Una tormentata anatomia del cuddhàre (aver voglia)

di Armando Polito

Pereza al sol (El indolente), olio di Benjamin Lobo Gonzalez
Pereza al sol (El indolente), olio di Benjamin Lobo Gonzalez

 

 

Chi crede di trovare qui qualche informazione su quella macchia cutanea, in realtà angioma o neo,  causata, secondo la credenza popolare, da un desiderio di cibi o bevande particolari non soddisfatto dalla madre durante la gravidanza, passi ad altra lettura; e lo faccia pure chi si apprestava a gustare qualcosa di erotico o, addirittura, di pornografico.

Chi, al contrario, si è qualche volta chiesto da dove mai deriva il verbo dialettale salentino cuddhàre troverà, forse, qualche risposta alla sua domanda.

Esso esprime un concetto che in italiano richiederebbe una circollocuzione o l’uso del verbo andare (no mmi coddha cu ffazzu nienti=non ho voglia di far nulla/non mi va di far nulla).

Dal momento che –ddh– nasce da –ll– (bello>beddhu) siamo obbligati a partire da un parallelo italiano *collàre. Ora in italiano abbiamo un collàre1 che è voce tecnico-specialistica usata per incollare ed un collare2 che significa tormentare con la corda o colla, calare o tirare con una corda, ammainare o spiegare le vele.

Collàre1 è da colla, a sua volta da un latino *colla(m) che è dal greco κόλλα (leggi colla).

Collàre2 è probabilmente dal latino medioevale collàre, voce così trattata nel glossario del Du Cange:

2

 

(COLLARE Salpare dal porto, partire. Statuti marsigliesi lib. 4 cap. 18 § 2: Qualsiasi nave che imbarcherà i pellegrini a Marsiglia o i loro padroni soddisfino i marinai per quanto riguarda il loro compenso a terra prima che la nave salpi dai quartieri di Marsiglia. Spiegare le vele, voce italica. Patto tra il Saladino e i Pisani anno 1174 presso Lamberto in Delizie degli eruditi tra le note alla Storia siciliana Bonincontro parte 1 pag. 197: Quando giungono al momento di salpare non debbono trattenere né le vele, né i timoni, etc. Vedi sopra Cola 7)

A cola 7:

3

 

(COLA 7 Imboccatura del porto o stazione, in francese rade. Per gli Spagnoli colla è il vento favorevole a chi si accinge a navigare. Statuti Genovesi libro 4 cap. 1 pag. 90: Non ci possa essere tuttavia divieto né sequestro del vascello dopo che sia stato posto a favore di vento per allontanarsi e navigare; e s’intenda posto a favore di vento quando abbia mollato le gomene dal molo o da terra e si sia allontanato dal luogo).

Il significato dello spagnolo colla riportato dal Du Cange è confermato dal Vocabolario della Real Accademia Spagnola che così tratta il lemma nell’edizione del 1729:

4

 

(Voce marinara. Soffio o colpo di vento leggero e favorevole alla partenza delle navi …)

Nelle edizioni successive fino all’ultima del 2001 tale significato è scomparso.

Tornando al Du Cange, né collare1collare2 sembrano offrire collegamenti semantici con cuddhàre, ma dev’essere stato questo il cammino percorso dal Rohlfs prima di sistemare nel suo vocabolario il relativo lemma nel modo che segue:

5

E a còddha3:

6

Tralasciando questo secondo lemma che serve solo a fare distinzione dai sostantivi còddha1=colla e còddha2=sacco, rivolgiamo la nostra attenzione al primo.

Andando a cercare nelle abbreviazioni troviamo:

L4Enrico Bozzi, I tesori del nostro dialetto. Libro per gli esercizi di traduzione dal dialetto leccese. Parte III, Milano, s. a. [Contiene p. 89-99 un “dizionarietto leccese”].

a: verbo attivo (transitivo).

L42: Ettore Vernole, E torna masciu. Bozzetto drammatico folcloristico. In: Rinascenza Salentina, anno III (1933) p. 7 [Dialetto di Gallipoli].

ot: Otranto.

n: neutro (intransitivo o sostantivo neutro).

Enrico Bozzi, pseudonimo Il conte di Luna,  (1873-1934) è considerato come l’erede di Giuseppe De Dominicis (Capitan Black). Nato a Taranto, autodidatta, la sua prima attività fu quella di tipografo. La prima pubblicazione già sotto quello che sarebbe stato il suo pseudonimo fu una composizione di otto sestine di ottonari, in italiano, uscita nel 1894 sul secondo numero del giornale Il bugiardo. Fu impiegato poi in uno studio legale e, infine, presso l’Acquedotto Leccese. Morì a Milano, dove si era trasferito, in seguito all’amputazione di una gamba subita dopo essere stato travolto da un tram.

Le sue pubblicazioni: Fogghe mmedhate, Tipografia sociale, 1905; Ragghi: versi in dialetto leccese, V. Taube, Calimera, 1907; La banda de la lupa: versi in dialetto leccese, Stabilimento tipografico Giurdignano, Lecce, 1912; La guerra: sonetti in pulito, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1915; Poesie in dialetto leccese ed in … pulito, Regia tipografia editrice salentina, Lecce, 1922.

L’opera cui fa riferimento il Rohlfs fu compilata per le scuole elementari in tre fascicoli (III, IV e V classe), pubblicata a Milano da Luigi Trevisini nel 1926 e in base alla riforma Gentile del 1923 fu adottata presso le scuole della provincia in seguito all’approvazione ministeriale.

Ho fatto questa lunga divagazione perché la poesia del Bozzi si nutre spesso dell’ambiguità o, se si preferisce, della bivalenza semantica di alcune voci dialettali (un esempio per tutti: pignu=pino e pignu=pegno). Il significato di esigere per cuddhàre che il Rohlfs riporta dal Bozzi deve sicuramente rientrare in tale fenomeno, anche se la divaricazione semantica tra esigere ed aver voglia sembra tanto spinta che si potrebbe a prima vista sospettare un errore. L’opera in questione, purtroppo, è praticamente irreperibile ed è addirittura  assente nel Catalogo del servizio bibliotecario nazionale. Tuttavia verso la fine farò un’osservazione che contribuirà quanto meno a diradare se non a cancellare quel sospetto.

Ad ogni buon conto: è evidente che per il Rohlfs cuddhàre è da cuèddhu=collo. Non ho altro da aggiungere se non che a questo punto se dovessi trovare un corrispondente italiano sceglierei ingollare che concordemente è fatto derivare da un latino *ingulàre, a sua volta da in=dentro+gula=gola, mentre la geminazione di –l– viene spiegata per incrocio proprio con collo. E si sarebbe trattato di un incrocio molto precoce se ingollare precede ingolàre. Infatti se il primo è già presente in Dante (Inferno, VI, 18): graffia gli spiriti, ingolla et isquatra, per il secondo bisogna attendere il XVII secolo: …perché sarà più tosto ingolato, lui, et assorbito … (Reginaldo De Lira, L’arsenale di Quaresima, Zenero, Bologna, 1646, pag. 264. Va detto per completezza che di ingolàre sopravvivono il participio presente e quello passato come termini tecnici dell’araldica: ingolante è  l’animale in atto d’inghiottire una pezza (sempre araldica …) o una figura;  ingolato è l’attributo delle pezze (banda, traversa, croce di S. Andrea) che hanno le estremità nascoste nelle gole di animali che sembrano inghiottirle.

D’altra parte, a confermare l’incrocio,  gollàre e golla sono di uso molto frequente, in poesia e in prosa, nell’italiano antico:

Dante, Inferno, VI, 53: per la damnosa colpa de la golla (in rima con solla per sola e parolla per parola; XXIII, 88: Questi par vivo all’atto de la golla (in rima con parolla per parola e stolla per stola); XXVI, 40: Tal si movea ciascuna per la golla (in rima con solla per sola e invuolla); XXVIII, 64; E un altro, che forato avea la golla (in rima con parolla per parola e solla per sola). Come il lettore può agevolmente notare, si tratta di una scelta non obbligata dalla rima, anzi sono le altre parole in rima ad essersi adeguate a golla.

Michele Savonarola (XV secolo), Libreto di tutte le cosse che se magnano, edizione a cura di Jane Nystedt, Almqvist e Wiksell international, Stockholm, 1988, passim: … per dar dilecto ale canne dila golla; secundo il piacere dela golla ; …o per dar piacere ala golla

Ristoro d’Arezzo (XIII secolo), Composizione del mondo, I, 20: e tali hanno il becco ritto, acconcio per gollare le granella1. 

Antonio Cappelli, Poesie musicali dei secoli XIV, XV tratte da vari codici, Romagnoli, Bologna, 1868, pag. 51: Non potendola gollare io dissi: oltre, cominciamo a bere uno sorso d’aqua con uno boccono di cicerbita: e non la potei gollare.

Olao Magno Goto, Historia delle genti et della natura delle cose settentrionali, Giunti, Venezia, 1566, pag. 269: ha li meati de la bocca molto stretti per poter gollare li pesci …

Insomma: no’ sta mmi coddha alla lettera equivarrebbe in italiano a non mi sta scendendo in gola, cioè ingollare avrebbe assunto un valore intransitivo, passando al significato di non mi fa gola, non posso sopportare l’idea di e da questo a quello finale di non ho voglia di.

Lo conferma quanto si legge nella prima edizione (1612) del vocabolario dell’Accademia della Crusca:

7

 

Non riesco a capire come ai Cruscanti, che pure citano M(atte)o V(illani) posteriore, sia pur di poco, al sommo poeta, sia sfuggito che il verbo golàre nel significato di desiderare ardentemente è usato pure da Dante: (Paradiso, X, 109-112):  La quinta luce, ch’è tra noi piú bella,/spira di tale amor, che tutto ‘l mondo/là giú ne gola di saper novella.

Il significato transitivo di golàre (agognare, appetire) giustifica, anzi coincide con  il cuddhàre=esigere del Boschi. Soprattutto in riferimento ai bisogni primari (il cibo, il lavoro, la salute, l’istruzione) il cui soddisfacimento generalizzato in primis  da parte di chi si assume la gestione del potere politico segna il solco tra un paese civile ed uno che non lo è, come si fa a non definire diritto ciò che è desiderio per stato di autentica necessità e non riconoscere a chi è ancora vittima di quel bisogno la sacralità della sua voglia, anche rumorosamente espressa, che quel diritto sia soddisfatto? A questo punto, stabilita l’equazione desiderio primario=diritto di esigerlo,  il controllo del contesto del Boschi diventa superfluo, anche se sarebbe gratificante avere la conferma finale ed incontrovertibile a quanto fino ad ora così faticosamente dedotto.

Certo, da un punto di vista fonetico, sarebbe stato più facile immaginare un corrispondente italiano incollare, ma questa ipotesi suscita come reazione l’espressione che per uno dei tanti ultimi trombati sarà, sia pur per poco tempo ancora, l’unico motivo per essere ricordato: che ci azzecca?

E così, tra golàre e ingollàre si perde il pensier mio e, mentre il naufragar m’è dolce in questo mare, non posso resistere alla solita autocitazione, per quanto indiretta, ispiratami dal fatto che parente strettissimo dei due è ngulare, per il quale segnalo al lettore il link:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/14/tre-antichissime-tecniche-di-pesca-micidiali/

Se poi qualcuno, giocando sulla trasposizione g/c, volesse prospettare altra ipotesi, sappia che ha sbagliato totalmente bersaglio e che, comunque, gli risponderò per le rime e, se lo preferisce, in rima, sempre, però, ci mi coddha

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1 Cito dall’edizione a cura di Enrico Narducci, Tipografia delle scienze matematiche e fisiche, Roma, 1959, pag. 21l.       

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