Salvatore Toma, il Poeta in paradiso

di Elio Ria

 

SALVATORE TOMA3

Dire o scrivere qualcosa su Salvatore Toma (1951-1987) si corre il rischio di banalizzarlo, renderlo evanescente, soprattutto se si continua a batter chiodo sulla solita salentinità, imprigionandolo in confini troppo stretti dei suoi luoghi. Non è questa la mia posizione. Credo che ogni cosa che riguarda la letteratura e la poesia in particolar modo è da ritenersi parziale, e un ulteriore modo di considerare il pensiero e la poetica di Salvatore Toma può soltanto aggiungersi senza la pretesa di sconfessare quanto già è stato scritto.

Ritengo che Toma sia da considerare il poeta dell’indifferenza verso tutto ciò che gli stava attorno, con rabbia addolcita dalla sensibilità che possedeva. Non badava alla forma. Aveva paura semmai dell’indebolimento della sua voce: una preoccupazione che lo ha accompagnato sino alla fine.

Il suo testamento: «Quando sarò morto/che non vi venga in mente/di mettere manifesti:/morto serenamente/o dopo lunga sofferenza/o peggio ancora in grazia di dio./Io sono morto/per la vostra presenza ».

Quasi un dialogo e un monito con se stesso per ribadire la sua estraneità e fastidio per le cose spicciole anche spiacevoli, da accettare però con dignità senza lussi né ipocrisia. Non è, soltanto, il poeta del Salento. Né condivido quanto riportato su Wikipedia: […] ha fatto parte dei cosiddetti ”poeti maledetti salentini”. Perché queste convenzioni che rinchiudono il poeta dentro forme riconoscibili e misure predefinite? E non è forse il caso di provare una lettura “libera” della sua poesia per considerarlo poeta che si sentiva gettato in un mondo che gli era estraneo, di cui non conosceva le ragioni, i fini e i meccanismi?  Il suo vivere era fatto di giochi di fanciullo, innocente, non riusciva a dar pace al senso di nausea che lo coglieva impreparato quando non veniva capito dalla sua gente. Insofferente all’ipocrisia, incantato ogni qualvolta scriveva sull’albero di quercia del suo giardino, immaginando una seppur minima soluzione accettabile ai quesiti esistenziali, a spiegarsi le ragioni della sua diversità e le finalità del suo ultimo giorno di vita.

Di Toma è stato colto soltanto la stravaganza, l’anarchia, non l’ingenuità del vivere quotidiano sopraffatto da consuetudini infinite e ritmi asfissianti: All’improvviso/ecco che qualcosa non va più,/un meccanismo perfettissimo/funzionante a meraviglia/di colpo si inceppa,/i giorni diventano secoli/la mente non conosce più il tempo./ Qualcosa che non va più, indicibile, indefinibile, e l’idea di morte si fa chiara/ in questo vuoto,/ come l’idea di Dio/. Sublimazione della morte? No! Accettazione della morte come passaggio alla vita, giacché essa si muove senza malizia/perciò di innocenti/a volte si nutre/. È il cantore della Morte che rafforza l’idea della sua validità nella voce nascosta dei suoi testi impressi nel bianco delle pagine dove è raccolto il silenzio che seguiva la nascita delle parole. In quel bianco si può ascoltare il suono della scrittura; e per comprendere bene è necessario entrare in relazione, instaurando corrispondenze, scambi tra il primo linguaggio, quello della poesia, e il secondo quello del lettore-interprete. E quando l’interprete pretende d’internare il linguaggio della poesia entro codici precostituiti, o quando pretende di catalogare con mania poliziesca la vita del poeta, cancella e inficia il rapporto profondo col testo. Va messa al bando ogni forma di ambizione critica che pretenda di comprendere davvero fino in fondo il testo, si può forse dire che la critica è anzitutto un’esperienza del limite, nel senso che il testo che si legge non lo si conosce mai a sufficienza nel perpetuo divenire del senso. Quel limite d’interpretazione costituisce l’approssimazione critica del testo stesso che rappresenta il linguaggio dell’interprete-lettore. L’esperienza del lettore fa rivivere il testo, lo sposta dalla sua immobilità o sacralità in una continua e sempre diversa interpretazione. La critica letteraria più interessante, più viva, nel Novecento, è stata quella degli scrittori, e non dei critici. Ungaretti, Pasolini, Zanzotto, per dire solo alcuni, hanno dato interessanti interpretazioni dei classici, forse perché più liberi dei critici nel loro mestiere di letterati. La lettura ha l’intensità di un evento forte e così deve avvenire anche per l’interpretazione.

Toma è ancora da comprendere. Non si può definirlo “maledetto” né folle, né soltanto suicida, né “salentino”, liquidando con sterili etichette un travaglio poetico intenso, vissuto in un angolo del mondo, nella città che fu di Aldo Moro. È forse opportuno considerarlo come il poeta che ha dato l’idea di essere fuori da un prima, da una perfezione e armonia, in uno stato di caduta inteso come caduta del mondo stesso. L’incomparabile familiarità con la morte di questo poeta è incomprensibile, e ha ragione lui: A questo punto/cercate di non rompermi i coglioni/anche da morto. E ancora: Non state a riesumarmi dunque/con la forza delle vostre incertezze/o piuttosto a giustificarvi/ che chi si ammazza è un vigliacco:/a creare progettare ed approvare/la propria morte ci vuole coraggio!

Certamente Ci rivedremo/ci rivedremo senz’altro/ e ne riparleremo.

(Pubblicato il 02 febbraio 2013, in “Il Paese nuovo”, p. 7)

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