Rrufàre, un verbo di stagione.

di Armando Polito

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Questa volta non mi è stato possibile collocare in parentesi tonde, com’è mia abitudine, la traduzione della prima parola del titolo, semplicemente perché non esiste in italiano un sinonimo ed avrei dovuto usare, perciò, una circollocuzione che avrebbe solo anticipato sinteticamente quanto mi accingo a dire.

La voce è presente nel vocabolario del Rohlfs al lemma rufàre registrato per il Leccese a Bagnolo, San Cesarea Terme, Otranto e (ma è solo una coincidenza perché si tratta di un nome prediale, cioè indicante il possedimento di un Rufus) Ruffano, con la definizione “aspirar dentro il mucco nasale” e con l’etimo dal “greco antico ῥοφῶ=io sorbisco”.

La mia miserabile integrazione si riduce a quanto segue:

1) A Nardò la variante è rrufàre, che scrivo senza il segno di aferesi iniziale perché credo che la geminazione di r– sia dovuta non all’aferesi di un precedente *arrufàre (da ad+rufàre) ma a ragioni espressive, peraltro giustificatissime …

2) Rrufàre, sempre a Nardò (a tal proposito sarebbe bello se attraverso questo portale si costituisse una rete di informatori coinvolgente tutta la Terra d’Otranto … e non solo) è usato, oltre che nel significato prima indicato, anche in quello di sorbire rumorosamente il brodo o altra bevanda.

3) Per chi fosse stato contagiato dalla mia mania del controllo: su qualsiasi vocabolario greco non vada a cercare ῥοφῶ perché non lo troverà. Il Rohlfs ha riportato la forma contratta di ῥοφέω, che chiunque potrà trovare su qualsiasi vocabolario.

4) Si direbbe che ῥοφῶ/ῥοφέω sia un verbo onomatopeico.

Per quanto riguarda il di stagione mi pare superfluo ricordare l’epidemia (forse ho esagerato … ma quest’anno ha beccato pure me che mi cullavo di esserne immune o quasi) di influenza in atto e il potere rifocillante, non dico terapeutico, di un bel brodo, dovesse essere solo vegetale.

Mi piace (sono fatto così) chiudere con una provocazione: secondo me sarebbe opportuno, ammesso che non si faccia già così, non  rimproverare il bambino (e non solo lui …) che, afflitto dal raffreddore, non espelle ma ingurgita il suo muco (c’è da chiedersi, infatti,  se l’azione non sia un qualcosa di fisiologico come lo sbadiglio, il rutto, la scorreggia e se i potentissimi succhi gastrici non garantiscano quella igiene che il soffiarsi nel più avveniristico e firmato dei fazzoletti non può garantire) o il nonno e la nonna (e non solo loro …) che nel sorbire il brodo emettono un rumore che avrebbe fatto sobbalzare Giovanni Della Casa (questa volta mi chiedo se cotanto senno è stato mai sfiorato dal dubbio che quel rumore poco aristocratico fosse la naturale, dunque rispettabilissima, espressione di soddisfazione per un cibo sudato e che, dunque, esso risultasse incomprensibile a chi il cibo non era abituato a sudarselo).

Purtroppo Nerino (i figli, non si ingelosiscano Caterina e Elisabetta, so’ piezze ‘e core, ma conosco bene anche la canzone Core ‘ngrato, nella fattispecie leggi scatolette immeritate …) in rapporto al muco non è d’accordo, come si evince dall’immagine di testa, ma, per quel che riguarda il brodo, per la prossima campagna elettorale della sinistra ho molte idee simili, e le mie, a differenza di quelle di tanti guru della comunicazione, sono totalmente gratuite  e non gratuite.  No, non mi sto preparando ad una prossima mia discesa in campo allenandomi a dire una cosa e dopo un secondo il suo contrario: semplicemente il primo gratuite va inteso come senza alcun compenso e il secondo come prive di fondamento. Con le mie interpretazioni sociologiche (!) che rivalutano atti considerati animaleschi e che politicamente sembrano strizzare l’occhio alle classi meno abbienti, chissà se non potrebbe essere la volta buona …

Altro che ber … sani (con Berlusconi, ormai, non mi è rimasto più nemmeno il gusto di fare i giochi di parola …), rrufàre si deve!

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