Il Salento delle liturgie

di Elio Ria

settimana santa

E se provassimo a liberarci di alcune usanze, credenze, simbologie, liturgie di cui siamo impastati, non sarebbe una buona cosa? Da fare subito, senza tentennamenti.

Il Salento è asservito da secoli alle misture magiche e religiose che si concretizzano nel rivendicarle come tradizione e nella spettacolarizzazione tramite processioni, balli, danze, canti e altro. Mere rappresentazioni folcloristiche che hanno perso ogni valore che un tempo invece possedevano. Basti pensare agli eventi religiosi che si susseguono con ossessione durante la settimana santa, dove non  prevale il significato religioso in sé ma lo spirito di celebrazione di un mistero che deve essenzialmente produrre esigenze individualistiche di liturgie fuori i canoni della ortodossia religiosa, con ripetizioni secolari di gare per l’aggiudicazione delle statue, scenografie mistiche, penitenzieri titolati, preti sbadati, congreghe in alta uniforme, bande musicali, fiori disseminati per le strade,  preghiere assenti, credenti con il pensiero altrove. Indubbiamente vi sono eccessi, credenze che inficiano il significato della morte di Cristo, lo riducono alla semplificazione banale di un rito stantio e compulsivo.

Sono queste tracce evidenti di ritualità che sopravvivono e si radicano nei luoghi e nelle menti. Certamente cultura popolare, collegata però alla magia e a pratiche più o meno occulte,  in contrasto con la religione cattolica. Una sorta di commistione che annulla le contraddizioni fra il paganesimo e il cristianesimo e crea un’altra religione parallela ad uso e consumo della superstizione che non è un fenomeno marginale, ma ben posizionato nelle formule e nella tradizione sapienziale. Come se si adorasse un dio segreto che oltre al dio ufficiale può aumentare le probabilità di soddisfo delle istanze degli uomini. Una riserva alla quale attingere sempre in caso di bisogno.

Una distillazione della liturgia sarebbe necessaria per riconquistarne il senso, abolendo le attività superflue e le contraddizioni di esuberanti cerimonie. La pompa magna di remote memorie non va bene e continuare a esercitarle sarebbe come perdere passi con la logica della modernità. Più fatti e meno scenografie e coreografie. Più senso del dovere e del rispetto. C’è il bisogno di nuove parole che non siano soltanto confortevoli, ma energia di sviluppo di futuro basato su questioni volte a migliorare la qualità di vita dell’uomo anche dal punto di vista spirituale.

Non limitiamoci a un fare che non coinvolge la coscienza ma l’istinto e il desiderio di esorcizzare il presente e il futuro con riti inefficaci e inadeguati ai tempi. Va bene esercitarli come memoria, ma non come antidoto per rafforzare credenze. Distillare il passato per ottenere un presente che possa transitare nel futuro con convinzione e serietà, questo bisogna fare, spezzando anche le catene dei pregiudizi della religione. Insomma libertà per un agire sereno con la dignità che è insita in ogni uomo che non si acquisisce come un diritto ma si genera come un dovere.

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