Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (seconda parte)

di Cristina Manzo

 

Giuseppe ManzoDal principio Giuseppe mise su bottega in società col De Pascalis ( esattamente l’anno dopo il suo incarico di insegnamento) poi questi lo abbandonò dopo appena cinque anni di lavoro in comune per mettere su bottega da solo, poiché era profondamente convinto che “la vera opera d’arte dev’essere espressione di un solo pensiero e di una sola volontà” [2].

 

Quando ciò avvenne fu il De Pascalis a trasferire la sua attività, mentre il Manzo rimase nei locali originari.

Il laboratorio era incorporato nel palazzo del conte Romano, che sorge nell’omonima piazzetta adiacente all’ingresso posteriore del Duomo. Aveva due ingressi: il principale dalla piazzetta e il secondario da via degli Ammirati; attualmente è il negozio di abbigliamento della ditta Andretta.

Il grande locale era diviso in tre settori: modellatura delle teste, armatura e vestitura della statua […] il laboratorio era un cenacolo d’arte frequentato da amici e da clienti del maestro Manzo […] fervente religioso, il maestro prima di iniziare il lavoro si segnava con la croce.[3]

Se per l’artista De Pascalis, che ebbe vita breve ( morì a soli trentatré anni), si deve parlare di un’attività artistica limitata nel tempo,  non fu così per il maestro Manzo che morì all’età di 93 anni. “Trascorse la sua lunga vita, – si legge in una cronologia del tempo – nell’adempimento dei suoi doveri religiosi, nei santi affetti della famiglia, nell’estasi dell’arte di cui fu sommo maestro.”[4]

 

Foto di Giuseppe Manzo davanti al suo reale  laboratorio, in piazzetta Romano, con tutti i suoi amici e discepoli,  scattata nel 1898 (collezione privata. riproduzione vietata)
Foto di Giuseppe Manzo davanti al suo reale laboratorio, in piazzetta Romano, con tutti i suoi amici e discepoli, scattata nel 1898 (collezione privata. riproduzione vietata)

 

Nel 1890, un po’ avanti nell’età, a 41 anni sposò l’omonima ma non parente Giuseppina Manzo. Da quest’unione nacquero quattro figli, Bartolo e Francesco che morirono in tenera età, e Anna e Antonio, che sarà il padre di Dino. Quando la moglie del maestro, Giuseppina, morì in giovane età, le sorelle di lei Rosaria e Chiara, che restarono nubili, aiutarono Giuseppe a crescere i  due figli.

Oronzo, fratello di Giuseppina, aveva una merceria in piazza S. Oronzo, che poi lascerà in eredità al nipote Antonio, che a sua volta la lascerà al figlio Dino, nipote di Giuseppe, che oggi gentilmente ci concede parte dei suoi ricordi per meglio conoscere la vita del nonno.

Giuseppe Manzo a Lecce veniva chiamato da tutti don Pippi.

“Don Pippi – si legge in una bella pubblicazione  dei padri passionisti di Novoli- era di media statura, tarchiato ed era solito lavarsi il viso con acqua e aceto. Era un uomo buono, semplice e disponibile. Per due anni fu presidente della leccese Società Operaia di Mutuo Soccorso (1902.1903).[5]

Le responsabilità familiari e civili non lo distoglieranno però dalla sua arte, anzi costituiranno per essa stimolo e ricerca, giacché l’arte, a nostro parere non dovrebbe mai esser disgiunta da un impegno sociale e umano.  E Giuseppe Manzo incarna anche la figura ideale di artista che traduce in azione politica e culturale l’operosità del suo genio.

Inizia così la sua intensa attività, che per circa un cinquantennio lo vedrà produrre opere commissionate alla sua bottega da enti pubblici e privati, ecclesiastici per lo più, dalle più svariate parti del mondo.

Sue sculture sono infatti documentate e presenti a Londra, Parigi, Tokio, il Cairo, New York, Rio De Janeiro, Melbourne, oltre che in tutt’Italia, e naturalmente nel Salento. Nella sua bottega presero forma opere meravigliose, e non solo a carattere religioso, e qui la cartapesta diventerà emozione e arte, impareggiabile per maestosità, teatralità, bellezza e sentimento.

“Quando dava l’espressione ai volti si appartava ed entrava quasi in estasi. Ciò faceva non perché era geloso dell’arte, ma poiché aveva bisogno di isolarsi, di entrare in sintonia con il soggetto, con lo spirito che il tema e il simulacro dovevano manifestare.”[6]

 

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[2]  P. Marti, La modellatura in carta, Lecce 1984,  p. 40.

[3] Ivi, pp. 29-30.

[4]   Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p. 6.

[5] Idem, pp.19,21.

[6] I Padri Passionisti a Novoli, 1887-1987, (Lecce) 1894, p. 128.

 

Per la prima parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/09/giuseppe-manzo-1849-1942-e-la-cartapesta-leccese-prima-parte/

Per la terza parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/15/giuseppe-manzo-terza-parte/

Per la quarta parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/18/giuseppe-manzo/ 

Per la quinta parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/24/manzo-ultima-parte/

 

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