“Lunes dla marenda” e “Pascareddha”: Torino chiama, Nardò risponde

di Armando Polito

Édouard Manet, Le Déjeuner sur l’herbe (1863), Museo D’Orsay, Parigi
Édouard Manet, Le Déjeuner sur l’herbe (1863), Museo D’Orsay, Parigi

 

Poco meno di due settimane fa Sergio Notario, un amico torinese doc, affezionato frequentatore di questo sito, mi ha inviato in dono per il mio compleanno una sua poesia in dialetto piemontese con allegata traduzione in italiano. Una ghiotta occasione per la nascita dell’irresistibile voglia di tentarne la versione nel dialetto neretino e, siccome è meglio che i peccati si scontino su questa Terra, ho pensato di dare a chiunque leggerà il post parzialmente quanto meno la garanzia (che, però, dovrà essere convalidata dal Padreterno …) che non andrà sicuramente all’Inferno; chi poi volesse non correre rischi nemmeno col Purgatorio deve solo leggerlo integralmente, note comprese.

In queste ultime ho tentato di mettere in risalto i punti di contatto tra la realtà piemontese e la nostra, non solo quelli linguistici ma anche comportamentali, morali e, per non appesantire il tutto, ho fatto spesso riferimento, ogni volta che ho potuto, riportando il relativo link, a qualche mio lavoro precedente. Sarò grato a Sergio e a chiunque rileverà qualche inevitabile errore commesso in questo mio audace tentativo. Voglio sanamente presumere che  la lettura del post, anche se esso non giunge a conclusioni trascendentali,  farebbe comunque bene a tutti coloro, del Nord, del Sud (e pure del Centro) che, con l’alibi dell’omologante globalizzazione e della cieca difesa delle realtà territoriali, arroccati (per quanto riguarda il nord e il sud) gli uni nell’accusa di parassitismo e gli altri in un atteggiamento di anacronistico (ma non antistorico …) revanchismo, rischiano di mandare definitivamente in frantumi un’Italia già pericolosamente lesionata. Non esiste altra strada, secondo me, per fare in modo che l’intenzione della Pasqua, intesa anche nel significato laico di nuovo Rinascimento, non diventi rapidamente prima una Pasquetta e poi una Pasquina capace di ispirare, tutt’al più, una pasquinata …

Claude Monet, Déjeuner sur l'herbe (1866), frammento destro, Museo D’Orsay, Parigi
Claude Monet, Déjeuner sur l’herbe (1866), frammento destro, Museo D’Orsay, Parigi

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Pablo Picasso, Colazione sull’erba (stampa, 1962), Museo Picasso, Parigi
Pablo Picasso, Colazione sull’erba (stampa, 1962), Museo Picasso, Parigi

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* Anagramma quasi perfetto (manca una o e in dialetto torinese dovrebbe significare Topo campagnolo Tre Noci) del nome dell’autore.

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1 Anche nel dialetto salentino merenda è marenda; vedi nota 28.

2 Alla lettera in italiano sarebbe schiaffèggiale.

3 La voce italiana foneticamente e semanticamente più vicina sarebbe ghiotta; Ghiotto è dal latino classico gluttu(m)=deglutizione, assunto, però, con riferimento alla persona che compie l’atto. La voce latina, a sua volta, è per sincope da glutìtum o gluttìtum, participio passato di glutire  o gluttìre=inghiottire, soffocare. Quanto all’etimo di galupa ecco quanto si legge nel Nuovo dizionario piemontese-italiano di Giovanni Pasquali, Moreno, Torino, 1870, pag. 200:

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La definizione abbastanza confusa del Pasquali non mi fa capire come sarebbe avvenuto l’imponente slittamento semantico da “servo d’armata” a “vile” e poi a “ghiotto”.  Direi che tale slittamento non è certamente presente nelle due ricorrenze della voce, riferita a Renzo,  nella  redazione 1827 de I promessi sposi: (cap. XI)  –Le gride son tante! pensava don Rodrigo: e il dottore non è un’oca: qualche cosa che faccia al mio caso saprà trovare, qualche garbuglio da azzeccare a quel galuppo birbone: altrimenti gli muto il nome–; (cap. XVIII) Il conte Attilio partì immediatamente, animando il cugino a persistere nell’impresa, a spuntare l’impegno, e promettendogli che dal canto suo egli porrebbe tosto mano a sbrigarlo del frate, al che il fortunato accidente del galuppo rivale doveva fare un gioco mirabile.

Oltretutto il latino calo/calònis  avrebbe propiziato col suo accusativo calònem  un esito ben diverso. Credo che il Pasquali si sia lasciato condizionare da quanto si legge al lemma calo  nel glossario del Du Cange:

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Nel secondo rigo, tra i sinonimi, compare lixa,  in latino sinonimo di vivandiere o cuoco al seguito dell’esercito; subito dopo compare calo, sinonimo di servo, portabagagli di soldati, mozzo di stalla. Confondendo i significati delle due voci non è difficile passare da vivandiere  o cuoco  a ghiotto  (anche se il cuoco, tutt’al più, assaggia, non divora …), ma, a parte la forzatura concettuale,  rimane il problema fonetico prima prospettato.

Ecco come il lemma è trattato nella versione digitale del Vocabolario etimologico di Ottorino Pianigiani:

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Il lettore noterà che, a parte la diversa etimologia,  per galuppo è scomparso il significato di ghiotto presente nel Pasquali. Quest’ultimo, tuttavia, ha ragione quando afferma l’uso di ghiotto  per vile o di mal affare; eccone alcuni esempi in ordine cronologico:

Luigi Pulci, Morgante: (cantare III, ottava 66, vv. 6-7) tu debbi esser un ghiotto sanza fallo. -/Disse Rinaldo: – Come io sarò ghiotto/ tu mel saprai dir meglio al primo botto. –; (cantare IV, ottava 29, v. 8): –Tu debbi essere un ghiotto o furatore-; (cantare XXVI, ottava 117, vv. 1-2) Io non t’adorerò più in Pagania,/traditor, ghiotto, pien d’ogni magagna!

Nello stesso autore e nella stessa opera, però, ghiotto  compare pure in un contesto in cui può ambiguamente assumere anche il significato più noto: (cantare  XVIII, ottave 123-124: La gola ne vien poi drieto a questa arte./Qui si conviene aver gran discrezione,/saper tutti i segreti, a quante carte,/del fagian, della starna e del cappone,/di tutte le vivande a parte a parte/dove si truovi morvido il boccone;/e non ti fallirei di ciò parola,/come tener si debba unta la gola./S’io ti dicessi in che modo io pillotto,/o tu vedessi com’io fo col braccio,/tu mi diresti certo ch’io sia ghiotto;/o quante parte aver vuole un migliaccio,/che non vuole essere arso, ma ben cotto,/non molto caldo e non anco di ghiaccio,/anzi in quel mezzo, ed unto ma non grasso/(pàrti ch’i’ ‘l sappi?), e non troppo alto o basso; (cantare XIX, ottava 96)  Poi ne spiccò di quel cammello un quarto,/e disse: – Io intendo il mio conto vedere:/guarda s’io taglio a punto come il sarto./Tegnàno in man, ch’io veggo il cavaliere;/ma pur dal giuoco però non mi parto,/ch’io so che l’ossa non ci ha a rimanere;/e’ non è cosa da star teco a scotto:/tu se’ villano e disonesto e ghiotto-. Qui metaforico sembra il valore della voce in questione: (cantare XXI, ottava 104, vv. 3-4) a que’ romiti venìa capitando,/dove alcun ghiotto i buon bocconi sconta.

Sembrerebbe, invece, coinvolgere, data la presenza contestuale di porco, solo la gola: (cantare XIX, ottava 86, vv. 1-4) Tu m’hai a mangiare un dì poi, come l’Orco./Questa è stata una cosa troppo strana,/un atto proprio di ghiotto e di porco,/quel c’ha fatto la gola tua ruffiana!.  Inequivocabile, invece, il riferimento alla gola: (cantare XXV, ottava  325) Agotile, appellato caprimulgo,/poppa le capre sì che il latte secca;/e chite, uccello ignorato dal vulgo,/la madre e ‘l padre in senettute imbecca;un altro è appellato cinamulgo,/del qual chi mangia, le dita si lecca:/e non ispari il ghiotto questo uccello,/perché di spezierie si pasce quello. 

Ludovico Ariosto, I suppositi  (atto I, scena IV): Ah ghiotto! Io ti domando che tu m’insegni Erostrato; (atto III, scena I): Come siamo a casa, credo ch’io non ritrovarò de l’uova che porti in quel cesto uno solo intero. Ma con chi parlo io? Dove diavolo è rimasto ancora questo ghiotto? Sarà restato a dar la caccia a qualche cane o a scherzare con l’orso. A ogni cosa che truova per via, si ferma: se vede facchino o villano o giudeo, non lo terrieno le catene che non gli andasse a fare qualche dispiacere. Tu verrai pure una volta, capestro: bisogna che di passo in passo ti vadi aspettando. Per Dio, s’io truovo pure un solo di quelle uova rotte, ti romperò la testa; (atto IV, scena II): Ben sai che gli è gran fatto, ghiotto fastidioso; (atto V, scena V): Ti darà un laccio che t’impicchi, ghiotto, ribaldo che tu sei … Che io sia ghiotto , tel confesso, ma ribaldo no: hai torto dirmi così, che servitor ti sono.

Sulla scorta degli esempi forniti ora sembrerebbe più agevole ipotizzare la seguente trafila ghiotto>avido>ribaldo, ma rimane insormontabile il problema del diverso esito fonetico.

Una soluzione del problema può essere intravista in Claudio Ermanno Ferrari, Vocabolario bolognese-italiano, Tipografia della Volpe, Bologna, 1835, pag. 289, al lemma galuppein:

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Il significato bolognese di scroccone (oggi in francese galopin significa ragazzo un po’ sfrontato) potrebbe rappresentare il trait-d’union tra il latino medioevale galuppus  e il piemontese galup, confermando quanto già letto nel Pianigiani; il galuppus riportato dal Du Cange, sarebbe, perciò, di origine francone, proprio come galoppo che è dal francese galoper, a sua volta dal francone wala hlaupan =saltare bene.

Ulteriore conferma sembrerebbe venire da quanto si legge in Éric Chaplain, Dictionnaire gascon-béarnais français: ancien & moderne : 25000 mots, Editions des regionalism, Cressé, 2010, pag. 123: galupinar vedi avaler, dévorer e in rete all’indirizzo http://occiton.free.fr/gascon.php

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4 L’immagine della frittata rognosa può sembrare repellente e stomachevole ma all’aggettivo, a parer mio, può essere attribuito un duplice riferimento: all’aspetto finale del piatto ma soprattutto al fatto che esso è un tipico esempio di cucina povera, quasi “spregevole”,  addirittura “rognosa”.  Credo che paradossalmente la crisi in atto renderà simpatico pure questo aggettivo togliendogli gran parte della sua valenza spregiativa. Riconosco, infine, che la resa di rognosa con tutta bolle bolle non è delle più felici, ma non son riuscito a trovare nulla di meglio. L’idiomaticità dell’espressione è sottolineata da Ippolito Nievo (Le confessioni di un ottuagenario, cap. II): Un giorno che era alla sagra di Ravignano oltre Tagliamento e che si ballava in piazza sul tavolato, io mi presi lo spasso di farmi beffe di alcune Cernide dei Savorgnani che venivano a tutelare il buon ordine della fiera collo schioppo in una mano, e con un tovagliolo nell’altra pieno di ova, burro e salame, per fare, come si dice, la frittata rognosa.

immagine tratta da http://www.foodandwine.com/images/sys/salami-frittata-qfs-r.jpg
immagine tratta da http://www.foodandwine.com/images/sys/salami-frittata-qfs-r.jpg

5 Corrisponde all’italiano cotta.

6 Corrisponde all’italiano proda.

7 Corrisponde all’italiano arrostita.

8 Accrescitivo di mica=pagnotta; mica è dal latino mica(m)=briciola, il che giustifica anche il suo uso avverbiale come equivalente a per niente.

9 La locuzione è anche il titolo di un’opera letteraria: Nino Autelli, Pan d’ coa. Legende piemonteise, S.E.L.P., Torino, 1931, ristampato da Viglongo, Torino,  nel 1985. La locuzione alla lettera sarebbe pane di coda e di quella che credo sia una sua variante grafica (pan ed cua) si legge il significato di pane di miscela di farine in rete all’indirizzo  http://www.piemunteis.it/dep/dizionario.dep

Non riesco a capire, però,  se il dettaglio anatomico del cua abbia subito una metaforizzazione negativa (pane ultimo in una graduatoria di qualità) oppure contenga un riferimento (sempre, comunque, negativo) al fatto presumibile che alla bassa qualità corrisponda un basso prezzo e che, data la richiesta notevole da parte delle classi meno abbienti, bisogna fare la coda, cioè mettersi in fila, per acquistarlo. L’amico Sergio sicuramente ci illuminerà e probabilmente spazzerà via le mie interpretazioni.

10 Accrescitivo di pinta, antica unità di misura per liquidi.

11 Alla lettera brodo di vigna, pittoresca metaforica circollocuzione di vino. Autin quasi sicuramente deriva dal francese hautin, voce della quale riporto la sottostante scheda dal CNRTL (Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales).

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Per sintetizzare:  l’autin sarebbe dal francese hautin, un tipo di vite i cui tralci si appoggiano ad alberi o a paletti di legno; hautin, a sua volta deriverebbe da haut (=alto)+il suffisso  –in, che è ciò che rimane di un originario latino -imen. Aggiungo che in Giacomo Giamello, La lingua dell’Alta Langa, Sorì, Piobesi d’Alba, 2007 a pag. 17 tra le parole latine presenti  negli statuti (XIV-XV secolo) di Bossolasco, Castino, Mango e S. Stefano Belbocompare anche autinus nel significato di vigna sostenuta da alberi; mi pare perciò molto probabile che l’hautin  nella scheda del CNRTL datato 1562 sia derivato direttamente da questa voce latina medioevale senza scomodare il suffisso –imen che supporrebbe un altìmen non attestato nel latino medioevale, tanto meno in quello classico.

12 Bella questa immagine dell’italiano lingua della festa, che ha il suo gemello nel vestito della festa un tempo indossato, a parte le altre feste, solo la domenica.

13 Per l’etimo in un primo momento avevo pensato al latino puèllula(m), diminutivo di puella=fanciulla, foneticamente incrociato con il corrispondente maschile puèrulu(m). Tuttavia, siccome l’assenza di accento su porila mi fa supporre che la parola sia piana, mi pare più probabile che la derivazione sia dall’aggettivo (assunto con valore sostantivato femminile)  puerìle(m) o, meglio ancora, per metatesi da polèro (da un precedente pollèro) forma letteraria per puledro [Filippo Scarlatti (XV secolo), Poesie, 57, vv. 79-81, in Lirici toscani del Quattrocento a cura di Antonio Lanza, Bulzoni, Roma, 1973: Tu se’ corto e nero/che par propio un polero/di campagna.] che è dal latino medioevale pullètrum  (o pulèdrum o polèdrum) a sua volta dal classico pullus=piccolo di animale. Insomma, gira e rigira siamo tornati alla radice di puella. In fondo dalle nostre parti di una bella ragazza anche un tantino sbarazzina non si dice che è nna bella sciumènta (una bella giumenta)? E correre la cavallina, mutatis mutandis, non è stata fino a qualche decennio fa prerogativa esclusivamente maschile? E questa commistione tra mondo umano e mondo animale non è tipico della civiltà contadina? Per chiudere: il letterario polero trova il suo ascendente latino nel medioevale polerius attestato, insieme col femminile poleria, nel glossario del Du Cange (tomo VI, pag. 393).

14 In italiano bricca e (c’è anche il diminutivo briccola, voce antica e letteraria, forse di origine mediterranea, che indica un luogo scosceso.

15 Se esistesse il corrispondente italiano sarebbe chiudenda, dal latino claudènda(m)=(zona) da chiudere, gerundivo di claùdere; da notare semanticamente il passaggio dall’idea del dovere a quello dell’azione avvenuta; questo fenomeno coinvolge parecchie parole che hanno la stessa origine della nostra: per esempio prebenda, gerundivo di praebère=offrire, che alla lettera significherebbe cosa da dare ma che oggi corrisponde ad offerta.

16 A differenza dell’italiano aprire che è dal latino aperìre e, invece, come anche per il francese ouvrir (e per l’italiano antico obrire), la nostra voce deriva dal latino de+*operìre (deformazione del classico aperìre).

17 Quasi tal quale il nostro mantile, che, però è il nome del grembiale. La voce piemontese è più vicina semanticamente al latino mantèle=asciugamano. A Nardò c’è anche la variante antìle, ma è più probabile che essa sia per aferesi dal gallipolino vantìle, che, a sua volta, è da una forma aggettivale derivata da avanti (infatti il grembiale è un pezzo di stoffa che si mette davanti).

18 Nel dizionario del Pasquali citato in nota 3 al lemma spatarè si legge: versare, spargere, sparpagliare (idiotismo formato forse da spartare, disusato, donde spartatamente, per diffusamente, Fe. G., o meglio da sparto, per sparso, diffuso, sparpagliato, come spantiè da spanto, spandere. Credo, invece, che spatarè derivi dritto dritto dal latino expatàre usato da Pacuvio (II secolo a. C.) in un frammento [Expatant se omnes publiceque se ostendunt (Si mettono tutti in mostra e si esibiscono in pubblico)] citato da Paolo Diacono (VIII secolo) nell’epitome che fece del De verborum significatione di Festo (II secolo d. C.), dove nel libro V al lemma expatàre si legge questa definizione che non lascerebbe scampo: in locum patentem se dare, sive in spatium se conferre (mostrarsi in un luogo esposto o portarsi in un luogo spazioso). Il condizionale non lascerebbe è dovuto al fatto che alcuni credono che Paolo Diacono abbia usato un codice difettoso in cui si leggeva expatàre invece di exspatiàre Difficile, perciò dire se quello che sembra il secondo componente (patàre/spatiàre) sia connesso o meno col classico patère=essere esposto o con spatiàri=estendersi. La questione è ulteriormente e direi insanabilmente complicata dal fatto che expatàre secondo altri andrebbe letto  expatràre=dissipare in dissolutezze.

19 Alla lettera ragazzetta; è sinonimo del precedente porila. In Francesco Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, alla voce gognin si legge quanto segue:

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Il primo significato e tutti gli altri a cascata (è interessante quel ghiotterello per quanto s’è detto in nota 3, ma il lettore non si lasci ingannare dal successivo forchetta che non sottintende certo buona ma pendaglio da) fanno pensare che per il Cherubini la voce sia connessa etimologicamente con gogna (probabile aferesi di vergogna). Se è così, non posso non sottolineare il parallelismo semantico col nostro bricànte, appellativo affettuoso riservato al bambino particolarmente sveglio. E chissà che tale uso, certamente datato,  non rappresenti , un’anticipazione del ridimensionamento, sia pure parziale, del giudizio negativo che tradizionalmente la storiografia ufficiale ha espresso sul fenomeno del brigantaggio …

Se la gogna è da escludere, non rimane altro che pensare, sempre per l’etimo di gognin, a gnogna=moina, di chiara origine infantile ed onomatopeica.

In riferimento, poi, al Maitre-gonin finale (e non solo), a riprova che l’etimologia è, forse, la scienza meno definitiva, in Giuseppe dal Pozzo, Glossario etimologico piemontese, Casanova, Torino, 1893 (ristampato da Forni nel 1980), si legge:

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Mi lascia perplesso, anzitutto, goni, perché in greco non esiste. E motivi storici impediscono pure di pensare al greco γόνος=figlio perché sarebbe strano che si sia intrufolata in quest’area una voce assente, invece, a quanto ne so, nella Magna Grecia.

Chi ha interesse di sapere di più su questo lestofante francese (pare, però, che fossero più di uno o, che più probabilmente, i successivi abbiano preso il nome da lui, insomma siamo in presenza di uno sviluppo antonomastico della voce come in Cicerone>cicerone) può consultare (all’indirizzo http://books.google.it/books?id=cakcAAAAMAAJ&pg=PA430&dq=maitre-gonin&hl=it&sa=X&ei=q0dIUYP1E4KWO4negYAE&sqi=2&ved=0CFIQ6AEwBw#v=onepage&q=maitre-gonin&f=false) Pierre-Marie Quitard, Dictionnaire étymologique, historique, et anecdotique des proverbes et des locutions proverbiales de la langue française, Bertrand, Parigi, 1842, pag. 430.

Mi pare, infine, fantasioso, per usare un eufemismo, il cunìculus (coniglio) messo in campo quasi un secolo prima nientemeno che dal Ménage in Dictionnaire etymologique de la langue françoise, Briasson, Parigi, 1750, pag. 686 (http://books.google.it/books?id=AYM-AAAAcAAJ&pg=PA686&dq=maitre-gonin&hl=it&sa=X&ei=q0dIUYP1E4KWO4negYAE&sqi=2&ved=0CF4Q6AEwCQ#v=onepage&q=maitre-gonin&f=false).

20 Nel dizionario del Pasquali citato in nota 3 si legge:

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Io non escluderei un nesso col francese chatouiller.

21 Nonostante il suo ritmo cantilenante che, forse, ne ha propiziato un uso senza consapevolezza del suo significato originario, potrebbe essere da giurè (=giurare)+papè (=carta), dal francese papier, che è dal latino papyrum, a sua volta dal greco πάπυρος.

22 Corrisponde all’italiano oggimai.

23 Alla lettera malfatto.

24 Da al manco.

25 Diminutivo  di stuezzu (probabilmente da s– intensiva e tozzo, di etimologia incerta) attraverso una forma intermedia aggettivale inusitata stuzzàru, come in massa>massàru>massarièddhu.

26 Nel Salento pièzzu ti pane è la forma intera, stuèzzu ti pane è un suo pezzo.

27 Non so se il nèir dell’originale si accorda oltre che grammaticalmente  anche semanticamente a pinton (con riferimento al fatto che nel vetro scuro il vino si conserva meglio) o se si tratta di un’ipallage. Nel dubbio ho mantenuto la sequenza originale nella traduzione, anche se da noi più che il vetro è scuro, per non dire nero, il vino.

28 Da notare che merenda (dal latino merènda, alla lettera cose da meritare, gerundivo di merère) è marènda sia in piemontese che in salentino.

29 Femminile di carùsu, dalla voce centro-meridionale carusàre che significa tosare e che per il Rohlfs è dubitativamente dalla radice greca καρ– di κάρα=testa,  incrociata con un latino *tosàre da *tonsàre. In realtà quest’ultima voce, che il Rohlfs propone come ricostruita, esiste nel latino medioevale (glossario del Du Cange, tomo VIII, pag. 123) nel nesso tosare monetam=incidere la moneta. Va da sé che tonsàre è da tonsum, supino del classico tondère. La voce, perciò, sarebbe connessa, se l’etimologia del Rolphs fosse quella esatta (me lo fanno dubitare difficoltà fonetiche quasi insormontabili)  con il taglio corto dei capelli cui i ragazzi venivano sottoposti. La pratica troverebbe conferma nel toso/tosa milanese, rispettivamente da tonsu(m) e tonsa(m), participi passati, maschile e femminile del citato tondère.

30 Sinonimo di salita, qui nel senso di posto soprelevato. Noi non abbiamo colline e nella traduzione me la son dovuta cavare con ‘nchianàta, che è dal latino medioevale implanare che, però, significa ingannare; implanàre è formato da in privativo e da planàre, a sua volta da planus/a/um=piano, piatto. Nella voce medievale il concetto di piano ha finito per coincidere con quello di non pericoloso, senza insidie; la voce salentina, invece, è rimasta più fedele al significato originario dei due componenti, e così, per quanto riguarda il secondo, chiànu è usato solo per indicare il movimento lento (iò sta sscia chianu chiànu=io stavo andando piano piano) con un certo slittamento di significato (il piano rispetto alla discesa, anche se meno rispetto alla salita, non agevola la velocità) e per la superficie piana si usa chiàttu (=piatto), ma lo slittamento scompare nel derivato chianòzzu (piccola pialla). ‘Nchianàta, perciò è, alla lettera, un posto non piano (nel senso esclusivo di ascendente; per la discesa c’è scesa). Non so se fosse il riflesso atavico del concetto di resurrezione insito nella Pasqua, ma fino a pochi anni fa la tendenza era di fare la scampagnata del lunedì in posti piuttosto impervi e forse ne è traccia Lu riu, il nome con cui i leccesi chiamano la loro scampagnata che, però, viene effettuata il martedì successivo a Pasqua (per chi volesse approfondire: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/04/26/lu-riu-pasquetta-dei-leccesi/

31 Dal latino medioevale (Glossario del Du Cange, tomo VII, pag. 426) sepàle(m), forma aggettivale dal classico saeps=siepe; tuttavia, poiché questa voce s’incontra una sola volta nella Carta amalfitana pubblicata dall’Ughelli, non è da escludersi un errore per separàle (anche questa voce presente nel glossario), forma aggettivale deverbale da separàre.

32 Sul probabile etimo di scazzicàre vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/05/07/scazzicare-parente-di-calcio-chi-lavrebbe-mai-detto/

33 Forma intensiva di rrizzàre  (=arricciare), da rizzu (riccio).

34 È, come il piemontese piagnisteri, dal latino plàngere=battere il petto, lamentarsi, piangere; piagnisteri, però, appare coincidente con l’italiano antico piagnistero (o piagnisterio), padre di piagnisteo, mentre la forma salentina mostra, oltre al normale esito pla->chia-, un suffisso leggermente diverso. Aggiungo che plàngere è connesso con la radice (rispetto alla quale presenta, fenomeno consueto, un infisso nasale) πληγ– dei greci πλήσσω e πληγόω=percuotere; lo stesso suffisso di piagnisterio sembra aver seguito la trafila che in greco ha portato da μόνος (= solo) a μοναστής (=monaco, da cui il latino medioevale monàsta) e da questo a μοναστήριον (=monastero), da cui il latino medioevale monasterium e da questo l’italiano monasterio, da cui, poi, monastero. Per analogia, dunque, piagnisteo supporrebbe una forma intermedia *piagnìsta.

3 Commenti a “Lunes dla marenda” e “Pascareddha”: Torino chiama, Nardò risponde

  1. Intanto, per prima cosa, mi scuso per aver tardato tanto a rispondere a questa meraviglosa sorpresa. Ma, e questa volta volta apro un’altra richiesta di scusa (agli alberi), perchè, per prima cosa ho voluto stamparmi il tutto, ma in parte mi sento autorizzato essendo uno scrupoloso selezionatore dei rifiuti (sempre con la speranza che il mio scrupolo non venga tradito dai municipali raccoglitori dell’immondizia). Ho voluto stamparlo per poterlo leggere per bene e centellinarlo in tutta la sua prelibatezza. Primo sentimento: orgoglio, nel vedere la mia modesta scrittura, tradotta in lingua neretina. Mi sono sentito felice e grandemente gratificato. Tutto merito del grande e valente amico Armando che ne ha fatto una versione bellissima e direi, pù che puntuale.
    Poi ho incomiciato a soffermarmi sulle “note” per vedere di analizzarle bene e dare una giusta e adeguata risposta. Veramente, ADEGUATA, mi è impossibile, essendo io un conoscitore della mia lingua ancestrale, che so leggere, scrivere e parlare e vado ad insegnare perchè la stessa non vada persa (ma non sono un linguista così preparato, come è invece l’amico Armando, come ben sanno tutti coloro che seguono le sue pubblicazioni su “Fondazione Terra d’Otranto” (ne approfitto per fare gli elogi a tutta la produzione di questo sito, a tutti coloro che gli dedicano il loro prezioso tempo).

    Prima, ancora una annotazione a margine: sono totalmente d’accordo con quanto l’amico Armando precisa riguardo alla lettura del “post” e vorrei che molti, del nord, del sud e del centro ne fossero coscienti.

    Veniamo alle “note”: Per quanto riguarda la parola piemontese GALUP, conosco bene il Nuovo dizionario piemontese-italiano di Giovanni Pasquali del 1870 in quanto ho la fortuna di possederne una copia dell’epoca regalatami da mio figlio come sontuoso dono natalizio. L’ultimo vocabolario, serio e completo, sulla lingua piemontese è quello intitolato “Ël NEUV GRIBÀUD – DISSIONARI PIEMONTÈIS -Tersa edission – Daniela Piazza Editore” novembre 1996. Su questo l’etimologia che ne da è dal latino “galuppus” tradotto “cantiniere” e poi fa riferimento al provenzale “lipar” “leccare” e aggiunge con il prefisso spregiativo “ga”. Da notare che c’è un modo di dire piemontese che è “Costa a l’é galupa” che significa “Questa è bella” “Questa è succosa” riferito ad una notizia particolarmente interessante. Vorrei ancora segnalare che esiste (salvato in extremis dal personale stesso della ditta che stava per essere messo in cassa integrazione – tanto per cambiare) un famoso panettone piemontese, particolare, come forma e ricoperto tutto di mandorle, che porta il marchio GALUP, una vera ghiottoneria.

    Passiamo alla “FRITÀ ROGNOSA”: Rognosa è riferito esclusivamente all’aspetto finale, non c’entra la cucina povera o spregevole; anzi è ritenuto un piatto ricco e non solo adesso, voglio dire non solo per il ricupero con prezzi esorbitanti, dei piatti che un tempo erano i piatti dei poveri. Era un piatto molto consistente e “rognosa” in quanto ha l’aspetto di chi ha la rogna, cioè la scabia.

    La nota 5 riferita alla parola piemontese “CÒTIA” non corrisonde all’italiano “cotta”, ma dovrebbe derivare dal latino “quatere”, cioè “scuotere” o forse più facilmente dal francese “cotir” “ammaccare”; “còti”, in piemontese è un aggettivo che significa “morbido”, “soffice” “delicato” ; si dice :”còti coma ‘l bur” “morbido come il burro”.

    La nota 9: “PAN ËD COA”. È il pane campagnolo che contiene molta crusca e che, un tempo, veniva infornato, una volta ogni tanto (durava anche tre o quattro mesi, magari era un po’ duro). Ho cercato, invano di capire il perchè di “coa”, ma non sono ancora riuscito a capirlo da nessuna parte; di sicuro non ha a che fare con la bassa qualità o il basso prezzo o il fare la coda per andare ad acquistarlo. Non c’entra con la crusca, perchè in piemontese la crusca è “bren”. Mi spiace, non sono in grado di fornirvi una spiegazione.

    La nota 12: si piace anche molto a me questo modo di dire piemontese “parlé da festa” quando si parla in italiano; da notare che si dice “parlé da gran festa” quando si usano lingue straniere.

    La nota 13: si hai capito giusto “porila” è parola piana

    La nota 15: sì; da tenere presente che le “cioende”, in generale, recintavano il terreno attorno alla casa o ai campi

    La nota 17: grembiule in piemontese si dice “faudal”, probabile derivazione da parola araba “fodhal”

    La nota 19: la più ritenuta valida è dal nome francese di un personaggio poco pregevole, un certo GONIN vissuto al tempo di Francesco I; per quanto riguarda le “gnògne”, moine, è usato quasi solo al plurale e “fé le gnògne” sta per amoreggiare

    La nota 20: si, risulta anche a me che “Gatié” derivi dal francese “chatouiller”

    La nota 27: “nèir” è riferito sia al colore del bottiglione, sia al colore del vino

    E finiamo con la nota 28. che bella constatazione trovare che certe parole sono identiche nei diversi linguaggi:
    la MARENDA ci accomuna dal nord al sud. Diciamo che nel gozzovigliare siamo tutti uguali

    Questo per estendere queste precisazioni a tutti coloro che si sono presi la briga di scontare i loro peccati percorrendo tutto il nostro elucubrare. Per i ringraziamenti più personali, in privato
    Ciao Armando, alla prossima e ancora grazie!!!!!!!!!!!!!!!!
    Sergio

  2. Grazie, Sergio, per come hai accolto il mio tentativo da incosciente, ma ancor più per le puntuali, preziose precisazioni, correzioni e integrazioni che mi hai regalato, anzi ci (non è un nos maiestatis …) hai regalato.

  3. I Salentini residenti in Torino desideriamo ringraziare il Prof.Sergio Notario insegnante di letteratura Piemontese presso l’Università della terza età di Moncalieri(TO) per l’amicizia che dimostra verso la nostra terra scrivendo poesie rare in 3 lingue,e articoli in sintonia con il Prof. Armando Polito.
    Per comunicare con il Prof. Notario possiamo avere il suo indirizzo elettronico e-mail?
    i migliori saluti
    E.Teifreto http://www.torinovoli.it

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