Leandro Ghinelli, scrittore, insegnante e critico, pittore e scultore

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di Paolo Vincenti

 

La vastità di interessi e il suo essere artista a tutto tondo, fanno di Leandro Ghinelli un personaggio tipicamente novecentesco.

Scrittore,  insegnante e critico, pittore e scultore, egli ha percorso i vari campi dello scibile con passo lieve,  competenza e passione. Nato a Firenze nel 1925 ma salentino nell’anima, è attivissimo operatore  e animatore culturale (vedansi  i suoi numerosi articoli pubblicati negli ultimi tempi  sul sito www.culturasalentina.com e i suoi saggi apparsi in “Note di storia  e cultura salentina” , Argo Editore, annuario della Società di Storia Patria per la Puglia sezione di Maglie), a dispetto dei suoi ottantotto anni (comunque portati splendidamente).

Fra i suoi libri: “Pensieri e riflessioni” (Argo 1998) e “ E apparve la donna” (Laterza  2009). Come scultore,  potrei citare i suoi ritratti di Giovanni Paolo II, nel Duomo di Lecce, di Aldo Moro, nell’Atrio di Palazzo Adorno, e poi  di Francesco Petrarca, Quinto Ennio,  Donato Moro,  Ennio Bonea, Francesco Politi, ecc., ma impossibile sarebbe passare in rassegna  il suo curriculum senza trasformare questa mia breve segnalazione in una lunga elencazione di titoli ed opere.

Di Leandro Ghinelli,  in allegato con il  numero di marzo di “Presenza Taurisanese”, mensile di storia, cultura e attualità diretto da Gigi Montonato, è stato distribuito l’opuscolo  Canti della vigilia (poesie), per I Quaderni del Brogliaccio (n.10 marzo 2013). Si tratta appunto di una raccolta di poesie voluta e curata da Gigi Montonato, come omaggio al raffinato artista, collaboratore di lungo corso della suddetta rivista. Infatti alcune di queste poesie che compongono la raccolta sono già uscite proprio su “Presenza Taurisanese”, mentre altre su “Il Galatino” ed altre ancora nel libro “E apparve la donna”. Sulla copertina del libriccino, un’opera dello stesso Ghinelli:  “Le tre Grazie Madri”. Si tratta di poesie che vivono in una dimensione sospesa, quasi rarefatta, e trattano di moti dell’anima, di un intimismo soffuso, quasi velato. Scritte in metrica oppure in versi liberi, tutte comunque rincorrono una certa musicalità a  voler farsi trasportare dal ritmo interno che le anima. Come scrive Montonato: “ Direi che il suo linguaggio poetico non appare intenzionalmente comunicativo, ma semplicemente vocativo: un rivolgersi in silenzio vocale, se si può dire, ad un destinatario che gli è più dentro che fuori. Una poesia priva di ambientazione e di corporeità, nessun paesaggio di sfondo, in una dimensione rarefatta, fuori della storia”. “Quale vigilia cantano queste poesie?”, mi sono chiesto sfogliando la breve silloge: le “dolci vigilie” del Foscolo oppure quelle infelici di Leopardi? Forse quella  vigilia di cui fa parlare Ulisse nel XXVI canto dell’Inferno “Padre” Dante, vale a dire la veglia della vita, contrapposta al sonno della morte?  Probabilmente, la vigilia di un viaggio “sulle ali dell’infinito”: quell’infinito che, secondo il poeta, vive dentro l’uomo “inquieta fiamma pensante nell’eterna Fiamma”.

 

 

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