La luna mascialora (la luna di maggio)

CIVILTA’ CONTADINA DI  FINE OTTOCENTO

LA LUNA MASCIALORA 

(LA LUNA DI MAGGIO)

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Per chi viveva specchiandosi nei cicli della natura, dire luna nuova equivaleva a tracciare lo stilema della fertilità, quasi un porsi alla radice delle crescite e scandirne i tempi e le misure attraverso l’impinguarsi di quella falce, vista appunto come il correlativo oggettivo di una maternità dal cui cosmico utero prendeva sostanza ogni sviluppo.

“Nfèrrate a ppilu ti luna”  (“Abbarbicati alla radice della luna”), raccomandava il contadino al suo grano, e nel valutarne lo sbucare o l’imbiondirsi si sentiva in  dovere di ringraziare ddhra manu ti mana ca mmocca ti notte (quella mano di madre che imbocca di notte). Che i raggi lunari avessero capacità di alimentare le piante, tanto da poterne all’alba constatare gli effetti di accresciuto rigoglio, era convinzione così ferma da suscitare la voglia di comunicarlo alle bestie quando, a prima luce, si portavano fuori dai recinti o dalle stalle: “Prisciàtibbe, prisciàtibbe, ca erva a pparmu nueu bbi spetta!” (“Rallegratevi, rallegratevi, ché erba cresciuta di un palmo vi aspetta!”), le si incoraggiava quasi a immetterle nel circuito di un positivo che dal crescere dell’erba declinava in una maggiorazione di rendimento. E se si era in  luna mascialòra (luna di maggio) e la bestia era un’asina, calzandole il paraocchi la si apostrofava scherzosamente: “Uàrda sulu a nnanti e fanne la cuntignòsa, ca pi llu prutimiéntu ti basta la crisciùta ti lu erde!” (“Guarda solo avanti e fai la contegnosa, perché ad acquetare il prurito [desiderio sessuale] ti basta la crescita del verde [erba]!”). In maggio infatti le asine entravano in calore, e ciò si credeva coincidesse col proporsi del ciclo lunare, che per essere di ponte fra quello di  aprile, detto “ti la nfiuràta” (“della fioritura”), e quello di giugno, definito “ti la riccòta” (“del raccolto”), si poneva comepunto di passaggio dalle attese alle risultanze, convertendosi in simbolico tempo dimaturità sessuale. Un assunto radicato soprattutto nelle donne che, se madri di ragazze da poco entrate in mestruo, lo attestavano in un esplicito comportamentale classificabile come rito di iniziazione alla femminilità.

Non appena l’addensarsi del crepuscolo rendeva visibile la falce lunare, conducevano la ragazza al centro dell’aia – o, se abitavano in paese, su qualche mignano – e fattala sedere di fronte alla luna le scioglievano la chioma pettinandola a lungo, possibilmente fino alla scomparsa dell’esile falce – considerando che, trattandosi di prima fase, questo avveniva su per giù a ora ti mmasùnu (ora di ritiro delle galline), ossia a buio ancora incerto. Rientrando a casa  la madre, fino a quel momento compiacente pettinatrice, le ingiungeva arcigna: “Nfiéttate e mmùcciate  sti capìddhri, ca tira cchiù mbiùte nnu pilu ti fémmina ca sicchi nnu nsartu ti puzzu” (“Intrecciati e copriti questi capelli, ché attira più bevute [voglie maschili] un pelo di donna di quanti secchi possa tirare una fune dal pozzo”); e quasi a mimare il suo compito di guardiana contro eventuali approcci amorosi, rimaneva piazzata sulla soglia con le mani alla cintola e l’aria bellicosa di chi è pronto al rintuzzo. Una posa da virago che era lesta a sciogliere in un sorriso complice non appena una vicina, già al corrente della situazione, le si accostava offrendole un ciuffo d’erba fresca e ambiguamente invitandola: “Mentila sobbra llu lliàtu cu tti rria a ggiùrnu ti santa timpiràta” (“Mettila sul lievito affinché questo si conservi sino al giorno del santo impasto”).

Per comprendere il valore allusivo del gesto e della frase, occorre sapere che fra i poteri riconosciuti alla luna nuova, mascialòra o non mascialòra, c’era quello – piuttosto scomodo – ti la mpinnàta ti lu lliàtu (dell’impennata del lievito), ossia un’intempestiva messa in attivo degli enzimi. Per conservarne inalterata la potenza fermentativa fino al giorno della panificazione occorreva perciò adottare delle precauzioni, la più usuale delle quali consisteva appunto nel coprire la pallottola di lievito con uno strato d’erba fresca, ritenuta capace di assorbire le sollecitazioni lunari. Il gesto e la frase della vicina nascevano dunque da una realtà oggettiva ma nello stesso tempo perfettamente in linea col voluto significante metaforico: nell’intempestiva fermentazione del lievito s’intendeva simboleggiare lu scarfamiéntu (il bollore sessuale) della ragazza, che se non vigilata avrebbe potuto concedersi prematuramente, cioè prima che avesse a scattare lu ggiùrnu ti lu santu mpastu, dicat il giorno del santo matrimonio, per cui l’offerta dell’erba veniva a porsi in chiave apotropaica, da una parte scongiurando il possibile pericolo, dall’altra propiziando il raggiungimento della meta; prefigurazione di nna bbona sorte che nel minimo di un segno (erba) stabiliva una prismaticità di indizi, non dimenticando che era nell’uso delle madri contadine inserire un mazzetto di erbe negli indumenti intimi delle ragazze durante i giorni di mestruo. Mazzetto assortito la cui composizione, pur se variata in base alle necessità del momento – erbe sedative o emostatiche -, in sostanza si articolava proprio sul principio della propiziazione mediante lo scongiuro del rischio, grazie all’immancabile presenza delle erbe aromatiche deputate a confondere la peculiarità olfattiva del mestruo, che le contadine definivano scamu ti carne (miagolio, richiamo di carne) riconoscendole forza tentatrice e ponendola all’origine di molte intemperanze o addirittura violenze sessuali.

Paure e prevenzioni valevoli in tutti i giorni dell’anno, ma che raggiungevano la linea dell’emergenza nei giorni di novilunio, soprattutto quelli estivi, quando – abbandonati i perimetri distanziati delle case – si viveva all’aperto in totale amalgama con la natura, che circuiva, scaldava e possedeva in un’ellittica di stimoli a volte ubriacanti. Quasi un addensarsi di forze vitali nel cui contesto le ragazze si scoprivano fiori in frenetica attesa di pollini e le giovani donne erano frutti succosi, per così dire appese ai raggi della luna nuova nell’atto volitivo di suggerne la linfa delle crescite.(…)

 

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi  nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza 1994 , (pagg. 153-156)

Questo brano è stato successivamente pubblicato sul quotidiano “LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO”, martedì 2 dicembre 1997.

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