Gisarino, il sacrestano eternamente innamorato

Il-vecchio-sacrestano (olio su tela, 1948), Bassano del Grappa
Il-vecchio-sacrestano (olio su tela, 1948), Bassano del Grappa

di Melanton

Non si sa quand’egli sia nato, e si conosce appena il periodo della sua dipartita, che i più anziani del paese concordano nel circoscrivere intorno al 1930.

Qualcuno lo ricorda come un bullo impenitente, ma era piuttosto un semplice bonaccione che credeva eccessivamente in sé e nelle sue improbabili virtù amatorie, nonostante fosse alquanto “stagionato”, e contasse almeno una settantina di primavere.

Come la gran parte del popolino di quei tempi, era per di più analfabeta, e il non saper leggere né scrivere gli creava un grosso problema, essendo sempre alla ricerca di “avventure” galanti con le donne che frequentavano la Chiesa di San Domenico di Nardò, e che egli, sacrestano di lungo corso, adocchiava in quel luogo sacro, fra uno scampanio e l’altro, sotto lo sguardo scandalizzato, irritato e severo del Signore Iddio, della Madonna, e dei vari Santi e Sante.

Non avendo la possibilità e, forse, neppure il coraggio di avvicinarle personalmente, si trovava così costretto a rivolgersi ad un amico per scrivere la usuale dichiarazione d’amore. L’amico (che, pur con calligrafia contorta e sghimbesciata, sapeva a modo suo trasferire sulla carta le idee che frullavano per la testa di Gisarino) era un certo Pippinu, e sovente le frasi scritte sulle epistole amorose erano frutto dei suoi suggerimenti.

Gisarino, di già prescelta la donna, sempre si riprometteva che quella dovesse essere l’ultima sua fiamma e, seduto a tavolino con l’amico, si metteva a snocciolare con calore tutti i sentimenti che quella vista (o, se volete, quella visione beata) gli aveva fatto nascere improvvisamente nel cuore, facendolo battere tumultuosamente dentro il suo petto.

Come tutti gli innamorati, intessute le dovute lodi all’amata, si esibiva in promesse appassionate, spergiurando oceani di immenso amore e montagne di calda felicità.

In tutte le dichiarazioni che dettava all’amico Pippinu (il quale – è bene pur dirlo – ogni volta, in quelle promesse, ci credeva più dello stesso Gisarino che le formulava), giunto alla fine, per una evidente e comprensibile questione di prestigio, si raccomandava calorosamente di scrivere sempre così:

Tille – rimarcava – ca sontu musicista, ca sonu nu strumentu a corde: li campane ti San Duminicu”.

E l’amico lo accontentava.

Nelle conquiste femminili, come nella vita, Gisarino fu sempre sfortunato: mai un progresso, mai un passo avanti nella sua condizione sociale, e così fu costretto a suonare fino all’ultimo dei suoi giorni le campane di San Domenico, cosa che fece con serena rassegnazione, senza mai imprecare alla cattiva sorte, per non fare peccato.

Poiché aveva un cuore giovane, fu sempre instancabile, malgrado l’età avanzata, nel quotidiano impegno di campanaro, ma, ahimé, la sua “musica” non incantò mai alcuna donna, e così restò sempre solo con i suoi sogni incompiuti. Insomma, nessuna delle “sue” donne volle mai accettare le tanto infuocate profferte, anche per il fatto che le sceglieva sempre molto più giovani di lui. Perciò, visse la sua vita fra continue illusioni e ripetute delusioni.

Sempre pronto ad innamorarsi ma, come al solito, mai ricambiato, ebbe l’occasione di conoscere (e naturalmente di corteggiare) la giovane domestica, di nome Carmina, del Delegato di Pubblica Sicurezza di Nardò, che all’epoca occupava un’ala del palazzo De Noha posto in un vicolo in Via Sambiasi, dove Gisarino effettuava qualche piccolo servizio per arrotondare le magre ricompense che ritraeva dall’attività di sacrestano nella Chiesa di San Domenico.

La giovane Carmina, però, dovette tener duro ed ebbe, evidentemente, a dover respingere in modo deciso le profferte amorose di Gisarino che, indispettito dai netti rifiuti, ogni qualvolta che la incontrava, poco galantemente – caso unico della sua vita! –  le canticchiava così:

Carrofalu scattusu,

Carminella lu porta susu

E lu porta scarassatu,

quarche prete li l’ha basatu!

A questo suo ritornello la giovane Carmina era solita controbattere stizzita con l’antico detto:  A te t’ha pigghiatu lu fuecu ti Nardò, quiddhu ca susu arde e sotta no!

Quella di Gisarino, però, era una rabbia del cuore, perché, essendo vissuto eternamente solo, aveva bisogno solo di un po’ d’amore. Amore che, non solo non ebbe mai, ma che non rinvenne neppure nelle immagini sacre, nel volto e nei cuori delle tante Madonne che in chiesa lo circondavano in ogni istante della giornata.

Poi, un giorno – non sappiamo di preciso quando – il suo cuore stanco e amareggiato per tanta solitudine, divenuto ormai vecchio, cessò di battere con le campane.

Così, tutto finì come finiscono tutte le cose del mondo, anche se, pensiamo (ed è bello pensarlo), qualcuna delle “sue” amate, qualche volta, nella Chiesa di San Domenico avrà, silenziosamente, quasi per sdebitarsi del proprio rifiuto, pregato per lui, perché la sua anima, in fondo in fondo niente affatto cattiva, volasse in cielo verso il Paradiso.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Un commento a Gisarino, il sacrestano eternamente innamorato

  1. Esiste, caro Melanton, la ricerca del’amore in ogni angolo sperduto del cielo, della terra e del cuore.
    Il modo più naturale di seguirne le tracce è passare attraverso i dieci sensi della propria umanità.
    Eh già, perchè, nonostante lo spirito sia forte, in alcuni la carne è così debole che spesso detta legge.
    Gusto, olfatto, tatto, vista e udito sono i cinque sensi ormai convalidati nella forma e nei processi, poi c’è il senso dell’intuizione, dello stupore, della paura, dell’attesa, della speranza, tutti mediati dal sistema nervoso vegetativo, per intenderci quello del brivido caldo e dei sudori freddi, in combutta con quello centrale, ovvero quello delle ideazioni che spesso riempiono le pagine dei libri e i righi delle lettere d’amore.
    Cosa poteva saperne il povero Gisarino che uno che soffre di solitudine e che sogna la coppia deve passare da tutte queste complicate strettoie?
    Poi, si sa, ognuno caccia nel suo territorio e se si ritrova a fare il sacrestano, lungi dal sacrilegio di adorare le inerti statue di sante e madonne, lascia volare la fantasia sulle teste delle ‘donne di chiesa’ più belle e attraenti.
    Amare e fantasticare l’amore, in fondo, non sono peccato.
    Così gli anni di Gisarino erano fuggiti portandosi dietro lettere traboccanti promesse disdegnate perchè indirizzate all’illusione, non corrisposte perchè ambasciate del bisogno, il bisogno di avere per sè la bellezza, di conquistare finalmente l’importanza di esistere, il bisogno lacerante di sentirsi vivo tanto da accettare con mite rassegnazione questa grande gioia rimandandola via via fino al giorno della propria morte.
    E’ vero, il cuore del sacrestano innamorato era rimasto vuoto di realtà amorose ma si era mantenuto sempre pieno del loro desiderio, il suo istinto aveva scartato la religione dei banchi, degli altari e dei rosari ma mai aveva rinnegato la fedeltà al suo sogno.
    Questo bellissimo racconto di Melanton ci porta inevitabilmente a riflettere su quanto basti poco per vivere e trasformare una materialità eclatante in primitiva spiritualità, e quanto invece sia scontato esistere e morire anche nel ricordo del mondo per aver seguito, costruito l’ideale, la filosofia e la religione dell’ ‘Ottengo quindi credo’.
    Gisarino insegna.

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