Quelli di Brioni… i figli degli anni terribili. Ovvero come dare senso didascalico alla memoria

brioni

QUELLI DI BRIONI… I FIGLI DEGLI ANNI TERRIBILI1

Ovvero come dare senso didascalico alla memoria

Riflessioni critiche di Antonio Porzano

 

Si on avait oté à ce qu’on oppelle force

Le désir de conserver, et la crainte de perdre,

il ne lui resterait pa grand chose

(F. de la Rochefoucauld, Maximes écartées)

 

Avvocato ed intellettuale valoroso, caratterizzato da uno streben che a tutto antepone il rigore della necessità etica e l’impegno nei fatti umani, Maurizio Fumarola-Mauro presenta l’ultima sua fatica letteraria, collaborante la professoressa Simonetta Ghezzi.

Copia del libro fu a me recapitata, giorni or sono, con una dedica colma d’affetto, ennesima dimostrazione di quanto sia importante l’amicizia per questo galantuomo, al quale si addice l’aforisma di Alexander Pope: “un uomo onesto è l’opera più nobile di Dio”; e, dopo aver letto le pagine, ho maturato l’idea di scrivere poche noterelle di commento, modesto omaggio alla magnificenza espositiva ed ai densi concetti di una persona da me stimata quanto il figlio Vincenzo che ha calamitato tutte le virtù paterne.

Premetto che non ho l’onore di conoscere la professoressa Ghezzi e dunque, pur non dubitando del suo importante contributo all’economia dell’opera, ella mi perdonerà se, esponendo le mie considerazioni, mi rivolgerò prevalentemente a Maurizio Fumarola, le cui memorie sono la struttura portante del testo, chiedendo altresì venia agli Autori se non sono riuscito a renderne appieno l’ampio respiro né la marea di emozioni e rivelazioni che la lettura ha provocato in me; tuttavia, si parva licet componere magnis, ho tentato almeno di sistematizzarle, pur sapendo che magnum et arduum conatur opus.

da: http://www.istriadalmaziacards.com/
da: http://www.istriadalmaziacards.com/

Non intenso privare il lettore del gusto della scoperta, quindi mi limito a pochi accenni relativi ai contenuti. L’opera fotografa l’odissea del diciannovenne Maurizio, allievo ufficiale di Marina, destinato all’Accademia Navale di Brioni – isole dell’alto Adriatico a nord di Pola – sorpreso con centinaia di commilitoni dall’armistizio dell’8 settembre 1943 ed internato in alcuni campi di concentramento nazisti, subendo privazioni ed umiliazioni sino alla disfatta della Germania ed al ritorno in Italia, anch’esso non privo di difficoltà, problemi, sospetti.

Orbene, il libro è innanzitutto scrupolosa, equilibrata, quasi castigata autobiografia di quel periodo (alla cui stesura concorrono gli appunti che l’Autore sistematicamente vergava), la quale agglutina tutta la temperie del giovane Maurizio e del successivo, maturato chiosatore: una sorta di sacerdozio letterario fatto di purezza e di laconicità espressive alle quali la guerra, prigionia, sacrificio offrono qualità di discrimine letterario e vocazione etico-politica; uno spaccato di storia “vera” narrata con lessico di sostenuto decoro e la cui vera ambizione sembra essere, paradossalmente, l’atemporalità.

Un’opera attraente, in quanto espressione dell’etica di un ragazzo costretto ad esperienze adulte e che si riempie, nel suo dipanarsi, di passione umana e politica attraverso vigorosa aristocrazia descrittiva la quale nobilita la materia dura, opaca di cui deve occuparsi, le ricorrenti insorgenze di contenuti non domi, i naturali squilibri di un giovane che nopn conta più sulla sapienza omogenea dell’umanità ed affida ai suoi diari ed ai pensieri la speranza di una società migliore; in tal modo anche le miserie del lager, la rozzezza degli aguzzini, incastonate in precisi ragionamenti, si attenuano, sono esse stesse attenuazione, litote, addirittura rifugio per le meditazioni di Maurizio.

Fa parte di una serie di cartoline pubblicate all‘inizio della Prima Guerra Mondiale per l‘Italia (1915) rappresentanti città “irredente“, abbinate al tricolore e ad immagini di prominenti italiani. Al recto - nell‘angolo in basso a sinistra - piccola foto del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore Antonio Salandra (da: http://www.istriadalmaziacards.com)
Fa parte di una serie di cartoline pubblicate all‘inizio della Prima Guerra Mondiale per l‘Italia (1915) rappresentanti città “irredente“, abbinate al tricolore e ad immagini di prominenti italiani. Al recto – nell‘angolo in basso a sinistra – piccola foto del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore Antonio Salandra (da: http://www.istriadalmaziacards.com)

Il libro, in sostanza, pur lontano dal <<pollói de mémnanthai kalón ei ti ponethé>> di Pindaro, è intensa esperienza umana e letteraria che apre orizzonti a chi voglia seguirne gli sviluppi, l’ininterrotto dialogo con la propria coscienza e con i personaggi che affollano un palcoscenico costruito sugli umani squallori e sulla speranza, sentendo amica la voce del protagonista, il quale mai si nasconde dietro groll, unglück, los (lamenti, sfortuna, sorte), anzi esorta a dividere con lui le sue esperienze, le sue parole in cui si consuma una struggente passione per la natura e le cose degli uomini ma anche l’imperativo di comprendere ciò che sembra ovvio ed è tenacemente oscuro.

Del resto, solo chi ha varcato i confini dell’Ade ha imparato a colloquiare con i morti e con << i guardiani feroci o sgarbati o incomodi, latratori >> noti già a Niccolò Tommaseo ed ha superato le acque torbide di quell’esperienza può ridisegnarne i contorni e le difficili figure senza perdersi nelle angosce personali, anzi conscio che invulnerabile non est quod non feritur, sed quod non laeditur. E chi comprende la tensione morale, quasi socratica, che anima le pagine comprende che esse – bilderbuch a metà tra l’euschemosúne di Alcesti e preziosi rilievi pascoliani – sono atto di profonda adesione ai valori dell’esperienza terrena come scuola di dolore e speranza, poiché narrano di sangue, mortificazioni, avvilimenti ma anche di immagini terse e corporee, di fanciulle ridenti, morbide, appassionate, di mattini e boschi di cui la natura si imbelletta, a testimoniare la forza e la perseveranza di un uomo che viaggiò in un mondo difficile e constatò la verità del pensiero di Elio Aristide: <<taúta túche dídosi kai paraireítai pálin>>.

Un libro, dunque, senza scorie o fogli rotti, una storia nella Storia, la cui prima giustificazione intellettuale è il fondarsi su appunti, memorie, sistemi fusi; e se le cose più giovanili sono affidate a schemi meccanici, se all’inizio dell’opera è evidente la tmesi fra gli avvenimenti e le faticose risposte, il seguito è progressivo liberarsi ed adeguarsi della parola ad immagini prima tanto ingrate, così pervenendo ad una diallage che consente all’Autore, quasi allievo di Hölderlin, di spregiare epifonemi, disfemismi, facili polemiche, comodi abbandoni ai colori più foschi ed a sataniche visioni.

Saggista dotato di sensibilità visiva ed introspettiva tale da restituire al vocabolo “scrittore” – insudiciato dall’abuso che soprattutto oggi se ne fa a causa di decadenti intellettualismi – il primigenio significato (colui che lascia un segno), Maurizio Fumarola scava, ancora una volta, una precisa nicchia in cui collocare il suo gusto letterario, nicchia lontana da falsi cerimoniali, intonazioni salottiere, abusate stilizzazioni. E tratta una materia ricca, varia, naturale, adottando un tónos ed un particolare equilibrio a metà fra il cronista e le reminiscenze del Coro greco, il quale si identifica con i pensieri ed i commenti – deplorazione, rabbia, compassione, rassegnazione – dei suoi compagni e delle persone che, man mano, entrano in contatto con lui, in alternanza di úbris ed anánke.

L’esposizione immediata, sapida, asciutta, monda da orpelli e ridondanze aggettivanti racchiude tesori di quotidiana esperienza, consentendo all’Autore di esplicitare tutto il suo talento drammatico (nel significato greco di azione), nel quale fluiscono natura, sentimenti, chiaroscuri, wahre e falsche, furcht e hoffnung (vero e falso, paura e speranza), inni al dolore, alla vita, all’amore: poche parole bastano a creare l’impressione di un’esistenza piena, trasparente, quella che, per dirla con Renato Serra << non si confonde con nessun’altra >> e la cui descrizione è pregna della più nobile narrativa di discendenza naturalistica, corroborata e circoscritta dalla particolare realtà di quegli “anni terribili” dall’agriotes dell’uomo, dalla consapevolezza che il <<dos moi pou sto kai kinó then ghen>> di Archimede era – ed è – di là da venire.

Tuttavia la lebendigkeit (vivacità) di fisonomie, gesti, espressioni, tutti soggiogati dall’angoscia dell’impotenza quotidiana, la filigrana descrittiva di atmosfere cupe non allontanano il giovane Maurizio da un tenace ottimismo: anche se, apparentemente, nostalgia e lontananza dagli affetti sembrano piegarsi alla realtà, egli non si estrania mai dai suoi incentivi mentali né dalle favole melodiose in cui un diciannovenne istintivamente si rifugia e nelle quali non esistono l’emozione del distacco e le dissonanze della vita; anzi l’assenza degli affetti gli permette sublimarne gli echi, le voci, servendosi di intonazioni veristiche ed impressionistiche le quali disegnano bozzetti di vita, predilezioni miniaturistiche, parole che diventano sensazioni fisiche e rendono l’opera di ogni tempo e di ogni luogo aristocratica e popolare insieme, certificazione di una adolescente ma già complessa personalità i cui penetrali non è semplice violare.

Dunque, opera come architettura di ingegno e semplicità – artigianale e creativa – aderente al precetto di Thomas Huxley, secondo il quale <<le verità accettate irrazionalmente possono fare più danni degli errori ragionati>> ed il cui erzälhen (dire) “si contenta” di non far passare inosservato almeno l’afflato didascalico e di ribadire che anche nei momenti più bui il sapore della vita non deve essere mai abbandonato: confidenze, giudizi, emozioni, interni quasi negligentemente rappresentati, tutto concorre a palesare la congenita e mai tradita saldezza d’animo di questo dotto indagatore dell’umana polisemia, capace di rendere affascinanti temi che quasi nessuno studioso è mai riuscito a sottrarre alla monotonia ed al tedio del piatto cronachismo, appena contrappuntando la materia storica di – rari – licambei personali, la cui iterazione avrebbe guastato l’eleganza espositiva.

Sono questi alcuni dei motivi i quali mi inducono ad affermare come certo l’interesse per l’opera e l’intelletto di un uomo le cui ragioni di speranza sembrano riproporsi nei versi di Trakl: <<Balde an verfallener Mauer blühen/ die Veilchen/ ergrünt so stille die Schläfe des Einsamen>> (Balde fioriscono su pareti fatiscenti, viola, verde diventa cosi ancora il tempio del solitario).

Il lavoro di Maurizio Fumarola e Simonetta Ghezzi si fonda non soltanto sui ricordi ma anche su vasta e penetrante documentazione storica, la quale fa il punto su varie e controverse questioni, illuminandone altre mai affrontate o addirittura ignorate: lo scavo documentario, operato in varie direzioni, consente di ricostruire temi sui quali pochi si sono soffermati o che sono sfuggiti all’attenzione degli “addetti ai lavori”, così inzeppando più di una lacuna riguardante il secondo conflitto mondiale.

E tre aspetti mi sembrano particolarmente importanti nell’economia della ricostruzione: i rapporti con i tedeschi, l’atteggiamento degli italiani circa l’intervento bellico, il confronto con i nuclei partigiani e l’ideologia comunista. Pertanto l’opera non è una delle tante tessere del mosaico guerresco né uno dei momenti di ricerca (apparentemente) particolare, periferica, ma concorre, per la sua parte, ad illustrare con originalità un compatto quadro della politica dell’epoca e delle vicende militari non solo ricco e dettagliato ma altresì in grado di argomentare e prospettare tesi di fondo – storiografiche, etiche, culturali, politiche – utili per chi voglia comprendere fatti sepolti dall’oblio o dall’indifferenza nonché l’abito socio-politico dell’Italia nel momento immediatamente successivo alla Liberazione, attraverso gli occhi disincantati di ragazzi prima tacciati di tradimento dai tedeschi, poi guardati con diffidenza e rancore dai partigiani, in quanto militari, dunque “fascisti”.

A tal proposito giova rammentare che la memorialistica dell’immediato dopoguerra e la successiva storiografia relativa alla partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale sono state dominate – tranne rare eccezioni – da una serie di luoghi comuni esibenti la visione di un apparato militare specchio della classe dirigente e dei suoi orientamenti politico-sociali. Tuttavia, pur essendo noti gli obblighi cui la divisa è sottoposta – soprattutto in un regime totalitario – è comunque fuor di dubbio che la Marina (l’Arma in cui il giovane Maurizio servì la patria) fu molto meno “fascista” di altri settori militari e ciò anche a causa di tradizioni, educazione familiare, legami interpersonali, conoscenza delle realtà di altri Paesi. Senza dimenticare che i rapporti tra Marina e fascismo non potettero mai prescindere dal sostanziale parallelismo con la Corona, alla quale la Marina, come l’Arma dei Carabinieri, fu legatissima.

Orbene, le notazioni di Maurizio Fumarola sono preziose anche perché accendono nuova luce sui legami tra fascismo e Forze Armate, tra fascismo ed i veri sentimenti nazionali, tracciando le linee di molte, nuove relazioni ed evoluzioni politiche ed istituzionali – italiane ed europee dell’epoca – proponendosi al di là di pregiudizi e schieramenti di parte che avrebbero limitato la libertà di ricerca e della memoria: il tono pacato, sostanzialmente equidistante del libro non vuole offrire una chiave di lettura personale ma “si limita” a non nascondere nulla, senza cercare di influenzare il lettore bensì offrendogli elementi perché si formi una sua opinione attraverso ragionamenti sul dipanarsi storico dei regimi i quali, pur nelle loro diversità, traevano ragion d’essere nel rifiuto del sistema democratico; fermo restando che le pagine collocano – giustamente – l’”alleato” germanico prima in una sorta di terra incognita, autoriproducentesi in forme via via sempre più degradate, a dimostrazione che mai gewalt geht vor recht ( mai la ragione è del più forte).

A questo punto – tra suggestioni, memorie di vita, sintesi complessive, analisi particolareggiate e comparate, ricostruzioni storiche – la qualità dell’opera non può e non deve meravigliare in quanto ulteriore frutto del nóus di un uomo di cultura (dello storico, in questo caso) il cui compito è acquisire ed esibire nuove conoscenze, compendiandole in un pantheon interpretativo organico, attraverso una “vulgata”storiografica la quale, senza essere revisionismo storico, indaga le ragioni di una certa politica (compreso il “comunismo realizzato”) e riflette su temi quali rimozione, demonizzazione, relativismo.

In tale contesto, secondo la mia opinione, il taglio dato al racconto è quello più giusto, tanto scientificamente quanto in riferimento al lettore: di fronte ad una messe di libri quasi sempre a carattere memorialistico/apologetico o auto difensivo, comunque di parte o di tipo pubblicistico più o meno scopertamente politico esso si presenta per ciò che è: autobiografia messa davanti agli occhi di chiunque voglia vedere (senza tuttavia rimanere prigioniera di un genere biografico tutto risolto nell’uomo) e sistematico lavoro di esegesi storica, la quale riflette sulle conseguenze inattese delle azioni umane, coglie la peculiarità delle varie posizioni, il loro evolversi, convenendo, alla fine, che die zeit heilt alle wunden ( il tempo è il miglior medico), quel tempo che <<ci opprime e ci redime>> come nota Shakespeare.

Ad oltre settant’anni dall’entrata in guerra dell’Italia il libro di Maurizio Fumarola e Simonetta Ghezzi testimonia che la storiografia di quel periodo non è affatto conclusa anzi importa conoscerne sempre più e meglio gli avvenimenti e le verità, soprattutto se consideriamo le attuali e nuove battaglie – pure economiche e sociali – che il mondo sta combattendo: dunque, memoria del passato come monito per il futuro, al fine di capire perché certi fatti, individuali e collettivi, siano potuti accadere ed affinchè non accadano più. Questa, mi sembra, è l’unica vera funzione della storia – maestra di allievi poco diligenti – perciò auguro al libro, che ci ha donato ancora una volta la voce feconda di uno scrittore di razza, le migliori fortune di ogni genere.

Intanto godiamoci le pagine, cras iterabimus aequor, come dice San Bernardo.

M. Fumarola-Mauro, S, Ghezzi, Quelli di Brioni… i figli degli anni terribili, Besa, Nardò 2011

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Un commento a Quelli di Brioni… i figli degli anni terribili. Ovvero come dare senso didascalico alla memoria

  1. Mi chiedo solo quali e quante dotte citazioni l’autore del post avrebbe scomodato se avesse dovuto presentare uno scritto, magari poco noto, del Petrarca (dico un nome a caso …).

    Comunque, non mi risulta che San Bernardo abbia mai lasciato scritto “Cras iterabimus aequor”; anche se l’avesse fatto, avrebbe solo scimmiottato, come aveva fatto prima di lui pure Reginaldo di Canterbury (Vita Sancti Malchi, III, 572) e come dopo tanti secoli avrebbe fatto la casa editrice di Bergamo Moretti & Vitali (motto adottato nella marca fin dall’inizio della sua attività alla fine degli anni ’80), l’oraziano (Carmina, I, 7, 32) “Cras ingens iterabimus aequor”.

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