Fra pini e scrittura

di Rocco Boccadamo

Ritorno alla penna, dopo una parentesi di forzata rinuncia correlata ad attività agricole.

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Si accennava, nelle ultime note, ad un’operazione di sfoltimento o potatura o rimonda nella pineta della villetta al mare, intervento reso possibile mercé il ricorso a un trattore corredato di cestello montante in alto, così da consentire all’operatore di raggiungere i rami maggiormente elevati degli alberi.

Immediato il primo positivo effetto, ovvero più aria e più cielo; sennonché, restava da sbrigare un altrettanto impegnativo compito, anzi assai più lungo, richiedente addirittura una quindicina di giorni, cioè a dire la raccolta di rami,  ramaglie e fronde venuti giù e finiti a tappezzare, per strati imponenti, l’intero terreno del giardino.

Con una scelta coraggiosa, quasi temeraria in rapporto all’età, alle abitudini e allo stesso vigore fisico, il ragazzo di ieri scrivente, vero e proprio eremita della “Pastorizza”, non solo d’estate ma anche in altre stagioni, ha preso la decisione di occuparsi della fase due, raccolta e incenerimento delle ramaglie, da solo, in economia.

Non una roba da scherzo, l’impegno ha comportato anche sei/sette ore di attività al giorno, con inizio alle sei e, spesso, dopo una veloce colazione, con continuazione nel pomeriggio.

L’esperienza, unica e inedita, pesante il lavoro, da far sudare fuori e dentro, è stata accompagnata in prevalenza da temperature miti, bel tempo, tranne un paio di giorni di scirocco. In una mezza mattinata, è caduta una leggera pioggerellina, peraltro neppure sufficiente a sopprimere la fiamma del grande falò acceso e riacceso quotidianamente nel punto meno piantumato del giardino.

Un impegno in concentrazione e solitudine, unica compagnia, si è rivelata una fortuna l’averla cercata e mantenuta, la sintonizzazione, mediante radiolina, su un’emittente privata a diffusione nazionale, l’ammiraglia come è chiamata da parte dei suoi addetti ai lavori.

Notizie e musiche, incalzanti, intervallate naturalmente da spazi pubblicitari anch’essi ripetuti e incalzanti, un intero palinsesto a coinvolgere l’ascoltatore.

Mentre, a forza di braccia, gambe, mani appena protette da guanti, si provvedeva a rastrellare e trascinare porzioni d’albero pesanti, a raccogliere pigne e aghi e poi a trasportare detto materiale, che sembrava non si esaurisse mai, con una carriola o mediante un grosso contenitore in plastica portato a spalla, verso la “pira”, il mucchio di fuoco.

Nessuna distrazione, neppure il caffè di metà mattinata, l’obiettivo era, esclusivamente, di smaltire al più presto quel notevole lavoro, impresa affatto semplice.

In sottofondo, le uniche voci che arrivavano agli orecchi, provenivano dal mare non lontano, sottoforma del bum bum bum del motore di qualche barca da  pesca; in più, saltuariamente, i passi di giovani donne intente a fare footing,  poche le autovetture di passaggio.

Decisamente lasciati in secondo piano rispetto all’adempimento da compiere, gli avvenimenti del periodo, nei paesi contermini, incentrati su feste patronali, luminarie, processioni, fuochi d’artificio, bande musicali.

Insomma, lì, alla Pastorizza, c’era da lavorare, solo da lavorare, il che era più importante di tutto.

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Sullo strato di terriccio sottostante ai pini, man mano ripulito a forza di rastrello, si andava a realizzare un habitat ideale, una sorta di tappeto sognato, a beneficio delle gazze, panciute e solide, che spesso arrivavano ad appoggiarvisi a gruppi, dando, talvolta, l’impressione di giocare fra loro in volteggi e avvicinamenti amorosi; contemporaneamente, isolati proprio alla sommità dei pini, facevano capolino esemplari di tortore, meno spavalde rispetto alle gazze.

Nel frattempo, l’operatore con i capelli grigi e rari, non faceva altro che faticare, sudare e ancora sudare, al contraccolpo meramente fisico s’aggiungeva un’altra azione quasi che espellesse dall’interno umori acidi e sensazioni rugginose; il bisogno di bere si manifestava in maniera e a ritmo maggiormente accentuato del solito, quasi a cercare di rigenerarsi con linfa nuova, avanti e indietro dalla fontanella del giardino per rinfrescarsi sotto il rubinetto non solo le mani, ma anche il viso, un po’ come attingere a sorgenti alpine rigeneranti.

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In un pomeriggio, inaspettatamente, accanto alla scena del nonno contadino, interviene e s’aggiunge una presenza, s’accosta all’inferriata fermandosi proprio davanti al cancello una compaesana, signora di mezza età, tra gli ottanta e i novanta e tuttavia ancora solida, una figura tipica nella piccola comunità di Marittima.

Chi scrive, la ricorda sin da quando era una ragazza, non aveva ancora il fidanzato, che poi trovò in un bravo giovane di un paese nei paraggi, con il quale si sposò e mise su famiglia.

Anita è stata sempre una donna vistosa, a modo suo piacente, di carattere estroverso e allegro, non v’era canzone in dialetto che elle non conoscesse e interpretasse durante il lavoro o quando si trovava in compagnia, in ciò aiutandosi anche grazie alla sua bella voce.

Si ferma, Anita, e, scorgendomi indaffarato, mi chiede se stia “dando aria agli alberi”.

Dopo di che, mi fa notare come quel posto fosse a lei familiarissimo sin dalla tenera età, era un podere che, in tempi lontani, i suoi genitori conducevano in mezzadria dal proprietario, in un punto del fondo insisteva non una vera e propria casetta di campagna, bensì una specie di grotta, dove si dormiva, fra mosche, zanzare e lucertole, dice Anita, anche se si era stanchi, si faceva     fatica a prendere sonno in siffatto habitat e in simili condizioni. Ma, alla fine, gli occhi si serravano.

Aggiunge Anita, che la “Pastorizza” era una sorta di base d’appoggio per le attività agricole della sua famiglia, anche perché poco distante dal centro abitato.

Da lì, all’alba, con genitori e fratelli, ella partiva per una scarpinata di quattro cinque chilometri, in genere a piedi scalzi, sino  a un altro terreno, in zona Mito, agro di Andrano, in cui crescevano, in particolare, numerosi alberi di fico, che davano un abbondante raccolto.

Addirittura, si riempivano panare, panari e panareddri di prodotto; quindi, nuovamente per quattro cinque chilometri, la piccola Anita con un contenitore rapportato alla sua età, si faceva ritorno alla Pastorizza, dove, sullo spiazzo antistante al precario “bracchio” – dormitorio, via a spaccare i fichi e a porli ad essiccare su stuoie di canne intrecciate.

Tanta fatica, anche per una bambina, del resto, allora, in ogni età, le fatiche erano elevate.

Una vita dura, insomma, una vita dura che, però aveva aspetti belli, ricordati con commozione e nostalgia ancora oggi, in tempi di agi e comodità. Precisa, Anita, che era un’esistenza vera quella lì, soprattutto ci si rispettava gli uni con gli altri, ci si trattava da fratelli. Un mondo semplice, non facile, ma, in fondo, decisamente più leggero di quello tortuoso, tumultuoso, imbrogliato e intricato d’oggi.

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Ora, il tramonto ormai prossimo, il giardino è completamente rimesso a lustro, il falò si è esaurito e spento, è rimasto appena un cumulo di cenere che alcuni miei amici mi hanno chiesto di poter prelevare, allo scopo di spargerlo su terreni di loro proprietà, a mo’ di concime.

Gli esemplari dei pini sembrano essere contenti per come si presentano adesso, hanno più opportunità di rivolgersi in alto verso la distesa azzurra e di giocare a nascondino con i refoli del vento.

Insomma, la Pastorizza è pronta ad accogliere, con l’abito di festa, non solo l’Eremita titolare, ma anche i suoi figli e, soprattutto, i cinque carissimi nipotini.

 

 

 

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