui era uno dei redattori, autore addirittura di alcune composizioni di musica popolare leggera e di musica religiosa, Crudo partecipò anche alla vita politica e amministrativa del paese, rivestendo per molti anni le cariche di consigliere comunale e assessore in svariate giunte municipali. Militava nel partito socialdemocratico con profonda convinzione.

Una vita, la sua, dedicata agli studi e all’impegno, non solo culturale ( le sue ricerche, sia pure pionieristiche,  e i progetti editoriali sulla vita e le opere di G.C.Vanini  furono molto apprezzati dagli studiosi e dalla critica specializzata), ma anche sociale e civile. Luigi Crudo, Medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione, scomparve per un improvviso malore nel maggio del 2007. Ed ora, lascito prezioso, piccolo scrigno di gemme di cui nessuno, se non pochi amici fidati, conosceva l’esistenza, ecco giungere questo cofanetto  significativamente intitolato  “Carmina”, con una bella e dotta Prefazione di Gino Pisanò.  Già il titolo contribuisce a darci la misura dell’intonazione classica che sottende questi componimenti, così come la copertina, con un dipinto di Elisabeth  Thompson, “La preghiera alla Vergine”, rimanda ad uno dei due nuclei tematici intorno ai quali si dipana l’ordito di questo volume poetico, ossia la religiosità , l’altro essendo l’amore. Si tratta di poesie scritte da Crudo negli anni della sua adolescenza e prima giovinezza, gli anni della sua formazione, e la struttura metrica, l’intonazione, il respiro che anima questi versi sono intonati ad un periodo storico e letterario che già quando Crudo scriveva era al suo tramonto, quello dell’Ottocento poetico, ai cui due massimi esponenti, Leopardi e Manzoni, Crudo chiaramente si ispira, attraverso l’imitazione formale di questi grandi.  L’autore si esprime attraverso una versificazione classica, dimostrando di saper padroneggiare perfettamente  la metrica e la prosodia. Non solo imitazione dello stile e degli accenti dei classici,ma anche dei temi trattati. Sicché può ben definirsi questo canzoniere come un frutto certamente maturo o come l’ultima fioritura di una stagione culturale, di una primavera poetica che ha dato i suoi fiori più belli e profumati nell’Ottocento italiano.

Ma non perché un fiore sbocci fuori stagione  è per questo meno gradito, e anzi, proprio per essersi rivelato ormai fuori tempo massimo, esso è ancora più apprezzato, come sempre gradite sono le sorprese, le cose che credevamo ormai perdute,  e ci aggrappiamo al loro ultimo effluvio come alla dolente nostalgia di quel che è ormai passato, come alla struggente bellezza di quel che non c’è più. Arcadia minore,diremmo, ma non sterile anacronismo. Se restaurazione  è propugnata  in questi versi di Gigi Crudo, si tratta semmai di restaurazione del concetto di umanità, contro tutte le crisi spirituali del Novecento che sembrava volessero abbatterla.

Quella della poesia era per Crudo una dimensione tutta propria, un porto quiete, un giardino segreto. Poesia, quasi come isola felice, come rifugio, mi sembra di capire, come il luogo della dialettica fra sé e sé, un luogo quindi dell’ascolto dei moti della propria anima, dei propri dolori, travagli, delle proprie accensioni di gioia, delle prime esperienze di uomo, dei propri silenzi, turbamenti, dei primi amori, di una religiosità forte e vibrante, delle indignazioni nei confronti di un mondo non esattamente all’altezza delle proprie aspettative, di un pessimismo certamente di derivazione letteraria ma non per questo artificioso. Non si sa se Crudo avrebbe mai voluto pubblicare queste sue poesie ma è stata ferma volontà della famiglia farle conoscere a tutti.

La sera del 3 gennaio, in occasione della presentazione del libro, ho fatto una selezione di brani che Michele Bovino ha letto con grande pathos. “La dolce visione”: un sonetto che reca degli accenti stilnovistici, in cui possiamo riconoscere le influenze di  Guinizelli  e di Dante.  “Beatitudine”: un piccolo idillio, un canto alla natura e alla sua forza consolatrice, riposante, ritemprante dello spirito e del corpo, in cui compaiono anche due neologismi, coniati dall’autore, e cioè “arrubìna”, “rende rosso”,  e “ditirosata”, riferito all’aurora, ossia “dalle dita di rosa”, di ascendenza omerica. “Tra i fiori”: un’ode in cui ritroviamo un ambiente bucolico, in cui l’autore magnifica le bellezze della natura e alza un ringraziamento all’autore di tanta bellezza, il Divino Artefice, il Signore del Cielo,  “Re de le create cose”, e anche in questo canto si può cogliere una chiara ispirazione dantesca. “1 Aprile”:  un’ode in cui l’autore si rivolge alla bella amata,  lodandone le splendide forme nonché le virtù morali e ricordando come nacque il loro primo incontro. Un’occasione fuggevole, come spesso succede, nella quale l’autore, che dimostra di saper intonare il proprio canto anche a sentimenti più leggeri, ad una verve giocosa come per le facezie di questo componimento d’occasione, ricorda che ebbe a fare una scommessa con un amico e per vincere quella scommessa, si fece ardito e  avvicinò la bella per dimostrare all’amico che non gli sarebbe mancato il coraggio, la faccia tosta, di conquidere, diremmo con un termine aulico, quella creatura angelica, e farne un trofeo da esporre nella propria personale bacheca. Ma quella che doveva essere solo la conquista di un momento, una scommessa giocata e vinta, diventa ben presto innamoramento , se è vero che l’autore non sa più scacciare dal proprio cuore l’immagine di quella ragazza e supplica, in fine di componimento, la bella di volerlo ricambiare, ardendo ormai egli di amore forte ed eterno.

Dopo quella di Taurisano, vi è stata un’altra occasione in cui è stato presentato il libro “Carmina”: precisamente il 27 marzo 2013, presso l’ Università Popolare “Aldo Vallone”, Palazzo della Cultura, di Galatina. Anche stavolta la signora Maria ha voluto che fossi io a relazionare sul libro e anche questa volta, dopo i Saluti del Presidente della Unipop Gianluca Virgilio, ci sono stati al mio fianco Massimiliano e Carlo Crudo, con i loro interventi,  e Michele Bovino, a declamare alcune poesie.

Ogni testo del canzoniere, con le sue costanti, la coerenza, la fedeltà che Crudo riserva alla sua poetica, ci trasporta in una dimensione che non ha né un tempo né uno spazio ben definiti, ma che si pone anzi in un non tempo e in un non spazio che sono le coordinate esistenziali della poesia stessa. Esiste per Gigi Crudo un contrasto fra l’effimero trascurabile, che pure egli, con l’irruenza del quindicenne, che si apre alla vita, uomo tra gli uomini, non disdegna, e l’Universale inafferrabile  che dà un senso alla propria vita. Ma “anche per il pensiero”, direbbe Wittingstien, “ c’è un tempo per arare e un tempo per mietere”. E in questo contrasto, si staglia, eterea, sublime eppure reale, la figura della sua donna, l’unica capace di saldare quello squarcio, di riannodare quel filo che sembrava essersi sfilacciato. Sono versi che ci aprono alla necessità della poesia, ci fanno capire quanto ci sia bisogno di poesia ancora in un tempo come il nostro. Fra gli altri brani letti, “Alla luna”: un componimento ispirato dal Leopardi. Si tratta di“un’opera confidenziale”, in cui, come scrive lo stesso autore “ vuol mettere in risalto la fragilità umana e la caducità delle cose terrene e velatamente anche l’assillo universale di ottenere quella felicità che non è stata mai raggiunta”.  In questo componimento poi compare un termine desueto, “amistade”, che nel linguaggio aulico significa “amicizia”(è di derivazione spagnola) e proprio con questo termine il lettore Michele Bovino, che però lo ha mutato da una bella canzone di Fabrizio De Andrè,  ha battezzato il suo gruppo musicale (con il quale io stesso ho avuto più volte l’onore ed il piacere di dividere il palco in serate di arte varia).  “Ode all’amore”: in questo componimento, che ricalca l’Inno ad Afrodite di Saffo, compaiono due figure tratte dalla mitologia greca, cioè Amore, Eros o Cupido, “di Ciprigna diva augusto figlio”, come scrive l’autore, e la Cipride Venere, appunto, dea della bellezza. Il tema trattato è quello dell’amore del giovane protagonista del canto per una bella madonna che è Clara per la quale l’innamorato chiede l’intercessione tutta pagana del dio dell’amore, affinché il giocondo fanciullo sia benigno e possa far piegare la celeste Clara all’amore del suo pretendente, cosicché i due possano unirsi in un empito  di amore condiviso. “Per te amico”, scrive Crudo in una chiosa, “sono necessarie le parole della Traviata” e riporta alcuni versi dell’opera di Giuseppe Verdi. “Il tuo nome”: questa poesia è dedicata alla sua amata, Maria, che poi sarebbe diventata sua moglie. Nomen omen, diremmo, in latino, e l’autore rivolge questo canto d’amore alla propria donna e questo mi piace possa suggellare la selezione delle poesie lette e la mia recensione.

Concludo affermando che  è pur vero, come scrive Gino Pisanò, che molti non conoscono le figure retoriche che fanno parte del bagaglio di un letterato, ma io credo che se pure non sappiamo cosa sia una metafora o una metonimia e un poliptoto, possiamo comunque gustare la bellezza della poesia, avvertire il dolce canto che si spande da questa  e le poesie di Crudo possono trasmettere comunque un’emozione;  ed è  questo il più bel dono che l’autore ci fa e insieme, grazie alla mediazione della moglie e dei figli che ce lo hanno voluto tramandare, il suo lascito umano e morale.

Una femminista neretina del primo Novecento

di Armando Polito

Sibilla Aleramo (1876-1960); immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Sibilla_Aleramo.jpg
Sibilla Aleramo (1876-1960); immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Sibilla_Aleramo.jpg

Chi si attendeva una trattazione storica con tanto di nome e cognome, e magari già si preparava ad accampare parentele più o meno probabili, passi ad altro, dopo la delusione subita leggendo la didascalia della foto di testa.  Chi, invece, crede che la poesia, come quella dell’Aleramo (pure il suo nome, Sibilla, mi fa impazzire, anche se Sibilla Aleramo  è lo pseudonimo di Rina Faccio) sia in grado di fornire un’interpretazione della realtà più profonda e vicina al vero, sia il benvenuto a questo ulteriore appuntamento con il neretino Francesco Castrignanò, l’autore di Cose nosce, raccolta del 1909 da cui è tratta anche la poesia di oggi.

Prima di iniziarne la lettura, però, debbo lanciare due appelli che hanno l’unico scopo di accrescere, se è possibile, la documentazione su un figlio di Nardò troppo presto, forse, dimenticato. L’edizione da cui riporterò il testo è la ristampa della prima, fatta nel 1969 per i tipi dell’editore Leone di Nardò con l’aggiunta di due poesie inedite e con la prefazione del figlio Corrado. Immediatamente sotto il titolo della poesia in questione, e solo per questa, compare tra parentesi tonde la dicitura musicata dallo stesso Autore. Ora, supponendo che a suo tempo ne sia stato scritto lo spartito e nella speranza che non sia andato perduto, sarebbe estremamente interessante che qualche discendente di Corrado o chiunque possa farlo ce ne desse notizia, anche perché mi pare strano che sarebbe stata l’unica poesia musicata quando, per esempio, anche e soprattutto La pizzica pizzica avrebbe potuto aspirare a tale trattamento con maggior diritto.

Un secondo appello è rivolto all’attuale proprietario (se mi legge, o a chiunque voglia farsene messaggero) della casa che fu del Castrignanò, ubicata al numero civico 6 di via Cairoli a Nardò. Nell’edizione citata si legge a pag. 82 il testo di un’epigrafe nell’interno del portone d’ingresso dedicata a Francesco nel 1967 dai figli Concetta e ing. nav. Corrado1. Nel caso in cui l’epigrafe fosse ancora al suo posto sarei grato se si potesse averne una foto.

Sorprendente è della poesia il tema trattato e ancor più sorprendente che in un’epoca di imperante maschilismo, e per giunta nel profondo sud, sia un uomo a farlo, immedesimandosi in una donna anonima ma partecipe portavoce dell’amara, rassegnata consapevolezza della condizione dell’intero gentil sesso.

Di Sibilla Aleramo ne nasce una ogni morte di papa (che frenetico toccamento ci dev’essere stato, comunque, in Vaticano da quando nacque l’espressione, nonostante una certa vicinanza al Capo Supremo e dunque la possibilità, almeno teorica, di poter fruire della più pesante delle raccomandazioni!); perciò mi chiedo quante donne, non solo neretine, ebbero l’opportunità (tenendo conto dell’analfabetismo generalizzato dell’epoca) e a quante di loro attrezzate a farlo fu “concesso” di leggere questa poesia che non esiterei a definire “rivoluzionaria”, “scandalosa” e pure “sovversiva” …

Nel frattempo son cadute le virgolette a tante parole ma ho il dubbio che, nonostante le apparenze, ben poco sia cambiato, anche per colpa delle stesse donne; lo aveva preconizzato già la stessa Aleramo che in Andando e stando (1921) definì così il suo impegno femminista: una breve avventura, eroica all’inizio, grottesca sul finire, un’avventura da adolescenti, inevitabile ed ormai superata.

Ma all’avventura (che etimologicamente è dal latino adventura, participio futuro di advenire e che alla lettera significa le cose che verranno) nessuno può rinunciare, pur dovendo far tesoro dei fallimenti di chi lo ha preceduto e, se ne ha, del suo buon senso: sarebbe rinunciare alla speranza e fossilizzarsi nel presente, in pratica morire prima del tempo.

 

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1 S. Maestà il Re, sentita la Giunta degli Ordini dei SS. Maurizio e Lazzaro e della Corona d’Italia, su proposta delle LL. EE. il Capo del Governo e del Ministro per l’agricoltura e le foreste, Si compiacque nominare con decreti in data San Rossore 24 aprile 1935-XIII:  ORDINE DELLA CORONA D’ITALIA … Cavalieri … Castrignanò ing. Corrado, insegnante presso Istituto Nautico Palermo (Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia anno 76° n. 281 del 12 dicembre 1935, pag. 5612). Concetto e Corrado erano nati dal matrimonio di Francesco con Maria Vaglio; siccome nell’epigrafe non compaiono i nomi di Vincenza e Teresa, che con quelli dei genitori e degli altri due fratelli compaiono, invece, in un atto del 7 novembre 1929 (in Giurisprudenza italiana e la legge riunite, UTET, Torino, v. 84, 1932), si evince che esse erano già defunte alla data del 1967.

2 Di origine onomatopeica.

3 Il Rohlfs alla voce farcune (coi significati di balcone o finestrella in alto delle pareti) rimanda a varcone ove, però, riporta il significato di grande barca. Si tratta di uno strano errore perché è evidente che varcone corrisponde all’italiano barcone, accrescitivo di barca, che non ha nulla a che fare con farcune; credo pure che farcune nel significato di balcone non sia altro che trascrizione proprio dell’italiano balcone (che, come palco, è dal longobardo palk=trave) e che nel significato di finestrella non sia altro che accrescitivo dell’italiano varco che è da varcare, il quale, a sua volta, è dal latino varicare=scavalcare.

4 Dal francese pinson, di origine onomatopeica.

5 Da ddiscitare, dal latino de+excitare.

6 Da notare il felice sfruttamento del doppio significato  della parola (sinonimo di mattino ma anche di componimento musicale che dal mattino trae il nome).

7 Da scire, corrispondente all’italiano gire.

 

 

Cristiana Verardo. Piccole cantautrici crescono a Sud-Est

cristiana verardo

Verona, Cristiana Verardo vince il “Premio Beatrice”

di Francesco Greco

 

Sto cercando le parole… Raccontami di com’è difficile volare… Fino all’ultimo sole…“. Parole e musica di Cristiana Verardo.

Segniamoci questo nome, ne sentiremo parlare nei prossimi anni. Ha la musica nel sangue, trasfigurata in una mission esistenziale. Quel che si dice: un segno del destino. Piccole cantautrici crescono a Sud-Est.

Aveva  solo 4 anni quando si presentò al primo concorso cantando “Fatti mandare dalla mamma”, cover di Gianni Morandi. Da allora la sua vita si è snodata su due binari: lo studio serio e le manifestazioni canore in ogni angolo d’Italia, da cui quasi sempre torna vittoriosa.

A 10 anni comincia a studiare chitarra e a scrivere canzoni che piacciono ovunque dove le presenta. Ultimi riconoscimenti: 2011, al premio “Note d’estate” (presidente di giuria Diego Calvetti) con il brano “Anche domani”. Stesso anno: al “Summer Festival”, con “Firmato Eva”, premiata da Marcello Balestra, direttore artistico della Warner Music Italy, che poi l’ha invitata, con la band, a eseguire le sue canzoni negli studi milanesi di “Massive Art”.

Luglio 2012: a “Notte di note” vince con “Ma quel sempre ormai dov’è?” e si aggiudica la registrazione di un disco. Stesso anno: è seconda, premiata dalla critica a “Dream’s Note” (presidente di giuria Luca Matteoni, produttore di Renato Zero, Paolo Meneguzzi, Valerio Scanu, ecc.).

Cristiana è nata 22 anni fa a Poggiardo (Lecce), ed è figlia d’arte: la madre Cinzia Carluccio è attrice teatrale (Compagnia “Ora in scena!”, Milano-Poggiardo, fondata dal regista Paolo Rausa). Con “Credo ancora nell’amore” ha vinto il “Premio Beatrice” e l’8 giugno, a Verona, andrà a ritirarlo alla serata conclusiva di questa seconda edizione: la accompagnerà al pianoforte un altro talento emergente pugliese, Daniele Vitali (in foto, è nato fa a Gagliano del Capo, Lecce, 22 anni fa).

Di cosa parla la canzone? “E’ un messaggio di speranza – spiega la cantautrice  – nonostante la realtà ci porti a non essere fiduciosi nei confronti della vita, io voglio ancora credere nell’amore e che anche gli altri nutrano la stessa speranza”. La manifestazione si svolgerà a due passi della celebre Arena, l’Auditorium “Gran Guardia” e ai vincitori di ogni categoria, oltre al trofeo, sarà assegnato un premio di 1000 €. Nasce da un’idea di Rino Davoli ed è organizzata dall’Associazione onlus “Il sorriso di Beatrice” che raccoglie fondi in aiuto dei malati oncologici. Ci saranno Alexia, Paolo Vallesi, Dalila Di Prima (dal talent di Canale 5 “Io canto”), una rappresentanza dei ragazzi di “Ti lascio una canzone” (Rai1).

Manifestazione in collaborazione con Gruppo Carboni-Adv, Radio Bella&Monella, Radio Birikina, Festivalshow e Ufficio Scolastico Provinciale XII di Verona. Patrocinio di Regione Veneto, Comune e Provincia di Verona, Federazione Italiana Associazioni di volontariato in Oncologia, promosso da Uil Verona e patronato Ital nazionale. Si rivolge ai giovani talenti che hanno mandato progetti d’ogni tipo: foto, video, musica, danza, ecc., sempre con l’obiettivo di promuovere la cultura della solidarietà in ogni ambito.

Riceveranno un premio speciale Mia Milan (Roma) e Brooke Borg (New Malden-Surrey, Gran Bretagna), mentre per la categoria danza vincitori sono “Le ali della danza” e per “Scatti, video, pittura e scultura” saranno premiati i ragazzi di “Dietro l’angolo”.

La cantautrice di Terra d’Otranto intanto continua a studiare: è al III anno di canto jazz al Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli, allieva di Gianni Lenoci (composizione, tecnica dell’improvvisazione) e Gianna Montecalvo (canto jazz). Lavora con passione su vari progetti. Gli ultimi: un jazz trio (contrabbasso, piano e voce) al femminile, “Les Passantes” (citazione della canzone del cantautore francese George Brassens) e “Lucilla”, band che suona le sue canzoni. Non male per avere solo 22 anni! “Raccontami di com’è difficile volare…”.

Ma Cristiana vola…  “Fino all’ultimo sole…”.

Una passeggiata a Lecce di fine Seicento. L’abate Giovan Battista Pacichelli descrive la città (seconda parte)

La veduta di Il Regno di Napoli in prospettiva è tratta da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/
La veduta di Il Regno di Napoli in prospettiva è tratta da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/

di Giovanna Falco

 

Gli appunti contenuti nelle varie opere di Pacichelli sono dettati dal gusto e della curiosità e danno la sensazione a chi li legge di tornare in dietro nel tempo e di percorrere insieme con lui le vie della città e del suo circondario.

Venerdì 17 maggio 1686[i], Pacichelli giunge da Campi a Lecce, «scoverta nella torre quattro miglia avanti, quasi con maestoso invito, ma superiore alla fama che ne corre»[ii], cioè dalla stessa direzione da dove è stata ritratta la veduta pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva.

«Alle 21 hora» entra «in questa Metropoli della Provincia di Otranto»[iii] in groppa a un cavallo affittato da un soldato ad Altamura: un animale «di buono, e grande aspetto, mà vitioso nell’inciampare ad ogni passo»[iv], tant’è vero che poco prima di entrare a Lecce, gli era caduto addosso[v]. È accompagnato dal suo «Cameriero, accoppiandosi meco per guida à piedi un tale Bello Tonno (sopranomi de’ frequenti ad Altamura) applicato ò correr co’ dispacci per le Provincie»[vi].

Pacichelli si reca presso la chiesa dei Gesuiti ad assistere alla funzione della Buona Morte, quindi incontra l’abate Scipione De Raho che «non permise, che in alcun Chiostro io mi fermassi» e lo «condusse subito in sua casa, che hà forma di palazzo»[vii] in corte dei Malipieri[viii].

Il mattino seguente i due abati escono per visitare la città, ma è improbabile che il loro itinerario sia coinciso con il succedersi dell’esposizione dei luoghi indicati nella lettera del 1686 e in Il Regno di Napoli in prospettiva.

Chiesa del Gesù
Chiesa del Gesù

La prima chiesa a essere illustrata è quella dedicata alla protettrice Sant’Irene, officiata dai padri Teatini, «maestosa, con le cappelle sfondate»[ix], circondata da un largo cornicione, «mà il tetto desidera il volto o’l soffitto»[x].

Nella chiesa Pacichelli si sofferma ad ammirare «presso la porta trè tele di S. Carlo Borromeo, e nella Croce alla sinistra S. Gaetano, dipinti à Parma da un loro Laico»[xi], affermazione che contrasta con l’attribuzione delle quattro tele e con l’ubicazione dell’altare di San Gaetano, situato nel transetto destro della chiesa, di cui Infantino aveva trascritto il testo della lapide in onore del Santo, datata 1630[xii]. Infantino, inoltre, aveva specificato: «habitano in questa Casa per ordinario quaranta Padri»[xiii], mentre Pacichelli accenna solo alla «mediocre Biblioteca»[xiv].

Il «sontuoso Collegio della Compagnia dedicato alla Circoncisione»[xv], ha la facciata che «par che superi quella del Collegio Romano»[xvi]. Pacichelli lo ritiene «sconcio ne’ Dormitori»[xvii], reputati invece nel 1703 «commodi, con le Camere, con Chiostri à basso per passeggiarvi, ove han luogo le vaste Scuole, e la stanza cangiata in Cappella del P. Realino, sepolto ivi, non si sa dove»[xviii], «presso alla Sagrestia, restando finita di corpo grande la Chiesa»[xix], con, descrive Infantino, «bella, signoril, & ampia prospettiva» che si affaccia su una piazza, realizzata dopo aver «buttato à terra un gran Palagio, che stava incontro»[xx].

Il Duomo
Il Duomo

In piazza Duomo, Pacichelli osserva il palazzo vescovile, «veramente Cardinalizio»[xxi], la cui facciata, realizzata dal vescovo Scipione Spina, era stata descritta da Infantino come «una bella Galleria con bellissimo ordine di colonne à torno à torno, con balaustri à basso, e sopra»[xxii]. Pacichelli descrive il «novello tempio», rinnovato «nel 1658 dal Vescovo Monsignor Luigi Pappacoda in forma sì nobil’e vasta, con le cappelle ricche di marmi»[xxiii], tra queste ammira quella «molto vasta di S. Oronzio Vescovo Protettore»[xxiv], e nel 1687, oltre al soffitto, quella del «SS. Crocefisso col sepolcro composto di meravigliosi lavori di quella delicata pietra, per memoria, e per cenno di Monsig. Vesc. Pignatelli»[xxv]. Scende anche nel soccorpo che «apparisce ornato dal fù Monsignor Vescovo Luigi Pappacoda ivi sepolto»[xxvi], ma già «maravigliosamente abbellito», ai tempi di Infantino grazie alle «elemosine raccolte per Gio. Griffoli nobile Senese all’hora Vicario»[xxvii].

5 Basilcia di Santa Croce

Pacichelli reputa «magnifica forsi più di tutte la Chiesa di Santa Croce de’ Celestini vicino alle mura»[xxviii], che «spicca per la facciata nobilissima del Gran Tempio, e per l’architettura del Monistero; v’è in essa frà l’altre un’antica Cappella della Nobil Famiglia Sementi, con un miracoloso Quadro de’ Santi Benedetto, e Mauro, essendo tutta la chiesa adorna di nobili pitture, ed intagli»[xxix]. A proposito di questo altare Infantino aveva scritto: «la Cappella di San Benedetto, sotto la cui regola militano i Padri Celestini, Altar privilegiato de’ Sementi», «è hoggi del Dottor Francesco Maria Seme(n)ti, figliuolo di Gio: Lorenzo, e fratello di Donato Antonio, e Leonardo, di buona memoria, il primo Dottor in Teologia, & in legge, & il secondo Dottor di leggi»[xxx], probabilmente è lo stesso Donato Antonio cui è dedicata la veduta di Lecce di Il Regno di Napoli in prospettiva.

Riguardo alle quattro parrocchiali, istituite nel 1628 dal Visitatore Apostolico Andrea Perbenedetti[xxxi], oltre a quella già illustrata del Vescovado, Pacichelli accenna alla chiesa di Santa Maria della Luce, e menziona quella Santa Maria della Porta, che «hà un’Immagine dispensatrice di Grazie»[xxxii], «che hora si vede dentro quei indorati cancelli di pietra Leccese, fabricata da diverse carità, e limosine»[xxxiii] così come si apprende da Infantino, e la chiesa di Santa Maria della Grazia, di cui Infantino decantò l’ «intempiatura di sì bei lavori, che non credo si trovi simile in tutto quanto il Regno»[xxxiv], e Pacichelli definì «vaghissima nella maggior piazza»[xxxv].

La piazza era stata descritta da Infantino «molto spatiosa, ampia, lastricata, e bella, e circondata anche da ricchi fondachi, portici, e botteghe»[xxxvi], arricchita dalla fontana «con la Lupa insegne della Città»[xxxvii] (ubicata nel 1686 fuori porta San Biagio), dal «superbissimo Seggio di sontuose fabriche di diversi lavori», al quale «s’ascende magnificame(n)te per molti gradi, e su questi vi è una balaustra di ferro alta, e di bel lavoro attorno», sormontato da un «bellissimo Orologio con due statue di pietra Leccese, che sostengono la Campana»[xxxviii] e «all’incontro è il Tribunale della Regia Bagliva»[xxxix]. Dentro alcune botteghe, annotava ancora Infantino, «si veggono le reliquie di antichissimi edificij, detti volgarmente i borlaschi, machina superbissima in forma di Teatro, simili à gli antichi Teatri Romani»[xl]. Nel 1684 Pacichelli aveva sbrigativamente accennato: «la piazza grande hà il Seggio chiuso di ferro, fontana, e piramide, con la statua di Sant’Orontio, sendo sparse le botteghe de’ Negotianti»[xli], mentre nel 1686 oltre a citare la «Statua, e questa di marmo, dell’Imperador Carlo V una fonte artifitiale con quella del Rè di Spagna Carlo II», si sofferma sulla «colonna trasferita da Brindisi, e già ivi consegrata ad Hercole, diminuita però, con la Statua di rame di S. Oronzo valutata 300 ducati, benche tutta la spesa di questa mole, e sua trasportazione arrivi à ventimila. Ne’ quadri più nobili del piedistallo sono incise le Inscrittioni» e «nell’anno 1684 in tempo del Signor Sindico Domenico Stabile che vi cooperò non poco, e ne ritiene dal Signor Costantino Bonvicino dedicata, con altre quattro Statue de’ Protettori non ancora intagliate né fuse à gli angoli della base, e de’ balaustri, l’idea»[xlii]. Pacichelli trascrive nel 1686 il testo di due epigrafi[xliii] e un altro nel 1703[xliv], quando la statua del santo è descritta in bronzo e si legge che il popolo: «per haver dimostrata la presentanea protezzione nel 91 e 92 nel Contaggio della prossima Provincia di Bari, v’impresse nella faccia della base questo Epigrafe; semper Protexi, et Protegam, havendo sempre la sua Patria di Grazie, e di Miracoli arricchita»[xlv].

Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Della chiesa di San Francesco della Scarpa dei Conventuali, Pacichelli menziona la «stanza bassa vicina al Giardino, habitata da S. Francesco»[xlvi], quando, così come riferì Infantino, il santo oltre a mandare a Lecce i suoi frati, «volle con la sua propria persona anche honorarla, nel ritorno ch’egli fece da Soria»[xlvii]. Pacichelli puntualizza, così come si evince anche dalla lettura di Lecce sacra, che la cappella fu «migliorata in un Sagro Oratorio»[xlviii]. Nel giardino l’abate nota l’«Arancio piantato da P. S. Francesco»[xlix], il cui frutto, aveva precisato Infantino «mangiato dagli Infermi con fede, ben spesso si guariscono»[l].

Pacichelli osserva nel complesso monastico di «S. Angelo de gli Agostiniani l’Infermaria e la cappella del Giugno»[li], dove era stato sepolto Giovan Battista Giugni, morto a marzo dello stesso anno, cui era stata dedicata una lapide nel chiostro, di cui riporta il testo. Giugni aveva fiorito «in amendue le Academie di questa Città»[lii], cioè quella dei Trasformati e quella degli Spioni. Pacichelli descrive accuratamente la cappella di questa famiglia, ubicata «nel destro lato della Chiesa, la seconda cappella da lui dedicata alla Reina del Carmelo»[liii], trascrivendo i testi incisi su quattro lapidi. Non fa testo la descrizione di Infantino, perché la chiesa fu ricostruita nel 1663.

«In fine di rado vidi al di dentro, la casa hoggi nobilitata, che dicon già fosse di Sant’Oronzo»[liv]: il palazzo dei Perrone (nell’omonima via), che «furono quelli che si fecero ritenere discendenti da S. Oronzo Protettore di Lecce e che inventarono la leggenda dell’Angelo col tortano cui prestò fede il buon Padre Pio Milesio»[lv].

(CONTINUA)

prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/05/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta/

terza ed ultima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/17/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-terza-ed-ultima-parte/


[i] La data si desume dalla circostanza che Pacichelli trova la chiesa di Santa Croce «coperta di setini, col Trono dell’Abate per la festa del Santo lor fondatore». La festività di San Pietro Celestino ricorre il 19 maggio, che nel 1686 cadeva di domenica (M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 162).

[ii] Ivi, p. 158. Nel 1686 Pacichelli afferma che la torre campanaria del duomo «costa quindeci mila ducati» (Ivi, p. 185), mentre nel 1703 è «valutata 15 m. scudi » (G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit., p. 169).

[iii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit.,p. 159.

[iv] Ivi, p. 142.

[v] Cfr. Ivi, p. 159

[vi] Ivi, p. 142.

[vii] Ivi, p. 159.

[viii] Nel 1631 il palazzo ricadeva nell’isola delli Condò della parrocchia di Santa Maria de la Porta, e vi abitavano Mario de Raho con la moglie Andriana Riccio, Leonardo Riccio e una schiava (Cfr. lo Status animarum civitatis Litii 1631, manoscritto conservato presso l’Archivio Vescovile di Lecce).

[ix] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit.,p. 160.

[x] Ibidem.

[xi] Ibidem.

[xii] Cfr. G.C. Infantino, op. cit., p. 35.

[xiii] Ivi, p. 33.

[xiv] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169. Ritenuta senza rarità nel 1686.

[xv] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 116.

[xvi] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169.

[xvii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 160.

[xviii] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169.

[xix] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 160.

[xx] G.C. Infantino, op. cit., p. 170.

[xxi] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169.

[xxii] G.C. Infantino, op. cit., p. 10.

[xxiii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 116. «Gli epitafi» delle cappelle, «con quel della fronte si trascrivon dal Ab. Franc. De Magistris in Statu Rerum Memorab. Neap. I, num. 43, fol. 29 che non cede ad altre di questo Dominio» (Ibidem).

[xxiv] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169.

[xxv] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 222.

[xxvi] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit., p. 169.

[xxvii] G.C. Infantino, op. cit., p. 7.

[xxviii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 162

[xxix] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit., pp. 169-70.

[xxx] G.C. Infantino, op. cit., p. 120.

[xxxi] Cfr. F. De Luca, La visita apostolica di Andrea Perbenedetti nella città e diocesi di Lecce, in «Kronos: periodico del DBAS Dipartimento Beni Arte e Storia», n. 8, 2005, pp. 31-68

[xxxii] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 170.

[xxxiii] G.C. Infantino, op. cit., p. 71.

[xxxiv] G.C. Infantino, op. cit., p. 109.

[xxxv] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 162.

[xxxvi] [xxxvi] G.C. Infantino, op. cit., p. 111.

[xxxvii] Ibidem.

[xxxviii] Ivi, p. 112.

[xxxix] Ivi, p. 113.

[xl] Ivi, pp. 111-12.

[xli]  M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., 117.

[xlii] Ivi, pp. 162-163.

[xliii] «Così, dunque, da un alto: columnam hanc, quam brundusina / civitas suam ab ercule ostentans / originem profano olim ritu in sua / erexerat  insignia, religioso tandem / cultu divo subiecit orontio, ut / lapides illi qui ferarum domitorem / expresserant, celamine, voto, aereq; / lupiensium exculto, truculentioris / pestilentiae monstri triumphatore / posteris consignarent. E dall’altro: siste ad hanc metam famae / augustum quondam romani fastus, / nunc eliminatae luis trophaeum / columnam vides, potiori nunc herculi / d. orontio sacrae. non plus ultra / inscribit Orontius Scaglione, patritius / non sine numine primus, hutusce / nominis patriae pater. statua / ab altera basi. illam cum statua / erexit. anno domini salu. mdclxxxiv» (Ivi, p. 163). Il primo testo è inciso alla base della colonna sul lato prospiciente l’anfiteatro, il secondo è sul lato di fronte al Sedile.

[xliv]«in un de’ lati il presente attestato, D. Orontio Protochristiano, Prothopraesuli, Prothomartyri Liciensi ab averuncatam à Patriae solo totaque Salentina Regione pestilentiam in anno MDCLVI Italiam provinciatim desolantem Columnam hanc Clerus Ordo Populisque Lyciensis erexit ut in Columna ad suor um munim Divus ipse excubaret Orontius, habexentique posteri perenne Urbis devictissimae pro tanto beneficio monimentum» (G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 170). Il testo è ancora leggibile alla base della colonna, sul lato addossato all’edicola di giornali.

[xlv] Ibidem.

[xlvi] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 164.

[xlvii] G.C. Infantino, op. cit., p. 47.

[xlviii] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 170.

[xlix] Ibidem.

[l] G.C. Infantino, op. cit., p. 80.

[li] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 164.

[lii] Ibidem.

[liii] Ivi, p. 165. L’altare dovrebbe essere quello ora dedicato alla Madonna del Rosario.

[liv] Ivi, p. 167.

[lv] A. Foscarini, Lecce d’altri tempi. Ricordi di vecchie isole, cappelle e denominazioni stradali (contributo per la topografia leccese), in “Iapigia”, a. VI, 1935, pp. 425-451: p. 430.

Vescovo, ti tolgo io la spina!

di Armando Polito

Non è per difendere ciò che troppo spesso è stato e continua ad essere indifendibile, vale a dire il potere in tutte le sue forme, ma debbo dire che il simpaticissimo recente post LA “SPINA” DEL VESCOVO1 di Emilio Rubino, argutamente impostato sul gioco di parole Spina/spina, mi appare più vicino al gossip dei nostri giorni che ad una storia romanzata. In base alle notizie storiche a me note2 Iacopo Antonio Acquaviva si dimise da vescovo nel 15313 per sposare Adriana Saframondo dei Conti di Cerreto e non Giovanna Spina, figlia di Angelo signore di Bagnano e di Beatrice Brancaccio. Dal primo matrimonio Iacopo ebbe tre figli: Claudio, Belisario e Caterina. Solo dopo la morte della prima moglie sposò Giovanna Spina, vedova di Giacomo Antonio della Marra. Ciò non esclude le tresche più complicate che, però, vanno in qualche modo documentate, altrimenti restano solo maliziose illazioni sulle quali è troppo comodo apporre il timbro, incontrollabile, della tradizione orale. Anche oggi, d’altra parte, spesso viene spacciata per documento una foto, magari di per sé insignificante, o, peggio, un fotomontaggio su cui certa stampa ha costruito e continua ad incrementare le sue fortune con testate che spesso pubblicizzano in tv l’ultima uscita con i titoli più pruriginosi o, addirittura questi ultimi forse tirano di più …, truci. Purtroppo c’è chi, pur essendo magari cattolico (non dico cristiano perché sarebbe ancor più impegnativo), è disposto a prestarvi fede più che al vangelo e chi, cosa secondo me ancor più grave, pur avendo seri dubbi, non può fare a meno di comprane una copia …

Pronto a rimangiarmi in parte o integralmente quanto detto dopo l’esibizione delle fonti e dopo, cosa a cui non so rinunciare,  un controllo sulla loro autenticità prima e attendibilità poi.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/06/la-spina-del-vescovo/

2 Bartolomeo Tafuri nel suo Memorie de’ duchi di Nardò della famiglia Acquaviva. Di Bellisario Acquaviva duca di Nardò primo in  Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò  ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1848, v. I, pag. 39:

e a pag. 44:

Faccio notare che lo scritto di Bartolomeo era apparso  la prima volta  inserito nell’opera di Scipione Ammirato Delle famiglie nobili napoletane, parte I, Marescotti, Firenze, 1580.

Francesco Zazzera, Della nobiltà dell’Italia, Gargano e Nucci, Napoli, 1615, pag. 20:

 

Filiberto Campanile, Dell’armi ovvero insegne de nobili, Parrino, Napoli, 1701,  pag. 35:

Da notare come quest’ultimo brano è copiato (pochissimi e irrilevanti i cambiamenti) da quello di Bartolomeo Tafuri.

3 Non nel 1532 come riportato nel post. Nella serie dei vescovi neretini compilata dal Polidori e pubblicata nel I volume dell’Italia sacra di Ferdinando Ughelli, Coleti, Venezia, 1717, col. 1053, si legge: Neritine Ecclesiae regimen dimisit anno Domini 1531 exeunte (Lasciò la guida della Chiesa neretina alla fine dell’anno del Signore 1531).

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