“Lu pittaci”, il quartiere di un tempo in una poesia di altri tempi.

di Armando Polito

* Finora si era limitato solo alle parole, oggi sta dando pure i numeri …
* Finora si era limitato solo alle parole, oggi sta dando pure i numeri …

 

Non pensate a Nerino e seguitemi, se avete tempo da perdere, nel ragionamento (?)!

Casa a corte : pittaci = condominio : quartiere

La proporzione che questa volta costituisce il titolo  conserva tutto il suo nativo valore matematico, per cui, per esempio, un estremo è uguale al prodotto dei medi diviso l’altro estremo:

 

Siccome, però, pittaci è assimilabile a quartiere, semplificando l’espressione con l’eliminazione di entrambi, il primo dal numeratore, il secondo dal denominatore, mi rimane casa a corte=condominio. Analogamente in

 

semplificando con l’eliminazione degli assimilabili condominio e casa a corte mi rimane quartiere=pittaci.

Inoltre c’è un ulteriore rapporto direttamente proporzionale interno: quanto maggiore sarà il numero delle case a corte tanto più grande sarà il pittaci  e allo stesso modo quanto maggiore sarà il numero dei condomini tanto più esteso sarà il quartiere.

Se la vita matematica della proporzione è chiara, perché i fenomeni messi in gioco dai quattro termini (non a caso termine è il nome di ognuno dei quattro elementi che costituiscono la proporzione, oltre che essere sinonimo di vocabolo, parola) possano essere compresi nella loro diacronicità è necessario fare un discorso più articolato.

La casa a corte rappresenta un modello abitativo in passato tipico delle nostre zone, poco visibile, ormai, nei centri storici in cui il tempo, se non  ha cancellato l’aspetto originario,  ha comunque eliminato alcuni dettagli compositivi di estrema importanza . Essa corrisponde al moderno condominio, essendo costituita nella sua struttura, all’origine probabilmente monofamiliare, da alcune unità abitative autonome aventi uno spazio di servizio e di aggregazione in comune, la corte appunto, in cui avevano un ruolo fondamentale il pozzo e la pila (sono questi i dettagli di cui ho detto poco fa,  rinvenibili ormai quasi soltanto in fotografie d’epoca).

Nardò, casa a corte. Immagine tratta da  http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/19/antiche-tipologie-abitative-a-nardo/
Nardò, casa a corte. Immagine tratta da http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/19/antiche-tipologie-abitative-a-nardo/

 

Galatone, casa a corte. Immagine tratta da http://culturasalentina.files.wordpress.com/2009/07/suggestiva-casa-a-corte-nel-centro-storico-di-galatone.jpg
Galatone, casa a corte. Immagine tratta da http://culturasalentina.files.wordpress.com/2009/07/suggestiva-casa-a-corte-nel-centro-storico-di-galatone.jpg

Il tempo, però, non è passato invano e ha fatto registrare una profonda evoluzione. Basti pensare che per lo più lo spazio comune dei condomini è costituito dall’androne d’ingresso, dall’ascensore, dalle scale e nella parte sotterranea dalla rampa d’accesso ai box o posti macchina e al locale caldaia laddove l’impianto è ancora centralizzato.  Il ritmo frenetico della vita moderna ha poi fatto sì che, soprattutto nelle grandi città, un condomino non conosca l’altro e le stesse assemblee ondominiali, se non vanno deserte, hanno un carattere, per usare un termine dell’ultim’ora mediato dalla politica, divisivo1 più che aggregante. La nuova struttura, insomma, ha reso paradossalmente difficoltosi, se non impossibili, quei rapporti umani che la casa a corte, invece, favoriva.

Di regola processi di questo tipo hanno risvolti a livello macroscopico, nel senso che questa sorta di disgregazione ambientale ed umana nel passaggio dalla casa a corte al condominio manifesta le sue conseguenze parallele nel passaggio dal pittaci al quartiere. Così, se in passato il pittaci era un esteso nucleo abitativo con la sua identità umana e amministrativa, oggi gli abitanti di un quartiere non sembrano avere alcun legame affettivo con il territorio e gli stessi consigli di quartiere, laddove ci sono, sembrano organi creati solo per soddisfare una forma di protagonismo minore con la proliferazione di una malintesa e troppo estesa rappresentatività che vanifica di fatto il concetto di responsabilità propiziando, quando qualcosa va storto, il collaudato giochetto dello scaricabarile.

Il troppo storpia e in medio stat virtus possono essere applicati pure nel nostro caso, tanto più che sicuramente nemmeno nella casa a corte e nel pittaci tutto andava a gonfie vele. Lo dimostra l’espressione femmina ti pittaci con cui ancora oggi per traslato si indica una donna che ha fatto della violazione della privacy altrui il suo sport preferito. E se questa figura, rappresentata collettivamente, trova la sua celebrazione poetica nel componimento che mi accingo a presentare, penso al gossip di oggi riguardante non più il vicino di casa ma questo o quel personaggio che in certi programmi televisivi (spazzatura che nessuno di coloro che esercitano il potere vuole rimuovere perché al pari del calcio distrae  o, peggio ancora, blocca e poi atrofizza il cervello) e in certe pubblicazioni specializzate trova l’altare dove viene celebrata la sua vanità e pochezza. E mi chiedo chi mai, come il Castrignanò fece a suo tempo, tratterà in poesia questo costume del nostro tempo, tanto più che Mara Venier, solo per fare un nome, non mi sembra proprio all’altezza per farlo … 2

Con piacere debbo dire che questo giudizio totalmente negativo non sfiora nemmeno un giornale locale  che ha fra gli altri meriti quello di essere stato il primo del Salento ad uscire  on line fin dal 2003. Eppure il suo nome, il Pittacino, non lasciava presagire nulla di buono …

Vi lascio alla poesia di Francesco Castrignanò, tratta, come le altre precedentemente lette, da Cose nosce (Tipografia Neritina, Nardò, 1909) nella ristampa fatta dall’editore Leone a Nardò nel 1968.

 

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1 Questa volta la politica ha il merito non di aver introdotto un neologismo ma riesumato un vocabolo già esistente, anche se  limitato all’uso tecnico della critica letteraria  e della logica formale. Ma tutto questo la politica non lo sa …

2 L’affermazione non è in contraddizione con la mia critica precedente alla tv spazzatura. Ho l’abitudine di esprimere un giudizio sulla scorta dei fatti personalmente esaminati. Per questo periodicamente (speranza inconscia di qualche cambiamento? …) mi tappo metaforicamente il naso  (lo farò contemporaneamente in senso letterale quando la tv sarà in grado di trasmettere anche i profumi o i fetori) e apro bene occhi ed orecchie per vedere e sentire quali progressi sono stati fatti sulla strada dell’idiozia. Debbo riconoscere che, a parte momenti sostanzialmente e formalmente ripetitivi e monotoni, fino ad ora da queste incursioni periodiche ho sempre avuto da imparare (?).

3 Per l’etimologia di pittaci vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/08/zzippu-ti-pitaccia-e-lei-linventore-della-zip/

I pittagi medioevali a Nardò erano 4: Pittagio Castelli Veteris, Pittagio Sant’Angelo , Pittagio San Paolo e Pittagio San Salvatore. Ogni pittagium era suddiviso in un numero variabile di vicìnia, plurale di vicìnium, voce di genere neutro,  cui corrisponde nel latino classico il femminile vicìnia, da vicinus/vicina/vicinum=vicino, a sua volta da vicus=quartiere.  È interessante notare che, mentre nei documenti meridionali la forma usata è sempre quella medioevale (vicìnium), negli altri è sempre quella classica (vicìnia).

4 Nota psicologica di grande spessore; il gossip diventa addirittura un comodo alibi per vendicarsi dell’invadenza altrui, reale o presunta, poiché è quasi  impossibile distinguere chi è stato il primo a violare la privacy.

5 Alla lettera: insulta.

6 Non c’è da meravigliarsi per la presenza di animali nel centro abitato ai primi dello scorso secolo. Ricordo che fino alla metà degli anni ’60 a Nardò, anche se in una strada di periferia, vi era una stalla con mucche, attigua all’abitazione del lattaio, che ogni mattina faceva il giro per rifornire i clienti con l’armamentario in basso raffigurato avvertendoli del suo arrivo con il suono di un campanello (nella seconda foto è visibile anche il caratteristico misurino; alla bicicletta, però, negli anni ’60 era già subentrato il ciclomotore). L’olezzo che si sentiva passando da quella via non era certo una goduria per le narici, ma è altrettanto certo che era infinitamente più salutare dei gas di scarico dei cavalli meccanici di oggi …

immagine tratta da http://fuorisalone.it/2011/presses/detail/34
immagine tratta da http://fuorisalone.it/2011/presses/detail/34

 

http://valtollacountry.wordpress.com/2012/10/13/civilta-biciclette-da-lavoro-e-necessita/
http://valtollacountry.wordpress.com/2012/10/13/civilta-biciclette-da-lavoro-e-necessita/

 

7 Il Rohlfs invita ad un confronto “con il latino medioevale zitus presente nei documenti medievali di Bari premesso a nomi di giovani non ancora sposati”. Nei vocabolari d’italiano zito è registrato come variante del toscano citto=ragazzino, uomo non sposato, fidanzato. Citto forse è riduzione di piccitto affine a piccino. Con citto forse è connesso zita o zito (in neretino tipo di maccherone grosso e bucato) per metafora sessuale più facilmente ravvisabile nella forma maschile, anche se proprio la compresenza dei due generi potrebbe indurre a supporre che fosse in passato il formato di pasta tipico nei pranzi di matrimonio.

 

Un commento a “Lu pittaci”, il quartiere di un tempo in una poesia di altri tempi.

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