A margine della mostra “Ceramica pugliese ed altro nella collezione Tondolo”

Albarello attrib. a Francesco Saverio Marinaro. sec. XVIII, fornaci di Grottaglie.
Albarello attrib. a Francesco Saverio Marinaro. sec. XVIII, fornaci di Grottaglie.

A MARGINE DELLA MOSTRA “CERAMICA PUGLIESE ED ALTRO  NELLA COLLEZIONE TONDOLO. XVII – XX SECOLO”

L’importante contributo di Carlo e Antonio Dell’Aquila

alla storia della ceramica di Grottaglie e di Terra d’Otranto

di Rosario Quaranta

Si segnala con piacere l’importante ed elegante Catalogo che consegna alla storia la mostra di ceramica artistica tenutasi nei mesi scorsi presso il museo Castromediano di Lecce: “La passione del collezionismo. Ceramica pugliese ed altro nella collezione Tondolo. XVII – XX secolo” (Mario Congedo editore, Galatina 2012, pp. 168 splendidamente illustrate). Una mostra progettata da Antonio Cassiano e curata da Brizia Minerva e Anna Lucia Tempesta, con la consulenza di un nutrito e qualificato comitato scientifico (Antonio Castorani, Antonio e Carlo Dell’Aquila, Daniela De Vincentis, Regina Poso, Riccardo Tondolo e Fabrizio Vona) che racconta in maniera esemplare quattro secoli di produzione ceramica regionale, con brevi, ma efficaci, incursioni anche in altre regioni (in particolare Campania, Calabria e Sicilia) e con riferimenti a fornaci e fabbriche lucane e abruzzesi, e a quelle di Faenza, Deruta e S. Quirico d’Orcia, non escluse alcune testimonianze portoghesi, spagnole e francesi. Tutto ciò grazie ancora una volta alla ricchissima e qualificata collezione Tondolo, dopo l’analoga esperienza realizzata nel 2011 sempre presso il Museo Castromediano e incentrata sulle ceramiche di Laterza.

Alzata in maiolica del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.
Alzata in maiolica del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.

Il catalogo, di cui ci occupiamo, presenta in apertura due saggi firmati da Carlo e Antonio Dell’Aquila, indispensabili per collocare in un contesto preciso e in una sistemazione scientifica la notevole produzione ceramica  in mostra (alzate, piatti da pompa, albarelli, bottiglie da farmacia, scaldini, “ciarle”, zuppiere, caffettiere, coppe, acquasantiere, candelieri, oliere, bacili…) che viene poi analizzata, studiata e presentata nelle singole schede redatte dagli stessi fratelli Dell’Aquila e da altri specialisti (Ida Blattmann D’Amelj, e le ricordate Minerva, Tempesta e De Vincentis, la quale firma pure all’interno del catalogo una breve nota sulla fabbrica Calò attiva a Grottaglie nella prima metà del Novecento).

Copertina del Catalogo

Dei pezzi in mostra (circa duecento che spaziano dal Seicento al secolo scorso) ben una cinquantina appartengono alla produzione figulina grottagliese, a testimonianza dell’importanza che questo centro ha da sempre assunto nel panorama della ceramica pugliese e in particolare di Terra d’Otranto dove pure lungo i secoli sono stati individuati molti altri centri di attività tra i quali spicca Laterza con la sua produzione “faenzara” di alto e raffinato gusto, giustamente decantato e riconosciuto nella storia della ceramica.

E a proposito di storia della ceramica, è con vero piacere che raccomandiamo i ricordati due importanti saggi che aprono il catalogo che non svolgono soltanto mera funzione introduttiva e illustrativa a una esperienza culturale/editoriale di notevole spessore, ma costituiscono un vero e proprio contributo scientifico per la ricerca, la ricostruzione, lo studio, e l’analisi della ricca e variegata produzione ceramica del nostro territorio.

Giara o ciarla biansata con coperchio del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie
Giara o ciarla biansata con coperchio del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie

Il primo saggio è incentrato sulla ceramica grottagliese (“La maiolica di Grottaglie. Gli studi, i ceramisti, le produzioni”); il secondo sulle altre produzioni (“Le produzioni di Laterza e di Terra d’Otranto”).

In particolare sono da commendare nel primo le puntuali e attente pagine dedicate a “La maiolica di Grottaglie: gli studi, i ceramisti, le produzioni” (pp. 9-20) che finalmente aprono un varco ed indicano una pista sicura nel finora vago e nebuloso capitolo della storia della ceramica di questo pur “vitale centro pugliese”, con un richiamo accorto e critico a una ricerca che renda conto con probante documentazione storica della straordinaria ricchezza e varietà tipologica di una produzione massicciamente attestata lungo i secoli e, fortunatamente, pervenuta e coltivata sempre con esiti interessanti fino ai giorni nostri.

zuppiera del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.
zuppiera del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.

I fratelli Dell’Aquila colgono così l’occasione per fare il punto sulle produzioni delle fornaci grottagliesi sviluppando un discorso critico, ben articolato e metodologicamente corretto, che getta non poca luce nella complicata vicenda della storia della ceramica di questo centro.

Ne ripercorrono così l’evoluzione degli studi, a partire da quelli pionieristici della prima metà del Novecento (da Piero Trevisani a Francesco Blasi, da Carlo Polidori a Domenico Maselli, da Ciro Drago a Cosimo Calò) conclusisi con la famosa monografia del Vacca sulla “Ceramica salentina” (1954); studi proseguiti poi grazie alla presenza e al ruolo dell’antica “Scuola per la Ceramica”, poi Istituto d’Arte, e “al suo problematico inserimento nel tessuto produttivo e sociale grottagliese” (dallo “Statuto per la Scuola di Ceramica in Grottaglie” del 1888, alle note e agli approfondimenti di Anselmo De Simone (1911),  dell’arciprete Giuseppe Petraroli, di Saverio Pansini; ma ricordando pure gli interventi favoriti dalla più ampia  e “nuova stagione di studi sulla ceramica e sulla maiolica pugliese” (da Guido Donatone a Ninina Cuomo Di Caprio, da Saverio Pansini, a Rosario Quaranta e Silvano Trevisani, da  Orazio Del Monaco, ad Antonio e Carlo dell’Aquila, fino ad Elio Scarciglia);  e infine i filoni in cui si ascrivono molte pubblicazioni apparse sui cataloghi curati per “manifestazioni ormai storicizzate organizzate dall’amministrazione grottagliese” (dal “Concorso di ceramica mediterranea”  alla  “Mostra dei presepi”, alla “Biennale internazionale di ceramica contemporanea”), nonché dal Museo della Ceramica istituito dal Comune di Grottaglie nell’antico castello-episcopio degli Arcivescovi di Taranto (con vari contributi di Daniela De Vincentis e di diversi altri autori).

Una produzione bibliografica di tutto rispetto dal punto di vista quantitativo cui raramente corrisponde una validità dal punto di vista della ricerca storico-documentale e scientifico-tipologica. Per cui appare ampiamente giustificata l’osservazione dei due Studiosi: “per quanto a nostra conoscenza, sembrerebbe che fino ad ora la ricerca effettuata in loco sul campo – tranne sporadici episodi- non abbia mai suscitato particolare interesse a Grottaglie. Non ci risulta infatti che l’Amministrazione comunale, né le altre istituzioni locali, come l’Istituto d’Arte e poi anche il Museo della Ceramica, abbiano progettato o comunque favorito l’esecuzione di scavi controllati o il recupero sistematico di ritrovamenti casuali. Lo studio e la successiva pubblicazione, tramite i periodici convegni ceramici specialistici o mediante pubblicazioni locali, dei materiali ceramici, anche frammentali, e soprattutto degli scarti di fornaci costituiscono l’unica possibilità di dimostrare la produzione locale antecedente al XVIII secolo, di cui è attestata l’esistenza dalla documentazione archivistica a partire almeno dal secolo XV. Tutto questo contribuirebbe a riconoscere e valorizzare in modo significativo l’importanza di Grottaglie nell’ambito dei centri produttivi non solo pugliesi anche per i secoli precedenti”.

Piatto da parata del secolp XVII. Fornaci di Terra d'Otranto
Piatto da parata del secolp XVII. Fornaci di Terra d’Otranto

Inoltre, e chi scrive concorda pienamente, essi rimarcano l’importanza delle “ricerche sistematiche negli archivi” che sole possono dare informazioni molto interessanti su “i nomi dei ceramisti, i loro estremi esistenziali e cronologici, i rapporti familiari, la costruzione e la trasmissione delle botteghe ceramiche e, ancora, le committenze e i commerci dei loro prodotti, nonché la nomenclatura ceramica nella tradizione locale. Contrariamente a quanto avviene per altri centri produttivi, per Laterza ad esempio, per Grottaglie – che pur vanta forse il più vasto e importante “quartiere delle ceramiche” in ambiente rupestre ancora in attività – mancano studi storici sistematici sulle antiche botteghe e fornaci (i “Camini”), sulla loro ubicazione e distribuzione urbanistica, sulla loro proprietà e sui passaggi di proprietà, e ancora sulla loro valenza produttiva ed economica. Anche queste ricerche potrebbero dare un avallo storicamente e scientificamente valido alla antichità vantata, a volte solo a parole, da tante botteghe attuali”.

Il solo elenco degli altri argomenti sviluppati da Carlo e Antonio Dell’Aquila (che non possiamo qui per ragione di spazio trattare analiticamente) è sufficiente per comprenderne interesse e importanza: “Gli antichi ceramisti grottagliesi” –  “Le produzioni” – “La produzione tardo barocca delle giare o “ciarle” . “I  maestri faenzari: Andreuccio, Marinaro e Lapesa” –  “Conclusioni”. Come pure l’Appendice (con documenti riguardanti due famosi ceramisti: la discussa e misteriosa figura di Ciro La Pesa (ancora tutta da indagare e decifrare dal punto di vista della sua reale attività lavorativa) e quella più sicura di Francesco Saverio Marinaro); e infine le fitte e preziose “Note”  finali.

Le pagine di Carlo e Antonio Dell’Aquila costituiscono così non solo un impulso efficace ai fini di un approfondimento critico, ma anche un autorevole riconoscimento alla plurisecolare esperienza umana e culturale della ceramica grottagliese e dell’antica Terra d’Otranto.

 

Certi cardi! (2/2)

di Armando Polito

Virgilio (I secolo a. C.): Invece della delicata viola e del purpureo narciso nascono il cardo e il paliuro dalle acuminate spine1.

Plinio (I secolo d. C.): Infatti annovererei il loglio, i triboli, i cardi, le lappole, nonché i rovi tra le malattie delle messi piuttosto che tra i flagelli della stessa terra2. Il cardo ha le foglie e il gambo con lanugine spinosa. Ugualmente l’acorna, il leucacanto, il calceo, il cnico, il poliacanto, l’onopisso, l’elsine e lo scolimo. Il cameleone non ha spine nelle foglie. C’è anche la differenza che alcuni di loro hanno molti gambi e rami , come il cardo. Il cnico ha un solo gambo senza rami. Certi sono spinosi solo all’apice, come l’eringio. Alcuni fioriscono in estate, come il tetralice e l’elsine. Anche lo scolimo fiorisce tardi e a lungo. L’acorna si distingue solo per il colore rossiccio e per il succo più grasso.  Tale sarebbe pure l’atrattile se non fosse più bianco e non emettesse un succo color del sangue. Perciò da alcuni è chiamato fono, ha un odore pesante e il seme matura tardi, non prima dell’autunno, sebbene ciò si possa dire di tutte le piante spinose. Tutte queste piante possono nascere dal seme e dalla radice. Lo scolimo del genere dei cardi differisce da loro perché la sua radice si mangia cotta. Fenomeno meraviglioso è che senza pausa per tutta l’estate uno in un genere fiorisce, un altro concepisce, un altro ancora si apre e lascia andare i semi. Gli aculei, seccando la foglia, smettono di pungere. L’elsine si vede di rado e non dappertutto: è fogliosa fin dalla radice, dal cui centro esce fuori come una mela coperta dalla sua fronda. La cima contiene una lacrima di dolcissimo sapore, chiamata resina acantice3.

Fin qui tutte le piante ricordate sono chiaramente selvatiche. Il pezzo che sta per seguire, invece, si riferisce ad una varietà coltivata, identificabile, se non con il nostro carciofo (Cynara cardunculus scolymus L.), almeno con il Cynara cardunculus L. (nella foto).

immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/galleria1.php?id=1319
immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/galleria1.php?id=1319

Sembrerebbe che si sia parlato di tutto ciò che è in pregio, se non restasse una cosa di grande guadagno, da dire non senza vergogna. Certo è che presso Cartagine la grande e soprattutto a Cordova i cardi da piccole aree rendono seimila sesterzi l‘anno, poiché adattiamo alla gola pure i portenti della terra, pure quelli che gli animali consapevolmente evitano. I cardi si coltivano in due modi: per pianta in autunno e per seme prima del 7 marzo e le piante che ne nascono si trapiantano prima del 13 novembre o in luoghi freddi quando comincia a spirare lo scirocco. Si concimano, se piace agli dei, e crescono meglio; si condiscono con aceto e miele con aggiunta di radice di lasere e di cumino affinché non ci sia giorno in cui manchi il cardo4.

La cota è llonga da scardàre (la coda è lunga da squamare), mi vien da dire adattando il proverbio neretino la cota è llonga da scurciàre (la coda è lunga da scuiare), ma siamo quasi alla fine e, contravvenendo al proverbio, a quello originale e al suo adattamento, non ci metterò molto a concludere.

Appare quasi spontaneo pensare che scardàre sia composto da s– (dal latino ex con valore privativo)+cardo, se si pensa alla squama assimilabile nella forma alle spine del cardo o, ancor più, alle brattee del carciofo. Questa etimologia ha la voce italiana (che significa liberare la castagna dal riccio o cardo) ma non la dialettale, che è solo omofona, derivando dal latino tardo scarda(m), voce di origine germanica, che in italiano ha dato scarda e i suoi derivati scardina, scardola, scardova, tutte voci designanti un pesce caratterizzato dalle squame molto dure.

Da cardo in italiano oltre al ricordato scardare derivano:

carda o scardasso, la macchina per pulire la lana; in origine l’operazione era fatta con il cardo dei lanaioli o degli scardassatori (Dipsacus fullonum L.); da scardasso è derivato scardassare.

cardellino, diminutivo di cardello (in dialetto neretino cardillu), da un latino *cardellu(m), deformazione del classico carduelis, forma aggettivale da carduus; l’uccello è particolarmente ghiotto dei semi di questa pianta.

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/File:Gold_Finch.jpg
immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/File:Gold_Finch.jpg

carlina (Carlina vulgaris L.), alterazione di cardina, diminutivo di cardo, per accostamento al nome Carlo perché secondo una leggenda un angelo indicò a Carlo Magno la pianta come rimedio contro la peste.

immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/galleria1.php?id=2399
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garzare, nell’industria tessile, operazione di apparecchiatura eseguita con la garzatrice e consistente nel sollevare una peluria superficiale sui tessuti mediante trattamento per via umida (con garzi vegetali sul tessuto inumidito), o per via secca (con garzi metallici); la voce è da un latino *cardiare, da carduus.

immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_6964
immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_6964

 

garzo e garza, da garzare.

Probabilmente diminutivo di carza (garza) incrociato con cazzettu (dimutivo di calza) è il neretino carzittella (lucignolo della lampada a petrolio, lu lume) mentre nulla a che fare col il cardo ha carza (branchia) generalmente usato al plurale: li carze), deformazione di gargia, che è forse dal latino medioevale gargalia=parte della  gola e del polmone.

Nulla a che fare con la pianta ha il cardo, voce specialistica che negli accampamenti militari romani era la via principale che andava da nord a sud (decumano era quella che andava da est ad ovest); cardo è il nominativo del latino cardo/càrdinis, da cui l’italiano cardine.

Strettamente connesso, invece, con la pianta è il cardo emblema della Scozia (legato alla leggenda secondo la quale un assalto vichingo venne respinto grazie all’allarme lanciato da una sentinella che aveva sentito il grido di dolore sfuggito ad un invasore che a piedi nudi era incappato in un cardo) e arma in araldica.

Di seguito le insegne dell’Ordine del cardo istituito nel 1687 sotto la protezione di S. Andrea, un collare composto da foglie di cardo e fiori di ruta, un medaglione con l’immagine del santo e il motto in latino NEMO IMPUNE LACESSIT (Nessuno mi sfida impunemente).

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Insignia_of_Knight_of_the_Thistle.png
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Insignia_of_Knight_of_the_Thistle.png

 

Nello stemma d’Inghilterra e di Scozia si aggiungerà in alto IN DEFENS, abbreviazione di IN (MY) DEFENS (GOD ME DEFEND)=In (mia) difesa (Dio mi difende).

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Royal_Coat_of_Arms_of_the_United_Kingdom_(Scotland).svg
http://it.wikipedia.org/wiki/File:Royal_Coat_of_Arms_of_the_United_Kingdom_(Scotland).svg

Nel rispetto della par condicio chiudo con una nota esclusivamente religiosa ricordando il cardo mariano (Silybum5 Marianum L.).

immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/galleria1.php?id=1339
immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/galleria1.php?id=1339

 

Nella simbologia cristiana le macchie bianche che ne caratterizzano le foglie erano viste come le gocce di latte cadute dal seno della Madonna mentre in fuga per sottrarre il Figlio alla persecuzione di Erode tentava di nasconderlo sotto una di queste piante.

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1 Ecloghe, V, 30: Pro molli viola, pro purpurea narcisso/carduus et spinis surgit paliurus acutis. Virgilio ha semplicemente cantato il dolore che la terra manifesta per la morte del pastore Dafni producendo non fiori leggiadri ma piante spinose. Non mi meraviglierei se Dafni (e non Dafne come si legge in http://it.wikipedia.org/wiki/Carduus) subisse un destino simile a quello di Cinara e qualcuno s’inventasse che un bel pastore chiamato Dafni ma soprannominato Cardo fu alla sua morte mutato nel cardo.

2 Naturalis historia, XVIII, 44: Nam lolium et tribulos et carduos lappasque, non magis quam rubos, inter frugum morbos potius quam inter ipsius terrae pestes numeraverim.

3 Naturalis historia, XXI, 56: Carduus et folia et caules spinosae lanuginis habet. Item acorna, leucacanthos, chalceos, cnicos, polyacanthos, onopyxos, helxine, scolymos. Chamaleon in foliis non habet aculeos. Est et illa differentia, quod quaedam in iis multicaulia ramosaque sunt, ut carduus. Uno autem caule, nec ramosum, cnicos. Quaedam cacumine tantum spinosa sunt, ut eryngium. Quaedam aestate florent, ut tetralix et helxine. Scolymus quoque floret sero et diu. Acorna colore tantum rufo distinguitur et pinguiore succo, Idem erat atractylis quoque, nisi candidior esset, et nisi sanguineum succum funderet. Qua de causa phonos vocatur a quibusdam, odore etiam gravis, sero maturescente semine, nec ante autumnum: quamquam id de omnibus spinosis dici potest. Verum omnia haec et semine et radice nasci possunt. Scolymus carduorum generis ab iis distat quod radix eius vescendo est decocta. Mirum, quod sine intervallo tota aestate aliud floret in eo genere, aliud concipit, aliud parturit. Aculei arescente folio desinunt pungere. Helxine rara visu est, neque in omnibus terris: est a radice foliosa, ex qua media veluti malum extuberat, contectum sua fronde. Huius vertex summus lacrymam continet iucundi saporis, acanthicen mastichen appellatam.

4 Naturalis historia, XIX, 43: Poterant videri dicta quae in pretio sunt, nisi restaret res maximi quaestus, non sine pudore dicenda. Certum est quippe carduos apud Carthaginem magnam Cordubamque praecipue ςςςsestertium sena millia e parvis reddere areis: quoniam portenta quoque terrarum in ganeam vertimus, etiam ea quae refugiunt quadrupedes consciae. Crduos ergo duobus modis serunt: autumno planta et semine ante nonas Martias; plantaeque ex eo disponunt ante idus Novembris, aut in locis frigidis circa Favonium. Stercorantur etiam, si diis placet, laetiusque proveniunt condiunturque aceto melle diluto, addita laseris radice et cumini, ne quis dies sine carduo sit.

5 Dal greco σίλυβον (leggi sìliubon); ecco come lo descrive Dioscoride (I secolo), De materia medica, IV, 159: Σίλυβον ἄκανθά ἐστι, πλατεῖα φύλλα ἔχουσα, χαμαιλέοντι ὅμοια τῷ λευκῷ· ἥτις ἀρτιφυὴς ἐσθίεται ἑφθὴ σύν ἐλαίῳ καὶ ἁλσί· τῆς δὲ ῥίζης ὁ ὀπὸς ὅσον ὁλκή ποθεὶς σὺν μελικράτῳ, ἐμέτους κινεῑ (Il silibo è una spina che ha le foglie larghe, simile al camaleone bianco; esso nato da poco viene mangiato bollito con olio e sale. Il succo della radice nella quantità di una dracma bevuto con latte e miele stimola il vomito).

 

 

 

 

 

Fra pini e scrittura

di Rocco Boccadamo

Ritorno alla penna, dopo una parentesi di forzata rinuncia correlata ad attività agricole.

pino

 

Si accennava, nelle ultime note, ad un’operazione di sfoltimento o potatura o rimonda nella pineta della villetta al mare, intervento reso possibile mercé il ricorso a un trattore corredato di cestello montante in alto, così da consentire all’operatore di raggiungere i rami maggiormente elevati degli alberi.

Immediato il primo positivo effetto, ovvero più aria e più cielo; sennonché, restava da sbrigare un altrettanto impegnativo compito, anzi assai più lungo, richiedente addirittura una quindicina di giorni, cioè a dire la raccolta di rami,  ramaglie e fronde venuti giù e finiti a tappezzare, per strati imponenti, l’intero terreno del giardino.

Con una scelta coraggiosa, quasi temeraria in rapporto all’età, alle abitudini e allo stesso vigore fisico, il ragazzo di ieri scrivente, vero e proprio eremita della “Pastorizza”, non solo d’estate ma anche in altre stagioni, ha preso la decisione di occuparsi della fase due, raccolta e incenerimento delle ramaglie, da solo, in economia.

Non una roba da scherzo, l’impegno ha comportato anche sei/sette ore di attività al giorno, con inizio alle sei e, spesso, dopo una veloce colazione, con continuazione nel pomeriggio.

L’esperienza, unica e inedita, pesante il lavoro, da far sudare fuori e dentro, è stata accompagnata in prevalenza da temperature miti, bel tempo, tranne un paio di giorni di scirocco. In una mezza mattinata, è caduta una leggera pioggerellina, peraltro neppure sufficiente a sopprimere la fiamma del grande falò acceso e riacceso quotidianamente nel punto meno piantumato del giardino.

Un impegno in concentrazione e solitudine, unica compagnia, si è rivelata una fortuna l’averla cercata e mantenuta, la sintonizzazione, mediante radiolina, su un’emittente privata a diffusione nazionale, l’ammiraglia come è chiamata da parte dei suoi addetti ai lavori.

Notizie e musiche, incalzanti, intervallate naturalmente da spazi pubblicitari anch’essi ripetuti e incalzanti, un intero palinsesto a coinvolgere l’ascoltatore.

Mentre, a forza di braccia, gambe, mani appena protette da guanti, si provvedeva a rastrellare e trascinare porzioni d’albero pesanti, a raccogliere pigne e aghi e poi a trasportare detto materiale, che sembrava non si esaurisse mai, con una carriola o mediante un grosso contenitore in plastica portato a spalla, verso la “pira”, il mucchio di fuoco.

Nessuna distrazione, neppure il caffè di metà mattinata, l’obiettivo era, esclusivamente, di smaltire al più presto quel notevole lavoro, impresa affatto semplice.

In sottofondo, le uniche voci che arrivavano agli orecchi, provenivano dal mare non lontano, sottoforma del bum bum bum del motore di qualche barca da  pesca; in più, saltuariamente, i passi di giovani donne intente a fare footing,  poche le autovetture di passaggio.

Decisamente lasciati in secondo piano rispetto all’adempimento da compiere, gli avvenimenti del periodo, nei paesi contermini, incentrati su feste patronali, luminarie, processioni, fuochi d’artificio, bande musicali.

Insomma, lì, alla Pastorizza, c’era da lavorare, solo da lavorare, il che era più importante di tutto.

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Sullo strato di terriccio sottostante ai pini, man mano ripulito a forza di rastrello, si andava a realizzare un habitat ideale, una sorta di tappeto sognato, a beneficio delle gazze, panciute e solide, che spesso arrivavano ad appoggiarvisi a gruppi, dando, talvolta, l’impressione di giocare fra loro in volteggi e avvicinamenti amorosi; contemporaneamente, isolati proprio alla sommità dei pini, facevano capolino esemplari di tortore, meno spavalde rispetto alle gazze.

Nel frattempo, l’operatore con i capelli grigi e rari, non faceva altro che faticare, sudare e ancora sudare, al contraccolpo meramente fisico s’aggiungeva un’altra azione quasi che espellesse dall’interno umori acidi e sensazioni rugginose; il bisogno di bere si manifestava in maniera e a ritmo maggiormente accentuato del solito, quasi a cercare di rigenerarsi con linfa nuova, avanti e indietro dalla fontanella del giardino per rinfrescarsi sotto il rubinetto non solo le mani, ma anche il viso, un po’ come attingere a sorgenti alpine rigeneranti.

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In un pomeriggio, inaspettatamente, accanto alla scena del nonno contadino, interviene e s’aggiunge una presenza, s’accosta all’inferriata fermandosi proprio davanti al cancello una compaesana, signora di mezza età, tra gli ottanta e i novanta e tuttavia ancora solida, una figura tipica nella piccola comunità di Marittima.

Chi scrive, la ricorda sin da quando era una ragazza, non aveva ancora il fidanzato, che poi trovò in un bravo giovane di un paese nei paraggi, con il quale si sposò e mise su famiglia.

Anita è stata sempre una donna vistosa, a modo suo piacente, di carattere estroverso e allegro, non v’era canzone in dialetto che elle non conoscesse e interpretasse durante il lavoro o quando si trovava in compagnia, in ciò aiutandosi anche grazie alla sua bella voce.

Si ferma, Anita, e, scorgendomi indaffarato, mi chiede se stia “dando aria agli alberi”.

Dopo di che, mi fa notare come quel posto fosse a lei familiarissimo sin dalla tenera età, era un podere che, in tempi lontani, i suoi genitori conducevano in mezzadria dal proprietario, in un punto del fondo insisteva non una vera e propria casetta di campagna, bensì una specie di grotta, dove si dormiva, fra mosche, zanzare e lucertole, dice Anita, anche se si era stanchi, si faceva     fatica a prendere sonno in siffatto habitat e in simili condizioni. Ma, alla fine, gli occhi si serravano.

Aggiunge Anita, che la “Pastorizza” era una sorta di base d’appoggio per le attività agricole della sua famiglia, anche perché poco distante dal centro abitato.

Da lì, all’alba, con genitori e fratelli, ella partiva per una scarpinata di quattro cinque chilometri, in genere a piedi scalzi, sino  a un altro terreno, in zona Mito, agro di Andrano, in cui crescevano, in particolare, numerosi alberi di fico, che davano un abbondante raccolto.

Addirittura, si riempivano panare, panari e panareddri di prodotto; quindi, nuovamente per quattro cinque chilometri, la piccola Anita con un contenitore rapportato alla sua età, si faceva ritorno alla Pastorizza, dove, sullo spiazzo antistante al precario “bracchio” – dormitorio, via a spaccare i fichi e a porli ad essiccare su stuoie di canne intrecciate.

Tanta fatica, anche per una bambina, del resto, allora, in ogni età, le fatiche erano elevate.

Una vita dura, insomma, una vita dura che, però aveva aspetti belli, ricordati con commozione e nostalgia ancora oggi, in tempi di agi e comodità. Precisa, Anita, che era un’esistenza vera quella lì, soprattutto ci si rispettava gli uni con gli altri, ci si trattava da fratelli. Un mondo semplice, non facile, ma, in fondo, decisamente più leggero di quello tortuoso, tumultuoso, imbrogliato e intricato d’oggi.

°   °   °

Ora, il tramonto ormai prossimo, il giardino è completamente rimesso a lustro, il falò si è esaurito e spento, è rimasto appena un cumulo di cenere che alcuni miei amici mi hanno chiesto di poter prelevare, allo scopo di spargerlo su terreni di loro proprietà, a mo’ di concime.

Gli esemplari dei pini sembrano essere contenti per come si presentano adesso, hanno più opportunità di rivolgersi in alto verso la distesa azzurra e di giocare a nascondino con i refoli del vento.

Insomma, la Pastorizza è pronta ad accogliere, con l’abito di festa, non solo l’Eremita titolare, ma anche i suoi figli e, soprattutto, i cinque carissimi nipotini.

 

 

 

Certi cardi! (1/2)

di Armando Polito

L’ambiguità, credo sana, che aleggerà per tutto il post si manifesta già nel titolo che, se considerato scritto in dialetto neretino, equivarrebbe alla locuzione certi cazzi!

Cardu, infatti, è uno di quelle tante voci usate con funzione ipocritamente eufemistica in sostituzione di cazzu, come, per esempio, è successo in italiano con il povero cavolo e con càcchio, il cui significato di partenza è quello di germoglio. Nei tre esempi citati il giochetto metaforico è stato realizzato prevalentemente sfruttando il supporto fonetico della prima sillaba in comune con la parola da purificare, anche se in tutti e tre è dato di cogliere un certo riferimento semantico (a mio avviso più evidente, sotto il punto di vista anatomico, in cacchio).

Se l’ambiguità, purtroppo, resterà nel resto del post, intendo subito eliminare quella del titolo dicendo che i cardi di cui intendo parlare sono solo i vegetali, anche perché, se continuassi a parlare di quelli metaforici, il numero dei lettori diminuirebbe drasticamente e io non voglio nemmeno sotto tortura rinunziare all’ospitalità di questo sito per cercare asilo in altri di racconti erotici …

La parola cardo (che in italiano è il nome comune del genere Carduus annoverante numerose specie) deriva dal latino medioevale cardu(m)1, che è dal classico carduus, a sua volta connesso col greco κάρδος (leggi cardos). Per entrare subito nella boscaglia dell’ambiguità, di antica origine,  di cui parlavo ci faremo guidare dagli autori greci e latini. Nel testo originale riportato in nota e nella mia traduzione ho sottolineato tutte le parole coinvolte nello studio dell’argomento.

Ateneo di Naucrati (II-III secolo d. C.): “Κινάρα (leggi chinàra). Sofocle la chiama così ne I Colchidesi, invece κύναρος (leggi chiùnaros) nel Fenice: la spina κύναρος riempie tutto il campo. Ecateo di Mileto nella Descrizione dell’Asia, se veramente il libro è suo, poiché Callimaco lo attribuisce a Nesiota, chiunque sia colui che lo abbia scritto, dice così: intorno al mare chiamato d’Ircania ci sono monti elevati  e densi boschi e su questi monti c’è la spina κυνάρα. E poi: tra i Parti i Corasmiii abitano la terra che si erge ad oriente ed occupano pianure e monti. Su questi monti ci sono piante selvatiche, la spina κυνάρα, il salice, la tamerice. E dicono che intorno al fiume Indo nasce la κυνάρα. E Scilace o Polemone scrive: c’è una terra umida di sorgenti e di canali, sui monti nasce la κυνάρα e altra erba; e in questi luoghi  poi: perciò un monte si distende da una parte e dall’altra del fiume Indo, alto e ricoperto di una foresta selvatica e della spina κυνάρα. Il grammatico Didimo, spiegando la spina κύναρος di Sofocle, dice: forse si riferisce al κυνόσβατος (leggi chiunòsbatos) poiché la pianta è piena di spine e selvatica. E infatti la Pizia la chiamò cane di legno e Locro dopo aver appreso dall’oracolo che avrebbe fondato una città là dove fosse stato punto da un cane di legno, graffiato da un κυνόσβατος, fondò la citta. Infatti, come dice Teofrasto, il κυνόσβατος è una cosa di mezzo tra arbusto e albero ed ha un frutto rosso pressoché uguale alla rosa ed ha la foglia spinosa. Fania nel quinto libro sulle piante nomina un κάκτοs Σικελική (leggi cactos sikelikè=cardo siciliano), come pure Teofrasto nel libro sesto sulle piante: quello chiamato κάκτοs cresce solo attorno alla Sicilia, non c’è in Grecia. Subito sviluppa dalla radice fusti striscianti, la foglia è piatta e spinosa e i fusti sono chiamati κάκτοι (leggi càctoi; plurale di κάκτοs). Essi sono commestibili dopo essere stati scorticati e un po’ amarognoli e li conservano in acqua salata. Producono un altro stelo eretto che chiamano πτέρνιξ (leggi ptèrnix), anche questo commestibile. Il pericarpo, tolte le parti lanuginose, è somigliante al cervello della palma, commestibile anche questo; lo chiamano ἀσκάληρον (leggi ascàleron). Chi, non convinto da questo, avrebbe il coraggio di dire che il κάκτοs non è la stessa pianta che i Romani, che non sono lontani dalla Sicilia,  chiamano κάρδος e che dai Greci è chiamata palesemente κυνάρα? Infatti con un cambiamento di due lettere κάρδος e κάκτοs sarebbero la stessa cosa. Sapientemente ce lo insegna anche Epicarmo che annovera tra le verdure commestibili anche il κάκτοs così:  il papavero, i finocchi,  i pungenti  κάκτοι. È possibile nutrirsi di altre verdure; poi continuando: se qualcuno le mette in tavola dopo aver diligentemente pulito la lattuga, l’alga marina, il cocomero asinino, il lentisco, il ravanello, il κάκτοs goda soddisfatto di se stesso. E di nuovo: se si vede qualcuno portare dal campo finocchi e κάκτοι, lavanda, romice, otostillo, scolimo2, atrattilo3, felce maschio,  κάκτοs, parietaria4. E Filita di Cos: canterebbe per aver evitato la puntura di uno spinoso κάκτοs una cerbiatta che sta per morire. Ma anche κινάρα (leggi chinàra) lo chiamò come noi Sopatro di Pafo nato ai tempi di Alessandro figlio di Filippo e vissuto fino a quelli del secondo re d’Egitto, come mostra in una sua opera. Tolomeo Evergete, re d’Egitto, uno dei discepoli del grammatico Aristarco, nel secondo libro delle sue memorie scrive così: presso Berenice di Libia c’è il fiume Letone nel quale nascono il pesce branzino, l’orata, un gran numero di anguille e quelle chiamate regali, le quali sono il 50% più grandi di quelle provenienti dalla Macedonia e dal lago  di Cope; tutto il suo alveo è pieno di vari pesci. Poiché la κινάρα in questi luoghi cresce rapidamente pure tutti i soldati che ci accompagnavano dopo averla raccolta la utilizzarono come cibo e ce la portarono dopo averle strappato le spine. Io conosco pure un’isola chiamata Κίναρος (leggi Chinaros), ricordata da Semo”5.

La conclusione che si trae dalla lettura è che per Ateneo, come da lui espressamente dichiarato, κάρδος, κάκτοs e κυνάρα sono sinonimi. Ne prendo atto, ma non posso certo, sul piano fonetico, condividere l’affermazione, filologicamente ridicola che, siccome basta cambiare due lettere per passare da κάρδος a κάκτοs, questa è la prova che le due parole hanno lo stesso significato, anzi designano, insieme con κυνάρα e κινάρα, la stessa pianta. Non mi convince neppure l’ipotesi citata di Didimo circa l’identificazione della spina κύναρος di Sofocke con il κυνόσβατος6 che, in base alla descrizione, pure essa riportata, di Teofrasto, mi sembra corrispondere più alla rosa canina (nella foto) che a qualche specie di cardo o di carciofo selvatico.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rosa_canina_02_(Parco_dei_Nebrodi).JPG.JPG
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rosa_canina_02_(Parco_dei_Nebrodi).JPG.JPG

Prima di passare agli autori latini mi soffermo un po’ per ricordare, a proposito di κάκτοs, che pittore del cactus è la locuzione convenzionalmente usata per indicare un anonimo ceramografo attico del VI secolo a. C., autore della decorazione di alcuni vasi a vernice nera in cui appaiono tra palmette steli muniti di foglie con aculei in cima.  Madre di tale denominazione (the cactus painter) fu l’archeologa Caroline  Henriette Emilie Haspels (1894-1980) in Attic Black Figured-Lekythoi , E. De Boccard, Parigi, 1936 . La denominazione è rimasta costantemente immutata nel tempo anche nel testo integrativo, molto recente, di Thomas Mannack Haspels Addenda : additional references to C.H.E. Haspels Attic black-figured Lekythoi, Oxford University the Press for the British Academy, 2006. Quanto sto per dire è emblematico del fenomeno di cui ho parlato nel recente post Attenti alla rete!, costituito da certe affermazioni frettolose che diventano pericolosissime per la rapidità con cui i nuovi mezzi di comunicazione, rete in primis, le diffondono. Questa volta l’incidente riguarda addirittura l’Enciclopedia Treccani che nel suo sito alla voce relativa (http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/pittore-del-cactus/) riporta quanto segue: Ceramografo attico, al quale fu dato questo nome dalla Haspels, che interpretò come rami o “pale” di cactus gli steli muniti di foglie, con aculei in cima, che compaiono tra le palmette della decorazione dei vasi dipinti a figure nere attribuitigli. Ma la forma di questi steli ricorda molto più le infiorescenze dei cardi, comunissimi in Grecia, che le foglie di un cactus (a parte il fatto che tali piante, importate dall’America, erano ignote all’antichità).

La voce risulta curata da S. Stucchi e non è altro che la riproduzione della scheda presente in EAA, II, 1959, pag. 248 (nelle foto che seguono la scheda e il dettaglio del vaso).

c1

 

c2

 

S. Stucchi, prima di contestare con affermazioni apparentemente incontrovertibili la creazione onomastica della Haspels, non si è lasciato minimamente sfiorare la mente dall’idea che era molto difficile che un’archeologa (di quei tempi, e non intendo dire solo che era nata ventotto anni prima di lui …) non fosse al corrente dell’origine americana del cactus e che fosse impossibile che essa non conoscesse il greco e il latino. Sorprende pure che non abbia pensato che la parola cactus ad indicare il genere appartiene, com’è norma, al latino scientifico, dunque una formazione moderna modellata su una parola antica, nel nostro caso cactus, a sua volta dal greco κάκτοs in cui, come abbiamo visto, la parola designa una pianta spinosa di problematica identificazione. Addirittura in Plinio la voce compare nella forma cactos che è l’esatta trascrizione della voce greca: Il cactus inoltre nasce solo in Sicilia ed è di una specie particolare: i suoi gambi vanno per terra, emessi dalla radice, con la foglia larga e spinosa. I gambi si chiamano cacti, si mangiano volentieri anche quando sono invecchiati. Hanno un solo gambo diritto che si chiama pternica, che ha la stessa gradevolezza, ma non invecchia. Il suo seme è con quella lanugine che si chiama pappo; tolto questo e la corteccia si trova una parte tenera simile al cervello della palma, chiamata ascalia7.

Come si fa a non capire che il cactus della Haspels è proprio quello pliniano e che, dunque, la voce è usata nel significato che esso assume in latino e prima ancora in greco? Si fa, si fa questo ed altro quando, pur essendo Sandro (almeno così credo debba sciogliersi la S. che compare nella firma in calce) Stucchi,  si presume di poter cogliere gli altri in fallo trascurando o ignorando, volutamente o no, le fonti. E, a proposito di fallo, non posso non concludere questa parte con una battuta: per contestare il pittore del cactus S. Stucchi ha finito per rimediare la figura del contestatore del ca…ctus.

Sarebbe come se uno studioso del XXV secolo , parlando di un edificio risalente a tre secoli prima, si esprimesse così: la fabbrica presenta un architrave in cemento armato; sarebbe obbligato a farlo solo se ai suoi tempi accanto agli architravi virtuali (tra quattrocento anni si sarà pure trovato il modo se non di vincere almeno di modulare la forza di gravità …) e a quelli in cemento armato si fosse conservata memoria della tecnica di costruzione e, dunque, di una sua possibile realizzazione, di un architrave in muratura.

Purtroppo anche Sandro Stucchi è morto (nel 1991); così né la Haspel può ringraziarmi di averla difesa né lo Stucchi difendersi ed eventualmente contrattaccare. Perciò, se qualcuno può o vuole intervenire sull’argomento, lo faccia tempestivamente, prima che mi trovi nella loro stessa condizione…

Pochi minuti fa ho appreso che il leccese Massimo Bray è stato nominato nel fresco fresco governo Letta ministro per i Beni culturali. Sono un ingenuo a sperare che egli, da leccese, ma soprattutto come ex direttore editoriale della Treccani, se avrà il tempo di leggere questo post e di far fare i dovuti controlli, nel caso in cui quanto ho scritto non fosse campato in aria, ci metta una pezza?

Mi auguro che la mia speranza non sia fantascientifica e, nell’attesa, ritorno al passato con gli autori latini. (CONTINUA)

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1 Oltre alla specie vegetale indicava pure uno strumento di tortura, in pratica un pettine con i denti di ferro acuminati, più o meno simile a quello che poi sarebbe stato usato per cardare la lana (in origine, come si dirà, questa operazione era fatta dai lanaioli utilizzando proprio le inflorescenze seccate di un tipo di cardo).

2 Tutti i codici recano σκόλιον (leggi scolion) che però è il nome di un canto conviviale. Mi sembra perciò più che giustificato emendare σκόλιον con σκόλυμον (leggi scòliumon), accusativo di σκόλυμος (leggi scoliumos), da cui è derivato il pliniano scòlymos che, regolarizzato in scòlymus, è stato utilizzato come componente del nome scientifico del carciofo (Cynara cardunculus scolymus L.) e di parecchie specie di cardi selvatici (nelle foto lo Scolymus hispanicus L. e lo Scolymus grandiflorus Desf.).

immagini tratte da http://www.actaplantarum.org/
immagini tratte da http://www.actaplantarum.org/

 

3 Rendo così ἀτράκτυλον, voce assente nei vocabolari del greco antico ma che considero variante della registrata  ἀτρακτυλ(λ)ίς/ἀτρακτυλ(λ)ίδος (da ἄτρακτος=freccia), tradotta con cardo spinoso.

4 L’originale ὀνόπορδον (leggi onòpordon, formato da ὄνος=asino+la radice di πέρδομαι=fare peti), tradotto alla lettera significa scorreggia d’asino.

5 I deipnosofisti, II, 82-84: Κινάρα. ταύτην Σοφοκλῆς ἐν Κολχίσι κυνάραν καλεῖ, ἐν δὲ Φοίνικι· ‘κύναρος ἄκανθα πάντα πληθύει γύην’. Ἑκαταῖος δ᾽ ὁ Μιλήσιος ἐν Ἀσίας περιηγήσει, εἰ γνήσιον τοῦ συγγραφέως τὸ βιβλίον Καλλίμαχος γὰρ Νησιώτου αὐτὸ ἀναγράφει, ὅστις οὖν ἐστιν ὁ ποιήσας, λέγει οὕτως· ‘περὶ τὴν Ὑρκανίην θάλασσαν καλεομένην οὔρεα ὑψηλὰ καὶ δασέα ὕλῃσιν, ἐπὶ δὲ τοῖσιν οὔρεσιν ἄκανθα κυνάρα’. Καὶ ἑξῆς’· ‘Πάρθων πρὸς ἥλιον ἀνίσχοντα Χοράσμιοι οἰκοῦσι γῆν, ἔχοντες καὶ πεδία καὶ οὔρεα, ἐν δὲ τοῖσιν οὔρεσι δένδρεα ἔνι ἄγρια, ἄκανθα κυνάρα, ἰτέα, μυρίκη’. Καὶ περὶ τὸν Ἰνδὸν δέ φησι ποταμὸν γίνεσθαι τὴν κυνάραν. Καὶ Σκύλαξ δὲ ἢ Πολέμων γράφει· ‘εἶναι δὲ τὴν γῆν ὑδρηλὴν κρήνῃσι καὶ ὀχετοῖσιν, ἐν δὲ τοῖς οὔρεσι πέφυκε κυνάρα καὶ βοτάνη ἄλλη’. Καὶ ἐν τοῖς ἑξῆς ἐντεῦθεν δὲ ὄρος παρέτεινε τοῦ ποταμοῦ τοῦ Ἰνδοῦ καὶ ἔνθεν καὶ ἔνθεν ὑψηλόν τε καὶ δασὺ ἀγρίῃ ὕλῃ καὶ ἀκάνθῃ κυνάρᾳ’. Δίδυμος δ᾽ ὁ γραμματικὸς ἐξηγούμενος παρὰ τῷ Σοφοκλεῖ τὸ κύναρος ἄκανθα· ‘μήποτε, φησί, τὴν κυνόσβατον λέγει διὰ τὸ ἀκανθῶδες καὶ τραχὺ εἶναι τὸ φυτόν. Καὶ γάρ ἡ Πυθία ξυλίνην κύνα αὐτὸ εἶπεν, καὶ ὁ Λοκρὸς χρησμὸν λαβὼν ἐκεῖ πόλιν οἰκίζειν ὅπου ἂν ὑπὸ ξυλίνης κυνὸς δηχθῇ, καταμυχθεὶς τὴν κνήμην ὑπὸ κυνοσβάτου ἔκτισε τὴν πόλιν’ ‘ ἐστὶ δὲ ὁ κυνόσβατος μεταξὺ θάμνου καὶ δένδρου,’ ὥς φησι Θεόφραστος, ‘καὶ τὸν καρπὸν ἔχει ἐρυθρόν, παραπλήσιον τῇ ῥοιᾷ, ἔχει δὲ καὶ τὸ φύλλον ἀγνῶδες’. Φαινίας δ᾽ ἐν ε᾽ περὶ φυτῶν κάκτον Σικελικήν τινα καλεῖ, ἀκανθῶδες φυτόν, ὡς καὶ Θεόφραστος ἐν ἕκτῳ περὶ φυτῶν· ‘ἡ δὲ κάκτος καλουμένη περὶ Σικελίαν μόνον, ἐν τῇ Ἑλλάδι δ᾽ οὐκ ἔστι. Ἀφίησι δ᾽ εὐθὺς ἀπὸ τῆς ῥίζης καυλοὺς ἐπιγείους, τὸ δὲ φύλλον ἔχει πλατὺ καὶ ἀκανθῶδες, καυλοὺς δὲ τοὺς καλουμένους κάκτους. Ἐδώδιμοι δ᾽ εἰσὶ περιλεπόμενοι καὶ μικρὸν ὑπόπικροι, καὶ ἀποθησαυρίζουσιν αὐτοὺς ἐν ἅλμῃ. Ἕτερον δὲ καυλὸν ὀρθὸν ἀφίησιν, ὃν καλοῦσι πτέρνικα, καὶ τοῦτον ἐδώδιμον. Τὸ δὲ περικάρπιον ἀφαιρεθέντων τῶν παππωδῶν ἐμφερὲς τῷ τοῦ φοίνικος ἐγκεφάλῳ, ἐδώδιμον καὶ τοῦτο, καλοῦσι δ᾽ αὐτὸ ἀσκάληρον’. Τίς δὲ τούτοις οὐχὶ πειθόμενος θαρρῶν ἂν εἴποι τὴν κάκτον εἶναι ταύτην τὴν ὑπὸ Ῥωμαίων μὲν καλουμένην κάρδον, οὐ μακράν, ὄντων τῆς Σικελίας, περιφανῶς δ᾽ ὑπὸ τῶν Ἑλλήνων κινάραν ὀνομαζομένην. Ἀλλαγῇ γὰρ δύο γραμμάτων κάρδος καὶ κάκτος ταὐτὸν ἂν εἴη. Σαφῶς δ᾽ ἡμᾶς διδάσκει καὶ Ἐπίχαρμος μετὰ τῶν ἐδωδίμων λαχάνων καὶ τὴν κάκτον καταλέγων οὕτως· ‘μήκων, μάραθα τραχέες τε κάκτοι. Τοῖς ἄλλοις μὲν φαγεῖν ἐντὶ λαχάνοις’, εἶτα προιών· ‘αἲ κά τις ἐκτρίψας καλῶς παρατιθῇ νιν, ἁδὺς ἐστ᾽ αὐτὸς δ᾽ ἐφ᾽ αὑτοῦ χαιρέτω, θρίδακας, ἐλάταν, σχῖνον, ῥαφανίδας, κάκτους’. Καὶ πάλιν· ‘ὁ δέ τις ἀγρόθεν ἔοικε μάραθα καὶ κάκτους φέρειν, ἴφυον, λάπαθον, ὀτόστυλλον, σκόλιον, σερίδα, ἀτράκτυλον, πτέριν, κάκτον, ὀνόπορδον’. Καὶ Φιλίτας ὁ Κῷος· ‘γηρύσαιτο δὲ νεβρὸς ἀπὸ ψυχὴν ὀλέσασα, ὀξείης κάκτου τύμμα φυλαξαμένη’.Ἀλλὰ μὴν καὶ κινάραν ὠνόμασε παραπλησίως ἡμῖν Σώπατρος ὁ Πάφιος γεγονὼς τοῖς χρόνοις κατ᾽ Ἀλέξανδρον τὸν Φιλίππου, ἐπιβιοὺς δὲ καὶ ἕως τοῦ δευτέρου τῆς Αἰγύπτου βασιλέως, ὡς αὐτὸς ἐμφανίζει ἔν τινι τῶν συγγραμμάτων αὑτοῦ. Πτολεμαῖος δ᾽ ὁ Εὐεργέτης βασιλεὺς Αἰγύπτου, εἷς ὢν τῶν Ἀριστάρχου τοῦ γραμματικοῦ μαθητῶν, ἐν δευτέρῳ ὑπομνημάτων γράφει οὕτως· ‘ περὶ Βερενίκην τῆς Λιβύης Λήθων ποτάμιον, ἐν ᾧ γίνεται ἰχθὺς λάβραξ καὶ χρύσοφρυς καὶ ἐγχέλεων πλῆθος καὶ τῶν καλουμένων βασιλικῶν, αἳ τῶν τε ἐκ Μακεδονίας καὶ τῆς Κωπαίδος λίμνης τὸ μέγεθός εἰσιν ἡμιόλιαι, πᾶν τε τὸ ῥεῖθρον αὐτοῦ ἰχθύων ποικίλων ἐστὶ πλῆρες. Πολλῆς δ᾽ ἐν τοῖς τόποις κινάρας φυομένης οἵ τε συνακολουθοῦντες ἡμῖν στρατιῶται πάντες δρεπόμενοι σίτῳ ἐχρῶντο καὶ ἡμῖν προσέφερον, ψιλοῦντες τῶν ἀκανθῶν’. Οἶδα δὲ καὶ Κίναρον καλουμένην νῆσον, ἧς μνημονεύει Σῆμος.

6 Composto da κυνός [leggi chiunòs, genitivo di κύων (leggi chiùon)=cane)+βάτος (leggi batos)=rovo]; alla lettera, dunque, rovo di cane, con riferimento alla forma delle spine che ricordano i denti dell’animale. Non è da escludersi, al di là dell’identificazione reciproca tra κυνόσβατος e κυνάρα/κινάρα che pure nell’etimo di quest’ultima coppia abbia un ruolo il cane. In rete e non solo è ricorrente il riferimento ad una Cinara dai capelli color cenere  amata da Giove e da lui, non corrisposto, tramutata in carciofo. Nel recente post Attenti alla rete! (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/27/attenti-alla-rete/ ) credo di aver tracciato una convincente ricostruzione di quest’invenzione.

7 Naturalis historia, XXI, 57: Et cactos quoque in Sicilia tantum nascitur, suae proprietatis et ipse: in terra serpunt caules, a radice emissi, lato folio et spinoso. Caules vocant cactos, nec fastidiunt in cibis, inveteratos quoque. Unum caulem rectum habent, quem vocant pternica, eiusdem suavitatis, sed vetustatis impatientem. Semen ei lanuginis, quam pappon vocant: quo detracto et cortice, teneritas similis cerebro palmae est; vocant ascalian.

 

Le vongole nella cucina del Salento

di Massimo Vaglio

Le vongole, il plurale si impone in quanto sono diverse le specie che vengono genericamente, commercialmente così denominate, sono dei molluschi bivalvi che vivono sprofondati nella sabbia o in particolari tipologie di fanghi marini. Sono animali filtratori, ovvero, che si nutrono filtrando le particelle sospese nell’acqua o depositate nel fondale; tale nutrimento, è costituito principalmente da alghe unicellulari ossia dal cosiddetto fitoplancton. Allo scopo, la natura le ha dotate di un perfetto, quanto funzionale meccanismo di cilia vibratili collegate con due sifoni, uno inalante e l’antro esalante, il volume d’acqua che attraversa ogni giorno il corpo di ogni singolo animale è sorprendentemente grande.

Nei mari pugliesi sono presenti anche quasi tutte le specie di vongola che vivono nel mediterraneo, fra queste, la fatidica vongola verace Venerupis decussata della quale però il quantitativo pescato non è sufficiente a coprire la grande richiesta di mercato che invece viene compensata da altre specie di vongola quale la Chamelea gallina più conosciuta dagli esperti come lupino o ancora più di sovente con la Tapes philippinarum, ovvero con la cosiddetta vongola filippina, una specie alloctona (di origine asiatica) da qualche decennio perfettamente acclimatatasi nelle acque costiere e nelle lagune dell’Alto Adriatico ove viene ampiamente sfruttata sia con il prelievo dai banchi naturali, sia con l’allevamento, praticato intensivamente.

Le vongole (o lupini che dir si vogliano) della specie Chamelea gallina, sono invece presenti nei fondali sabbiosi dell’Adriatico pugliese in enormi stock e la

Attenti alla rete!

di Armando Polito

* Prima mollami quel sarago!
* Prima mollami quel sarago!

Come una corda può salvare una vita che corre seri pericoli in fondo ad un pozzo ma anche sancirne la fine con un’esecuzione capitale per impiccagione, così la rete rappresenta la fine per i pesci ma la salvezza per l’acrobata  cui è fallita una presa nel corso di un esercizio. Internet, la rete metaforica, non si sottrae a questa legge che condanna all’ambiguità qualsiasi invenzione umana: strumento potentissimo per la diffusione planetaria della conoscenza come, in termini spaziali e temporali enormemente più ridotti, lo fu l’invenzione della stampa, ma allo stesso tempo catalizzatore della fandonia spacciata per verità.

Chi vuole conoscere e lavorare oggi è obbligato a servirsene, come è impensabile che un ingegnere, un avvocato, un medico, oserei dire chiunque, possa fare a meno, in generale, del pc: sarebbe inevitabilmente tagliato fuori, perché l’intelligenza artificiale, per quanto idiota, con la sua velocità consente ad altri, magari meno intelligenti di lui, di ottenere lo stesso risultato in tempi enormemente più ridotti; e la rete un accesso alle fonti e in qualche caso una ricerca al loro interno, la cui esecuzione fisicamente personale in passato avrebbe richiesto spostamenti e tempi lunghissimi.

Io stesso non avrei potuto scrivere la stragrande maggioranza dei posts pubblicati su questo sito se non fossi stato in grado di utilizzare il pc e accedere alla rete per la ricerca delle fonti e non solo. Ho un’esperienza più che ventennale in questo campo e ne ho viste di cotte e di crude. Non è mancata l’occasione di rilevare anche in testi del passato lo sport, oggi imperante, del copia-incolla, grazie al quale tutti possono fregiarsi del titolo di “creatori testuali”, anticamera di un’eventuale pubblicazione a stampa grazie alla quale consegnare al tempo il proprio nome, perché, si sa, neppure le memorie a stato solido sono, come tutte le cose di questo mondo, totalmente affidabili e se è vero che verba volant, scripta manent è ancora più vero che verba volant, scripta in cartha impressa manent …

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: se qualche volta nella vita non guasta derogare a questo principio, in rete non bisogna farlo mai e tutto va accettato con beneficio d’inventario.

Vi racconto a tal proposito un’esperienza fresca fresca. Nell’ambito di un mio lavoro sul cardo e sul carciofo in fase avanzata di realizzazione mi sono imbattuto nella serie di informazioni che qui riporto:

1) La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente si trattava di selvatico. A quanto sembra le si attribuivano poteri afrodisiaci, e prende il nome da una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata da questi in carciofo. (http://it.wikipedia.org/wiki/Cynara_scolymus)

2) Nella mitologia si narra della bellissima ninfa Cynara, chiamata così a causa dei suoi capelli color cenere aveva gli occhi verdi e viola, era alta e snella: una bellezza mozzafiato, ma orgogliosa e volubile! Zeus se ne innamorò perdutamente, non corrisposto; stufo e sconsolato, in un momento d’ira, trasformò Cynara in un carciofo verde e spinoso come il carattere dell’amata. (http://www.tanogabo.it/Cynara.htm)

Dal n. 1 abbiamo solo la scarna certificazione che Cynara era una ragazza; il dettaglio non è, comunque, da trascurare , dal momento che Giove, come sappiamo, tra l’altro, licenziò la coppiera (solo?) Ebe sostituita da Ganimede, del quale il re degli dei si era invaghito. Nel n. 2 Cinara appare come una ragazza che non solo non viene sedotta ma addirittura manda a quel paese il bavoso e vecchio (im)potente di turno (altri tempi …); in più si viene a sapere, fra l’altro, che aveva i capelli color cenere.

3) Una leggenda greca narra che Zeus (re degli dei) si innamorò della ninfa Cynara. Le ninfe erano considerate delle divinità minori legate alla natura, superiori agli uomini ma inferiori agli dei. Esse vivevano nelle acque dei laghi o dei fiumi, tra le montagne, nei boschi o in ogni altro luogo della natura. Tra loro vi era anche la bellissima Cyrana (sic!, forse invece di un aggraziato nasino aveva un prominente cannocchiale … ). Ella aveva un volto luminoso dalla pelle rosata e occhi verdi dalle rarissime sfumature viola. Un corpo snello e proporzionato e un portamento elegante e flessuoso. I suoi lunghi capelli erano color cenere e proprio per questo le era stato dato il nome di Cynara (che significava appunto cenere). Pur avendo un animo buono e un cuore gentile Cynara era una fanciulla orgogliosa e volubile. Così quando Zeus cominciò a farle la corte, lei lo rifiutò. Naturalmente Zeus non si diede per vinto e accolse il rifiuto come un invito ad insistere. Dopo numerosi tentativi comprese però che Cynara non avrebbe mai ceduto alle sue lusinghe e naturalmente si arrabbiò. Zeus riteneva inaccettabile che una ninfa rifiutasse il corteggiamento del re degli dei, perciò in un moto d’ira decise di trasformare la fanciulla in un vegetale che in qualche modo le assomigliasse. Avrebbe dovuto essere verde, spinoso e rigido all’esterno, come era stato il carattere orgoglioso e volubile di Cynara, ma dentro doveva custodire un cuore tenero e dolce, come l’animo della ragazza, e doveva avere un colore viola, come i suoi occhi. Nacque così il carciofo. Di tale mito non si rileva traccia ufficiale nei maggiori autori antichi e pare che le origine del carciofo affondino le proprie radici ben prima di quando non sia collocata la nostra leggenda. Sembra infatti, che prima di giungere nell’antica Grecia la pianta abbia fatto un lungo viaggio partendo dall’Africa. Il suo nome scientifico è Cynara Scolymus e il suo antenato è il cardo. L’odierno nome del carciofo, infine deriva dalla parola araba Harsciof o Al-Kharshuf che significa spina di terra e pianta che punge. (tratta dalla rivista Il Messaggero) (http://www.donneinsieme-genova.it/IlCarciofo.htm)

Mi dispiace che qui non compaia il nome dell’articolista e di non potermi congratulare, Cyrana a parte, con lui per aver detto che di tale mito non si rileva traccia ufficiale nei maggiori autori antichi ; evidentemente è l’unico che ha fatto un controllo in tal senso perché anche una mia indagine, comprendente gli autori antichi non solo maggiori, ha dato lo stesso esito.

4) Il carciofo è femmina. Così almeno dice la mitologia che racconta di una fanciulla di nome Cynara, follemente amata da Giove. La bella ninfa, dal carattere decisamente spinoso, osò rifiutare le avances dell’olimpico sciupafemmine che si vendicò trasformando l’oggetto del suo desiderio in un carciofo. (articolo di Marino Niola tratto da la Repubblica, senza data; http://cucina.temi.kataweb.it/ninfa-e-guerriero-un-ortaggio-bisex/)

Con Marino Niola, per quanto detto al punto precedente, non posso congratularmi. Registro solo l’esito dell’incontro: Il Messaggerola Repubblica 1-0.

5) Autres par metamorphose d’hommes et femmes de nom semblable: comme dafné, c’est laurier, de Daphné; myrte, de Myrsine; pitys de Pytis; Cynare, c’est artichault; Narcisse, saphran, smilax, et aultres. [François Rabelais (XVI secolo), Gargantua et Pantagruel, III, 50, testo tratto dal tomo quinto delle opere nell’edizione Dalibon, Parigi, 1823,  pag. 269, 270; la traduzione che segue è mia: Altre (piante prendono il nome) dalla trasformazione di uomini e donne dallo stesso nome: come dafne, cioè alloro, da Dafne; mirto da Mirsine; pitys da Pitys; Cinara, cioè il carciofo; Narciso, saphran (zafferano), smilax (salsapariglia) ed altre].

Credo di aver individuato proprio in Rabelais l’autore della favoletta di Cinara, che, dunque, sarebbe di formazione moderna. A tal proposito invito il lettore a considerare l’abile ma ambigua scelta espressiva dell’autore francese che per l’origine di mirte e di pitys dai nomi propri scomoda la preposizione de, cosa che non succede per Cinara. Secondo me non è casuale il fatto che proprio il terzo libro sia quello in cui sono messi in ridicolo i saperi codificati e gli stereotipi; così in mezzo a personaggi mitici tradizionali (Dafne1, Mirsine2, Pitys3, Narciso4, Smilace5) Rabelais infila i fittizi Cinara e Saphran. Per quest’ultimo, in particolare, l’operazione viene effettuata confondendo forma e sostanza e sfruttando la contiguità anche sentimentale della voce successiva (smilax). Mi spiego meglio: saphran non è altro che la trascrizione dell’arabo za῾farān (da cui anche l’italiano zafferano), mentre il nome del personaggio mitologico era Croco e per la sua storia d’amore con Smilace rimando alla nota 12 del post al link http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/08/lasparago-e-la-salsapariglia/

6) Il nome Cynara (più esatto Cinara) deriva, secondo Columella, dalla consuetudine di concimare questa pianta con la cenere «a cinere». Al tempo del Basso Impero i traduttori cambiarono l’ortografia latina cinara in cynara, dal greco κίναρα o κύναρα nome comune a varie piante spinose, compresa la Rosa canina da κύων-κυνός=cane. Secondo alcuni AA. Cinara, nome di una giovane cambiata in carciofo. (Renzo Benigni, Piante medicinali: chimica, farmacologia e terapia, Inverni e Della Beffa, 1962, pag. 235)

Ė vero che l’editore è Inverni e Della Beffa ma l’autore, anche se non si chiama Roberto, avrebbe potuto almeno fare onore al suo cognome evitando un incidente nel quale mai sarebbe potuto incorrere il suo omonimo nel commentare, non dico su lettura, ma, addirittura su citazione a memoria, un passo di Dante.

Riporto integralmente il brano di Columella, autore del I secolo,  (De re rustica, XI, 28), perché il lettore si renda immediatamente conto della mostruosità dell’affermazione: Cinarae subolem melius per autumni aequinoctium disponemus; semen commodius circa Kalendas Martias seremus, eiusque plantam ante Kalendas Novembres deprimemus et multo cinere stercorabimus. Id enim genus stercoris huic holeri videtur aptissimum.

Con la traduzione che segue (è la mia ma sfido chiunque a muoverle l’accusa di infedeltà rispetto all’originale) lascio al lettore giudicare se Columella ha inteso avanzare proposta etimologica di sorta: Pianteremo il pollone della cinara meglio nel corso dell’equinozio d’autunno [23 settembre]; interreremo il seme più opportunamente intorno all’ 1 marzo e trapianteremo la sua pianta prima dell’1 novembre e la concimeremo con molta cenere. Questo tipo di concime sembra adattissimo a questo ortaggio.

A parte tutto, dove sta nel testo originale la locuzione «a cinere»? Di fronte a tanto appare addirittura veniale l’errore di accento (κίναρα o κύναρα invece di κινάρα o κυνάρα).

7) Tra gli ortaggi il cardo è spesso presente nella cucina meridionale, il carciofo è entrato addirittura nella mitologia con la ninfa Cinara, tramutata in carciofo da Zeus per gelosia. (Fausto Cantarelli, I tempi alimentari del Mediterraneo, Angeli, Milano, 2005, pag. 121)

8) Il nome latino, Cynara scolymus, fu scelto da Linneo in base a due caratteristiche peculiari: il riflesso cinereo delle foglie, da cui il nome del genere, e la spinosità di foglie e brattee, da cui quello della specie. (Frutta e ortaggi in Italia, Touring Club Italiano, Milano, 2005, pag. 56)

Nonostante la serietà scientifica che in genere contraddistingue le edizioni del Touring, debbo osservare che Linneo scelse Cýnara perché la voce κυνάρα (di cui cýnara è la fedele trascrizione latina; lo spostamento, normalissimo, dell’accento è dovuto al fatto che nella voce  greca  –α–  è breve) è presente in autori greci anteriori a Columella [per esempio in Teofrasto (IV-III secolo a. C.), Historia plantarum, VI, 4, 10-11; in Teocrito (III secolo a. C.), Idilli, X, 4] ed a lui posteriori [per esempio  in Ateneo di Naucrati (II-III secolo), I deipnosofisti, II, 82-84]. In tutti gli autori la voce assume il significato ora di cardo ora di carciofo. Quanto al suo etimo, probabilmente è connesso con la radice κυν– di κύων/κυνός=cane (con riferimento alla forma delle spine di alcune specie di cardo e, al limite, delle stesse brattee del carciofo). Linneo, tra l’altro, conosceva troppo bene il latino per fraintendere il passo di Columella e, oltretutto, visto che la voce è di origine greca, non c’è cenere che tenga perché in greco cenere fa κόνις/κόνεωϛ e la fonetica non è un optional …

Linneo, poi scelse scòlymus regolarizzando lo scòlymos presente in Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, XXI, 56 e XXII, 43; scòlymos è trascrizione del greco σκόλυμος attestato già in Esiodo (VIII-VII secolo a. C.), Le opere e i giorni, 582) ad indicare un tipo di cardo. Che poi σκόλυμος sia connesso con σκώλος=spina, questo sì, è plausibile.

9) Già conosciuti da Greci e Romani, cardi e carciofi non erano però le stesse verdure che coltiviamo e mangiamo oggi, ma varietà diverse a cui si attribuivano poteri afrodisiaci. Cynara, infatti, sarebbe stato il nome di una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata in questa pianta. (Ciro Vestita, Coltiviamo la salute, Giunti, Firenze, 2010, pag. 265)

10) La mitologia è ricca di numerosi riferimenti che rimandano al cibo. Che dire di Cynara, la bella fanciulla che osò rifiutare la corte di Zeus e che fu da questi trasformata, per punizione, in un carciofo? [(A cura di) Ignazio Senatore,  I disturbi del comportamento alimentare, Angeli, Milano, 2013, pag. 7]

Concludendo: la favola di Cinara, pur caruccia, non esiste nella realtà ma è il frutto di superfetazioni stratificatesi nel tempo con la contaminazione di maldestre (stavo per dire criminali) interpretazioni di passi antichi innestati sull’invenzione del furbissimo (per via di quel de mancante) Rabelais.

Ecco la traduzione che di quel passo fa Gildo Passini nell’edizione Newton Compton, Milano, 2012, s. p.:

Altre piante derivano il nome dalle metamorfosi di uomini e donne che avevano quel nome, come dafne, l’alloro, da Dafne; mirto da Mirsina; pitys da Pitys; cinara, il carciofo, da Cynara; così narciso, zafferano, smilax ecc.

Insomma, bisogna fare i conti  anche con le traduzioni, che non possono certo andare troppo per il sottile; ma non sempre la traduzione formalmente ineccepibile e che quasi mai coincide con quella letterale è rispettosa del vero e completo pensiero, magari equivocamente espresso, dell’autore del testo originale.

Ma questo è un altro discorso sul quale avrò occasione di tornare. Per ora, attenti alla rete!

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/28/lalloro-nel-mito-nella-storia-nellarte-e-in-una-sorpresa-finale/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/07/il-mirto-o-mortella-tra-le-essenze-fondamentali-della-macchia-mediterranea/

3 Pitys (il pino) era una ninfa, naturalmente bellissima, amata da Pan e da Borea, che da lei era prediletto. Pan per gelosia gettò Pitys contro una rupe uccidendola ma gli dei impietositi la mutarono in pino, sicché ogni volta che Borea (la tramontana) soffiava tra i suoi rami la pianta piangeva e le sue lacrime pendevano dai rami in limpide gocce. Il mito è in Longo Sofista (II-III secolo d. C.), Dafni e Cloe, I, 27.

4 Narciso era un giovane bellissimo e vanitoso che, per aver respinto Eco, per punizione di Nemesi s’innamorò di se stesso il giorno in cui vide la sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua; comprendendo che quell’amore non poteva essere corrisposto, si lasciò morire. La versione più nota, ma non la più antica, del mito è in Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Metamorfosi, III, 339-519.

5 Per il mito di Smilace e delle relative fonti vedi nel testo il link alla fine del periodo.

 

Una vignetta al giorno

di Armando Polito

Forse sarebbe il momento di cambiare in Contropubblicità (che non significa pubblicità regresso, anzi, secondo me è l’unica pubblicità progresso ) il titolo di quella destinata ad essere, se ci sarà gradimento, un’interminabile serie. Se poi qualcuno dovesse obiettarmi che tutto questo ha poco a che fare col Salento gli potrei agevolmente rispondere che la cultura (intesa anche nel valore etimologico della voce  che nel fenomeno del gioco trova, purtroppo, la conferma più degradante del suo significato di base che muove dall’idea di coltivare, curare) non ha confini territoriali e che una Fondazione degna di rispetto (e credo che questa che ospita i miei posts lo sia), a differenza di tanti messaggi pubblicitari, ha bandito la parola fondelli dal suo vocabolario …

Allora: questa mattina, aprendo la mia mail libero, ho visto scorrere a sinistra della schermata (non c’è nessuna motivazione politica, dipende solo dal fatto che siamo abituati a leggere da sinistra a destra …) la serie di  immagini (per chi sa parlare slideshow …) che vi propongo di seguito, una per una, con la mia rivisitazione.

gioco 1

gioco 2

gioco 3

 

 

gioco 4

Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (II parte)

di Massimo Negro

 

Nello spostarsi con lo sguardo da una parete all’altra della magnifica piccola chiesa di Santo Stefano a Soleto, occorre abituare la vista per non rimanere frastornati. Come quando si ha l’impudenza di guardare il sole. Solo che in questo caso di lucenti e calde stelle che ti illuminano non ve n’è una sola. Non rischiano di far danno alla vista, bensì di inebriarti con i loro caldi colori.

Sono tante! Tante quanti sono i riquadrati di varia grandezza che raccontano della storia del Cristo, le immagini dei Santi e della Vergine. Ti scaldano e ti riempiono l’anima di incredibili sensazioni.

Gli affreschi della parete meridionale raccontano la storia di Santo Stefano, del protomartire la cui dies natalis è il giorno successivo a quello in cui si festeggia la nascita del Cristo.

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Come scritto nella prima nota che riguarda questo splendido monumento della nostra storia e dell’arte, anche per questa parete non ho l’ardire di commentare tutti gli affreschi presenti. Sarebbe assolutamente pretenzioso da parte mia dato che non sono uno storico e un critico d’arte e, soprattutto, voglio che la presente susciti in voi il desiderio di visitare questo magnifico luogo per poter assaporare appieno la sua bellezza. Scriverò solo di ciò che più mi ha colpito tra le tante bellezze presenti.

La parete meridionale è divisa in tre sezioni (fasce) orizzontali. Le prime due, dall’alto verso il basso, raccontano della vita di Santo Stefano, mentre la terza posta in basso, presenta figure di santi e sante a grandezza naturale, così come nella parete settentrionale.

Ma ancora prima di raccontare della vita del santo attraverso gli affreschi che lo ricordano, la mia attenzione viene attirata dai primi due riquadri posti in alto a sinistra, addossati alla parete absidale.

Nel primo si notano due figure, quella di un uomo e di una donna, inginocchiate e rivolte in preghiera con lo sguardo che va verso l’Ascensione e la Visione dei Profeti Ezechiele e Daniele. A seguire vi è uno strano riquadro in cui si vede la scena di un banchetto, ove si nota  una ricca e imbandita tavolata intorno alla quale siedono diversi personaggi intenti a mangiare. In questo secondo riquadro ricompaiono, tra gli altri, nuovamente le due figure presenti nel primo riquadro. Sono alle due estremità del tavolo. L’uomo è chiaramente e più facilmente riconoscibile; ha in mano un coltello e sta tagliando una pietanza su di un piatto.

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Non è stato ad oggi possibile identificare chi sono queste due figure. Forse i committenti dell’opera o personaggi a questi legati. Di sicuro interesse, nonostante questo mistero, è quanto ci restituisce in particolare il secondo riquadro del banchetto; una sorta di spaccato di vita quotidiana dell’epoca in cui l’opera venne realizzata. Infatti l’autore dell’affresco non poteva che ispirarsi alle tavole e alle pietanze del suo tempo.

Dal terzo riquadro inizia il racconto della vita del diacono santo, infine martirizzato con la lapidazione. Le scene descritte non sono per intero riprese dagli Atti degli Apostoli, libro della Bibbia in cui si narra la storia del diacono scelto dagli Apostoli dopo la morte del Cristo. A far da fonte all’opera vi dovrebbe essere anche la Fabulosa Vita sancti Stephani protomartyris, cioè una sorta di apocrifo sulla vita di Stefano dalla sua nascita sino alla sua morte. Infatti su Stefano gli Atti raccontano solo dal momento in cui venne scelto (“uomo pieno di fede e di Spirito Santo”) dai dodici, del suo discorso al Sinedrio e infine della sua lapidazione.

Nei due riquadri successivi si racconta della nascita del diacono per poi giungere alle rappresentazioni della predicazione e dei miracoli del santo. Infatti il primo riquadro di questa serie, prima di giungere a raccontare del suo martirio, vede un Santo Stefano che predica in riva al mare, dove è ormeggiata una cocca mediterranea del primo Quattrocento sopra la quale si possono individuare diversi personaggi che si sporgono in direzione di Stefano. Come già evidenziato nella nota precedente, colpisce la contestualizzazione dei personaggi degli affreschi, in particolare per il loro vestiario, all’epoca di realizzazione dell’opera.

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Interessante, in questo riquadro, la stella presente sul capo del santo che sta a significare la luce emanante dal suo volto santo ma, al tempo stesso, ricorda la stella cometa dei De Beaux (del Balzo).

A seguire, dopo la rappresentazione di un anziano visitato da un angelo, vi sono tre riquadri molto interessanti per la storia che potrebbero raccontare. Il condizionale è d’obbligo e tra poco si comprende anche il perché. Si riferiscono all’incontro del Santo con un cavaliere. I primi due riquadri sono nella sezione in alto (gli ultimi due a destra), mentre il terzo si trova nella seconda sezione orizzontale, il primo a sinistra.

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Nel primo riquadro si vede il cavaliere in armatura dell’epoca con l’elmo ornato da una corona di gigli angioini. Con lui una serie di armigeri con lance e una lunga tromba a cui è legato uno stendardo bianco con una testa di moro. Nel riquadro successivo si nota come il cavaliere, pur rimanendo inginocchiato e a mani giunte, volge il suo sguardo verso il Santo, il quale sembra impartirgli una serie di istruzioni e raccomandazioni.

Infine nel terzo riquadro, il cavaliere si è spogliato della sua armatura e dell’elmo, e riceve il battesimo da Stefano.

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Questi tre riquadri fanno sorgere alcune domande. Intanto di questa conversione e battesimo pare che non vi sia traccia nei racconti della vita del santo a cui è titolata la chiesa. Episodio simile invece si può rintracciare nella storia del martire Filippo, la cui storia negli Atti degli Apostoli è raccontata subito dopo quella di Stefano. Infatti si fa menzione dell’incontro e discussione con un eunuco etiope, un alto funzionario della regina Candace, regina di Etiopia. Ipotesi rafforzata sia dalla carnagione del neo catecumeno (scura, come si può be notare nel terzo riquadro), sia dalla presenza sullo stendardo bianco di una testa di moro con la quale venivano rappresentati coloro che provenivano dall’oriente o dal continente africano.

E proprio la carnagione del personaggio e il suo essere rappresentato come proveniente da terre lontane, ha dato vita ad un’altra interpretazione suggestiva. Che questo personaggio sia Baldassarre, uno dei Magi, a cui i Del Balzo, De Beaux, facevano risalire le loro origini? A questa domande ovviamente non vi è risposta.

I riquadri successivi sono quelli che ci conducono verso il martirio del diacono. Anche queste scene non trovano per intero il loro fondamento negli Atti, bensì in un antico testo greco in cui si narra della passione del santo.

Dapprima viene bastonato e, nei successivi riquadri malmenato.

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Poi si tenta di metterlo in croce ma, come viene raccontato nella vita del santo, giunge un angelo a strapparlo dalla croce.

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Infine viene lapidato, siamo nell’ultimo riquadro della seconda sezione. Questo è idealmente suddiviso in due parti. Nella prima a sinistra il santo viene fatto oggetto del lancio di pietre, la lapidazione.

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Nella seconda parte, si nota il corpo del santo privo di vita a terra, mentre in alto due angeli reggono la sua anima che si indirizza verso il Padre e il Figlio che compaiono in alto .

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La ricchezza dei riquadri sulle scene del martirio del santo, la ripetuta crudeltà nell’azione dei suoi carnefici, lascia supporre che questa sezione del ciclo degli affreschi possa contenere un messaggio neanche tanto velatamente antiebraico. Ipotesi rafforzata da un piccolo ma significativo particolare, oggi difficilmente individuabile, la cosidetta rotella rossa che distingueva gli ebrei e che questi erano tenuti a portare sui loro vestiti, come del resto aveva prescritto Maria d’Enghien negli Statuti di Lecce della prima metà del quattrocento.

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Nell’ultima sezione in basso si susseguono diverse figure, da sinistra verso destra compaiono il Cristo Sapienza – Verbo di Dio, Maria con il Bambino, Santo Stefano e la Crocifissione con Maria e Giovanni.

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A seguire, dopo la Crocifissione, San Giovanni Battista, Sant’Antonio Abate, San Nicola e a seguire, sulla parete occidentale, Sant’Onofrio e un rovinato San Giorgio.

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Giungiamo così alla conclusione della seconda nota e il pensiero corre già alla successiva nella quale si discorrerà sullo splendido Giudizio Universale. Ma di questo ne parleremo nella prossima.

di Massimo Negro

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Cosimo De Giorgi. La Provincia di Lecce. Bozzetti. 1888.

M. Berger – A. Jacob. La Chiesa di S. Stefano a Soleto. Argo 2007.

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Note correlate:
– Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (I parte).

http://massimonegro.wordpress.com/2013/01/21/soleto-tra-le-meraviglie-di-santo-stefano-i-parte/

Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (III e ultima parte). Il Giudizio Universale.

http://massimonegro.wordpress.com/2013/02/12/soleto-tra-le-meraviglie-di-santo-stefano-iii-e-ultima-parte-il-giudizio-universale/

Leggende del Salento. Gli scogli dannati di Leuca e le macarìe della Grecìa salentina

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Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Ogni terra ha le sue leggende.

Nascono quasi tutte dalla tradizione orale. E a generarle e perpetuarle è soprattutto il popolo, che spesso, e molto più dei dotti e dei sapienti, possiede innato il senso della fantasia, associato all’arte della suggestione e del mito.

Peraltro, come affermava Albert Einstein,“La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero: sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. E per l’abate Jacob Cristillin, “La leggenda non è poi così lontana dalla verità: essa è la storia non ancora messa a punto”. Con il pregio – si potrebbe aggiungere – che, rispetto alla storia, la leggenda ha in più l’irresistibile fascino del verosimile sul vero. Come appunto accade nei vecchi “cunti” e nelle fiabe, ma perfino in alcune cronache di tutti i giorni, che d’istinto preferiamo strabilianti e sorprendenti, quando non addirittura impossibili.

Al popolo infine, si addicono l’incredulità, la magia, il prodigio. Qualità che in qualche misura lo affrancano dalle fatiche e dai dolori della cruda realtà quotidiana, e lo proiettano in una dimensione quasi di sogno, e quindi di riscatto.

Sicché, è dalla notte dei tempi – e la notte certamente più del giorno si confà ai misteri – che le leggende sono parte significante della vita e della storia dell’uomo.

Questa dimensione fantastica è altresì particolarmente appropriata al nostro Salento, terra emarginata e tuttavia densa di movimenti, che il mai dimenticato giornalista, divulgatore ed amico Antonio Maglio, in uno ‘speciale’ sull’argomento, curato per il Quotidiano di Lecce, definì accortamente “crocevia del mondo” (e direi anche del tempo), volendo rimarcare la massiccia congerie di passaggi e presenze, sul nostro territorio, di re e imperatori, di cavalieri ed eroi, di filosofi e crociati, di poeti e monaci sapienti, che hanno stratificato indelebili ed epici segni nella nostra memoria civile.

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Affascinante – e nondimeno un po’ macabra – è la leggenda degli “scogli dannati” di Leuca.

Tutto comincia, nientemeno, che dalla mitica impresa della conquista del Vello d’oro da parte di Giasone, aiutato dagli Argonauti, e con la complicità di Medea, figlia del re della Colchide, esperta di arti occulte e dotata di poteri magici.

È noto che Medea, innamoratasi perdutamente di Giasone, lo sposò ed ebbe da lui due figli. Tuttavia, come spesso accade ai volubili eroi della mitologia greca, dopo alcuni anni Giasone s’innamorò a sua volta di Glauce, figlia del re di Corinto, con la quale si congiunse, abbandonando al proprio destino la sua vecchia sposa.

Sommossa da un furente spirito di vendetta, Medea decise allora di non lasciare a Giasone alcuna discendenza, e con l’intento di sgozzare e fare a pezzi i figlioletti, li portò con sé su una galea, fuggendo per mare.

Allorché Giasone fu informato dagli dei della terribile vicenda, si gettò precipitosamente all’inseguimento della snaturata madre, e stava quasi per raggiungerla, quando, nelle vicinanze della costa di Leuca, Medea diede compimento al suo crudele proposito: trucidò i figlioli e si liberò del lugubre carico, gettando in mare i resti dei corpi. I quali, appena toccata l’acqua, si pietrificarono e si trasformarono in scogli.

Sono appunto gli “scogli dannati” affioranti nel tratto di mare prossimo a Leuca, e precisamente vicino a punta Ristola, dai quali – come testimoniano tuttora i pescatori del luogo – nelle notti di vento e di tempesta si odono risalire vibranti gemiti e lamenti, e si intravedono convulsi movimenti di strane ombre misteriose…

 

Vere o no che siano, è un fatto che di macare e macarìe ancora oggi si parla nelle nostre contrade, e specialmente nella zona della Grecìa salentina, da Soleto a Sternatia a Zollino… Chi non ha qualcosa da raccontare, a tale proposito?

Storie, saghe, canti, filastrocche: sulle macare (o “figlie della notte” come le chiamò poeticamente Petronio) c’è un’ampia letteratura, e moltitudini di testimoni fedeli che possono giurare di averle vedute in azione, quando si riuniscono e ballano al fuoco dei falò nei loro orgiastici “sabba” sotto il magico noce, o nell’atto di attraversare i cieli nei pleniluni d’estate a cavallo di scope, rapide come fulmini, o si trasformano in gatti o volpi o uccelli notturni per spaventare e irretire i comuni mortali…

Ma la loro specializzazione sono le macarìe, le fatture.

Della più semplice e diffusa – infallibile per ritrovare l’amore perduto – vi posso perfino dare la ricetta originale, garantita dalla vecchia zia Teresina, che quand’eravamo piccoli qualche volta ci raccontava, con grave solennità, prima di addormentarci. Con l’effetto, peraltro, che noi non ci addormentavamo più, e se ci addormentavamo era una notte di sogni mirabolanti.

Allora: procuratevi una ciocca di capelli dell’amato (o amata), e un’arancia (simbolo del mondo). Con la cera di una candela accesa fate un buco al centro dell’arancia e dentro sistematevi la ciocca. Avvolgete il frutto con uno spago, e dopo avervi fatto un nodo ben stretto, appendetelo ad un bastone di legno, e finalmente conficcate aghi o spilli sulla buccia, facendo attenzione a declamare ad ogni puntura gli opportuni scongiuri e le  rituali formule magiche. Dopodiché, custodite con cura l’arancia sotto il materasso: essa diventerà un potente talismano, che in poco tempo farà tornare il desiderato (o desiderata) amante, legandolo a voi come lo spago annodato all’arancia.

Sarà infine utile chiarire un piccolo dettaglio: se non conoscete gli scongiuri e le formule magiche da recitare (che la zia Teresina conosceva a menadito, ma che io ho purtroppo dimenticato), l’unica alternativa valida è quella di rivolgervi ad una macara di professione. Con tanti auguri!

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Lecce, San Marco e la colonia veneta

San Marco

testo e foto di Giovanna Falco

 

La festa del santo di oggi è occasione utile per ricordare alcune delle testimonianze della Serenissima nel nostro capoluogo.

La nazione veneta aveva il suo centro operativo nella piazza dei Mercanti (attuale piazza Sant’Oronzo), con alcuni edifici tramandati dalle fonti: oltre all’isolato delle Capande dei mercanti veneziani (che sorgeva dove ora insiste l’ovale con lo stemma di Lecce, abbattuto tra il 1937 e il 1939), altre costruzioni sorgevano nell’area alle spalle della chiesetta di San Marco e del Sedile, che comprendeva le non più esistenti vico Luigi Cepolla[1]e via San Marco[2], dove, sulla finestra della casa del cappellano della stessa chiesa, vi era un altorilievo raffigurante il leone alato[3]. Un altro esemplare dell’emblema era apposto sul prospetto della residenza del console, ubicata nella non più esistente corte dei Ragusei[4] o nella cosiddetta Piazzella, ovvero uno spiazzo a ridosso della Regia Udienza che si apriva nell’area dell’attuale via Salvatore Trinchese.

Fu un veneziano, poi sindaco di Lecce, Pietro Mocenigo a commissionare il Sedile, realizzato tra il 1588 e il 1592[5].

San Marco 1

Ma  l’edificio che più di tutti attestava ed attesta la potenza della colonia veneta è la chiesetta di San Marco, posta a ridosso del Sedile. Nel 1543 il vescovo G.B. Castromediano concesse l’antica cappella di San Giorgio al console veneziano Giovanni Cristino, così come è attestato dall’iscrizione sull’architrave del portale laterale, che ne commissionò la ricostruzione e la consacrò a San Marco Evangelista. Per ricordare questa concessione ogni anno, il 25 aprile, si snodava una processione che portava al Vescovo di Lecce un cero di cinque libbre decorato da un nastro in oro. Sulla lunetta del portale principale è incastonato il leone alato.

La chiesa è stata attribuita a Gabriele Riccardi, così come quella di San Sebastiano in vico dei Sotterranei.

San Marco portale laterale

In passato la certezza della medesima paternità dei due edifici ha condizionato i restauri al monumento in piazza, eseguiti in epoca fascista. Antonio Edoardo Foscarini, in La chiesetta di San Marco in Lecce, riferisce l’andamento dei lavori. Nel 1930 il principe Sebastiano Apostolico Orsini, coadiuvato dall’ispettore Guglielmo Paladini e dall’ingegnere Oronzo Pellegrino, diresse i lavori di restauro. Dato il pessimo stato di degrado riscontrato sui due portali della chiesetta, gli esperti decisero di riprodurre «in calchi il portale della chiesetta di San Sebastiano e da questi si poté ricavare il modello delle due colonne laterali e del fregio»[6].

A fine Ottocento la chiesetta fu oggetto di accese discussioni. Nel 1897 si pensò di abbatterla per far spazio al Sedile, ma una vera e propria crociata condotta dal professor Cosimo De Giorgi la salvò dalla distruzione. L’illustre studioso, dalle pagine del Corriere Meridionale, s’appellò alla cittadinanza ricordando come il piccolo edificio era testimone della presenza della potente colonia veneta che aveva nella piazza dei mercanti e nei suoi pressi, il quartiere con le botteghe, l’ospedale e la sede del console. Inoltre ricordava come la cappella fosse una delle pochissime dimostrazioni incontaminate dell’arte cinquecentesca. Da qui nacque un acceso dibattito che per più di un anno riempì le pagine dei giornali locali di polemiche, in alcuni casi, abbastanza colorite. Dalle pagine della Gazzetta delle Puglie, ad esempio, si polemizzava la troppa attenzione di Cosimo De Giorgi per «una cappelluccia corrosa e di nessuna importanza architettonica, destinata – fra i tesori del patrimonio artistico di Lecce – a passar senza infamia e senza lode» (Gazzetta delle Puglie del 17 luglio 1897). Il conte di Ugento, invece, sosteneva l’inutilità dell’abbattimento, in quanto «isolando il Sedile lo avremmo imbruttito, perché il lato su cui appoggia la chiesetta, è liscio come il seno d’una signorina inglese» (Corriere Meridionale del 29 luglio 1897). Alla fine Cosimo De Giorgi fu ascoltato dalle autorità competenti e la chiesetta fu restaurata nel febbraio 1899.

Santa Maria degli Angeli

Un’ulteriore importante testimonianza della colonia a Lecce la si ritrova nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, in piazza dei Peruzzi, sul quarto altare della navata destra, sul cui fastigio si vedono due stemmi identici, posti ai lati del Leone di San Marco che tiene il Vangelo con la scritta Pax tibi, Marce Evangelista meus. Lo stemma è considerato dalla storiografia locale della famiglia veneziana Giorgio (d’argento, alla fascia di rosso), secondo altri dei Foscarini (d’oro, alla banda di fusi accollati d’azzurro), anch’essi veneti.

Pur se i tratti stilistici condurrebbero a datare questo manufatto ai primi anni del Seicento, Giulio Cesare Infantino, nella sua opera pubblicata nel 1634, non ne fa alcun cenno, ma menziona altri richiami alla nazione veneta: «una dipintura della Natività di Maria Vergine, venuta in quei tempi dalla Città di Venetia: opera d’esser attentamente considerata»[8], posta nel secondo altare a destra, di patronato dei Rollo; lo stesso scrittore annovera, inoltre, la cappella dei Rivola:

«gentil’huomini della Città di Bergamo, con una dipintura dell’Immacolata Concettione della Vergine molto eccellente opera d’Antonio della Fiore di questa Città di Lecce, sopra della quale si vede la seguente Iscrittione Basilio Rivola frati amatissimo ad amoris monimentum sibi, fuisque ad solatium superstites; Hieronymus, & Benedictus Rivola Patritij Bergamensis PP. A.D. M.DC.XII»[9]

membri della confraternita di San Marco Evangelista, fondata nel 1603[10].

 

 

 

 


[1] Già Ferraria dei manisqalchi e vico dietro il Sedile, corrispondeva agli attuali portici del palazzo dell’INA.

[2] Già strada delle librerie e poi degli Orefici, congiungeva via Augusto Imperatore a piazza S. Oronzo sino all’altezza della chiesa di San Marco.

[3] Cfr. R. BUJA, Dalla strada alla storia. Divagazioni sulla toponomastica di Lecce, Lecce 1994, pp. pp. 336-337.

[4] Già corte Campanella, nella strada Scarpàri, si accedeva da  via dei Templari, a destra, nell’area dove ora sorge il palazzo della ex Banca Commerciale.

[5] Su questo edificio, oggetto di due articoli pubblicati sul sito della Fondazione Terra d’Otranto, Fabio Grasso ha esposto interessanti argomentazioni in L’altra storia del Sedile di Lecce  e della chiesetta di San Marco  (http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2009/24-settembre-2009/altra-storia-sedile-lecce-chiesetta-san-marco–1601803211199.shtml).

[6] A. E. FOSCARINI, La chiesetta di San Marco in Lecce, estratto da  “Nuovi Orientamenti”, n. 92 – 93, a. XVI, Maggio – Agosto , Taviano 1985.

[8] G. C. Infantino, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. a cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979),  p. 94.

[9] Ibidem.

[10] Cfr. G. Barletta, Le conclusioni della confraternita sotto il titolo di s. Marco Evangelista in Lecce (1605-1805), ASP, XLVI (1993), pp. 105-177. La confraternita aveva sede nella chiesetta di San Marco in piazza Sant’Oronzo.

Il Salento eletto territorio dell’anno 2013, purchè sia rispettata la sua biodiversità

fondazione terra d'otranto

di Mimmo Ciccarese

 

Dobbiamo riprenderci il diritto di conservare i semi e la biodiversità. Il diritto al nutrimento e al cibo sano. Il diritto di proteggere la terra e le sue diverse specie”.

                                       Vandana Shiva

 

Queste parole condividono stadi evolutivi favorevoli per abbozzare nuovi pensieri o per tutelare la variabilità biologica di geni, specie, habitat ed ecosistemi, cioè di quello che, in una sola voce, riepiloga il concetto di biodiversità. La biodiversità è alimento vitale per un territorio, specialmente quando la sua ripresa naturale esplode di varietà e stimola la volontà di difenderla.

Attualmente si celebra il cosiddetto“restyling ambientale” per interessi economici o spesso si pianifica in ambito urbano e agricolo  senza le opportune e dovute competenze, che eviterebbero di far commettere danni irreversibili e quindi perdita di paesaggio.

Ristrutturare l’ambiente, invece, è un proposito serio che potrebbe davvero interessare, ad esempio, l’introduzione di ecotipi locali di specie autoctone in via d’estinzione o di quelle che da sempre hanno assicurato sussistenza proprio in quelle aree che l’apparato scientifico classifica come “sensibili”.

Anche il Salento è un luogo abbastanza sensibile e la sua vulnerabilità dipende proprio dall’incessante sottrazione di spazi naturali e minacciati dal quel fenomeno definito da molti come un eccesso di “biofobia”, che non ammette alcuna forma di biodiversità.

La “resilienza”, termine che intende la capacità delle specie di reagire a eventi dannosi estremi, insieme a quello di “desertificazione”, ricorre sempre di più nei dialoghi che interessano le interazioni naturali.

Nel Salento se ne parla, eccome, tra le aree protette e i parchi naturali, tra quelle degradate, erose, abbandonate o, dove gli alberi sono più a rischio di espianto per far posto a quegli spazi artificiali che levano respiro e orizzonte in poco tempo.

fondazione terra d'otranto

Il paesaggio Salentino con tutto il suo splendore, dona piacere ed entusiasmo ma ogni tanto si spezzetta, appare discontinuo o disarmonico; ti accorgi che qualcosa non va e lo intuisci subito quando ti soffermi su qualche orrore dissonante, concesso con faciloneria o forse addirittura senza regole.

Qui è semplice rimuovere in un istante l’immagine del disinteresse, com’è altrettanto possibile coccolare il ricordo di un seducente percorso tra ulivi secolari, con tutte le creature che lo abitano; avverti solo dopo l’incredibile mutevolezza che tratteggia questa terra e non puoi fare a meno di amarla.

Dai risultati di un’indagine popolare, il Salento è stato eletto territorio dell’anno, amato da più del 10% degli italiani; dato che supera addirittura le Cinque terre, la costiera Amalfitana e il Chianti per cui, adesso, non si può più dire che esso sia solo una spazio di confine “te sule, te mare e te ientu”, ma una terra di primo piano. Con questo bel riconoscimento, a maggior ragione, per rafforzare e condividere il pensiero di Vandana Shiva sulla biodiversità, sarebbe ora auspicabile che sia rispettata l’attitudine ecologica del Salento, senza la quale esso perderebbe in identità.

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (quinta e ultima parte)

Biglietto da visita del maestro  Giuseppe manzo con l’insegna reale concessagli dal re Umberto I
Biglietto da visita del maestro Giuseppe manzo con l’insegna reale concessagli dal re Umberto I

di Cristina Manzo

Le statue dei misteri di Taranto

Nell’ottobre del 1900 il consiglio di amministrazione della confraternita del Carmine di Taranto decise di sostituire tre statue della processione dei misteri[1],ormai deteriorate, con tre  nuove raffiguranti gli stessi momenti della passione di Cristo: la Colonna, l’Ecce Homo e la cosiddetta Cascata.

La scelta per l’esecuzione di quei lavori cadde su uno dei più noti artisti cartapestai dell’epoca, già più volte premiato in Italia e all’estero, Giuseppe Manzo, che consegnò personalmente quelle tre statue nei primi mesi del 1901. Il maestro aveva cercato inutilmente di sottrarsi a quell’impegno (viaggiare sino a Taranto per la consegna):

 

“Ill.mo signore – aveva scritto il 15 febbraio 1901 al priore della confraternita – essendo che le statue dei misteri sono per finirsi, e per la fine del mese o forse prima saranno pronte, vi scrivo la presente per sapere se i splendori per le stesse li dovrò far fare io o ve ne occuperete voi stesso. Di più, trovandomi affollato di lavoro vi domanderei se fosse possibile di risparmiarmi la venuta e se al contrario potesse venire qualcuno della commissione per consegnarle, altrimenti sospenderò io e verrò. In attesa di leggervi al riguardo con stima vi saluto.”

 

Manifesto pubblicitario del reale laboratorio di Giuseppe Manzo
Manifesto pubblicitario del reale laboratorio di Giuseppe Manzo

Ma nonostante la richiesta, nessuno si era fatto vivo, sicché imballatele a dovere, il maestro fece trasportare le statue alla stazione di Lecce e da qui, dopo averle fatte caricare su un vagone merci, partì alla volta di Taranto[2]

Per la realizzazione di quelle tre statue il cartapestaio aveva chiesto un compenso complessivo di 650 lire, e  quando il priore e quelli che erano con lui, al momento della consegna ammirarono i capolavori, non si pentirono per un attimo della scelta compiuta. Correvano felici da una all’altra osservando con gioia tutti i bellissimi particolari, che confermavano il capolavoro che il professore aveva compiuto. Qualche giorno dopo, esattamente il 19 marzo 1901, nel redigere il rendiconto degli introiti e delle spese riportate per l’acquisto delle nuove statue, l’allora segretario del Carmine, Luigi De Gennaro, avrebbe infatti testualmente annotato: “Per le nuove statue dei sacri misteri. Costo e spese di trasporto al Prof. Giuseppe Manzo di lecce, giusta sua quietanza, lire 700.”[3]  Leggendo il libro di Caputo, inoltre veniamo a conoscenza di due curiosi aneddoti su questi lavori, che riguarderebbero il Cristo alla colonna. Durante la sua realizzazione in laboratorio, infatti, il Manzo si accorse dell’errore che era stato fatto dai committenti, pretendendo che il Cristo durante la flagellazione dovesse avere la corona di spine in testa, mentre in realtà, questa riguardava una fase successiva, e poiché  era molto preciso sui suoi manufatti, la cosa rappresentava un grosso problema, ma quando anche nella riconferma della commissione del 2 novembre 1900, furono ripetute quelle condizioni, egli decise di rassegnarsi.

La confraternita, sempre per la realizzazione di questa statua, aveva fornito al Manzo un’immagine per altro riuscita piuttosto male e in bianco e nero che illustrava l’originale colonna di santa Prassede a Roma, quella a cui  Gesù, fu legato, nel cortile della fortezza Antonia, il Pretorio di Pilato in Gerusalemme, per la flagellazione.

 

Il Cristo alla colonna di Giuseppe Manzo
Taranto, Cristo alla colonna Giuseppe Manzo, 1901

Non potendo individuare in alcun modo il colore, il Manzo abbondò con il verde, mentre la colonna originale è di marmo diaspro, proveniente da una roccia calcarea che assume colorazioni che vanno dal bianco al bruno. Nella colonna Gesù ha le mani legate dietro la schiena. Una cordicella gli tiene uniti i polsi, che a un primo sguardo non sembrano legati alla colonna, il Cristo dà l’impressione di essere solo poggiato ad  essa, ma così non è. Una colonna bassa che assomigliasse a quella originale così come l’avevano voluta quelli della confraternita, dava non pochi problemi, su come poter legare le mani alla stessa, ed era impensabile che anche all’epoca della flagellazione Cristo non fosse stato legato.

 

“Ecco allora che il Manzo s’inventò letteralmente l’anello di ferro al centro della parte superiore della colonna e attraverso quell’anello fece passare a più giri la cordicella che stringeva i polsi di Gesù. Dico s’inventò, perché il cartapestaio leccese non poteva aver visto su  una figura degli inizi del secolo un anello che nella colonna che si conserva a S. Prassede non è visibile neppure oggi. Ma fece bene il maestro, forse fu l’intuito a guidarlo. Certo non gli mancava la fantasia[…] Due piccoli capolavori impreziosiscono questa statua: quelle mani legate dietro la schiena che sembrano quasi parlare e il merlettino che orna il perizoma di Gesù. Due capolavori firmati Giuseppe Manzo.”[4]

Nella seconda statua realizzata, quella dell’Ecce Homo, ancora una volta il maestro, in maniera impareggiabile, esprime tutta la sua abilità nel catturare la storia e l’emotività del personaggio. Abbiamo un Gesù che, dopo la sofferenza della flagellazione, sa che sta andando incontro alla sua fine, non si aspetta più niente dalla crudeltà degli uomini, non guarda la folla, non guarda Pilato, cammina ad occhi bassi verso il suo destino, i capelli sono intrisi di sangue, che da una spalla, in tante pieghe sapientemente ondulate dal Manzo, cola in rivoli.. Nelle mani legate stringe una canna, lo scettro che gli hanno regalato i soldati. Non gli interessa ciò che accade intorno a lui.

 

Taranto, Ecce Homo, Giuseppe Manzo 1901
Taranto, Ecce Homo, Giuseppe Manzo 1901

 

Ma fu nella Cascata che il maestro raggiunse il massimo della sua arte. Qui non solo era chiamato a modellare un Gesù steso per terra e schiacciato dal peso che portava addosso, ma doveva anche fare i conti con quella tunica, creando ora le pieghe della spalla sulla quale poggiava la croce, ora quelle della spalla libera, poi ancora le pieghe delle lunghe maniche, e infine quelle che scendevano lungo il corpo di Gesù, tenendo presente che la cordicella che stringeva la vita del Cristo, accresceva le arricciature che diventavano piccole, grandi, fluenti…

Il Manzo seppe raggiungere magnificamente lo scopo, ma dovette anche far ricorso alla sua ben nota pazienza, facendo e rifacendo chissà quante volte quelle pieghe e usando continuamente i ferri arroventati per focheggiare, segnare, correggere e perfezionare ondulazioni e arricciature. Gli occhi di Gesù, nella cascata, ricordano molto da vicino quelli della Colonna. Sembrano due sguardi identici, tanto che separando e isolando  gli occhi dal resto dei due volti, si ha difficoltà  a identificare a quale statua essi appartengano. Anche qui, gli occhi sono rivolti a sinistra verso l’alto e sembrano quasi voler esprimere un’invocazione di pietà da parte di Gesù nei confronti dei soldati. Tornano evidenti i segni del dolore fisico, e della fatica già presenti nella Colonna; ma si ha anche l’impressione che nella cascata l’artista abbia voluto mettere sul volto di Gesù più uno sguardo di giustificazione che di pietà. Giustificazione per quella caduta accidentale, avvenuta contro la volontà del Cristo, per aver causato un grattacapo al centurione. Gesù alzando la testa sembra voler chiedere perdono, come a dire che la sua caduta era dovuta alle sue precarie condizioni fisiche, non voleva rallentare, il suo cammino verso la crocifissione.

 

“La statua insomma doveva anche parlare., ed egli in questo senso era un innovatore. Non realizzava soltanto delle figure, ma cercava, nei volti dei suoi Gesù e dei santi, anche la parola, la comunicazione. Chi osservava, non doveva soltanto vedere, ma anche ascoltare, capire sino in fondo il soggetto rappresentato. Con il Manzo possiamo dire che la cartapesta leccese voltò pagina.”[5]

 

Taranto, La Cascata, Giuseppe Manzo 1901
Taranto, La Cascata, Giuseppe Manzo 1901

 

Taranto, Particolare degli occhi del Cristo alla Colonna, Giuseppe Manzo 1901
Taranto, Particolare degli occhi del Cristo alla Colonna, Giuseppe Manzo 1901

 

Oggi, la cartapesta leccese non è più quella di ieri. C’è ancora qualche bottega che resiste qua e là, ma quella lavorazione, scrupolosa, paziente, emotiva, che apparteneva ai cartapestai di una volta non esiste più. Tranne pochissime eccezioni, laddove qualcuno ha appreso la tecnica dal padre o dal nonno, da qualche maestro di una volta, l’arte dell’unicità ha ceduto il passo all’industrializzazione, i santi si fabbricano in serie, con le forme e paiono tutti uguali, senza un’espressione propria che li identifichi, senza un’anima che possa trasmetterci emozioni. Alcuni tra i giovani si sentono protagonisti di una fondamentale operazione di recupero e parlano di una nuova forma di ispirazione, quasi inconscia, dalle loro botteghe nel centro storico della città. Cercano una chiarificazione del proprio ruolo artigianale, dove la cartapesta non rappresenta un inutile revival, ma nemmeno la rottura con la tradizione, ci ricordano che le botteghe artigiane[6],

 

“possono ancora costituire la linfa per la rinascita di un centro storico tra i più belli di tutto il sud, dove i laboratori anche all’esterno, mantengono il rispetto della linea architettonica del vecchio borgo, l’anima della città, la sua filosofia di vita”.[7]

 

Ma c’è anche a Lecce, in Puglia, in Italia, nel mondo, tutto un patrimonio della cartapesta da salvaguardare e da valorizzare. Si tratta di autentici capolavori che hanno segnato un’epoca e dei quali si potrebbe tentare una non impossibile, anche se difficile catalogazione generale.[8]

 

Lecce, centro storico. Il palazzo a due piani, che si affaccia sul monumentale teatro greco, fu l’abitazione di Giuseppe Manzo, a due passi dal suo reale laboratorio, oggi proprietà del nipote Dino Manzo
Lecce, centro storico. Il palazzo a due piani, che si affaccia sul monumentale teatro greco, fu l’abitazione di Giuseppe Manzo, a due passi dal suo reale laboratorio, oggi proprietà del nipote Dino Manzo
Lecce, centro storico, la via dell’abitazione che fu di Giuseppe Manzo
Lecce, centro storico, la via dell’abitazione che fu di Giuseppe Manzo

La nostra città, fiera dei suoi artisti e della sua storia, ha inaugurato nel  dicembre 2009, il Museo della Cartapesta.[9] Esso  rispecchia la storia di un’arte che si intreccia con la storia della città, fin dal diciottesimo secolo. La statuaria in cartapesta, nel solco dell’influenza partenopea, è un tratto distintivo della cultura salentina. Nelle diverse sale al pianterreno del Castello di Carlo V, si ripercorrono le tappe di un’arte, a torto, considerata minore.

Come affermava G. Klimt: “Chiamiamo artisti non solamente i creatori, ma anche coloro che godono dell’arte, che sono cioè capaci di rivivere e valutare con i propri sensi ricettivi le creazioni artistiche”.

 

 

Bibliografia

Bambi E., Quando la cartapesta si trasforma in arte, in “Tempo” 20 agosto 1982Da «L’Ordine» – Settimanale Cattolico Salentino, 10 gennaio 1942

Barletta R., Appunti e immagini su cartapesta, terracotta, tessitura a telaio, Fasano, 1981

Bazzarini A., Dizionario enciclopedico delle scienze, lettere ed arti, Francesco Andreola, Venezia 1830-1837

Caputo N., Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991

Castromediano S., L’arte della cartapesta in Lecce, in “corriere meridionale”, IV, n 17, Lecce, 1893

De Marco M., Catalogo delle opere sacre in cartapesta conservate presso la chiesa e il convento dei padri passionisti , in “ I Passionisti a Novoli. 1887-1997”, Manduria, 1987

De Marco M., La cartapesta leccese, Edizioni del Grifo, 1997

I PP. PP. A Novoli 1887-1987, (Lecce) 1894

L’ultima cartapesta, divagazioni su Lecce settecentesca ed una poesia di Vittorio Bodini. Quaderni della banca del Salento, n. 1, a cura di Franco Galli, 1975

Marti P.,  La modellatura in carta, Tip. Ed. Salentina, Lecce 1894. (opuscolo)

Natale, storia, racconti, tradizioni. Paoline,  2005

Lazzari G., in Anxa, anno X, n. 56, maggio-giugno 2012 , Associazione culturale Onlus, Gallipoli (Le)

Ragusa C., Guida alla cartapesta leccese. La storia, i protagonisti, la tecnica, il restauro. A cura di Mario Cazzato, congedo editore,1993

Ròiss (Franco Rossi) Cartapesta e cartapestai, Maestà di Urbisaglia, Macerata 1983

Rossi E., Bruceremo i santi di carta, in “ La tribuna del Salento ” anno 2, Lecce, 1960

Sabato A. (a cura di) Costumi, cartoline, cartapesta, Lecce, 1993

Solombrino O., Serrano Microstorie Ricordi sentimenti a cura di S. Solombrino, Congedo, Galatina 2005

Tragni B., Artigiani di Puglia(con un saggio di A, Contenti) Adda editore, Bari, 1986Rossi E.,Un’arte senza domani vive la sua agonia: la statuaria leccese, in “ La tribuna del Salento” anno I,Lecce, 1959

Valegentina L., La cartapesta leccese e i suoi cultori, in « Il Lavoro Nazionale », Anno I, n. 2-3, Bari, 1915

Valgentina L., Muse, De Agostini, Novara 1965, vol. III

Wikipedia, l’enciclopedia libera

 

Sitografia

Francesco Castromediano, www.antoniogarrisiopere.it

Gli artisti della cartapesta leccese nella pubblicistica salentina www.culturaservizi.it

Il Cristo morto, www.brindisiweb.it

Museo della cartapesta, www.quisalento.it

Santa Trinità, www.sstrinita.manduria.org

Settimana Santa di Taranto, it.wikipedia.org/wiki/Settimana_Santa_di_Taranto


[1] I riti della Settimana Santa di Taranto sono un evento che si svolge nella città a partire dalla Domenica delle Palme, e risalgono all’epoca della dominazione spagnola nell’Italia meridionale. Furono introdotti a Taranto dal patrizio tarantino Don Diego Calò, il quale nel 1603, fece costruire a Napoli le statue del Gesù Morto e dell’Addolorata. Nel 1765 il patrizio tarantino Francesco Antonio Calò, erede e custode della tradizione della processione dei Misteri del Venerdì Santo, donò alla Confraternita del Carmine le due statue che componevano la suddetta processione, attribuendole l’onore e l’onere di organizzare e perpetrare quella tradizione cominciata circa un secolo prima. Nel corso del tempo a queste due statue donate se ne aggiunsero altre sei, per arrivare a un totale di otto statue.( Tre di queste sono quelle rifatte dal Manzo nel 1901. In occasione del centenario della sua realizzazione e consegna, nel 2001, durante la processione dei misteri, fu assegnata una targa in ricordo del grande maestro cartapestaio, al nipote Dino.) Questa processione esce alle cinque del pomeriggio del giovedì Santo dalla chiesa del Carmine, e si conclude alle cinque del venerdì, rientrando nella stessa chiesa, portando le statue che simboleggiano la passione di Gesù. I confratelli sono vestiti con l’abito tradizionale dei Perdoni e procedono a ritmo lentissimo accompagnati dalle marce funebri. La processione è composta dalla Troccola, strumento che apre la processione, il Gonfalone ovvero la bandiera della confraternita, la Croce dei misteri, il Cristo all’Orto, la Colonna, l’Ecce Homo, la Cascata, il Crocifisso, la Sacra Sindone, il Gesù Morto, l’Addolorata (appena essa esce sulla piazza, verso le otto di sera, si chiude il portone del Carmine). È accompagnata da tre bande che suonano marce funebri, ed effettua durante il percorso una sosta nella chiesa di San Francesco da Paola. Vi erano inoltre tre coppie di poste sistemate davanti alle statue, divenute quattro a partire dal 2012 e sette Mazze che hanno il compito di mantenere ordinata la processione e di sostituire i confratelli in caso di necessità. Fonte: it.wikipedia.org/wiki/Settimana_Santa_di_Taranto

[2] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p. 9

[3] Archivio confr. del Carmine, Taranto, fascicolo corr. con G. Manzo, rendiconto 1901, in Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p.27

[4] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, pp. 39, 41, 51, 53, 107, 110

[5] Idem, p. 120

[6] Bianca Tragni, Artigiani di Puglia (con un saggio di A, Contenti) Adda editore, Bari, 1986, p. 321

[7] Da una intervista di E. Bambi, Quando la cartapesta si trasforma in arte, in “Tempo” 20 agosto 1982, p. 2

[8] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p. 142

[9] Caterina Ragusa, è la  direttrice del Museo, e Tina De Leo, è la  responsabile Eventi del Castello Carlo V. Ci sono sette sale al primo piano, tre al piano terra, tra cui il laboratorio di restauro della cartapesta. Complessivamente la struttura raccoglie 80 opere, tutte d’ispirazione cristiana, realizzate da grandi maestri cartapestai leccesi intorno al 1700. www.quisalento.it

 

Per la prima parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/09/giuseppe-manzo-1849-1942-e-la-cartapesta-leccese-prima-parte/

Per la seconda parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/12/giuseppe-manzo-1849-1942-e-la-cartapesta-leccese-seconda-parte/

Per la terza parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/15/giuseppe-manzo-terza-parte/

Per la quarta parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/18/giuseppe-manzo/

 

Lauree, honoris causa e non, di ieri e di oggi

di Armando Polito

A Gerard Rohlfs, un gigante della filologia contemporanea, l’Università della Calabria conferiva il 13 aprile 1981 la laurea honoris causa in Lettere; per uno studioso di fama mondiale che era già stato, fra l’altro, docente di Filologia romanza all’Università di Tubinga e a quella di Monaco di Baviera … praticamente un declassamento, che sanciva, secondo me, solo il disonore del conferente.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:G_rohlfs.jpg
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:G_rohlfs.jpg

 

Per i pochi (almeno, mi auguro) che non lo sapessero, il Rohlfs è, tra l’altro, l’autore del Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto) in 3 volumi edito da Congedo a Galatina nel 1976. Un tedesco ha scritto un testo, ancora oggi di riferimento, che nessun italiano in generale o salentino in particolare è riuscito a scrivere … basta questo per giustificare la presenza di questo post nel contesto del sito.

Poteva sembrare difficile compiere un gesto più idiota, ma la scala dell’idiozia vanta un numero tanto elevato di pioli che, guardando dal basso, non si riesce a vedere l’ultimo, nemmeno con un telescopio …

Archiviato l’”incidente” del Rohlfs, appena due decenni dopo, sulla scia di una nefasta ideologia che ha voluto equiparare la Scuola ad un’azienda eliminando, però, dalla parola profitto ogni significato puramente culturale ed esaltando quello economico-finanziario, iniziò la corsa dei vari istituti di ogni ordine e grado verso l’accaparramento degli iscritti da suggestionare con un’offerta formativa sulla carta variegata ed allettante, in grado, magari, di stimolare la generosità di sponsors privati; intanto si bruciavano le ultime risorse nei famigerati progetti, i cui esiti nessuno ha mai controllato, e nei viaggi d’istruzione organizzati con motivazioni culturali ridicole e spesso demenziali.

Pubblicità ingannevole, niente di più, uno squallido espediente per tagliare i fondi alla scuola pubblica e continuare a sovvenzionare quella privata. Poteva l’Università starsene con le mani in mano? Iniziò, allora, la proliferazione delle lauree honoris causa conferite ai personaggi più disparati, ma in grado, comunque, di influenzare l’immaginario collettivo … e le iscrizioni.

A Michele Mirabella il 9 ottobre 2001 l’Università di Ferrara conferiva la laurea honoris causa in Farmacia. Le motivazioni sottolineano la capacità di Mirabella di trasmettere aspetti scientifici complessi in ambito farmaceutico utilizzando un linguaggio esemplificativo ed essenziale sempre commisurato alle necessità del grande pubblico senza mai incidere sul rigore scientifico e contribuendo alla diffusione della cultura della scienza del farmaco.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in fondo, questa  è da considerarsi un’attribuzione interna, poiché Mirabella è un accademico, in quanto  “ha insegnato Sociologia della comunicazione: teoria e tecniche nella Facoltà di Beni Culturali dell’Università di Lecce, attualmente insegna Sociologia della comunicazione: teoria e tecniche dei mezzi di comunicazione di massa presso l’Università di Bari e ha insegnato presso la Libera Università IULM di Milano”1.

Comunque, se ha giocato un ruolo prevalente non il suo status di accademico ma, come credo, il suo ruolo di personaggio televisivo, allora a Luciano Onder andrebbe conferita la laurea in Medicina …

Ma andiamo avanti.

A Vasco Rossi il 12 maggio 2005 la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano conferiva la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione con la seguente motivazione: In quanto musicista e poeta, Vasco Rossi è stato protagonista di una vera rivoluzione musicale che ha anche significativi connotati sociali e relazionali. Egli ha infatti stravolto il panorama musicale italiano degli anni ottanta, introducendo uno stile espressivo, unico e insuperato, con temi del privato che fanno parte del tessuto sociale e arrivano direttamente a colpire la sensibilità dei giovani. I suoi concerti sono eventi di eccezionale portata emotiva e aggregativa. Essi rappresentano per il “suo” popolo un’occasione per incontrarsi, riconoscersi e provare emozioni. Personaggio discusso ma sempre libero da ogni inquadramento politico e ideologico, Vasco Rossi ha mostrato una eccezionale capacità di gestire la sua immagine come la sua vita con discrezione, intensa umanità ed efficacia. Sempre vicino ai più giovani – soprattutto nelle idee – Vasco Rossi rappresenta un modello di professionalità per chi sogna il successo e di discrezione e riservatezza per chi lo ha raggiunto. Per queste motivazioni di impegno, originalità e coerenza nella costruzione di una storia artistica di grande successo e serietà, viene conferita a Vasco Rossi la Laurea Honoris Causa in Scienze della Comunicazione.

A Valentino Rossi il 31 maggio 2005 l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” (chissà quante volte quel giorno il critico si sarà rivoltato nella tomba …) conferiva la laurea honoris causa in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni con la seguente motivazione: Per le straordinarie capacità comunicative di Rossi che, oltre al fenomenale talento sportivo esprime simpatia, creatività e una capacità innata di imporre la sua personalità e la sua immagine; la peculiarità di Valentino Rossi consiste nel creare eventi spettacolari nell’evento sportivo, costruendo spazi di teatralizzazione capaci di muovere un’ondata comunicativa che valica la frontiera dei media nazionali.

Al famosissimo Signor Rossi in data … scusate, ho fatto un controllo e  lui non risulta inserito nell’elenco degli insigniti …

A Ivana Spagna il 5 dicembre 2008 viene conferita dall’Università di Malta (ci facciamo fare pure concorrenza …) la laurea honoris causa in Scienza della comunicazione per le canzoni d’amore e la sua vita d’artista.

C’è, però, chi ancora ha il senso del ridicolo e, non a caso, si tratta di un comico, anche se definirlo così è riduttivo: il 2 marzo 2006 Fiorello, nel corso di una trasmissione radiofonica, appresa la notizia che l’Università d’Imperia aveva deciso di conferirgli una laurea honoris causa, opponeva un gentile rifiuto così motivato: Sì, ringrazio per il pensiero. Ma non posso accettarlo, per rispetto di tutti quelli che ogni giorno si fanno un mazzo così, sognando di arrivare alla laurea vera.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Fiorello
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Fiorello

 

Non a caso compaiono in foto solo due dei personaggi che ho ricordato e l’ho fatto perché, secondo me, mai come in questo caso gli opposti si toccano: il Rohlfs non respinse l’onorificenza solo per non offendere a sua volta chi lo stava offendendo; Fiorello, invece, l’ha urbanamente respinta per non offendere le persone da lui stesso ricordate ma, forse, anche se stesso.

Comunque, il fondo doveva ancora essere toccato: infatti sarebbero arrivate dopo pochi anni le lauree comprate (il fenomeno non era nuovo, ma avrebbe assunto livelli intollerabili) e quelle millantate; ma la fantasia perversa di chi si inventa di averle conseguite viene definita dagli interessati, quando si scopre l’inganno, “umana debolezza”, come se tutti fossimo così imbecilli da cedere alle lusinghe di un malinteso senso puramente formale del prestigio di quella cultura che in concreto mostriamo di disprezzare. Altro che deboli o poveri disgraziati! Si tratta di miserabili truffatori che dovrebbero essere banditi da quella parte della convivenza civile fatta da ribalte politico-televisive condannate allo squallore dai soggetti autoreferenziali che vi sguazzano e che bucano lo schermo con dizioni, acconciature  o abbigliamenti insoliti che avrebbero la pretesa di apparire originali ma sono solo squallidamente artificiosi.

Poi, appena un anno fa, lauree honoris causa conferite da una finta Università retta da un altrettanto sedicente rettore; vittime illustri inutilmente commosse e orgogliose, tra gli altri: il cantante Lando Fiorini, l’attore Lino Banfi e pure un filosofo: Rocco Buttiglione2.

Anche io ho una grande fantasia, almeno così dicono e spero non perversa, tuttavia non tanto grande da consentirmi di immaginare quale potrebbe essere la prossima tappa …

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1 http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Mirabella

2 http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-casta-beffata-dal-falso-rettore/2176884

Il Festival della Dieta Med-Italiana a Lecce

frisella

Da oggi 24 a domenica 28 aprile, c’è più gusto a fare un “ponte” così

Una Italia da tripla A: agricoltura, alimentazione, ambiente

a Lecce con il Festival della Dieta Med-Italiana

Riscoperta di antichi sapori, prodotti hi quality e a km 0,

menu tipici nei ristoranti, agricoltura al femminile e tanto ancora

 

La formula “Vado, l’assaggio e torno” ha portato buoni frutti e bel tempo

 

Il Salento è stato eletto “Territorio dell’Anno 2013” e una parte del merito va alle sue tradizioni gastronomiche e al fatto di essere uno dei pochi territori in cui l’alimentazione è ancora strettamente legata alla buona e sana Dieta Mediterranea, e il riconoscimento che quest’ultima ha ricevuto a livello internazionale da parte dell’Unesco è come se fosse una sorta di premio per quei territori e per quelle genti che continuano a credere che la dieta mediterranea sia il regime alimentare e lo stile di vita più buono e più sano che ci sia.

 

Non c’è da meravigliarsi, quindi, se proprio nel Salento si celebra il “Festival della Dieta Med-Italiana”, una ricca kermesse specificatamente dedicata alla versione “italiana” dello stile alimentare più famoso del mondo, che andrà in scena da domani mercoledì 24 fino a domenica 28 aprile nella centralissima e storica piazza Sant’Oronzo di Lecce.

 

Al progetto del Festival, concepito e curato dagli studenti di una scuola superiore (l’istituto “Galilei – Costa”), c’ha creduto dal primo momento Francesco Pacella, assessore all’agricoltura e al turismo della Provincia di Lecce e ci hanno creduto Alfredo Prete, presidente della locale Camera di Commercio, Dario Stefano, assessore uscente della Regione Puglia, Paolo Perrone e Luigi Coclite, rispettivamente sindaco e assessore alla cultura della città di Lecce. Ma non basta, anche la Coldiretti e la Cia del luogo hanno collaborato alla grande con gli studenti leccesi insieme a “Salento d’Amare” e i Gruppi di Azione Locale (GAL): “Capo di Leuca”, “Serre Salentine” e “Terra d’Otranto”.

 

Il programma dell’evento è molto ricco e variegato e di seguito se ne riporta uno stralcio sintetico, mentre quello che ha fatto davvero notizia è stata la capacità dei promotori di concepire e mettere in atto una vera e propria azione turistica coi fiocchi, mirante a fare il tutto esaurito in città e ad offrire ai visitatori e ai turisti una rosa di servizi non certo di poco conto. Con la formula “Vado, l’assaggio e torno” oltre 100 strutture ricettive del territorio (resort, hotel, masserie, b&b, etc.) offrono tariffe ribassate e sostengono il motto “hi quality & low cost” (alta qualità a costi ridotti). Con “Menutipico Salentino”  i ristoranti e le trattorie della città offriranno nel periodo del festival un menu a parte, a prezzo ridotto e fisso, comprendente una rosa di piatti strettamente riconducibili alla buona e sana Dieta Mediterranea specificatamente salentina. Con “Aperitipico Salentino” anche i bar faranno la loro parte servendo un bicchiere di vino locale, bianco, rosato o rosso a scelta, accompagnato da stuzzichini e assaggini scelti tra le tante risorse tipiche del territorio, dalle friselline ai tarallini, alle olive, ai sottoli e così via. Il Festival della Dieta Med-Italiana è gemellato con l’evento “Cerealia” – Roma, 6/9 giugno 2013 – www.cerealialudi.org

 

Programma sintetico:

  • ·         Inaugurazione: 24 aprile, ore 10.30, presso sala “Open Space Giovani Lecce” in p.za Sant’Oronzo;
  • ·         Esposizione con degustazioni in p.zza Sant’Oronzo (60 piccole aziende agricole del territorio – olio, vino, prodotti da forno, ortaggi, formaggi e salumi, etc.), dal 24 al 28 aprile, negli orari 10-13.30 e 16-22;
  • ·         Agricoltori e prodotti a km 0 di “Campagna Amica” in piazza Mazzini nei giorni 24/27 aprile (in collaborazione con Coldiretti Lecce);
  • ·         Convegno “Valore della donna in agricoltura” con relazioni e testimonianze di amministratrici ed imprenditrici. Mercoledì 24 aprile, ore 18, presso la sala “Open Space Giovani Lecce” (in collaborazione con CIA Lecce);
  • ·         Incontro illustrativo sulla corretta alimentazione, orientato agli studenti, a cura di ASL SIAN Lecce, venerdì 26 aprile, ore 11.30, presso sala “Open Space Giovani Lecce”;
  • ·         Iniziativa “L’Arca – alla ricerca dei sapori perduti” curata da Antonio Bruno e dedicato alla riscoperta dei prodotti agricoli dell’antica tradizione salentina;
  • ·         Avvio della BMAQ – Borsa Mediterranea dell’Agroalimentare di Qualità, banca dati e piazza affari elettronica per le produzioni agroalimentari di qualità;
  • ·         Stazione mobile con trasmissione di Radio Salentuosi, diretta radio condotta da Fabiano Viva, Valeria Blanco, Valeria De Vitis e Alice Proce, mercoledì 24 aprile, ore 18-21;
  • ·         Presentazione e lancio di “prodotti novità” (Nectarea, Pansorriso, Panbellezza e Pangioia, Frisedda Regina, Spumì, etc.);
  • ·         Artisti e musicisti “unplugged” con piccole esibizioni estemporanee fra gli stand di piazza Sant’Oronzo;
  • ·         Rete di eventi a Lecce nello stesso periodo:

o    “Mani Maestre” – artigianato in diretta, p.tta Castromediano, 26/27 aprile, promosso da “La Putea” e la Mostra permanente dell’Artigianato;

o    “Fiera del Fischietto” – mostra mercato del fischietto in terracotta, ex Convento dei Teatini, 25/28 aprile, promosso da “Academia Lupiaensis”;

o    Giornata Internazionale del Jazz con Marco Bardoscia e Alessia Tondo – presso “All’ombra del barocco”, 30 aprile, ore 21, promosso da Locomotive Jazz Festival, Apulia Jazz Network e Liberrima;

o    “Salento Acquari 2013” – Pesci ed acquari in esposizione, ex Convento dei Teatini, 25/28 aprile, promosso dal Gruppo Acquariofilo Salentino (G.A.S.).

 

W Garibaldi!

Garibaldi entra a Messina
Garibaldi entra a Messina

di Maurizio Nocera

Perché Garibaldi, fondatore dello stato moderno italiano, viene oggi tanto attaccato ed oltraggiato da figuri antistorici e da forze politiche organizzate, soprattutto del Nord? Che cosa c’è sotto questo ostracismo?
La risposta ormai la conoscono tutti: ci sono forze politiche di destra neomonarchiche (sabaude e borboniche, questa volta alleate, ognuna per la sua parte di territorio geo-politico a sé spettante) che fanno di tutto per
risorgere dal fondo dove la storia giustamente le ha relegate. Attaccando la figura e l’opera di Giuseppe Garibaldi, intendono con ciò minare l’impianto unitario dello stato moderno italiano. Sperano di gettare a mare l’Eroe dei Due Mondi e con esso l’Unità d’Italia.

Però, hanno fatto male i loro conti, perché ad essere rigettate a mare saranno proprio loro. Ed è alquanto paradossale pensare che, ancora una volta, a farle restare in quei bui meandri della reazione antistorica e antiumana sarà ancora proprio lui, Giuseppe Garibaldi, sarà il suo mito leggendario, il suo spessore
storico, la sua proverbiale e grande umanità, che, di tanto in tanto, quando c’è il bisogno, ritorna come l’araba fenice.

giuseppe_garibaldi

Giuseppe Garibaldi fu un personaggio importante per il nostro paese, lottò a difesa dei deboli, degli umili, degli sfruttati. La sua epopea è grande, perché fu Lui un grande del secolo XIX. Per questo sarà proprio un po’ difficile ribaltare il giudizio storico attraverso una sequela di stupide falsificazioni.

Abbiamo verificato che ogni qualvolta vi è una falsificazione, essa dura esattamente quanto il soffio di una formica, poi l’urto della verità rimonta e la travolge.

Garibaldi, ancora una volta, dopo essere stato l’effigie del Risorgimento, dopo essere stato l’icona dell’intera riunificazione dello stato, dopo essere stato il vessillo delle forze partigiane, che liberarono l’Italia dal nazifascismo, ancora una volta, scrivevo, ritornerà ad essere la nuova bandiera che sconfiggerà questi ipocriti prezzolati secessionisti del Nord. Ha ragione Andrea Camilleri quando afferma (l’Infedele, La7, 26 aprile 2010) che oggi ci troviamo nelle condizioni di dover ripensare ad una nuova spedizione dei Mille,
questa volta però non dal Nord al Sud, da Quarto alla Sicilia, ma viceversa, dal Sud verso Nord, dal Meridione ad Arcore, perché è lì che si è accumulato un incredibile grumo di inciviltà.

Garibaldi fu uomo d’azione di levatura nazionale ed internazionale. Il suo nome fu simbolo e bandiera dei popoli in lotta per la libertà, la democrazia, l’indipendenza nazionale e la sovranità dei popoli. Chi, nei 150 anni dall’Unità d’Italia ad oggi (1860-2010), lottò contro la reazione, l’oppressione, la dominazione, l’assolutismo, lo fece anche in nome e sotto la sua bandiera. Egli non lottò per una sola parte della penisola, per questa o per quell’altra regione, ma per l’intero paese, dalle Alpi alla Sicilia, alla Sardegna, alle
altre isole minori, per l’intero popolo italiano e non solo per i siciliani o i piemontesi. Egli non fu solo un rivoluzionario umanitario esperto in fatti d’armi, ma fu anche uomo politico attento soprattutto alla società. Nel 1871, dopo le note vicende latinoamericane (partecipazione diretta alle guerre anticolonialiste e a favore della libertà dei popoli), con gratitudine guardarono a lui i leggendari comunardi delle barricate di Parigi. La più famosa Comune della storia sentì forte la comunanza di ideali con Giuseppe Garibaldi. In quell’occasione egli scrisse: «Ciò che spinge i parigini alla guerra è un sentimento di giustizia e di dignità umana».
A lui guardarono pure i primi internazionalisti che fecero propria la sua affermazione passata ormai alla storia come «l’Internazionale è il sole dell’avvenire». Uno di essi, Fredreric Engels, facendo la cronaca dei successi dell’impresa dei “Mille” in Sicilia, in un articolo di fondo, pubblicato il 22 giugno 1860 sulla «New York Daily Tribune», scrisse: «Si tratta […] di una delle più stupefacenti imprese militari del nostro secolo, impresa che sembrerebbe quasi inconcepibile se non fosse per il prestigio che precede la marcia di un generale rivoluzionario trionfante». E, qualche decennio dopo, lo stesso autore, in un articolo successivo alla morte di Garibaldi, pubblicato sulla «Neue Zeit», scrisse: «Garibaldi […] con mille volontari (…) mise sottosopra tutto il regno di Napoli, unificò di fatto l’Italia, spezzò l’abile rete della politica bonapartista. L’Italia era libera e in sostanza unificata, ma non per gli intrighi di Luigi Napoleone, bensì grazie alla rivoluzione…» garibaldina.

Anche Antonio Gramsci, il politico filosofo più innovativo del Novecento italiano, nei suoi scritti sul Risorgimento, sottolineò il sincero patriottismo unitario e la carica ideale umanitaria profusa da Garibaldi.
Il nome di Giuseppe Garibaldi godette e gode di grande ammirazione da parte del popolo italiano, per questo egli, come d’altronde la sua leggendaria Camicia Rossa, sono divenuti simboli di movimenti e di forze politiche e sociali di libertà, di democrazia e tendenti sempre all’azione umanitaria. Egli visse l’intera vita (era nato a Nizza nel 1807) onestamente, combattendo per i grandi ideali di Patria e Giustizia sociale e morì quasi povero nella sua isola sarda (Caprera) nel 1882. Appena due anni dopo la morte, un suo compagno d’arme, il garibaldino Luigi Castellazzo (1827 – 1890), anch’egli patriota sin dal maggio 1848, che aveva preso parte alle campagne militari per l’Unità d’Italia del 1859 e del 1860 come ufficiale delle Camicie Rosse, su un biglietto scrisse: «Se Garibaldi rivivesse, Egli, nella sua magnanima e fiera natura di Patriota e di Eroe, imprecherebbe a questa Italia degenerata, che 1o commemora a parola, gli erige monumenti di pietra, ma non sa imitarne le virtù, proseguire l’opera e compierne i sublimi ideali».

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

Quando s’incontrano foto e poesia. Stefano Crety e Agostino Casciaro

 

VIAGGIO SALENTINO

di Agostino Casciaro*

 

Dagli anfratti ascellari
di un’antica mappa muschiata,
acri sapori diffusi
si elargirono,
fino ad eclissarne
le ombre felpate dei passi lenti
intrisi di etniche danze…

 

Sul crocevia delle regioni proibite
fermai il tempo,
quand’egli, ormai nutrito
nelle lande dell’ attesa,
definitivamente si spogliò
degli ultimi suoi, futili grovigli;
ed or dinanzi al ventre di licheni,
l’acqua sorgiva del miraggio
setacciava un teso terso tepore statico,
e tra ammalianti dirupi,
finalmente parve tangibile
dissetare un desiderio mai smorto…

 

 

Agostino Casciaro nato a Vignacastrisi (Lecce), vive e lavora nella propria “Officina d’Arte” di via S. Francesco “dove si occupa di cartapesta e terracotta artistica, di vagabonderia poetica e altre meraviglie.
Nel 1975 dopo un accurato viaggio di ricerca tra la gente del proprio territorio scrive “Delitti del Salento” , autoprodotto. Nel 1976 scrive “ La Passione di Vignacastrisi “, testo teatrale tratto dagli Evangeli che mette in scena fino al 1978, dov’egli interpreta la figura del Nazareno. Nel 1980 fonda e dirige fino al 1987 “La Lira” gruppo di teatro sperimentale. Nel 1995 fonda e dirige il gruppo culturale “Arti e Mestieri “. Nel 1996 fonda e dirige il premio poesia “La Saga dei Curli “, cura il testo dello stesso premio, Gino Bleve Editore, 1997. Nel 1998 fonda e dirige la piccola casa editrice “Officina d’Arte di Via S.Francesco – Centro Promozione Cultura”. Nello stesso anno e fino a giugno 2000 fonda, dirige ed edita “ Il Cocchiere dei Sogni”, rivista mensile di narrativa.
Nel 2000 scrive “Pioggia non fermarti mai”, raccolta di scritti poetici, prefazione di Luigi Chiriatti a cura di Maurizio Nocera , Gino Bleve Editore (da http://www.musicaos.it/)

 

Salento, terra di calendule e di tradizioni

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL SALENTO DI FINE OTTOCENTO

TERRA TI CARENULE

Le calendule, simboliche deus ex machina della fortuna contadina

e, di riflesso, fiori emblematici dello stato padronale

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Se, tanto per fare qualche esempio, a calura già esplosa [i contadini] vedevano un campo di grano maturo punteggiato da cespi di papaveri, molti dei quali ancora in boccio, non avevano dubbi: quella era terra néura grascia (terra nera grassa), cioè talmente ricca di succhi e sali minerali da reggere imperterrita il risucchio del sole e non accusare impoverimento neppure in seguito allo sforzo di inchjtùra (riempitura delle spighe). Al contrario, se la stessa accensione di papaveri la notavano prematuramente, cioè sul finire di aprile quando il grano cominciava appena a spigare, il loro giudizio era tassativamente negativo: quella era terra russa subbràna ca fila sperta ma no rrìa a ttissìre (zona di terra rossa a strato superficiale, svelta nel filare ma incapace di giungere alla tessitura), cioè terreno che col sopraggiungere della calura si inaridiva, per cui il seminato – che in prima fase appariva rigoglioso – alla resa dei conti si rivelava rrisicàtu (stento, non florido), compensando la fatica del coltivatore con ccota mazza ti spiche ummàte a mmiénzu (raccolto magro di spighe piene solo a metà).

Ricitéddhra ca nasce a ttigna / terra a scuppatùre ca no bbole igna” (“Dove il convolvolo nasce a tigna [a chiazze isolate] è terreno dal sottosuolo discontinuo nella composizione, non adatto alla coltivazione del vigneto”), sentenziavano passando d’estate davanti a un campo che appariva solo qua e là punteggiato dalle campanelle bianche del convolvolo, intendendo per discontinuità del sottosuolo la presenza di carisciòle ti critàzzu (tracciati cretosi) che, per essere inserite in un contesto di terra nera, vietavano al terreno la necessaria uniformità nella reazione termica. Impiantando vigneto, ne conseguiva che al momento della vendemmia si registrava lo stesso effetto accusato dalla rada fioritura del convolvolo, cioè la sgradevole alternanza di ceppi la cui uva era già mpassulàta (stramatura, passita) a ceppi con grappoli di ua culirùssa (uva a culo rosso, cioè ancora acerba, non del tutto annerita e quindi lesiva alla mostatura).

La graduatoria di un terreno veniva sempre rapportata alla sua adattabilità all’impianto del vigneto, la cui coltivazione, per essere a lungo termine e

23 aprile. San Giorgio in un racconto salentino

san giorgio

di Alfredo Romano

Il fatto di san Giorgio
[In basso la versione in dialetto salentino]

Racconto tratto dal libro “Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini” di Alfredo Romano. Nardò, Besa, 2008. 

C’era una volta una che, essendo donna molto pia, non mancava di recarsi in chiesa per assistere a tutte le funzioni. Era molro bella e abitava in una casa che divideva col fratello.
Il prete della chiesa, tuttavia, pian piano se ne innamorò, fino a che un giorno, finito che ebbe di dire messa, la chiamò in disparte e le disse:
«O cara donna pia, devo svelarti un segreto che credo ti farà felice. È venuto a trovarmi san Giorgio per dirmi che desidera scendere apposta dal paradiso per venire a farti visita. Potrà farlo però solo al cadere della mezzanotte e alla condizione che in casa tua non ha da esserci nessuno, neppure tuo fratello.»
«San Giorgio a casa mia! Ma che onore! Ma che fortuna! Non posso credere che san Giorgio scenda dal cielo per una donna povera come me, io che non sono degna neppure di nominarlo.»
Fu così che la bella donna pia se ne tornò a casa e raccontò tutta entusiasta al fratello di questa visita. Lo pregò pure, per la notte che veniva, di andare a dormire altrove, perché così voleva san Giorgio.»
E il fratello disse alla sorella:
«Non ti preoccupare, dici mo’ che per il desiderio di un santo non m’allontano una notte da casa?»
E la donna pia, per l’occasione, s’affrettò a pulire tutta la casa, non mancando di porre qua e là anche dei mazzi di fiori. Lei stessa si fece ancora più bella per la venuta del santo. Lì che si fece mezzanotte e sentì bussare alla porta.
«Chi è?» disse tutta tremante.
«San Giorgio sono. Aprimi, donna pia.»
«Oh, san Giorgio a casa mia! Ma che onore! Ma che fortuna! Avanti, avanti, san Giorgio mio.»
E san Giorgio entrò tutto vestito delle corone e dei paramenti che usano indossare i santi. E la donna pia si inginocchiò per baciargli le mani e i piedi. E gli si raccomandava:
«San Giorgio mio, salvami tu, salva l’anima mia.»
«Io sono venuto apposta per salvarti l’anima. Voglio dirti anzi che tra poco ti porterò con me in paradiso.»
«Oh, san Giorgio mio, stai dicendo sul serio?»

Ma proprio in quel frattempo, figlio mio, si udì bussare alla porta, sai? Era il fratello mo’ che bussava, che si era vestito da san Pietro con un bel paio di chiavi in mano.

«Chi è che bussa?» disse la donna pia tutta frastornata.
«San Pietro sono. Aprimi!»
«Oh, san Pietro! Tutti i santi a casa mia! Io che non sono neppure degna!»
Mo’, a san Giorgio, che s’era appena seduto sul canapé, gli presero a tremare le gambe. San Pietro allora gli si avvicinò e gli disse in tono di rimprovero:
«Giorgio, come ti è stato possibile uscire dal paradiso senza le chiavi mie?» E gli brandiva in alto quelle caspita di chiavi perché le vedesse meglio. Lui mo’, san Giorgio, non fiatava. E di nuovo san Pietro:
«Giorgio, mi vuoi dire insomma come sei potuto uscire dal paradiso senza le chiavi mie?»
San Giorgio, però, non rispondeva e san Pietro allora se ne uscì di testa e, figlio mio, prese a dargli colpi in capo con quelle caspita di chiavi, riducendolo a tre ore di notte [1].
E la donna pia:
«Oh, sorte mia, pure i santi si danno le botte! Povero san Giorgio mio quante mazzate si sta buscando!»
E san Pietro a san Giorgio in tono più deciso:
«E adesso sloggia! Andiamo via! Che i conti con te li faremo in paradiso!»
E i santi se ne uscirono di casa, e lasciarono la donna pia in una grande costernazione.
«Oh, sorte mia!» non faceva che dire la poveretta «pure i santi si danno le botte! pure i santi si danno le botte!» E diceva pure:
«Povero san Giorgio mio quante mazzate si è buscato! Povero san Giorgio mio!»
L’indomani mo’ lei non vedeva l’ora di recarsi in chiesa per raccontare tutto al prete. Ma non c’era il prete alla messa: lo trovò solo il terzo giorno e notò che aveva la testa tutta fasciata. Si mise allora a raccontargli del brutto episodio, e mentre raccontava non faceva che piangere per san Giorgio. E il prete zitto, sai? Solo che ogni tanto annuiva con la testa. E quando lei finì di dire, il prete finalmente disse:
«O donna pia, per questo fatto mo’, san Giorgio non verrà più a casa tua.»
E il fatto non fu più, morirono loro e campammo noi.

[1] Per dire che lo fece nero come la notte.

VERSIONE IN DIALETTO SALENTINO

Lu fattu te san Giorgi

Nc’era na fiata na piarella ca era mutu beddha. E abitava a ccasa paru cu fràtusa. Scia sempre ‘lla chèsia ddha cristiana, e ccusì, lu prete, chianu chianu, ne ccuminciàu mmenare l’occhiu, sai? E nnu beddhu giurnu, tittu ca ia messa, la chiamàu te sparte e nne tisse:
«Tonna pia [1], ti devo dire na cosa, na cosa che t’ha ppiàcere di sicuro. È benuto a ṭrovarmi san Giorgi e mm’ha dditto ca ‘ole farti visita allo catìre della menźanotte. A nna condizione però: che devi stare sola, non ci-ha bèssere nišciuno alṭro, manco il frate tuo.»
«Uuùh, san Giorgi ccasa mia! Cce onore! Cce ffurtuna! Nu’ ppozzu critìre: san Giorgi ca šcinde te lu cielu e bene ṭṭroa na tonna cumu mmie, ca nu’ ssu ddegna mancu cu llu mantùnu.»
Foe cusì ca la piarella, turnata a ccasa, ne cuntàu a llu frate sou te ‘sta visita te san Giorgi. E nne tisse puru ca, pe’ lla notte ca venìa, se nd’ia ‘ssire te casa, ca ia šcire se ṭroa cu ddorma a nn’addha parte, percé cusì vulìa san Giorgi. E llu frate tisse a lla soru:
«Nu’ tte nde ncaricare! Tici, lampu! ca pe’ llu tesitèriu te nu santu, nu’ mme lluntanu na notte te casa?»
E lla piarella se tese te fare cu ppuliźa tutta la casa mo’. Mise puru te cquai e de ddhai quarche mazzu te fiuri e se ggiustàu bed­dha beddha puru iddha pe’ la venuta te lu santu. Quandu ca se fice menźanotte, ntise tuzzare ‘lla porta.
«Ci ete?» tisse tutta ṭremulandu.
«San Giorgi sono! Apri, donna pia.»
«Uuùh, san Giorgi ccasa mia! Cce onore! Cce ffurtuna! ṭrasi, ṭrasi, san Giorgi miu!»
E san Giorgi ṭrasìu tuttu vestutu te curone e de tutti li paramen­ti ca pòrtanu li santi. E lla piarella se nginucchiàu cu nne vasa le mane e lli pieti. E sse raccumandava:
«San Giorgi miu, sàlvame tie, salva l’anima mia!»
«Ca io apposta so’ venuto: cu tte sarvo l’anima. Anzi ti dico che ṭra poco te porto an paradiso co’ mme.»
«Uuùh, san Giorgi miu, a ddevèru sta’ ddici?»

Ma propriu a ddhu frattiempu, se ntise tuzzare ‘lla porta. E qui­stu mo’ era lu frate sou, ca, pe’ ll’occasione, s’ia vestutu te san Pieṭru e ttenìa ‘mmanu puru nu beddhu paru te chiài.
«Ci ete ca tuzza?» tisse la piarella tutta frasturnata.
«San Pietro sono! Aprite! [2]»
«Uuùh, tutti li santi ccasa mia! Ca iu nu’ ssu’ ddegna!»
Mo’, a san Giorgi, ca s’ia ‘ppena ssettatu susu llu canapé, ne zzic­càra ṭṭremulare l’anche. San Pieṭru, ‘llora, ne se mbicinàu e nne tisse a ttonu:
«Giorgi, come hai potuto fare per uscire dallo paratiso senza le chiavi mie? [3]» E nne aźava ‘ll’aria ddhe sangu te chiài puru cu lle vìscia. Iddhu mo’, san Giorgi, nu’ rrefiatava. E ntorna san Pieṭru:
«Giorgi, me vuoi dire ‘nsomma come hai potuto fare per uscire dallo paratiso senza le chiavi mie?» Ma san Giorgi nu’ rrespundìa, sai? Allora, fiju miu, san Pieṭru se nde sciu te capu e nne ccumin­ciàu mmenare corpi ‘n capu cu ddhe sangu te chiài, ritucendulu a ṭṭre ore te notte. E lla piarella:
«Uuùh, sorte miiìa, puru li santi se vaaàttanu! Purieddhu lu san Giorgi miu quante mazzate s’ae buscatu!» E san Pieṭru ntorna a san Giorgi:
«Mo’ ti pigli la via e te nde vieni co’ me: che mo’ che sciàmo an paratiso, dobbiamo fare ancora li conti!»
E lli santi se nde scira te casa, cu ddha povera piarella ca nu’ ffacìa addhu ca cu ddica:
«Uuùh, sorte miiìa, puru li santi se vaaàttanu! Purieddhu lu san Giorgi miu quante mazzate sta sse buuùsca!»! Purieddhu lu san Giorgi miiìu!»
A llu crai, iddha mo’ sciu te pressa ‘lla chèsia cu bàscia sse cunfessa, ma nu’ ṭṭruàu lu prete cu nne tica lu fattu, lu ṭruàu sulamente a lli ṭre giurni, cu lla capu tutta nfassata. E nne lu cuntàu lu fattu. E menṭre ca cuntava chiangìa pe’ san Giorgi.
E llu prete cittu, sai? Sulamente ca ogni tantu bàšciava la capu cu ddica sine. E quandu iddha spicciàu lu cuntu, lu prete tisse a lla beddha piarella:
«Pe’ ‘stu fattu mo’ san Giorgi nu’ bene cchiui ccasa toa!»
E llu fattu nu’ ffoe cchiùi, mòrsera iddhi e ccampamme nui.

[1] Nel dare voce al prete, che è persona colta, il narratore si sforza (invano) di farlo parlare in lingua italiana.

[2] Il fratello qui deve parlare da santo: anche lui quindi azzarda la lingua italiana.

[3] I santi stanno in paradiso e farli parlare in dialetto sarebbe stato come smitiz­zarli. Anche qui allora ne viene fuori una lingua pasticciata.

IL PARTY (7/7)

di Armando Polito

Mi chiedevo se fossimo arrivati alla fine di quella infernale maratona, ma la voce del dottor Jekyll sembrava fresca come quella di chi deve ancora partire.

Mo ene lu bbellu! Ògghiu tti mòsciu cce ffine hannu fattu li belle palore ca t’aggiu littu ti l’urtimu bicchieri. Quistu lu canusci? – (Ora viene il bello! Ti voglio mostrare che fine hanno le belle parole che ti ho letto dall’ultimo tumbler. Questo lo riconosci?).

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Certo, si tratta di Wayne Rooney, il bomber del Manchester United e della nazionale inglese, ritratto l’anno scorso mentre rassicura i suoi fans dopo un infortunio piuttosto serio

E tu, e puru iddhu, e nno ssulu ui toi, a queddha data sapii nienti ti queddha scritta? –(E tu, e pure lui, e non solo voi due, a quella data sapevate niente di questa scritta?).

No, però io e tanti altri ci siamo comprato la serie completa di magliette. Se non ci credi, ho in tasca una foto; guarda!

t-shirt

La cosa cchiù inteliggente ca sta bbèsciu ggh’è lu mùsciu; quarda, ca mu mmi muesci sta schifezza ti so ccatute ti poscia to addhe carte – (La cosa più intelligente che sto vedendo è il gatto; guarda, per mostrarmi queste schifezze hai perso dalla tasca due altre carte!).

Mi chinai a raccoglierle e gliele mostrai. Erano la decalcomania e il poster dei Furaya che portavo sempre con me insieme con la foto in t-shirt.

Furaya 1

Furaya 2

Che emozioni a quel concerto! E tu, magari, sei rimasto a Peppino di Capr

L’ultimo pezzetto di quella penisola (o isola?, non stiamo a sottilizzare, perché non ho smaltito tutti i postumi di quell’esperienza traumatizzante!) mi rimase in bocca perché mi sentii catapultato da un calcio-missile sulla sontuosa scalinata d’ingresso, accompagnato da un lugubremente echeggiante vaffanculohoohoh …!

…  Realizzai che il mio alter ego doveva essere un fanatico incallito (non è il caso di sciupare fan …) del cantante napoletano. Passai in rassegna tutti i gradini e mi ritrovai col culo per terra dottor Jekyll … ai piedi del letto.

Forse solo nei sogni le nostre contraddizioni s’incontrano e si riconoscono e non abbiamo vergogna a “parlare in dialetto” e a smascherare le nostre debolezze, pronti ad assumere al risveglio volta per volta i panni del dottor Jekyll o di mister Hyde. Però, tra i due, ancora non ho capito chi è più importante; so solo che l’uno non può essere senza l’altro.

 

Cinque per mille dell’IRPEF per sostenere i progetti della Fondazione

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Gentile Lettore,

 

anche per il 2015 la legge di stabilità prevede, in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi, la possibilità di destinare il 5 per mille dell’IRPEF alle associazioni e fondazioni no profit.

Ricordo che la nostra fondazione rientra tra quelle ammesse e che le somme raccolte saranno destinate al raggiungimento delle finalità statutarie e alla pubblicazione della nostra rivista “Il Delfino e la Mezzaluna”, il cui secondo numero presenteremo a maggio.

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Per destinare il 5 per mille alla fondazione è necessario indicare nel riquadro “scelta per la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF” (primo spazio a sinistra del modello 730 e CUD, nello spazio destinato alle associazioni di promozione sociale) il Codice Fiscale della Fondazione

91024610759

e apporre la propria firma sulla riga sovrastante.

 

Per ulteriori notizie in merito potete rivolgervi ai seguenti contatti: 349/5298033, info@fondazioneterradotranto.it; www. fondazioneterradotranto.it.

 

Rimango a disposizione per ogni chiarimento, ringraziandoTi per l’attenzione e per quanto Vorrai fare

Marcello Gaballo – Presidente

 

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Costituzione. Nata il 4 aprile 2011, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al numero 330 – in data 15 marzo 2012. Il  14 dicembre 2012 è stata iscritta nell’Albo Comunale delle Associazioni di Nardò, al numero 21 (Delibera Consiglio Comunale di Nardò n°218 del 14/12/2012).

Finalità. La Fondazione, in conformità con quanto previsto dall’Art. 4 dello Statuto, intende “operare per la promozione, valorizzazione, ricerca e recupero dei beni e dei siti di interesse artistico, archeologico, architettonico, archivistico, demo etno antropologico, storico ed ambientale esistenti nei comuni di Terra d’Otranto”.

 

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Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca in agro di Nardò

 

Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca

 

di Marcello Gaballo

L’area neritina è straordinariamente ricca di strutture masserizie, tra le più variegate per tipologia ed estensione rispetto ad altri territori a vocazione contadina del Salento e della Puglia.

Il territorio del secondo comune della provincia si affaccia sul mare, nel tratto di costa ionica di circa 22 Km. compreso tra torre del Fiume e Punta Prosciutto, estendendosi per circa 2000 ha. anche nell’interno, arrivando ad ovest sino al confine provinciale Lecce-Taranto.

Il suolo è pianeggiante con qualche ondulazione che, nella parte sud, si eleva in collinette che fanno parte del sistema orografico delle Serre Salentine, propaggine delle Murge, abbassandosi con varia pendenza verso il mare.

Su una di queste lievi alture, a poche centinaia di metri dalla costa, si trova la nostra masseria, a brevissima distanza dalle altre denominate Nociglia (a scirocco), Torre Nova (a ponente), Càfari (a tramontana), Torsano e Sciogli (a levante), e dal più noto parco attrezzato di Porto Selvaggio. La raggiungiamo dalla litoranea Gallipoli-Porto Cesareo (S.P. 286), poco prima del villaggio turistico di Torre Inserraglio,  o dalla strada Tarantina (S.P. 112), immettendoci sulla strada che collega questa con la litoranea. Dista da Nardò meno di 6 Km. Seminascosta dalla vegetazione arborea, un tempo era fondamentale punto di riferimento per quanti scendevano al mare.

Le variazioni apportate all’originario arredo architettonico nel corso dei secoli, caratterizzate soprattutto dal successivo accorpamento di locali di lavoro e di deposito, segno delle dinamiche storico-produttive del complesso, tuttavia non hanno alterato la struttura settecentesca, che non sembra aver risentito granchè delle grandi trasformazioni agrarie dell’Otto e Novecento.

Oggi il Brusca, che copre un’area di circa sette ettari, oltre che residenza estiva dei proprietari, è particolarmente attiva dal punto di vista agricolo, destinata alla produzione di olio, vino, cereali, latticini e miele.

L’attuale complesso risulta da un importante ampliamento di una struttura originaria, perlomeno cinquecentesca, della quale sopravvivono tracce. Finora la documentazione non ha aiutato a chiarire in cosa consistesse il nucleo preesistente, forse una torre di difesa a pianta quadrata, inglobata negli ammodernamenti dei secoli successivi e protetta da un circuito murario di difesa con una o più porte di accesso.

I primi documenti disponibili sulla nostra masseria li fornisce il prodigo Archivio di Stato di Lecce, dove sono conservati i documenti notarili della provincia e quindi di Nardò.

Il primo atto particolarmente interessante che la riguardi è del 1716, perché indica l’acquirente, Francesco Santachiara, ed il venditore, il barone neritino Francesco Carignani, residente a Napoli, tramite l’interposta persona di Francesca Alfarano Capece, vicaria e procuratrice del figlio. L’atto indica anche l’intermediazione del fratello il chierico Giuseppe Carignani, residente a Lecce, con procura stipulata dal notaio Giovanni Tafarelli di Napoli del 29/1/1721. L’acquisto viene fissato per 1951 ducati, che il Santachiara avrebbe saldato senza alcun interesse entro il mese di gennaio 1717.

Nel rogito la masseria è denominata Bruschia e la descrizione dettagliata elenca i beni oggetto della compravendita: curti, case, capanne, turre, trozza, aera e palumbaro, terre seminatorie e macchiose di tomolate 200, con tutti li suoi membri ed intiero stato, con un pezzo di terreno di sei tomolate detto lo Calaprico ubicato nello stesso feudo, con 2 buoi, 134 pecore, 9 montoni, 37 agnelli, 32 capre, 16 magliati, 3 capretti, 2 aratri con li giochi, una mattra per la ricotta, come risulta dall’atto di vendita e ricompra stipulato per notar Biagio Mangia da Lecce.

Dopo la morte di Francesco la masseria passerà a suo figlio il reverendo Giuseppe Francesco Santachiara. Forse per insolvenza di quest’ultimo, il complesso viene rivenduto dal barone Carignani al chierico Vincenzo dell’Abate, figlio del noto possidente Francesco, per la cospicua somma di 1900 ducati. La maggior parte di questo importo era stato donato al minore Vincenzo dai nonni materni Giovanni Primativo e Angela Megha.

E’ difficile mettere in luce i reali motivi che spinsero il chierico e suo padre all’acquisto della masseria, ma è certo che al momento dell’acquisto la fortuna economica e sociale dei Dell’Abate è in piena ascesa e la famiglia è tra quelle più in vista a Nardò, desiderosa di soppiantare la vecchia nobiltà agraria e feudale. Anche se non inclusa tra le famiglie nobili, i suoi rappresentanti hanno occupato per molti anni posti di rappresentanza nella civica amministrazione e lo status agiato accresce grazie all’attività economica e alle strategie matrimoniali.

Altri documenti del 1725 e 1727 confermano la proprietà di Vincenzo Dell’ Abate, che nel 1736, già sacerdote, apporta numerose varianti e abbellimenti, riedificando la chiesa per ovvi motivi cultuali. Forte della somma ereditata dagli avi e dagli introiti derivanti dalla vendita della masseria Spinna in feudo di Tabelle, fa realizzare nuovi ambienti, addossandoli per tre lati alla torre, compreso lo scalone che porta al piano superiore, decorandolo con due pitture a tema sacro ancora esistenti.

Probabilmente è suo nipote il medico Francesco Maria, figlio del fratello Saverio e di Fortunata Ricci, erede universale del padre e dello zio, che amplia e abbellisce il giardino annesso, dotandolo di statue e fontana ornamentale, facendo scolpire i profili clipeati e lo stemma familiare sul portale. A causa del raccordo dislivellato con la chiesa è da supporre che egli rifà pure la facciata, forse per rinforzare la torre originaria pericolante, inglobandola in nuove cortine murarie, come si evince da una sommaria ispezione interna. Ne risulta un prospetto insolitamente caratterizzato da sette archi a tutto sesto su pilastri, sui quali corre su tutta la facciata una funzionale loggia su cui affacciano le porte finestre. Allo stesso periodo sembra risalire anche l’interessante balcone interno, posto sul prospetto orientale, che si affaccia sull’ingresso di servizio.

Francesco Maria è lo stesso che ha restaurato e decorato in città il maestoso palazzo di famiglia, tra i più scenografici della città, su via Angelo delle Masse, in cui abita con la moglie Teresa Gorgoni e con gli otto figli. Economicamente supportato dalla ricca dote muliebre, si può pensare che sia stato proprio lui il regista, trasformando la masseria in residenza degna del rango e più consona al suo tenore di vita, considerato che nello stesso periodo avvenivano grandi lavori di ammodernamento di residenze di campagna, come nella coeva villa Scrasceta, che i baroni Personè avevano fatto ampliare e ristrutturare.

Non si registrano grandi variazioni nei decenni successivi e la masseria resta sempre proprietà della titolata famiglia: nel 1809 è ancora dei coniugi Teodora Gorgoni e Francesco Maria Dell’Abate, che nel 1821 in virtù di disposizione testamentaria la lasciano con tutti li fabrichi antichi e nuovi al figlio Vincenzo, dichiarandola del valore di ben novemila ducati.

Forse per le oscure vicende politiche, essendo Vincenzo un carbonaro, la proprietà passa negli anni 40 dello stesso secolo a tre dei sei fratelli, Vincenzo, Giosafatta e Fortunato Dell’Abate. L’unica sorella aveva sposato Maurizio De Pandi, che risulterà proprietario del complesso dopo l’estinzione della famiglia di sua moglie. Da Maurizio passa ai figli, quindi ai Giulio con cui erano coniugati, e da questi agli Zuccaro, che detengono ancora la masseria.

Fu Luigi, secondo marito di Francesca Giulio, che rinnovò le piante del giardino, sostituendo la limonaia con  altre ornamentali, rifacendo i viali interni e meccanizzando la fontana centrale. Altri rimaneggiamenti funzionali e di adeguamento, che non hanno alterato la struttura settecentesca,  sono stati apportati da Francesco, dal quale la masseria è passata al figlio Giovanni, attuale proprietario.

In essa fu ospitato nei mesi di maggio e giugno del 1826 il vescovo di Nardò Salvatore Lettieri, convalescente da una grave malattia e bisognoso di aria salubre e di  riposo.

Il prospetto si articola su due livelli, dei quali il superiore si conclude con un massiccio cornicione aggettante. L’inferiore è caratterizzato da un avancorpo di sette archi a tutto sesto sostenuti da poderosi pilastri, dei quali cinque ciechi. Delle due aperture quella minore consente l’accesso al piano superiore; l’altra conduce al vasto cortile interno, su cui si affacciano abitazioni più modeste e locali di lavoro. Il superiore mostra sette finestre che illuminano ampie sale, tra le quali la sala da pranzo con le pareti dipinte con un illusionistico pergolato che occupa tutte le pareti  e desta stupore in quanti la vedono per la prima volta. Questa immette nel salone di rappresentanza, anch’esso dipinto con graziosi motivi classicheggianti, ridipinti negli anni 60 del secolo scorso da Totò De Simone. In questo ambiente senz’altro importante è il discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone. Il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore.

La scena del compianto della dea potrebbe essere rintracciata in alcuni versi dell’Adone di Giovan Battista Marino. Nel canto XVIII si legge infatti: purché morto ancor m’ami e non ti spiaccia / aver la tomba tua fra le mie braccia” e “Su’l bel ferito la pietosa amante/ altrui compiange, e se medesma strugge. / E sparge, lassa lei, lagrime tante, / e con tanti sospir l’abbraccia e sugge”, e ancora “e sentendo scaldarsi il cor di ghiaccio / per volerlo baciar lo stringe in braccio.

Il perimetro della cinta muraria continua verso oriente con la chiesa e con altro accesso al giardino “delle api”, aggraziato da un artistico frontale con lesene, coronamento e pinnacoli in carparo, tanto da caratterizzare ancor più il complesso, contribuendo ulteriormente a farlo apparire più una villa suburbana che una funzionale ma modesta masseria.

L’adiacente giardino, posizionato ad occidente e denominato “dei Continenti”, più vicino ad un hortus conclusus che non ad un parco campestre, è uno degli elementi di maggiore caratterizzazione, con soluzioni decorative che rendono il complesso masserizio davvero unico, soprattutto per l’arredo statuario di ispirazione mitologica che popola l’interno.

Vi si accede per un portale d’accesso di squisito gusto neoclassico, scandito da quattro semicolonne e dall’insolita conformazione concava, con busti, fregi e decori geometrici e vegetali, due profili clipeati, lo stemma di famiglia. Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Ne risulta quindi una scenografica, quasi teatrale, disposizione a quarti di cerchio e a gruppi di tre.

L’impianto del giardino maggiore è cruciforme e la coppia Zuccaro-Giulio fece realizzare un modellino in muratura della masseria, alquanto fedele, collocato nell’ultima aiuola a sinistra del giardino “dei Continenti”.

Chi fece realizzare questo luogo lo volle davvero delizioso, come lo è tuttora, con piccoli sentieri ombreggiati da maestosi pini di Aleppo che conducono ai viali rettilinei e quindi alla fontana centrale con base quadrata, certamente precedente all’altra circolare posta di fronte all’ingresso. I viali si concludono con altrettante nicchie inquadrate da paraste, con archi mistilinei e con stemmi gentilizi.

Che il giardino fosse presente già prima dei grandi lavori settecenteschi è avvalorato da una data “1636” incisa sul basolato.

torre colombaia

Risulta difficile datare i bellissimi muri di cinta “a secco”, dei quali soprattutto quello che protegge il giardino “della colombaia”, con la cinquecentesca torre colombaia a pianta quadrata, sul lato occidentale del complesso e ben visibile dalla strada.

Altri muri interni suddividono lo spazio del parco in altri quattro giardini, dei quali uno con funzioni di frutteto, l’altro di mandorleto.

La chiesa, eretta in sostituzione della piccola cappella che si trovava nell’ala occidentale, è dedicata all’Immacolata. Forse la precedente può identificarsi con la cappella di Sancta Maria ad Nives, visto che viene visitata dal vescovo, nel Cinquecento, dopo l’abbazia di Santo Stefano di Curano e la chiesa dei Santi Stefano e Vito, entrambe assai vicine al nostro complesso.

Il prospetto della chiesa, con zona inferiore più larga della superiore, è caratterizzato dal portone centrale sormontato da una nicchia vuota e da un’ampia finestra con frontoncino mistilineo, oltre ad una trabeazione con quadriglifi e metope che separa i due ordini. è movimentato nella parte inferiore da paraste e da quattro colonne doriche su pilastri; due sono le colonne superiori, con capitello corinzio. Un frontone triangolare, più ampio del piano superiore, conclude la parte sommitale e ai suoi lati sono collocati due grandi vasi in terracotta. Grazioso il campanile a vela, ruotato lievemente rispetto alla facciata, che ospita una campana del 1636.

L’interno è ad aula unica rettangolare, coperta da una volta a sesto ribassato, unghiata in corrispondenza delle finestre. Numerose decorazioni floreali dipinte sulle pareti allietano l’ambiente, solennizzato dai dipinti di falsi tendaggi annodati. L’altare in pietra policroma occupa tutta la parete frontale e sul gradino più alto ospita la statua della Vergine Immacolata, sotto un artistico baldacchino di legno. Sulla controfacciata vi è un palco o matroneo in muratura, perchè i familiari possano accedervi dall’interno della masseria.

La chiesa è già realizzata nel 1740, quando il sacerdote Vincenzo Dell’Abate pro Ecclesia sub titulo Immaculatae Conceptionis B. M. V., deve al vescovo di Nardò l’obbedienza e il peso annuale di mezza libbra di cera lavorata (cum oblatione medietatis librae cerae elaboratae).

Fu ricostruita nel 1780, come si legge sempre negli Atti di Obbedienza conservati nell’archivio diocesano di Nardò, in cui si legge dell’obbligo annuale di una libbra di cera, oltre l’obbedienza, da parte dello stesso prelato (pro Eccl. Immaculatae Conceptionis noviter erecta in rure eiusdem in loco dicto Brusca). 

La cappella, che nel 1830 riscosse la lode del detto Lettieri, è officiata tuttora nei mesi estivi e nella festa della titolare, l’otto dicembre. Nel 1979 è stata ridipinta da Francesco Zuccaro, che osservava ancora i medesimi obblighi nei confronti del vescovo di Nardò.

Si ringraziano gli attuali proprietari, Giovanni e Maria Luisa Zuccaro, per la cortese disponilità.

 

Bibliografia essenziale

AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006.

A.S.L., spoglio degli atti notarili di Nardò.

V. Cazzato, Il giardino di statue della masseria Brusca a Nardò, teatro del mondo e degli dei, in Interventi sulla “questione meridionale”, a c. di F. Abbate, Roma 2005.

V. Cazzato-A. Mantovano, Paradisi dell’Eclettismo. Ville e villeggiature del Salento, Cavallino, 1992.

A. Costantini, Le masserie del Salento. Dalla masseria fortificata alla masseria villa, Galatina 1995.

C. Daquino, Masserie del Salento, Cavallino 2007

M. Deolo, La masseria Brusca. Un’architettura barocca nelle campagne di Nardò, tesi di Laurea in Storia dell’Architettura Moderna, relatore prof. Vincenzo Cazzato, Università degli Studi di Lecce, a.a. 2003-2004.

M. Deolo, Una masseria ai margini di un “sistema”, la Brusca in territorio di Nardò, in AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006, 198-209.

M. Gaballo, Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, Galatina 2001.

E. Mazzarella, Nardò Sacra, a c. di M. Gaballo, Galatina 1999.

 

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6.

Giustiniano Gorgoni e la vita politica a Galatina dopo l’Unità

Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma
Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma

 

Giancarlo Vallone

La figura del galatinese Giustiniano Gorgoni (1825-1902) torna non di rado nelle pagine di storia regionale ed anche risorgimentale, e direi che si sente ormai l’esigenza d’una messa a punto, che qui non può essere, naturalmente, tentata, ma solo indicata. Si sente cioè l’esigenza di porlo nella giusta posizione se non altro della storia politica cittadina. Il compianto Zeffirino Rizzelli ha dedicato, nel 1999, un saggio al nostro personaggio, che resta il contributo più informato su di lui; ma scritto, come Rizzelli stesso si definisce, da un non-storico, i profili d’errore sono tutt’uno con quelli d’utilità che però è larga, per dovizia di date e per ricerca di precisione.

Che Gorgoni sia stato patriota ed uomo del Risorgimento lo si ricava da vari indizi e da alcuni riscontri; intanto da una lettera sua del 1843 a Rosario Siciliani, sacerdote, e fratello anziano del filosofo Pietro, che fu edita da Aldo Vallone, e che dimostra chiari segni di passione italiana e di sacrificio per la causa. Inoltre nel museo cittadino, si conserva (ed io ho potuto leggerla per la cortesia dell’amico L. Galante) un’importante memoria del gennaio 1886 che Gorgoni scrive per difendersi dalla accuse rivoltegli in un foglio a stampa dall’ex sindaco Viva.

Egli vi narra della sua giovinezza liberale, condivisa col Cavoti, con letture proibite dal Giusti, dal Rossetti e dal Berchet; ricorda che, studente a Lecce, aveva frequentazioni liberali, ed aveva festeggiato in casa dell’ avv. Luigi Falco, con altri giovani, la costituzione del 1848; inserito, perciò, nella lista degli attendibili dalla polizia borbonica, gli è negato il visto per recarsi a Napoli, ed iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza.

G. Toma, O Roma o morte
G. Toma, O Roma o morte

Solo nell’ aprile 1852 gli è concesso di partire, e ottenuta dal Rettore, Gerardo Pugnetti, l’esenzione dall’obbligo di frequenza, è ammesso agli esami, dalla fine di aprile al settembre, e si laurea. Tutto questo dimostra anche altro: se Giustiniano, di antica famiglia del patriziato cittadino, è liberale, c’è anche una frattura dall’osservanza borbonica, che invece resta pertinace ad esempio nel ramo baronale della famiglia, e nel retrivo Giacomo (1780-1858), il teorico dell’ordine sociale o nei parenti baroni Calò; una frattura che spiega il suo legame con esponenti emergenti del ceto mercantile e professionale, come il Siciliani a Galatina, o i Falco, a Lecce. In altri termini, questa antropologia della libertà comincia a creare colleganze intanto ideali in ceti di diversa origine e lo fa proprio quando la diversità cetuale non condiziona più la via al potere: è questo il terreno sul quale va esaminata la continuità o la novità della guida della società in ordine alla sua antica e rigida partizione cetual-giuridica che, l’ho già detto, nell’esser tale, riponeva anche l’assetto del comando e il predominio patrizio.

C’è un altro elemento della vita giovanile di Gorgoni che va posto al centro del quadro: dal novembre del 1852 (e forse prima), già laureato in giurisprudenza, entra nel famoso studio legale, a Napoli, di Liborio Romano, che ne apprezza la capacità tecnica, la conoscenza della lingua francese, l’abilità. Resterà in quello studio pare per sette anni. La notizia era di uso comune, allora, e lo stesso Gorgoni la richiama nella sua memoria; in seguito la ricorda solo un elogio funebre di Giuseppe Panico (Fra i cipressi del camposanto) edito nel 1912. Invece la cosa è di vitale importanza, perché Liborio Romano, oltre ad essere un civilista importante, è una personalità politica di rilievo nazionale.

Nell’estate del 1860 è Ministro degli Interni nel governo costituzionale borbonico, destituisce il 23 luglio 1860 tutti i sindaci eccezion fatta per quello di Napoli, e nomina con decreto quelli nuovi. Aiuta Garibaldi nell’unione di Napoli all’Italia, sarà suo ministro e poi deputato a Torino, ed uno dei capi della Sinistra (storica) fino al 1867, quando morì. Romano nomina sindaco di Galatina, pare al 5 settembre 1860, un Antonio Dolce, suo largo parente (proprio attraverso i Gorgoni) e destinato a restare in carica, come molti dei sindaci romaniani, a lungo. Con grande confusione di idee s’è sostenuto che questa nomina (controfirmata dal Borbone) del 1860 e le successive ratifiche di età sabauda sono “segno di continuità e non di novità democratica”. Intanto questa continuità tra due regimi nella carica di sindaco, è una continuità nell’adesione liberale ed unitaria come mostra la nomina romaniana, e, se pur nasconda profili di opportunismo, si tratta comunque di una novità nel regime costituzionale e politico; certo non una novità “democratica”, chi mai potrebbe dirlo? ma una novità liberale, e, come si vedrà, sociale. Non ogni costituzione né ogni elezione significa democrazia: il suffragio censitario è sinonimo del liberalismo ottocentesco. Non può dirsi propriamente democratico neanche il voto plebiscitario a suffragio universale maschile che si tenne nell’ottobre del 1860 e decise l’annessione italiana dell’antico Regno, con un esito in Galatina schiacciante a favore dell’Unità, grazie all’intervento del medico Nicola Vallone.

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Inizia qui il corso elettorale della nuova Italia. Tra Gorgoni e Dolce, non dovevano esserci rapporti costruttivi: nelle elezioni provinciali del maggio 1861 viene eletto, da Galatina, Nicola Bardoscia, amico e affine di Dolce, proprio contro Gorgoni. Poco dopo, in previsione delle elezioni al Parlamento nazionale del 1865 si progetta la candidatura in area romaniana del filosofo Pietro Siciliani, certo sostenuta dai Vallone, suoi parenti (anche se una polemica ci sarà, nel 1867, al tempo del colera, tra lui e il canonico Carmine Vallone, da me descritta altrove), e dal Gorgoni, ma senza successo, per evidenti resistenze galatinesi, proprio del gruppo Dolce e Bardoscia ( e dei loro amici Mezio, Calofilippi, Angelini, Garrisi, Papadia, come rivela in una lettera il filosofo); ma ognuno di questi gruppi e di questi uomini, in lotta tra loro, si annoda a Liborio Romano.

Ho esposto in ordine cronologico queste vicende perché se ne possono trarre valutazioni poco discutibili: gli uomini capaci di guidare la società galatinese nell’ottobre 1860 (Gorgoni, Dolce, Vallone) sono tutti per l’Unità, qualunque siano state le loro motivazioni. Di più, sono tutti appartenenti all’area politica romaniana, cioè alla Sinistra storica. Tuttavia, come dimostrano le elezioni successive, c’è in corso tra loro una lotta per l’egemonia cittadina: da un canto un gruppo anzitutto mercantile e professionistico raccolto intorno al Gorgoni, e al nucleo parentale Siciliani e Vallone e ad altri. Dall’altra parte il nucleo parentale Dolce e Bardoscia, di cospicua ricchezza agraria, ed altri amici e parenti. E certo si tratta di una duplicità e di un antagonismo destinato a restare dominante, anche se, com’è ovvio, l’ondeggiare della vita amministrativa mostra smagliature e ricollocazioni nelle due aree. La comune adesione romaniana, destinata a dissolversi, ha alle spalle un più profondo elemento comune, perché Vallone, Siciliani, Dolce o Bardoscia, non esprimono storie sociali molto diverse, anche se son diverse le vie di formazione della loro ricchezza: tutti estranei, a differenza del Gorgoni, all’antico patriziato, lo hanno in realtà soppiantato nel corso dell’Ottocento alla guida della città. Per questo fu detto nel 1992, e non può esser detto diversamente, che nel Plebiscito dell’ottobre 1860 la spinta unitaria fu data da “uomini sostanzialmente nuovi alla direzione sociale come Antonio Dolce, Nicola Bardoscia e Nicola Vallone”: uomini nuovi rispetto al secolare dominio patrizio. E questo corrisponde al quadro dell’intero Mezzogiorno, perché la storiografia da tempo sostiene che il vero ricambio sociale della classe dirigente meridionale si concretizza appunto con l’Unità.

Il Gorgoni, reso esperto anche in questo dal magistero romaniano, dal 1862 al 1863 pubblica a Lecce, dove tiene una scuola privata di diritto, e dove per certo ravviva i contatti con Libertini, e con Brunetti, il periodico La Riforma: giornale rarissimo, del quale non si conoscono che un paio di numeri, ma che certamente era ricco di corrispondenze da Galatina. Una lacuna che aggrava la larghissima disinformazione sul periodo, e del resto, di Galatina sappiamo ancor meno per il decennio dal 1866 al 1876: si parla, per quel periodo, di sindaci di “buona fede adamitica”. Il 1876 segna l’avvento alla guida nazionale del Depretis e della Sinistra storica; nello stesso anno ci sono le elezioni amministrative in città; dopo qualche tempo, la nomina a sindaco di Giacomo Viva, genero del Bardoscia, non fa che consolidare nel paese un potere familiare che continua a riconoscersi nell’area della Sinistra e ora si avvale anche di riscontri governativi, mentre in sede provinciale il punto di riferimento è il Brunetti.

Pare sia stato questo un momento di riavvicinamento tra i gruppi: con Viva sono i Vallone e lo stesso Gorgoni, che poi il Viva asserirà, forse infondatamente, eletto in Consiglio comunale (dove sarà anche assessore, come ha ricostruito Rizzelli) per accordo con lui. Tuttavia è proprio il sindaco Viva, che resta a lungo in carica nonostante varie sospensioni ad opera dei Prefetti, a minare la coalizione. Certo è il suocero a sostenerne le sorti: Nicola Bardoscia sarà eletto al Parlamento nazionale nel 1880 contro Oronzio De Donno di Maglie; Gorgoni riesce ad essere eletto al Consiglio provinciale nel 1881.

I due gruppi comunque sono ancora uno contro l’altro nelle elezioni politiche del 1882, quando si candida Pietro Siciliani col sostegno di Gorgoni, di Pietro Cavoti (del quale conosciamo qualche dissapore proprio con Gorgoni), dei Vallone (defilati, ma partecipi): lo stesso gruppo del 1865, ma Bardoscia prevale ancora. La frattura si ripercuote in Consiglio comunale, dove è il sindacato di Viva a non tenere, ad isolare il gruppo familiare, nonostante si conosca, in questo torno di tempo, forse all’inizio dell’estate del 1884, un tentativo di fusione tra i due “partiti”. Nella drammatica sessione consiliare del 21 novembre 1884, per le malversazione del Viva, si dimettono cinque consiglieri comunali: Giovanni Gorgoni, Raffaele Papadia, Giuseppe Venturi, Luigi Vallone senior e Pietro Vallone (in seguito se ne dimetterano altri quattro); dopo pochi giorni viene edito il primo numero del periodico locale lo Sbarbarino (edito dalla fine del 1884 al 29 luglio1886) sul quale non si sa chi abbia scritto: non Giustiniano Gorgoni che apparentemente ne dissente; nemmeno un galatinese dalla penna netta ed incisiva come Antonio Romano (del quale posseggo importanti carte manoscritte); forse Pietro e forse anche Luigi Vallone (don Luigino) ed altri. Viva deve subito dimettersi dalla carica di sindaco, pur restando in giunta; in breve il prefetto Vincenzo Colmayer (poi senatore), nomina una commissione d’inchiesta, insabbiata, si sospettò, dal Brunetti. L’altro gruppo si rafforza costantemente di adesioni significative; nelle elezioni comunali suppletive per 12 consiglieri del (31 luglio ?)1885 sono eletti 12 avversari del Viva (al quale resta una risicata maggioranza) come Luigi Vallone, Giuseppe Siciliani, Antonio Romano, Celestino Galluccio, e poi Venturi, Santoro,Tanza, Mezio, Micheli, Consenti, Capani e Raffaele Papadia, che è indicato come sindaco dal prefetto Colmayer pare ad inizio del 1886. Viva non accetta la sconfitta. Il 25 agosto 1885 diffonde un foglio a stampa, che purtroppo non ho rinvenuto (ma che si legge, per un brano, nel volume del Bernardini sui giornalisti leccesi), nel quale attacca tutti, in particolare i Vallone, il Papadia, Giustiniano Gorgoni: i primi replicano a stampa (fogli del 12 e del 28 settembre, presso di me), il Gorgoni con la memoria citata, e con una querela. Perciò è inevitabile che in prossimità delle elezioni politiche del maggio 1886, si divarichino ancora di più i legami alti: sempre Brunetti (salvo un voltafaccia all’ultimo minuto) per Bardoscia e Viva; mentre non sorprende che l’altro gruppo si appoggi a Giuseppe Romano, fratello minore di Liborio e parlamentare autorevole della Sinistra. Poi nelle elezioni amministrative dell’ estate 1886 il successo di questo gruppo è pieno e definito. Per certo in un volantino del 1894, che fa parte di una mia collezione che definirei importante, Celestino Galluccio indica il 1886 come data della svolta.

L’antico fronte romaniano della Sinistra non esiste più, spaccato nettamente in due parti che si collocano su posizioni politiche del tutto distinte ed articolate, ormai, in una Destra, di nuovo modello “chiusa ed arroccata nell’ amministrazione, di fronte ad una Sinistra aperta socialmente” orientata nel futuro ad una professione socialista, con Paolo Vernaleone, e ad una repubblicana con Antonio Vallone, che è destinato a divenire il leader indiscusso della sua area, ormai, dal 1886, vincente, e del paese. Dopo un salto informativo di un altro decennio, con la tornata amministrativa del 1897, Gorgoni e Vallone sono insieme assessori; quasi a simbolo del passaggio di testimone.

Concludo notando che l’ elenco delle opere a stampa del Gorgoni è certamente incompleto, e contiene forse degli errori; sorprende che non si conoscano sue allegazioni almeno del periodo napoletano, che invece dovrebbero esserci, proprio per la sua riconosciuta capacità, che del resto si riscontra anche nell’attività di amministratore comunale, di cui l’impegno per il Ginnasio e poi Liceo Colonna è solo un aspetto. L’opera più importante è il suo notevolissimo Vocabolario Agronomico…della Provincia di Lecce edito a dispense dal 1891 al 1896, e poi unitariamente a Lecce, con data, forse anticipata, del 1891, e ristampato infine da Forni, a Bologna, nel 1973. Rizzelli si affanna a dire che non è opera di agronomo e nega questa qualifica anche al suo raro scrittarello del 1858 sull’uso dello zolfo in agricoltura, ma se l’agronomia è “scienza e studi dell’agricoltura”, come egli scrive, anche Gorgoni è un agronomo, con inclinazione magari lessicografica, ma anche di scienza applicata, com’è facile riscontrare non solo nello scrittarello, ma in tante pagine dello stesso Vocabolario. In fondo essere stato avvocato, agronomo, giornalista, politico ed amministratore non è ancora aver segnato il massimo della versatilità. Gorgoni muore in Galatina, nel suo palazzo di via Cavour, il 10 marzo del 1902; ma di lui dovremmo cercare di sapere di più.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

IL PARTY (6/7)

di Armando Polito

Èccume qua! Tì la verità, sperai ca no tturnava. Allora, sta bbiti cce ‘nc’è scrittu sobbra all’urtimo bicchieri? – (Eccomi qua, speravi che non sarei tornato. Allora, vedi cos’è scritto su quest’ultimo tumbler?).

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Virèscit vùlnere virtus

Brau, sta fiata l’ha llittu cu li accenti ggiusti! Sicuramente ggh’è stata nna botta ti culu. E cce ssignifica?– (Bravo, questa volta l’hai letto con gli accenti corretti. Sicuramente sarà stata una botta di culo. E che significa?)

Ti ho già detto che ho sette lauree tra le quali spicca, dopo quella in coprologia che ho già nominato, l’altra in petologia conseguita a Buenos Aires con una tesi dal titolo La scorreggia inodore. Continua a mancarmi quella in lettere. Perciò, falla finita e traduci! –

Uèi, agnò, càrmate e bbrapi bbone li recchie ca la cosa è llonga! – (Ehi, ragazzo, calmati e apri bene le orecchie perché la cosa è lunga!).

Ormai sono tutto orecchi. Vai!

Virescit vulnere virtus significa lu valore ddiventa erde cu lla ferita

Tutto qua?

Spetta ca no imu mancu ‘zzaccatu! – (Aspetta, che non abbiamo nemmeno cominciato!).

Allora, continua!

Ha ssapire ca totte l’addhi motti ti prima scritti in latinu no erano citazziuni di quistu o quiddhu nunnu ‘mportante come, cce ssàcciu, Virgiliu o Oraziu. Sta fiata li cose stannu tiversamente piccé ddhi palore sontu ti lu poeta Furiu. Pensa ca ti iddhu no èramu saputu nienti ci Gèlliu prima e Noniu Marcellupoi non d’erano lassatu sei versi. Li palore ti lu mottu sontu la seconda parte ti lu sestu versu ca gghete: Increscunt animi, virescit vulnere virtus, e si tratuce cresce lu curaggiu, lu valore ddiventa erde cu lla ferita – (Devi sapere che tutti gli altri motti in latino non erano citazioni di questo o quell’autore importante come, che so, Virgilio o Orazio. Questa volta le cose stanno diversamente perché quelle parole sono del poeta Furio. Pensa che di lui non avremmo saputo niente se Gellio1 prima e Nonio Marcello2 poi non ci avessero lasciato sei versi. Le parole del motto sono la seconda parte del terzo verso che è Increscunt animi, virescit vulnere virtus e significa cresce il coraggio, il valore rinverdisce con la ferita).

Sì se si tratta di una semplice scalfittura

A pparte ca si tice scrasciatora, piensi ca cu mme ti puè puru permettere lu lussu cu ffaci lu spiritosu? Perciò stette cittu ca ancora stamu a mmenza strata!  – (A parte il fatto che si dice scrasciatora, pensi di poterti pure permettere con me il lusso di fare lo spiritoso? Perciò stai zitto perché stiamo ancora a mezza strada!).

Non parlo più

Cusì mi piaci. Allora, tocca cu ssai ca, quarche sieculu topu ca la famiglia Burnett s’era scucchiatu sti palore pi mottu, la stessa cosa fècira a Paia e a Genua lu tipocrafu Girolamu Bartoli e li ereti sua a partire, chiù o menu,  ti la metà ti lu siticesimu sieculu. Spetta, ca tegnu a ‘mposchia lu frontespizio ti nnu libru ti tandu – (Così mi piaci. Allora, devi sapere che, qualche secolo dopo che la famiglia Burnet si era scelto queste parole per motto, la stessa cosa fecero a Pavia e a Genova il tipografo Girolamo Bartoli e i suoi eredi a partire, più o meno,  dalla metà del XVI secolo. Aspetta, ho in tasca il frontespizio di un libro di allora).

E me lo sciorinò in faccia.

33Peccato! Per fare bella figura con me hai mutilato una cinquecentina

Addhu cca ccapra, tieni propriu nna capu ti magghiatu! No ssi ccapace mancu cu bbiti la tifferenza tra ‘n’originale e nna copia fotostatica!

Ogni volta che tentavo di reagire al potere che quella voce via via sempre più pesantemente esercitava su di me aggravavo la situazione e non mi rimaneva che farfugliare ancora una volta le mie scuse. Ma in questo tergiversai e l’ultimo velleitario tentativo di reazione mi fu fatale.

Però qui l’immagine che accompagna il motto è diversa da quella del bicchiere e se in questo essa fa parte dello stemma dei Burnett, nella marca del libro mi pare di vedere uno strano animale; e, comunque, che rapporto c’è tra le due immagini e il motto?

No tti l’àggiu tittu prima piccé mi pinsaa ca eri menu fessa. Sobbra ‘llu bbicchieri è raffiguratu lu stemma ti la famiglia Burnett: nnu ramu ti spina ti sòrice, nnu cuernu ti caccia, nna manu ca cu nna roncula sta ttagghia nna crappa ti ua ti la chianta sua. Alli palore ti Furiu ‘nc’è nnu riferimentu militare e òlinu cu ddìcinu ca lu tulore tante fiate ti tae nna forza, puru ti spiritu,  ca mancu ti spittai; qua ole cu ddice alla lettera ca ti nnu tàgghiu esse nna cosa ti valore (l’ua e, macari, lu mieru; ci la roncula sta pputava la igna era ‘bbutu ancora n’addhu significatu terra terra; iò aggiu ggià persu troppu tiempu cu tte, fattilu spiecare ti nnu putatore), ma largu largu si torna allu significatu ti Furiu

[Non te l’ho detto prima perché pensavo che tu fossi meno fesso. Sul tumbler è riprodotto lo stemma della famiglia Burnett: un ramo di pungitopo, un corno da caccia, una mano che con una roncola sta recidendo un grappolo di uva dalla sua pianta. Nelle parole di Furio c’è un riferimento militare ed esse vogliono dire che il dolore spesso dà una forza, anche morale, che non ci si aspettava; qui vuol dire alla lettera che da un taglio deriva qualcosa di valore (l’uva e, eventualmente, il vino; se la roncola stesse potando la vigna il motto avrebbe assunto un altro significato letterale; io ho perso già troppo tempo con te, fattelo spiegare da un potatore), ma in senso traslato si torna al significato che aveva in Furio].

Una pausa di pochi secondi e pregai con tutte le mie forze che quella voce si fosse inceppata per sempre. Macché! E pensare che mi ero dimenticato pure della domanda che gli avevo fatto sullo strano animale della marca tipografica. Fra l’altro doveva avere anche la capacità di leggere nel pensiero perché un attimo prima che gliela riformulassi:

L’animale stranu si tte, nno quiddhu ti la marca, ca ggh’è la famosa Itra ti l’ernia (ricordate ca si scrive cu ll’apostrofu e cu lla i, ci vuei cu ffaci nna bbella carriera …). Tinìa nove càpure a fforma ti sirpente (nc’è cinca tice ca ‘ndi tinia cinquanta) sobbra nnu cuerpu ti tracu senza l’ale (secondu addhi ti cane). Insomma, l’unica cosa certa era ca la capu ti lu centru no mmuria mai e ti l’addhe quandu ‘ndi tagghiai una ‘ndi spuntaanu toi. Ercule la ‘ncuntrò quandu sta sscia alla fatia pi lla seconda fiata (a totta la ita sua sciu ffatìa sulamente tùtici ggiurni … e poi malanganu li politici ticendu ca no ffacinu nienti) e senza cu pperde tiempu li tagghiò a nna botta totte li capure. Era statu megghiu cu nno lu fazza, ca intra ‘nnu secondu l’Itra cacciò cchiù capure eddha ti quante corne porta nnu panaru ti cozze munaceddhe. Ma iddhu era iddhu, beddhu, forte e di cirièddhu. Si mese ‘ntorna all’opera (puru tandu ‘nc’eranu li straordinari …) ma sta fiata manu manu ca tagghiaa nna capu facia brusciare la ferita ti nipòtisa Iolau ca s’era purtatu appressu (nna specie ti portabborse ti osce parente ti l’onorevole …?). No era fattu li cunti, però, cu la capu ca no mmuria mai, ma alla fine ense iddhu piccé scuffundò tuttu l’animale sotta a nna petra ca paria nna muntagna. Si nd’issera Iolau cu nna manu scottata e Ercule c u nna brutta ernia. E cusì ddh’animale ca prima si chiamaa Idra di Lerna ti tandu ddivintò Itra ti l’ernia; lu mottu ti la marca, perciò, si riferisce a quiddhu ca succitia ogni fiata ca quarchetunu tagghiava nna capu a ddhu mostru fincuttantu Ercule no lli truò l’acqua cauta

[L’animale strano, sei tu, non quello della marca, che è la famosa Idra dell’ernia (ricordati che si scrive con l’apostrofo e con la i, se vuoi fare una bella carriera …). Aveva nove teste a forma di serpente (secondo alcuni erano cinquanta) su un corpo di drago sena le ali (secondo alcuni di cane). Insomma, l’unica cosa certa era che la testa centrale aveva il dono dell’immortalità e per quanto riguarda le altre per ciascuna che se ne tagliasse ne spuntavano due. Ercole l’incontrò quando stava andando al lavoro per la seconda volta (in tutta la sua vita andò a lavorare solo dodici giorni … e poi dicono male dei politici sostenendo che non fanno nulla) e senza perdere tempo in un colpo solo le tagliò tutte le teste. Sarebbe stato meglio non averlo fatto perché in un secondo l’Idra tirò fuori più teste di quante corna presenta un paniere pieno di chiocciole monacelle. Ma Ercole era Ercole, bello, forte e intelligente. Si mise da capo all’opera (anche allora c’erano gli straordinari …) ma questa volta mentre tagliava una testa faceva bruciare la ferita da Iolao, il nipote che si era portato appresso (un … nepotistico portaborse ante litteram?). Non aveva fatto i conti, però con la testa immortale; ma alla fine vinse lui perché seppellì tutto l’animale sotta a ‘nna petra ca parìa nna muntagna. Ne uscirono Iolao con una mano scottata ed Ercole con una brutta ernia. E così quell’animale che prima si chiamava Idra di Lerna da allora divenne l’Idra dell’ernia; il motto della marca, perciò, si riferisce a quello che succedeva ogni volta che qualcuno tagliava una testa a quel mostro, finché Ercole non trovò il mezzo per eliminarlo].

Già pensavo di sfruttare questa informazione per la mia millesima pubblicazione, magari chiedendo qualche dettaglio che rientrasse tra quelli che oggi tirano sul mercato, quando la voce del dottor Jekyll tornò a tuonare.

Sti palore ti Furiu, sfruttate ti la famiglia Burnett e ti lu tipocrafu Bartoli eranu puru lu proerbiu preferitu ti Nietzsche; sacciu ca tu no ssai ci era, ma t’aggiu già tittu ca vo ti pressa e cci vuoi cu sai ti cchiui basta cu bbai sobbra internette, sempre ci si ccapace cu ‘mpicci lu ppiccì. Quiddhu ca t’era ddire mo ti l’aggiu scrittu sobbra stu bbigliettu. Mìntitilu ‘mpòscia paru cu ll’addhi e speriamu ca ti ricuerdi ancora comu si legge

(Queste parole di Furio, sfruttate dalla famiglia Burnett e dal tipografo Bartoli costituivano pure il proverbio preferito da Nietzsche; so che tu non sai chi era, ma ti ho già detto che vado di fretta e se vuoi saperne di più ti basta andare su internet, sempre che tu sia capace di accendere il pc. Quello che ti dovevo dire adesso te l’ho scritto su questo biglietto3. Mettilo in tasca insieme con gli altri e speriamo ancora che ricordi come si legge).

Eseguii l’ordine sperando che la tempesta si placasse; speranza fallita.

Mo facimu nnu picchi ti statistica. Sobbra a intinoe motti uno ete in gaelicu, sei so in inglese, cinque in francese e la bbellezza ti sìtici so in latinu. E nno bbasta, piccé t’aggiu musciatu comu parecchie palore inglesi, pi nno parlare ti li francesi, so’ nnate ti lu latinu o tèninu a cce ffare cu llu latinu e ppuru cu llu grecu. Ti tice nienti tuttu quistu?

(Adesso  facciamo un po’ di statistica. Su ventinove motti uno è in gaelico, sei sono in inglese, sei in francese e ben sedici in latino. E non basta, perché ti ho mostrato come parecchie parole inglesi, per non parlare delle francesi, sono nate dal latino o hanno a che fare con questo e pure col greco. Ti dice niente tutto questo?).

Abbassai la testa e tacqui. (CONTINUA)

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1 Aulo Gellio (II secolo), Noctes Acticae, XVIII, 11.

2 Nonio Marcello (IV secolo), De compendiosa doctrina, II, 912.

3 C’era scritto: “da Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, Armando, Roma, 2005, traduzione di Giuseppe Turco Liveri: Conservare la propria serenità in una faccenda fosca e di smisurata responsabilità non è abilità da poco: eppure, che cosa sarebbe più necessario della serenità? Nulla riesce, se la baldanza non vi ha la sua parte. Solo un eccesso di forza è la dimostrazione della forza. Una trasvalutazione di tutti i valori, questo interrogativo così oscuro, così immane da gettar ombra su colui che lo pene, avere per destino un tale compito costringe a ogni istante a correre al sole, a scuotersi di dosso una società divenuta pesante, troppo pesante. Ogni mezzo è buono a questo scopo, ogni caso è un caso fortunato. Soprattutto la guerra. La guerra è sempre stata la grande saggezza di tutti gli spiriti divenuti troppo interiori, troppo profondi; persino nella ferita v’è ancora una forza risanatrice. Da molto tempo il mio motto preferito è un detto, la cui origine tengo celata alla curiosità erudita: increscunt animi, virescit vulnere virtus”. 

 

 

 

 

Dalla “scalera” al Cynar, un veloce viaggio nel tempo, senza escludere il ritorno al passato …

di Armando Polito

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Nonostante il nome carciofo (Cynara cardunculus scolymus L. 1 )  derivi dall’arabo kharshūf, questa pianta nella sua varietà selvatica (Cynara cardunculus L.) era ben nota agli Egizi e i Greci e i Romani se ne cibavano. Qualcuno ritiene che la presenza endemica di questa specie selvatica non esclude la possibilità che il carciofo abbia avuto origine, addirittura fin dal I secolo d. C., anche in Italia, proprio dalla sua domesticazione.

Dopo aver detto che carciofo in dialetto neretino è scarciòppula2 e che alle testimonianze antiche su questo ortaggio dedicherò prima o poi uno spazio infinitamente superiore rispetto a quello riservatogli oggi, passo rapidamente a far onore al titolo.

Scalèra è il nome dialettale del Cynara cardunculus. Il Rohlfs nel secondo volume del suo vocabolario si limita ad invitare ad un confronto con il calabrese scalièru=cardo selvatico. L’illustre studioso, poi, nel terzo invita ad un confronto, questa volta con il greco σκαλἱας (leggi scalìas)=testa di carciofo.

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Aggiungo io  che la voce σκαλἱας è attestata in Teofrasto (Historia plantarum, VI, 4, 11) e che probabilmente è connessa con l’aggettivo σκαληνός (leggi scalenòs)=irregolare disuguale, scabro (da cui scaleno, detto di un tipo di triangolo, la figura geometrica …), che è certamente dal verbo σκάλλω (leggi scallo)=sarchiare, dalla cui forma iterativa σκαλίζω è derivato il neretino scalisciare  (usato nel significato di razzolare e, con riferimento all’uomo, anche al mangiare svogliatamente mortificando con le posate il cibo nel piatto).

Rischio pure io, come il Rohlfs con i confronti proposti, di aggirarmi solo attorno all’ostacolo senza superarlo. Perciò dico subito che scalèra non è altro che la trascrizione del greco ἀσκάληρον (leggi ascàleron) attestato in Ateneo (I deipnosofisti, II, 28), con passaggio dal neutro plurale con valore collettivo al femminile singolare. Lo spostamento dell’accento e il passaggio dal neutro al femminile mi fanno pensare ad un intermediario latino *ascalèra (spostamento di accento perfettamente coincidente con il passaggio da η ad  ē) neutro plurale con valore collettivo (da cui, poi, il passaggio al singolare di scalèra) attraverso la trafila  *ascalèra>*l’ascalera>la scalèra (deglutinazione di a– inteso come componente dell’articolo)>scalèra.

Che poi ἀσκάληρον possa, secondo me, essere considerato come derivato da σκαλἱας con aggiunta in testa di α- (con valore copulativo) e in coda di un suffisso aggettivale, conferma ancora una volta la grandezza del filologo tedesco, ma anche il detto oraziano  quandoque bonus dormitat Homerus (ogni tanto pure Omero si appisola) dal momento che ἀσκάληρον è presente nel vocabolario del Rocci, che ai suoi tempi (e pure ai miei, purtroppo …)  era quello di riferimento (e lo sarebbe stato per qualche altro decennio).

Se l’individuazione dell’etimo non è stata, tutto sommato, complicata, resta fastidiosissimo per motivi facilmente comprensibili, anche per chi, appartenendo ad una certa generazione (intesa pure come sistema educativo …) in passato qualche volta l’ha fatto, raccogliere le scalere e mondarle. Prepararle, invece, non è affare … spinoso e il successo è assicurato, almeno presso chi ancora non ha le papille gustative devitalizzate dai sapori (?) di oggi.

Per passare dalla scalèra al carciofo dovettero trascorrere probabilmente molti secoli. Nelle foto che seguono, intanto, esibisco orgogliosamente i carciofi (razza indigena … ) del mio orto. Il solito invidioso osserverà che avrei fatto meglio a raccoglierli un po’ prima. Può darsi che abbia ragione, ma ormai è fatta, anzi me li son fatti, alcuni crudi, altri lessi, altri ancora alla sciutèa (la preparazione non coincide minimamente con la ricetta romana dei carciofi alla giudìa).

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Molto meno tempo è occorso per passare dal carciofo al Cynar, nato nel 1952 e impostosi prepotentemente sul mercato grazie anche agli spazi pubblicitari sulla carta stampata.

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Poi venne mamma tv e,  allora, come non ricordare, di fronte a certa pubblicità di oggi che vuole essere subliminale ma che a me appare demenziale e suscita l’effetto opposto a quello che intendeva scatenare, i siparietti del mitico Carosello, sviluppo delle precedenti inserzioni, in cui protagonista era una bottiglia del nostro liquore a disposizione di un rassicurante Ernesto Calindri intento a leggere il giornale surrealmente seduto ad un tavolino posto nel bel mezzo di un infernale (oggi lo dovremmo definire apocalittico) traffico cittadino?

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Esiste, oggi, contro il logorio della vita moderna, un novello Cynar che non sia un drastico cambiamento di vita? Ci salveremo procedendo a ritroso, dal Cynar e dai suoi tanti succedanei (tra cui le erbe non propriamente officinali …)  al carciofo e da questo alla scalèra?

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1 Cìnàra (o cýnara) è voce attestata in Columella e in Plinio; per quanto riguarda il mondo greco κινάρα (leggi chinàra) è attestato in Dioscoride e Ateneo e κύναρος (leggi chiùnaros) in Sofocle e in Ateneo; probabilmente entrambe sono connesse con κύων=cane (le brattee ricordano i denti dell’animale).  Scòlymus è voce attestata in Plinio; per il mondo greco σκόλυμος  (leggi scòliumos) è attestato in  Esiodo, Dioscoride, Teofrasto e Ateneo. Le due voci ricordate sono usate sempre, nonostante gli scarni dettagli descrittivi, in riferimento a varietà selvatiche di cardo. Cardùnculus è formazione moderna, diminutivo del classico càrduus=cardo, costruito sul modello di fur (=ladro)>furùnculum (=tralcio secondario, che sottrae linfa alla pianta: alla lettera piccolo ladro), da cui, per traslato, l’italiano foruncolo.

2 Appare connesso con la variante araba xarshūf per quanto riguarda la s iniziale, per la parte finale sembra modellata sulla formazione coppa>còppula.

 

Consigli per produrre olive di qualità

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di Antonio Bruno

 

Un buon vino è il risultato di un lavoro di un “dottore agronomo di campo” che sovrintende la produzione per ottenere un’uva di qualità che, una volta vendemmiata e portata in cantina, diviene materia di lavoro per un’altra figura professionale che è l’enologo che cura tutti i processi dalla consegna dell’uva fino a giungere ad ottenere un vino di qualità

Il Dottore Agronomo Carmelo Buttazzo afferma per ottenere un olio d’oliva di qualità ci si deve attenere a figure professionali specifiche che sovrintendono le varie fasi della produzione prima delle olive e poi dell’estrazione e conservazione dell’olio.

Il Dottore Agronomo “di campo” è colui a cui affidarsi per l’ottenimento di olive di qualità; questo professionista stabilisce cosa fare e quando farlo e lo comunica al produttore.

L’albero d’olivo, per esprimere attraverso il suo prodotto, e cioè il frutto delle olive, il massimo della qualità, deve essere ben  nutrito. Quale nutrimento e quanto darne è quello che stabilisce il Dottore Agronomo che deve valutare le caratteristiche del terreno su cui c’è l’albero di olivo, quante sostanze nutritive sono state già mangiate dall’albero per la produzione delle olive dell’anno  precedente e tante altre cose che sono il frutto della “sapienza” di anni e anni di prove e di tentativi fatti che producono quello che tutti chiamiamo l’esperienza. Lo stesso si deve occupare anche dell’equilibrio vegetativo della pianta di olivo dando disposizioni precise per i tagli da effettuare con le potature e di come farle per ridurre i costi della raccolta. Deve quindi garantire la sanità delle olive perché è lui il medico della terra che cura le piante di olivo, stabilendo quali, in che modo e quanti farmaci dare alle piante, facendo sempre attenzione all’andamento climatico ed al monitoraggio dell’infestazione dei parassiti. E’ il medico della terra, che rileva le malattie da batteri, funghi, insetti che mettono a rischio la sanità delle olive. In funzione di queste osservazioni e con la sua “sapienza” il Dottore Agronomo dell’oliveto decide quali medicine e in che quantità devono essere date agli olivi, decide il giorno in cui le olive devono essere raccolte per garantire la migliore qualità organolettica e salutistica del prodotto olio che si andrà ad estrarre.

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Già le olive! Ma quali olive? Sono quelle delle varietà che sono maggiormente presenti nel Salento leccese, prima fra tutte l’Ogliarola di Lecce e poi la Cellina di Nardò. Ma ci sono anche degli alberi di olivo di varietà di nuova introduzione come l’oliva di varietà leccino, la cima di Melfi, frantoio, carolea, nociara, picholine, coratina. Per tutte queste varietà il Dottore Agronomo deve decidere il giorno più opportuno per raccogliere le olive, tenendo a mente che il momento dell’invaiatura che si verifica quando l’oliva cambia di colore dal verde ad una colorazione finale che varia dal rosso porpora al nero è quello in cui vi è la massima concentrazione di sostanze aromatiche ed antiossidanti nel frutto.

In questa fase le olive sono molto ricche di alfa-tocoferolo  un nutriente vitaminico essenziale e vitale per l’uomo, un potente antiossidante liposolubile, presente in molti vegetali ma non nelle alte percentuali presenti nell’olio di oliva. Il tocoferolo è la vitamina E, ma poi ci sono altre sostanze aromatiche che insieme all’alfa tocoferolo sono prodotte dal frutto dell’oliva perché servono a difendere l’embrione (oleouropeina, tirosolo, beta carotene ecc.).

Buttazzo spiega la presenza di queste sostanze all’interno della drupa dell’olivo facendo un paragone con la mamma incinta, che protegge e nutre il suo nascituro con il sacco vitellino e la placenta, trasmettendogli tutte quelle sostanze immunitarie. La drupa con il suo mesocarpo, ricco di sostanze nutritive ed antiossidanti, protegge e nutre il suo embrione.

L’ alfa-tocoferolo  e gli antiossidanti in genere agiscono come kamikaze ovvero si autodistruggono per difendere le sostanze nutritive facilmente attaccabili dall’ossigeno (ossidabili) e che diventerebbero dei radicali liberi molto pericolosi per la salute dell’embrione ma anche dell’uomo.

Per avere un prodotto di qualità più volte il collega Buttazzo insiste sul concetto della sanità dell’oliva ed è per questo che affronta l’argomento di uno dei peggiori nemici dell’oliva ovvero la Mosca, detta anche mosca delle olive o mosca olearia (Bactrocera oleae Gmelin, 1790). Dovete sapere che è un insetto appartenente alla sottofamiglia dei Dacinae Munro, 1984 (Diptera Brachycera Schizophora Acalyptratae Tephritidae). È una specie carpofaga, che significa che si nutre dei frutti di olivo, ovvero delle olive; la larva della Mosca è una minatrice, infatti fa delle gallerie nella drupa dell’olivo. È l’avversità più grave a carico dell’olivo.

Quando la larva mangia la polpa per nutrirsi, produce un enzima liposolubile che è la lipasi. Questo enzima le serve per “digerire” i grassi producendo energia quindi questo enzima è pericolosissimo per il processo di acidificazione dell’olio contenuto nelle olive.

Sai cos’è l’enzima? E’ una proteina che accelera le velocità delle reazioni chimiche, dal composto A al composto B e viceversa.

Quindi se un’oliva ha dentro la larva della mosca, ha dentro anche la LIPASI, che è capace di effettuare l’idrolisi dei lipidi, trasformando i trigliceridi in glicerolo e in acidi grassi (acidità dell’olio).

ph Donato Santoro
ph Donato Santoro

Buttazzo afferma senza paura di smentita che se un’oliva non è sana, quando effettueremo la spremitura per ottenere l’olio, noi ci porteremo nell’olio una acidità conclamata. Ma anche se così non fosse c’è sempre la possibilità di introdurre nell’olio la lipasi che attiverà il processo di acidificazione dell’olio nella fase di conservazione dello stesso.

Il collega Buttazzo infine evidenzia che questa carica lipasica è detta esogena, che significa che proviene dall’esterno dell’oliva, mentre non è da sottovalutare una piccola percentuale di lipasi che proviene dall’embrione dell’oliva e che viene detta endogena e serve all’embrione dell’oliva, per digerire i grassi che madre natura gli ha fornito nella polpa. Quindi, quando l’oliva è sana avremo sempre presente la lipasi endogena. Verso fine novembre – inizio dicembre abbiamo una percentuale di lipasi nell’oliva maggiore del 2% e si può stare certi che già l’olio che è all’interno dell’oliva è acido.

Se si vuole fare un oliva di qualità, ovvero sana, non si può raccogliere in questo periodo, bisogna farlo certamente prima. Ma quando? Quando lo stabilisce il Dottore Agronomo di oliveto!

Un altro pericolo per l’oliva e l’olio sono i processi ossidativi, protetti dagli antiossidanti descritti in precedenza, ma anche dalla clorofilla, un pigmento che colora l’olio di verde ma che poi come abbiamo visto all’invaiatura vira al rossastro.

La clorofilla rappresenta un antiossidante al buio, mentre è un pro ossidante in presenza di luce. Capite ora perché l’olio si conserva in bottiglie scure e in luoghi protetti dalla luce? Buttazzo ci rivela che lui protegge le sue bottiglie con la stagnola per impedire alla luce di entrare. Quindi puoi farlo anche tu, prendi la tua bottiglia e avvolgila nella stagnola.

C’era la luna sul mare di Castro

di Gianni Ferraris

C’era la luna sul mare di Castro. Ed era il primo giorno d’estate. La notte scendeva lentamente, si portava appresso stupore e voglia di lasciarsi andare. Quasi come se tutto fosse stato detto e ascoltato.  Poi di nuovo i ricordi che si inseguivano. Abbiamo mangiato acciughe e bevuto birra in riva al mare. “Li portate via o li mangiate qui vicino al mare?” ci chiedeva la signora che stava friggendo. “Qui, vicino al mare, è meglio”. Di fronte a quello spettacolo che le parole non riescono a dire, che commuove per la sua prepotente imponenza e maestosa bellezza era bello ascoltare le onde e la luna. Ma si sa,  spesso si vive ieri.  Oggi è talmente strano da sembrare incomprensibile.

“Devo andare ad Alessano domattina, mi accompagni? Poi ci fermiamo a Castro”. Mi aveva detto l’amica con la quale stavo condividendo birra e acciughe. Così ci sono andato, mentre lei era presa dai suoi impegni, io sono salito sull’auto e me ne sono andato in giro. Erano le otto e trenta circa quando entravo nel cimitero di quel paese. Non sono un frequentatore di cimiteri. Di solito li evito,  perchè  ritengo che i ricordi siano nel cuore e nella testa. Parlo con un tramonto, con la luna magari. Non mi riesce farlo di fronte ad una lapide con una fotografia che ha fermato un attimo, un momento. Non necessariamente dei migliori. Magari vedo quella posa in giacca a cravatta: “proprio lui che detestava le cravatte…”.  Ma era la foto buona, quella per le grandi occasioni.    E’ come il vestito della domenica di quando ero piccolo. Era magari bello, l’avevo scelto con cura, però non lo indossavo che in poche occasioni. Che perdita di tempo. Forse per questo il mio guardaroba è ridotto al minimo. Solo cose che mi piacciono. O con le quali mi sento a mio agio. Finchè le logoro.  Però ad Alessano mi sono sentito in dovere di entrarci, nel cimitero. C’è una specie di piccolo anfiteatro rotondo. Con gradoni dove ti puoi sedere. Al centro, in un’aiola, rotonda anch’essa, con erba tagliata e curata, c’è la grande lapide di Don Tonino Bello. Mi sono seduto su quei gradini. Non ho pregato perchè non lo so fare. Neppure so, e non compete a me sapere, se è giusto santificare una persona. Ritengo però sia indispensabile ricordarne la figura in ogni momento. Perchè la vera santificazione è questa. Ricordare. Sopratutto in questi tempi. Dove per troppe persone la vita è una scommessa. No, veramente non so se la santificazione lo renderà più santo di quanto già non sia. Ero solo in quel cimitero, a quell’ora. Unica presenza, lo zampillo dell’acqua che rendeva più verde l’erba intorno alla lapide. Ripensavo al grembiule e alla stola  uscendo. Camminavo leggero per non disturbare. Di nuovo l’auto,  sono andato fino al Ciolo. Così, per ricordarmi la bellezza. Per farmi rapire. Così, giusto per sapere di essere vivo. Poi, la sera, quella luna che abbiamo visto sorgere, alzarsi piano piano, e illuminarsi sempre più mentre dall’altra parte il sole calava. Le luci là in fondo erano l’estremo lembo d’Italia. Il giorno prima ero in piazza Sant’Oronzo a Lecce. Mi ferma un signore, era in compagnia della moglie e del figlioletto di pochi mesi. Mi ha chiesto dove fosse il duomo. Pantaloni corti come si conviene ai turisti. Accento veneto. “Lei è veneto vero?” “Si sente eh? Anche lei non è di qui”. Poi abbiamo parlato un pò mentre gli spiegavo il duomo e la strada per arrivarci. “Come mai lei vive qui?” mi chiede. “Vede la luce? Ecco, forse è per quella” Non so se ha capito. Ma come è possibile spiegare un profumo? O un lampo di luce? O quella luna? Come si può parlare delle pagghiare e della via del sale senza sentire le voci dei contrabbandieri di sale? Come è possibile dire il perchè, io che non so muovere due passi di qualunque ballo, rimango affascinato dalla taranta? E dalla pizzica?  “E’ stato a Nardò?” “Si, bella cittadina”. Però nulla sapeva della repubblica neritina, neppure della fame dei contadini. Nulla dei murales ebrei. Conosceva le chiese e qualche dipinto, le apprezzava anche. Ma accidenti. L’anima mancava. Guernica non è solo un quadro. E’ un pezzo di storia narrato incredibilmente da Picasso con tratti decisi, con sofferenza. Munch e quell’urlo che è un quadro magari non bello in senso assoluto, ma con un pathos, una forza evocativa, una violenza inaudite.

Accidenti alla luna e al mare. Accidenti al silenzio di Castro.

Simone de Beauvoir diceva in non ricordo quale libro, che quando arrivava in una città sconosciuta la visitava di giorno, ma non poteva non passeggiarci tutta la notte. Per coglierne l’anima, i silenzi. Per vederne il passato. Perchè la notte i muri parlano, parlano le chiese e i monumenti. La notte accompagna e avvolge le storie lette o ascoltate. Mi mancava Chopin davanti a quel mare. Sarebbe stato perfetto. Contaminare Chopin con acciughe, birra, la luna, il suo riflesso nel mare  può sembrare blasfemo. Penso lo avrebbe apprezzato però.

Terminare così una giornata iniziata davanti ad una lapide, in fondo, è la vita che per ora procede con lentezza, con fatica. Con il pensiero fisso che torna: “E se tutto fosse stato già detto veramente?” –

Diso. Il culto e la festa dei SS. Apostoli Filippo e Giacomo

 

Il culto e la festa dei SS. Apostoli Filippo e Giacomo, Patroni di Diso (Lecce) : i “Santi nosci”

 

di Rocco Boccadamo

Le celebrazioni espressamente dedicate hanno inizio il 21 aprile con il novenario.

Di buon mattino, a cura ed opera del Parroco e dei priori, questi ultimi intesi come i principali esponenti del comitato festa, le statue di legno dei Santi sono prelevate dalle nicchie appositamente ricavate nelle pareti interne della chiesa, “spogliate”, ossia senza gli ornamenti delle corone e delle insegne (croce e asta), e poggiate su uno scanno in prossimità dell’altare.

In quella fase, il luogo è quasi a porte chiuse, in pratica vuoto, l’azione si svolge in un misterioso silenzio, ammantato di riservatezza e di esclusività.

Il prete e i priori allestiscono, nel consueto angolo del tempio, a sinistra guardando l’altare, il baldacchino o “tosello” in pesante tessuto rosso; quindi prendono,  dalle custodie di sicurezza, le anzidette insegne in argento e le reliquie dei Santi, ponendole addosso ai rispettivi simulacri, in gergo “vestono” le statue.

Contemporaneamente, i rintocchi delle campane fanno giungere alla popolazione l’atteso, immancabile e immutabile avviso.

Fino a qualche decennio fa, la gente era colta dall’annuncio, quando già, dopo la sveglia all’alba secondo le antiche abitudini dei contadini, si trovava da tempo intenta al lavoro; dunque, lasciando di colpo arnesi e occupazioni, accorreva di buona lena, a passo affrettato, direttamente dalla campagna verso la chiesa.

Adesso, invece, nella quotidianità e particolarmente il giorno 21 aprile, nessuno si reca nei campi, anzi le persone si preparano in casa, in un certo senso con abiti di festa, per l’evento.

In tutta la comunità, sembra che sia rimasta solo un’anziana donna, la quale non ha cambiato le usanze e raggiunge la parrocchia così come si trova.

Con il luogo sacro ormai gremito di fedeli, il parroco e i priori intronizzano le statue sul baldacchino.

Nel tardo pomeriggio, in piccola processione, dalla congrega (cappella) della confraternita si preleva il simulacro in cartapesta della Madonna Immacolata – qui conosciuta come Madonna dell’Uragano, giacché la Vergine, stando alla tradizione, tenne indenne Diso da un devastante evento atmosferico – e lo si

Don Tonino Bello, vera sciabolata di luce viva

di Gianni Ferraris

Ricordare certe figure è un obbligo morale, una questione etica e socialmente non prescindibile.

Ci sono uomini che travalicano le loro appartenenze religiose, politiche, culturali. Che parlano all’umanità intera i linguaggi più consoni e che raggiungono le coscienze in modo diretto. Ci sono sguardi che trafiggono per la loro intensità.

Pensiamo al Dalai Lama che porta in giro per il mondo il suo esilio. Al Mahatma Gandhi che invocava la pace con messaggi di una coerenza difficilmente riscontrabile da altre parti. Pensiamo a figure di statisti come Pertini, Moro e molti altri potrei citarne, sicuramente scordandone molti altri ancora.

Sono figure di fronte alle quali ogni essere umano si sente in dovere di esprimere riconoscenza. Cattolici, atei, laici, di religioni diverse, però con un univoco modo di essere eticamente, moralmente, socialmente preziosi per gli insegnamenti che ci hanno donato.

Così anche un non credente si sente in forte debito nei confronti di un sacerdote, un vescovo in questo caso, che ha aperto uno squarcio nella pochezza di alcuni linguaggi o, peggio, nelle nefandezze che sono di strettissima attualità in ogni ordine di gerarchie, siano esse laiche o religiose.

Sono voci fuori da questi cori così poveri, e sono vere sciabolate di luce viva, fari di coscienza e di consapevolezza. Hanno sguardi penetranti, hanno parole che commuovono come l’estrema coerenza sa commuovere. Aiutano a guardare e vedere, invitano a non spegnere mai la luce.

Tonino Bello nacque ad Alessano (Le) il 18 marzo del 1935. Finite le medie, venne mandato in seminario prima ad Ugento (Le) , poi a Molfetta (Ba). Ordinato sacerdote a 22 anni, si occupò della rivista “vita nostra”. Poi, negli anni 70, fu parroco a Tricase (Le). Qui incontrò e conobbe gli ultimi: i poveri, i disoccupati, gli emarginati. Nel 1982 venne nominato vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi e nel 1985 presidente di pax Christi.

Fra i molti suoi scritti ed interventi, mi piace citare quello del grembiule e della stola, che forse contribuisce a comprenderne la statura:

“…Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente, e l’accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio. Si, perchè di solito la stola richiama l’armadio della sacrestia, dove con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d’incenso, fa bella mostra di sè, con la sua seta ed i suoi colori, con i suoi simboli ed i suoi ricami… Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore, per un giovane prete. Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla nè di casule, nè di amitti, nè di stole, nè di piviali… La cosa più importante, comunque, non è introdurre il “grembiule” nell’armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola ed il grembiule sono quasi il diritto ed il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile…”

Servizio. E’ stata questa la grandezza di Tonino Bello.

L’umiltà di essere servitore del suo Dio e delle persone, al di là ed oltre il loro credo. Persone e basta. Aprendo le porte del suo vescovado agli operai, ai disoccupati. Andando con la sua utilitaria la notte nei quartieri degradati per aiutare un tossicodipendente, una prostituta, un clochard. Indossava il solo grembiule in quei momenti, ma quanto era luminoso, sembrava una stola di seta dorata! E come vescovo inizia un percorso che lo vede a fianco degli operai delle acciaierie di Giovinazzo che difendono il posto di lavoro. Soprattutto lo si vede a Comiso con i pacifisti a sfilare contro l’installazione dei missili. E aprirà le austere porte del vescovado per accogliere gli sfrattati, sostenendo con forza che non risolverà lui il problema degli sfrattati, non è compito suo. Lui intende semplicemente istigare le istituzioni a fare il loro lavoro.

“…io ho posto un segno di condivisione che alla gente deve indicare traiettorie nuove (…), insinuare qualche scrupolo come un sassolino nella scarpa.”

E ancora, nella consapevolezza di essere personaggio scomodo, crea centri di accoglienza per i tossicodipendenti, per immigrati. E fa nascere una moschea per “i fratelli mussulmani”.

Integrazione, accoglienza, solidarietà nei fatti, sono le parole d’ordine che lo guidano e il suo essere pastore. La pace e un pacifismo “militante” furono le sue battaglie più aspre. Quelle che lo portarono addirittura ad essere accusato di incitare alla diserzione quando in una lettera ai parlamentari nel gennaio 1991, disse che era possibile: “esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi».

Prima aveva lottato contro gli F16 a Crotone, contro gli Jupiter a Gioia Del Colle. Aveva promosso campagne per il disarmo e l’obiezione fiscale alle spese militari.

Immediato viene il paragone con un altro vescovo. Oscar Romero infatti invitò i militari salvadoregni ad opporsi a ordini di pena di morte. E immediato viene il parallelo con la teologia della liberazione. Romero venne trucidato da un tiratore scelto delle squadracce del dittatore mentre elevava l’ostensorio in una cattedrale affollata di campesinos impauriti e sgomenti.

Il culmine dell’impegno per la pace di Tonino Bello furono quei 500 che partirono da Ancona per la marcia per la pace in una Sarajevo martoriata dalla guerra, era il 7 dicembre 1992.

E lui, già malato, terminò la sua omelia con queste parole: “…Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.

Alexander Langer, suo estimatore ed amico, ricordò con queste parole un dialogo fra loro dopo il ritorno da quella marcia: “Tornò pieno di dubbi, e non li nascose: aveva vissuto con acuto dolore l’impotenza della pura proclamazione di pace, non se la sentiva di dare o escludere indicazioni operative, ma era sicuro di una cosa, come nei giorni della guerra del Golfo: che la pace, per affermarsi, ha bisogno innanzitutto di persone pacifiche e di mezzi pacifici”.

Tonino Bello morì il 7 aprile 1993 per cancro.

Alcune sue citazioni sono rimaste impresse come scritte indelebili. Una sua frase ricordo in particolare: «Dicono che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto, devono tenersi abbracciati per poter volare».

E ancora nel corso di un incontro che ebbe con i ragazzi di una scuola media, disse parlando a braccio: “…Abbiamo sentito una canzone qualche sera fa nella cattedrale di Terlizzi ad un incontro per i giovani… facemmo mettere una canzone di Zucchero che diceva: “… voglio amare fino a che il cuore mi faccia male…”. Io vi auguro, ragazzi, che voi possiate essere capaci di amare a tal punto che il cuore veramente vi faccia male! Lo dico a tutti, indipendentemente dalla vostra esperienza religiosa… anche se c’è qualcuno, qualcuna che è molto lontana… sono convinto che è una cosa che tocca anche loro… starei per dire… soprattutto loro! Vi auguro che possiate veramente amare, amare la vita, amare la gente, amare la storia, amare la geografia, cioè la Terra… a tal punto che il cuore vi faccia male… e ogni volta che vedete non soltanto queste ignominie che si compiono, queste oppressioni crudeli, queste nuove Hiroshima e Nagasaki, questi nuovi campi di sterminio, vedrete fra 5 o 6 anni come i momenti che stiamo vivendo oggi passeranno davvero nella storia con una gravità più grande di quella che avvolge gli episodi di Hiroshima, di Nagasaki, dei campi di concentramento, dei campi di sterminio… quello che si sta compiendo oggi… nel silenzio generale di tutti… questi curdi massacrati, come gli iracheni massacrati, come le guerre che hanno mietuto iracheni, americani, europei… ma che c’importa della bandiera? Quando muore un uomo è sempre una tristezza incredibile. Io penso che quando voi vedete queste cose vi dovreste sentire il cuore che vi fa male… Ma noi il cuore ce lo sentiamo triste soltanto quando vediamo le cose epidermiche… Perché vedere la moglie di un marinaio che ieri è morto nell’incidente di Livorno che viene ripresa dalle zoomate impietose della tv e che piange, che singhiozza… anche te ti senti il cuore che ti fa male… ma poi dopo passa… e la televisione ci sta abituando a girar pagina subito. Però il grido violento che si sta sprigionando dalla Terra, soprattutto dalle turbe dei poveri, quello lì deve risuonare costantemente dentro di voi… vi auguro, dicevo, che il cuore vi faccia male, come anche il cuore vi dovrebbe far male quando vedete lo sterminio della natura… Sentiremo fra poco che cosa significa la fiumana di greggio che si è sprigionata nel Golfo Persico… ”.

Gli auguri scomodi di Tonino Bello ai suoi fedeli:

Non obbedirei mai al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non posso, infatti, sopportare l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla “routine” di calendario. Mi lusinga, addirittura, l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali. E vi conceda la forza di inventarvi un’esistenza carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finchè non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un povero marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa l’idolo della vostra vita; il sorpasso progetto dei vostri giorni: la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla ove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che lo sterco degli uomini o il bidone della spazzatura o l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi tutte le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi cortocircuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunciano la pace portino guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio della fame. I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce”, dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura ma non scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative. I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge” scrutando l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino un desiderio profondo di vivere poveri: che poi è l’unico modo per morire ricchi. Sul nostro vecchio mondo che muore nasca la speranza!!!  don Tonino Bello.

Bibliografia:

– “Alla finestra della speranza” Ed. S. Paolo, Cinisello B., 1988.

– “Sui sentieri di Isaia” Ed. La Meridiana, Molfetta, 1990.

– “Scrivo a voi… lettere di un vescovo ai catechisti” Ed. Dehoniane, Bologna 1992.

– “Pietre di scarto” Ed. La Meridiana, Molfetta, 1993 – “Stola e grembiule” Ed. Insieme, Terlizzi, 1993

IL PARTY (5/7)

di Armando Polito

25

 

Courage: significa curàggiu – (Courage: significa coraggio).

26

 

Over fork over: alla lettera ole ddice sobbra la furcata sobbra. No pozzu pirdire troppu tiempu cu tti spiecu; perciò mintite stu bigliettu a ‘mposcia e liggitilu a tiempu tua! (Over fork over: alla lettera vuol dire sopra il forcone sopra. Non posso perdere troppo tempo per spiegarti; perciò mettiti questo biglietto in tasca e leggitelo quando vuoi!1).

27

Sapienter si sinceriter: significa ca uno sape veramente se ggh’è ssinceru – (Sapienter si sinceriter: alla lettera sapientemente se sinceramente).

29

 

Jamais arrière: ci no llu sai, ggh’è ffrancese e significa mai addretu – (Jamais arrière: se non lo sai, è francese e significa mai indietro).

30

 

Gang warily: è inutile ca sbuffi, imu rriare finu alla fine. Intantu stu mottu significa statte ttentu quandu passi! Mìntite ‘mposcia st’addhu bigliettu e statte ttentu cu nno ppierdi quiestu e l’addhu! – (Gang warily: è inutile che sbuffi, dobbiamo arrivare fino alla fine. Intanto questo motto significa passa con cautela! Mettiti in tasca quest’altro biglietto e stai attento a non perdere questo e l’altro!2).

31

Ne obliviscaris: simu turnati allu latinu e significa no tti scurdare. Iò mo aggiu sscire cu ffazzu nnu bbisognu urgente. Tu spetta qua e ddifrescate le chifali ca quantu tornu aggiu pparlare ti l’urtimu bicchieri e lu proverbiu tice ca la cota è longa a scurciare – (Ne obliviscaris: siamo tornati al latino e significa non scordarti. Io adesso devo andare a soddisfare un bisogno urgente. Tu attendi qui e rinfrescati il cervello perché quando tornerò debbo parlare dell’ultimo tumbler e il proverbio dice che la coda richiede molto tempo per essere scuoiata).

Finalmente ero uscito, sia pure per poco, da una prolungata apnea mentale, ma il recupero era faticoso, sicché riuscii solo a capire che il proprietario di quella voce momentaneamente sospesa doveva essere uno strano tipo che per non fermarsi sarebbe stato capace pure di rimandare all’ultimo momento utile l’uso del cesso … (CONTINUA)

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1 Sul biglietto c’era scritto (naturalmente in dialetto, anche se qui lo riporto in italiano): Traduco da Mina Lenox-conyngham, Springhil: An Old Ulster House and the People who Lived in it, Belfast Ulster Historical Foundation, 2005, s. p.: L’origine del motto sta in una leggenda nella quale si narra che Malcom Canmore re di Scozia, inseguito da Machbet, suo nemico, si rifugiò nelle terre di Conyngham, il quale gli salvò la vita nascondendolo nel fieno mentre ordinava ai suoi uomini: – Sopra, il forcone sopra!    

2 Con le stesse modalità della nota precedente: Traduco da Frank Adam and Thomas Inn, Septs and Regiments of the Scottish Highlands 1934, Kessinger Publishing, Whitefish, 2006 pag. 46: Sir Malcom de Drymen (o Drummond) era uno dei capi che combatterono nell’esercito del re Robert the Bruce a Bannockburn e alla sua azione nel cospargere il campo di triboli o chiodi, che avevano l’effetto di mettere in difficoltà una notevole parte della cavalleria inglese, fu dovuto gran parte del successo nella battaglia. I triboli sui quali i selvaggi (questa è l’immagine che regge lo stemma del capo della famiglia Drummond) stanno come pure il motto dei capi gang warily sono un’allusione all’evento storico scozzese appena riferito.

Salve. La Grotta Montani e le stalle dei Neanderta(ita)liani

Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)
Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)

 

 di Marco Cavalera

 

Le pietre raccontano storie millenarie di epoche remote in cui l’uomo raccoglieva i doni della terra e combatteva contro gli animali battaglie quotidiane per la sopravvivenza, mentre le donne svolgevano le faccende domestiche e, come oggi, nutrivano di amore materno la prole.

L’Uomo di Neandertal, il predecessore di Sapiens, non era molto diverso dall’uomo moderno; la corporatura più bassa e tozza gli consentiva di svolgere lavori più fisici che intellettuali.

La forza fisica l’aveva ereditata dall’Homo heidelbergensis ma, allo stesso tempo, aveva sviluppato un cervello più grande che gli permetteva di comunicare, usare il fuoco e scheggiare la dura pietra che utilizzava per molteplici attività. Aveva evoluto anche una buona capacità di pianificazione delle operazioni, ossia poteva immaginare che da un ciottolo informe di materia prima si potevano produrre tanti strumenti di più ridotte dimensioni.

Circa 70mila anni fa una lunga stagione calda stava gradualmente lasciando il posto ad una molto  fredda e rigida. Neandertal, avvezzo a non subire i mutamenti della natura, non aveva sofferto particolarmente questo cambiamento climatico. Anche la corporatura si era adattata al clima più freddo con un accorciamento degli arti superiori e inferiori.

Prima che il suo ramo evolutivo si estinguesse definitivamente, aveva convissuto una decina di migliaia di anni con il nostro predecessore Homo Sapiens. Ci fu convivenza, non promiscuità.

Sarebbe mai riuscito l’uomo moderno, autodefinitosi impropriamente Sapiens Sapiens, a convivere con i membri della stessa specie oltre 10mila anni?

Immaginiamoci se fosse esistito già 40mila anni fa: altro che 10mila anni (secolo più secolo meno) di vita in comune, sarebbe riuscito ad eliminare il suo coinquilino in pochi decenni, così come è successo – ad esempio – alle tribù indigene della foresta amazzonica o dell’Africa equatoriale.

Ma la presunta superiorità intellettuale dell’Uomo (in)Sapiens in(Sapiens) ha colpito, a distanza, anche i suoi più antichi antenati. L’arma è stata la più micidiale: l’oblio della Memoria attraverso la distruzione di interi siti archeologici in nome di un progresso che è regressione della civiltà umana, incapace di guardare al futuro (consumo sfrenato di risorse naturali) e ugualmente miope nei confronti del passato.

Facciamo un passo indietro nel tempo di 70mila anni. Nel deserto roccioso e boschivo della penisola salentina, Neandertal aveva scelto Salve.

Il territorio, infatti, presentava tutte le caratteristiche che gli garantivano una sicura sussistenza: ruscelli di acqua dolce, caverne e ripari sotto roccia con vista mozzafiato, tanta selvaggina. Elefanti, iene, rinoceronti, cervi e altre specie di mammiferi ed ungulati scorrazzavano su e giù tra canali e pianori, facendo letteralmente impazzire il povero neandertaliano. La madre dei suoi figli aspettava impaziente l’arrivo del “marito” con la succulenta cena.

grotta Montani (foto Nicola Febbraro)
grotta Montani (foto Nicola Febbraro)

Grotta Montani a Salve, così denominata in epoca moderna per il diffuso affioramento di roccia (“munti”), era nel Paleolitico Medio un ottimo rifugio per neandertaliani. Si trattava di un complesso di cavità costituito da un ambiente centrale, da cui si diramavano quattro cunicoli lunghi e stretti, all’interno dei quali il nostro ominide si riparava dal freddo e consumava i pasti.

Il primo ambiente aveva un’enorme apertura rivolta verso il mare, ampio e bene illuminato dalla luce del sole che entrava copiosa nelle ore centrali del giorno. Qui Neandertal scuoiava gli animali e scheggiava meticolosamente nuclei di selce, giunta fino all’estrema propaggine del Capo di Leuca da chissà dove attraverso chissà quali scambi e baratti, da cui ricavava strumenti di pietra di piccole e medie dimensioni che utilizzava per le sue attività quotidiane.

pietra zoomorfa (foto marco cavalera)
pietra zoomorfa (foto marco cavalera)

Rinvenire tracce, dirette o indirette, del passaggio dell’Uomo di Neandertal è come trovare un ago in un pagliaio. Nel Salento meridionale, ad esempio, sono state individuate alcune cavità frequentate dai primi uomini della Preistoria salentina: grotta del Bambino a nord – ovest di Santa Maria di Leuca, grotta del Cavallo e di Capelvenere presso Nardò.

Grotta Montani, 40 anni fa (nel 1973), fu oggetto di scavi archeologici che avevano messo in luce una notevole quantità di strumenti in selce e calcare utilizzati da Neandertal, associata ad un numero elevato di frammenti di ossa alcuni dei quali appartenenti ad elefanti, rinoceronti, iene, cinghiali e conigli. Prelibate prede che, probabilmente, insieme ad altre peculiarità come la presenza di sorgenti di acqua dolce per dissetarsi e distese boschive per la raccolta di frutti spontanei, hanno contribuito alla scelta del luogo.

Migliaia di anni dopo sono state altre caratteristiche geo-morfologiche ad attirare l’uomo: la sabbia dorata finissima e il mare turchese limpido, paragonati a celeberrime isole esotiche dell’Oceano Indiano.

stalle neandertal (1)
stalle neandertal (1)

Sul pianoro che sovrasta la grotta – recentemente – sono state realizzate delle abitazioni in funzione di “case agricole”, “stalle” per animali di grossissima mole, con vista mare mozzafiato.

stalle neandertal (2)
stalle neandertal (2)

Alcuni “ambientalisti” hanno ritenuto che le case siano state realizzate come residenze per turisti danarosi, sfruttando dei regolamenti provvisori (da 30 anni) che permettono di costruire “stalle” e depositi di attrezzi agricoli anche laddove non vi sono terreni utilizzabili a questi scopi ma, guarda caso, distanti solo un chilometro e mezzo dalla sabbia finissima e dal mare limpidissimo.

Non dubitando della buona fede dei costruttori, verrebbe a questo punto da pensare che le abitazioni di località Montani siano state realizzate per ospitare la famiglia di Neandertal, con i suoi elefanti e rinoceronti…vissuti però, a Salve, oltre 70mila anni fa.

 

stalle neandertal (3)
stalle neandertal (3)

 

Bibliografia di riferimento:

Arsuaga J. L., I primi pensatori e il mondo perduto di Neandertal, Milano 2001.

Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla Romanizzazione, Tricase 2011.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/18/grotte-nel-territorio-di-salve-lecce/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/27/dalluomo-di-neanderthal-allhomo-insapiens-il-triste-destino-di-localita-montani-salve/

 

“Una poesia tra le carte d’archivio”, ovvero curiosando in casa altrui non mancano le sorprese, neppure quelle finali …

di Armando Polito

In http://culturasalentina.wordpress.com/2013/04/16/una-poesia-tra-le-carte-darchivio/ mi sono imbattuto nel post fresco fresco (16 aprile 2013) di Riccardo Viganò Una poesia tra le carte d’archivio, che di seguito riporto fedelmente e integralmente:

“Tra i protocolli notarili conservati nell’Archivio di Stato di Lecce si trova, all’interno degli atti del notaio neretino Michele Bona che rogò a Nardò dalla prima metà del Settecento, una breve composizione poetica che, nostro malgrado, ci è giunta incompleta. Il testo è vergato da mano elegante ed è ignoto l’autore ma, molto probabilmente, fu il notaio stesso a scriverlo. Si riporta di seguito il componimento affinché qualcuno, ritenendolo interessante, proceda ad un approfondimento.

qual chì pel la via tenebrosa oscura s’affretta i passi alla stagion nevosa

se tigre incontra che lasci sdegnosa l’usato bosco, o scenda alla pianura.

Tanto il core gli incombra altra paura.

Che mentre ancora in sua magion riposa, dalla fiera terribil furiosa.

La rabbia lo spavento e la sicura tal io, che appresso il viver mio rammento veggo il peccato starsi ammè d’intorno col brutto ceffo, e recarmi spavento.

Questo miro la notte e questo il giorno.

Quest’è la mia pena e il mio tormento e sempre fuggo e sempre [ill]” 

Non ho lasciato cadere nel vuoto l’invito, ed eccomi qui.

Di seguito ho trascritto il componimento (e a fianco ho aggiunto la mia parafrasi) per renderne immediatamente fruibile la struttura metrica e mi son permesso pure di ipotizzare l’integrazione della parte mancante alla fine dell’ultimo verso. Il lettore noterà che anche  la punteggiatura ha subito delle modifiche, indispensabili perché il testo, pur coincidendo con la lettura fattane, avesse un senso.

testo

Si tratta di un sonetto (con rime ABBA, ABBA, CDC, DCD) che è in pratica una gigantesca similitudine, la cui prima parte (parola iniziale: Qual) occupa le quartine, la seconda (parola iniziale tal) le terzine. Se dovessi esprimere un giudizio sintetico direi che si tratta di un’abile esercitazione che potrei intitolare Collage di echi. Il ricalco in poesia è un fenomeno antico ed oggi gli strumenti informatici (dalla digitalizzazione al riconoscimento dei caratteri e ai motori di ricerca) danno un formidabile aiuto a chi non si limita solo al conteggio statistico delle ricorrenze. Sono, perciò, lontani, i tempi in cui per rinvenire echi petrarcheschi nel Leopardi bisognava sorbirsi la lettura di tutte le opere di entrambi, mentre oggi basta solo approfondire l’analisi dei brani segnalati dal pc. Insomma, di fronte a questo testo  trent’anni fa mi sarei limitato a dire che sentivo echi danteschi e petrarcheschi, in pratica solo quello riportato nelle prime due note e nell’ultima.

A proposito di ricalchi: essi vanno distinti dal vero e proprio plagio, in cui c’è la consapevolezza, colpevole, del copia-incolla. Per lo più il ricalco, quello innocente, è involontario e frutto, in fondo, della sedimentazione di cultura che ad un certo momento, senza che ce ne rendiamo conto, riemerge. A ben pensarci, in fondo, scrivere una poesia è come comporre un pezzo musicale: i componenti dell’una e dell’altro (le note e le parole) esistono già, bisogna inventarsi le combinazioni.  Da un punto di vista esclusivamente matematico direi che la poesia sembrerebbe favorita, visto che il numero delle note è fisso e quello delle parole in continuo aumento (e non tengo in considerazione i neologismi di politici e politologi che mi sembrano esclusi a priori dalla possibilità di esprimere afflati poetici …). Tuttavia la quantità a disposizione non sempre è sinonimo di qualità e il proverbio dice che il bisogno aguzza l’ingegno, per cui l’incontro (e non lo scontro) tra musica e poesia segna uno 0/0 o, più verosimilmente un 1 (seguito, senza virgola, da un numero infinito di zeri)/1 (seguito anch’esso, senza virgola, da un numero infinito di zeri).

Alcune combinazioni possono anche essere utilizzate, consapevolmente (allora si chiamano “citazioni”) o inconsapevolmente; nell’uno o nell’altro caso, però è indispensabile, perché si possa parlare di poesia e non di componimento in poesia, che ci sia come valore aggiunto qualcosa di diverso, spesso indefinito e misterioso, ma sempre originale.

Il titolo Collage di echi era già un’anticipazione del giudizio, che ora integro dicendo che, secondo me, siamo in presenza di una dignitosa esercitazione letteraria sul tema del peccato (genericamente inteso, senza ombra di coinvolgimento della donna quasi sempre presente nei modelli di riferimento), niente di più.

Qui la mia fatica, note comprese, poteva dirsi conclusa, quando, in un ultimo, poco speranzoso tentativo di aggiungere qualche altro probabile ricalco, dopo aver digitato nel motore di ricerca “veggo il peccato” (attenzione, le virgolette in molti casi fanno la differenza!) all’indirizzo

http://books.google.it/books?id=qMY_GufWO2oC&pg=PA291&dq=%22veggo+il+peccato%22&hl=it&sa=X&ei=SuBuUYuAPZOy7Aam9YHwCw&sqi=2&ved=0CEsQ6AEwBA#v=onepage&q=%22veggo%20il%20peccato%22&f=false

mi son ritrovato alla pagina 291 del libro Memorie de’ religiosi per pietà, e dottrina insigni della congregazione della Madre di Dio raccolte da Carlantonio Erra milanese della medesima congregazione dedicate all’Eminentissimo Principe Flavio Chigi Diacono cardinale di S. Maria in Portico, tomo II, Per Giuseppe e Niccolò Grossi nel Palazzo de’ Massimi, Roma, 1760.  Ecco cosa in quella pagina è riportato:

p

L’autore del componimento è, dunque, Sebastiano Paoli (1684-1751), al quale l’autore del libro dedica le pagg. 282-291  e nel presentare il sonetto così si esprime: Avendo fatto il suo ultimo Quaresimale in Turino, tornato a Napoli fu assalito dalla idropisia; che essendosi aggravata nel Novembre del 1749 lo minacciò della vita. Sopravvisse nondimeno quasi due anni, impiegando più ore del giorno, e talvolta ancor della notte in qualche occupazione di studio. E perché anche in quello stato cotanto compassionevole si sentiva quanto infiacchito di membra, altrettanto vigoroso di mente, consagrando interamente a Dio gli ultimi suoi pensieri, cercò di dare un sollievo a’ suoi acerbi dolori, col parafrasare in verso alcuni passi della Sagra Scrittura: la qual parafrasi fu scritta da lui medesimo con mano moribonda e tremante. Ecco fra i molti, che andaron dispersi, un Sonetto, fatto da lui due o tre giorni prima della sua dipartenza dal Mondo, sovra il passo del Salmo 50 Peccatum meum contra me est semper.

La scrittura segnalata da Riccardo Viganò ha tutta l’aria di essere una trascrizione del testo originale fatta a memoria. Lo dimostrano le varianti: pel la via/per selva; s’affretta/affretta; tanto il core gli incombra altra paura/tanto il cuore l’ingombra atra paura; dalla fiera/della fiera; la rabbia, lo spavento non sicura/la rabbia lo spaventa e la figura; tal io che appresso il viver mio rammento/tal io che spesso il viver mio rammento; ammè/a me; e sempre fuggo e sempre io li ho attorno (io li attorno era la mia integrazione)/e sempre fuggo, e sempre a lui ritorno.

Il recupero del testo originale ridimensiona nelle note solo le osservazioni relative a incombra, a  ammè e a altra; resta immutato il mio giudizio complessivo sul componimento, con tutto il rispetto per Sebastiano Paoli, figura di spicco dell’erudizione del XVIII secolo, dai molteplici interessi, come testimoniano le sue pubblicazioni (alcune postume) delle quali riporto di seguito il repertorio in ordine cronologico;  ho evidenziato sottolineandole le due riguardanti Nardò e di queste e di alcune altre ho riprodotto i frontespizi, mentre mi chiedo se chi scrisse o inserì quel foglietto ebbe modo di possederne o leggerne qualcuna …; comunque, è molto probabile che il foglietto sia stato inserito dopo il 1760, anno in cui fu pubblicato il testo di Carlantonio Erra.

Disquisizione istorica della patria, e compendio della vita di Giacomo Ammannati Piccolomini, cardinale di S. Chiesa, detto il Papiense, vescovo di Lucca, e di Pavia, Frediani, Lucca, 1712

7

Della poesia de’ santi padri greci, e latini, ne’ primi secoli della Chiesa, Raillard, Napoli, 1714

Della vita e virtù della serva del Signore Elisabetta Albano, Roselli, Napoli, 1715

10

Difesa delle censure del sig. Lodovico-Antonio Muratori bibliotecario dell’alt. sereniss. di Modena, contro L’Eufrasio dialogo di due poeti vicentini, Nasi, Napoli, 1715

Della vita del venerabile Monsignore F. Ambrogio Salvio dell’ordine de’predicatori. Eletto Vescovo di Nardò dal Santo Pontefice Pio Quinto, Roselli, Napoli, 1716; Stamperia Arcivescovile, Benevento, 1716

6

De ritu ecclesiae Neritinae exorcizandi Aquam in Epiphania dissertatio, Mosca, Napoli 1719

12

 

Distinta descrizione de’ funerali celebrati nella Real Cappella per la Difonta Augustissima Signora Imperadrice Eleonora Maddalena Teresa di Neuburgh Vedova dell’Imperador Leopoldo Primo, Ricciardi, Napoli, 1720

5

Ragionamento sopra il titolo di divo dato agli antichi imperadori, Cappurri, Lucca, 1722

De nummo aureo Valentis imperatoris dissertatio, Cappurri, Lucca, 1722

A sua eccellenza il signore Giovanni Priuli cavalier, e procurator di S. Marco, Maldura, Venezia, 1723

Funerali per l’illustrissima ed eccellentissima signora D. Giovanna Pignatelli d’Aragona, duchessa di Monteleone e di Terranova, Mosca, Napoli, 1723

Pro illustrissimo, ac reverendissimo domino Hieronymo Alexandro Vincentino archiepiscopo Thessalonicensi, ac in Neapolitano regno nuncio apostolico laudatio funebris habita Neapoli in aede D. Dominici Majoris die 9 Augusti 1723, Ricciardo, Napoli, 1723

Orazione in lode di S. Caterina da Bologna detta il di 9 marzo 1729, Stamperia bolognese di S. Tommaso d’Aquino, Bologna, 1729

Orazione in lode di S. Petronio vescovo e protettore di Bologna detta il di 19 aprile 1729, Stamperia bolognese di S. Tommaso d’Aquino, Bologna, 1729

Annotazioni critiche sopra il nono libro del tomo II della Storia civile di Napoli del sig. Pietro Giannone, s. n., s. l., 1730 (?)

Orazione in lode di S. Giovanni Nepomuceno detta in Roma nell’imperial chiesa di S. Maria dell’anima della nazione tedesca per ordine dell’eminentissimo cardinale Alvaro Cienfuegos, Stamperia del Komarek, Roma, 1733

Orazione in lode del glorioso S. Paterniano vescovo, e principale protettore della citta di Fano, Fanelli, Fano, 1735

Solenni esequie di Maria Clementina Sobieski regina dell’Inghilterra celebrate nella chiesa di S. Paterniano in Fano dall’ill.mo, e r.mo monsignor Giacomo Beni li 23 maggio 1735, Fanelli, Fano, 1736

Codice diplomatico del sacro militare ordine gerosolimitano oggi di Malta, Marescandoli, Lucca, 1737

8

Orazione in lode di santa Caterina da Genova detta nella Chiesa della Santissima Annunziata il 2 maggio 1738, Marescandoli, Lucca, 1738

Modi di dire toscani ricercati nella loro origine, Occhi, Venezia, 1740

3

 

Orazione in lode di S. Giovanni Nepomuceno detta nella chiesa parrocchiale, e collegiata di S. Paolo in Venezia e consagrata alla serenissima reale altezza di Federigo Cristiano principe reale di Pollonia, Occhi, Venezia, 1740

Orazioni sacre, Bettinelli, Venezia, 1740

Orazioni, Cappurri, Lucca, 1724; Marescandoli, Lucca, 1738; Bettinelli, Venezia, 1743

9

Orazione in lode di S. Filippo Neri recitata alli 13 marzo 1741 nella insigne chiesa de’ pp. dell’oratorio di Palermo, s. n., s. l. , 1743(?)

De patena argentea forocorneliensi, olim (vt fertur) S. Petri Chrysologi, dissertatio, s. n., Napoli, 1745

1

Discorso sopra la vesta inconsutile di Nostro Signore recitato nella chiesa di S. Mose, Bettinelli, Venezia, 1743 e 1746

Ne’ funerali dell’illustrissimo, e reverendissimo monsignore Michele Talenti prelato domestico della Santità di Nostro Signore Benedetto 14 Votante di segnatura, eletto governatore di Rieti celebrati in Lucca nella chiesa de’ SS. Simone e Giuda il giorno immediato alla sua morte 17 settembre 1746, Benedini, Lucca, 1746

Orazione in lode del beato Girolamo Miani fondatore de’ padri della Congregazione di Somasca, Bettinelli, Venezia, 1748

Prediche sacro-politiche, Bettinelli, Venezia, 1754

Prediche quaresimali, Bettinelli, Venezia, 1762

Opere predicabili, Dorigoni, Venezia, 1762

Commento e note alla tragedia Merope di Scipione Maffei, Stamperia Reale, Torino, 1765

 

11

Va ricordato che le sue schede vennero utilizzate da Giacomo Racioppi nella stesura di Iscrizioni grumentine inedite, in Archivio storico per le provincie napoletane, anno 9 (1886), pagg. 660-669 , che collaborò anche alla stesura del testo di Bartolomeo Beverini Syntagma de ponderibus, et mensuris antiquorum, Frediano, Lucca, 1711 e Mosca Napoli, 1719.

2

Il Paoli curò pure le allegorie del Bertoldo con Bertoldino e Cacasenno in ottava rima con argomenti, allegorie, annotazioni, e figure in rame, Storti, Venezia, 1739 (edizione condotta su quella di Lelio Dalla Volpe, Bologna, 1736, cui si riferisce il frontespizio, alla quale il Paoli non aveva collaborato).

13

A questo punto qualcuno potrebbe osservare che avrei fatto meglio a ridurre il post a questa seconda parte. Non l’ho fatto per due buoni motivi: anzitutto perché non sarebbe stato corretto nei confronti del lettore e di me stesso spacciare come risultato ottenuto al primo colpo ciò che in realtà è emerso, è il caso di dire in tutti i sensi per fortuna, solo alla fine; poi per deformazione exprofessionale, direi quasi per ragioni umilmente didattiche, tese solo a far comprendere a chi non è addetto ai lavori come indagini di questo tipo, nonostante l’ausilio determinante oggi offerto dal pc, siano sempre legate nei loro esiti all’aleatorietà delle nostre ipotesi e interpretazioni. Il pc, comunque rimane un cretino velocissimo; noi, per quanto lentissimi, un po’ più intelligenti di lui, almeno si spera …

_______________

1 L’immagine della via tenebrosa e oscura, metafora del peccato, è di ascendenza antica: è già in Salomone (da Luigi Granata, Opere spirituali, Giunti, Venezia, 1644, pag. 542): …la via dei cattivi è oscura, e tenebrosa. Scontato ricordare, poi, la selva oscura dantesca e le sue presenze animali.

2 Francesco Petrarca (XIV secolo), Canzoniere, L, 1-6 : Nella stagion che ‘l ciel rapido inchina,/verso occidente, e che ‘l dì nostro vola/a gente che di là forse l’aspetta,/veggendosi in lontan paese sola,/la stanca vecchierella pellegrina/raddoppia i passi, e più e più s’affretta

3 Si tratta di un nesso molto comune, tanto che ricorre più volte in autori di ogni tempo; un solo esempio per tutti: Giovan Battista Marino (XVI secolo), Adone, XVI, 188, 3: … nata colà nela stagion nevosa; XX, 501, 5-6: Suda, e anela alla stagion nevosa,/quando adusta da Borea il verno coce …

4 Antonio Cutrona, La conquista del Mindanao, overo il Corralat, Dragondelli, Roma, 1674, pag. 52: atto III, scena VIII: … che, qual tigre sdegnosa,/sfogarà sovra lui l’ira de l’alma.

5 Torquato Tasso (XVI secolo), Le sette giornate del mondo creato (giornata V), : fugge del bosco usato il dolce albergo.

Pietro Metastasio (XVIII secolo), traduzione della satira 6 del libro II delle Satire di Orazio (ultimi due versi): Alla buca ritorno, al bosco usato, ai miei legumi, alla mia pace: addio.

6 Non è che i notai, anche se scrivevano di proprio pugno, fossero tutti indenni da veri e propri errori di ortografia: se, però, l’autore della poesia è lo stesso notaio (nel post originale si formula questa ipotesi ma non si accenna neppure ad un’avvenuta comparazione calligrafica ed ai suoi esiti), vista l’abile costruzione della stessa poesia, credo che incombra non sia un errore ortografico  ma un vezzo etimologico, ricalco dal francese encombrer, da cui è derivato ingombrare; anche se ammè, che s’incontra più avanti, risolleva qualche dubbio.

7 Non escluderei la lettura alta, voce che, però, avrebbe meno pregnanza di significato.

8 Dante Alighieri, Vita nuova, sonetto Amore e ‘l cor gentil sono una cosa, vv. 5-7: Falli Natura quand’è amorosa,/Amor per sire e il cor per sua magione,/dentro la qual dormendo si riposa …

9 Non escluderei che il notaio, o chi per lui, si sia lasciato prendere la mano dal raddoppiamento sintattico (frutto della assimilazione della d in ad che è il padre del nostro a) presente nel dialettale a mme e pure, anche se solo a livello fonetico e non grafico, nell’italiano a me (provare a pronunziarlo per credere …).

10 Pietro Metastasio (XVIII secolo), La corona, scena I: Rammento che della Dea di Delo seguace io son; che la terribil fiera; aggiungo che fiera furiosa è un nesso molto frequente in opere religiose (per lo più panegirici) del XVIII secolo.

11 M. Panfilo di Renaldini, Lo innamoramento di Ruggeretto, Giovanni Antonio Della Casa, Venezia, 1555, pag. 70, XIII, 95: Sfocando il mio tormento, e la mia pena

Camillo Scrofa (XVI secolo), alias Fidentio Glottogrysio Indimagistro, Capitulo I, 36: il mio tormento et la mia pena amplifica.

Torquato Tasso (XVI secolo), Rime amorose, 114, 1-2: Dolce mia fiamma, dolce/mia pena, e mio tormento.

Carlo Goldoni, Dalmatina, atto II, scena XIV: Ecco a che mi condanna barbara cruda sorte:/è il mio tormento in vita, è la mia pena in morte. La commedia fu rappresentata per la prima volta a Venezia nell’autunno del 1758.

Euripilo Naricio (pseudonimo arcadico di Francesco Zacchiroli) Losanna, Martino, 1776: Il sogno, XII, 5: Ma qual fu la pena, il mio tormento.

12 Si direbbe un ribaltamento della situazione cantata dal Petrarca in Canzoniere, XXXV (celeberrimo sonetto il cui verso iniziale è Solo e pensoso i più deserti campi), dove il poeta cerca la solitudine per evitare la vergogna che gli altri si accorgano della sua pena d’amore che continua imperterrita a tormentarlo; qui, invece, le mura domestiche non bastano a far sentire al sicuro il nostro impegnato inutilmente in una fuga che non è fisica ma esclusivamente mentale.

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (quarta parte)

di Cristina Manzo

 

Tra i cartapestai leccesi della seconda metà dell’Ottocento e del primo Novecento Giuseppe Manzo fu il meno predisposto all’industrializzazione dell’arte appresa nella bottega del De Lucrezi.

Il successo riscosso dalle sue statue in tutte le esposizioni  nazionali e internazionali dal 1885 alla vigilia della prima guerra mondiale, in concorso con le statue dei cartapestai suoi giovani discepoli e coetanei, premiò la sua fedeltà all’ideale artistico-artigianale che più tardi decadde violentato dalla istituzione di stabilimenti, in cui si modellò la cartapesta quasi alla maniera del cartone romano o del carton pierre francese.

Significativa è la medaglia d’oro che gli fu assegnata nel 1898 alla esposizione internazionale di Torino. Nella stessa esposizione, le statue del De Lucrezi, suo maestro,  furono premiate con l’unica medaglia d’argento di prima classe messa a disposizione della Giuria dal Ministero della Pubblica Istruzione. Questo un brano della relazione che il barone Sebastiano Apostolico tenne a chiusura della Esposizione di Torino del 1898, quale presidente effettivo del comitato provinciale leccese.[1]

Giuseppe Manzo “I nostri bravi operai hanno creato un’arte di cui ormai la fama varca i due mondi. Pregevoli riescono generalmente i loro prodotti, e tanto più destano ammirazione a noi che conosciamo che nessuna preparazione di scuola si è loro apprestata; tutto essi producono col loro ingegno volenteroso, col loro innato senso artistico. La sola medaglia d’oro destinata dalla Giuria per tal genere di lavori la ottenne il nostro bravo Giuseppe Manzo. Gli altri espositori di lavori di cartapesta furono anch’essi premiati e cioè: il signor Achille De Lucrezi, con l’unica medaglia di argento di prima classe messa a disposizione della Giuria dal Ministero della pubblica istruzione; il signor Raffaele Carena ebbe la medaglia di argento; e medaglia di bronzo i signori Fratelli Caprioli, Domenico Pisanelli, Isacco-Longo De Pascalis, e “l’istituto di arti plastiche”. Questa [arte] della cartapesta, conosciuta in  tutto il mondo, non è organizzata coi sistemi di “réclame” che usan tutti; non ha largo stock di esemplari, pronti a soddisfare le richieste, non vi sono depositi nelle città di consumo, ma si aspetta che vengan fatte le commissioni prima di intraprendere il lavoro. Organizzando questa arte originale, impartendo una istruzione tecnica agli operai che vi si dedicano, potrebbe, anzi dovrebbe, addivenire una grande industria da dar lavoro rimuneratore magari a migliaia di operai. Ecco la strada che bisogna battere.[2]

 

Ed ancora:

 

Il barone Sebastiano Apostolico di Lecce è uno dei maggiori trionfatori dell’esposizione per aver fatto principalmente concentrare gli sguardi di tutta la nazione convenuta a Torino, sulla simpatica e verace terra di Puglia. Avviene così di rado il miracolo della immediata rivelazione delle virtù d’una regione, che quando avviene, si resta lieti e lusingati. E lieti debbono esserne i pugliesi. Diciamolo subito: Giuseppe Manzo di Lecce, premiato all’Arte Sacra con l’unica medaglia d’oro concessa all’ industria della cartapesta religiosa, fra dieci espositori, tra cui uno importante di Roma, il Rosa, con i suoi lavori ha attratto i visitatori a migliaia, incantandoli, più di quello che abbiano saputo fare alcuni veri artisti. Che volete! Il Manzo fa dell’industria, ma egli è artista nell’anima. Senza ciò non si può spiegare il mistico rapimento operato sulla folla, colta e incolta, intendente e non intendente d’arte e d’arte applicata. Il Manzo, valentissimo e misurato artefice della gentile città di Puglia, della terra, dalla quale, come dice il Boito, le grandi città, Roma sopra tutte, dovrebbero imparare l’arte industriale delle suppellettili sacre, è stato il prediletto espositore che destò il più grande interessamento nei critici, negli artisti, nei fedeli, nei sacerdoti, nei Sovrani, nel pubblico tutto. La Regina d’Italia, la Principessa Letizia, la Duchessa d’Aosta, diligenti ammiratrici del bello, più volte si son fermate davanti ai bei lavori della nobilissima arte industriale leccese, una vera gloria meridionale, per rivedere e lodare i lavori geniali e semplici del sig. Manzo che, in quei momenti di trionfo, per lui inconsapevole, lavorava nella sua bottega, dalla  quale partono per viaggiare fino in America, in Inghilterra e perfino sulle cime delle nostre Alpi nevose, vergini, santi, angeli, ecc. La medaglia d’oro ottenuta dal Manzo per i suoi bei lavori, tanto ammirati, e concessa da una competentissima giuria composta di artisti e d’industriali, l’unica per tale arte applicata, ricrea lo spirito di quanti hanno buone speranze in Italia per il risorgimento prossimo dell’arte industriale, una delle nostre glorie passate.[3]

 

una delle opere di Giuseppe Manzo
una delle opere di Giuseppe Manzo

Le sue pale per altari ed i suoi gruppi statuari sono caratterizzati da una certa austerità e da un verismo impeccabile. I suoi altorilievi e bassorilievi  sono impareggiabili nella perfezione. Non si potrà  riuscire a rintracciare tutte le sue opere, in special modo quelle che appartengono a collezioni private, o che sono sparse per il mondo, ma ve ne sono di grande bellezza e prestigio sparse nelle chiese di tutta la puglia, noi parleremo di alcune di queste:

– nella chiesa di S. Vito a Surbo fu commissionata al maestro Manzo, la statua della Madonna del Carmine, realizzata nel 1899.

– Nello stesso anno, la chiesa madre di Mesagne commissionò una bellissima statua del sacro Cuore di Gesù. La statua raffigura Gesù ritto sulle nuvole, scalzo e coperto da una tunica rossa sostenuta alla vita da una cintura, ed un mantello blu con decori dorati. La mano sinistra, aperta, è tesa all’ingiù, come per evidenziare la piaga del crocifissione. La mano destra indica il cuore che, coronato di spine e sormontato da una croce, campeggia sul petto. I capelli, lunghi e ondulati, scendono sulle spalle e sul petto. Le pieghe della tunica fanno intuire in modo realistico il corpo e danno all’insieme un aspetto armonioso e gradevole. La statua ordinata dall’Arcivescovo Salvatore Greco, costò 243 lire.  Per la stessa chiesa in quegli anni, egli realizzò anche gli Angeli osannanti con apparato decorativo, nonché un Crocifisso (cartapesta policroma cm 48 x 37 x 8.5).

– A Ruvo di Puglia, nell’Ottocento, si dirottò il culto della Vergine dalla pala d’altare alla statuaria con la presenza nella chiesa di un simulacro vestito, prima, e di una statua in cartapesta leccese poi.

ruvo

Nel 1897 venne acquistato dal Manzo, il nuovo gruppo statuario, realizzato seguendo il quadro della Madonna del Rosario di Pompei. Ancora a Ruvo di Puglia, gli fu commissionato l’attuale gruppo statuario della Pietà, che rappresenta la Madonna con gli abiti del lutto ai piedi della croce nuda e con in grembo il corpo senza vita del figlio. L’opera, in cartapesta, porta la data del 1901. Le chiese di Ruvo di Puglia, commissionarono molti lavori al maestro salentino. Per la realizzazione di S. Anna,  per esempio, un parroco interessò la nobile famiglia Spada, che finanziò la realizzazione da parte del leccese Manzo, autore anche della statua di S. Giuseppe, del Redentore e di altri simulacri, in altre chiese ruvesi.

dal blog sulla settimana santa a Ruvo
dal blog sulla settimana santa a Ruvo

-Nella cappella del Santissimo, a Cavallino di Lecce, sopra l’altare maggiore c’è un elegante ciborio e, al posto dell’antica tela, alta e luminosa si staglia la bella statua in cartapesta del Sacro Cuore di Gesù, suo pregevole lavoro. Nella stessa chiesa, l’altare odierno è dedicato alla Vergine Maria del Monte ed è stato rifatto nel 1921: tra due colonne a sezione quadra, ornate con un elegante tralcio, è collocato il plastico in cartapesta che rappresenta il ritrovamento del dipinto su pietra sotterrato della nostra Madonna del Monte. Qui, il  maestro, realizzò ad altorilievo la Vergine con il Bambino, che si staglia nel cielo celeste festeggiata dai Cherubini; giù, l’ignaro contadino strattona uno dei buoi che è intento a scovare… una icona celata nella grotta. Lo sguardo dell’osservatore è pure piacevolmente attratto dallo scorcio del paesello di Cavallino riprodotto sullo sfondo con il suo tipico campanile svettante in prospettiva.

-A Lecce, il  terzo altare di Santa Teresa del Bambin Gesù nella chiesa del Carmine ospita una sua statua in cartapesta.

– A Manduria, nella chiesa della santissima Trinità, vi è la bellissima statua della Madonna dei Fiori, realizzata dal Manzo nel 1898. La scultura raffigura la Madonna che regge sul braccio sinistro il Bambin Gesù, coperto solo da un panno bianco dai bordi dorati, nell’atto di porgerle la manina. L’affettuoso gesto è ricambiato dalla Vergine che, in posizione eretta, ha il capo appena inclinato e contornato da dodici stelle, simbolo del popolo di Dio. Lo sguardo è rivolto in basso e i piedi posano su un semi globo terrestre. Indossa una tunica beige con bordura dorata e un mantello azzurro, simbolo di verità celeste, che l’avvolge quasi per intero e anche questo riccamente decorato ai bordi. A sinistra, due sorridenti angioletti sospesi, le rivolgono lo sguardo; così un terzo in basso a destra. La buona fattura del simulacro, costato allora 150 lire, comprova ancora una volta la perizia del consumato artefice. Il cartapestaio infatti, nonostante replicasse, per ovvi motivi commerciali, i simulacri maggiormente in voga, comunque realizzava opere che, per impianto compositivo, plasticità e ricercate decorazioni, si differenziavano l’una dall’altra.[4] Questa circostanza, suffragata peraltro dalla pubblicistica di quegli anni, gli consentì di accrescere sempre più la  fama, acquisita sin dall’adolescenza nei laboratori degli artisti di grande calibro dove aveva appreso l’arte. Il brevetto assegnatogli da Umberto I nel 1890, con la facoltà di inserire lo stemma reale nell’insegna del suo laboratorio di sculture in cartapesta e i numerosi premi e riconoscimenti in Italia e all’Estero, testimoniano la predilezione per questa forma d’arte e, soprattutto, la passione per l’arte sacra. Giuseppe Manzo non usava le  forme, per le sue state, e quelle poche volte che gli accadeva di farlo (peraltro si trattava sempre di forme che realizzava egli stesso con la creta), distruggeva subito ogni cosa. Cercava sempre il nuovo, il perfetto, e osservava, scrutava, studiava con ogni attenzione possibile le opere classiche dell’arte sacra; aveva, sia nel laboratorio che in casa, le riproduzioni di quasi tutti i capolavori dei maggiori pittori e scultori italiani e stranieri; acquistava testi anche costosissimi, studiava le forme e i colori. Possedeva persino alcuni testi di medicina che gli permettevano di approfondire la conoscenza dell’anatomia umana. Per i Gesù da raffigurare nei diversi episodi della via crucis (come vedremo nelle meravigliose e inimitabili tre statue dei misteri di Taranto che egli realizzerà nel 1901) tutto ciò era assolutamente indispensabile. Un corpo piegato in avanti, un altro pendente da una croce, un altro carponi, i volti segnati dalla sofferenza e dal dolore,  muscoli contratti, tutto doveva essere realizzato alla perfezione e, per farlo bisognava conoscere i segreti dell’arte plastica figurativa. Se si aggiunge poi che il Manzo “sentiva” sempre il soggetto attorno al quale lavorava, si può anche spiegare la naturalezza con la quale dirigeva le sue mani e l’esatta, rigorosa forma che riusciva a dare ai contorni, ai manti, alle pieghe, alle chiome.[5]  Anche il già ricordato Oronzo Solombrino, nelle sue memorie, racconta del maestro come di un artista che, pur seguendo personalmente nel suo laboratorio i vari stadi di realizzazione di un’opera, riservava a sé il compito di modellare le parti anatomiche.

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“Una volta lo trovai che guardava una statua del Sacro Cuore, quasi terminata, ne fissava gli occhi, la cui collocazione evidentemente non era perfetta. chiese allora una sedia, essendo la statua ancora sul cavalletto, per giungere all’altezza della testa e con delle stecche rimosse gli occhi dalla sede e li ricollocò come riteneva più giusto.[…] Un altro pomeriggio, nell’esaminare una statua della Vergine del Rosario, notò che il drappeggio del manto non andava bene; nonostante che la statua fosse ultimata, volle da me un foglio di carta straccia, preparata a più strati e la modellò sul manto, eliminando così l’imperfezione notata”.[6]

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-Nella chiesa della  beata Vergine a  Casarano, le opere in cartapesta sono quasi tutte del maestro.

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– A S. Pietro Vernotico, nella diocesi di Lecce, uno dei paesi più estremi del sud brindisino, sorge in pieno centro storico la settecentesca chiesa Matrice al cui interno si possono ammirare, tra le altre, le statue in cartapesta dell’Immacolata del 1900, e del Cristo  Risorto datata 1906, sempre sue celebri opere. Inoltre è presente a S. Pietro Vernotico con due statue rappresentanti S. Rita di Cascia, eseguite quasi contemporaneamente ed esposte nella chiesa di S. Pietro apostolo (1941), e in quella della Madonna di Sanarica (1940).

-A giugno del 2008, nel museo «Sigismondo Castromediano» di Lecce, si inaugurò una mostra: «La scultura in cartapesta: Sansovino, Bernini e i maestri leccesi tra tecnica e artificio», curata dal dott. Raffaele Casciaro. È in questo suggestivo contesto, posta in posizione d’onore, ai piedi della bellissima Addolorata di Antonio Maccagnani, che si inserisce la statua in cartapesta raffigurante il Cristo Morto, proveniente dalla chiesa del Purgatorio di Ostuni. Il simulacro, realizzato dai maestri leccesi Andrea De Pascalis  e Giuseppe Manzo, fu commissionato dal priore della confraternita delle Anime Sante del Purgatorio don Giuseppe Trinchera nel 1888 e consegnato nel 1889. Notevolissimo esempio della perizia raggiunta dai maestri cartapestai leccesi, la statua sfila, sotto gli occhi ammirati dei fedeli, per le vie di Ostuni, durante la commovente processione del Venerdì Santo. La statua del Cristo Morto ha accenti di grande realismo; osservandola, ci si sente quasi trasportati in una dimensione trascendentale e spirituale. Essa misura m. 1.77 circa di lunghezza, è a grandezza naturale e rappresenta con dovizia di particolari Gesù sul suo letto di morte. Il corpo è in posizione distesa, leggermente roteato sul lato destro; in esso è percepibile la sofferenza che Nostro Signore ha vissuto negli ultimi attimi della sua vita. L’addome incavato e il capo reclinato danno quasi l’idea dell’istante in cui l’ultimo alito di vita ha abbandonato il Corpo Divino dopo una lunga e sofferta agonia; lo stesso può dirsi volgendo lo sguardo alle piaghe, simbolo della sua Passione, rappresentate con molta attenzione sulle mani, sui piedi e sul costato. Molto naturalistico è l’incarnato, dalla tonalità fredda e marmorea, che rappresenta la morte in modo fedele al reale. Desta grande emozione l’espressione del volto del Signore, incorniciato dai morbidi riccioli di capelli castani; se ne può quasi percepire la consistenza tattile che esprime al tempo stesso tristezza e serenità tramite la bocca semiaperta e lo sguardo intenso, allegoria del viaggio di un’anima che ha appena lasciato le sue spoglie mortali e sta per ricongiungersi con il Padre Celeste. Se, dopo centoventi anni, è possibile ammirare in perfetto stato di conservazione questo capolavoro, lo si deve alla cura e all’attenzione che la confraternita ostunese da sempre dedica al proprio patrimonio artistico.[7]

 

(continua)


[1]   Gli artisti della cartapesta leccese nella pubblicistica salentina, Provincia di Lecce, Mediateca, Progetto Ediesse (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di Imago, Lecce.

[2] La relazione del barone Apostolico fu stampata e pubblicata in opuscolo dalla Tipografia Cooperativa, in Lecce, via Giuseppe Palmieri.

[3] La statua artistica in cartapesta, raffigurante S. Antonio Abate,  è conservata nella chiesa parrocchiale di Avetrana, ne è autore Giuseppe Manzo che la realizzò nel 1944. Ha subìto un restauro nel 1988 ad opera del maestro cartapestaio cav. Pietro Indino di Lecce. Un ultimo restauro conservativo è stato operato nel 2006 dall’artista leccese S. Merico. Essa fu realizzata in sostituzione di un’altra statua del santo andata distrutta da un violento temporale nel corso della processione dedicata al medesimo.

[4] www.sstrinita.manduria.org/index.php?menu=arte-menu&pagina

[5] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p.99

[6] O. SOLOMBRINO, op.cit., pp. 32-33

Il prezioso carciofo salentino, nel quale si avvantaggiano equamente gusto e salute

di Massimo Vaglio

Il carciofo (Cynara scolimus L), è una specie botanica appartenente alla famiglia delle composite. E’ pianta perenne e si coltiva per la produzione delle infiorescenze che, costituiscono la parte primaria, commestibile della pianta. In Puglia, vengono inoltre consumati anche i polloni che la pianta emette in esubero, detti carducci. Questi, opportunamente selezionati, vengono avviati al consumo in quanto tradizionalmente adoperati alla stregua di come altrove si fa con i cardi propriamente detti, Cynara cardunculus.

La coltivazione del carciofo, derivato dal carciofo selvatico con abili operazioni d’ innesto, nasce, pare, intorno al XIII secolo in Medio Oriente, ma diverse fonti attribuiscono già nel XV secolo grandi meriti all’abilità degli orticoltori italiani, che già avevano selezionato numerose varietà, così descritte nel 1557da Andrea Mattioli: “Veggonsi a tempi nostri i carciofi in Italia di diverse sorti imperochè di spinosi, serrati e aperti e di non spinosi ritondi, larghi, aperti e chiusi se ne ritrovano”.

Terra, particolarmente vocata per questa coltivazione, grazie al clima mite e alla presenza di vaste e fertili pianure alluvionali, la Puglia conta circa 20 mila ettari di carciofeti che la pongono al primo posto in Europa. La varietà maggiormente coltivata  è il Locale di Mola discendente  dal carciofo Catanese.

Nel Leccese, seppur a livello familiare, si coltiva una pregevole, antica varietà tardiva localmente molto apprezzata, distinguibile per la colorazione viola scuro e le brattee, divaricate all’apice, questi carciofi, sono molto ricercati e apprezzati per la loro delicatezza che li rende particolarmente idonei ad essere gustati crudi.

Raro trovare un prodotto che, come il carciofo, coniughi  le a dir poco straordinarie qualità organolettiche con altrettanto straordinarie proprietà nutrizionali e salutari. Digeribilissimo, privo di controindicazioni rilevabili in molti altri pur nobili ortaggi e dal gusto estremamente grato, il carciofo meriterebbe un’utilizzazione molto più ampia. D’altronde basterebbe ricordare la raccomandazione di Esculapio: siano gli alimenti i vostri farmaci, e quale alimento può concorrere per salubrità con il carciofo? Vera e propria farmacia della natura, quella che i tedeschi chiamano Apotheke Gottes (farmacia di Dio).

I carciofi, hanno pochissime calorie perché la maggior parte dei carboidrati è presente sotto forma di inulina, un polisaccaride che l’organismo non utilizza come gli altri zuccheri per la produzione dell’energia. Ciò rende i carciofi estremamente utili ai sofferenti di diabete, poiché l’ inulina, migliora il controllo dello zucchero nel sangue. La cinarina, un altro principio attivo presente nei carciofi ha una lunga tradizione nella terapia di molti disturbi del fegato che proteggono e rigenerano.

Inoltre, hanno effetti coleretici, vale a dire che stimolano il flusso della bile, favoriscono la decongestione nel fegato sofferente e abbassano i livelli di colesterolo e di trigliceridi nel sangue.

Infine, è stato accertato che consumando regolarmente carciofi freschi si rilevano sensibili miglioramenti  nei casi di artrite reumatoide, di azotemia, di anemia e di stipsi ostinata. Un ortaggio prezioso quindi, di cui si avvantaggiano equamente gusto e salute.

 

 

Carciofi fritti

Nettate i carciofi che devono essere molto freschi e teneri e divideteli in senso longitudinale in quattro otto spicchi e poneteli in acqua acidulata con succo di limone. Con acqua e farina 00 e sale q.b. approntate una pastella liscia ed omogenea, immergetevi quindi gli spicchi di carciofo e friggeteli in olio di frantoio ben caldo. Potete prepararli anche fritti dorati, passandoli prima nella farina 00 e poi nell’uovo sbattuto e salato.

 

Minestra di carciofi e fave verdi

Estraete le fave verdi dai baccelli, nettate i carciofi e i cipollotti, quindi ponete sul fuoco una casseruola con due dita d’ acqua, olio e sale; unite le verdure e lasciate cuocere a fuoco lento con la sola aggiunta di qualche fogliolina di menta. In ultimo aggiustate di sale se necessario e  servite. Questa minestra tipicamente primaverile può essere gustata anche fredda.

Parmigiana di carciofi

Nettate i carciofi, divideteli longitudinalmente in spicchi, e friggeteli. Preparate un sugo di pomodoro dalla consistenza piuttosto blanda, versatene un mestolo in un tegame e acconciatevi sopra ben serrati gli spicchi di carciofi fritti, copriteli con mozzarella fior di latte tagliata a fette, cospargete a piacere con parmigiano o con pecorino grattugiato e  infine con altro sugo e avendone la possibilità con qualche fogliolina di basilico fresco. Ripetete l’operazione una o più volte e terminate con sugo e formaggio grattugiato. Ponetela in forno caldo per circa un quarto duro e comunque il tempo sufficiente a rendere filante la mozzarella. Volendo, si può arricchire la farcitura aggiungendo delle polpettine di manzo fatte secondo la ricetta classica e delle uova sode affettate che però acquisiranno un’insolita colorazione.

Tortino di Carciofi al forno

È un piatto d’antica tradizione preparato con piccole varianti  in tutta la Puglia.

Ingr.: 8 carciofi, 400 grammi di mozzarella, 4 fette di pane casereccio, 100 grammi di pecorino dolce grattugiato o parmigiano, quattro uova, latte, olio extravergine d’oliva, burro, pane grattugiato, prezzemolo, sale, pepe nero q.b.

Bagnate nel latte le fette di pane casereccio e adagiatele in una teglia imburrata e cosparsa uniformemente di pane grattugiato. Distribuite su di queste la mozzarella tagliata a dadini e sopra i carciofi nettati lessati al dente e ridotti in spicchi o affettati. Versate sul tutto, le uova diligentemente battute e il formaggio. Cospargete con un composto di pangrattato, pepe nero macinato al momento e prezzemolo fresco tritato. Spruzzate la superficie con acqua e olio extravergine d’oliva e fate gratinare in forno per circa un quarto d’ora e comunque sino a quando la superficie avrà acquisito una bella colorazione dorata.

Carciofi ripieni

Nettate i carciofi, rasate i gambi in modo che possano rimanere ritti, accorciate le brattee e allargatele in modo da poter accogliere il ripieno. Preparate quindi il ripieno, unendo a delle uova, pangrattato, pecorino grattugiato, capperi, aglio finemente tritato (facoltativo), prezzemolo e pepe nero macinato al momento. Amalgamate diligentemente il tutto, riempite i carciofi, sistemateli ben serrati in un tegane e irrorateli con un filo d’ottimo olio extravergine d’ oliva. Versate acqua fredda sino a raggiungere la metà dell’altezza dei carciofi, ponete sul fornello e fate cuocere a fiamma bassa, sino a quando l’acqua non sarà quasi completamente consumata. Passateli quindi in forno caldo, sino a quando la loro superficie avrà assunto un’invitante colorazione dorata.

Polpette di carciofi

Prendete una decina di carciofi, nettateli per bene e lessateli in acqua salata, quindi dopo averli ben sgocciolati passateli al passa verdure incorporate alla purea due etti di formaggio vaccino grattugiato, altrettanto pangrattato, tre o quattro uova, una manciatina di prezzemolo tritato, pepe e sale. Amalgamate bene il composto, formate delle polpette e friggetele in abbondante olio. Si possono gustare tali ben calde oppure dopo averle passate per una ventina di minuti in una blanda salsa di pomodoro alla cipolla.

Carciofini sott’olio

Costituiscono una delle conserve tradizionalmente più diffuse in Puglia sia a livello familiare che industriale, la produzione dei carciofi qui  si protrae dall’autunno sino alla primavera inoltrata, periodo in cui le piante danno luogo all’emissione di un grande numero di capolini di piccole dimensioni che non hanno quindi le caratteristiche merceologiche per essere avviati al consumo diretto. Vengono perciò impiegati nella produzione di conserve,  in particolare nella produzione dei  carciofini sott’olio, particolarmente apprezzati come antipasto.

Preparazione:

Nettate i carciofi, accorciando loro le brattee ed eliminate completamente quelle più esterne, e ponetgeli man mano, onde evitare che anneriscano, in un recipiente contenente acqua acidulata con aceto o limone. Quindi, a seconda delle dimensioni; lasciateli interi, oppure divideteli a metà o a quarti, e metteteli a bollire in acqua salata e acidificata con aceto di vino, metà acqua e metà aceto. Una volta cotti al dente, scolateli, disponeteli in vasi di vetro intervallandoli a piacere con foglioline di menta  o prezzemolo e con rotelline di aglio. Ricopriteli infine, d’olio extravergine d’oliva e serbate i vasi ben sigillati in ambiente fresco e possibilmente buio.

Polpette di carciofi

Prendete una decina di carciofi, nettateli per bene e lessateli in acqua salata, quindi dopo averli ben sgocciolati passateli al passa verdure incorporate alla purea due etti di formaggio vaccino grattugiato, altrettanto pangrattato, tre o quattro uova, una manciatina di prezzemolo tritato, pepe e sale.

Amalgamate bene il composto, formate delle polpette e friggetele in abbondante olio. Si possono gustare tali ben calde oppure dopo averle passate per una ventina di minuti in una blanda salsa di pomodoro alla cipolla.

La Cattedrale di Nardò giovedì 18 aprile al Salone DNA di Torino

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Il Progetto dell’impianto di illuminazione a gestione domotica della Cattedrale di Nardò (LE) sarà presentato dall’Ing. Stefano Pallara di Studio AERREKAPPA S.R.L. giovedì 18 aprile 2013 nell’ambito della Rassegna DNA.italia all’interno del Convegno “Recupero, riqualificazione e risparmio energetico del Patrimonio costruito” che si terrà nella Sala Gialla del Lingotto Fiere di Torino (www.dnaitalia.it).
La terza edizione del Salone DNA.italia ambisce a diventare un saldo punto di riferimento e d’incontro per tutte le realtà che costituiscono la filiera e contribuiscono alla valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico del Paese, coinvolgendo i protagonisti della stessa filiera: aziende, professionisti, privati e Pubblica Amministrazione.
La relazione dell’Ing. Stefano Pallara mette l’accento sul riconoscimento della fase progettuale come tappa imprescindibile di un serio processo di rifunzionalizzazione del patrimonio costruito, in particolar modo quando il manufatto su cui si interviene riveste un eccezionale valore come Bene Culturale riconosciuto ex lege.
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
Il tema delle nuove tecnologie è ben presente al Salone DNA.italia, sia che si tratti di energie rinnovabili sia che si tratti di soluzioni di alto profilo tecnico, paradigmi della creatività e genialità tipicamente italiana.
Il convegno del 18 aprile è moderato da Cristina Caiulo, architetto, Consigliere Nazionale di Assorestauro, l’unica associazione di livello nazionale che riunisce gli operatori di alto profilo del Restauro, dai progettisti alle imprese, dai produttori di tecnologie ai produttori di materiali, ai fornitori di servizi di diagnostica, rilievo e comunicazione.

Cominciamo bene la giornata!

di Armando Polito

Una sezione dal titolo Una vignetta al giorno non starebbe male per strappare un sorriso a chi ci segue fedelmente. Così, quando questa mattina, appena aperto Libero per controllare la posta, è apparsa l’immagine a sinistra nella vignetta, non ho resistito alla tentazione di integrarla a modo mio e, se l’iniziativa avrà buona accoglienza e la redazione non avrà nulla in contrario, il fatto non resterà isolato. Intanto si accettano consulenze per professori in difficoltà … non economiche.

botta e risposta

L’olio extra vergine d’oliva è un “alimento-farmaco”

di Antonio Bruno

 

 

OlioVado a Tricase del Salento leccese perché nel Castello o Palazzo dei Principi Gallone c’è FOREMARE evento finale del progetto “Voci, Sguardi, Sapori tra Itinerari Rurali e marini del Sud Salento”.

L’idea progettuale è stata la riscoperta e riqualificazione dell’area del basso Salento, nello specifico Tricase e Castro; i due Comuni sono storicamente caratterizzati dalle attività rurali e marine. Il progetto ha approfondito le conoscenze degli ambienti come intreccio di culture materiali e simboliche, vero “museo della vita” carico di prodotti della storia e deposito di tradizioni, usi, costumi e creazioni artistiche. La ricerca di testimonianze e voci ha scavato in profondità le attività che tradizionalmente hanno caratterizzato Tricase e Castro.

L’attenzione si è focalizzata su racconti, storie di vita, narrazioni del luogo.

Mi piace stare in quell’edificio che è stato costruito nel 1661 da Stefano II Gallone, primo Principe di Tricase che volle fare tante stanze quanti i giorni dell’anno e una sala detta “del trono”, di metri 24,30 x 11,70, tanto grande da contenere più di mille persone.

La sera del 27 novembre nelle scuderie di questo Castello ho preso parte ad un workshop dal titolo “Il sapere dei sapori:l’universo dell’olio di oliva. Qualità per la salute e prove d’assaggio”.

In questa circostanza no potuto apprezzare la Dott.ssa Stefania Leone, Biologa nutrizionista, che ha tenuto un relazione sul tema “L’ olio d’oliva, Aspetti nutrizionali e salutistici” .

olive-e-reteGià! Perché è da sempre che mangiamo l’olio d’oliva ma spesso dobbiamo convenire che non sappiamo bene che cosa stiamo mangiando. L’olio di oliva è costituito soprattutto per il 98% da trigliceridi che rappresentano il gruppo più importante dei grassi alimentari. Il restante 1-2% è costituito dalla parte “insaponificabile” rappresentato da “costituenti minori” sostanze però di notevole importanza nutrizionale, appartenenti a varie classi, quali steroli, squalene, fenoli, polifenoli, alcoli alifatici e triterpenici, clorofilla, vitamine A, D, E, K. Non lo sapevi vero? Non sapevi che c’erano così tante sostanze nell’olio d’oliva che mangi ogni giorno!

Il suo valore calorico è molto elevato infatti 100 grammi di Olio d’oliva 100 contengono  900 chilocalorire (Kcal). Ma nell’olio d’oliva ci sono due sostanze, l’Acido lineoleico ω-6 e Acido α-linolenico ω-3 che sono grassi, detti essenziali perché non possono essere sintetizzati dall’organismo umano e quindi, devono essere introdotti tramite l’alimentazione.

L’acido oleico è il grasso maggiormente presente nelle membrane cellulari dell’uomo, pertanto l’acido oleico assunto dall’olio d’oliva e assorbito dopo la digestione, viene utilizzato per la sintesi delle membrane biologiche a cui conferisce  una maggiore fluidità.

Il rapporto tra gli acidi linoleico/ linolenico  è invece contenuto nell’olio d’oliva nelle stesse proporzioni del latte materno.

L’apporto di questi acidi grassi è importante durante la gravidanza e fin dai primi giorni di vita per lo sviluppo del tessuto nervoso sia del feto che del neonato.

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La Dott.ssa Stefania Leone ci ha spiegato che dal punto di vista della digeribilità l’olio di oliva risulta il migliore tra gli oli e ha aggiunto che le proprietà curative dell’olio d’oliva sono note fin dai tempi più antichi e per questo motivo è stato considerato una sostanza a metà strada tra l’alimento e il medicinale. La particolare fragranza conferita agli alimenti dall’olio d’oliva e dai suoi componenti vivande più gustose, piacevoli ed appetibili. Questo contribuisce ad attivare gli stimoli secretori dell’apparato digerente favorendo una migliore digeribilità e metabolizzazione ed un’ottima tolleranza gastrica ed intestinale.

L’olio d’oliva per la presenza di Acido Oleico in particolare riduce la secrezione di Acido Cloridrico (HCl), proteggendo la mucosa gastrica, migliora lo svuotamento biliare della cistifellea, prevenendo i calcoli, produce una minore attività secretiva del pancreas, facilita l’assorbimento delle vitamine liposolubili e del Calcio, esercita un’azione lassativa, in particolare a digiuno e mantiene bassi i livelli di colesterolo LDL, aumentando i livelli di colesterolo HDL. Capisci quanto bene ti fa mangiare l’olio d’oliva genuino?

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L’olio d’oliva per la presenza di sostanze antiossidanti e per la presenza di acidi  grassi monoinsaturi, risulta essere adatto alla cottura e alla frittura degli alimenti. Le sostanze antiossidanti presenti nell’olio d’oliva riducono la formazione di radicali liberi durante la frittura e cottura degli alimenti.

Inoltre l’olio d’oliva ha un punto di fumo di 210 °C, più alto rispetto agli oli vegetali più usati (palma e cocco) e margarina e burro e tutti sappiamo che quando l’olio fuma bisogna cambiarlo perché è tossico! L’acroleina (anche 2-propenale o 2-propen-1-ale o acrilaldeide) è una sostanza tossica per il fegato e irritante per la mucosa gastrica che viene prodotta dalla disidratazione del glicerolo, reazione che si presenta durante la frittura oltre il punto di fumo dell’olio utilizzato.

La Dott.ssa Stefania Leone ci ha poi parlato dei costituenti minori dell’olio d’oliva. Anche se presenti in piccole quantità (2%), rappresentano elementi di grande importanza funzionale e nutraceutica (studio di alimenti che hanno una funzione benefica sulla salute umana. Gli alimenti nutraceutici vengono anche definiti alimenti funzionali, pharma food o farmalimenti. Un nutraceutico è un “alimento-farmaco” ovvero un alimento salutare che associa a componenti nutrizionali selezionati per caratteristiche quali l’alta digeribilità e l’ipoallergenicità, le proprietà curative di principi attivi naturali estratti da piante, di comprovata e riconosciuta efficacia). Nell’olio d’oliva ci sono: squalene, fenoli, acididiidrossifeniletanolo, acido cumarico, quercitina, lignani, carotenoidi, tocoferoli, catechine, alcoli triterpenici e fitosteroli. Come dici? Non avevi idea di ingerire tutte queste parole che ti sembrano addirittura delle parolacce?

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Ma sono certo che non sapevi nemmeno che questi composti sono di estrema importanza per la salute della persona per la loro azione Antiossidante, Vasoprotettiva, Anticoagulante, Antinfiammatoria, Antitumorale e Antiallergica. Capisci ora l’importanza? Lo squalene, così chiamato perché isolato per la prima volta nel fegato degli squali, nell’intestino dà luogo alla formazione di β-sitosterolo, sostanza capace di inibire l’assorbimento del colesterolo. La sua azione antiossidante è di poco inferiore al  β-carotene.

Le vitamine A ed E svolgono oltre all’azione vitaminica, un importante ruolo come antiossidanti nel metabolismo lipidico e cellulare.

La Dott.ssa Stefania Leone ha quindi detto che gli antiossidanti dell’olio d’oliva sono importanti per la prevenzione dell’invecchiamento cellulare,  nell’insorgenza di patologie gravi quali le malattie arterosclerotiche, i tumori al seno, della prostata, del colon, della cute ed anche del diabete.

La vitamina D, ugualmente liposolubile, permette un buon assorbimento del Calcio nell’intestino, elemento utile in età evolutiva per la struttura ossea e negli anziani per prevenire l’osteoporosi.

Inoltre il consumo abituale di olio extravergine d’oliva esercita un ruolo contro il declino cognitivo che si osserva durante l’invecchiamento.

Il ruolo protettivo è stato attribuito all’equilibrato contenuto in acidi grassi essenziali e monoinsaturi (costituenti membrane neuronali e sinaptiche) ed inoltre per l’elevato apporto di antiossidanti, tocoferoli e polifenoli.

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Infine la Dottoressa ha precisato che poiché l’invecchiamento è associato ad un calo fisiologico della funzionalità digestiva e riduzione della capacità di assorbimento di vitamine e sali minerali, l’olio extravergine d’oliva è da raccomandare nella dieta dell’anziano per la sua elevata digeribilità e per la sua capacità di facilitare la digestione nel suo complesso.

L’ultima cosa: tutto ciò è valido solo ed esclusivamente per l’olio d’oliva extravergine e genuino!

Medico, naturalista, poeta, letterato, patriota. EMANUELE BARBA

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Medico, naturalista, poeta, letterato, patriota

 

EMANUELE BARBA

 

Seppe coniugare l’amore per la cultura con l’amore per la Patria. Impegnò ogni suaenergia nella crescita umana della povera gente e ne condivise ogni affanno e sofferenza.

 

di Rino Duma

Ci sono pochissime figure elette nel Salento che possono gareggiare con quella di Emanuele Barba. Il gallipolino ereditò dai genitori, gente brava e onesta, i migliori valori e sentimenti umani, quali l’umiltà, la probità, l’impegno, il rispetto e, soprattutto, l’amore per il prossimo. Fu grande assertore e divulgatore dei principi libertari ed educò i giovani a impegnarsi nel lavoro, a migliorare le fortune della propria terra, a battersi per i valori fondanti della società degli umani e a reclamare i diritti indispensabili per una vita dignitosa. Per tutto ciò fu amato e quasi venerato dai gallipolini.

Sin da fanciullo, Emanuele si prodigò con ogni mezzo per creare situazioni di benessere rivolte soprattutto ai ragazzi di strada, che frequentava con regolarità e nei confronti dei quali si sentiva più legato. La sua colazione o merendina, fatta di fichi secchi o di fette di pane raffermo con alici, spesse volte era condivisa con amichetti bisognosi, che non avevano di che sfamarsi.

Il padre Ernesto era un bravo sarto, ma, nonostante s’impegnasse al massimo nel lavoro, non riusciva quasi mai ad assicurare alla famiglia una vita agiata.

La madre, oltre ad allevare con cura i figli e a trasmetter loro la migliore educazione, aiutava il marito nel faticoso lavoro, sostenendolo spiritualmente e materialmente.

Emanuele nacque a Gallipoli l’11 agosto 1819 da Ernesto, uomo laborioso e onesto, e da Pasqualina Manno. Condusse gli studi primari nella cittadina ionica, riportando un’ottima valutazione in ogni disciplina. Il giovane Emanuele aveva un notevole interesse per il sapere, non disdegnando mai di leggere e di nutrirsi di ulteriori conoscenze, per cui pregò più volte il padre di iscriverlo nelle scuole superiori di Napoli o di Lecce. Vi era, però, un gravissimo impedimento: Ernesto non aveva le possibilità economiche necessarie per accontentarlo e se ne dispiaceva non poco di declinare la richiesta del figliolo prediletto. Ma la divina provvidenza era pronta ad intervenire. Appena adolescente, di Emanuele si presero cura due parenti napoletani, dopo le ripetute lamentele espresse dal ragazzo, in occasione di una loro visita a Gallipoli.

Uno era lo zio materno Gaetano Brundesini, che ricopriva l’importante carica di Consigliere della Suprema Corte di Giustizia, l’altro lo zio paterno Tommaso Barba, che era Presidente della Gran Corte. Dopo le iniziali difficoltà di ambientamento, Emanuele frequentò a Napoli le scuole Medie Superiori di Grammatica, dove si distinse come migliore studente, e in seguito proseguì gli studi letterari e filosofici nella scuola del famoso professore Basilio Puoti, poi diventato membro dell’Accademia della Crusca. Anche qui il gallipolino si distinse per dedizione allo studio e intelligenza, tanto da meritarsi la frequenza gratuita per cinque anni nell’ateneo napoletano. Nel 1838 conseguì, a soli diciannove anni, la laurea in lettere e filosofia.

Mai sazio di sapere e di migliorare ulteriormente la sua già brillante preparazione culturale, continuò a studiare e s’iscrisse alla facoltà di medicina nel Reale Collegio Medico-Cerusico, laureandosi nel 1842 con il massimo dei voti e la lode accademica.

La sua prima importante conferenza da medico ebbe come titolo: “Sui mezzi per evitare i falsi ragionamenti in Medicina“. Grazie a questo molto apprezzato intervento, gli fu assegnato l’incarico di assistente alla Cattedra di Anatomia nel Real Collegio.

Se a livello professionale si sentiva pienamente appagato e realizzato, non altrettanto lo era a livello umano, anzi Emanuele era continuamente turbato e tormentato dalle condizioni misere, e a volte disumane, in cui versavano molte famiglie del regno, soprattutto quelle lucane e salentine. Spesso, commentando con amici l’allarmante situazione in cui versavano i ceti popolari, sosteneva appassionatamente l’urgenza di intervenire con un’adeguata politica per migliorare, anche se di poco, le condizioni sociali delle plebi, per poi programmare con molta attenzione una politica tesa ad un definitivo riscatto delle stesse.

Solo con un’istruzione scrupolosa e mirata, si può combattere l’ignoranza, la sottomissione, l’abbandono, il fatalismo e la rassegnazione. Solo le genti istruite maturano la consapevolezza dei loro diritti e l’impegno per poterne usufruire, sino alla lotta più dura” – era l’opinione ricorrente di Emanuele, in linea con quella del Mazzini.

A Napoli frequentò assiduamente il Caffè Letteriario, dove si ritrovavano eminenti figure, come Luigi Settembrini, Francesco De Sanctis, Basilio Puoti, Carlo e Alessandro Poerio, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino. Qui si discettava di tutto: dalla necessità di garantire il purismo alla Lingua Italiana, alla critica rivolta agli emergenti scrittori e poeti del momento, come il Manzoni e il Leopardi, sino ad interessarsi di politica, di economia e di rinnovamento sociale. Emanuele non mancava mai di intervenire nelle varie discussioni, argomentando con argute e singolari riflessioni, che quasi sempre ricevevano il plauso dei presenti, soprattutto quando il dibattito era improntato su tematiche socio-politiche.

A metà anni ’40, sollecitato dalla nostalgia per la sua città natale, dalla quale giungevano notizie poco buone, decise di rinunciare alle ottime prospettive di vita nella capitale e di far ritorno tra la sua gente. A Gallipoli conobbe e sposò Addolorata Bono, una donna pia e molto premurosa, che gli diede ben sei figli: Ernesto, Carmelo e Gustavo, che divennero bravi avvocati, Ettore medico, Antonietta (non si hanno notizie di lei) ed infine Egildo, che morì all’età di sette anni, colpito da una grave malattia.

A Gallipoli, pur guadagnando il minimo indispensabile per vivere, svolse contemporaneamente due attività professionali: quella di insegnante e quella di medico, che gli occupavano gran parte della giornata. L’aspetto, però, che più di ogni altro merita di essere ricordato è che Emanuele esercitava gratuitamente entrambe le professioni, campando di sussidi comunali e di elargizioni volontarie. Poi, finalmente, fu nominato docente di Scienze e Lettere nel Ginnasio e nella Scuola Tecnica di Gallipoli, e, successivamente, fu Soprintendente scolastico e Assessore delegato alla Pubblica Istruzione della città ionica.

Nonostante i numerosi impegni, continuò ad insegnare, sempre gratuitamente, nelle Scuole Tecniche serali, svolgendo anche le funzioni di Direttore delle Scuole serali festive degli Adulti, istituite dal Governo. Non aveva un solo attimo di risposo. La sera, quando rientrava stanco a casa, sul viso affaticato portava sempre un sorriso di compiacimento per l’impegno quotidiano, svolto con cura e dedizione.

La nomea di valente professore e di ottimo medico ben presto valicò i confini del Salento, tanto che gli furono conferite diverse attestazioni di stima e di solidarietà per lo spirito di abnegazione e di generosità con cui si donava ai bisognosi. Gli fu assegnata dal Consiglio scolastico provinciale di Bari la nomina di professore di letteratura nel Ginnasio di Trani. Emanuele ringraziò di cuore le autorità scolastiche baresi, ma rinunziò all’allettante offerta per non abbandonare la sua gente, che tanto bisogno aveva di cure e di sostegno.

La sua preparazione culturale era talmente vasta da parlare correttamente l’inglese e il francese, ed essere un ottimo conoscitore della lingua latina e un rinomato purista della lingua italiana.

Nel 1848 Emanuele si distinse per l’assidua assistenza prestata ai tantissimi ammalati di febbre tifoidea, epidemia che improvvisamente si diffuse in tutto il Salento per via delle scarsissime condizioni igieniche e la situazione miserevole di vita in cui versavano i ceti popolari più bassi. Il morbo fece una mattanza di vite umane in ogni ceto sociale. Anche il vescovo di Gallipoli, Mons. Giuseppe Maria Giove, accorso al capezzale degli infermi per portare aiuto e conforto spirituale, ne pagò le conseguenze. Nella circostanza, Emanuele fu nominato direttore provvisorio dell’ospedale di Gallipoli e si avvalse dell’aiuto del dott. Emanuele Garzya e dei farmacisti Giuseppe Sogliano e Saverio Greco, nonché di Antonietta de Pace. Grazie al loro intervento furono salvate numerose vite.

Anche successivamente nel 1866, in occasione della diffusione del colera, Emanuele intervenne drasticamente, scongiurando la propagazione e la falcidia del morbo. Non mancarono attestazioni, onorificenze e una medaglia d’oro, conferitagli dall’amministrazione comunale.

In occasione dell’abrogazione della costituzione da parte di re Ferdinando II, Emanuele criticò duramente l’illiberalità del sovrano e si schierò a difesa dei liberali, condividendone gli ideali e le azioni. Per questo fu processato, condannato all’esilio e in seguito incarcerato per tre anni dalla Gran Corte di Terra d’Otranto. In carcere non mancò di propagare le idee liberali ai compagni detenuti, intervenendo, durante l’ora d’aria, con accorati comizi che gli crearono ulteriori punizioni. Sempre in carcere, scrisse e pubblicò il Proclama agli Italiani, che fu distribuito clandestinamente in quasi tutte le carceri del regno.

Dopo il periodo detentivo, crebbe ancor di più in lui il “dovere” di schierarsi al fianco delle classi più umili e più deboli, divenendo il loro strenuo difensore.

Nel 1861, subito dopo l’unificazione del paese, Emanuele avvertì il bisogno di fondare a Gallipoli la Società di Mutuo Soccorso ed Istruzione degli operai. Mai domo di iniziative a favore del popolo, fondò il periodico popolare Il Gallo, su cui venivano trattati i problemi legati agli operai e alle masse popolari.

Per pubblico concorso vinse il posto di Bibliotecario comunale, pubblicando immediatamente un bollettino bibliografico. Ma le sue “imprese sociali” non erano certamente finite. Qualche anno dopo fondò il Museo di Storia naturale e di Archeologia.

Non bisogna dimenticare, però, che Emanuele, oltre ad essere naturalista, medico e patriota, era anche un letterato e un valente poeta, anche vernacolare, di cui si serbano alcuni simpatici proverbi e poesiole. Tra i tanti suoi componimenti, scrisse “Un sospiro di Garibaldi” (versi di ispirazione patriottica, stampati e pubblicati nel 1875) e il “Sonetto all’Italia”.

Non mancò di delineare i tratti biografici dei personaggi gallipolini più illustri. Inoltre, di grande importanza sono alcuni lavori, mai pubblicati, sui Canti popolari e Proverbi gallipolitani e un Vocabolario del dialetto gallipolitano, tradotto in lingua italiana, francese e inglese.

Tra tanti onorificenze e riconoscimenti, Emanuele visse sino all’età di 68 anni, meritandosi le premure dei figli e dei suoi amati gallipolini, ai quali donò l’essenza prima della sua vita.

Il 7 dicembre 1887 si spense serenamente, non prima di aver raccomandato i suoi familiari ed amici di continuare ad adoperarsi per il bene e la felicità di tutti, in particolar degli ultimi.

Così scrisse lo “Spartaco” alla sua morte: “In tempi in cui l’Umanità con uno sforzo titanico aveva dato al mondo una generazione di giganti, Egli lavorò per la Scienza, per la Patria e per l’Umanità“.

Sulla parte alta della camera ardente, gli amici gallipolini affissero il memorabile distico
Nato dal popolo
Per il popolo si adoperò.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

IL PARTY (4/7)

di Armando Polito

18

 

Nec tamen consumbater: qua tocca mmi scatenu. S’è ‘mbriacàtu lu bbicchieri, cinca ha fornitu lu testu o cinca l’ha scrittu? La frase ggiusta ggh’ete nec tamen consumebatur e significa e però no ssi cunsumava; l’errore ggh’è ggrave piccé si tratta ti nna citazione pigghiata ti la Bbibbia e pi lla precisione, lu ticu senza cu mmi to arie, ti lu  secondu paracrafu ti lu terzu libbru ti l’Esotu, a ddo’ si parla ti nna frasca ca bruscia e nno si cunsuma mai. Lu mottu no ggh’è ti nuddha famiglia; infatti manca lu nome piccé ete ti la chiesa ti Scozia –

(Nec tamen consumbater: qui bisogna che mi scateni. Si è ubbriacato il bicchiere, chi ha fornito il testo o chi l’ha scritto? La frase corretta è nec tamen consumebatur e significa né tuttavia si consumava; l’errore è grave perché si tratta di una citazione tratta dalla Bibbia e per la precisione, lo dico senza darmi arie, dal secondo paragrafo del terzo libro dell’Esodo, dove si parla di un cespuglio che brucia e non si consuma mai. Il motto non è di nessuna famiglia; infatti manca il nome perché è della chiesa di Scozia).

19

Virtute et labore: si tratuce cu l’onestà e cu lla fatìa, ma ti ‘sti tiempi mi ene la tentazione cu ccontinu la frase cusì: no tti ‘mbacchi mancu nna sarda e ppierdi di puru la pensione.  Vuei nnu consigliu? Tatte alla politica! Quistu ggh’è ppuru lu mottu ti lu tipocrafu Frangiscu Osanna ca fatiò a Mantua alla fine ti lu siticesimu sieculu 

(Virtute et labore: si traduce con l’onestà e con la fatica, ma con i tempi che corrono mi viene la tentazione di integrare la frase così: … non ti guadagni da mangiare una sarda e perdi pure la pensione. Vuoi un consiglio? Datti alla politica! Questo è pure il motto del tipografo Francesco Osanna, attivo a Mantova alla fine del XVI secolo).

20

 

Accendit cantu: alla lettere ole cu ddice ‘mpìccia cu llu cantu. Ci ete ca ‘mpiccia? Lu iaddhu. E cce ‘mpiccia? La luce ti lu ggiurnu, però ‘mpicciare stae puru pi ddiscitare; poru iaddhu cce fine ha ffattu! No lli tannu tiempu mancu cu ‘mpara cu ccanta ca ggià l’annu rrustutu …

(Accendit cantu: alla lettera vuol dire accende col canto. Chi è che accende? Il gallo. E che accende? La luce del giorno, però accendere sta pure per svegliare; povero gallo, che fine ha fatto! Non gli danno il tempo neppure di imparare a cantare che già l’hanno arrostito …).

21

 

Si je puis si tratuce ci iò pozzu; la famiglia gghete Colquhoun e nno, comu si legge sobbra allu bbichieri, Colouhoun

(Si je puis si traduce se io posso; la famiglia è Colquhoun e non, come si legge sul tumbler, Colohoun).

22

 

Pour ma patrie significa pi lla patria mia –. Pi ccinca li piace l’araldica tocca ddicu can ci sontu sti  addhi undici Cooper cu lli motti loru, ma nuddhu ti iddhi compare sobbra a qquarche bicchieri:

Couper fait grandir     (Lu tagghiàre face crescere)

Deo, patriae, regi        (A Ddiu, alla patria, allu rre)

Frango dura patientia (Fazzu a stuèzzi li cose toste culla pacenzia)

Love, serve (Amore, sirìzziu)

Nil magnum nisi bonum (Niente gghete crande ci no ggh’è bbuenu)

Non parvum est seipsum noscere (No ggh’è ccosa ti nienti cu ccanusci te stessu)

Resurgo (Mi azzu ti capu)

Sapere aude (Aggi lu curaggiu ti sapire)

Tuum est (Ghh’è ttua)

Vincit amor patriœ (L’amore ti la patria ence)

Virtute (Cu l’onestà)  

 

(Pour ma patrie significa per la mia patria; per chi è appassionato di araldica bisogna che dica che ci sono questi altri undici Cooper con i loro motti, ma nessuno di loro compare su qualche tumbler:

Couper fait grandir     (Il tagliare fa crescere)

Deo, patriae, regi        (A Dio, alla patria, al re)

Frango dura patientia (Frantumo le cose dure con la pazienza)

Love, serve (Amore, servizio)

Nil magnum nisi bonum (Niente è grande se non è buono)

Non parvum est seipsum noscere (Non è cosa da poco conoscere te stesso)

Resurgo (Mi risollevo )

Sapere aude (Abbi il coraggio di sapere)

Tuum est (È tuo)

Vincit amor patriae (L’amor di patria vince)

Virtute (Con l’onestà)

23

J’ai bonne esperance: significa iò tegnu nna bbona speranza

(J’ai bonne esperance significa io ho una buona speranza).

24

Tutum te robore reddam: significa cu lla forza (mia) stai sicuru

(Tutum te robore reddam significa ti renderò sicuro con la (mia) forza).

Era passata quasi mezz’ora (o si scrive mezzora?, ne soffro ancora, mentre scrivo, le conseguenze; perciò qualcuno gentilmente controlli e me lo faccia sapere, magari sfruttando lo spazio riservato ai commenti) da quello strano incontro e il mio ignoto interlocutore doveva aver colto sul mio viso qualche segno di insofferenza, nonostante io mi fossi adoperato in tutto quello spazio di tempo a non darlo a vedere ben sapendo che certi anzichè calmarsi si scatenano proprio di fronte a questo atteggiamento.

T’ha straccatu ggià? Pensa chiuttostu a qquiddhi pori tiscrazziati ca s’hannu ssucare lu resucontu ti quistu incontru, istu ca si bbituàtu cu ppitticuliesci e ccu ccuenti li fatti tua a ttotta la rete! Pi mmo cittu e sciamu ‘nnanti!

(Ti sei già stancato? Pensa piuttosto a quei poveri disgraziati che si devono sorbire il resoconto di questo incontro, visto che sei abituato a pettegolare e a raccontare i fatti tuoi a tutta la rete! Per adesso zzitto e andiamo avanti!).

E chi parla? – farfugliai, preparandomi a subire la pioggia di un altro minaccioso nuvolone. (CONTINUA)

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