Rusineddha, una giovane bagnante di cento anni fa a Santa Caterina

di Armando Polito

Santa Caterina (Nardò) in due foto del 1945. Immagini tratte da

http://www.myboxtv.com/public/risorse/myboxtv/santa%20caterina%20marina%20di%20nardo%201945%20archivio%20privato%20pasquale%20maria%20miccolis.jpg

 

Anche questa poesia, come l’altra precedentemente presentata1, è del neretino Francesco Castrignanò ed è tratta dalla raccolta Cose nosce del 1909. Il tema è quello eterno della giovinezza e dell’amore, trattato con un’apparente leggerezza che si manifesta già nella struttura metrica che è quella della canzone.

A beneficio di chi, soprattutto se è molto giovane, sta già pensando al festival di Sanremo dirò subito che ho usato canzone nel suo significato più antico, cioè quello di un componimento poetico che obbedisce a certe norme strutturali. Uno schema più antico, quello petrarchesco, prevede un certo numero (di solito cinque o sette) di strofe (o stanze) di un numero variabile di versi (tutti endecasillabi o endecasillabi e settenari), liberamente disposti, in rima tra loro; tutte le stanze hanno la stessa struttura e la canzone si chiude con un gruppo più breve di versi detto commiato o congedo. Lo schema più recente è quello leopardiano, molto più libero, in cui le stanze non hanno una struttura rigida e neppure l’alternanza dei versi e delle rime segue un ordine fisso.

Poi c’è la canzone festivaliera che nella sua struttura tradizionale si ispira ad un modello anch’esso antico di canzone, che ha la sua espressione più nota nel Trionfo di Bacco e Arianna scritto attorno al 1490 da Lorenzo de’ Medici, più noto come Lorenzo il Magnifico. Chi non ha mai sentito Quant’è bella giovinezza/che si fugge tuttavia!/Chi vuol esser lieto sia:/di doman non c’è certezza.? È la stanza di apertura della poesia e i suoi ultimi due versi fungono da ritornello alla fine di ogni stanza.

La struttura metrica della poesia che ci accingiamo a leggere ricalca liberamente questo schema e il ritornello (Mare beddhu, mare mia,/ccu te sempre stare ulìa) si ripete ogni due stanze e, con una piccola variazione, nel secondo verso (cu te stia totta la tia), chiude il componimento.

Non manca una stranezza tecnica: nella seconda stanza paddhàtule non è in rima con stròlicu, contravvenendo alla regola, rispettata nel resto, che ogni stanza ha rime alternate (ABAB). Mi pare, infine, piuttosto banale il verso pi mme llàcrama lu giurnu, in contraddizione, oltretutto, con l’atteggiamento da macho con cui viene rappresentato il soggetto in questione (a meno che non si riveda la punteggiatura spostando il punto e virgola da dopo nturnu a dopo gnuricatu, per cui pi me llàcrama lu giurnu significherebbe per me il giorno  è un mare di lacrime).  Ho sempre detto che qualsiasi commento ad una poesia è un atto di violenza, ma, siccome sono un pazzo incosciente, voglio, una volta tanto, spingermi oltre la violenza e fino al delitto, senza, tuttavia, sottrarmi al giudizio del lettore che a tal proposito vorrà intervenire: se la punteggiatura fosse quella originale io avrei scritto pi mme spràsima ogni ggiurnu (per me spasima ogni giorno).

Per quanto ho detto la poesia, sfruttando abilmente e rinnovando una struttura metrica antica, fornisce un piacevole quadretto di vita in cui ogni gesto ha un risvolto psicologico e, cosa che immagino audacissima per i tempi in cui fu scritta, non mancano neppure i sogni erotici della protagonista in cui pisci, nonostante l’alibi ambientale di mare, non riesce a liberarsi completamente dal suo, per quanto inconscio forse, significato metaforico con cui spesso è usato nel meridione e finisce per dare un’ ambigua connotazione, per giunta al di fuori del sogno, a iddhu s’azza tuestu tuestu

A distanza di tanti anni oggi è inconcepibile che una ragazzina, abituata a tornare a casa all’alba, abbia una madre che in pieno giorno ponga fine alle sue schermaglie balneari invitandola (una sola volta, anzi allora bastava solo uno sguardo …) ad uscire dall’acqua. Il troppo storpia, sempre;  voglio solo sperare che la Rusineddha di turno abbia conservato almeno un pizzico di quel misto di ingenuità e malizia che è, in fondo, l’espressione dell’eterno femminino.

Copertina di Volti di carta di Raffaella Verdesca, Gruppo Albatros Il filo, Roma, 2012
Copertina di Volti di carta di Raffaella Verdesca, Gruppo Albatros Il filo, Roma, 2012

Per il resto rinvio alle note, ma, se le osservazioni fatte nel penultimo periodo sono soltanto coincidenze vittime della mia farneticazione interpretativa, non attendetevi altre pruriginose coincidenze e non perdete tempo a leggerle …

 

4

 

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/10/nardo-vista-da-un-poeta-del-primo-novecento-tasse-incluse/

2 È la ragazza che parla in prima persona e l’anastrofe (inversione di ordine tra ndurante e mare) non è dovuta tanto ad esigenze di rima quanto alla felice intenzione, libera da ogni tentazione ironica, dell’autore di far diventare poetessa, grazie all’ispirazione fornita dall’amore, anche una ragazza del popolo come Rusineddha.

3 Diminutivo di un inusitato pallata=a forma di palla, da palla.

4 Participio passato di stindicchiare, da stindìre=stendere come in italiano dormicchiare da dormire (il suffisso dà una connotazione diminutiva), studicchiare e studiacchiare da studiare (connotazione peggiorativa), canticchiare da cantare (frequentativa). In stindicchiare io rinvengo una connotazione frequentativa che, rispetto a stindire, con la sua sillaba in più dà quasi l’effetto visivo dell’atto fisico.

5 Da strulicàre, per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/31/borbottare-meglio-strulicare/

6 Per il Rohlfs la voce è da un prelatino *pèntima=rupe e lo studioso tedesco invita ad un confronto con il sardo pèntuma=precipizio e il  toponimo ligure Pèntema . Io posso solo aggiungere che nel Regesto Sublacense per l’anno 858 è riportato un locum qui vocatur pentoma. Dico pure che pèntuma è ancora in uso a Nardò per indicare, oltre che una grossa pietra, una donna dalle forme giunoniche, retaggio del canone di bellezza femminile dominante fino alla metà del secolo scorso (le maggiorate); poi fu la moda della donna filiforme ma nessuno si sognò di chiamare coloro che la seguirono le minorate

7 Accrescitivo dell’obsoleto babbio. Entrambe le voci non sono del nostro dialetto che usa babbèu. Un esempio illustre di babbione: e la bertuccia e il pappagal babbione (Carducci, Juvenilia, LXXVII, 28).

8 In italiano si direbbe: con la faccia tosta.

9 Da scuffundare, da un latino *exconfundare, composto da ex (con valore intensivo)+cum=insieme+il latino medioevale fundare=affondare, dal classico fundus=fondo.

10 Diminutivo di Rusina (Rosina), a sua volta diminutivo di Rosa.

11 Per la voce capasa, intraducibile in italiano con una sola parola, vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/12/a-proposito-di-cumitati-ecco-le-terracotte-salentine/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/03/capasone-e-il-capofamiglia-capasa-la-mamma-capasieddhu-il-figlio/

12 Corrisponde, con significato traslato, all’italiano impannare che significa fissare al telaio d’una finestra riquadri di panno, tela o anche carta, per riparo dal freddo; l’impannata estensivamente è l’infisso della finestra. Nella voce dialettale le palpebre sono il panno metaforico. Un equivoco, invece, c’è in cozze mpannate o cozze cu lla panna, chiocciole con l’opercolo chiuso da una pellicola per lo più bianca; proprio questo colore deve aver indotto la confusione tra panno e panna, confusione, tutto sommato, ridimensionata dal fatto che panna è derivato da panno.

13 Oggi come pronome relativo singolare e plurale si usa ca, mentre ci significa se.

14 Da curiusitusi, forma frequentativa del participio passato  (in)curiusiti come disculusu da dìsculu; crusitusi rispetto a curiusitusi ripropone il dilemma della genuina forma dialettale fedelmente riportata o del suo adattamento letterario per motivi metrici.

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