Dal Salento, echi d’attualità e petali senza tempo

castro

di Rocco Boccadamo

 

C’era una volta Aldo Moro, lo statista pugliese che finì miseramente i suoi giorni assassinato dalle Brigate Rosse.

Nessun giudizio sul suo ruolo e sulla sua figura di politico, ma solamente il ricordo di un uomo mite, il quale pareva portasse, nello sguardo, la mollezza dello scirocco del sud, un uomo dalla mente comunque illuminata e, sovente, innovativa e lungimirante.

Chi scrive, da giovane, ebbe modo, in compagnia del proprio padre, di vederlo personalmente, in un pomeriggio estivo, in un paese del Salento, dove Moro era stato invitato per l’inaugurazione di un museo, opera di pubblica fruibilità sorta all’interno di un parco già appartenuto a una famiglia del posto.

Nonostante l’altissimo incarico ricoperto, il personaggio si presentava quasi impaurito, sballottato qua e  là in mezzo a una folla notevole, guidato esclusivamente dalle braccia degli agenti che gli stavano intorno e lo proteggevano.

Di lui, tutti, amici e avversari, lodavano e ammiravano la compostezza del tratto, civilissimo e raffinato, mai una parola a voce alta.

Qualcuno che lo conosceva bene ha voluto sottolineare come, nei momenti di maggiore tensione dialettica con avversari o gente che non la pensava come lui, di fronte anche a feroci invettive o accuse o contestazioni irrispettose e sonanti, il massimo della sua reazione fosse la frase: ”Senta, per piacere, si sforzi di non essere ineducato”.

Così Moro e, al momento, nell’ambito della realtà attuale, non può non venire alla mente la figura del fondatore e leader del Movimento5Stelle, Beppe Grillo, ad onor del vero nient’affatto caso isolato, ma appena la punta di un iceberg, tanti e numerosi essendo i protagonisti o comprimari della scena politica che, più o meno, gli assomigliano.

Un personaggio, che, pure a voler considerare il cambiamento dei tempi, è completamente l’opposto di quello ricordato prima: difatti, Grillo, già bravissimo comico, apprezzato sul palcoscenico, da quando ha preso a occuparsi di politica e fondato un suo movimento, si fa più che altro notare e si distingue per la coloritura – un eufemismo – del suo linguaggio.

Cioè a dire, egli, non riesce a metter giù una frase, una riflessione, praticamente, tra una parola e l’altra, cade immancabilmente, forse volutamente, in volgarità, insulti, accezioni da turpiloquio.

Anche qui, nessun parere riguardo, invece, alle sue idee, avranno magari validità e buon motivo affinché egli cerchi di proclamarle ed imporle, ma non si può non mettere in  risalto quanto sia scivolato giù il linguaggio, il modo di parlare.

A questo punto, anzi, sorge un dubbio. Come è noto, sono anni che, sul versante finanziario e precisamente riguardo agli interessi da pagarsi a fronte del nostro debito pubblico, si parla del benedetto spread: orbene, siamo davvero sicuri che, nei giudizi che, gli operatori internazionali e gli stessi governanti degli altri Paesi, si fanno della nostra realtà, con il correlato effetto, in taluni periodi, dell’ascesa sino a termini preoccupanti di detto differenziale e del conseguente onere che viene a ricadere sulle casse dello Stato, non abbia a incidere, insieme a fattori di differente genere, pure la caratteristica, propria di casa nostra, basata su accuse, insulti, contestazioni ad ogni piè sospinto dell’uno contro l’altro, esattamente l’opposto, cioè,  di un clima di unità e di collaborazione che accomuni  i vari schieramenti per costruire qualcosa di buono, per cercare di fare fronte unito e risolvere  o per lo meno attenuare i problemi, così da assicurare  un futuro meno precario e pesante rispetto alla delicata situazione che, ahinoi, ci affanna da lunga pezza?

E’ un dubbio, un serio dubbio, mi piacerebbe sentire il pensiero di altri.

***

La piccola pineta che circonda la villetta del mare, chiaramente cresciuta e infoltitasi nell’arco di decenni, era divenuta eccessivamente fitta e, con le chiome verdi, si intrecciavano rami rinsecchiti, a volte senza soluzione di continuità tra una pianta e l’altra. Indispensabile, per ciò, una radicale potatura o rimonda come si dice da queste parti con riferimento  agli uliveti.

Non è stato facile il compito, ma, almeno nella fase che ha richiesto un cestello di lavoro su una gru, montante in alto, se non proprio sino alla cima delle piante, è stato compiuto. Ora, resta l’altrettanto grande lavoro di ripulitura del terreno, con rimozione delle montagne di rami venuti o meglio tirati giù, salvando soltanto una scorta di ciocchi da utilizzarsi per grigliate all’aperto.

E’ cambiato l’aspetto della pineta, adesso, i componenti della famiglia, compresi i nipotini, saranno soggetti ad una minore frescura, però, avranno più luce e cielo azzurro.

Durante le operazioni di sfoltimento, stando proprio a ridosso, sotto agli alberi, si sono notati, sulle cime più alte, alcuni grandi nidi, realizzati da volatili, tipici di questa zona, della grande famiglia delle gazze o cornacchie, contraddistinti  da un misto di piume bianche e piume nere, in dialetto, sono chiamati, questi uccelli, picalò e la presenza di  detti nidi ha fatto ricordare che medesimi alati seguitano a prolificare, per loro non esistono ancora le pianificazioni  familiari tipiche degli umani, né controlli delle nascite.

Nello stesso tempo, però, anche detti abitatori dell’aria, danno l’impressione di risentire in qualche modo della nostra crisi, essendosi ridotti, almeno così è per le picalò del mio giardino, ad appostarsi, a montare la guardia alla ciotola del mio fedele amico certosino, approfittando di ogni attimo di sua assenza, ma talvolta arrivando addirittura a intimorirlo e a farlo allontanare, per piombarsi sul suo cibo o i suoi avanzi, di cui fanno man bassa in pochi secondi.

E il micio dà palese segnalazione di queste intrusioni, se ne lagna attraverso mesti miagolii, se non che, sinceramente, rispetto alla concorrenza che viene dall’alto, ci sono pochi rimedi.

Della pineta, svettanti a fianco delle colonne del portone principale, fanno parte anche due bellissime piante, pini speciali, dalla grande chioma ombrelliforme, che producono le cosiddette pigne, al cui interno si formano ulteriori frutti, detti pinoli.

Ora, succede che da qualche anno le pigne scarseggiano come numero e per di più, sovente, dentro, si presentano vuote. Al contrario, prima, era tutt’altra cosa, cioè a dire, si trovavano autentici piccoli tesori di pinoli all’interno delle pigne e quando le stesse, alla fine dell’estate, si dischiudevano dopo il grande caldo, i piccoli frutti fuoruscivano a ricoprire letteralmente il terreno sottostante, tanto che, era sistematico, un’abitudine consolidata, per il padrone di casa, i suoi figli e i primi nipotini, soffermarsi nella zona sottostante alle due monumentali piante per cercare e raccogliere i pinoli celati sotto gli aghi delle medesime piante e/o delle erbe presenti sull’humus.

C’era, accanto, il muretto delimitante la proprietà del vicino, utilizzato come punto d’appoggio e lì, dopo la raccolta di qualche manciata di pinoli, via al vezzo, con l’aiuto di un sasso o piccola pietra, di schiacciare i pinoli e gustarne il contenuto, ambito particolarmente dai piccoli.

Adesso, dopo il taglio di molti rami secchi dei pini in questione, la speranza è che le pigne ritornino a nascere copiose e, soprattutto, con molti pinoli racchiusi all’interno.

Così, almeno, nelle parole dell’amico agricoltore che ha effettuato la potatura o rimonda.

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Sabato 13 aprile sarà la giornata di Silvio Berlusconi a Bari.

Si apprende, dai giornali e dai notiziari regionali, che ben 800 pullman condurranno nel capoluogo svariate decine di migliaia di sostenitori, della regione e di altre aree contermini, onde accogliere e sostenere il loro leader.

Si ha anche notizia di una cena con Berlusconi, organizzata per l’occasione in una dimora signorile della città, a cui si prevede che parteciperanno non meno di 400 sostenitori d’elite: in contropartita, sarà richiesto di versare un contributo di 1000 euro pro capite.

Una prima osservazione al riguardo, è la seguente: magari si instaurasse, non solamente sabato 13 ma tutti i giorni lavoratori, un esercito di pullman così corposo, che conducesse a nuovi posti di lavoro altrettante schiere di pugliesi.

Ma, a prescindere da questa riflessione utopistica, l’occasione della cena da 1000 euro si presenta bella, anzi ghiotta, per cercare di sfatare, finalmente, un odioso, anche se probabilmente realistico, luogo comune secondo cui, coloro che più hanno, che guadagnano di più, pagano meno, pagano di meno le tasse.

Una volta tanto, in blocco nel chiuso di una sala, potrebbe essere dato di sfatare tale supposizione o ipotesi, nel senso che un adeguato pool di agenti della Guardia di Finanza e di funzionari dell’Agenzia delle Entrate, accedendo, pur senza invito, nel sito conviviale, possa avere la sorpresa di verificare che tutti i commensali, nessuno escluso, sono a posto con il pagamento delle tasse e dei tributi dovuti, sino all’ultimo centesimo.

Perché non realizzare una sorpresa del genere?

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Alla periferia del paesello di Andrano (Lecce), giusto dove si arriva dalla Via Vecchia per Marittima, abita Concettina, da ragazza soprannomina ‘u tatameu  (in italiano, del padre mio), oggi veleggiante fra i settantacinque e gli ottanta, nata e inizialmente vissuta a Marittima, nel rione Campurra , proprio di fronte al monumento ai caduti e alla bottega artigiana di Mesciu Biasi (maestro Biagio).

Concettina, madre rimasta vedova e di mestiere fornaia e un fratello leggermente grande, si è sempre distinta per la bassa statura, il fisico un po’ robusto e, specialmente, per il colore scurissimo della carnagione.

A un certo punto, intorno a vent’anni d’età, mentre aveva per zitu un giovanotto di Andrano, restò gravida. Dopo il primo impatto di stupore, sconcerto e sconforto dei familiari, in linea del resto con la mentalità dell’epoca, passò la gravidanza insieme con la mamma e il fratello e lì, in casa, arrivò anche il momento del parto, evento da svolgersi, secondo la rigorosa ed esclusiva tradizione di allora, nel letto grande.

Rammenta, chi scrive, ragazzino spesso presente, la sera, con gli amici in zona Campurra, i lamenti, quando non vere e proprie urla, di Concettina, alle prese con le doglie del parto, al che la saggia e brava genitrice reagiva, replicava con modi più o meno convincenti: “Meh, figlia mia, cerca di darti pace, non l’hai voluto tu, non t’è piaciuto fare ciò che hai fatto, ora abbi un po’ pazienza!”

Tutto, per fortuna, procedette benissimo, felicemente, dopo un po’ Concettina andò sposa e si trasferì, appunto, ad Andrano.

Ogni volta che la intravedo sull’uscio o nel cortile della casa nuziale, mi tocca riconoscere che, nella suggestione del ragazzo di ieri, la donna non ha mai cessato di essere un tassello dell’infanzia e della prima giovinezza, trascorse nella comune Marittima.

***

Non molto distante da Andrano, sorge Tricase, un luogo, una cittadina, che per una particolare circostanza, m’induce a compiere un notevole passo a ritroso nel tempo.

Erano tricasini, Vito Alfarano e Toto Baglivo, compagni alle Superiori, a Maglie, sempre insieme, parevano una specie di Santi Medici de Capo di Leuca, uno altissimo, l’altro tarchiato, compivano uniti anche il tragitto Tricase – Maglie con i treni delle Sud Est; fumatori come si può essere da giovani squattrinati, s’arrangiavano in senso buono, non avevano soverchia voglia di studiare. Mitico il particolare che Vito Alfarano serbasse nel portamonete, quasi permanentemente vuoto, un foglietto a righe con la minuta del tema “La mia mamma “ assegnatogli e svolto all’Elementari, tema che, per aiutarsi, non mancava neppure una volta di copiare nei componimenti, su qualsivoglia argomento, chiamato ad espletare prima alle Medie e poi alle Superiori, fra le immancabili risate dei professori di lettere che s’accorgevano puntualmente dell’indebito copia e incolla e di noi compagni.

Quanto a Totò Baglivo, che eravamo soliti sfottere per celia ogni qual volta era rimandato a settembre, insinuando che, per pagarsi le ripetizioni private, era costretto sistematicamente a vendersi una mucca, egli acquistava grossi quaderni, in modo da potersene servire per un certo arco di tempo, ma succedeva sempre che l’amico Vito se ne appropriasse a colpi di pagine, per evitare di comprarne a sua volta e di tasca sua, sicché i grossi quaderni di Baglivo divenivano dopo un po’ sottili e miseri, con le conseguenti  imprecazioni del legittimo proprietario danneggiato.

Tuttavia, guai a parlare male dell’uno o dell’altro, si trattava di una coppia ultra affiatata, meglio di due fratelli, Alfarano e Baglivo. Temporaneamente, anch’io mi determinai a fare il pendolare sui treni delle SudEst e, alla notizia della decisione in tal senso, i predetti non esitarono a diffidarmi dall’acquistare il relativo abbonamento, come sarebbe stato logico e doveroso fare, dicendo che avrei viaggiato sotto la loro tutela e protezione, giacché vantavano conoscenza e amicizia con tutti i controllori delle Sud est. Non senza aggiungere, di fronte alle mie eccezioni e resistenze, che mi sarei dovuto far dare regolarmente dai miei genitori il corrispettivo per l’acquisto dell’abbonamento, che, però, avrei destinato “al fumo”, cioè all’acquisto di sigarette per me e per loro due.

Così accadde, praticamente, da aprile a tutto giugno, viaggiai sempre imboscato e privo di documento, con gli amici che, da lontano, facevano segno e davano voce al controllore che stava per arrivare: “Guarda che “quello” viaggia con noi!”.

Terminata la scuola e conseguito il diploma, Totò Baglivo riuscì ad occupare il posto di ragioniere al Comune di Tricase, una volta andai a trovarlo e prendemmo il caffè insieme, fu la sola e unica occasione di un contatto, giacché, il poveretto, fu, ancora quarantenne, vittima di un’incredibile disgrazia: recandosi in auto da Tricase al Porto di Tricase, si fermò nelle vicinanze di un incidente che s’era verificato un attimo prima su quella strada e, mentre era lì in piedi, finì tragicamente falciato da un’auto sopraggiunta a forte velocità.

La notizia dell’episodio, appresa a distanza di tempo, mi colpì molto, ma l’unico gesto che riuscii dopo a compiere fu di chiamare al telefono l’abitazione dell’antico amico, parlando con il figlio, universitario alla “Bocconi” di Milano. Invece, di Vito Alfarano, non ho mai saputo alcunché, salvo che fosse entrato a lavorare alle Poste, con impiego in una regione lontana, in Alta Italia, ma a parte ciò, non l’ho più visto né sentito.

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In questo pomeriggio, Castro (Lecce) è davvero un paradiso, mare azzurrissimo, accarezzato da un vento non eccessivo proveniente da tramontana, il sole è tiepido e si prova un assoluto, eccezionale piacere a sorbire il caffè e sostare brevemente ad un tavolino dello Speran Bar.

Il prossimo maggio, inizieranno i lavori di ricostruzione della piazzetta dopo oltre quattro anni dal disastroso crollo, che, per pura fortuna, non provocò vittime, creando, però, uno squarcio nel cuore, nel vero e proprio cuore della località.

Finalmente, una ferita, una brutta ferita si rimarginerà: l’augurio è che la Piazzetta ritorni, se non proprio autentica come un tempo, bella al pari di prima, e ciò per la gioia e il godimento delle centinaia di migliaia, se non milioni di persone di tutta l‘Italia e dell’estero, innamorate della Perla del Salento.

 

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