Attenti alla rete!

di Armando Polito

* Prima mollami quel sarago!
* Prima mollami quel sarago!

Come una corda può salvare una vita che corre seri pericoli in fondo ad un pozzo ma anche sancirne la fine con un’esecuzione capitale per impiccagione, così la rete rappresenta la fine per i pesci ma la salvezza per l’acrobata  cui è fallita una presa nel corso di un esercizio. Internet, la rete metaforica, non si sottrae a questa legge che condanna all’ambiguità qualsiasi invenzione umana: strumento potentissimo per la diffusione planetaria della conoscenza come, in termini spaziali e temporali enormemente più ridotti, lo fu l’invenzione della stampa, ma allo stesso tempo catalizzatore della fandonia spacciata per verità.

Chi vuole conoscere e lavorare oggi è obbligato a servirsene, come è impensabile che un ingegnere, un avvocato, un medico, oserei dire chiunque, possa fare a meno, in generale, del pc: sarebbe inevitabilmente tagliato fuori, perché l’intelligenza artificiale, per quanto idiota, con la sua velocità consente ad altri, magari meno intelligenti di lui, di ottenere lo stesso risultato in tempi enormemente più ridotti; e la rete un accesso alle fonti e in qualche caso una ricerca al loro interno, la cui esecuzione fisicamente personale in passato avrebbe richiesto spostamenti e tempi lunghissimi.

Io stesso non avrei potuto scrivere la stragrande maggioranza dei posts pubblicati su questo sito se non fossi stato in grado di utilizzare il pc e accedere alla rete per la ricerca delle fonti e non solo. Ho un’esperienza più che ventennale in questo campo e ne ho viste di cotte e di crude. Non è mancata l’occasione di rilevare anche in testi del passato lo sport, oggi imperante, del copia-incolla, grazie al quale tutti possono fregiarsi del titolo di “creatori testuali”, anticamera di un’eventuale pubblicazione a stampa grazie alla quale consegnare al tempo il proprio nome, perché, si sa, neppure le memorie a stato solido sono, come tutte le cose di questo mondo, totalmente affidabili e se è vero che verba volant, scripta manent è ancora più vero che verba volant, scripta in cartha impressa manent …

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: se qualche volta nella vita non guasta derogare a questo principio, in rete non bisogna farlo mai e tutto va accettato con beneficio d’inventario.

Vi racconto a tal proposito un’esperienza fresca fresca. Nell’ambito di un mio lavoro sul cardo e sul carciofo in fase avanzata di realizzazione mi sono imbattuto nella serie di informazioni che qui riporto:

1) La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente si trattava di selvatico. A quanto sembra le si attribuivano poteri afrodisiaci, e prende il nome da una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata da questi in carciofo. (http://it.wikipedia.org/wiki/Cynara_scolymus)

2) Nella mitologia si narra della bellissima ninfa Cynara, chiamata così a causa dei suoi capelli color cenere aveva gli occhi verdi e viola, era alta e snella: una bellezza mozzafiato, ma orgogliosa e volubile! Zeus se ne innamorò perdutamente, non corrisposto; stufo e sconsolato, in un momento d’ira, trasformò Cynara in un carciofo verde e spinoso come il carattere dell’amata. (http://www.tanogabo.it/Cynara.htm)

Dal n. 1 abbiamo solo la scarna certificazione che Cynara era una ragazza; il dettaglio non è, comunque, da trascurare , dal momento che Giove, come sappiamo, tra l’altro, licenziò la coppiera (solo?) Ebe sostituita da Ganimede, del quale il re degli dei si era invaghito. Nel n. 2 Cinara appare come una ragazza che non solo non viene sedotta ma addirittura manda a quel paese il bavoso e vecchio (im)potente di turno (altri tempi …); in più si viene a sapere, fra l’altro, che aveva i capelli color cenere.

3) Una leggenda greca narra che Zeus (re degli dei) si innamorò della ninfa Cynara. Le ninfe erano considerate delle divinità minori legate alla natura, superiori agli uomini ma inferiori agli dei. Esse vivevano nelle acque dei laghi o dei fiumi, tra le montagne, nei boschi o in ogni altro luogo della natura. Tra loro vi era anche la bellissima Cyrana (sic!, forse invece di un aggraziato nasino aveva un prominente cannocchiale … ). Ella aveva un volto luminoso dalla pelle rosata e occhi verdi dalle rarissime sfumature viola. Un corpo snello e proporzionato e un portamento elegante e flessuoso. I suoi lunghi capelli erano color cenere e proprio per questo le era stato dato il nome di Cynara (che significava appunto cenere). Pur avendo un animo buono e un cuore gentile Cynara era una fanciulla orgogliosa e volubile. Così quando Zeus cominciò a farle la corte, lei lo rifiutò. Naturalmente Zeus non si diede per vinto e accolse il rifiuto come un invito ad insistere. Dopo numerosi tentativi comprese però che Cynara non avrebbe mai ceduto alle sue lusinghe e naturalmente si arrabbiò. Zeus riteneva inaccettabile che una ninfa rifiutasse il corteggiamento del re degli dei, perciò in un moto d’ira decise di trasformare la fanciulla in un vegetale che in qualche modo le assomigliasse. Avrebbe dovuto essere verde, spinoso e rigido all’esterno, come era stato il carattere orgoglioso e volubile di Cynara, ma dentro doveva custodire un cuore tenero e dolce, come l’animo della ragazza, e doveva avere un colore viola, come i suoi occhi. Nacque così il carciofo. Di tale mito non si rileva traccia ufficiale nei maggiori autori antichi e pare che le origine del carciofo affondino le proprie radici ben prima di quando non sia collocata la nostra leggenda. Sembra infatti, che prima di giungere nell’antica Grecia la pianta abbia fatto un lungo viaggio partendo dall’Africa. Il suo nome scientifico è Cynara Scolymus e il suo antenato è il cardo. L’odierno nome del carciofo, infine deriva dalla parola araba Harsciof o Al-Kharshuf che significa spina di terra e pianta che punge. (tratta dalla rivista Il Messaggero) (http://www.donneinsieme-genova.it/IlCarciofo.htm)

Mi dispiace che qui non compaia il nome dell’articolista e di non potermi congratulare, Cyrana a parte, con lui per aver detto che di tale mito non si rileva traccia ufficiale nei maggiori autori antichi ; evidentemente è l’unico che ha fatto un controllo in tal senso perché anche una mia indagine, comprendente gli autori antichi non solo maggiori, ha dato lo stesso esito.

4) Il carciofo è femmina. Così almeno dice la mitologia che racconta di una fanciulla di nome Cynara, follemente amata da Giove. La bella ninfa, dal carattere decisamente spinoso, osò rifiutare le avances dell’olimpico sciupafemmine che si vendicò trasformando l’oggetto del suo desiderio in un carciofo. (articolo di Marino Niola tratto da la Repubblica, senza data; http://cucina.temi.kataweb.it/ninfa-e-guerriero-un-ortaggio-bisex/)

Con Marino Niola, per quanto detto al punto precedente, non posso congratularmi. Registro solo l’esito dell’incontro: Il Messaggerola Repubblica 1-0.

5) Autres par metamorphose d’hommes et femmes de nom semblable: comme dafné, c’est laurier, de Daphné; myrte, de Myrsine; pitys de Pytis; Cynare, c’est artichault; Narcisse, saphran, smilax, et aultres. [François Rabelais (XVI secolo), Gargantua et Pantagruel, III, 50, testo tratto dal tomo quinto delle opere nell’edizione Dalibon, Parigi, 1823,  pag. 269, 270; la traduzione che segue è mia: Altre (piante prendono il nome) dalla trasformazione di uomini e donne dallo stesso nome: come dafne, cioè alloro, da Dafne; mirto da Mirsine; pitys da Pitys; Cinara, cioè il carciofo; Narciso, saphran (zafferano), smilax (salsapariglia) ed altre].

Credo di aver individuato proprio in Rabelais l’autore della favoletta di Cinara, che, dunque, sarebbe di formazione moderna. A tal proposito invito il lettore a considerare l’abile ma ambigua scelta espressiva dell’autore francese che per l’origine di mirte e di pitys dai nomi propri scomoda la preposizione de, cosa che non succede per Cinara. Secondo me non è casuale il fatto che proprio il terzo libro sia quello in cui sono messi in ridicolo i saperi codificati e gli stereotipi; così in mezzo a personaggi mitici tradizionali (Dafne1, Mirsine2, Pitys3, Narciso4, Smilace5) Rabelais infila i fittizi Cinara e Saphran. Per quest’ultimo, in particolare, l’operazione viene effettuata confondendo forma e sostanza e sfruttando la contiguità anche sentimentale della voce successiva (smilax). Mi spiego meglio: saphran non è altro che la trascrizione dell’arabo za῾farān (da cui anche l’italiano zafferano), mentre il nome del personaggio mitologico era Croco e per la sua storia d’amore con Smilace rimando alla nota 12 del post al link http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/08/lasparago-e-la-salsapariglia/

6) Il nome Cynara (più esatto Cinara) deriva, secondo Columella, dalla consuetudine di concimare questa pianta con la cenere «a cinere». Al tempo del Basso Impero i traduttori cambiarono l’ortografia latina cinara in cynara, dal greco κίναρα o κύναρα nome comune a varie piante spinose, compresa la Rosa canina da κύων-κυνός=cane. Secondo alcuni AA. Cinara, nome di una giovane cambiata in carciofo. (Renzo Benigni, Piante medicinali: chimica, farmacologia e terapia, Inverni e Della Beffa, 1962, pag. 235)

Ė vero che l’editore è Inverni e Della Beffa ma l’autore, anche se non si chiama Roberto, avrebbe potuto almeno fare onore al suo cognome evitando un incidente nel quale mai sarebbe potuto incorrere il suo omonimo nel commentare, non dico su lettura, ma, addirittura su citazione a memoria, un passo di Dante.

Riporto integralmente il brano di Columella, autore del I secolo,  (De re rustica, XI, 28), perché il lettore si renda immediatamente conto della mostruosità dell’affermazione: Cinarae subolem melius per autumni aequinoctium disponemus; semen commodius circa Kalendas Martias seremus, eiusque plantam ante Kalendas Novembres deprimemus et multo cinere stercorabimus. Id enim genus stercoris huic holeri videtur aptissimum.

Con la traduzione che segue (è la mia ma sfido chiunque a muoverle l’accusa di infedeltà rispetto all’originale) lascio al lettore giudicare se Columella ha inteso avanzare proposta etimologica di sorta: Pianteremo il pollone della cinara meglio nel corso dell’equinozio d’autunno [23 settembre]; interreremo il seme più opportunamente intorno all’ 1 marzo e trapianteremo la sua pianta prima dell’1 novembre e la concimeremo con molta cenere. Questo tipo di concime sembra adattissimo a questo ortaggio.

A parte tutto, dove sta nel testo originale la locuzione «a cinere»? Di fronte a tanto appare addirittura veniale l’errore di accento (κίναρα o κύναρα invece di κινάρα o κυνάρα).

7) Tra gli ortaggi il cardo è spesso presente nella cucina meridionale, il carciofo è entrato addirittura nella mitologia con la ninfa Cinara, tramutata in carciofo da Zeus per gelosia. (Fausto Cantarelli, I tempi alimentari del Mediterraneo, Angeli, Milano, 2005, pag. 121)

8) Il nome latino, Cynara scolymus, fu scelto da Linneo in base a due caratteristiche peculiari: il riflesso cinereo delle foglie, da cui il nome del genere, e la spinosità di foglie e brattee, da cui quello della specie. (Frutta e ortaggi in Italia, Touring Club Italiano, Milano, 2005, pag. 56)

Nonostante la serietà scientifica che in genere contraddistingue le edizioni del Touring, debbo osservare che Linneo scelse Cýnara perché la voce κυνάρα (di cui cýnara è la fedele trascrizione latina; lo spostamento, normalissimo, dell’accento è dovuto al fatto che nella voce  greca  –α–  è breve) è presente in autori greci anteriori a Columella [per esempio in Teofrasto (IV-III secolo a. C.), Historia plantarum, VI, 4, 10-11; in Teocrito (III secolo a. C.), Idilli, X, 4] ed a lui posteriori [per esempio  in Ateneo di Naucrati (II-III secolo), I deipnosofisti, II, 82-84]. In tutti gli autori la voce assume il significato ora di cardo ora di carciofo. Quanto al suo etimo, probabilmente è connesso con la radice κυν– di κύων/κυνός=cane (con riferimento alla forma delle spine di alcune specie di cardo e, al limite, delle stesse brattee del carciofo). Linneo, tra l’altro, conosceva troppo bene il latino per fraintendere il passo di Columella e, oltretutto, visto che la voce è di origine greca, non c’è cenere che tenga perché in greco cenere fa κόνις/κόνεωϛ e la fonetica non è un optional …

Linneo, poi scelse scòlymus regolarizzando lo scòlymos presente in Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, XXI, 56 e XXII, 43; scòlymos è trascrizione del greco σκόλυμος attestato già in Esiodo (VIII-VII secolo a. C.), Le opere e i giorni, 582) ad indicare un tipo di cardo. Che poi σκόλυμος sia connesso con σκώλος=spina, questo sì, è plausibile.

9) Già conosciuti da Greci e Romani, cardi e carciofi non erano però le stesse verdure che coltiviamo e mangiamo oggi, ma varietà diverse a cui si attribuivano poteri afrodisiaci. Cynara, infatti, sarebbe stato il nome di una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata in questa pianta. (Ciro Vestita, Coltiviamo la salute, Giunti, Firenze, 2010, pag. 265)

10) La mitologia è ricca di numerosi riferimenti che rimandano al cibo. Che dire di Cynara, la bella fanciulla che osò rifiutare la corte di Zeus e che fu da questi trasformata, per punizione, in un carciofo? [(A cura di) Ignazio Senatore,  I disturbi del comportamento alimentare, Angeli, Milano, 2013, pag. 7]

Concludendo: la favola di Cinara, pur caruccia, non esiste nella realtà ma è il frutto di superfetazioni stratificatesi nel tempo con la contaminazione di maldestre (stavo per dire criminali) interpretazioni di passi antichi innestati sull’invenzione del furbissimo (per via di quel de mancante) Rabelais.

Ecco la traduzione che di quel passo fa Gildo Passini nell’edizione Newton Compton, Milano, 2012, s. p.:

Altre piante derivano il nome dalle metamorfosi di uomini e donne che avevano quel nome, come dafne, l’alloro, da Dafne; mirto da Mirsina; pitys da Pitys; cinara, il carciofo, da Cynara; così narciso, zafferano, smilax ecc.

Insomma, bisogna fare i conti  anche con le traduzioni, che non possono certo andare troppo per il sottile; ma non sempre la traduzione formalmente ineccepibile e che quasi mai coincide con quella letterale è rispettosa del vero e completo pensiero, magari equivocamente espresso, dell’autore del testo originale.

Ma questo è un altro discorso sul quale avrò occasione di tornare. Per ora, attenti alla rete!

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/28/lalloro-nel-mito-nella-storia-nellarte-e-in-una-sorpresa-finale/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/07/il-mirto-o-mortella-tra-le-essenze-fondamentali-della-macchia-mediterranea/

3 Pitys (il pino) era una ninfa, naturalmente bellissima, amata da Pan e da Borea, che da lei era prediletto. Pan per gelosia gettò Pitys contro una rupe uccidendola ma gli dei impietositi la mutarono in pino, sicché ogni volta che Borea (la tramontana) soffiava tra i suoi rami la pianta piangeva e le sue lacrime pendevano dai rami in limpide gocce. Il mito è in Longo Sofista (II-III secolo d. C.), Dafni e Cloe, I, 27.

4 Narciso era un giovane bellissimo e vanitoso che, per aver respinto Eco, per punizione di Nemesi s’innamorò di se stesso il giorno in cui vide la sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua; comprendendo che quell’amore non poteva essere corrisposto, si lasciò morire. La versione più nota, ma non la più antica, del mito è in Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Metamorfosi, III, 339-519.

5 Per il mito di Smilace e delle relative fonti vedi nel testo il link alla fine del periodo.

 

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