Sigismondo Castromediano

SIGISMONDO CASTROMEDIANO

di Lymburgh

Nella storia del Risorgimento salentino Sigismondo occupa un posto preminente

di Rino Duma

il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)
il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)

Sigismondo Castromediano nasce a Cavallino il 20 gennaio 18111 da Domenico, marchese di Cavallino e duca di Morciano, e da A. Teresa dei marchesi Balsamo. Consultando le memorie della famiglia, si legge che essa discende da Kiliano di Lymburgh della Franconia, sceso in Italia, nel 1155, alla testa di un consistente esercito in aiuto di Guglielmo il Malo contro il pontefice Adriano IV.

Della sua adolescenza si conosce molto poco. All’età di otto anni, inizia a frequentare gli studi presso il Real Collegio di Lecce, situato nell’ex Convento di San Francesco della Scarpa; poi, a 18 anni, forse per motivi familiari, è costretto ad abbandonare la scuola, senza conseguire alcun titolo di studio.

Tra gli anni ’30 e ’40, Sigismondo trascorre la sua giovinezza tra tanta noia e con poco entusiasmo. Si legge nelle sue Memorie “…Della mia prima età, e sino alla mia prigionia, dirò poco, assai poco, quanto nulla, come quella che, passata nel silenzio e nelle meditazioni, altro non merita”.

Si dedica alla campagna per curare gli interessi di famiglia, ma, nei momenti di riposo, compone poesie, scrive novelle, si diletta a riportare su fogli di carta riflessioni sul momento politico poco felice in cui versa il Salento e il Regno delle Due Sicilie.

Meritano giusta menzione i sonetti “Per Ippolita Colonna Principessa di Francavilla” (1832), sonetto; “Marco Giunio Bruto” (1835), sonetto; “Bambino sognante” (1836), breve lirica in versi doppi senari.

Tra i lavori in prosa, invece, si ricorda lo “Schizzo del mio carattere” (1839), breve scritto autobiografico; “Caballino – Cenno panografico” (1839); “Carità italiana” (1846) breve racconto storico.

Nel 1839, dopo anni e anni di continui litigi tra i vari eredi, il palazzo feudale di Cavallino viene diviso per sentenza del giudice in numerose quote, cosicché Sigismondo è costretto ad abbandonare l’antica dimora insieme alla madre e ai fratelli. Il padre, inetto e poco di buono, abbandona la famiglia e va a vivere a Napoli. Gli anni che seguono sono molto tristi e segnati dalla morte del fratello Gianbattista (1840) e la sorella Gaetana (1845).

sigismondo_castromediano

Comincia ad interessarsi con maggiore continuità di politica; frequenta salotti letterari e politici a Lecce, conosce molti esponenti liberali salentini, tra cui il medico Gennaro Simini, i gallipolini Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Emanuele Barba e Antonietta de Pace, i leccesi Salvatore Stampacchia e Giuseppe Libertini, il manduriano Nicola Schiavoni Carissimo, il magliese Oronzo De Donno ed altri. Nella mente cominciano a lievitargli i primi pensieri liberali, ma è ancora incerto e titubante se sposare la causa monarchica costituzionale o quella repubblicana. Alla fine propende per la prima e s’impegna con ogni forza per diffonderla.

A fine gennaio 1848, re Ferdinando II, pressato dal popolo, che invoca a gran voce la Costituzione, dagli altri regnanti italiani, che l’hanno ripetutamente promessa ai propri cittadini, e dal pontefice Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione, pur tra tante limitazioni.

I liberali e i repubblicani ritengono che sia poco democratica e liberale, cosicché, tramite i propri rappresentanti in seno alla camera dei Deputati, reclamano importanti modifiche, che sono immediatamente respinte dal monarca.

Dopo i duri alterchi tra le parti, si arriva all’ineluttabile sommossa del 15 maggio tra i repubblicani e la guardia nazionale da una parte e la polizia borbonica dall’altra. Quest’ultima, meglio armata e ben organizzata, ha facile sopravvento sulle masse popolari, attestate sulle barricate di Via Toledo e Via Santa Brigida. La repressione di Ferdinando è immediata e spietata.

A questo punto, scatta nella mente di Sigismondo l’idea di combattere con ogni energia il dispotismo del re borbonico, reo di non aver mantenuto le promesse e di aver sospeso sine die la Costituzione.

Rientrato a Lecce, Sigismondo, insieme ad altri patrioti, sceglie di onorare e servire sino in fondo l’ideale democratico e libertario per il quale si era da sempre battuto. Nel mese di giugno viene costituito nel capoluogo salentino il Partito Patriottico Provinciale, alla cui presidenza è eletto il gallipolino Bonaventura Mazzarella, mentre come segretari sono scelti Annibale D’Ambrosio, Oronzo De Donno, Alessandro Pino e Sigismondo Castromediano. Questo incarico, insieme a quello di redattore del giornale salentino di ispirazione repubblicana il “Troppo Tardi”, gli costerà molto caro.

Informato che i gendarmi gli stanno dando la caccia, Sigismondo, grazie all’aiuto di alcuni parenti, si nasconde in una casetta di campagna. Nel mese di settembre sono catturati Nicola Schiavoni Carissimo, il sacerdote don Nicola Valzani, l’operaio Michelangelo Verri e lo studente Leone Tuzzo. Purtroppo anche per lo stesso Sigismondo scattano le manette il 30 ottobre 1848.

Così il duca di Cavallino descrive, nelle Memorie, il suo arresto: “Ad esular quindi mi decisi anch’io, e non potendo dal mio covo ricercare i mezzi, fu giocoforza andarli a rinvenire in Lecce. Ma quando un imbarco per l’Albania erasi convenuto, fui tradito, e al terzo giorno arrestato…” con la pesantissima accusa di «cospirazione commessa in illecita associazione per più giorni dal 29 giugno suddetto in poi, ad oggetto di distruggere il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità reale».

Il processo si protrae per lungo tempo ed è una disgustosa farsa. L’avvocato difensore Pasquale Ruggieri, dopo avere scagionato il suo assistito fornendo evidenti prove, esalta, con un’appassionata arringa difensiva, la figura del Castromediano, definendolo “uomo ineccepibilmente onesto e cittadino lealmente liberale, privo di qualsiasi colpa, se non quella di aver amato fortemente e sinceramente la Patria”.

Il Pubblico Ministero Chieco, un ex carbonaro, chiede per il Castromediano, lo Schiavoni, il Verri e il Tuzzo la pena «dell’ultimo supplizio», cioè l’impiccagione “al laccio col terzo grado di pubblico esempio, cioè da trascinarsi sul luogo del patibolo a piedi nudi, coperti di tunica nera, col velo sul volto e alle spalle una tabella d’infamia”.

Purtroppo, la richiesta di pena capitale è pronunciata, non tanto per le colpe a lui addebitate, ma quanto perché Sigismondo è un nobile, un discendente dei baroni, marchesi, duchi Castromediano, signori feudatari sempre privilegiati, sempre favoriti dai Sovrani napoletani. Il Pubblico Ministero, infatti, chiede la massima pena adducendo le seguenti motivazioni: “… È comprensibile la ribellione di un civile, di un intellettuale borghese, ammissibile pure la rivolta di un popolano, ma non è immaginabile, e perciò stesso maggiormente punibile, il tradimento di un nobiluomo!”.

Buon per Sigismondo che il Tribunale trasformi la condanna a morte in un una detenzione ad anni trenta.

Il cavallinese, dapprima viene rinchiuso nelle carceri dell’Udienza a Lecce, dove assiste impotente alla morte dell’amico carissimo Epaminonda Valentino, e poi trasferito nelle luridi prigioni di Montefusco prima e Montesarchio poi, dove vi rimane sino al 1859. Molto emblematica è la scritta che campeggia all’ingresso del primo carcere.

Chi trase a Montefusco e poi se nn’esce
po’ di’ ca ‘n terra ‘n’ata vota nasce”.

Qui le condizioni degli incarcerati sono estremamente inumane: le celle sono molto umide e prive di finestre; la luce filtra attraverso lo spioncino della porta. I detenuti sono legati a due a due per le caviglie, con una catena a sedici maglie, lunga tre metri e mezzo, pesante dieci chilogrammi, cosicché ogni movimento dell’uno, deve essere necessariamente fatto dall’altro, anche durante i momenti intimi dei bisogni fisiologici. I pagliericci sono pieni di parassiti, le muffe inverdiscono le pareti e nell’ambiente numerosi topastri scorazzano liberamente, infastidendo i detenuti, soprattutto durante le ore notturne, con dolorosi morsi che provocano incurabili ulcere e piaghe. Le razioni alimentari sono scarse e poco energetiche, il clima è estremamente insalubre e freddo, sicché le condizioni di salute dei reclusi scadono di giorno in giorno, divenendo molto precarie. Alcuni amici di Sigismondo muoiono di stenti o si ammalano gravemente; lui stesso soffre maledettamente di reumatismi agli arti.

Finalmente, l’8 gennaio 1859, Ferdinando II concede la grazia a tutti i condannati del processo di Lecce, con l’obbligo dell’esilio negli Stati Uniti d’America. Il bastimento Stromboli che trasporta gli esiliati, dopo aver varcato lo stretto di Gibilterrra, si dirige, grazie ad un abile stratagemma, in Irlanda. In seguito Sigismondo si reca con gli altri profughi in Gran Bretagna e poi a Torino. Qui viene ben accolto dal Cavour e qui rimane sino alla proclamazione dell’Unità d’Italia.

Nel 1861 si presenta come candidato nel collegio di Campi Salentina al nuovo Parlamento italiano ed è eletto, riportando un gran numero di preferenze. Si trasferisce a Torino e vi rimane sino al 1865. Risiedendo nella capitale, Sigismondo prende a frequentare il salotto della famiglia Savio di Bernstiel. Ben presto la baronessa Adele Savio, giovane di vent’anni, è toccata da spontanei impulsi di ammirazione e di stima per il cinquantaduenne di Cavallino. Più volte il duca, innamorato della giovane nobile, pensa di manifestarle il proprio amore, ma, essendo molto più anziano di lei, soffoca il desiderio e rinunzia all’idea del matrimonio. L’amore tra i due rimane sempre puro e ideale.

Scaduto il mandato parlamentare, si candida nuovamente, ma questa volta non viene eletto. Egli non si amareggia più di tanto per l’insuccesso, anzi, scrivendo a un amico, gli dice: ”…del resto vengano i nuovi, e, se sapranno fare meglio di noi, siano i benvenuti”.

Rientra nel Salento quando ormai il suo organismo è cagionevole: la lunga detenzione, infatti, ha lasciato un segno evidente sia nel corpo sia nello spirito. L’uomo non ha più i grandi entusiasmi d’un tempo, ma, ciò nonostante, si distingue come consigliere provinciale.

Nella sua Cavallino ora può riprendere a vivere come ai tempi giovanili, curando i grandi interessi per l’archeologia, dilettandosi a seguire le colture campestri dei vecchi contadini e dedicandosi alla stesura definitiva delle sue “Memorie”, dove emerge un commovente spaccato delle condizioni di vita dei detenuti nelle orribili carceri borboniche. Nel 1868, su sua istanza, è fondato il Museo archeologico per la tutela, la raccolta, la conservazione, l’esposizione dei reperti e degli oggetti rari, preziosi e interessanti.

Con l’approssimarsi della vecchiaia, la salute è sempre più precaria: ha molta difficoltà nel deambulare, la vista peggiora di giorno in giorno, il suo corpo si spegne lentamente.

Il 26 agosto 1895, nell’antico palazzo paterno, l’insigne patriota serenamente chiude gli occhi al sonno della morte tra le amorevoli premure dell’inseparabile baronessa Adele Savio, unico suo grande amore.

1 Alcune fonti asseriscono che sia nato il 22 gennaio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

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