L’Arco di Prato, il Bignami della storia di Lecce

di Giovanna Falco

 

Sulla bacheca di LECCE SI’ – LECCE NO (immagini dal Salento), una pagina di Facebook dedicata alle minuzie di Lecce e del Salento, Daniele De Giorgi ha lanciato un appello per l’Arco di Prato, ubicato nell’omonima piazzetta di Lecce, perché versa in un avanzato stato di degradoi.

Foto 1 degrado oltrepassando l'arco

L’appello è stato raccolto da Valeria Taccone, che ha proposto di coinvolgere chiunque abbia competenze in materia, per far sì che si discuta di questa situazione e si porti all’attenzione di tuttiii. Da qui la decisione di scrivere qualche nota su questo Monumento.

Da una rapida analisi delle fonti a disposizione per conoscerne la storia, è venuta fuori una ridda d’informazioni tali, da poter definire l’Arco di Prato una sorta di Bignami della storia di Lecce. La sua presenza testimonia il passaggio dei romani, dei normanni, degli aragonesi, la visita di Ferdinando di Borbone a Lecce, quell’ancora viva nell’immaginario comune grazie alle note di Arcu te Pratu l’inno popolare leccese di Bruno Petrachi.

Qui visse e si spense il 2 dicembre 1922 Cosimo De Giorgi, l’appassionato studioso e promotore della tutela del patrimonio storico, artistico e ambientale di Lecce e della sua grande provincia. Fortuna volle che nel 1874, mentre si costruivano le fondamenta della sua casa, al numero civico dieci di Via Arco di Prato – ubicata all’interno del cortile oltrepassato l’arcoiii -, gli operai portarono alla luce delle grandi lastre di calcare compatto bianco, De Giorgi fece ampliare lo scavo e venne fuori un tratto di strada romana «in tutto simile alle antiche vie che partivano da Roma ed ai resti della “Via Appia” trovati presso Brindisi», sulla cui superficie era presenti «solcature longitudinali prodotte dalle ruote dei carri e dirette da NW a SE cioè verso la Piazza S.a Chiara»iv.

Secondo Giulio Cesare Infantino «i Capi» dell’esercito romano «e più Veterani di questi soldati havevano in Lecce publiche stanze con privilegio della francheggia, & il luogo particolare era dov’è hoggi l’Arco di Prato, con la Chiesa di Santa Maria de’ Veterani»v. Per questo motivo Teodora, sorella del conte normanno Goffredo, nel 1118 volle dare questa intitolazione al pio luogo da lei fondato «per certa pace conchiusa in quelle stanze fra i suoi parenti, fratelli, & altri Signori di molto conto»vi.

Sempre nella prima metà del Seicento Nicola Fatalò: nella sua serie dei vescovi, deputava l’intitolazione della chiesa fondata da Teodora, ai «soldati, tenuti in presidio della Città dal Conte Goffredo», i quali «per la loro libertà militare alle Donne, si che moltissime trattenevansi in casa, con non poterne meno frequentar liberamente la Chiesa», la nobildonna normanna «ordinò per tanto, che si fabricasse, con dedicarlo alla stessa gran Regina del Cielo, imponendo sotto pene rigorosissime à soldati, che non ardissero frequentar altre Chiese che questa: onde a tal fine volle, che si chiamasse la Chiesa di Santa Maria de’ Soldati Veterani»vii. Fatalò, conclude «sta nel suo essere, e nella sua francese architettura sin’oggi questa Chiesa»viii. Jacopo Antonio Ferrari ha tramandato una sommaria descrizione dell’interno della chiesa, dove era posto il «maggiore altare tra i due ordini delle colonne, sopra delle quali furono le due sue ale construtte»ix. Le visite pastorali, probabilmente, la descrivono più dettagliatamente.

Non rimane più nulla della “francese architettura”, al suo posto sorge, in via Santa Maria dei Veterani, un anonimo edificio la cui porta d’accesso è sormontata dallo stemma della famiglia Fonsecax. Ma era quello il sito originario o la chiesa confinava con l’Arco?

Foto 2 via S. Maria dei Veterani

Il pio luogo nel corso dei secoli ha assegnato il nome a un isolato del portaggio San Martino: Ste Me de la Vetrana del 1508xi e Veterane nel 1606xii, nel 1631 lo stesso comprensorio di case era denominato isola dell’arco di Prato e ricadeva nella parrocchia della Madonna de la Porta.

Imboccando via Santa Maria dei Veterani, si vede il fianco dell’arco dov’è apposta una tabella lapidea con tre esemplari dello stemma della famiglia Prato.

Foto 3 Stemmi Prato

La lapide con gli stemmi affissi rappresenta un’importantissima testimonianza per gli araldisti, fu considerata da Filippo Bacile di Castiglione, nel 1894, «ragguardevolissima» perché «sono in essa incorniciati due stemmi a cuore (tipo Angioino, come vedesi in Santa Caterina di Galatina); ed un terzo scudo, in mezzo, più piccolo ed inclinato, con elmo e mantellina, e, per cimiero, due lunghe ali». Il barone blasonò gli stemmi «di oro, a tre pali vajati di argento, e di azzurro» e suggerì di «sorvegliarne la conservazione, con le altre, ma che più specialmente possono riuscire grate a chi s’interessi della famiglia Prato, essendo state le armi sue dovunque deformate, per la falsa interpretazione dei pali e del vajo araldico»xiii. Purtroppo l’attuale stato di questa lastra, permette a stento di leggere quanto descritto da Bacile.

Versano in condizioni peggiori, tant’è vero che non sono più leggibili a causa dell’erosione e dello smog, le figure araldiche poste ai lati dell’arco, i cui scudi sono sormontati, ognuno, da una figura antropomorfa.

Foto 4 Scudo Foto 5 Scudo

La famiglia Prato – i cui membri sin dall’epoca normanna hanno dato lustro alla casataxiv – ha ininterrottamente abitato questo palazzo nel corso del Cinquecento, così come riportato in svariati atti notarili. Nel 1631, nell’Isola dell’arco di Prato, Gualtieri Prato risiedeva in casa di Aloisio Baglivo, mentre nella limitrofa Isola di San Leonardo abitava Francesco Prato con il chierico Francesco e quattro figliexv.

Non si sa quando i Prato diventarono proprietari del luogo dove è stato eretto l’Arco: nel 1508 lo erano sicuramente, dato che nel grandioso palazzo abitava la vedova di Guglielmo con i figlixvi. L’entrata principale del grandioso edificio, passato poi ai Bozzicorso, è al numero civico 40 di via Degli Antoglietta l’arco nell’omonima piazzetta «serviva d’ingresso a un grande atrio, con giardini, nel quale era forse l’accesso al Pal., prima che si fosse fatto l’ingresso principale nella V. degli Antoglietta»xvii,

Foto 6 Arco di Prato

Il possente arco cinquecentesco che immette nell’attuale corte, presenta sul lato sinistro due nicchie nel cui coronamento Bacile trovò assonanze con alcuni ambienti del castello: «dal cortile si discende, con pochi gradini, in un vano, sotto il Maschio. Ha un carattere speciale: si direbbe a due navi; e gli archi per i quali queste si comunicano son coronati d’un motivo, che si riscontra nei due di ogni lato, che si hanno ai fianchi passando lungo l’Arco di Prato»xviii.

Foto 7 Parete sinistra

Dalla descrizione di Bacile, parrebbe di capire che anche lungo il lato destro dell’arco, in passato si aprissero delle nicchie, ma la cornice continua posta al disotto dell’imposta della volta a botte, non dà riscontro all’asserzione dello studioso.

Foto 8 Parete destra

Su questa parete, così come già notato nella Guida della Lecce Fantasticaxix, inoltre, sono presenti svariati graffiti che attestano la datazione di questo muro. Mario Cazzato nel 1991 ha individuato un 1647, anno della rivolta di Masaniello, il cui strascichi causarono morti e distruzioni anche a Lecce e in Terra d’Otrantoxx.

Foto 9 ipotetica data 1647 più 158.

Oltre al non più leggibile 1647, sulla parete sono incise altre date, compaiono, inoltre, una croce greca e altri graffiti di difficile interpretazione.

Foto 10 Croce greca Foto 11 incisioni

Che cosa indicano? Segnalano luoghi di sepoltura? Sono stati incisi da chi si rifugiò nell’arco? Secondo la tradizione chi oltrepassava questa struttura acquisiva l’immunità, perché «alcuni cronisti asseriscono che Leonardo Prato padrone del Pal., ottenne, a questo, molti privilegi e, fra gli altri quello che non si potesse arrestare chi entrasse nell’atrio da quell’arco»xxi, privilegio ottenuto dagli aragonesixxii.

A fine Settecento l’arco fu protagonista di un famoso aneddoto: «Ferdinando IV di Borbone giunse in visita a Lecce il 22 aprile 1797. Il sovrano volle visitare le chiese e i conventi della città e dei dintorni. In queste lunghe escursioni era accompagnato dal sindaco Oronzo Mansi, autore di una cronaca di quelle giornate: il “Ragguaglio”. Il re non aveva nulla da fare, gli unici diversivi erano i ricevimenti organizzati ogni sera in suo onore. Per ragioni di etichetta, il sovrano non poteva sottrarsi ai noiosi concerti, né tanto meno all’elucubrazioni artistiche dedicategli dai nobili leccesi. Doveva, inoltre, sottoporsi ai convenevoli del vescovo Spinelli, che lo ospitava nel suo palazzo. Questa serie di circostanze rendevano Ferdinando IV sempre più nervoso. Il 3 maggio Ferdinando IV, solitamente affabile, era di pessimo umore. Il programma prevedeva una visita al monastero della Nova, dove partecipò alla funzione religiosa. Uscito dalla chiesa, il corteo reale imboccò via Leonardo Prato. Giunti nei pressi dell’Arco, il sindaco disse: “Maestà, questo è l’Arco di Prato”. Ferdinando IV rispose: “Me ne strafotto, io, dell’Arco”. Nel frattempo i leccesi avevano mal sopportato la lunga permanenza del re in città e il conseguente rincaro dei generi alimentari. Finalmente giunse il momento della partenza: la mattina del 8 maggio. Piazza Duomo, però, era deserta. Ferdinando IV chiese spiegazioni al sindaco. Il Mansi, che non aveva dimenticato l’affronto subito, rispose: “Maestà, Lecce è città te l’arte: se nde futte te ci rria e de ci parte”»xxiii.

Riguardo allo stato di degrado di questo Monumento, già nel 1874 Luigi De Simone, accennò al «magnifico Arco, che nominarono dei Prato, e che si sarebbe voluto abbattere con molta leggerezza tre anni or sono; ma ne abortì il desiderio: e spero, dopo la pubblicazione di queste notizie, che non si abbatterà più»xxiv. Speranza esaudita quella di De Simone, ma ora l’arco si sta sgretolando, e con esso i suoi tanti elementi che ne raccontano, anzi, ora come ora, ne sussurrano la storia, poiché ormai poco o nulla si riesce a leggere dal vivo. L’arco già restaurato nel 1979xxv, recentemente è stato sottoposto ad un intervento di “ripristino” in facciata, ma avrebbe bisogno di nuovi interventi.

Come rispondere alle proposte su LECCE SI’ – LECCE NO (immagini dal Salento), andando oltre queste poche note?

Questo monumento merita approfondite ricerche: è una preziosissima fonte per gli studiosi di araldica, genealogia, archeologia, storia, storia dell’arte, storia dell’architettura e dell’urbanistica. È uno dei monumenti tra i più rappresentativi di Lecce, perché abbandonarlo al suo destino? Pur se privato, non è patrimonio dei leccesi? È possibile che sia vittima del suo stesso sinonimo, giacché a Lecce si usa manifestare il proprio disinteresse per una cosa o una persona, declamando “Arcu te Pratu”?

alcune delle date graffite (ph Daniele Maddalo)
alcune delle date graffite (ph Daniele Maddalo)
particolare dell'arco con alcune incisioni (ph Daniele Maddalo)
particolare dell’arco con alcune incisioni (ph Daniele Maddalo)

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i «Una proposta: dedichiamo un po’ di attenzione all’Arco di Prato, che si sta letteralmente sbriciolando. E’ uno dei luoghi più simbolici della nostra tradizione, ma l’amministrazione lo lascia in malora, forse perché è meno sotto gli occhi dei turisti di tanti altri capolavori leccesi. La struttura e la corte nella quale l’arco immette sono corrose e preda del degrado. Ogni volta che ci passo, mi si stringe il cuore».

ii «Ho da fare un appunto (e una proposta) riguardo alla situazione dell’Arco di Prato: se aspettiamo che “chi di competenza intervenga”, purtroppo abbiamo poche probabilità che qualcosa si realizzi, che qualcuno si accorga di ciò che va fatto e che scelga di intervenire. Il patrimonio culturale della nostra città è un bene comune, e come tale merita competenze e attenzione da parte di ognuno di noi. Mobilitiamoci seriamente noi per primi, proviamo ad usare il web come uno strumento per cambiare le cose e non solo come mezzo di indignazione. In questo caso ad esempio, potremmo fare un piccolo report, approfittando del periodo natalizio delle vacanze natalizie e raccogliere le firme per sollecitare un intervento da parte dell’amministrazione. Portiamo seriamente l’attenzione su questo pezzo di storia, da questa pagina web alla piazza e al palazzo comunale. Incontriamoci e discutiamo, se qualcuno di noi è un’architetto, un restauratore, un fotografo, un giornalista, uno scrittore si senta doppiamente chiamato in causa per dare una mano, come cittadino e come professionista. Per chiunque condivida la mia opinione e voglia accordarsi per fare insieme qualcosa, lascio la mia mail: valeria.taccone@libero.it.».

iii Cfr. A. Foscarini, Guida storico artistica di Lecce, Lecce 1929 (Ristampa a cura e con note di Antonio Eduardo Foscarini, Lecce 2002), p. 110 (88).

iv C. De Giorgi, Lecce sotterranea, Lecce 1907, p. 80. Tra fine Ottocento e Novecento in questa area della città ci sono stati svariati ritrovamenti di epoca messapica e romana (Cfr. L. Giardino, Per una definizione delle trasformazioni urbanistiche di un centro antico attraverso lo studio delle necropoli: il caso di Lupiae, in Studi di Antichità, 7, 1994, pp. 137-203).

v G. C. Infantino, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. A cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979), p. 168.

vi Ivi, p. 126. Nelle lapidi apposte sulle due porte di accesso all’edificio sacro, si faceva menzione di quest’avvenimento (Cfr. Ivi; Pietro De Leo, Contributo per una nuova Lecce Sacra. I. La serie dei vescovi di N. Fatalò. Testo e note critiche. Parte Seconda, dalla conquista normanna al concilio tridentino, in La Zagaglia: rassegna di scienze, lettere ed arti, A. XVII, nn. 65-66 (gennaio-giugno 1975); J. A. Ferrari, Apologia paradossica della città di Lecce (1576-1586 ca.), Lecce 1707) .

vii Ivi, p. 12.

viii Ivi, p. 13.

ix J. A. Ferrari, Apologia paradossica… cit., p. 339.

x Cfr. P. Bolognini – L. A. Montefusco, Lecce Nobilissima, Lecce 1998, pp. 191-192.

xi Cfr. A. Foscarini, Lecce d’altri tempi. Ricordi di vecchie isole, cappelle e denominazioni stradali (contributo per la topografia leccese), in “Iapigia”, a. VI, 1935, pp. 425-451.

xii Cfr. Cfr. N. Vacca, Lecce nel ‘600. Rilievi topografici e demografici. I gonfaloni dei quattro «pittagi» che componevano la città, in “Rinascenza Salentina”, VII, 1939, 1, pp. 91-95.

xiii F. Bacile, Scritti varii di arte e storia, Bari 1915, p. 63.

xiv Giulio Cesare Infantino nella sua Lecce sacra dedica due pagine alle gesta dei membri della famiglia Prato (Cfr. G. C. Infantino, op. cit., pp. 141-143). Le gesta dei Prato sono state ripetutamente descritte anche nell’Apologia paradossica. Il loro nome compare ovunque nei testi che trattano della storia di Lecce e non solo.

xv Cfr. lo Status animarum civitatis Litii 1631, manoscritto conservato presso l’Archivio Vescovile di Lecce.

xvi Cfr. A. Foscarini, Lecce d’altri tempi… cit. p. 441.

xvii A. Foscarini, Guida… cit., p. 110 (88).

xviii F. Bacile, Scritti varii… cit., p. 170.

xix Cfr. M. Cazzato, Guida della Lecce Fantastica, Galatina 1991, pp. 140-141.

xx «Anno 1647, 7 luglio – Sincronismo storico: Masaniello – Insurrezione partenopea contro i balzelli imposti dal Duca d’Arcos, vicerè spagnolo, alla città di Napoli. Per le ripercussioni in Terra d’Otranto è utile ricordare che la città di Lecce tumultua contro le tasse e il malgoverno, Capo-polo Francesco Maramonte – In Brindisi, il malcontento generale, serpeggiante fin dal passato giugno, sfocia nella tremenda sollevazione del 5 agosto, al grido: “ Abbasso le gabelle!” Capi-popolo: Donato e Teodoro Marinazzo. Il 21 luglio si solleva Nardò per mancanza di pane: Capo-popolo il soldato Paduano Olivieri. – Il 25 luglio Ostuni è orrendo teatro di sollevazione antifiscale: Capo-popolo il barbiere Francesco Antonio Turco. – Si ha notizia dei tumulti di Taranto, Capo-popolo Matteo Diletto; di Massafra, di San Vito, di Ceglie Messapica; di Francavilla Fontana, di Latiano. – In Grottaglie la sollevazione assunse carattere di vera carneficina». (N. Vacca, L’interdetto contro la città e la diocesi di Lecce in una relazione inedita della sua Università, in Rinascenza salentina, A. 3, n. 4 (lug-ago 1935), XIII, pp. 189-204:, p. 197).

xxi A. Foscarini, Guida… cit., p. 110 (88).

xxii L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti. La città, Lecce 1874, nuova edizione postillata a cura di N. Vacca, Lecce 1964, p. 299. De Simone, in nota rimanda alla pagina 310 dell’opera di Beatillo (Cfr. A. BEATILLO, Historia della Vita, Morte e Miracoli e Traslazione di Santa Irene da Tessalonica Vergine e Martire, Patrona della Città di Lecce in Terra d’Otranto, Bari 1609 (riedito a cura di G. Barichelli Bresciano, Lecce 1714).

xxiiiG. Falco, Arcu te Pratu, in Notes – Appunti dal Salento, a. XIII, n° 9, 2 – 8 marzo 2002, p. 5.

xxiv L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti… cit., p. 299.

xxv Cfr. M. Paone, Palazzi di Lecce, Galatina 1979, p. 92

 

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