Buona Pasqua!

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La Resurrezione, da un messale appartenente a Henry di Chichester, cantore di Crediton.
Il manoscritto è attribuito al Maestro Sarum che lo avrebbe realizzato intorno al 1250. Oggi è nella John Rylands Library di Manchester.

Uova e colombe nella tradizione pasquale

di Paolo Vincenti

Strettamente collegate alla Pasqua sono le uova di cioccolato che nei bar ed in casa fanno bella mostra di se durante il periodo festivo. Fin dagli albori della storia umana, l’uovo è considerato la rappresentazione della vita e della rigenerazione.

I primi ad usare l’uovo come oggetto beneaugurante sono stati i Persiani che festeggiavano l’arrivo della primavera con lo scambio di uova di gallina. I Romani erano soliti sotterrare un uovo dipinto di rosso nei campi come simbolo di fecondità e quindi propizio per il raccolto.

La tradizione di colorare le uova è tutta romana. Da Plinio il Vecchio sappiamo che si prediligeva il rosso perché questo colore doveva distruggere ogni influsso malefico. Da Elio Lampridio, la credenza che il giorno della nascita dell’Imperatore Alessandro Severo, una gallina di famiglia avesse deposto un uovo rosso, segno di buon auspicio.

L’uso di regalare uova è collegato al fatto che la Pasqua è anch’essa la festa della fecondità e del rifiorire della natura, in primavera, dopo la morte invernale. L’uovo dunque è il simbolo della natura e della vita che si rinnova ed auspicio di fecondità. I primi cristiani, infatti, fecero propria questa simbologia del tutto pagana, con riferimento alla Resurrezione,  e nel giorno di Pasqua usavano sistemare sopra l’altare un cestino pieno di uova perché

Millefanti sul desco pasquale

Un piatto tipicamente pasquale che si consuma a Nardò (e probabilmente in altri comuni del Salento) è quello dei milaffanti, una pasta miniaturizzata, altamente calorica e ricca dal punto di vista nutrizionale.

sfregamento dell’impasto per ottenere i milaffanti

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua nel Salento

 

di Pino de Luca

 

 

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua ha radici remote, legate alla fecondità e alla ripresa della vita. La storia d’Europa e del Mediterraneo ne è pregna. La parola si è poi materializzata nelle endemiche “uova di cioccolata”, a volte ottima e spesso pessima.

Anche nei dolci simbolici e ancestrali c’è stato il culto dell’uovo.

La tradizione scandita dai nomi sopravvive in Sicilia: campanaru o cannatuni a Trapani, pupu ccù l’ovu a Palermo, cannileri nel nisseno, panaredda ad Agrigento e a Siracusa, cuddura ccù l’ovu a Catania, palummedda nella parte sud occidentale dell’isola. Qualunque sia la forma e il nome si tratta di pasta di dolci impreziositi da uova intere cotte nel forno.

Ne abbiamo pure nel Salento, con nomi simili in qualche caso e completamente diversi in altri. I più interessanti sono la “Panareddhra” (dolce) e il “Puddhricasciu” (salato).

Quasi sperduti nella notte dei tempi, ancora qualche forno di paese continua a farli e a sentirsi chiedere cosa siano. La panareddhra ha la medesima radice e formulazione del corrispondente Sicano. Più interessante è la storia del “puddhricasciu”. Almeno nel mito, di incontrovertibili origini leccesi.

… Il Fatalò narra che dimorando San Francesco d’Assisi in Lecce, nel 1219, «giva, secondo il solito dei mendicanti religiosi, limosinando per la città, giunse dinanzi al palazzo di un patrizio (oggi si possiede dalla nobile famiglia dei Perroni ed è immemorabile tradizione dei leccesi che questo fosse stato il palazzo del nostro primo vescovo Santo Oronzo) vi picchiò la porta e chiese per amor di Dio la limosina ; in un subito vaghissimo un paggio diedegli un bianco e grande pane e disparve. Al picchiarvi della porta ere accorso un famigliare della casa a cui San Francesco rendè le grazie in nome di Dio per il pane già ricevuto e che fino a quel punto teneva in mano. Disse colui non essere pane di loro casa, onde, conosciutosi da San Francesco il tratto della divina provvidenza e da quelli della casa il miracolo ne diè i ringraziamenti all’Altissimo e gli altri conservar ne vollero perpetua la memoria, mentre fecero sull’arco della porta scolpire un angelo in atteggiamento di scendere dal cielo ed offrire un pane. Questa memoria sin oggi in quel palagio si vede.» …N. Vacca

Il passo è tratto da Rinascenza Salentina – Anno II, 1934 – pp 207-208.

Quel pane fu nominato “puddhricasciu” e quel rione prese il nome di Pollicastro, per la tendenza a toscaneggiare che s’aveva in quel tempo. Vi sono alcune imprecisioni ovviamente. L’angelo di cui si parla è tipico del 1500 piuttosto che del 1200 e probabilmente quel palazzo non vide mai Sant’Oronzo abitarvi. Ma il rione Pollicastro esisteva per davvero e doveva il suo nome ad una forma di pane bianco con le uova dentro che si portava allu riu …. ma questa è un’altra storia.

La ricetta oggi non c’è, solo l’invito a cercare ancora l’antico “puddhricasciu”, a consumarlo con gli amici sorseggiando un vino nuovo, nuovissimo: il Merlot del Salento della cantina Santi Dimitri. Il primo merlot salentino in assoluto, siamo qui a testimoniarlo come fece il Fatalò per il “pollicastro”, sperando che qualcuno, un giorno, se ne ricordi.

Il Cristo deposto nella chiesa del Carmine in Nardò

 

di Marcello Gaballo

Tra le opere pittoriche conservate nella chiesa del Carmine di Nardò, già chiesa conventuale carmelitana poi parrocchia, di gran rilievo è senz’altro la tela della Pietà o del Cristo deposto sorretto da angeli finora attribuita al copertinese  Gianserio Strafella, collocata sul secondo altare della navatella destra. Di cm. 152×205 non è ad olio, ma una tempera grassa su tela, come emerso dall’ultimo restauro del 1999 eseguito da Francesca Romana Melodia.

Nonostante sia stato ridotto rispetto alle dimensioni originarie ed il pigmento abbia perduto di consistenza materica a causa di una precedente violenta pulitura, il dipinto è un’opera davvero importante del cinquecento salentino e tra le più belle esistenti in città.
Continuando a ritenerla opera del copertinese, come ancora sostiene la critica, lo Strafella nasce attorno al 1520 da Pietro e Maria Mollone, ed è documentato dal 1546 grazie alle pale d’altare presenti in alcuni centri di Terra d’Otranto. Restano incertezze sulla data di morte dell’artista, da collocarsi tra la fine del 1573 e il 1577, e pochi sono ancora gli studi finora condotti, se si eccettuano quelli più noti di Nicola Vacca, ripresi da Giovanni Greco.

Una delle prime opere sembra sia stata la Trinità, un olio su tavola autografo conservato in Santa Croce a Lecce, ma il capoluogo può vantare un’altra pittura al medesimo attribuita, La Vergine col bambino e i santi Michele e Caterina d’Alessandria nella chiesa di S. Francesco da Paola, del 1564.
Sua è pure la Madonna in Gloria, un tempo nella chiesetta di S. Maria di Costantinopoli in Gallipoli ed ora nell’episcopio; da qualche Autore gli vengono erroneamente attribuite anche l’Assunzione nella parrocchiale di Cocumola e la Pietà nella cattedrale di Castro.

Più fortunata la sua città natale nella cui chiesa matrice di Santa Maria ad Nives sono conservati quattro dipinti coevi, del 1554, raffiguranti ieratici e solenni santi Pietro, Paolo, Gregorio Magno e Gerolamo, che sembra formassero un polittico purtroppo privo della tela centrale; altri due ritraggono il Coepit flere di san Pietro e la più nota Deposizione o Schiovazione del 1570. Anche la cappella di san Marco, nel castello, fu dipinta dallo stesso, sebbene il livello non possa ritenersi così alto come nell’opera neritina. Tale diversità richiede necessari approfondimenti, per poter continuare a ritenere la tela di Nardò opera certa del copertinese.

Copertino, S. Maria ad Nives, La Schiovazione di Gianserio Strafella (particolare)(ph M. Gaballo)

Rinnovatore della pittura figurativa salentina di metà secolo, la formazione sembra sia stata determinata da probabili contatti con Pellegrino Tibaldi (1527-1596) che avrebbe potuto conoscere nel cantiere di Castel Sant’ Angelo, in cui il romano dipingeva l’appartamento di Paolo III.
Il medico leveranese Girolamo Marciano definì il nostro, enfaticamente, “pittore nobilissimo, discepolo di Michelangelo, il quale non solamente si può eguagliare al suo maestro e a Raffaello da Urbino, ma agli antichi Apelle e Zèusi”. Più pacato, ma senz’altro veritiero, è il giudizio espresso nel 1882 dal leccese Cosimo de Giorgi, che lo riteneva “uno dei pochi pittori veramente esimi di Terra d’Otranto”.

 

La Pietà conservata nel Carmine di Nardò, dalla critica postdatata al 1562, conferma le capacità artistiche e le chiare influenze desunte dai maestri del tempo, con particolare richiamo al Cristo morto sorretto da angeli di Giovanni Bellini o quello di Giovanni Santi.
Il Salvatore, appena deposto dalla Croce, è il personaggio principale e il suo corpo esanime, sorretto da due angeli dolenti, mostra le piaghe ancora sanguinanti, chiaro segno del dramma appena consumato. L’angelo centrale, che effettivamente sorregge il corpo, è l’unico con lo sguardo rivolto all’insù, verso il Cielo, quasi sia l’unico a recepire consapevolmente il misterioso disegno divino sull’unico Figlio.
San Giovanni, alla sinistra di Cristo, ne sostiene il braccio dello stesso lato, mentre Maria Maddalena, dai lunghi e riccioluti capelli biondi, prostrata, sembra ancorarsi alle gambe, quasi per trovare conforto allo strazio provato e per rendere l’estremo tributo prima che sia riposto nel sepolcro.
Prospetticamente arretrate nella parte superiore le due figure di Giuseppe d’Arimatea sulla destra e della Vergine a sinistra, anch’esse dolenti e quasi isolate dal contesto. La mano sinistra materna accentua la triste sorte toccata al corpo del Figlio ed è incapace, come tutti gli altri, di osservarlo in così misero stato; il suo sguardo affranto è rivolto verso l’osservatore, quasi a volerlo indirizzare alla figura centrale. All’orizzonte nubi basse e scure tracciate sommariamente, sopravanzate da sciagurati ridimensionamenti della tela, documentano i cieli oscurati delle Scritture.

La modulazione manierata delle vesti, la ricca e brillante cromia, l’affollamento e l’intensa psicologia dei personaggi, il sapiente intreccio di mani e la profondità degli sguardi, le proporzioni e la fisicità delle figure ne fanno un lavoro tra i più significativi della pittura  meridionale, auspicando nuovi studi ed approfondimenti che diano la certezza dell’attribuzione e comunque il giusto risalto ad una personalità sottovalutata del cinquecento salentino, magari non ancora scoperta.

 

Bibliografia:
voce Gianserio Strafella, in Dizionario della Pittura e dei Pittori, V, Torino 1994, pag. 390; in La Pittura in Italia – Il Cinquecento, tomo II, Napoli 1988, pp. 508-847/848;
G. GRECO, Gianserio Strafella, pittore copertinese, Ed. Pro Loco, Copertino 1990, p.51;
E. MAZZARELLA, Nardò Sacra, (a c. di M. GABALLO), Galatina 1999, p.148;
N. VACCA, Nuove ricerche su Gian Serio Strafella da Copertino, in “Archivio Storico Pugliese”, Bari, Società di Storia Patria per la Puglia, 1964.

Tempo di Pasqua, fra riti, ricordi, problemi e preoccupazioni

 ultima cena 1490

di Rocco Boccadamo

 

Nel pomeriggio di Giovedì Santo, il tempo non era gran che, per cui, invece di recarmi, per il rito della Cena, al solito, in centro, nel Duomo, ho preferito portarmi nella Parrocchia vicina a casa: peraltro, piena zeppa di fedeli, adornata e attrezzata a puntino per l’occasione, con un folto coro, in mezzo al quale ho scorto il viso di Tiziana, un’amica, che, qualche giorno fa, su Facebook, ha rilevato come una giornalista di Sky si fosse prodotta nella pronuncia “Messa in coena (proprio coena) domini”, dimostrando di essere completamente a digiuno di latino.

Al termine del rito della Cena in parrocchia, piovigginava e, quindi, ho raggiunto direttamente casa, rinviando al venerdì mattina l’adempimento della tradizione di accedere in alcune chiese cittadine e di sostare brevemente innanzi ai relativi altari recanti l’esposizione del Santissimo Sacramento.

Fra i luoghi di culto visitati, la scena che mi ha colpito di più l’ho trovata nella magnifica chiesa di S. Irene, sul Corso, con un affascinante intreccio fra lo spettacolare insieme di un altare barocco e gli ornamenti inseriti nella circostanza della Settimana Santa: tanto, che non ho resistito a riprendere l’immagine con il cellulare.

Purtroppo, proseguendo il giro, ho incontrato alcune chiese chiuse, segno che i tempi non sono facili neppure per le case di Dio.

In mezzo a Lecce, numerosi turisti, arrivati per la Pasqua, da vari paesi: ho personalmente potuto appurare la presenza di una comitiva di austriaci con la loro brava guida e, poi, di un gruppo di tedeschi, provenienti per l’esattezza dalla città di Lipsia. Ancora, mi sono fermato a domandare da dove venissero a una giovane coppia, capelli e carnagione chiara, ricorrendo all’abituale e sommario: “From where are you coming?”, con una pronta risposta che ha preceduto la conclusione della mia richiesta: “Da Barletta!”; al che, è scappato, naturalmente, un sorriso, ai due e a me stesso.

D’altronde, sempre turisti sono, o dall’Austria o dalla Germania o dal nord della Puglia, gente di fuori, attratta da Lecce e dalle sue bellezze.

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Non aveva completamente torto, l’antica zi Tora di Marittima, che, negli anni della seconda guerra mondiale, interpellata da qualcuno su dove si trovassero due dei suoi figlioli chiamati alle armi, con materno affanno, rispose in questo modo: “Eh, comare mia, uno, per fortuna, ce l’ho qua vicino, alla Valona”, riferendosi alla città di Valona in Albania, allora colonia italiana, sull’altra sponda del Canale d’Otranto, effettivamente, in linea d’aria, non molto distante da Marittima e, continuava la zi Tora, “l’altro, al contrario, me l’hannostrarignato”, dove l’accezione dialettale “strarignato” é esattamente traducibile in me l’hanno mandato fuori dal regno o extra regno, “si trova niente poco di meno che a Bari”. Laddove, Bari, anche a quell’epoca, era il capoluogo della nostra regione, e però situato a duecento chilometri da Marittima e, dunque, la differenza di considerazione, nel senso di vicinanza/distanza, fra Valona e Bari aveva un reale fondamento.

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sepolcro

I Sepolcri di oggi, i riti della Settimana Santa nel loro insieme, la Pasqua, per il ragazzo di ieri, riportano alla mente immagini, volti, eventi degli anni della fanciullezza e della fase dell’adolescenza, quando, analogamente, avevano luogo le celebrazioni, ma, chiaramente, in una cornice di tutt’altro genere, completamente diversa. Ad esempio, solo per citare qualche sequenza, la Sacra Cena, nella natia Marittima, vedeva semplicemente una tavola grande rettangolare posta al centro della navata della chiesa, con dodici sedie intorno, dove prendevano posto altrettanti paesani, di varia età – ragazzi, giovani e persone anziane – e a cui s’avvicinava il vecchio arciprete, don Francesco, che, ogni anno con maggiore fatica per via dell’età incalzante, s’inginocchiava per lavare i piedi di ognuno, procedeva con lentezza, appena assistito dal sacrestano,mesciu Vitali, a sua volta vecchio.

Finita la cerimonia della lavanda, l’arciprete prelevava dalla tavola una forma di pane “moddre” oggi diremmo pagnotta, dove pane moddre (morbido) voleva dire cotto da poco nei forni pubblici del paese e dotato, anche, della proprietà, caratteristica di questo tipo di pane, di mantenersi fragrante e mangiabile per più giorni.

E dava un pezzo di tale pane a ogni “apostolo”, insieme con una bottiglia riempita di vino locale.

Così la Cena, una festa ricordata da un anno all’altro, allora, del resto, di feste, non è che ve ne fossero molte.

E finiva il giovedì.

Il giorno successivo, Venerdì Santo, dopo una normale parentesi di lavoro con l’unica eccezione dell’assoluto silenzio delle campane, i riti in chiesa erano incentrati, la sera, nella celebrazione della cosiddetta “Missa scerrata”, scordata, un po’ strana oggi si potrebbe tradurre, che conteneva, al cuore, un panegirico o predica o omelia per opera di un predicatore proveniente da fuori, talvolta la figura si ripeteva, talvolta cambiava ogni anno.

Ed era, la voce del religioso, molto suggestiva, tuonante, vibrante e coinvolgente; arrivava al culmine nel momento in cui, dal pulpito, sempre nella navata centrare della chiesa, era rivolta alla Madonna Addolorata, la chiamava ad accorrere, la statua era portata e issata in alto da quattro giovani di statura elevata e il predicatore, con enfasi intorno a frasi di circostanza, deponeva fra le braccia della Madonna il Crocifisso, come a volerle consegnare il corpo del Figlio finito sulla Croce. Di fronte a quella scena, nella chiesa, ogni anno, s’ingenerava un fenomeno di profondissima commozione generale, che toccava tutti, dai bambini, alle persone grandi, alle mamme, ai papà, ai nonni, e scaturivano pianti, lacrime, insomma un clima assolutamente unico, proprio esclusivo della sera del Venerdì Santo.

Riguardo alla Madonna Addolorata, v’è da precisare che il relativo simulacro in carta pesta, con un volto bianchissimo, ceruleo e un abito di color nero lucido, durante l’arco dell’anno non era conservato nella chiesa matrice, bensì nel convento o Santuario della Madonna di Costantinopoli, alla periferia estrema di Marittima, sulla via per Castro. Sicché, all’inizio di ogni Settimana Santa, occorreva trasferirlo, dal suo abituale alloggiamento, alla sacrestia della parrocchia.

Un compito a cui, per molti decenni, provvide mesciu Miliu, portalettere del paese e facente funzioni di sacrestano nel citato Santuario. Per lo spostamento della statua, egli si serviva di un piccolo traino in legno (trainella), da sospingersi a mano afferrando le stanghe, adoperato, di norma, dai compaesani per caricarvi e trasportare al forno pubblico la “mattra” e i “limmi” (contenitori, rispettivamente, di legno e di terracotta) ricolmi di pasta di farina di frumento, con cui si provvedeva alla periodica panificazione per il fabbisogno familiare.

Mesciu Miliu era, notoriamente, un buon bevitore, non sapeva stare  a lungo senza un bicchiere, ragione per cui, in un’occasione, nel tragitto dal santuario alla parrocchia, con la trainella e, sopra, la statua della Madonna Addolorata, egli pensò di fermarsi davanti a una bettola (puteca) per bagnarsi le labbra, parcheggiando il mezzo di trasporto e il relativo contenuto di fronte all’ingresso.

All’uscita, evidentemente brillo e allegro, si profuse nell’eccezionale quanto indimenticata esclamazione: “ Madonna via bella, ti eri mai vista in trainella?”.

***

Seguiva, per la gente, una notte leggera, giacché il pensiero, sin da quando si poggiava il capo sul cuscino, era rivolto al mattino successivo, che avrebbe comportato di alzarsi ancora più presto del solito, proprio all’alba: a quell’ora, si muoveva, dalla chiesa, la processione di Cristo Morto, con l’urna del Nazzareno dalle pareti di cristallo trasparenti, preceduta dal simulacro della già citata Madonna Addolorata, fra le cui braccia, la sera precedente, era stato deposto il Crocifisso.

Non mancava nessuno a quella processione, che percorreva ogni strada e viuzza del paese, da cima a fondo in tutte le direzioni, le ore del primo mattino avanzavano in silenzio e il corteo scorreva fra preghiere e saltuari canti intonati alla circostanza.

Un paio d’ore e, in pratica al sorgere del sole, il corteo faceva già rientro in chiesa e i partecipanti, per lo meno gli uomini, avevano il tempo d’indossare gli abiti ordinari e di recarsi in campagna per attendere ad un altro turno di lavoro.

Mi piace ricordare un piccolo particolare.

In questo venerdì mattina, dicevo all’inizio, sono stato attratto, in S. Irene a Lecce, da un sito, con l’esposizione del Santissimo Sacramento: in segno d’omaggio alla Divinità, su quell’altare c’erano diversi fiori.

A Marittima, si era soliti, non so se ciò avviene a tutt’oggi, porre in atto un’ambientazione similare sopra un altare, alla destra del principale, donato alla parrocchia da una nobildonna del posto, donn’Anna Mauro; un tempo, non si parlava, però, di “luogo per l’esposizione del Santissimo Sacramento”, ma di sepolcro, quasi che si trattasse di deporvi il Nazzareno alla stregua di un morto vero, mentre adesso le autorità ecclesiastiche sono restie a mettere in evidenza la rappresentazione della morte nei luoghi sacri.

Dunque, un sepolcro sull’altare di donn’Anna Mauro, in dialetto chiamato “sabburcu”, dove, rispetto al presente, erano, comunque, decisamente diversi gli ornamenti, atteso che, il sabburcu, era reso bello, ornato pressoché esclusivamente da vasi di creta (di terracotta) con, dentro,  filamenti di grano lasciato germogliare in cantina. Potrebbero sembrare una cosa da niente simili piante, mentre, invece, conferivano un’immagine bellissima, con gli steli di una tonalità frammista fra il verde e il giallo, offrivano allo sguardo molta suggestione, personalmente le ho conservate vive nella memoria per la loro semplicità e la loro bellezza semplice che non si godeva in nessun altro giorno dell’anno.

Si era abituati a vedere le piante di grano, nei campi, con steli ben più elevati e man mano crescenti dalla semina sino all’intenso verdeggiare primaverile e, quindi, all’ingiallimento in vista della maturazione e della falciatura nei primi giorni d’estate.

Ad impreziosire il sabburcu, erano, invece, infiorescenze e steli atipici, i semi di grano deposti nel terriccio di minuscoli vasi arrivavano a produrre una varietà speciale di pianticelle, giacché il sito in cui avvenivano il germoglio e la crescita era un luogo umido, semibuio, la cantina.

In più, i vasi erano tenuti coperti e, in assenza o penuria d’aria, di luce e d’ossigeno, si determinavano le sfumature cromatiche fra il verde e il giallo.

***

Ecco, che dire, i tempi cambiano e, insieme con loro, si rivelano mutevoli anche i correlati problemi, che, alla fin fine, però, sono sempre presenti.

Attualmente, specie in questo periodo, siamo seriamente circondati da una lunga serie di problemi, senza dubbio gravi, che ci devono indurre a riflettere, stare attenti e preoccuparci.

Da Sabato Santo a Pasquetta. La gran settimana a Maglie e nel Salento

di Emilio Panarese 

Sabato santo

Alcuni anni fa la cerimonia della Resurrezione, che oggi si celebra a mezzanotte, si anticipava al mezzogiorno del sabato.

Si disfa il Sepolcro e, se i fiori sono ancora freschi, si adoperano per ornare l’altare maggiore. Chi ha portato il piatto di grano tallito, va in chiesa a riprenderselo: lo seppellirà tra la terra dell’orto o del campo o lo brucerà in casa, perché altrimenti, se profanato, gli sarà negato un buon raccolto. Ma oggi nessuno più è succube di questa superstizione.

Al resurrexit era una gran festa: si sonavano a distesa le campane (se scapulâne: dal lat. excapulare,”si liberavano dal cappio”), si sparavano i fucili in aria o contro la caremma[1]); in chiesa, in casa, per le strade si batteva con gran rumore sulle panche, alle porte, ai portoni, contro le spalliere dei letti e venivano ridotte in più cocci le vecchie stoviglie di casa.

Il fracasso era veramente infernale: tutti si picchiavano a vicenda con forza, de santa raggione, così che, a furia di pacche, molti si snervavano, col vantaggio però di essersi scrollati di dosso, con quei colpi …lustrali, anche i più grossi peccati:

Lu sàbbatu de Pasca a mmenzitìe,

ca te lu campanaru scapulâne

tutte quattru mpacciute le campane,

ci cchiù se scia mbrazzannu a mmenzu vie

e a botta de papagne se sciummâne.

(Nicola G. De Donno)

 

Anche gli apprendisti (discìpuli) le prendevano dal maestro di bottega e le discìpule dalla sarta o dalla maestra ricamatrice e così forte da piangere veramente (cu ttuttu lu core) come nei seguenti quattro endecasillabi a rima baciata:

Sàbbatu santu, currennu currennu

ca le carúse vannu chiangennu,

vannu chiangennu cu ttuttu lu core,

sàbbatu santu cuddure cu ll’ove.

Era ritenuto fortunato chi nasceva o era battezzato in questo giorno, tanto che se era maschio o figlio di povera gente, una volta adulto, veniva incamminato al sacerdozio a spese del Capitolo, perché essere sacerdote in un paese rurale come Maglie significava un tempo godere di franchigie fiscali, del beneficio ecclesiastico, di immunità e sicura promozione sociale.

Anche il sabato santo c’era la processione: durante l’ultima guerra alcune truppe polacche dislocate a Maglie solevano festeggiare la festa di Cristo risorto, portando per le vie del paese su un carro di guerra, seguito da molti fedeli, la statua del Redentore.

Ma il giorno di sabato santo è soprattutto il giorno della cuddura, una delle poche tradizioni magliesi ancora in uso.

La cuddura[2] (dal greco kollùra) è un grosso tarallo o dolce di pasta frolla, intrecciato o no, cotto nel forno, con una o più uova sode in numero dispari[3] nel mezzo o tutt’intorno, che una volta si consumava solo il lunedì o il giovedì in Albis.

 

Anche l’origine di questa tradizione forse è pagana e continuerebbe l’usanza che avevano le cestefore di portare oggetti mitici dinanzi alle statue di Cerere e di Proserpina nelle processioni di febbraio, luglio e novembre, come pagano era l’uso di mangiare, il 17 marzo, nella sagra di Libero Bacco (Liberalia) l’uovo sodo, immagine del mondo, inizio di tutte le cose.

Agnello pasquale di pasta dolce – Santa Cesarea Terme: sagra della cuddura (coll. priv. Nunzio Pacella)

 

Le cuddure hanno forme e nomi vari; appena uscite dal forno, si nascondono in casa per la scampagnata del lunedì. Se ne fanno rotonde, intrecciate, a forma di delta, di staffa, di paniere, di pupa, di stella, di cuore, di angelo, di margherita, di uccello, di galletto, di colomba, di tartaruga, di fischietto, oppure a forma di tromba, con due protuberanze laterali e l’uovo nel mezzo, come quelle, magistralmente lavorate, che si sono esposte nella Mostra della cuddura a S. Cesarea Terme[4].

Molto diffusi a Maglie la pupa e il campanaru.

cuddura con pasta dolce

 

La pupa è una cuddura a forma di bambolina con le treccine di pasta, con due chicchi di caffé e due acini di pepe al posto degli occhi, grani di riso e senape al posto della bocca e del naso. Ha le braccia incrociate nell’atto di portare un uovo sodo che fa capolino dalla pancia; mentre il campanaru ha forma cilindrica e due uova alla base.

Non manca chi ancora si diverte ad ornare agnelli, galletti e colombe con nastrini colorati o con ritagli di panno rosso tagliuzzato (viddusi, “vellosi”) al posto di creste o di ali.

In quanto alla qualità, vi sono quelle di tipo rustico e quelle di tipo dolce. La prima, secondo un’antica tradizione magliese, si fa in questo modo: si prende della farina di grano, si scalda un po’ d’acqua e vi si scioglie un po’ di lievito di birra, si aggiunge un pizzico di sale e si lascia lievitare per circa un’ora. Dopo che la pasta è ben lievitata, si passa all’impasto e, dopo aver dato la forma voluta, dentro si mette un uovo sodo con tutta la scorza. All’ impasto alcuni aggiungono olio e cipolla tritata.

Cuddure magliesi

 

La cuddura di tipo dolce, di pasta frolla, si ottiene invece mescolando farina di grano, strutto, uova, lievito e zucchero. Si lavora bene la pasta, a cui si possono aggiungere pezzi di noce, si dà la forma desiderata e si mette nel forno sino a completa cottura.

Un secolo fa le giovanette solevano donarle ai fidanzati nel giorno di Pasqua.

Se ne vannu prima le cuddure ca lli panetti si diceva una volta per significare che a volte muoiono prima i giovani che i vecchi.

 

Pasqua

Per evitare le più gravi sventure è obbligo per tutti ascoltare la messa e divieto assoluto di recarsi al lavoro: bisogna ad ogni costo intervenire alla benedizione e vestire gli abiti più belli; persino le umili fornaie, per le quali tutti i giorni sono uguali, s’agghindano.

De la strina se mmuta la ricina,

de la Bbifania se mmuta la signurìa.

de Pasca e de Natale se mmútane le furnare.

 

Anche qualche albero, spoglio per tutto l’inverno, ora che è venuta la Pasqua, se mmuta, indossa un nuovo vestito di foglie:

A fica nu ffila e nnu ttesse,

ma te Pasca vistuta se nn’esse.

Tutti, nessuno escluso, in chiesa quel giorno, anche le bestie, se è possibile: Porci a mmissa la mmane de Pasca!, proverbio che si usa anche per indicare un fatto straordinario, inconsueto.

Assai gradita è ai contadini la Pasqua d’aprile (Pasqua alta) [5], specialmente quella rugiadosa o piovosa che fa sperare in un buon raccolto; come nei seguenti ditteri distillati dalla secolare clessidra del tempo:

Natale ssuttu e Ppasca muttulusa.

se oi cu bbegna l’annata graziusa;

Natale lucente e Ppasca scurente,

se oi cu bbegna bbona la simente;

o come in questi altri con qualche piccola variante:

Ci oi cu bbiti l’annata cranosa,

Natale ssuttu e Ppasca muttulosa;

ci oi cu bbegna na bbona ‘nnata,

Natale ssuttu e Ppasca mmuddata.

Se invece essa cade di marzo (Pasqua bassa), quando i terribili danni delle gelate e delle grandinate fanno temere per il raccolto futuro e quando la terra ha pochi frutti da offrire, porta carestia, fame e morte:

Pasca marzotica, o murtalità o famòtica.

 

A mezzogiorno tutti a tavola per gustare l’agnello di pasta di mandorla. Tanto Natale tanto Pasqua, i due giorni più solenni dell’anno, vanno goduti nell’intimità familiare:

De Natale e dde Pasca cu lli toi,

de Carniale cu cci oi.

Bisogna godersela questa festa eccezionale, perché il giorno dopo si tornerà al travaglio usato; i giorni lieti sono fugaci e assai rari e non sempre ci si può godere né astenere dalla dura fatica:

Ca nu ssempre è Ppasca.

 

Finita a llu Riu

Le feste pasquali si concludono, in tutto il Salento, con una scampagnata, una colazione all’aperto, il lunedì o il martedì o il giovedì dopo Pasqua, ai confini del paese o poco fuori, detta finita (dal lat. fines, “confine”), com’erano chiamate le grosse pietre informi che segnavano il confine tra due feudi o tra due estese proprietà.

Una finita

 

Qualche decennio fa i magliesi erano soliti il lunedì di Pasqua fare la finita (talvolta oggi si preferisce darsi appuntamento in qualche ristorante della costa) in alcune campagne o a mezzo miglio da Maglie, sulla via per Gallipoli, in un boschetto posto in una lieve salita, detto lu Riu (Riu, Rio, Ria, Vria, Uria, lo Ria, Loria in loco detto lo Monterone o lo Montarroni, in antichi documenti) [6].

Agli inizi del secolo scorso invece la mangiata o finita o paneiri si faceva, non il lunedì ma il giovedì dopo Pasqua, in un luogo poco distante da lu Riu, sempre in località Muntarrune e precisamente a llu Frabbàlli (dal nome di una cappelletta rurale o grancia di S. Giuseppe, vulgo detto lo Balli de jure patronatus del Rev.do Capitolo di Maglie). L’agiotoponimo Frabballi è poi passato a significare, nel dialetto magliese, ” luogo segreto, nascosto”: “A ddu a teni scusa, ssutta lu Frabballi?”.

 

note al testo 

[1]La caremma o quaresima, dal lat. quadragesima dies, spazio di quaranta giorni dal mercoledì delle ceneri alla Pasqua, immagine della Moira, della parca Cloto, che fila il destino degli uomini, simbolo della penitenza quaresimale, della mestizia, della mortificazione dei sensi, del digiuno, del duro lavoro, viene bruciata in questi ultimi anni su una fascina di sterpi al Largo Madonna delle Grazie. È un fantoccio riempito di paglia coperto da una maglia scura o da un panno nero e da un fazzoletto che fa vedere solo la faccia. Ha in mano il fuso e la conocchia ed è intenta a filare la lana. Sotto i piedi le si mette un’arancia con sette penne infilzate a raggiera quante sono le settimane della quaresima. Alla fine di ogni settimana se ne toglie una. Il giorno di Pasqua, quando le campane suonano a distesa, “annunziando Cristo tornante ai suoi cieli”, la caremma detta pure zzita caremma, viene bruciata o sparata col fucile. Questo fantoccio, che viene sparato o arso al rogo, non vuole essere altro che l’esorcizzazione, in luogo pubblico, dal male, la ritualizzazione della liberazione di tutto ciò che è simbolo di sterilità della terra, di privazione, sofferenza, carestia, miseria, fame.

Me pari propriu na caremma si dice a donna magra e brutta o fin troppo avvolta nei panni (Emilio Panarese, Folclore Salentino. La Caremma, in “Tempo d’Oggi”,II,6).

[2]In alcune zone intorno a Lecce, ma anche nel brindisino e nel tarantino la cuddura è chiamata puddica dal deverbale puddicare che è il lavorare la pasta coi pugni, premendo col pollice (pollex); mentre nel barese, ma anche in alcuni centri del brindisino e del tarantino, è detta scarcedda, avendo questo pane dolce con l’uovo nel centro la forma di una borsa per denaro (cfr. it. scarsella e fr. escarselle).

[3]In numero dispari, 5 o 7 o 9 o 11 o 17 o 21, perché i numeri in caffo hanno virtù propiziatoria e procurano prosperità e fortuna, essendo graditi agli dei: numero deus impari gaudet.

[4]L’Azienda di soggiorno cura e turismo di S. Cesarea Terme, che nel 1978 aveva patrocinato la Sagra della cuddura, organizzò nel 1987, nella decima edizione della sagra, nel ristorante Lu marinaru, la Mostra della cuddura, a cui parteciparono i più noti panificatori salentini di Maglie, Lecce, Vignacastrisi, Poggiardo, Vitigliano, ecc.

[5]La Pasqua è una festa mobile e cade nella prima domenica dopo il plenilunio equinoziale di primavera; non può cadere mai prima del 22 marzo (Pasqua bassa) né dopo il 25 aprile (Pasqua alta).

[6]Il toponimo Riu/ Ria/ Urìa è senza dubbio un oronimo, indica cioè un “luogo posto su un’altura”, anche modesta, com’è quella in questione (la città di Monteroni, a pochissimi km. da Lecce, non si trova forse ad un’altitudine di 35 m.?), come provano del resto due altri oronimi, vicinissimi a llu Riu, Monterone crande e Monterone Piccinnu (in origine Mont-Oriu, raddoppiamento del lessema oronimico, come Mongibello in Sicilia dal lat. mons e dall’arabo gebel). L’Oriu, diventato per deglutinazione ortoepica e ortografica (v. in it. l’usignolo da lusignolo) lo Riu/ lu Riu, non ha nulla a che fare né con rio “ruscello”, né con brio, né con layrìon, “cenobio brasiliano” (l’autore di un recente ricettario di cucina ruscìara sostiene addirittura che siano stati i leccesi ad estendere il segno lu riu a tutta la provincia!), né tanto meno è da accostare al toponimo surbense Aurìo, che R. Buya, attraverso una serie di strampalate congetture, fa derivare nientemeno, spostando l’accento, dal lat. haurio, “assorbo”, “ingoio”. Ignotum per ignotum!

 

[estr. da “Riti e tradizioni pasquali in un paese del Salento (Maglie)”, Erreci edizioni, Maglie, 1989, 3° vol. della “Collana di saggi e documenti magliesi/salentini” fondata e diretta da Emilio Panarese; e in “Maglie. L’ambiente, la storia, il dialetto, la cultura popolare”, Congedo editore, Galatina, 1995, pp.371-375 –  
 
Bibliografia consultabile alla pagina http://emiliopanarese.altervista.org/pg015.html]

Copertino. Antichi riti nella notte di Parasceve anticipando la Risurrezione di Cristo

CULTI MAGICO-RELIGIOSI

NEL SALENTO FINE OTTOCENTO

LA NNUCCICATA TI CHIASCIONE

 

 

Nella notte di Parasceve

 i pastori copertinesi anticipavano la Risurrezione di Cristo

celebrando un loro rito simbolico sul sagrato della chiesa matrice.

 La “Nnuccicata ti chiasciòne” (“Piegatura di lenzuolo”)

era la cagliata ivi approntata:

simboleggiando la sindone e quindi l’avvenuta risurrezione

la distribuivano gratuitamente ai poveri e ai derelitti

sicuri che  fosse apportatrice della benedizione di Cristo,

riconducibile ai doni della salute, della prosperità, della pace.

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Nel contesto di un dettato storico-sacrale che la figura del Cristo fondeva al costrutto sacrificale degli agnelli nell’insistita cornice di simbolici pascoli e altrettanto simboliche premure per il gregge, i pastori salentini vedevano nella Pasqua non solo la ricorrenza liturgica più importante ma anche il figurativo convenzionale del loro vissuto, che pertanto ne usciva avvalorato nei termini di un’autoidentificazione per rispecchiamento.

Partendo da questa piattaforma di credute equivalenze – comodo strumento di mediazione nel disagio provocato dalle inevitabili contraddizioni insorgenti fra l’investimento metaforico di un privilegio categoriale e la realtà del quotidiano individuale – si sentivano autorizzati ad esprimersi in chiave di libere interpretazioni e rappresentazioni. Con la scusa della loro impossibilità a partecipare alla Messa di resurrezione – in quanto, all’epoca, liturgicamente Cristo risorgeva il mezzogiorno del sabato santo, ora di pascolo per le greggi e quindi di loro impegno nella sorveglianza – si arrogavano il diritto di anticiparne i tempi di proclamazione. Priorità nell’enunciazione peraltro espressa attraverso una ritualità per così dire autonoma, cioè discostata da quelli che erano gli ufficiali canoni ecclesiastici, pur se, in definitiva, a questi si rifaceva traducendone in proprio la manifestazione simultanea dell’emozione, dell’azione e della trasmutazione. Emozione come adesione affettivo-memoriale dell’evento messianico; azione come riconoscimento interpretativo del sublime nella donazione – insito nella passione, morte e deposizione del Cristo -; e trasmutazione nel senso celebrativo di quell’energia vitale che si era appalesata nel momento della risurrezione; energia che loro, arbitrariamente accostando al misterioso intervento divino il tentato parametro di una possibile rappresentazione umana, prefiguravano nel processo enzimatico del latte. Un assunto la cui peculiarità costitutiva si imperniava su una voluta esaltazione dei significanti, primo fra tutti quello di una presunta complicità di Dio, che nella compiacenza di un’elezione a beneficio categoriale, li voleva nelle vesti di fervorosi pur se anomali ministri.

Da ciò si può evincere come nell’ambiente pastorizio vigesse il legame con un arcaismo di marca ebraica attestante, nella strutturazione mentale del divino privilegio, l’implicito riporto a Israele, popolo eletto per antonomasia, gratificato dalla facilitazione  a un esodo tanto storicamente liberatorio quanto miticamente consolatorio. Popolo dedito appunto alla pastorizia, organizzato in tribù i cui vertici patriarcali avevano non solo il diritto al comando ma anche il permesso all’officiatura, da intendersi come rapporto diretto conla Divinità al di fuori di ogni intermediario.

Sarebbe certo di troppo affermare che, nel compiere la loro ritualità pasquale, i pastori fossero consapevoli dell’originaria matrice e di riflesso agissero in netta funzione rievocatoria di quello che – nella loro misura cognitiva – si poneva come il più remoto degli atavismi. Col trascorrere del tempo e più che altro con l’avvenuta sovrapposizione del Cristianesimo si era determinata un’intersecazione di moduli fideistici per cui anche le suggestioni evocative dell’eredità arcaica ne uscivano commiste venendo a creare nella dominante simbolica un’interscambiabilità di applicazioni. Nel momento che si accingevano a dare corpo alla ritualità pasquale avveniva un’assunzione globale di moventi che, scartando ogni differenza o incidenza cronologica, flettevano fra la visita al sepolcro di Cristo e il cammino versola Terra Promessa, antonomastica meta del celebrato esodo. Due elementi fusi in un’unica funzione liberatoria, perché se l’esodo biblico era valso ad affrancamento dalla schiavitù egiziana e contemporaneamente dal nomadismo – grazie ai pascoli opulenti di una terra dove scorreva latte e miele -, l’andata al sepolcro di Cristo valeva la remissione delle colpe commesse e quindi ad accaparrarsi la promessa del paradiso. Un senso di rinascita spirituale che prendeva corpo dal loro raccogliersi in gruppi sotto la guida degli anziani per subito uscire dall’abituale dimora e affrontare a piedi il lungo cammino nella notte, eloquente figurale e della dolorosa Via Crucis e della faticosa marcia nel deserto.

Sul calare della notte di Parasceve infatti, nelle masserie sparse nel profondo della campagna copertinese, si avvertiva un clima frenetico e insieme sofferto, quasi aleggiasse nell’aria la consapevolezza di una imminente partenza sospesa alla dialettica di una necessaria reintegrazione morale ottenuta attraverso l’offerta olocaustica. Un procedere alla cancellazione di ogni colpevolezza – singola e collettiva – che prendeva avvio nel momento che si provvedeva a trasferire il bestiame, togliendolo dagli abituali stazzi esterni per ammassarlo intr’a lla curte ti lu mmàsunu, ovverosia lo spiazzo situato all’interno dell’arco d’ingresso e di solito prospiciente la casa del massaro. Un provvedimento che si offriva a ulteriore chiarificazione di quello che era l’atavico nucleo ideologico che governava l’agire: nella spontaneità delle equivalenze non elaborate mentalmente ma avvertite sensibilmente quale frutto di avvenute sedimentazioni, quel cortile, così invaso di pecore e agnelli, veniva a rapportarsi ai recinti del tempio di Salomone dove i pellegrini israeliani ammassavano i capi del  bestiame in offerta, subito abbandonandoli per recarsi il più vicino possibile all’Arca e attendere alla propria depurazione.

Quasi vedessero rinsaldare il circuito delle affinità, anche i nostri pastori si comportavano allo stesso modo: non appena si assicuravano di aver convogliato nel recinto tutti i capi di bestiame, si estraniavano da ogni immanenza di cure terrene, cercando integrazione solo nell’urgenza di raggiungere il sepolcro di Cristo, dove di lì a poco, nel contesto della loro ritualità a nette scansioni testamentarie, la vita avrebbe trionfato sulla morte.

Sbarrato il portone d’ingresso, legato ai battenti due cani scelti fra i più svegli e aggressivi e accesa la linterna ti lu camìnu (la lanterna da viaggio), mmassàru, picuràri e ppicurasciùli (massaro, pastori e pastorelli), lasciando le donne nella masseria, a gruppo stretto e a marcia serrata si avviavano frettolosamente verso il paese, ad ogni curva o bivio invocando l’aiuto di Santu Ggiuànni ti lu picurièddhru, cioè San Giovanni Battista che, per essere appunto iconograficamente raffigurato con in un braccio un agnello, consideravano loro particolare protettore.

Quella notte, nel desiderio di renderne concreta la presenza e quindi ottenere il desiderato aiuto, il capogruppo simbolicamente ne assumeva l’identità facendo – per così dire – piovere dall’alto ogni sua parola, incitamento o raccomandazione, cioè intercalando nel dialogo un’autoritaria declinazione di accredito: “Cu lla occa mia stà cconta lu Ggiuanninu” (“Con la mia bocca sta parlando Giovannino=San Giovanni Battista”). Curioso scambio di oggettività nel linguaggio, per di più adottato non soltanto nei confronti degli altri componenti il gruppo, ma addirittura usato con il mulo che li accompagnava trasportando sulla groppa nnu cutrùbbu (un recipiente di zinco della capacità di cinque litri) pieno di latte e nna mmarzàta, ossia un secchio di legno provvisto di coperchio, normalmente usato per il trasporto delle marzòtiche (pezzotte di formaggio fresco impastato con erbe aromatiche) ma che quella notte si portavano dietro vuoto, più esattamente con all’interno un rametto verde di mortella.

Punto di convegno dei vari gruppi era il sagrato della chiesa matrice, a quell’ora già chiusa e perciò emanante una gelosa accumulazione di trascendenza che la rendeva dolorosamente fusa all’atmosfera di quella notte già di per sé stessa satura di mistero. Notte sacra che sembrava trasformare gli umidori del selciato in lacrime rapprese e rimandare in permanenza di echi i singulti della Vergine Addolorata, la cui statua poche ore prima era stata portata in processione per le vie del paese, passando da chiesa a chiesa, da cappella a cappella nell’affannata ricerca del Figlio crocefisso. Un peregrinare sincopato dal rullìo funebre dei tamburi e convertito in assillo umano dal coro lamentoso delle donne che interpretando, da madre a madre, lo strazio della Madonna, chiedevano a gran voce, spesso roteando su sé stesse:

Fìgghiu, fìgghiu mia!… a ddò stàe lu fìgghiu mia?!… Lu stà ccercu e nno llu ttròu!… Fìgghiu, fìgghiu mia!… Ticìtime a ddò stàe lu fìgghiu mia!…

Richiesta tanto umanamente delirante quanto spiritualmente ancorata ai sensi di una catarsi la cui certificazione si era esplicata a processione conclusa, su quel sagrato appunto, quando il padre quaresimalista, rimasto ad attendere in chiesa, aveva spalancato la porta facendo portare all’aperto e proprio ai piedi dell’Addolorata l’urna di vetro con dentro la statua del Cristo morto: “Ecco tuo figlio”, aveva esclamato con voce accorata, e cincischiando un rettangolo di lino bianco a simbolica testimonianza del sudario, aveva precisato: “E’ morto Maria, è morto in croce per i nostri peccati!”.

Cadendo in ginocchio e battendosi il petto a pugni chiusi, il popolo aveva singhiozzato:

Pi’ lli piccati nuésci è mmuértu… pi’ lli piccati nuésci è mmuértu an croce!… Pirdònane, Maria, comu nn’à ppirdunàtu Iddhru!…

Come fosse doverosa assimilazione di un sollecito al pentimento, anche i pastori, salendo i gradini del sagrato, proiettavano sul metafisico schermo di quella notte la loro dolorosa considerazione, ripetendo – ognuno per suo conto e tutti insieme – “E’ mmuértu an croce pi’  lli piccati nuésci… pi’ lli piccati nuésci è mmuértu an croce…”.

Un intrecciarsi di voci basse, di parole sussurrate che si interrompeva di colpo non appena raggiunta la porta della chiesa, ai cui stipiti i componenti dei vari gruppi si addossavano in silenzio nell’attesa che lu nannimmassàru (il nonno massaro, ossia il più anziano fra di loro) li raggiungesse. Questi infatti non saliva subito e insieme agli altri i gradini del sagrato: si attardava sulla strada prospiciente la chiesa al fine di dare previa sistemazione al rituale che nel suo svolgimento non doveva essere turbato da distrazioni o preoccupazioni di ordine materiale.

Coadiuvato da due giovani aiutanti agiva con decisione, e nell’impartire i suoi ordini spesso preferiva al suono delle parole l’eloquenza dei gesti, quasi volesse accreditare una sorta di iniziatico misterioso cifrario. Bisognava infilare il muso dei muli dentro li puppàri (i sacchetti di iuta dentro i quali a ristorazione delle bestie si mettevano manciate di biada), scegliendo il punto più riparato dove farli riposare; bisognava trasportare sul sagrato li cutrùbbi pieni di latte e li mmarzàte con dentro il rametto di murtèddhra; e infine si doveva accendere nel mezzo della strada un piccolo falò di ramaglie d’ulivo, cosa che si faceva battendo forte l’acciarino sobbra’a nna èsca ti pirnacòcchia (su un’esca ricavata dal tronco marcito di un albicocco) cosparsa di salnitro.

Al primo divampare del fuoco lu nannimmassàru si chinava a baciare per terra e subito dopo, tracciando nell’aria un grande segno di croce, dava il via allo svolgimento della cerimonia schioccando la lingua contro il palato e ricavandone quel suono caratteristico che era il loro abituale richiamo delle mandrie. Da quel momento non si poteva pronunciare parola che non fosse di preghiera, e anche nel muoversi si doveva  fare attenzione a non suscitare rumori capaci di incrinare il silenzio o, come usavano dire, nfastitiàre lu ssignùttu ti l’Angilu ca stàe ncucculàtu nnanzi a lla petra ti lu santu sipùrcu (infastidire il singhiozzare  dell’Angelo che sta accoccolato davanti alla pietra che ottura l’ingresso del santo sepolcro).

Era perciò con mosse lente, quasi timorose, che i pastori si staccavano dalla porta della chiesa per convenire l’uno dopo l’altro al centro del sagrato e deporre a terra i loro bastoni, sovrapponendoli a forma di croce in chiaro riferimento all’avvenuta deposizione di Cristo. Un gesto che, al di là di ogni valenza memoriale, veniva assunto attivamente come doverosa risposta all’appello da parte dei capifamiglia, la cui singola identità  si intendeva appunto dichiarata e testimoniata dalla presenza del bastone.

L’ultimo a declinare – si fa per dire – le proprie generalità era lu nannimmassàru, che dopo aver salito lentamente i gradini del sagrato, deponeva il suo teste al vertice della piccola catasta calcandolo con le mani a più riprese, quasi volesse mettere in risalto l’ipotetica apposizione di un sigillo di compatibilità fra la suggestione di un figurato rievocatore e la tangibilità del quotidiano. Un gesto di qualificazione sociale esercitato non come semplice potere acquisito con l’età, bensì come frutto di un’avvenuta elezione nel cui conferimento era sottinteso un preciso privilegio divino, oseremmo dire una predestinazione a condottiero di popoli. Legittimazione che acquistava sostanza  di convincimento ideologico sovrapponendo alla realtà dell’azione l’allegoria di un immaginario ambientale triangolato fra il divampare delle ramaglie nel mezzo della strada – riporto al mitico roveto ardente –,  la nudità del sagrato simboleggiante il deserto, e la presenza dei bastoni valevole tanto come certificazione di cammino, quanto come dichiarazione di arrivo nella terra promessa. Arrivo come sospensione di penitenza, come conquista di potere, come affermazione di spettanza.

Con il lento spegnersi del piccolo falò scattava infatti la tacita comunicazione di un mutamento in atto, ovverosia cessava quello che poteva intendersi come scenografico riporto alle mitiche radici bibliche immettendo, sia per completamento sia per superamento, in un pregnante clima neotestamentario. A chiave di svolta del graduale passaggio veniva eletto il latte, più precisamente le sue proprietà enzimatiche, proprietà che, come abbiamo già detto, nel processo ideativo dei pastori ben si comparavano a quella combustione di energie vitali che aveva determinato la resurrezione di Cristo. Ne conseguiva un’immediata parificazione fra i pastori presenti sul sagrato, quale trasformazione della patriarcalità nei ritmi indifferenziati di una collettività che  annullava la privativa del geloso “io” nell’amplificazione di un “noi” tanto più valevole quanto maggiormente espresso nell’uniformità dell’agire.

Smessi i panni di Mosè – figura antonomastica del celebrato esodo – lu nannimmassàru rientrava nel gruppo, assieme agli altri intonando a mo’ di preghiera:

“Lu fuécu s’à stutàtu

e cce gghète… e cce nno gghéte…

lu santu patriarca nduliràtu

si nn’à sciùtu rretu a llu parète.

 

Stà spètta la nzuppittàta

ti l’àunu mmaculàtu

ca intr’a lla rutta mpitràta

si nni stàe mpannàtu”.

 

“Il fuoco si è spento / e cosa succede… e cosa non succede…/ il santo patriarca addolorato / se n’è andato dietro al muro. // Sta aspettando il risveglio / dell’agnello immacolato / che dentro la grotta ostruita da una grossa pietra tombale / se ne sta addormentato”.

A “grotta ostruita da una grossa pietra tombale” veniva focalizzata la porta della chiesa, a ridosso della quale i pastori allineavano li mmarzàte, pronti a riempirli con il latte trasportato nei capaci cutrùbbi. Un travaso che eseguivano con religiosa delicatezza, attenti a sincronizzarne il flusso affinché simultaneo risultasse il momento delle varie colmature e altrettanto simultanea l’immissione dei pizzichi di caglio che, a travaso avvenuto, lasciavano cadere nel latte, a questo amalgamandoli con un lungo tramestio circolare eseguito con i rametti verdi di mortella. Il tutto in una crescente assimilazione di solleciti emotivi, sicché quella che di base voleva essere motivazione mitico-allegorica si trasformava in tensione oggettiva, sorpassando il compiaciuto senso di partecipazione al rito in favore di una profonda immedesimazione. L’iniziale misura di memento cedeva infatti il passo all’azione del momento, e i convenuti sul sagrato non si consideravano semplici coadiutori al buon andamento della celebrazione: si sentivano protagonisti nella totalità del significato, e accoccolati sui talloni – ognuno accanto  il più possibile alla propria mmarzàta – attendevano in religioso silenzio il concretizzarsi dell’evento, convinti che lo stesso potesse trarre forza di esplosione anche dalla loro affettuosa presenza.

L’àngilu à nnuccicàtu lu chiasciòne!” (“L’angelo ha ripiegato il lenzuolo!”), proclamava lu nannimmassàru non appena constatava il definitivo indurimento della cagliata; e questa volta, non essendo in clima di passione e morte e quindi non più vincolato alla mortificazione e al silenzio, batteva forte le mani, palma contro palma, incitando i presenti: “Asàmu a nterra e spartìmune lu bene ca Cristu nn’à rricalàtu” (“Baciamo a terra e scambiamoci il bene che Cristo ci ha regalato”).

Se baciare per terra era gesto di ringraziamento e lode a Dio, spartirsi il bene ricevuto significava mettere in atto il comandamento dell’amore fraterno, per prima cosa cancellando dal proprio animo ogni eventuale dissapore nei confronti del prossimo. Un invito che nel contesto del rito celebrato nella notte di Parasceve, non si poneva come frutto di vana retorica, essendo più che risaputo come, fra pastori, spesso e volentieri si entrasse in rivalità: per la contesa di un pezzo di pascolo, per la perdita di un capo di bestiame o sia pure semplicemente per gelosia connessa alla maggiore o minore fortuna nello smercio dei prodotti.

Quali che fossero i motivi del risentimento, questo non poteva e non doveva permanere fra i convenuti sul sagrato: all’invito del nannimmassàru dovevano subito riconciliarsi, tant’è che, a segno tangibile del ritrovato sentimento fraterno, usavano scambiarsi i secchi con le relative cagliate: “A tte la nnuccicàta mia, a mme la nnuccicàta tua”.

Traendo spunto dal passo evangelico che racconta come nel sepolcro scoperchiato fu rinvenuta soltanto la sindone ripiegata, la cagliata preparata sulla soglia della chiesa veniva detta “nnuccicàta ti chiasciòne” (“piegatura di lenzuolo”), intendendo con tale denominazione alludere alla sua simbologia e sottolinearne le proprietà sacre che aveva sviluppato. Metaforicamente elevata a sudario di Cristo non poteva infatti non rappresentarlo e quindi essere vista come apportatrice della sua benedizione riconducibile ai doni della salute, della prosperità, della pace.

Affinché il rito avesse, oltre all’equivalenza mitico-psicologica, la concretezza di un tracciato informatore, il principio – fino a quel momento perseguito idealisticamente o al massimo come cementazione di rapporti categoriali –  doveva attuarsi a livello comportamentale più vasto, ovverosia ricondotto alle radici primarie dell’amore fra tutti e per tutti. La cagliata approntata sulla soglia della chiesa nella notte di Parasceve – simbolicamente eletta a testimone del trionfo nel conflitto fra la dualità morte-vita, tenebre-luce, condanna-redenzione – andava perciò distribuita gratuitamente, destinando a fruitori di tanto dono i più poveri e derelitti.

Ancor prima che l’alba schiarisse il cielo, i pastori, con appese al braccio le loro mmarzàte colme di cagliata, si sparpagliavano per il paese, percorrendone il dedalo di viuzze e vicoli alla ricerca di usci filtranti luce, segno convenzionale che in quella casa si poteva fare l’opera di misericordia: c’era un ammalato, una partoriente, un orfanello o più comunemente un vecchio.

Chiasciòne ti Cristu!…” (“Lenzuolo di Cristo!…”), annunziavano con voce cantilenante, e battendo con un cucchiaione di legno sulla fiancata del secchio, attendevano che la porta venisse aperta e nel tenue fiotto di luce si delineasse l’orlo di un piattino entro il quale deporre tre cucchiaiate di cagliata: “Quista comu pruitènzia ti lu Patre, quista rricàlu ti lu Fìgghiu, quista asu ti lu  Spìritu Santu” (“Questa come provvidenza del Padre; questa, regalo del Figlio; questa, bacio dello Spirito Santo”).

Così di strada in strada, di vicolo in vicolo, di porta in porta, finché nei secchi non rimaneva che un sottile strato di cagliata, capace appena di coprirne il fondo: era lu rispìcu ti la ràzzia (il racimolo della grazia), ossia la porzione di benedizioni che i pastori trattenevano a beneficio delle proprie famiglie, nonché del gregge a loro affidato. Una volta tornati nelle masserie – il che avveniva subito dopo l’alba – si premuravano infatti di versare questo residuo dentro nnu fiscariéddhru (un piccolo cestello di giunchi intrecciati usato per sgrondare la ricotta), ricavandone  una pezzotta di pseudoformaggio che poi seccavano rigirandola quotidianamente nel sale, accorgimento reso necessario dal fatto che, essendo il composto a base di latte non cotto, tendeva a inacidire. E se per qualsiasi prodotto caseario l’inacidimento rappresentava un pericolo da evitare, nel caso specifico sarebbe stato recepito come il peggiore degli accadimenti, in quanto superstiziosamente interpretato come presagio di sventura per la masseria: le persone che vi abitavano si sarebbero di certo ammalate; il gregge sarebbe stato decimato da qualche morìa; i pascoli distrutti dalla grandine; e c’era il rischio che financo le opere murarie avrebbero accusato un improvviso deperimento. Questo perché la piccola forma di formaggio ricavata dai residui della nnuccicàta ti chiasciòne non veniva vista alla stregua di un qualsiasi prodotto destinato al normale consumo, bensì ritenuto elemento apotropaico, tanto più efficiente in quanto commestibile.

Una volta indurita, infatti, la si metteva gelosamente da parte, se possibile addirittura sotto chiave, ricorrendovi solo in caso di bisogno, cioè quando occorreva sventare una minaccia, arginare un pericolo, combattere una malattia, ristabilire la pace in una famiglia lacerata da gravi discordie.

Se in famiglia scoppiavano liti o si temevano delle infedeltà, le donne ne grattugiavano un pezzettino e lo mescolavano alla pasta del pane, sicure di esorcizzare in tal modo lo spirito della discordia e riavere integro l’amore del marito; sempre grattugiata e sempre a parsimoniosi pizzichi, veniva aggiunta alle minestre degli ammalati per affrettarne la guarigione, al pancotto degli anziani per salvaguardarli dal micidiale risintèriu (dissenteria) e financo inserita nelle pupatelle (succhiotti) degli infanti, soprattutto nel periodo critico della dentizione, spesso costellato da febbri e deperimenti. Né da tanta panacea venivano escluse le bestie, ché anzi si può dire ne fossero le maggiori fruitrici: nessun massaro dimenticava di elargirla alle sue pecore gravide, certo di aiutarle in tal modo a partorire agnelli sani e di vello bianco; con la stessa premura ne assicurava una porzione ai capri e ai tori da monta per regolare la pericolosa violenza, così come non mancava di somministrarla ai puledri per renderli docili alla domatura. Si può ben dire che financo i cani riuscivano ad assaggiarla, anche se, in verità, solo di traverso e cioè quando, nell’incalzare di una tempesta, il massaro, per placare la furia degli elementi, ne gettava un pezzettino all’esterno, certo di salvaguardare così i campi dalla grandine e a tenere lontane eventuali trombe d’aria.

Tutte queste credenze sui poteri “soprannaturali” della nnuccicàta ti chiasciòne derivavano dal fatto che le benedizioni assorbite durante il rito nella notte di Parasceve erano state determinate dalla forza enzimatica del latte, principio base dell’operato-vissuto pastorizio (riportabile all’agricolo impinguarsi della spiga) e quindi anche fulcro di tutta una formulazione di implicazioni superstiziose. Il positivo o il negativo di una masseria, infatti, si decretava in base alla maggiore o minore riuscita del caglio giornaliero, ché se questo accidentalmente (imperizia nella preparazione, condizioni atmosferiche sfavorevoli o anche difetto di pascolo) per più giorni sortiva male, non si esitava a parlare di malocchio e di conseguenza  richiedere con urgenza un intervento esorcistico, non dissimile da quello richiesto per una scarsa fermentazione del vino o per un  insolito inverminirsi del grano.

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Nino Pensabene, quale collaboratore ed erede dell’autrice, si riserva tutti i diritti.

Pasqua, festa dei macigni rotolati

di don Tonino Bello

Vorrei che potessimo liberarci dai macigni

che ci opprimono, ogni giorno:

Pasqua è la festa dei macigni rotolati.

E’ la festa del terremoto.

La mattina di Pasqua le donne, giunte nell’orto,

videro il macigno rimosso dal sepolcro.

Ognuno di noi ha il suo macigno.

Una pietra enorme

messa all’imboccatura dell’anima

che non lascia filtrare l’ossigeno,

che opprime in una morsa di gelo;

che blocca ogni lama di luce,

che impedisce la comunicazione con l’altro.

E’ il macigno della solitudine,

della miseria, della malattia, dell’odio,

della disperazione, del peccato.
Siamo tombe alienate.

Ognuno con il suo sigillo di morte.
Pasqua allora, sia per tutti il rotolare del macigno,

la fine degli incubi,

 l’inizio della luce,

la primavera di rapporti nuovi

e se ognuno di noi,

 uscito dal suo sepolcro,

si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto,

si ripeterà finalmente

il miracolo che contrassegnò

la resurrezione di Cristo.

La processione del venerdì santo a Maglie

di Emilio Panarese

 

Alla cara memoria di mio padre,

che per molti anni diresse

la processione del Venerdì santo

La cerimonia più interessante, che fa più folclore e colore e richiama a Maglie molti abitanti della provincia, è, senza dubbio, la processione del venerdì santo, una processione tipica, che non ha l’eguale nel Salento e che nell’arco di un secolo ha subito parecchie modifiche e rimaneggiamenti.

Della processione di ottanta anni fa ci è rimasta la descrizione di A. De Fabrizio; l’aprivano una ciurma di fanciulli scapestrati, coronati di spine, urlanti l’Ave Maria/ ora pro nobbi/ nobbi/ nobbi o tirantisi dietro un carro col calvario e tre croci.

Il gruppo dell’ora pro nobis (foto di Emilio Alessandrì,1908)

 

Un cenno relativo a questo primo gruppo della processione si trova pure in un giornale magliese del 10 aprile 1893 (Il sabato, A. I, n.l): “Aprivano come al solito il funereo corteo mattutino del venerdì santo teneri fanciulli con la corona di spine sulla testa. Alcuni si battevano le reni con funi, altri trascinavano pesanti croci sulle spalle […], ripetuta tre volte la cara invocazione dell’Ave Maria, li ho visti, dinanzi al piazzale di una chiesa, genuflessi a gruppi sull’erba verde, e aspettare il passaggio del resto del corteo”.

Fanciulli genuflessi con croci (foto dell’inizio del secolo scorso)

 

Dietro, a lenti passi, “come i superbi del Purgatorio dantesco”, venivano dei giovani, curvi sotto il grave peso “di grosse pietre o di pesantissime croci o muniti di discipline[1] di ferro: [erano] peccatori pentiti, che un tempo, nudati fino alla cintola, s’insanguinavano le spalle a furia di battiture”; una manifestazione di spettacolo pubblico costituente un momento rituale di risposta alle incertezze della vita quotidiana da parte degli umili, che, “esasperando i concetti di penitenza e di umiltà, giungevano all’autoflagellazione” [2].

Del gruppo cicalante e scomposto dei fanciulli col capo coronato di rovi o di edera, da pochissimi anni, non è rimasto più nulla:

Ma petre a mmanu e nzarti, e ncurunati

d’edere torte, mandra de vagnoni

fiji de maramaja scarrufati

fàcune li ggiudei e li mallatroni

(Nicola G. De Donno)

che, muniti di sassi, battono forte, passando, a tutte le porte e ai portoni dei ricchi, ribelli ai comandi del capogruppo, il banditore Picci:

Lu Picci te cumanna li vagnòni

ca ncurunati cu lle corde a mmanu

vannu bbattènnu a ttutti li purtuni.

(Nestore Bandello)

Il gruppo dell’ora pro nobis (foto di Roberto Panarese, 1980)

 

Dopo il vivace, festoso frastuono, a passi gravi, misurati, solenni, incedeva il secondo tronco: “due lunghe file di confratelli con le statue dei Misteri; indi una schiera di fanciulli, vestiti d’angeli, recanti gli strumenti della Passione, e di fan-ciulle che cantano, accompagnate dalla musica, un inno d’occasione; infine la bara di Cristo e la statua della Madonna [Addolorata] intorno a cui si affolla una moltitudine di donne velate di nero”.

 

Il gruppo dell’ora pro nobis (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Questo secondo tronco ha subìto nel tempo notevoli modifiche: sono rimasti tra l’una e l’altra statua, i bambini e le bambine, che con passo incerto e traballante e con viso smarrito, procedono, imitando momenti della Passione o sotto il peso di lignee croci:

La croce an coddu ca pisa pisàra,

li carniceddi cuperti de sacchi

russi, li peticeddi intru lli lacchi,

de spine vere la curona mara.

(Nicola G. De Donno)

Fanciulli con i simboli della passione (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

Gruppo delle coriste (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

Le fanciulle, invece, velate di nero, che, accompagnate dalle note della banda, cantano il monotono, struggente ritmato lamento, riecheggiante il celeberrimo preludio intensamente melodico del 3°atto della Traviata verdiana, diventate giovanette, e passate dietro la bara di Cristo, rievocano l’abitudine dei virgines lectas puerosque castos, che cantavano il carme in onore degli dei.

Gruppo delle coriste, primo piano (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

Delle parole dell’Inno[3]  (…È morto il mio Dio!/ È morto il ben mio!/ Un popolo rio/ tal morte gli die’/. Piangete, o pietre,/ spezzatevi al duolo/ [ … ] Quel sole che in cielo/ fa tanto splendore/ la morte l’ha reso/ già tutto squallore!) fu autore, stando alla testimonianza orale dell’avv. Guido Colucci, il prof. Gioacchino Pelegalli, che negli anni 1885-’86 insegnava nella 3a classe ginnasiale ed era prefetto o istruttore nell’annesso convitto. Luigi Visconti[4], immigrato a Maglie con la famiglia dal Salernitano, compositore e valente direttore d’orchestra della vecchia banda di Maglie, appassionato pucciniano, vi adattò abilmente la musica.

Le statue dei Misteri: Cristo all’orto, Cristo alla colonna, Cristo e Pilato, Ecce homo (opera del noto scultore leccese Eugenio Maccagnani), Cristo sotto il peso della croce incontra la madre, Cristo in croce, introdotte via via, col passare degli anni,

Parrocchia della Purificazione: le statue attendono di essere trasportate in processione; in primo piano La Pietà (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Gesù alla colonna (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Gesù condotto al giudizio tra Pilato ed un pretoriano (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Statua dell’Ecce homo dello scultore leccese Eugenio Maccagnani (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Gesù incontra la Madre (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Gesù in croce (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

sono portate a braccio dai soci dell’Associazione per la processione per il venerdì santo (più semplicemente oggi Organizzazione del venerdì santo), i quali, per l’occasione, indossano nere eleganti giacche da cerimonia sulla camicia inamidata e il cravattino nero a farfalla, così come nei versi del sonetto “La purgissione de li misteri” di Nicola G. De Donno:

Ggente tirata a ccira, ncravattata

e ttreppizzi de prèiti a ssimetrìa

[. .. ]

“ttreppizzi de prèiti a ssimetrìa” (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

E Ccristu, e sette spade de Maria,

cantilenati a nnenia scunzulata

su nn’aria a vvalzerlentu de Traviata

su’ rreliggione e ssu’ bburgheserìa

 

La Madonna Addolorata all’uscita dalla settecentesca chiesa (foto di Roberto Panarese, 1987)

 

La Madonna Addolorata (foto di Roberto Panarese, 1987)

 

 

o di Nestore Bandello

 

Cunfraternite in luttu e statue sacre

purtate da Majesi stracallati,

angileddi, cuperte funerarie,

la Croce de Gesù – chiangi ca pati-

Piccoli angeli (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

Piccole Veroniche (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

e di Orlando Piccinno

Pàssane stendardi tutti mbardati,

pàssane fratellanze (.)

visciu pòsima, forkrore paisànu

mistu a ccose sante: imu sbajatu?

No! la ggente se carca ai marciapieti,

li bbasta cu sse custa. Pia canzone

le caruse càntane, citti li preti! …

 

La banda della processione al passaggio dalla piazza (foto di Roberto Panarese, 1987)

 

 

e, infine, nel suggestivo quadro di Rina Durante:

[…] “questi ex contadini, con la faccia cotta dal sole, si calano dentro elegantissimi smokings, e sfilano tra due ali di popolo inginocchiato. tra i merletti neri delle donne, i gigli degli angeli e degli aspiratangeli, portando a spalla le figure della passione, livide, allucinate che sembrano uscite dalla fantasia di Goya, con i maggiorenti che marciano avanti, la banda che accompagna il Cristo, che ondeg-gia tra le ali degli angeli e i pennacchi dei carabinieri in alta uniforme, e non sembra più di stare a Maglie, ma a Siviglia. una Siviglia di molti secoli fa”.

La bara di Gesù scortata da quattro carabinieri in alta uniforme (foto di Roberto Panarese, 1986)

 

La processione[5], che nei primi anni del secolo, sotto la gestione di alcuni mercantuoli o ambulanti, era assai scomposta, divenne invece, una volta affidata alle vigili ed attente cure di un Comitato [6]  per la processione del venerdì santo, la più ordinata e la più importante delle processioni magliesi, la più popolare manifestazione della religiosità magliese insieme con quella dei SS. Medici, specialmente quando a dirigerla trovò abili ed esigentissimi presidenti come il maestro artigiano Giuseppe Panarese (padre di chi scrive), che, tranne i dieci anni passati in Africa orientale, fu presidente dal 1924 al 1968, e fu chi introdusse nella processione la divisa di cerimonia: smoking con petti lucidi, colletto inamidato, gilet bianco, cravattino nero a farfalla, bottone gemello, guanti di pelle bianchi, calze nere e scarpe nere lucide[7].

Il gruppo dei soci dell’Associazione della processione del Venerdì santo, che il 20 aprile 1924 firmò la scrittura privata col priore dell’Arciconfraternita delle Grazie (in basso al centro il presidente Giuseppe Panarese)

 

Questo innesto di matrice borghese nel folclore pasquale – come bene ha colto Nicola De Donno – fu storicamente significativo e non violento; un modo nuovo – secondo noi – di continuare e di aggiornare una tradizione e un tentativo, ben riuscito, di nobilitare con l’abito elegante, la scomposta processione di un tempo, di darle dignità e decoro, ed anche una rara occasione, concessa a contadini e ad artigiani e a commercianti, di ostentare la loro ascesa socio-economica con l’ap-propriazione di strumenti borghesi. La compostezza dignitosa dello smoking diventa parte integrante dell’esibizione, dello spettacolo.

Il presidente Giuseppe Panarese precede i soci che portano la bara di Gesù (1962)

 

L’incedere lento e compassato degli attori in abito nero, tra un silenzio funereo, che il lamento ritmato della banda rende estremamente solenne e carico di spetta-colarità, altro non vuole essere che una simbolica esegèsi della gestualità essen-ziale, della muta recita collettiva, della spontanea drammatizzazione popolare, una mimata decodifica dell’esasperata tensione religiosa per la morte di Cristo.

 

Alcune delle usanze magliesi del secolo scorso o dei primi decenni di questo sono cadute ormai in disuso.

Qui ricordiamo quella della sacra rappresentazione in piazza secondo antiche consuetudini diffuse in Umbria e in altre regioni d’Italia nel XV secolo, come riferisce il De Fabrizio: “Molti anni fa la processione si fermava in piazza, e il predicatore della quaresima faceva rappresentare una devozione, che per lo più terminava con una disputa tra l’arcangelo Michele e il demonio”.

Di questa usanza è rimasto il ricordo in un antico strambotto popolare di Muro, tramandata e raccolta da Piero Pellizzari, direttore del Ginnasio Convitto Capece tra il 1879 e 1’84 (La canzune de Vennardìa santu, “Lo studente magliese”, IV, 6-7, dic. 1882).

 

A mmenzu chiazza se cercâa piatate,

mancu la purgissione nci capìa.

Puggiara Ggesù Cristu cu ssoa Matre,

ogn’àngiulu lu jersu sou dicìa.

Sant’Àngiulu s’ìa misu pe’ ‘ucatu

la parte te lu populu facìa:

“Satana, nu ttantàre le persone,

cu nnu ffaci difridda la diuzione!”.

 

Frammento di quest’antica devozione o rappresentazione drammatica (su un palco o talamo, su cui si erigevano le mansioni, costruzioni di legno indicanti i vari luoghi dell’azione) doveva essere pure – secondo noi – il seguente canto popolare magliese, anonimo, in endecasillabi, pubblicato ne ”Lo studente”, III, 6 (4.4.1881), che vuole essere racconto, dramma e preghiera insieme:

 Na chiterra se fice lu meu Diu,

cu quattru corde la ncurdàau,

la prima e la seconda nu ttinìu,

la terza e la quarta se spezzàu.

La prima foe Giuda e llu tradìu,

la seconda foe Pietru e llu nagàu,

la terza foe Toma e nnu cridìu

ci nu vvitte le piaghe e lle tuccàu.

***

Chiange mo’ la Maria, pòara donna,

ca lu fiju è ssciutu a lla cundanna.

Nu llu spettati cchiùi ca nun ci torna,

è ssciutu sse prisenta a ccasa d’Anna.

Mo se partìa chiangennu la Madonna.

cu bbiscia ci lu tròa a quarche bbanna;

lu scìu cchiàu ttaccatu a nna culonna.

cu lla cruna de spine e corde ncanna.

Quattru palore disse la Madonna:

“Fiju, nnu tte canùsce cchiùi la mamma!”.

 

Un’altra usanza magliese scomparsa, forse perché in stridente contrasto con la mestizia e l’ora di penitenza della processione, era quella di esporre la merce davanti all’ingresso delle botteghe durante il passaggio della processione. Anche i macellai, che per tutta la quaresima erano stati costretti a tener chiuso il locale per la prescritta rigorosa astinenza, come nel detto Duminica su lle parme e all’autra duminica pane e ccarne, e che fin da quel giorno, cioè da venerdì, avrebbero potuto macellare la carne, che si sarebbe venduta non prima della resurrezione, ne mette-vano “in mostra  i tagli, fregiati di stellucce e di carta dorata”.

Pure caduto in disuso, nel primo decennio di questo secolo, fu il cosidetto trapasso, “per cui – riferisce sempre il De Fabrizio – si deve star digiuni da giovedì a sabato santo, con questo patto non molto lusinghiero: chi ci  lascia la pelle, si danna l’anima; chi la scampa si guadagna non so quali indulgenze”.

 

note al testo:

[1]Quest’usanza di far penitenza e di espiare le proprie colpe nel giorno di venerdì santo, con la flagellazione ritmica delle spalle con le discipline (cordicelle nodose a forma di frusta che avevano all’estremità stelle taglienti di rame o di acciaio o, come a Maglie e a Muro, anelli di ferro con punte) era assai diffusa in quasi tutta la Terra d’Otranto e risaliva a certe antiche ed insane pratiche dei Flagellanti o Battuti (Vattenti) o Saccati: E ppoi ncìgnane cu sse dèscene cu lle discipline a rretu le spadde, ca le pòrtane tutte spujacate, e ogne bbotta ca se dàune se zzumpane la carne e ssanguinìsciane tutti. E se pe ccasu c’è quarche nnamuratu e ppassa de nanzi a lla zzita, e nnu lu vite bbonu sanguinisciatu, scumbìnane, nu sse òlune cchiùi, ca dice ca nu ss’ave fattu ‘nore, percé ci cchiùi se scorcia, cchiùi ede bbrau. Per questo i Flagellanti, giunti sotto le finestre della loro innamorata, raddoppiavano vigorosamente i colpi, volendo provare che erano disposti a spargere tutto il sangue in suo onore; “Un colpo per il cielo e un altro per la terra!” (cfr. “Lo studente magliese”, IV, 6-7, Archivio Biblioteca Maglie).

[2]Carmelo Caroppo, Lo spettacolo subalterno nel Salento, in “Tempo d’oggi, IV (19)

[3]L’inno, di sedici versi senari, non sempre rimati, è diviso in due parti. Povero e inconsistente il contenuto, ma intensamente drammatica la musica. Dopo un “adagio quasi lento”, seguito da un “crescendo” di ottoni e percussioni e da un angoscioso ritornello, si conclude con malinconici squilli di ottone.

[4]Luigi Visconti, compose in musica nel 1888 anche i versetti dell’ Inno di Natale per la Congregazione di Maria SS.ma delle Grazie. Fu socio onorario, nello stesso anno, della Società operaia magliese “Patria e progresso”. Nel 1893 aprì in Maglie “una scuola di musica” assai frequentata. (Cfr. Emilio Panarese, Ottocento filarmonico magliese, in “Tempo d’oggi”, VII, 5)

[5]Stando ai documenti dell’archivio dell’Arciconfraternita delle Grazie, che si riferiscono agli anni 1849, 1850, 1876, 1906 e 1907 (per i quali rimandiamo all’Appendice), assai semplice è stata sempre la processione del venerdì santo sino al 1924: il trasporto della sola “barella di Cristo morto secondo l’antica consuetudine” e quello, nel 1850, della statua di Cristo all’orto era affidato per pochi ducati a dei devoti. Nel 1901 compaiono, per la prima volta, “quattro splendidi lampioni fatti costruire a Milano, del valore di L. 400” e, nel 1907 , una banda ben organizzata diretta dal maestro Giuseppe Miglietta.

[6] Secondo lo statuto, i soci eleggono il comitato, il quale, a sua volta, si sceglie il presidente, che dura in carica cinque anni e che può essere anche rieletto più volte. I soci, che negli anni 1924-30 erano solo 30, sono oggi 101. Ad essi si sono aggiunti 35 piccoli soci. Dal 1924 ad oggi il Comitato ha eletto come presidenti Giuseppe Panarese (anni 35), Ettore Morelli (anni 10), Otello Spertingati (anni 7), Oronzo Piccinno (anni 8), Mario Puzzovio (anni 5). I soci hanno partecipato, meno che negli ultimi anni, anche alla processione del Giovedì santo (visita ai sepolcri). In questa occasione usavano il cravattino bianco. La processione del venerdì santo si è svolta sempre di mattina; di pomeriggio, dal 1951 in poi. Da alcuni anni al gruppo delle statue si è aggiunta quella di Cristo e Pilato.

[7]Cfr. la scrittura privata del 20.4.1924, firmata dal priore della Confraternita delle Grazie, Augusto De Donno, e dai trenta soci dell’Associazione della processione del venerdì santo: i firmatari si obbligavano dal 30 aprile 1924 sino al venerdì santo del 1930, senza interruzione “di portare il simulacro di Cristo morto, di lasciare a beneficio dell’Arciconfraternita un obolo annuale di L. 300 nella prima domenica di quaresima, di donare tutta la cera portata in processione e la bara nuova montata al completo in quell’anno”. Si addossavano inoltre tutte le spese occorrenti “per la musica e il canto, secondo l’antica tradizione”.

[estr. da “Riti e tradizioni pasquali in un paese del Salento (Maglie)”, Erreci edizioni, Maglie, 1989, 3° vol. della “Collana di saggi e documenti magliesi/salentini” fondata e diretta da Emilio Panarese; e in “Maglie. L’ambiente, la storia, il dialetto, la cultura popolare”, Congedo editore, Galatina, 1995, pp.366-371 – Bibliografia consultabile alla pagina http://emiliopanarese.altervista.org/pg015.html]

Gallipoli e il suo Malladrone

Il Malladrone di Gallipoli
Il Malladrone di Gallipoli

di Francesca Fontò

La chiesa di S. Francesco d’Assisi, in riviera Nazario Sauro a Gallipoli, è la più antica del centro storico. La tradizione popolare ne attribuisce la fondazione allo stesso S. Francesco nel 1217.
La chiesa venne eretta nel XV secolo dai francescani ed è stata interamente rimaneggiata alla fine del XVI sec, con l’arrivo a Gallipoli dei frati riformati. La facciata in carparo è del 1736. L’interno maestoso è scandito da tre navate, interamente abbellito di stucchi nel primo ventennio del ‘700.
Questa chiesa è molto cara ai gallipolini che la chiamano la “Chiesa tu ‘Mmalatrone”- la chiesa del cattivo ladrone- o, più semplicemente, “ Mmallatrone”.
Entrando in chiesa, alla nostra destra si apre la cappella funeraria degli spagnoli che apparteneva alla famiglia Gorgoni, ceduta alla moglie di don Giovanni Della Cueva, Anna Massa Capece (baronessa di Collepasso) nel 1680 con il vincolo di non spostare il dipinto di San Francesco, ivi presente, in nessun’altra chiesa di Gallipoli.
Il regio castellano di Gallipoli, Giuseppe Della Cueva, vi fece collocare all’interno un Cristo Morto in legno, con ai lati il buon ladrone, Disma ed il cattivo ladrone, Misma, entrambi crocifissi.
I ladroni sono delle figure abbigliate in stoffa, con testa, mani e piedi in legno. La leggenda narra che il peccato del Mal Ladrone fosse così intenso da corrodergli non solo l’anima, ma anche le vesti che realmente si laceravano, tanto da dover essere periodicamente sostituite.

La religiosità dei gallipolini si respira ancora oggi, soprattutto nella Settimana Santa e nelle ricorrenze dei santi protettori rigorosamente onorati e festeggiati ed è sorprendente la riverenza per il Malladrone, materializzazione della tentazione e del demonio per antonomasia. I delinquenti sono per sfortuna, nella storia più prestigiosi e più conosciuti, ecco perché tanta gente da diversi luoghi è incuriosita dal Malladrone, il nostro “illustre concittadino”, che oltre venti secoli fa per superbia non volle ascoltare il Signore mostrandosi disdegnoso, rabbioso e saccente.
Anche Gabriele D’Annunzio, che senti parlare del “Mal ladrone” di Gallipoli volle vederlo, ma nel cuore della notte e con una candela che illuminava il solo volto, ne rimase così colpito da definirlo di orrida bellezza.
Il ghigno di Misma, secondo la credenza popolare, sarebbe costituito dai denti veri di un condannato a morte(anche se nel recente restauro si è constatato che i denti sono di legno) ed è così malefico che va riconosciuto il merito dell’ignoto artista, per aver raffigurato in maniera così efficace il peccato e la cattiveria di Misma.

L'altro ladrone
L’altro ladrone

La chiesa dopo oltre 10 dieci anni di lavori è stata riaperta al culto nel settembre del 2005 e durante il restauro si è avuto modo di verificare che il muro su cui poggia la croce del “Mal ladrone”, essendo più esposto all’azione del mare, viene attraversato dalla salsedine che, invisibile, ne deteriora le vesti, anche se noi preferiamo restare ancorati alla credenza popolare che vuole identificare nel logorio delle vesti di Misma, il logorio dell’anima corrosa dal peccato.

Il pane dell’abbondanza

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di Giuseppe Virgilio

Fino a quando la società galatinese ha conservato il carattere della ruralità, è stato uso corrente fare il pane casareccio nel forno rionale, una costruzione a volta con un’apertura (la bocca) verso l’esterno. Il pane casareccio ha comportato l’impiego di tutte le componenti del frumento e non della sola farina. A Galatina hanno una tradizione il forno de la Nunna Cia presso l’arco della Porta Luce, il forno de lu Cuncertu alla via Ottavio Scalfo, e quello de lu Turinu rretu lu Parma presso la stazione.

La fornaia ha fatto anche da bracina, per usare un termine toscano, cioè ha venduto per pochi soldi al vicinato la brace e la cenere per l’imbiancatura dei panni col ranno, il cosiddetto bucato, che si è fatto versando l’acqua bollente sulla cenere. Per la famiglia contadina galatinese il giorno del pane è stato un momento tolto alla monotonia e all’oppressione del quotidiano. Esso ha fatto saltare il continuum della storia in quanto tempo comunitario. Nei locali del forno, in un’economia povera di scambi, si è celebrato l’incontro di molte famiglie contadine, che si sono date reciproco aiuto nell’impastatura e nella confezione del pane. Appena il pane è sfornato, ancora odoroso e fumante, un ragazzo, per commissione del capo famiglia o della moglie di questi, ne distribuisce a prova uno o due pezzi tra i parenti e nelle famiglie del vicinato, in proporzione di quanto a suo tempo gli attuali donatori hanno ricevuto. È come il compimento di un rito, un modo di rispettare il diritto di ciascuna famiglia e le leggi stabilite dal mos maiorum, ed anche un momento in cui si afferma la solidarietà comunitaria della classe subalterna. Nella società arcaica rurale, in forza del principio della ripartizione comunitaria, questo fenomeno culturale, dall’importante funzione simbolica socializzante, acquista il significato antropologico di equa distribuzione del pane casareccio tra i parenti e le famiglie del vicinato, così come presso le società primitive si distribuiva equamente il prodotto della raccolta fra tutti i membri della comunità, come garanzia contro il rischio di carestie collettive derivanti o da scarsa raccolta di cibo o da altre circostanze avverse.

Il significato socializzante del pane si configura perciò come una difesa culturale di fronte al rischio della miseria, sicché mantenere e rafforzare i legami sociali è diventato in questo caso compito di primaria importanza. Da ciò deriva che al consumo del pane si connette una sua funzione rituale. Si ricordi il divieto di buttare via persino una briciola, l’obbligo di mangiare anche il pane col verde della muffa, quand’è stato vicino a corrompersi. Ed è ancora empietà lasciare sul desco il pane capovolto.

Ricordiamo poi l’opposizione tra il mestruo e la manipolazione del cibo, per cui nella cultura contadina la donna, durante la mestruazione, è tabuizzata, cioè è sottoposta all’interdetto magico-religioso di compiere alcune azioni, ed in particolare di manipolare il cibo, poiché, cucinando in quello stato, poteva anche avvelenare il marito. Il pane viene quindi confezionato in uno stato di assoluta “purezza”, che nobilita ancor più dal punto di vista simbolico il gesto del dono.

Per il rito della cena, durante la settimana di Pasqua, viene distribuito il pane azzimo, cioè impastato senza lievito. Il contadino di Galatina lo tiene in serbo e lo utilizza soltanto in occasione di violenti temporali, allorché ne getta un pezzo nella bufera recitando la preghiera corale:

Àzzate San Giuvanni e nun durmire

ca visciù ttre nuveie caminare:

una de acqua, una de vientu,

una de tristu maletiempu.

Nella sfera cristiana è stata traslata una forma pagana di vita religiosa, allorché gli dei sono stati sottoposti all’ordine del cosmo, ed i rituali hanno stabilito un legame di reciprocità fra la divinità e gli uomini. E così la tempesta si placa perché l’uomo ha spartito con gli dei o col santo il pane che protegge e scampa da ogni pericolo, e da questo reciproco rispetto è derivata anche l’aspettativa dell’abbondanza, più che dal lavoro e dallo sforzo individuale e collettivo.

Durante il fascismo a Galatina, essendo accentuato il contrasto tra il ceto contadino e la classe dominante, il dono del pane assume il significato profondo della coesione del ceto subalterno contro due classi sociali: quella dei signori e quella dei mercanti. I primi sono gli appartenenti al ceto agrario, ed hanno costruito la loro egemonia attraverso la scuola, la religione, la pubblica amministrazione ecc.. I signori possono anche essere di origine contadina, purché abbiano perduto la loro originaria forma di moralità e sappiano adeguarsi allo stile di vita della classe egemone. I secondi, i mercanti, noi li ricordiamo durante il fascismo, il giovedì, durante una tappa dei loro traffici. Hanno esposto la mercanzia davanti alla chiesa dell’Immacolata. Hanno avuto volta a volta i modi del signore e quelli del villico, ma ai contadini hanno dato sempre l’impressione di essere venuti a rastrellare sistematicamente le risorse locali. Si fa riferimento al commerciante di cereali e di legumi, di carni e di altri prodotti dell’allevamento. Il commerciante locale di derrate alimentari e di altre merci non prodotte in loco, il bottegaio, è già una figura diversa, benché simile, ma più domestica, più su misura locale, più controllabile e prevedibile. Certamente quella del bottegaio è stata una categoria più vicina ai signori ed ai mercanti che al contadino, il quale non ha mai compreso né ammesso che il denaro, comunque anticipato ed investito, possa riprodursi su se stesso con l’usura. La stessa compravendita è sempre apparsa al contadino un’imposizione simile a quella dei prelievi baronali, signorili, fiscali e decimali.

(tratto dal libro “Memorie di Galatina…)

Ciclo-escursioni al ritmo lento delle due ruote…

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Per chi volesse scoprire il nostro territorio in maniera alternativa,
al ritmo lento delle due ruote, Salento Bici Tour, organizza una serie
di ciclo-escursioni per la settimana santa e il giorno di pasquetta.
Le escursioni fanno parte della rassegna “Discovering Puglia”,
coordinata dall’assessorato regionale al Turismo.  I Percorsi sono
facili, adatti a tutti, e prevedono numerose soste per visitare punti
di interesse storico culturale e paesaggistico di grande rilevanza.
Salento Bici Tour mette a disposizione fino a 25 biciclette per chi ne
fosse sprovvisto previa prenotazione (329 127 30 10). Si può anche
partecipare con bici propria.

Ecco il programma nel dettaglio:

Venerdì 29 marzo: “Lecce e le masserie del feudo di Cerrate” Partenza:
9.00 stazione FS di Lecce. Lunghezza itinerario: 34 km. Difficoltà:
facile

Appuntamento alle ore 9.00 presso il piazzale della stazione a Lecce.
Assegnate le bici, si abbandona Lecce attraversando Borgo S. Nicola
per poi imboccare strade di campagna. Sostiamo a vedere la Chiesa di
S. Maria d’Aurio, unica superstite dell’omonimo insediamento a casale
bizantino, e la vicina torre cinquecentesca di difesa, detta “dei
cavallari”. Procedendo in direzione Torre Rinalda e attraversando il
parco eolico ci imbattiamo nelle numerose masserie fortificate che
caratterizzano l’agro leccese. Dopo aver costeggiato lo splendido
uliveto secolare della masseria Monacelli raggiungiamo l’abbazia di S.
Maria a Cerrate, uno dei monumenti più importanti del romanico
pugliese, per secoli centro nevralgico di produzione culturale
bizantina. Al suo interno pregevoli affreschi a testimoniare il
radicamento del rito greco in questa terra. Visitiamo anche, nel
complesso dell’abbazia, un frantoio ipogeo e il Museo delle Tradizioni
Popolari, al cui interno sono custoditi strumenti e testimonianze
varie della nostra civiltà contadina. Raggiungeremo poi la masseria
Provenzani, attualmente una struttura ricettiva, dove ci verrà offerto
un piccolo rinfresco e sosteremo per un po’. Una volta “rinfrescati”
torneremo lentamente verso Lecce, sempre su strade di campagna, prima
del calar del sole. E per gli irriducibili, alle 18 appuntamento a
Porta Napoli per la Critical Mass!

Sabato 30 marzo: “Lecce, Le Cesine, Acaya” Partenza: 8.45 stazione FS
di Lecce. Lunghezza itinerario: 42 km. Difficoltà: facile
(in collaborazione con Oasi WWF ‘Le Cesine’)

Appuntamento alle 8.45 nel piazzale della stazione di Lecce. Assegnate
e regolate le bici, ci lasciamo alle spalle la città e, su stradine di
campagna, andiamo dritti verso Le Cesine dove ci aspetta una visita
guidata gratuita dell’oasi protetta di circa un paio d’ore. Zona umida
di primaria importanza, Le Cesine è una Riserva Naturale dello Stato
nella quale crescono varie specie vegetali protette (lista rossa
nazionale e regionale) e dove una variegata avifauna trova rifugio per
nidificare. A seguire potremo consumare il pranzo al sacco negli spazi
della masseria dell’Oasi WWF. Si riparte poi pedalando nell’agro di
Vernole, fermandoci in una masseria nei pressi di Strudà dove ha sede
uno degli uliveti secolari più antichi del Salento: pare che alcuni
esemplari superino i 1000 anni di età! Sulla strada del ritorno ci
fermiamo ad Acaya per una visita al borgo fortificato e
(facoltativamente) alla mostra su Roca Vecchia allestita nelle sale
del castello (3 €, ingresso ridotto). Rientreremo in città prima del
calar del sole.

Lunedì 1 Aprile: “Pasquetta in bicicletta a Otranto”. Partenza: 9:00
Stazione FSE di Otranto. Lunghezza itineario: 32 km circa. Difficoltà:
Facile

Appuntamento alle h 9.00 nel piazzale antistante la stazione FSE di
Otranto. Risaliamo la valle dell’Idro, antico fiume che ha dato il
nome alla città, lungo un piacevole sentiero sterrato, e passiamo
dalla cripta di Sant’Angelo, uno dei tanti luoghi di culto di epoca
bizantina scavati nella roccia friabile del Salento. Dopo una visita
al laboratorio di tessitura tradizionale de Le Costantine raggiungiamo
Giurdignano, centro nevralgico del giardino megalitico del Salento; in
quest’area infatti si concentrano numerosi dolmen e menhir,
testimonianze ancestrali della presenza umana sul territorio,
monumenti carichi di fascino e di mistero. Ne visiteremo alcuni, su
splendide strade di campagna dominate dagli ulivi. Passeremo anche dai
cosiddetti “massi della vecchia”, imponenti megaliti naturali di
notevoli dimensioni. A Specchia Gallone sosteremo per il pranzo presso
il panificio Caroppo, dove visiteremo anche l’immenso forno di pietra.
Sarà possibile, previa prenotazione, pranzare a 10 €. Chi preferisce
consumare un proprio pranzo al sacco lo potrà fare, saremo comunque
tutti insieme negli spazi all’aria aperta del panificio. Nel
pomeriggio ritorneremo verso Otranto lungo suggestive stradine di
campagna, e concluderemo l’escursione con una visita ai principali
monumenti del centro storico.

Tutte le escursioni sono gratuite. Maggiori info su
www.salentobicitour.org/it  e http://discovering.viaggiareinpuglia.it/


Salento Bici Tour
P.zza Martiri Ungheresi 27
73042 Casarano
Lecce, Italy
*+39 346 08 627 17 (Carlo)*
*+39 392 114 40 73 (Giulia)*
*+39 329 127 30 10 (Francesco)*

Il cammino dei Perdoni (quarta ed ultima parte)

Il Pellegrinaggio ai Sepolcri

Posta di perdoni in adorazione davanti al repositorio

Sono le 15 del Giovedì Santo, il Pellegrinaggio ai Sepolcri sta per avere  inizio e con esso si aprono i riti della Settimana Santa di Taranto.

Dal portone principale della Chiesa del Carmine, in piazza Giovanni XXIII, escono le poste dirette a far visita ai Sepolcri allestiti nelle chiese della città vecchia; le poste dirette ai Sepolcri della città nuova escono invece dall’ingresso della sagrestia, in via Giovinazzi. L’uscita della prima posta, è fissato per le ore 15 del Giovedì Santo, seguono poi a intervalli regolari le altre coppie di perdùne – in tutto sono circa cinquanta. I confratelli avanzano a passo lentissimo, alzando quel tanto che basta, ora l’uno, ora l’altro piede, per farlo ricadere quasi sullo stesso punto della strada, accompagnandosi con un tipico, estenuante, dondolio  chiamato ‘a nazzecàte. Il completamento dell’intero percorso può richiedere così diverse ore – pur essendo relativamente breve – e il Pellegrinaggioprosegue per tutta la serata fino alla mezzanotte, per riprendere poi la mattina presto del Venerdì Santo e concludersi intorno alle undici. Può capitare, la mattina del Venerdì Santo, che i confratelli del Carmine incrocino quelli dell’Addolorata, ancora intenti nella loro Processione, uscita la mezzanotte del giorno prima dal Tempio di San Domenico nella città vecchia; quando ciò avviene si genuflettono in segno di riverenza davanti alla Croce dei Misteri e alla statua dell’Addolorata.

L’ultima posta ad uscire dalla Chiesa del Carmine nella tarda serata del Giovedì Santo prende il nome di ‘u serrachiése ad indicare il compito di chiudere, serrare, le chiese per l’approssimarsi della notte. Nicola Caputo – noto studioso e appassionato cultore delle tradizioni tarantine, che ai riti della Settimana Santa ha dedicato numerose opere – avanza a tal proposito una suggestiva ipotesi: il termine serrachiése potrebbe derivare anche da

Questo Salento così bello quanto maltrattato

il-delirio-dellimpotenza-idiozie-nel-paesaggio-di-porto-miggiano1

di Gianni Ferraris

Guardando mare mosso un pomeriggio a Castro. Mentre il vento (scirocco…scirocco…scirocco) picchia sulla costa proprio di fronte. E meno male che c’è punta Mucurune che ripara per quel che può e sa fare. Dietro la punta c’è Zinzulusa, la grotta che si va a vedere, bisogna andarci prima o poi, anche se sopra hanno costruito una improbabile piscina. Poco oltre c’è Santa Cesarea con il bar con scritte in ebraico e un’amministrazione che si fa sequestrare un pezzo di costa perché la maltratta, dicono i giudici che la vogliono scippare alle persone tutte per farne scalo di pochi (ricchi ricchi ricchi).
A Porto Miggiano ci andavo gli anni passati, era bello farci il bagno, entravi in una cava ed avevi ombra e sole, sole ed ombra. Non c’era mai troppa gente, era bello, allora. Ho visto giocare bimbi ed ho parlato con altri non amanti della sabbia che penetra anche nel cervello. Neppure amano le sdraio e quelli che ti fanno fare ginnastica in acqua, tutti a tempo, chi sgarra è fuori. Sugli scogli trovavo salentini che amano il Salento. Poi i cementificatori vinsero la causa e costruirono una cosa, un crimine contro il buon senso (la legge consente…. L’amministrazione comunale consente e plaude…) , hanno fatto tre piscine che guardano il mare, fra i più belli di Puglia. Tutti affacciati a vedere approdare i ricchi con le loro barcone. Che bello che bello che bello… Mica come i pezzenti che si tuffano nelle acque blu, noi stiamo nelle piscine e guarda come ci divertiamo…. Balliamo la lambada tutti assieme, tutti a tempo (chi sgarra è fuori), noi facciamo notte in discoteca.  A fianco delle piscine tristi c’è un ristorante, ci entrai una volta a guardare. Stupito, attonito, incredulo, rassegnato. Pareva la casa di un arricchito che compra tutte le cose più appariscenti per far vedere che è ricco. Il kitch mi pare si chiami. Chi non ha pochi anni dovrebbe ricordare le FIAT 600 con il coprivolante di pelo finto leopardo… Ecco, la filosofia è la stessa. Parlavo con un signore che si apprestava a pescare in quel che rimane di Porto Miggiano,  accanto a quella colata di cemento per arricchiti. Mi diceva che lui si, da moltissimi anni viene lì con la sua canna, mi diceva che è vero, prima era bello, “ora scavano ovunque e l’amministrazione comunale plaude”. Plaude e dà concessioni. Sono stato sopra Porto Cesareo, a vedere le nuove terme. Uno scempio di spreco di denaro pubblico, un altro insulto al buon senso. Ho visto una piscina coperta immensa abbandonata, ho visto vetri rotti e infissi (mai utilizzati) deturpati da vandali e dall’incuria e dall’abbandono. Ho visto il disastro dell’amministrazione pubblica.

A Castro Marina il mare si incazza. Non ha mica torto.

Pensavo, mentre un’onda più alta faceva schiuma sugli scogli, a cosa si intende per turismo. La mattina ero andato con il FAI a vedere il convento dei francescani a Lequile. Bello, peccato per quella meravigliosa tela in chiesa deturpata da qualche sciagurato sedicente restauratore. Ed ho visto la biblioteca. Cinquecentine, seicentine,  tutte sugli scaffali, tutte belle da vedere, tutte erose da tarli con polverina che scendeva. “Non toccate, sono preziosi” diceva la guida. “Non tocchiamo, si sfaldano solo a guardarli” sibilavo ad un amico che era con me. Questa vera ricchezza lasciata allo sfascio del tempo perché “mancanoisoldiperrestaurare” e dietro punta Mucurune (tristanzuola per le violenze che vede) non mancano i soldi per deturpare la costa.   Ecco, il turismo giusto e bello e sano qual è? Chi arriva fin qui cerca una piscina o vuole respirare Salento?  Ci vogliono far credere che turismi siano notti tarantate? Mah, saranno anche quelle, con le sagre e tutte le pittule del mondo, a noi però Porto Miggiano con il suo faro che era solo soletto a guardare l’Albania nessuno lo ridarà più, a tutti noi. Rimarrà quello scempio di ristorante finto ricco per ricchi, resteranno improbabili piscine per esporre culi e tette, e rimarrà l’amarcord del pescatore e di qualche turista che è venuto qui 10 anni fa, prima che la demenza da cemento prendesse tutti. Certo, tutto è PIL, anche la droga produce PIL, anche il gioco d’azzardo. I tarli potrebbero produrne se qualcuno volesse mettere in sicurezza quel che rimane di quei libri prima che evaporino. E se facessimo creare un po’ di PIL ai restauratori?  Chissà che direbbe il mare di Castro se potesse parlare, probabilmente se la prenderebbe con amministratori incapaci di pensare a qualcosa di diverso dal fare cassa con le strisce blu che fra un po’ mettono anche nei cortili privati.

Mentre in qualche parte di questo Salento così bello quanto maltrattato, c’è chi pensa a fare poesia, a scrivere libri che non leggeranno certo quelli delle piscine di Porto Miggiano, loro leggono “Chi” per sapere del gossip, per capire se quest’anno è meglio il perizoma verde smeraldo e andare senza mutande perchè fa tanto trandy.

E facciamo poesia allora! A Racale l’altra domenica hanno letto per le strade, autori e attori leggevano brani di opere d’altri autori. E c’era gente nonostante il freddo pungente, c’era voglia di ascoltare poesia. A Lecce, nel corso, c’è il signore che suona il suo pianoforte piccino picciò che fa da sottofondo ai tuoi passi, li candenza. Poi c’è il ragazzo con il cane che ti chiede pochi centesimi. Lui nelle piscine non ci va, preferisce il mare. Mi piace trovare lui a fianco, facendo un bagno fra onde e schiuma. Tornando da Castro notavo come funzioni in questi luoghi la raccolta differenziata (altro che a Lecce che per trovare un cassonetto per la plastica devi viaggiare un bel po’), qui raccolgono porta a porta. Ebbene si, nonostante questo ogni piazzola di sosta è colma di rifiuti abbandonati. Chi abbandona sacchetti non va al mare, va nelle piscine da dove vede il mare là sotto e dice “che bello il panorama da qui, noi ricchi siamo fatti così, guardiamo là sotto quelli che annaspano. E non hanno neppure un tatuaggio sulle chiappe, che pena”.

“Lunes dla marenda” e “Pascareddha”: Torino chiama, Nardò risponde

di Armando Polito

Édouard Manet, Le Déjeuner sur l’herbe (1863), Museo D’Orsay, Parigi
Édouard Manet, Le Déjeuner sur l’herbe (1863), Museo D’Orsay, Parigi

 

Poco meno di due settimane fa Sergio Notario, un amico torinese doc, affezionato frequentatore di questo sito, mi ha inviato in dono per il mio compleanno una sua poesia in dialetto piemontese con allegata traduzione in italiano. Una ghiotta occasione per la nascita dell’irresistibile voglia di tentarne la versione nel dialetto neretino e, siccome è meglio che i peccati si scontino su questa Terra, ho pensato di dare a chiunque leggerà il post parzialmente quanto meno la garanzia (che, però, dovrà essere convalidata dal Padreterno …) che non andrà sicuramente all’Inferno; chi poi volesse non correre rischi nemmeno col Purgatorio deve solo leggerlo integralmente, note comprese.

In queste ultime ho tentato di mettere in risalto i punti di contatto tra la realtà piemontese e la nostra, non solo quelli linguistici ma anche comportamentali, morali e, per non appesantire il tutto, ho fatto spesso riferimento, ogni volta che ho potuto, riportando il relativo link, a qualche mio lavoro precedente. Sarò grato a Sergio e a chiunque rileverà qualche inevitabile errore commesso in questo mio audace tentativo. Voglio sanamente presumere che  la lettura del post, anche se esso non giunge a conclusioni trascendentali,  farebbe comunque bene a tutti coloro, del Nord, del Sud (e pure del Centro) che, con l’alibi dell’omologante globalizzazione e della cieca difesa delle realtà territoriali, arroccati (per quanto riguarda il nord e il sud) gli uni nell’accusa di parassitismo e gli altri in un atteggiamento di anacronistico (ma non antistorico …) revanchismo, rischiano di mandare definitivamente in frantumi un’Italia già pericolosamente lesionata. Non esiste altra strada, secondo me, per fare in modo che l’intenzione della Pasqua, intesa anche nel significato laico di nuovo Rinascimento, non diventi rapidamente prima una Pasquetta e poi una Pasquina capace di ispirare, tutt’al più, una pasquinata …

Claude Monet, Déjeuner sur l'herbe (1866), frammento destro, Museo D’Orsay, Parigi
Claude Monet, Déjeuner sur l’herbe (1866), frammento destro, Museo D’Orsay, Parigi

"Claude

Pablo Picasso, Colazione sull’erba (stampa, 1962), Museo Picasso, Parigi
Pablo Picasso, Colazione sull’erba (stampa, 1962), Museo Picasso, Parigi

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* Anagramma quasi perfetto (manca una o e in dialetto torinese dovrebbe significare Topo campagnolo Tre Noci) del nome dell’autore.

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1 Anche nel dialetto salentino merenda è marenda; vedi nota 28.

2 Alla lettera in italiano sarebbe schiaffèggiale.

3 La voce italiana foneticamente e semanticamente più vicina sarebbe ghiotta; Ghiotto è dal latino classico gluttu(m)=deglutizione, assunto, però, con riferimento alla persona che compie l’atto. La voce latina, a sua volta, è per sincope da glutìtum o gluttìtum, participio passato di glutire  o gluttìre=inghiottire, soffocare. Quanto all’etimo di galupa ecco quanto si legge nel Nuovo dizionario piemontese-italiano di Giovanni Pasquali, Moreno, Torino, 1870, pag. 200:

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La definizione abbastanza confusa del Pasquali non mi fa capire come sarebbe avvenuto l’imponente slittamento semantico da “servo d’armata” a “vile” e poi a “ghiotto”.  Direi che tale slittamento non è certamente presente nelle due ricorrenze della voce, riferita a Renzo,  nella  redazione 1827 de I promessi sposi: (cap. XI)  –Le gride son tante! pensava don Rodrigo: e il dottore non è un’oca: qualche cosa che faccia al mio caso saprà trovare, qualche garbuglio da azzeccare a quel galuppo birbone: altrimenti gli muto il nome–; (cap. XVIII) Il conte Attilio partì immediatamente, animando il cugino a persistere nell’impresa, a spuntare l’impegno, e promettendogli che dal canto suo egli porrebbe tosto mano a sbrigarlo del frate, al che il fortunato accidente del galuppo rivale doveva fare un gioco mirabile.

Oltretutto il latino calo/calònis  avrebbe propiziato col suo accusativo calònem  un esito ben diverso. Credo che il Pasquali si sia lasciato condizionare da quanto si legge al lemma calo  nel glossario del Du Cange:

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Nel secondo rigo, tra i sinonimi, compare lixa,  in latino sinonimo di vivandiere o cuoco al seguito dell’esercito; subito dopo compare calo, sinonimo di servo, portabagagli di soldati, mozzo di stalla. Confondendo i significati delle due voci non è difficile passare da vivandiere  o cuoco  a ghiotto  (anche se il cuoco, tutt’al più, assaggia, non divora …), ma, a parte la forzatura concettuale,  rimane il problema fonetico prima prospettato.

Ecco come il lemma è trattato nella versione digitale del Vocabolario etimologico di Ottorino Pianigiani:

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Il lettore noterà che, a parte la diversa etimologia,  per galuppo è scomparso il significato di ghiotto presente nel Pasquali. Quest’ultimo, tuttavia, ha ragione quando afferma l’uso di ghiotto  per vile o di mal affare; eccone alcuni esempi in ordine cronologico:

Luigi Pulci, Morgante: (cantare III, ottava 66, vv. 6-7) tu debbi esser un ghiotto sanza fallo. -/Disse Rinaldo: – Come io sarò ghiotto/ tu mel saprai dir meglio al primo botto. –; (cantare IV, ottava 29, v. 8): –Tu debbi essere un ghiotto o furatore-; (cantare XXVI, ottava 117, vv. 1-2) Io non t’adorerò più in Pagania,/traditor, ghiotto, pien d’ogni magagna!

Nello stesso autore e nella stessa opera, però, ghiotto  compare pure in un contesto in cui può ambiguamente assumere anche il significato più noto: (cantare  XVIII, ottave 123-124: La gola ne vien poi drieto a questa arte./Qui si conviene aver gran discrezione,/saper tutti i segreti, a quante carte,/del fagian, della starna e del cappone,/di tutte le vivande a parte a parte/dove si truovi morvido il boccone;/e non ti fallirei di ciò parola,/come tener si debba unta la gola./S’io ti dicessi in che modo io pillotto,/o tu vedessi com’io fo col braccio,/tu mi diresti certo ch’io sia ghiotto;/o quante parte aver vuole un migliaccio,/che non vuole essere arso, ma ben cotto,/non molto caldo e non anco di ghiaccio,/anzi in quel mezzo, ed unto ma non grasso/(pàrti ch’i’ ‘l sappi?), e non troppo alto o basso; (cantare XIX, ottava 96)  Poi ne spiccò di quel cammello un quarto,/e disse: – Io intendo il mio conto vedere:/guarda s’io taglio a punto come il sarto./Tegnàno in man, ch’io veggo il cavaliere;/ma pur dal giuoco però non mi parto,/ch’io so che l’ossa non ci ha a rimanere;/e’ non è cosa da star teco a scotto:/tu se’ villano e disonesto e ghiotto-. Qui metaforico sembra il valore della voce in questione: (cantare XXI, ottava 104, vv. 3-4) a que’ romiti venìa capitando,/dove alcun ghiotto i buon bocconi sconta.

Sembrerebbe, invece, coinvolgere, data la presenza contestuale di porco, solo la gola: (cantare XIX, ottava 86, vv. 1-4) Tu m’hai a mangiare un dì poi, come l’Orco./Questa è stata una cosa troppo strana,/un atto proprio di ghiotto e di porco,/quel c’ha fatto la gola tua ruffiana!.  Inequivocabile, invece, il riferimento alla gola: (cantare XXV, ottava  325) Agotile, appellato caprimulgo,/poppa le capre sì che il latte secca;/e chite, uccello ignorato dal vulgo,/la madre e ‘l padre in senettute imbecca;un altro è appellato cinamulgo,/del qual chi mangia, le dita si lecca:/e non ispari il ghiotto questo uccello,/perché di spezierie si pasce quello. 

Ludovico Ariosto, I suppositi  (atto I, scena IV): Ah ghiotto! Io ti domando che tu m’insegni Erostrato; (atto III, scena I): Come siamo a casa, credo ch’io non ritrovarò de l’uova che porti in quel cesto uno solo intero. Ma con chi parlo io? Dove diavolo è rimasto ancora questo ghiotto? Sarà restato a dar la caccia a qualche cane o a scherzare con l’orso. A ogni cosa che truova per via, si ferma: se vede facchino o villano o giudeo, non lo terrieno le catene che non gli andasse a fare qualche dispiacere. Tu verrai pure una volta, capestro: bisogna che di passo in passo ti vadi aspettando. Per Dio, s’io truovo pure un solo di quelle uova rotte, ti romperò la testa; (atto IV, scena II): Ben sai che gli è gran fatto, ghiotto fastidioso; (atto V, scena V): Ti darà un laccio che t’impicchi, ghiotto, ribaldo che tu sei … Che io sia ghiotto , tel confesso, ma ribaldo no: hai torto dirmi così, che servitor ti sono.

Sulla scorta degli esempi forniti ora sembrerebbe più agevole ipotizzare la seguente trafila ghiotto>avido>ribaldo, ma rimane insormontabile il problema del diverso esito fonetico.

Una soluzione del problema può essere intravista in Claudio Ermanno Ferrari, Vocabolario bolognese-italiano, Tipografia della Volpe, Bologna, 1835, pag. 289, al lemma galuppein:

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Il significato bolognese di scroccone (oggi in francese galopin significa ragazzo un po’ sfrontato) potrebbe rappresentare il trait-d’union tra il latino medioevale galuppus  e il piemontese galup, confermando quanto già letto nel Pianigiani; il galuppus riportato dal Du Cange, sarebbe, perciò, di origine francone, proprio come galoppo che è dal francese galoper, a sua volta dal francone wala hlaupan =saltare bene.

Ulteriore conferma sembrerebbe venire da quanto si legge in Éric Chaplain, Dictionnaire gascon-béarnais français: ancien & moderne : 25000 mots, Editions des regionalism, Cressé, 2010, pag. 123: galupinar vedi avaler, dévorer e in rete all’indirizzo http://occiton.free.fr/gascon.php

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4 L’immagine della frittata rognosa può sembrare repellente e stomachevole ma all’aggettivo, a parer mio, può essere attribuito un duplice riferimento: all’aspetto finale del piatto ma soprattutto al fatto che esso è un tipico esempio di cucina povera, quasi “spregevole”,  addirittura “rognosa”.  Credo che paradossalmente la crisi in atto renderà simpatico pure questo aggettivo togliendogli gran parte della sua valenza spregiativa. Riconosco, infine, che la resa di rognosa con tutta bolle bolle non è delle più felici, ma non son riuscito a trovare nulla di meglio. L’idiomaticità dell’espressione è sottolineata da Ippolito Nievo (Le confessioni di un ottuagenario, cap. II): Un giorno che era alla sagra di Ravignano oltre Tagliamento e che si ballava in piazza sul tavolato, io mi presi lo spasso di farmi beffe di alcune Cernide dei Savorgnani che venivano a tutelare il buon ordine della fiera collo schioppo in una mano, e con un tovagliolo nell’altra pieno di ova, burro e salame, per fare, come si dice, la frittata rognosa.

immagine tratta da http://www.foodandwine.com/images/sys/salami-frittata-qfs-r.jpg
immagine tratta da http://www.foodandwine.com/images/sys/salami-frittata-qfs-r.jpg

5 Corrisponde all’italiano cotta.

6 Corrisponde all’italiano proda.

7 Corrisponde all’italiano arrostita.

8 Accrescitivo di mica=pagnotta; mica è dal latino mica(m)=briciola, il che giustifica anche il suo uso avverbiale come equivalente a per niente.

9 La locuzione è anche il titolo di un’opera letteraria: Nino Autelli, Pan d’ coa. Legende piemonteise, S.E.L.P., Torino, 1931, ristampato da Viglongo, Torino,  nel 1985. La locuzione alla lettera sarebbe pane di coda e di quella che credo sia una sua variante grafica (pan ed cua) si legge il significato di pane di miscela di farine in rete all’indirizzo  http://www.piemunteis.it/dep/dizionario.dep

Non riesco a capire, però,  se il dettaglio anatomico del cua abbia subito una metaforizzazione negativa (pane ultimo in una graduatoria di qualità) oppure contenga un riferimento (sempre, comunque, negativo) al fatto presumibile che alla bassa qualità corrisponda un basso prezzo e che, data la richiesta notevole da parte delle classi meno abbienti, bisogna fare la coda, cioè mettersi in fila, per acquistarlo. L’amico Sergio sicuramente ci illuminerà e probabilmente spazzerà via le mie interpretazioni.

10 Accrescitivo di pinta, antica unità di misura per liquidi.

11 Alla lettera brodo di vigna, pittoresca metaforica circollocuzione di vino. Autin quasi sicuramente deriva dal francese hautin, voce della quale riporto la sottostante scheda dal CNRTL (Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales).

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Per sintetizzare:  l’autin sarebbe dal francese hautin, un tipo di vite i cui tralci si appoggiano ad alberi o a paletti di legno; hautin, a sua volta deriverebbe da haut (=alto)+il suffisso  –in, che è ciò che rimane di un originario latino -imen. Aggiungo che in Giacomo Giamello, La lingua dell’Alta Langa, Sorì, Piobesi d’Alba, 2007 a pag. 17 tra le parole latine presenti  negli statuti (XIV-XV secolo) di Bossolasco, Castino, Mango e S. Stefano Belbocompare anche autinus nel significato di vigna sostenuta da alberi; mi pare perciò molto probabile che l’hautin  nella scheda del CNRTL datato 1562 sia derivato direttamente da questa voce latina medioevale senza scomodare il suffisso –imen che supporrebbe un altìmen non attestato nel latino medioevale, tanto meno in quello classico.

12 Bella questa immagine dell’italiano lingua della festa, che ha il suo gemello nel vestito della festa un tempo indossato, a parte le altre feste, solo la domenica.

13 Per l’etimo in un primo momento avevo pensato al latino puèllula(m), diminutivo di puella=fanciulla, foneticamente incrociato con il corrispondente maschile puèrulu(m). Tuttavia, siccome l’assenza di accento su porila mi fa supporre che la parola sia piana, mi pare più probabile che la derivazione sia dall’aggettivo (assunto con valore sostantivato femminile)  puerìle(m) o, meglio ancora, per metatesi da polèro (da un precedente pollèro) forma letteraria per puledro [Filippo Scarlatti (XV secolo), Poesie, 57, vv. 79-81, in Lirici toscani del Quattrocento a cura di Antonio Lanza, Bulzoni, Roma, 1973: Tu se’ corto e nero/che par propio un polero/di campagna.] che è dal latino medioevale pullètrum  (o pulèdrum o polèdrum) a sua volta dal classico pullus=piccolo di animale. Insomma, gira e rigira siamo tornati alla radice di puella. In fondo dalle nostre parti di una bella ragazza anche un tantino sbarazzina non si dice che è nna bella sciumènta (una bella giumenta)? E correre la cavallina, mutatis mutandis, non è stata fino a qualche decennio fa prerogativa esclusivamente maschile? E questa commistione tra mondo umano e mondo animale non è tipico della civiltà contadina? Per chiudere: il letterario polero trova il suo ascendente latino nel medioevale polerius attestato, insieme col femminile poleria, nel glossario del Du Cange (tomo VI, pag. 393).

14 In italiano bricca e (c’è anche il diminutivo briccola, voce antica e letteraria, forse di origine mediterranea, che indica un luogo scosceso.

15 Se esistesse il corrispondente italiano sarebbe chiudenda, dal latino claudènda(m)=(zona) da chiudere, gerundivo di claùdere; da notare semanticamente il passaggio dall’idea del dovere a quello dell’azione avvenuta; questo fenomeno coinvolge parecchie parole che hanno la stessa origine della nostra: per esempio prebenda, gerundivo di praebère=offrire, che alla lettera significherebbe cosa da dare ma che oggi corrisponde ad offerta.

16 A differenza dell’italiano aprire che è dal latino aperìre e, invece, come anche per il francese ouvrir (e per l’italiano antico obrire), la nostra voce deriva dal latino de+*operìre (deformazione del classico aperìre).

17 Quasi tal quale il nostro mantile, che, però è il nome del grembiale. La voce piemontese è più vicina semanticamente al latino mantèle=asciugamano. A Nardò c’è anche la variante antìle, ma è più probabile che essa sia per aferesi dal gallipolino vantìle, che, a sua volta, è da una forma aggettivale derivata da avanti (infatti il grembiale è un pezzo di stoffa che si mette davanti).

18 Nel dizionario del Pasquali citato in nota 3 al lemma spatarè si legge: versare, spargere, sparpagliare (idiotismo formato forse da spartare, disusato, donde spartatamente, per diffusamente, Fe. G., o meglio da sparto, per sparso, diffuso, sparpagliato, come spantiè da spanto, spandere. Credo, invece, che spatarè derivi dritto dritto dal latino expatàre usato da Pacuvio (II secolo a. C.) in un frammento [Expatant se omnes publiceque se ostendunt (Si mettono tutti in mostra e si esibiscono in pubblico)] citato da Paolo Diacono (VIII secolo) nell’epitome che fece del De verborum significatione di Festo (II secolo d. C.), dove nel libro V al lemma expatàre si legge questa definizione che non lascerebbe scampo: in locum patentem se dare, sive in spatium se conferre (mostrarsi in un luogo esposto o portarsi in un luogo spazioso). Il condizionale non lascerebbe è dovuto al fatto che alcuni credono che Paolo Diacono abbia usato un codice difettoso in cui si leggeva expatàre invece di exspatiàre Difficile, perciò dire se quello che sembra il secondo componente (patàre/spatiàre) sia connesso o meno col classico patère=essere esposto o con spatiàri=estendersi. La questione è ulteriormente e direi insanabilmente complicata dal fatto che expatàre secondo altri andrebbe letto  expatràre=dissipare in dissolutezze.

19 Alla lettera ragazzetta; è sinonimo del precedente porila. In Francesco Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, alla voce gognin si legge quanto segue:

13

Il primo significato e tutti gli altri a cascata (è interessante quel ghiotterello per quanto s’è detto in nota 3, ma il lettore non si lasci ingannare dal successivo forchetta che non sottintende certo buona ma pendaglio da) fanno pensare che per il Cherubini la voce sia connessa etimologicamente con gogna (probabile aferesi di vergogna). Se è così, non posso non sottolineare il parallelismo semantico col nostro bricànte, appellativo affettuoso riservato al bambino particolarmente sveglio. E chissà che tale uso, certamente datato,  non rappresenti , un’anticipazione del ridimensionamento, sia pure parziale, del giudizio negativo che tradizionalmente la storiografia ufficiale ha espresso sul fenomeno del brigantaggio …

Se la gogna è da escludere, non rimane altro che pensare, sempre per l’etimo di gognin, a gnogna=moina, di chiara origine infantile ed onomatopeica.

In riferimento, poi, al Maitre-gonin finale (e non solo), a riprova che l’etimologia è, forse, la scienza meno definitiva, in Giuseppe dal Pozzo, Glossario etimologico piemontese, Casanova, Torino, 1893 (ristampato da Forni nel 1980), si legge:

14

Mi lascia perplesso, anzitutto, goni, perché in greco non esiste. E motivi storici impediscono pure di pensare al greco γόνος=figlio perché sarebbe strano che si sia intrufolata in quest’area una voce assente, invece, a quanto ne so, nella Magna Grecia.

Chi ha interesse di sapere di più su questo lestofante francese (pare, però, che fossero più di uno o, che più probabilmente, i successivi abbiano preso il nome da lui, insomma siamo in presenza di uno sviluppo antonomastico della voce come in Cicerone>cicerone) può consultare (all’indirizzo http://books.google.it/books?id=cakcAAAAMAAJ&pg=PA430&dq=maitre-gonin&hl=it&sa=X&ei=q0dIUYP1E4KWO4negYAE&sqi=2&ved=0CFIQ6AEwBw#v=onepage&q=maitre-gonin&f=false) Pierre-Marie Quitard, Dictionnaire étymologique, historique, et anecdotique des proverbes et des locutions proverbiales de la langue française, Bertrand, Parigi, 1842, pag. 430.

Mi pare, infine, fantasioso, per usare un eufemismo, il cunìculus (coniglio) messo in campo quasi un secolo prima nientemeno che dal Ménage in Dictionnaire etymologique de la langue françoise, Briasson, Parigi, 1750, pag. 686 (http://books.google.it/books?id=AYM-AAAAcAAJ&pg=PA686&dq=maitre-gonin&hl=it&sa=X&ei=q0dIUYP1E4KWO4negYAE&sqi=2&ved=0CF4Q6AEwCQ#v=onepage&q=maitre-gonin&f=false).

20 Nel dizionario del Pasquali citato in nota 3 si legge:

15

Io non escluderei un nesso col francese chatouiller.

21 Nonostante il suo ritmo cantilenante che, forse, ne ha propiziato un uso senza consapevolezza del suo significato originario, potrebbe essere da giurè (=giurare)+papè (=carta), dal francese papier, che è dal latino papyrum, a sua volta dal greco πάπυρος.

22 Corrisponde all’italiano oggimai.

23 Alla lettera malfatto.

24 Da al manco.

25 Diminutivo  di stuezzu (probabilmente da s– intensiva e tozzo, di etimologia incerta) attraverso una forma intermedia aggettivale inusitata stuzzàru, come in massa>massàru>massarièddhu.

26 Nel Salento pièzzu ti pane è la forma intera, stuèzzu ti pane è un suo pezzo.

27 Non so se il nèir dell’originale si accorda oltre che grammaticalmente  anche semanticamente a pinton (con riferimento al fatto che nel vetro scuro il vino si conserva meglio) o se si tratta di un’ipallage. Nel dubbio ho mantenuto la sequenza originale nella traduzione, anche se da noi più che il vetro è scuro, per non dire nero, il vino.

28 Da notare che merenda (dal latino merènda, alla lettera cose da meritare, gerundivo di merère) è marènda sia in piemontese che in salentino.

29 Femminile di carùsu, dalla voce centro-meridionale carusàre che significa tosare e che per il Rohlfs è dubitativamente dalla radice greca καρ– di κάρα=testa,  incrociata con un latino *tosàre da *tonsàre. In realtà quest’ultima voce, che il Rohlfs propone come ricostruita, esiste nel latino medioevale (glossario del Du Cange, tomo VIII, pag. 123) nel nesso tosare monetam=incidere la moneta. Va da sé che tonsàre è da tonsum, supino del classico tondère. La voce, perciò, sarebbe connessa, se l’etimologia del Rolphs fosse quella esatta (me lo fanno dubitare difficoltà fonetiche quasi insormontabili)  con il taglio corto dei capelli cui i ragazzi venivano sottoposti. La pratica troverebbe conferma nel toso/tosa milanese, rispettivamente da tonsu(m) e tonsa(m), participi passati, maschile e femminile del citato tondère.

30 Sinonimo di salita, qui nel senso di posto soprelevato. Noi non abbiamo colline e nella traduzione me la son dovuta cavare con ‘nchianàta, che è dal latino medioevale implanare che, però, significa ingannare; implanàre è formato da in privativo e da planàre, a sua volta da planus/a/um=piano, piatto. Nella voce medievale il concetto di piano ha finito per coincidere con quello di non pericoloso, senza insidie; la voce salentina, invece, è rimasta più fedele al significato originario dei due componenti, e così, per quanto riguarda il secondo, chiànu è usato solo per indicare il movimento lento (iò sta sscia chianu chiànu=io stavo andando piano piano) con un certo slittamento di significato (il piano rispetto alla discesa, anche se meno rispetto alla salita, non agevola la velocità) e per la superficie piana si usa chiàttu (=piatto), ma lo slittamento scompare nel derivato chianòzzu (piccola pialla). ‘Nchianàta, perciò è, alla lettera, un posto non piano (nel senso esclusivo di ascendente; per la discesa c’è scesa). Non so se fosse il riflesso atavico del concetto di resurrezione insito nella Pasqua, ma fino a pochi anni fa la tendenza era di fare la scampagnata del lunedì in posti piuttosto impervi e forse ne è traccia Lu riu, il nome con cui i leccesi chiamano la loro scampagnata che, però, viene effettuata il martedì successivo a Pasqua (per chi volesse approfondire: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/04/26/lu-riu-pasquetta-dei-leccesi/

31 Dal latino medioevale (Glossario del Du Cange, tomo VII, pag. 426) sepàle(m), forma aggettivale dal classico saeps=siepe; tuttavia, poiché questa voce s’incontra una sola volta nella Carta amalfitana pubblicata dall’Ughelli, non è da escludersi un errore per separàle (anche questa voce presente nel glossario), forma aggettivale deverbale da separàre.

32 Sul probabile etimo di scazzicàre vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/05/07/scazzicare-parente-di-calcio-chi-lavrebbe-mai-detto/

33 Forma intensiva di rrizzàre  (=arricciare), da rizzu (riccio).

34 È, come il piemontese piagnisteri, dal latino plàngere=battere il petto, lamentarsi, piangere; piagnisteri, però, appare coincidente con l’italiano antico piagnistero (o piagnisterio), padre di piagnisteo, mentre la forma salentina mostra, oltre al normale esito pla->chia-, un suffisso leggermente diverso. Aggiungo che plàngere è connesso con la radice (rispetto alla quale presenta, fenomeno consueto, un infisso nasale) πληγ– dei greci πλήσσω e πληγόω=percuotere; lo stesso suffisso di piagnisterio sembra aver seguito la trafila che in greco ha portato da μόνος (= solo) a μοναστής (=monaco, da cui il latino medioevale monàsta) e da questo a μοναστήριον (=monastero), da cui il latino medioevale monasterium e da questo l’italiano monasterio, da cui, poi, monastero. Per analogia, dunque, piagnisteo supporrebbe una forma intermedia *piagnìsta.

Libri/ I giorni della festa

 

SI FECE BUIO SU TUTTA LA TERRA. ALLORA GESÙ GRIDÒ CON VOCE FORTE «DIO MIO, DIO MIO, PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO».
                               (dal Vangelo di San Marco, 15, 22-37)


I colori, i suoni e gli “strepiti” della Pasqua

In passato la Pasqua si festeggiava con il dono di uova colorate e solennemente benedette in chiesa che, soprattutto da parte di chi lavorava i campi o allevava animali, venivano accettate come augurio di abbondanti raccolti e di prospera annata. Tra le classi sociali più elevate era diffusa l’usanza di regalare uova di vetro, di porcellana o addirittura di oro e argento, anch’esse decorate con immagini pasquali: in ogni caso erano sempre e comunque simbolo della resurrezione di Cristo, segno di speranza e di nuova vita per gli uomini. Solo più tardi, tra Otto e Novecento, chi aveva la fortuna di saper leggere e scrivere incominciò ad augurare una buona Pasqua con le immagini e i colori delle cartoline – che insieme alle uova riportavano tra i soggetti più ricorrenti prati e alberi in fiore con conigli, colombe, agnelli – e poi con uova di cioccolato sempre più grosse, impreziosite da sorprese più o meno “sorprendenti” e costose: acquistate nelle pasticcerie e nei caffè, venivano regalate a parenti e amici senza più passare dalle chiese, perdendo così l’originario significato magico-religioso.

tratto da:

Pietro Sisto

I giorni della festa
Miti e riti pugliesi tra memoria e realtà

Collana: Il paese di Cuccagna>   2012, pp. 208, € 27.00
ISBN: 978-88-6194-128-1

 

Il libro
La collana “Il paese di cuccagna” si arricchisce di un volume scritto da un italianista dell’Università di Bari che si occupa anche di storia del libro e dell’editoria e di tematiche antropologiche: dall’intreccio di interessi apparentemente così diversi nasce un libro che da un lato si segnala per il rigore della ricerca e le ragioni dell’approfondimento, dall’altro per la chiarezza della forma, l’eleganza dell’impaginazione e la bellezza dell’apparato iconografico. L’autore, in realtà, si sofferma sul significato e sul ruolo ricoperto nella società tradizionale e in quella odierna dalle feste, esaminate non solo come veri e propri beni culturali immateriali da conoscere e tutelare, ma anche come interessanti testimonianze della complessa, contraddittoria transizione dal mondo pagano a quello cristiano e cattolico: i riti odierni, insomma, ricordano i miti di un passato remoto e i giorni magici di un calendario che scandiva l’avvicendarsi delle stagioni e il ritmo misterioso della natura. Un viaggio nel tempo, insomma, ma tutt’altro che nostalgico perché aiuta il lettore a comprendere la realtà di una terra come la Puglia nella quale nei giorni della festa continuano a sfilare santi e madonne, confraternite e bande da giro in uno straordinario, irripetibile spettacolo di luci e suoni, di colori e sapori che, nelle pagine di questo libro, rivivono per tutto l’anno: fra sacro e profano, fra passato e presente, fra parole e immagini.

 

 

L’autore
Pietro Sisto è docente di Letteratura italiana e di Storia del libro e dell’editoria nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Si è prevalentemente interessato di problemi di carattere letterario e di storia della cultura con particolare riferimento al Mezzogiorno d’Italia. Primo frutto di questi studi il lavoro monografico “Due medici il principe di Taranto e la peste” pubblicato nel 1986 presso l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale di Napoli. Si è anche occupato di storia della stampa e dell’editoria con due contributi scritti per la laterziana “Storia di Bari” e con il corposo volume “Arte della stampa e produzione libraria a Bari. Secoli XVI-XIX” (Schena, Fasano 1994, rist. 2006). Dirige la collana di storia del libro e della cultura nel Mezzogiorno d’Italia “All’insegna del colombo d’oro” (Schena) nella quale sono apparsi “Quell’ingordissima fiera. Letteratura e storia della peste in Terra di Bari” (1999), “I fantasmi della ragione. Letteratura scientifica in Puglia tra Illuminismo e Restaurazione” (2002), “La parola e il segno. Letteratura delle immagini e immagini della letteratura in tipografia” (2006). Nella collana “Il paese di Cuccagna” da lui diretta per i nostri tipi ha pubblicato “L’ultima festa. Storia e metamorfosi del Carnevale in Puglia” (2007) e curato, insieme a Piero Totaro, “Il Carnevale e il Mediterraneo”. Recente la pubblicazione per i tipi dell’editore Fabrizio Serra del volume “Legato son, perch’io stesso mi strinsi. Storie e immagini di animali nella letteratura italiana. I.”(2010).

Il Salento delle liturgie

di Elio Ria

settimana santa

E se provassimo a liberarci di alcune usanze, credenze, simbologie, liturgie di cui siamo impastati, non sarebbe una buona cosa? Da fare subito, senza tentennamenti.

Il Salento è asservito da secoli alle misture magiche e religiose che si concretizzano nel rivendicarle come tradizione e nella spettacolarizzazione tramite processioni, balli, danze, canti e altro. Mere rappresentazioni folcloristiche che hanno perso ogni valore che un tempo invece possedevano. Basti pensare agli eventi religiosi che si susseguono con ossessione durante la settimana santa, dove non  prevale il significato religioso in sé ma lo spirito di celebrazione di un mistero che deve essenzialmente produrre esigenze individualistiche di liturgie fuori i canoni della ortodossia religiosa, con ripetizioni secolari di gare per l’aggiudicazione delle statue, scenografie mistiche, penitenzieri titolati, preti sbadati, congreghe in alta uniforme, bande musicali, fiori disseminati per le strade,  preghiere assenti, credenti con il pensiero altrove. Indubbiamente vi sono eccessi, credenze che inficiano il significato della morte di Cristo, lo riducono alla semplificazione banale di un rito stantio e compulsivo.

Sono queste tracce evidenti di ritualità che sopravvivono e si radicano nei luoghi e nelle menti. Certamente cultura popolare, collegata però alla magia e a pratiche più o meno occulte,  in contrasto con la religione cattolica. Una sorta di commistione che annulla le contraddizioni fra il paganesimo e il cristianesimo e crea un’altra religione parallela ad uso e consumo della superstizione che non è un fenomeno marginale, ma ben posizionato nelle formule e nella tradizione sapienziale. Come se si adorasse un dio segreto che oltre al dio ufficiale può aumentare le probabilità di soddisfo delle istanze degli uomini. Una riserva alla quale attingere sempre in caso di bisogno.

Una distillazione della liturgia sarebbe necessaria per riconquistarne il senso, abolendo le attività superflue e le contraddizioni di esuberanti cerimonie. La pompa magna di remote memorie non va bene e continuare a esercitarle sarebbe come perdere passi con la logica della modernità. Più fatti e meno scenografie e coreografie. Più senso del dovere e del rispetto. C’è il bisogno di nuove parole che non siano soltanto confortevoli, ma energia di sviluppo di futuro basato su questioni volte a migliorare la qualità di vita dell’uomo anche dal punto di vista spirituale.

Non limitiamoci a un fare che non coinvolge la coscienza ma l’istinto e il desiderio di esorcizzare il presente e il futuro con riti inefficaci e inadeguati ai tempi. Va bene esercitarli come memoria, ma non come antidoto per rafforzare credenze. Distillare il passato per ottenere un presente che possa transitare nel futuro con convinzione e serietà, questo bisogna fare, spezzando anche le catene dei pregiudizi della religione. Insomma libertà per un agire sereno con la dignità che è insita in ogni uomo che non si acquisisce come un diritto ma si genera come un dovere.

Le festività pasquali fra storia e tradizioni gastronomiche salentine

di Paolo Vincenti

La Pasqua è una festa mobile perché legata alla luna piena di marzo. Agli albori del Cristianesimo, la Resurrezionedi Cristo veniva celebrata ogni domenica. Successivamente,  la Chiesa volle celebrare la Pasqua in un periodo dell’anno ben definito e, dopo molte dispute, si stabilì che fosse il Concilio di Nicea del 325 d.C. a fissare la data di questa ricorrenza. Partendo dalle norme del Concilio di Nicea, per le quali la Pasqua doveva cadere la domenica seguente la prima luna piena di primavera, la data venne calcolata sulla base dell’equinozio di primavera e della luna piena, utilizzando per il computo il meridiano di Gerusalemme, luogo della morte e resurrezione di Cristo.

La parola Pasqua viene dall’ebraico “Pesach” che significa “passaggio” ed indica quindi una transizione dalla vita alla morte, dalla condizione di peccato alla purificazione, ma anche, nel particolare periodo dell’anno in cui è festeggiata, passaggio dall’inverno alla primavera.

La data della Pasqua ortodossa non coincide con quella cattolica, perché la chiesa ortodossa utilizza il calendario giuliano anziché quello gregoriano. Perciò,  la Pasqua ortodossa cade circa una settimana dopo quella cattolica. Il Giovedì Santo, si ricorda l’istituzione del Mistero dell’Eucarestia.  Il rito dei “Sepolcri” è un atto di devozione antichissimo. Probabilmente, fu avviato a Roma, nel 1500, da San Filippo Neri. Questo atto di devozione consisteva nella visita a sette chiese e altrettanti sepolcri: sette come i sacramenti. Fin dal Medioevo, infatti, si avvertì l’esigenza di far visita , durante il periodo pasquale, ad un luogo in cui simbolicamente trovare Cristo morto e fargli la veglia. Questa consuetudine si trasformò in un atto penitenziale, nel Cinquecento, con la visita appunto ai Sette Sepolcri ed è giunto fino a noi, con il pellegrinaggio che si tiene,  nella notte del Giovedì Santo, nelle varie chiese per partecipare così, con la preghiera e la contrizione, alle ultime ore di vita di Cristo. Nella messa del Giovedì Santo, in Coena Domini, si tiene la lavanda dei piedi, ovvero il sacerdote lava i piedi a dodici persone, sempre uomini, che simboleggiano i dodici apostoli ai quali Gesù volle lavare i piedi durante l’Ultima Cena.

Un’altra usanza liturgica che avveniva più spesso in passato, in questa giornata, era quella di legare le campane delle chiese. Anzi, un tempo, le campane, durante  tutta la Quaresima, dovevano restare legate, così come restavano muti anche i campanelli delle case e le sonagliere dei cavalli,  e al loro posto suonavano le tròzzule.

Le tròzzule sono un curioso arnese di legno costituito da un manico che termina con una ruota dentata e una linguetta che, sbattendo con un movimento rotatorio sui denti della ruota,  faceva  un grosso baccano. Le tròzzule sono uno strumento antichissimo, usato  prima dell’introduzione delle campane.  I primi cristiani se ne servivano per chiamarsi a raccolta nei luoghi di preghiera. A partire dal Quattrocento, vennero usate dai Benedettini nei conventi, per poi passare nelle chiese.

Il giorno del Venerdi Santo è dedicato all’adorazione della Croce e nelle chiese molti anziani e anziane si raccolgono in contemplazione, sgranando il rosario.

Durante il periodo pasquale, fanno la loro comparsa  numerose specialità gastronomiche, alcune strettamente legate alla nostra tradizione salentina, altre invece di portata nazionale o anche internazionale. Pensiamo alle uova di cioccolato, ormai onnipresenti.

L’uovo è un simbolo di fecondità; dall’uovo inizia la vita e, come abbiamo già detto, è chiaro il riferimento alla purificazione e alla rinascita in senso cristiano. Delizia per il palato sono anche le colombe pasquali che rimandano all’uccello simbolo della pace.

L’agnello di pasta di mandorla, detto pecureddhu, farcito con la crema faldacchiera o con la marmellata, allude all’Agnus Dei, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.  Un tempo, l’agnello di pasta di mandorla era preparato solo dalle suore Benedettine del Convento di San Giovanni Battista, ora lo si può trovare in tutte le pasticcerie di Lecce e provincia.  Spesso, è impreziosito da cioccolatini che sono posti sopra l’impasto e da bandierine, simbolo della Resurrezione e del trionfo di Cristo sulla morte.

I quaresimali sono speciali biscotti per i quali Martano detiene l’esclusiva in provincia di Lecce: sono fatti con mandorle, zucchero, farina, uova e possono essere ben accompagnati da un vino moscato. I taralli sono biscotti al forno preparati con zucchero, uova, strutto e farina.  La scarcella, dallo spagnolo “escarcela”, è un dolce comune a tutta la Puglia, ed è  un pane fatto con zucchero, farina, uova e vaniglia, che assume le forme più disparate. Queste forme avevano tutte dei significati particolari.  A completare questo dolce, un uovo crudo, nel centro, fissato con una croce di pasta.

La scarcella è basata su una antica tradizione germanica. Negli anni,  l’addobbo della scarcella si è arricchito e  si diffuse l’abitudine di ricoprirla di naspro ed è diventata così una delle maggiori specialità dei pasticceri pugliesi. Già nel Settecento, il gastronomo salentino Vincenzo Corrado elencava ben venticinque ricette diverse per realizzarla. Può prendere la forma di staffa, di paniere, di pupa, di stella, di cuore, di uccello, di galletto, di colomba, di tartaruga, di fischietto, di tromba.

Sulla tavola il giorno di Pasqua,  non può mancare l’agnello. L’agnello, che deve essere da latte e provenire dagli allevamenti locali (ma molto buoni oggi sono anche gli agnelli di importazione) viene cotto sui carboni, oppure in casseruola al forno con funghi e patate, o  lampascioni. A volte, alla carne di agnello, che è poco digeribile, specie se l’animale non è molto giovane, si preferisce quella di capretto. In passato, quando a causa delle ristrettezze non ci si poteva permettere l’agnello, si compravano solo le interiora e si preparava lu nturtijiatu al forno con le patate. Nella zona di Lizzanello, in sostituzione del tradizionale agnello, si usava lu chinu, cioè un piatto a base di pollo, con uova, pane e formaggio, passato al forno. I più poveri, che non potevano permettersi neanche questo, usavano la trippa al posto del pollo.

Non può mancare neanche la pasta al forno, piatto molto ricco, con polpettine, uova sode, scamorza affettata e pezzetti di salumi. In molti centri, come a Tricase, vi è ancora l’usanza di grattugiare del pane e poi friggerlo, per condire la pasta, la cosiddetta muddhica.; a volte, viene aggiunto anche miele e ricotta per rendere ancora più gustosa questa specialità.

La ricotta marzotica è realizzata facendo maturare la ricotta e aggiungendo erbe di campagna, e la si può mangiare da sola o grattugiata sulla pasta. Il benedetto  funge da antipasto: in un unico grande vassoio, sono contenuti fette di salumi, uova sode non ancora sgusciate, carciofi tagliati in quattro e fette di arancia. I turcineddhi sono degli involtini realizzati con le interiora e cotti rigorosamente alla brace, accompagnati dalle patate.

A Gallipoli, poi, un “must” sulla tavola pasquale è la scapece, specialità tutta gallipolina. Nel periodo di Quaresima, protagonista è anche la cuddhura. Dal greco “kollura”, ha forma circolare, come la sfera dell’ostensorio, e simboleggia, come il serpente che si morde la coda, il cerchio del tempo che si rinnova; ma il pane è anche un elemento fondamentale della Comunione cristiana e rappresenta, come sappiamo, il corpo di Cristo che si è immolato sulla Croce,  come il vino ne rappresenta il sangue. Essa può essere dolce o salata e al centro di questa specie di ciambella si mette un’arancia o un finocchio. Fra cuddhure e puddhiche non c’è molta differenza, ma mentre le cuddhure, sia dolci che salate, si realizzano solo a casa, oggi le puddhiche si possono trovare anche nei bar e spesso, invece che con pane artigianale, sono fatte con pan brioche.

Fra i dolci , immancabili i  mustazzoli, così chiamati perché un tempo erano preparati con il mosto cotto. Oggi sono realizzati con farina, mandorle tostate e sbriciolate, zucchero, olio d’oliva, cannella, bucce d’arancia, chiodi di garofano e gileppu, ovvero una glassa al cacao prodotta amalgamando sul fuoco zucchero acqua e cacao.

A Pasquetta, nelle scampagnate per tutto il Salento, gli alimenti che caratterizzano la cosiddetta colazione al sacco, sono la parmigiana di melanzane, le polpette, la carne fritta e panata, le uova sode e spesso anche la pasta al forno avanzata dal pranzo pasquale oppure preparata apposta, le frittelle con i carciofi e le immancabili uova sode. Ma per non essere troppo lunghi, facciamo terminare qui questa tappa del  nostro viaggio pasquale, fra storia e tradizioni gastronomiche salentine.

Taranto. Il cammino dei Perdoni (terza parte)

I Perdoni

Sono loro, le perdùne (i perdoni) a incarnare l’anima più profonda e autentica dei riti della Settimana Santa tarantina, almeno per quanto riguarda le processioni portate avanti dalla Confraternita del Carmine. A tal proposito corre l’obbligo di precisare che col termine perdùne si indicano solo i confratelli di questa congrega, mentre i membri di tutte le altre confraternite sono chiamati più comunemente le fratelle (i fratelli). Fedeli alla vecchia regola dei Carmelitani scalzi, essi solo percorrono l’intero tragitto del Pellegrinaggio ai Sepolcri e della Processione dei Misteri a piedi scalzi, quasi a voler rimarcare con questo sacrificio il loro intento penitenziale; in tutte le altre occasioni invece i confratelli del Carmine indossano scarpe bianche con coccarda blu sul dorso e calze nere.

Posta di perdoni

L’abito di rito si compone di un ampio camice bianco, detto anche sacco, stretto in vita da un cordoncino e lungo fino a metà gamba, per rendere ben visibile i piedi nudi. Infilati sul camice, due grandi scapolari o abitini di panno nero o blu scuro recano la scritta, ciascuno, o Decor o Carmeli. Della coppia di confratelli, il più anziano – per anzianità è da intendersi qui quella di appartenenza alla Confraternita – sarà sempre quello disposto a destra (a sinistra per chi guarda) e porterà sul davanti lo scapolare con su scritto Decor e sul di dietro quello con su scritto Carmeli. L’altro confratello, per consentire a chi guarda di poter leggere sempre la scritta Decor Carmeli sia che si ponga di fronte sia che si ponga dietro la coppia, avrà gli scapolari invertiti: Decor sul di dietro e Carmeli sul davanti; il Priore e gli assistenti

Taranto. Il cammino dei Perdoni (seconda parte)

Le “gare”

Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta dei riti e delle tradizioni della Settimana Santa tarantina con la descrizione di uno dei suoi momenti più significativi: le “gare”.

Taranto, Processione dei Sacri Misteri

Il privilegio di portare in processione i simulacri, o di ricoprire un ruolo attivo durante le stesse, doveva essere particolarmente ambito se già a partire dai primi anni del XIX secolo si ha notizia di “offerte” o di “pie oblazioni” da parte dei confratelli. Contributi, questi, ben accetti dalle congreghe se si decise, considerato anche l’aumentare dei confratelli che facevano richiesta di partecipazione ai riti, di procedere a vere e proprie “gare” o “aste”. Da allora la tradizione si è trasmessa fino ai giorni nostri e il termine con cui sono indicate queste assemblee è rimasto immutato.

Il meccanismo è quello di una vera e propria asta con aggiudicazione finale al miglior offerente e viene indetta sia dalla Confraternita del Carmine sia da quella dell’Addolorata per coprire i notevoli costi che le processioni comportano (tra bande musicali, addobbi floreali, artigiani per l’allestimento del Sepolcro e la manutenzione dei simulacri ecc.). Oltre a ciò l’offerta in denaro viene impiegata anche per iniziative benefiche di varia natura a favore del sodalizio e della parrocchia di appartenenza. Dal 1979, per rispetto nei confronti dei luoghi sacri, le “aste” non hanno più luogo in chiesa ma in altri locali. Le assemblee, che per tradizione si svolgono sempre la sera della Domenica delle Palme, sono riservate ai soli confratelli (anche

Ricette per la Pasqua, la Pasquetta e “Lu Riu de li leccesi”.

di Gianna Greco

Lo devo proprio ammettere, durante le festività religiose sono sfiorata da un alone di languida malinconia, che non mi consente di goderne mai a pieno… un giorno o l’altro vi spiegherò, tra le righe, il perchè… ma ora vorrei parlarvi delle ricette per la Pasqua, la Pasquetta e “Lu Riu de li leccesi”.

Piatti importanti e ricchi per quei tempi andati, fatti di ristrettezze e sacrifici, che purtroppo si stanno ripresentando anche oggi!

Con molta cura veniva preparata la cuddhrura o puddhrica per il Sabato Santo, sempre di pane si trattava, ma, con le uova sode, bandite per tutto il periodo della Quaresima insieme a carne e formaggi,  confezionato con forme particolari intrise di significati religiosi o credenze popolari. Ricordo la pupa con un uovo per le bambine, simbolo di fecondità e l’addhruzzu per i bambini, con due uova come auspicio di virilità.

Non si poteva allestire, poi, il pranzo della Domenica di Pasqua senza l’immancabile pasta fatta in casa, le sagne ‘ncannulate o torte o ritorte (quelle preparate tanto lunghe da poterle avvolgere su se stesse per ben due volte) condite con il sugo di carne o di polpette e con la ricotta forte, sapore indescrivibile ed inimitabile.  In alternativa si preparava la pasta al forno non con le lasagne all’uovo precotte ma con ” zite o menze zite” o penne o rigatoni, con polpettine e mozzarella ma rigorosamente senza besciamella e…. “Peccè sta besciamella face male”… mi diceva la nonna.

Poi c’era l’agnello, il tanto discusso e bandito agnellino da latte, ucciso pochi giorni prima, di cui si mangiava praticamente tutto; le interiora con cuore, fegato e polmoni servivano a preparare turcinieddhri e ‘mboti, la capuzzeddhra  veniva divisa in due, cosparsa con una generosa spolverata di pangrattato e pecorino ed un poco di prezzemolo, veniva gratinata nel forno, le costolette e le parti avanzate invece venivano arrostite oppure preparate al forno con le patate, le mie preferite, o sempre al forno con i “pampasciuli” anche questi, che la mia pancia non riusciva proprio ad ignorare.

Dai grandi il tutto veniva generosamente bagnato con un, anche più di un, buon bicchiere di rosato dell’ultima vendemmia ed almeno portava un po’ di allegria.

Per fine pranzo il dolcissimo agnello di pasta di mandorla, farcito con cotognata e pan di spagna imbevuto nella Strega di Benevento, un liquore che, oltre al San Marzano Borsci, non mancava mai a casa mia.

Di uova al cioccolato non ne ricordo, prima dei miei dieci anni.

Il Lunedì dell’Angelo si faceva riposare lo stomaco con il classico brodo, in cui si tuffavano i triddhri sempre fatti in casa con un po’ di formaggio sopra, e si mangiavano gli avanzi del giorno prima.

Il Martedì, ovvero la Pasquetta dei leccesi, c’era la scampagnata vera e propria con tanto di pic nic e di giochi all’aperto, dal gioco del fazzoletto, a palla prigioniera, al gioco con i   tuddhri e quante ore passate a far saltare in aria quei cinque sassolini.

E favevano capolino sulle tovaglie scozzesi le fave con la ricotta marzotica e ancora il risotto alla prigioniera, alias sartù di riso e, cosa alquanto strana, con un accoppiamento che ancora oggi non mi spiego, fatto da fette di salame e uova sode (forse quelle avanzate dalle puddhriche). Una focaccia ricordo con l’acquolina in bocca, quella della nonna Francesca, non era la mia di nonna ma di due cugini, una nonna acquisita, diciamo, che aveva origini napoletane e preparava, tra le tante prelibatezze, questa ricca focaccia farcita con tre o quattro tipi di salumi, formaggio e tante uova sbattute….una delizia ancor più buona il giorno dopo, credo, non mi sembra fosse mai avanzata.

Per dolce si preparava la crostata con la marmellata o se si poteva un pan di spagna altissimo con crema pasticcera e la classica spolverata di zucchero a velo. Ho ancora negli occhi la scena che vedeva nella cucina della nonna, tre zie, le sorelle di mio padre, rimaste zitelle per ovvi motivi (sempre in una prossima puntata vi spieghierò) che con tanta vivacità ed energia sbattevano, a turno, le uova con lo zucchero nella ciotola con il solo ausilio di due forchette, prima dell’era dello sbattitore manuale e di quello  elettrico poi. Eppure vi posso garantire che il pan di spagna riusciva ogni volta alto e soffice come uscito dalla planetaria e la crema aveva sempre il profumo di limone per la scorza lasciata in infusione nel latte.

Ma di tutto ciò conservo un caro ricordo……

Tre antichi detti pasquali e squillano le diverse campane etimologiche…

di Armando Polito

Campana pasquale, olio su tela di Ettore Goffi

TUMENICA SO’ LLI PARME

E ALL’ADDHA PANE E CARNE.

La prossima domenica è quella delle Palme e nella successiva (mangeremo) pane e carne.

Due ottonari che ad un’epoca di trionfante consumismo e peccaminoso spreco trasmettono il ricordo di tempi in cui il consumo della carne (e non solo per motivi religiosi..) era un fatto eccezionale e, comunque, riservato solo alle grandi, pochissime (allora…)  occasioni.

 

CI HA CCAMBARATU1 SCAMBARA2, CA NARDÒ PARMISCIA3 

Se hai mangiato carne interrompendo il digiuno quaresimale riprendilo, perché a Nardò si comincia a festeggiare la domenica delle Palme.

La struttura, pur prosastica, ha una sua musicalità dovuta alla figura etimologica (ccambaràtu/scàmbara) ed all’allitterazione di m e di r. Il detto rientra nelle manifestazioni del campanilismo più o meno sano di un tempo: si narra che una volta a Galatone gli abitanti festeggiavano per errore la Pasqua, mentre i Neretini celebravano la festa delle Palme; accortisi dell’errore, i Galatonesi fecero passare un banditore che li invitava a riprendere il digiuno. Errore in buona fede (Galatone-Nardò 0-1) o furbizia alimentata dalla indisponibilità al sacrificio (per quanto moralmente discutibile, Galatone-Nardò 1-0)?

CI VUEI CU BBITI ‘N’ANNATA CURIOSA

NATALE SSUTTU E PASCA MUTTULOSA4

E ALLORA SÌ LA MASSARA È PUMPOSA!

Se vuoi vedere un’annata strana:

Natale asciutto e Pasqua bagnata…

e allora sì la moglie del massaro è pomposa!

È una terzina di endecasillabi a rima unica. L’annata strana (pioggia non in inverno ma in primavera) preludeva ad un raccolto abbondante che rendeva particolarmente orgogliosa del suo ruolo la moglie del massaro (che, invece, nelle annate infelici, era tutta abbacchiata). L’importanza della pioggia in quel periodo ai fini di un buon raccolto è ribadita dagli altri proverbi: Ale cchiù nn’acqua ti bbrile cca nnu carru cu totte li tire (Vale più una pioggia di aprile che un carro con tutto il tiro)e Marzu, chiuèi, chiuèi, ca la terra stae co’ chiuèi (Marzo, piovi, piovi, perché la terra è dura come chiodi).

I cambiamenti climatici hanno reso obsoleto quest’ultimo detto, così come il consumismo senza freni e il dilagante edonismo, che hanno cancellato dal loro vocabolario la parola sacrificio, hanno fatto con i primi due. Urge il “passaggio” inverso. E, allora, per quel che può valere, buona Pasqua!…nella pienezza del suo significato etimologico.

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1 Ccambaràre (=mangiare di grasso) è secondo il Rohlfs (I° volume, lemma cammeràre, pag. 98) dal “greco dialettale gamarìzo”, che, aggiungo io, potrebbe essere connesso con il classico gamelìa=  banchetto nuziale; senonchè nel III° volume (pag. 906) alla voce cammeràre leggo:”L’etimo proposto, cioè il neogreco dialettale gamarìzo, appartiene ai dialetti di Creta e dell’Asia Minore, mentre la forma magarìzo ‘io mangio di grasso’ è di più larga diffusione; si confronti ancora il latino tardo camaràre ‘sporcare’. Nonostante il tempo che da qualche decennio gli dedico, di questo verbo latino (per giunta tardo, nemmeno medioevale!) non sono riuscito a trovare a tutt’oggi nessuna attestazione se non il camaràre (variante di cameràre) di Plinio (Nat. hist., X, 33) col significato inequivocabile di proteggere con qualcosa a forma di volta e che, in tutta evidenza, nulla ha a che fare col significato di sporcare.

2 Scambaràre è da ex privativo+il precedente ccambaràre.

3 Parmisciàre è audace formazione verbale con significazione temporale; l’omologo italiano, se esistesse, sarebbe palmeggiare. Ma come non ricordare il montaliano meriggiare pallido e assorto? Al di là, però, del carattere suggestivo delle evocazioni va detto che meriggiare è dal latino meridiàre come meriggio (mirìsciu in neritino) da merìdie(m)=mezzogiorno, a sua volta composto da mèdius=mezzo e dies=giorno. Risulta evidente che l’esito –iggiàre in meriggiare deriva proprio dall’intervento del sostantivo dies e non del suffisso latino –idiàre (dal greco –ìzein) che in italiano ha dato –eggiàre (favoleggiàre, saccheggiare, etc. etc.). Altrettanto chiaro è, invece, che l’-isciàre di parmisciàre è l’-idiàre latino di cui ho appena detto [tra gli innumerevoli altri esempi: scarfisciàre=cominciare a fermentare, da scarfàre=scaldare (da un latino *excalfàre a sua volta dal classico excalefàcere)+il suffisso incoativo –isciare].

4 Da muttùra=nebbia, rugiada; muttùra, a sua volta, è, secondo il Rohlfs, da mmuttàre=bagnare (voce usata non a Nardò ma a Lecce, Vernole e Squinzano), omologa dell’italiano imbottàre con cui condivide l’etimologia (da in+botte). Questa etimologia è ritenuta poco attendibile per motivi morfologici da F. Fanciullo, che propone, invece, una derivazione, insieme con il grico muntùra=rugiada, da una radice gallo-romanza *MUTT. La proposta del Rohlfs non mi appare debole dal punto di vista morfologico se si pensa a formazioni tipo calura,  dal tema di calère=aver caldo, anche se l’idea della botte come contenitore di un liquido mi pare troppo esagerata rispetto alla nebbia o alla rugiada. Io metterei in campo umittàre (umettare in italiano) dal latino humectàre=inumidire, a sua volta da humère=essere umido; trafila: umittàre>*mittùra>muttùra.

5 Vedi anche il post Noterelle di metereologia salentina di Marcello Gaballo.

Spazi e luce. Appunti sull’attività artistica di Natalino Tondo

Dilatazione riflessa, installazione (1980)
Dilatazione riflessa, installazione (1980)

 

 

di Lorenzo Madaro

 

Il Salento, si sa, ha spesso recepito, con più o meno tempismo, tendenze e scenari dell’arte contemporanea in tutto il secolo scorso, dal Futurismo al Novecento, dal Neorealismo all’Arte povera, all’Informale, dalla Poesia verbo-visiva all’Astrazione, senza dimenticare l’arte propriamente concettuale, e talvolta è stato tra i centri propulsori di alcune tendenze tramite l’attività di collettivi o laboratori d’avanguardia che, mediante attività editoriali e/o espositive, hanno condotto ricerche di ampio respiro (Gruppo Gramma, Movimento di Arte Genetica, Laboratorio di Poesia di Novoli…).

Tra gli operatori che nel corso degli anni sessanta e settanta, e almeno fino agli anni ottanta, hanno condotto una ricerca coerente, Natalino Tondo è probabilmente uno dei più qualificati, per il bagaglio della sua ricerca e per tutta un’attività espositiva – non scevra di ampi riscontri di critica (Lea Vergine, Franco Sossi…) – che l’ha visto protagonista di mostre in numerosi spazi espositivi in Puglia e nel resto d’Italia.

Nato nel 1938 a Salice Salentino, si forma presso l’Istituto d’arte e l’Accademia di Belle Arti di Lecce – dove si diploma con una tesi su Pollock –, città in cui ha sempre lavorato e in cui ha esordito con una mostra personale allestita nel 1964 negli spazi della Società Operaia di Mutuo Soccorso “E. Maccagnani” – allora vetrina per giovani promesse dell’arte contemporanea del territorio, visto che nello stesso anno ha ospitato la mostra inaugurale del collettivo artistico White and Club e che negli anni successivi ha visto gli esordi di molti giovani operatori –, che anticipa la sua prima partecipazione collettiva di rilievo, quella al “Maggio di Bari”, la mostra biennale allestita al Castello Svevo del capoluogo pugliese a cui aderisce con due opere: Racconto di un ricordo e Ricerca di un’immagine.

Tre anni dopo Tondo è pronto per ordinare una mostra personale negli spazi della galleria d’arte “3a” di Lecce, con una nota di Franco Sossi, tra i critici e gli storici meridionali più attivi in quegli anni, e tra i pochissimi in Puglia in grado di teorizzare linee di tendenza specifiche, lontano da una scrittura critica meramente legata alla cronaca. Tondo presenta delle opere composte dall’assemblaggio di elementi tridimensionali – porzioni di legno sottili di varie dimensioni affiancate tra loro – che si contendono in maniera ordinata la superficie, poi pervasa da monocrome strisce di pittura che movimentano l’opera creando delle tensioni strutturali. Sono opere che l’artista titola appunto Tensione strutturata, aggiungendo a ogni singolo lavoro un numero progressivo di riferimento, quasi a sottolineare la continuità di una riflessione che è anzitutto teorica. Sossi in occasione di questa mostra leccese nota un particolare fondamentale, ossia l’interesse dell’artista per l’architettura, che egli condensa sulle superfici bidimensionali delle proprie opere. Non a caso nella successiva produzione sarà evidente l’influsso concettuale di altre discipline. Oltre all’architettura, la musica e, soprattutto, la scienza che nelle sue opere raccontano la contemporaneità anzi, per dirla con lo stesso Sossi, la “civiltà d’oggi”, in una direzione “razionale” e “tecnologica” che lo avvicina alle ricerche condotte in quel torno di anni anche dai pugliesi, di nascita o d’adozione, Pietro Guida, Rino Di Coste, Boniello e Gelli (F. SOSSI, Luce, Spazio, Strutture, Taranto, 1967).

Negli anni settanta Tondo partecipa attivamente a dibattiti legati ai problemi progettuali dello spazio fisico e dello spazio dell’arte e analizza i nessi tra la realtà sensibile e l’infinito operando con tecniche e medium differenti, dalla serigrafia alla pittura, dalla fotografia all’installazione. Nella sua operatività concettualmente nomade non tralascia i temi legati all’antropologia – come in Il Sud: un progetto negato – e alla ‘misurazione’ del territorio (Rilevamenti Salentini). Propone poi riflessioni sulla filosofia e sulla letteratura, che talvolta si traducono in elencazioni di nomi e luoghi-simbolo. In Interazione plastica proposta agli inizi del 1970 negli spazi della galleria d’arte “Carolina” di Portici, accanto alle opere di Renato Barisani, Franco Gelli, Mario Persico e di altri nomi della scena artistica meridionale di quegli anni –, dimostra attenzione per l’utilizzo di materiali industriali e per lo sconfinamento della composizione dalla bidimensionalità del “quadro”, che a questo punto diventa installazione e invade, non solo concettualmente, lo spazio fisico.

È una rarefazione di forme e materiali (qui Tondo ha accantonato irrimediabilmente i suoi timidi esordi gestuali) – proposte sempre in porzioni semplificate – che nel decennio successivo esplodono per farsi cromie e segni ‘spruzzati’ con più strati di pittura su grandi fogli di carta o su grandi tele. Ancora una volta è lo spazio a interessare Natalino Tondo; questa volta però l’accezione scientifica del termine prevale e l’artista avvia un’indagine sulle galassie che nelle denominazioni ricordano quella sorta di catalogazione – quasi scientifica, appunto – delle opere degli anni ’60.

In Criptico, un volumetto stampato dalle Edizioni Milella nel 1984, attraverso le letture di Ilderosa Laudisa, Arcangelo Izzo e Roger Dadoun, è stata interpretata l’esperienza concepita dall’artista in una cripta basiliana salentina nel 1981 in cui è andata in scena un’affascinante visione “galattica”.

Su queste pagine Tondo ha pubblicato le opere di quegli anni: riporti fotografici modulari di grandi dimensioni che ribadiscono gli interessi per lo spazio stellare, e grandi squarci luminosi dipinti con pigmenti puri per affreschi su fogli di carta, come Oltre il nero (1981), in cui ritorna l’aspetto modulare – figlio della temperie artistica vissuta negli anni sessanta – accostato a sempre ‘controllate’ porzioni cromatiche. Giallo monocromo, rosso monocromo, blu monocromo. La stesura è ben meditata, quasi scientifica. Non c’è posto per il caso.

Ma gli anni ottanta per Tondo sono fondamentali anche per altre esperienze e per le partecipazioni a mostra collettive di ampio respiro. Con l’artista Nicola Sansò fonda il gruppo Intra che avrà un ruolo di rilievo all’interno di una delle mostre collettive più importanti ordinate nel Salento negli ultimi decenni, Dentro Fuori Luogo, allestita proprio nel 1980 a Casarano all’interno di Palazzo D’Elia grazie al contributo organizzativo di Arcangelo Izzo. La mostra è una sorta di resoconto delle esperienze in progress nel Salento artistico più vitale di questi anni, la prima dopo quel fondamentale regesto che fu Verifica ’76  a Lecce.

Non si tratta della tradizionale esposizione che propone opere a parete, bensì di un vasto contenitore di proposte multidisciplinari avanzate dagli operatori più attivi e aperti alle emergenze artistiche contemporanee. Da Francesco Saverio Dòdaro e al resto degli operatori del suo Gruppo di arte genetica – Ilderosa Laudisa propose una performance in pieno gusto ‘genetico’ e alcuni seminari sull’arte d’avanguardia –, alle esperienze concettuali e ‘mediterranee’ di Fernando De Filippi, alle installazioni ricche di riferimenti concettuali dello stesso Tondo. Quest’ultimo l’anno successivo è presente anche ad altre due mostre: Presenza e memoria. Sette artisti gli inizi degli anni ottanta, allestita nel Palazzo Ducale di San Cesario di Lecce da Antonio Del Guercio – allora docente presso l’università salentina – e Lucio Galante e a Ab Origine. Presenze pugliesi nell’arte contemporanea, ordinata presso lo Studio Carrieri di Martina Franca, una mostra che ha avuto il merito di documentare numerose ricerche dell’area pugliese.

Con il tempo le striature di colore si sono geometrizzate, intorno al 1986 Tondo inizia a realizzare grandi tele, in genere delle stesse dimensioni (1.70 x 2 m). Strisce verticali, orizzontali e diagonali, invadono la superficie dell’opera. S’intrecciano tra loro, sempre in maniera assolutamente ordinata, in un cammino complesso che non è solo astrazione fine a se stessa ma, ancora una volta, riflessione estrema sullo spazio, sull’essenzialità di un campo cromatico. È come se i nastri che caratterizzavano le installazioni degli anni sessanta-settanta, si fossero rimpadroniti dello spazio bidimensionale, rinunciando alla verifica ‘ambientale’ dello spazio fisico.

Il resto è storia recente. A parte qualche rara presenza in mostre collettive regionali, Tondo opera in maniera appartata, lontano dal ‘sistema dell’arte’. Accatastate le opere di grande impegno, rielabora e approfondisce teorie care al suo percorso intellettuale e personale e, servendosi del computer, scrive sintetiche frasi, appunta citazioni, ribadisce ‘a parole’ linee teoriche e operative. Niente di estetico, nessuna ricerca di carattere ‘formale’. Delle parole accostate non interessa l’aspetto visuale ma quello prettamente teorico, concettuale.

 

Già pubblicato sul blog Arte de ‘La Repubblica-Bari’ (http://arte-bari.blogautore.repubblica.it/2012/08/12/spazi-e-luce-appunti-sull%E2%80%99attivita-artistica-di-natalino-tondo/)

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I riti della settimana Santa a Gallipoli (Lecce)

Hans Memling, Mater Dolorosa (1480)

di Paolo Vincenti

La prima festa che si tiene a Gallipoli è quella dell’Addolorata. A celebrare l’Addolorata è la confraternita di Santa Maria del Monte Carmelo e della Misericordia. Questa festa ricorda i sette dolori di Maria, nel venerdi precedente la Domenica delle Palme. A mezzogiorno in punto, la statua della Vergine esce dalla sua chiesa per recarsi in Cattedrale e, durante il rito religioso, viene suonato l’Oratorio Sacro. Fra questi,  lo Stabat Mater, la cui musica venne composta dal gallipolino Giovanni Monticchio, verso la fine dell’Ottocento: sette terzine, come i sette dolori di Maria, estrapolate dall’opera di Jacopone da Todi. Secondo Cosimo Perrone, studioso di storia locale, l’interpretazione dell’Oratorio Sacro, a Gallipoli, risale al 1697 e fu introdotto dal maestro Fortunato Bonaventura ed eseguito per la prima volta tra il 1733 e il 1740, nella chiesa delle Anime.

Come Oratorio Sacro sono conosciuti anche il Mater Dolorosa, opera del maestro Francesco Luigi Bianco del 1886 e Una turba di gente, dello stesso maestro Bianco su testo di Giovanni Santoro. E’ tradizione, in questo giorno, che le donne recitino mille Ave Maria.

La statua lignea della Madonna è vestita di nero, con veste trapuntata di ricami dorati e una corona d’argento le sormonta il capo, ricoperto da un lungo velo fino alle spalle. Fino a qualche anno fa, la statua veniva vestita dalla nobile famiglia dei Ravenna, nella cappella privata del proprio palazzo, per un antico privilegio di cui godeva questa famiglia.

La Domenica delle Palme si ricorda l’ingresso festante di Gesù a Nazareth, accolto da moltitudine di rametti di ulivo sventolanti al cielo.

Il Mercoledì Santo, vi è la tradizione della vestizione delle Addolorate, da parte di alcune confraternite come, in primis, quella della Misericordia. Vi sono numerose statue dell’Addolorata a Gallipoli e per l’esattezza: quella

Taranto. Il cammino dei Perdoni (prima parte)

I riti della Settimana Santa di Taranto, tra fede, storia e tradizione popolare

Processione dei Sacri Misteri, poste di perdoni

di Francesco Lacarbonara

Raccontare i riti della Settimana Santa di Taranto, per chi a Taranto è nato è vissuto come me, non è impresa facile. Basterebbe poco, infatti, per lasciarsi trascinare dai ricordi delle tante processioni alle quali si è assistito fin da bambino, col rischio di scivolare così in un nostalgico sentimentalismo che, seppur onesto e legittimo in quanto espressione di un sano attaccamento alle proprie origini, non renderebbe ragione della complessità del fenomeno che stiamo per trattare.
Non sarebbe però neppure corretto ridurre il tutto a una mera, e alquanto asettica, operazione di ricerca storico-antropologica (con i relativi risvolti sociali e psicologici) nel tentativo, forse vano, di analizzare razionalmente un evento che, a ventunesimo secolo ormai avanzato, continua a riproporsi con lo stesso immutato carico di coinvolgimento emotivo, vuoi per chi del rito è protagonista, vuoi per chi al rito partecipa come semplice, ma mai indifferente, spettatore.

Proveremo allora ad accostarci al rito della Perdonanza tarantina con la giusta dose di curiosità per una “sacra rappresentazione” che torna ad inscenarsi nuovamente tra le vie del borgo e della città vecchia di Taranto. Ma lo faremo anche con il dovuto rispetto per coloro che vivono la Settimana Santa con spirito di fede e devozione e, anche se solo per pochi giorni, si apprestano a trascendere i confini della quotidianità per affacciarsi, con un sentimento misto di timore e tremore, nella dimensione del sacro e del mistero. Seguiremo in particolare il rito del Pellegrinaggio ai Sepolcri, oggi svolto solo dai confratelli della Confraternita di Maria SS. del Monte Carmelo. Ci occuperemo in un secondo momento del rito della Processione dei Sacri Misteri (condotto anch’esso dai confratelli del Carmine) e di quello della Processione della B.V. Addolorata, tanto cara a tutti i tarantini e portata avanti, con devozione sincera e immutato attaccamento alle tradizioni, dai confratelli della Confraternita di Maria SS. Addolorata e San Domenico. Tale confraternita fu fondata nel 1670 dai Padri Domenicani che prestavano servizio nel Tempio di San Domenico, situato nella parte più alta della città vecchia di Taranto; il Tempio fu edificato nel 1302 sulle fondamenta di una Chiesa probabilmente sorta agli inizi del XIII secolo e fu solo a partire dal 1870 che la Confraternita assunse il titolo di San Domenico e dell’Addolorata.

Le origini
Occorre risalire al XVI secolo, periodo che vede Taranto sotto la dominazione spagnola, per ritrovare le prime tracce dei riti della Settimana Santa tarantina. Le numerose e nobili famiglie spagnole residenti in città

25 marzo. Annunciazione di Maria Vergine. Una tela a Maruggio

Annunciazione, di Paolo De Matteis (olio su tela, 1712). Saint Louis Art Museum

 

di Nicola Fasano

 

L’Annunciazione, tema caro alla pittura italiana (si pensi alle celebri tele di Simone Martini, di Antonello da Messina e di Lorenzo Lotto), rappresenta il momento in cui l’arcangelo Gabriele annuncia a Maria il concepimento di Gesù e la sua incarnazione (Luca 1:26-38).

La ricorrenza dell’evento cade il 25 marzo, precisamente nove mesi prima della Natività di Cristo. Iconograficamente la composizione vede protagonisti la Vergine, la colomba dello Spirito Santo e l’angelo annunciante. Nel corso dei secoli è cambiato il modo di rappresentare il tema; molto spesso i pittori hanno colto nell’Annunciazione il “pretesto” per raffigurare sfarzosi interni, si pensi ai fiamminghi quali Van der Weyden, Campin, i quali dipingono la Vergine colta nella sua quotidianità domestica all’arrivo dell’angelo Gabriele. In altri casi, rimanendo in ambito quattrocentesco, l’ambientazione risulta semplice e spoglia come in Beato Angelico del chiostro di San Marco a Firenze o nel Domenico Veneziano del Fitzwilliam museum di Cambridge.

Nel ‘500, senza fare fuorvianti generalizzazioni, la scena può essere ambientata in esterni (è il caso del Leonardo degli Uffizi) o al chiuso di una stanza che presenta un’apertura (finestra, arco) dal quale si intravede il paesaggio;  non raro è il caso dell’ambientazione in cortili, in porticati o in terrazze con il paesaggio sullo sfondo e la balaustra a delimitare l’avvenimento sacro.

Roma, Santa Maria in Trastevere, Pietro Cavallini, mosaico dell'Annunciazione, 1291
Roma, Santa Maria in Trastevere, Pietro Cavallini, mosaico dell’Annunciazione, 1291

Nell’arte della Controriforma, quella che ci interessa per il dipinto che andremo a trattare, lo sfondo architettonico viene progressivamente abbandonato a favore di un fondale neutro che vede il cielo abbacinante sul quale si staglia la colomba dello Spirito Santo. L’Angelo annunziante può essere accompagnato da un seguito di cherubini a testimonianza della presenza divina; poca concessione invece, viene lasciata al superfluo, ai dettagli che non siano utili all’identificazione della Sacra rappresentazione: il giglio, il cestino da lavoro di Maria, il libro che racchiude la profezia di Isaia sul concepimento della Vergine. Sono questi i rigidi dettami preconizzati dal cardinale Paleotti  sulle immagini sacre, le quali dovevano suscitare pietà nello spettatore.

Matteo Bianchi – Annunciazione -olio su tela cm. 205×152 ph Nicola Fasano

Il nostro dipinto proviene dalla parrocchiale di Maruggio, un paese ad una trentina di chilometri da Taranto. La tela raffigura la Vergine seduta sull’inginocchiatoio, a capo chino e con il braccio destro sul petto in segno di devozione, nell’atto di ricevere Gabriele portatore del lieto annuncio. L’Annunciata maruggese risponde figurativamente al tipo della humiliatione[1] secondo quanto scritto da Luca (Lc,1,38) “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me quello che hai detto”. L’arcangelo  adagiato su una nuvola e accompagnato da una genia di cherubini, reca il giglio simbolo di purezza; chiude la scena al di sopra del gruppo la colomba dello Spirito Santo che spicca dal fondo dorato. Il dipinto inganna, ad osservarlo attentamente non si esiterebbe un attimo ad attribuirlo a Paolo De Matteis e l’ubicazione di Maruggio tra Taranto e Lecce, centri (soprattutto quello ionico), dove il pittore campano fu operoso, non farebbe altro che confermare (ingannevolmente) questa ipotesi.

Invece a pochi chilometri da Maruggio, a Manduria precisamente, sorge nel ‘700 una importante bottega di pittori, i Bianchi, che monopolizza la committenza nobiliare e religiosa, “permettendo” di fare entrare nella cittadina messapica solo dipinti di pittori del calibro di un Trevisani e qualche altro dipinto solimenesco proveniente da Napoli. Tutto ciò a conferma del fatto che a Manduria non si trovano tele del francavillese Carella, del martinese Olivieri, o tele dei più quotati pittori leccesi.

Questo in un certo senso ha appiattito il livello qualitativo della pittura manduriana. Non avendo infatti concorrenti, il “clan” dei Bianchi si adagia su una pittura edificante e convenzionale che riprendendo stilemi solimeneschi, maratteschi o del De Matteis accontenta una committenza provinciale senza grandi pretese.

In realtà, due della stirpe dei Bianchi, i più dotati Diego Oronzo Bianchi e il fratello più piccolo Matteo Bianchi, sono pittori che non sfigurano in un discorso generale sulla pittura salentina del Settecento. Non si spiegherebbe altrimenti come i loro dipinti siano presenti nel leccese, a Taranto, a Brindisi, in terra di Bari e nel territorio lucano (Pasquale Bianchi), questo a conferma della richiesta di loro opere al di fuori del territorio messapico.

Tralasciando l’Olivieri “raccomandato” del Solimena, è difficile  trovare un’altra bottega attiva in buona parte del territorio pugliese e nei territori limitrofi[2].

La tela maruggese è opera autografa di Matteo, il più dotato tecnicamente della famiglia. Fino a pochi anni fa si conosceva poco delle sue opere, e l’Annunciazione maruggese ne è la più celebre e la più nota alla critica. Grazie al lavoro di schedatura fatto da Massimo Guastella[3], sono emersi altri dipinti e si è fatta luce sulla vita del pittore e tesoriere della Collegiata manduriana.

Anzitutto è emersa una notevole perizia tecnica nel disegno, testimoniata da alcuni fogli in collezione Arnò ed è stata evidenziata l’abilità nel trascrivere con facilità brani pittorici di maestri affermati quali il Solimena, il Maratta e il dipinto in questione ne è la riprova.

L’opera portata all’attenzione dalla Pasculli Ferrara[4] e accennata da M. D’Elia[5], viene studiata da Galante[6] che la ritiene copia di un’altra opera del De Matteis di collocazione ignota. Entrambe le opere secondo lo studioso, sono riprese da un analogo soggetto nel Museum of Art di St. Louis, già nella collezione della duchessa di Laurenzano, la quale aveva commissionato il dipinto all’artista cilentino.

La tela del Bianchi trova visibilità nella mostra del 1995 sul Barocco a Lecce e nel  Salento, nel cui catalogo Guastella[7] ritiene il dipinto tratto da un cartone del più quotato maestro sulla scorta del dipinto già accennato da Galante di ubicazione ignota. Lo stesso studioso che colloca la tela attorno al secondo-terzo decennio del ‘700, non esclude un rapporto indiretto con il De Matteis attraverso le opere tarantine. A tal proposito invito a confrontare l’Annunciata maruggese con la Vergine dipinta dal campano nel Carmine di Taranto e quella della Matrice di Grottaglie.

La monumentale opera di schedatura sul patrimonio pittorico manduriano curata da Guastella e fotografata da La Fratta nel 2002  non aggiunge nulla di nuovo sul dipinto in questione[8], ma come già ricordato in precedenza, analizza criticamente la produzione pittorica di questa importante famiglia e “apre” al pubblico le collezioni private, altrimenti inaccessibili, che raccolgono  disegni inediti di Matteo.

Infine nel 2009 in uno studio condotto da Don Pietro Pesare[9], si acquisiscono nelle note a margine  altre interessanti informazioni sul dipinto. La tela agli inizi del ‘900 fu spostata dalla Chiesa Madre del piccolo comune nella cappella cimiteriale di Santa Maria del Verde insieme ad altre tele. Per un fortuito caso l’Annunciazione si salvò dal furto sacrilego perpetrato da ladri il 4 novembre 1975, in quanto il religioso aveva portato la tela in Soprintendenza, per il quanto mai provvidenziale restauro[10].

Attualmente la tela è tornata a Maruggio ed è stata  collocata nel presbiterio della Matrice. Il dipinto commissionato dalla famiglia Covelli[11], di cui il Pesare riconosce lo stemma nobiliare (il sole rosso nascente e l’agnello in basso), probabilmente proveniva dall’altare eponimo della Matrice e sostituiva una precedente tela commissionata dalla famiglia Maldonata-Carrone, imparentata con gli stessi Carrone[12]. Lo studioso inoltre aggiunge che il dipinto maruggese è esemplato dalla tela del De Matteis conservato in San Michele Arcangelo ad Anacapri.

L’impaginazione spaziale a sviluppo verticale della scena richiama la celebre Annunciazione di Nancy dipinta dal Caravaggio, così come la direttrice diagonale che taglia idealmente il dipinto facendo dialogare l’Angelo e la Vergine; alle spalle della stessa un tendaggio verde circoscrive il letto a simboleggiare il Thalamus Virginis che, insieme al poggiapiedi, rafforza il clima intimità  domestica della scena. L’indirizzo classicista e accademizzante desunto dal De Matteis, si manifesta attraverso l’assetto bilanciato della raffigurazione, in cui i protagonisti si distinguono per grazia e bellezza, come ricordato da Galante[13]. Il classico pulviscolo dorato nella parte superiore della composizione si stempera nella luce diffusa che solidifica le forme e risalta il preziosismo serico, esaltando il manto azzurro della Vergine, il panno bianco e il drappo arancio di Gabriele.  


[1] Papa R., Caravaggio l’arte e la natura, Firenze, 2008, p. 204

[2] Forse solo la bottega dei Carella  fu così operosa.

[3] Guastella M., Iconografia Sacra a Manduria, Manduria, 2002.

[4] Pasculli Ferara M., Contributi a Giovan Battista Lama e a Paolo De Matteis, in Napoli Nobilissima vol. XXI, fasc. I-II, Napoli, 1982, p. 49, fig. 9.

[5] D’Elia M., in AA.VV. La Puglia tra Barocco e Rococò, Milano 1982, p. 285, fig. p. 286. Curiosamente nella riproduzione fotografica l’immagine è speculare.

[6] Galante L., Qualche considerazione sul De Matteis in Puglia, in Questioni artistiche pugliesi, Galatina, 1984, p.13, tav. III fig.3.

[7] Guatella M. in AA.VV. Il Barocco a Lecce e nel Salento, Roma, 1995, p. 84 cat.79. Anche in questa riproduzione l’immagine è stata riportata specularmente.

[8] Guastella M., op. cit., 2002,  p. 46.

[9] Pesare P., I Frati dell’Osservanza di Santa Maria della Grazia di Maruggio, Manduria , 2009, pp. 208-209.

[11] Famiglia di origine leccese, stabilitasi a Maruggio nel ‘500.

[12] Pesare P., op. cit., 2009,  p. 209 .

[13] Galante L., op. cit., 1984,  p.15.

La Domenica delle Palme

di Emilio Panarese

Un documento manoscritto relativo alle processioni a Maglie, la domenica delle palme e il venerdì santo, risale alla seconda metà del ‘700[1], ma già prima, nel ‘400[2], il popolo di Maglie col barone e col clero si recava in processione, la Domenica delle palme, presso la chiesetta greca di S. Maria della Scala, dov’era un Osanna o Pasca Sannài o semplicemente Sannà per piantarvi un ramo di ulivo benedetto.

Oggi quell’antica processione non si fa più, ma è rimasto intatto il rito della benedizione delle palme e dei rami d’ulivo.

Dalle prime ore della mattina sino all’ultima messa, sul sagrato della chiesa madre (o della Presentazione del Signore, come oggi è ufficialmente denominata) e delle altre due chiese parrocchiali (del Sacro Cuore e dell’Immacolata), gruppi di contadini, di artigiani e di ragazzi si assiepano con fasci di rami e pallido ulivo e di lunghe foglie di tenera palma.

Una volta benedetti e dopo la messa con il Passio cantato, entreranno nelle case e dei rametti saranno appesi alla cornice di un quadro di un Santo o della Madonna, al capezzale del letto, alla porta d’ingresso, custoditi in mezzo alla biancheria o legati alla rocca del camino oppure torneranno nei campi, in mezzo ai prati, agli orti, alle vigne, su una canna o su un cippo, al centro del fondo, sul portone d’ingresso della masseria o della casa colonica, sui traini, nei pagliai, nelle botteghe,

Fernando Baglivo, mentore fra le contrade e i recessi, le coste aspre e il mare del Salento

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

di Paolo Vincenti

 

Fernando Baglivo è un salentino della più nobile e autentica schiatta, un salentino del Capo di Leuca, di quella Finibusterrae che è luogo di partenze e di ritorni, di aeree nostalgie e azzurri approdi, di cielo e di mare, di terra rossa e di verde sfolgorante. Porta su di sé i segni della mappa genetica di un popolo, li porta sul proprio volto, nelle mani, nella sua parlata dalla cadenza  simpaticamente tricasina.

Fernando Baglivo è un salentino giramondo e nei suoi viaggi  reca con sé questo patrimonio indissolubile di sapere e sapori, odori e tradizioni, colori e folklore di casa.

Fotografo dilettante ma appassionato, ora pubblica sul nostro sito le sue splendide istantanee. Fernando inizia come antiquario e oggi si occupa di ristrutturazioni di antiche dimore.  In estrema sintesi, potrei dire che Baglivo è un uomo con i piedi per terra, il cuore vagabondo e la testa fra le nuvole. I suoi piedi infatti sono ben piantati in questa nostra terra salentina, essendo egli per temperamento uomo concreto e aduso ad un realismo del fare, che gli viene dagli insegnamenti ricevuti dalla nostra gente contadina in mezzo alla quale  è cresciuto; ma il suo cuore  va sempre ramengo dietro nuovi progetti, e anche quando è qua a Tricase, Fernando viaggia con la fantasia, sognando di tornare in uno dei posti meravigliosi ai confini del mondo che ha visitato, soprattutto l’India che esercita su di lui un fascino particolare ; e la sua testa è sempre immersa fra le nuvole, fisiche e metafisiche: quelle vere che vede trascorrere dal finestrino dell’aereo durante i suoi viaggi,  e quelle metaforiche che alimentano la sua creatività di uomo cartoon,  che sembra a volte appena uscito da un fumetto.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Ha visitato mezzo mondo e vive ogni giorno come se dovesse partire il giorno dopo. “Sono un viaggiatore e un navigatore, e ogni giorno scopro qualche nuova regione dentro la mia anima”, sembra dire Fernando, con Gibran. Ma i viaggi, cui è abituato fin da quando era un ragazzino, hanno rappresentato anche la sua personale “Bildungsroman” ossia, proprio come nei romanzi di formazione della narrativa tedesca (penso, su tutti, a quel capolavoro che è Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister, di Goethe), il suo personale cammino di formazione verso l’età adulta e la piena maturazione e consapevolezza.

Vive in uno splendido eremo nella campagna tricasina, sempre aperto ad amici, sodali, intellettuali. Nella sua magione, un’antica casa di pastori sapientemente ristrutturata, sono passati tanti visitatori non solo salentini. Baglivo infatti ha ospitato tanti  artisti, celebri attori, registi e scrittori, anche star holliwoodiane,  tutti irrimediabilmente innamorati di questo estremo lembo di terra madre padre Salento, e Fernando a far loro da mentore fra le contrade e i recessi, le coste aspre e il  mare, i castelli e i palazzi e tutte le bellezze culturali della penisola salentina.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Alcune di queste celebrità hanno acquistato casa qui in provincia di Lecce,che hanno eletto a proprio buen retiro, anche per il tramite di Fernando. Il quale però,  fedele al suo dovere di ospitalità,  non ama fare i nomi dei propri amici internazionali per non violarne la privacy, venendo così meno al tacito vincolo di amicale discrezione. I suoi ospiti hanno potuto apprezzare le delizie della nostra cucina, i colori del nostro paesaggio e la bellezza della nostra architettura rurale. Fernando è molto attento alla salvaguardia dei luoghi e più volte si è rivolto anche con toni polemici a ingegneri, architetti, maestranze, amministratori locali, quando si è corso il rischio che questi deturpassero con i loro interventi invasivi la peculiarità degli edifici storici dei nostri centri.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Egli ha sollecitato gli addetti ai lavori ad accostarsi con rispetto e con religioso scrupolo a queste antiche dimore, ponendosi in sacro ascolto, cercando di intervenire in maniera semplice e conservativa, nel rispetto dei luoghi che è anche rispetto di se  stessi. “E’ sufficiente tutelare quello che abbiamo”,  ha scritto Fernando, “nella nostra meravigliosa e ricca terra e costruire case di qualità con un atteggiamento d’amore e di umile ascolto dello spirito dei luoghi.

In questo modo si instaura una dialogo con la natura circostante, dando vita a presenze architettoniche che non cessano di essere parte integrante del corpo del mondo, nella consapevolezza che l’identità degli individui si costruisce nell’interazione fra interiorità e mondo esterno e che l’inospitalità e la disumanità dei luoghi finisce per lasciare segni preoccupanti sull’identità umana, innescando una spirale di reciproca insensibilità fra essere umano e mondo, con conseguenze preoccupanti quanto devastanti”.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Quante volte egli ha girato in lungo e in  largo il Salento in compagnia del suo caro amico Florio Santini (un altro grande viaggiatore) potendo approfondire e mettere in pratica queste sue riflessioni. Fernando ha sposato in tempi non sospetti quello che oggi è il concetto di “glocal”, ossia di locale e globale fusi insieme, secondo la nota sentenza “parla del tuo paese e sii universale”.

La sua casa è stata recentemente censita nella pubblicazione “Abitare in Salento” di Patrizia Piccioli e Cristina Fiorentini ( Idea books editrice). Ma la prima grande pubblicazione è stata fatta oltre 10 anni fa sulla rivista “Petra”, che ora si chiama “Casa antica” (Trentini editore-Ferrara). Per la prima volta veniva pubblicata  una masseria ristrutturata salentina. Da allora è scoppiato tutto un interesse per il recupero di queste antiche dimore.  Ed è nato anche tanto lavoro. “La Regione Puglia dovrebbe darmi un premio per questo” dice scherzando Fernando.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Ogni mattina immancabilmente, estate ed inverno, autunno e primavera, si immerge nelle acque di Marina Serra per un bagno rilassante e rigeneratore. Ci vuole preparazione certo per poter affrontare un’esperienza del genere, soprattutto d’inverno, vincendo i rigori del freddo durante le giornate della merla. Ma una volta che il fisico si è abituato, Fernando garantisce che non si riesca più a farne a meno, e infatti ormai un nutrito drappello di suoi fedelissimi si immerge con lui ogni mattina e del fenomeno hanno iniziato ad interessarsi i media locali. Fernando ama immergersi all’alba e nelle risposte date ci spiega il perché.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

La profonda curiosità che lo anima, lo ha portato a fare ogni tipo di esperienza, anche quelle più estreme di meditazione e pratiche orientali, ad incontrare tante persone da un capo all’altro del mondo.

Baglivo vive di relazioni, incontri, scambi proficui e arricchenti, e, nella sua sete di conoscenza, sembra che egli vada incontro alla gente rovesciando la nota lezione filosofica  gnosce te ipsum, a vantaggio dell’insegnamento di Gibran “Mi dicono ‘se tu conoscessi te stesso conosceresti tutti gli uomini’. E io dico ‘solo quando avrò cercato tutti gli uomini conoscerò me stesso’”.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Baglivo è un uomo libero, un uomo certo non pacificato ma rasserenato, se così posso dire, consapevole di essere in marcia, che la sua ricerca deve sempre continuare, ma certo affrancato da qualsiasi tipo di repressione, condizionamento, interesse materiale, calcolo. La sua, una libertà piena, ma che oggi vuole vivere e godere pur sapendo che bastano pochi sonagli aggiunti al suo berretto della libertà per farne il berretto della follia. Questo è un rischio che è disposto a correre, posto che già pazzo, nella gretta mentalità dei superficiali, è sempre colui che è diverso, che fuoriesce dalla media, che si distingue e si distacca dal luogo comune.

Una intensa parabola umana la sua, nella quale una parte importante hanno avuto pure le donne, quelle che ha amato, dalle quali è stato amato, e quelle che ama ancora. Mi confessa di scrivere anche poesie d’amore che però non pubblicherà mai. Trovo tutto dentro di me!” mi dice Fernando, “ i viaggi in India, i viaggi nell’ Altrove aiutano ad andare dentro di Noi, a trovare quello che già c’è, perché dentro  c’è già tutto!”!

E così lo lascio sul far della sera. Quando esco da casa sua, so che a breve egli si siederà di fronte al suo grande camino con il suo maestro sufi   Mevlana Jelaluddin Rumi e insieme discetteranno intorno al “Fuoco dell’amore divino”. E con questo, che è forse l’autore più amato dal mio amico, mi piace concludere il nostro incontro:

Ho bisogno d’un amante che,
ogni qual volta si levi, 
produca finimondi di fuoco 
da ogni parte del mondo! 
Voglio un cuore come inferno 
che soffochi il fuoco dell’inferno 
sconvolga duecento mari 
e non rifugga dall’onde! 
Un Amante che avvolga i cieli 
come lini attorno alla mano 
e appenda,come lampadario, 
il Cero dell’Eternità,entri in 
lotta come un leone, 
valente come Leviathan, 
non lasci nulla che se stesso, 
e con se stesso anche combatta, 
e, strappati con la sua luce i 
settecento veli del cuore, 
dal suo trono eccelso scenda 
il grido di richiamo sul mondo; 
e,quando,dal settimo mare si volgerà 
ai monti misteriosi da 
quell’oceano lontano spanda 
perle in seno alla polvere!

 

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Alcune domande per meglio conoscere Fernando Baglivo

di Marcello Gaballo

 

L’esauriente e puntuale descrizione che ha saputo fare Paolo Vincenti sul mentore salentino Fernando Baglivo mi ha spinto a porgli alcune domande per sottolineare la sua bella figura e l’insolita attività che quotidianamente esercita sulla costa tricasina, all’alba, anche nelle estreme condizioni climatiche. Brevi domande con altrettanto succinte risposte, mediate con sms, ulteriore occasione per condividere i suoi vissuti scatti che ogni giorno mi invia nella casella di posta.

Centinaia di foto finora inviate, delle quali, con una media di 3-4 al giorno, alcune mi posticipano quanto è successo qualche ora prima, a pochi km. Un insolito modo per augurarmi un felice giorno, e di questo lo ringrazio di cuore, sperando di trovare il modo di condividerle qualche volta con i lettori di questo sito.

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La prima domanda che viene in mente: perché l’alba e non il tramonto? Solo motivi geografici?

Amo le ALBE…Ed Amo i TRAMONTI…  Molti anni fa mi donavo il Tempo per nutrirmi sia dell’Alba che del Tramonto…  L’Alba dal mio Mare di Marina Serra…Il Tramonto sulle spiaggie oltre Santa Maria di Leuca…Col passar degli anni,a causa degli impegni quotidiani, ho dovuto rinunciare ai Tramonti sul Mare.

 

Con che frequenza ti approcci a questo miracolo quotidiano?

TUTTI I GIORNI… Ed anche durante i miei frequenti viaggi, non rinuncio mai a questo nutrimento quotidiano, ovunque io mi trovi…

 19 febbraiox

E’ una preghiera o una contemplazione?

Per quel che io sento, CONTEMPLAZIONE, PREGHIERA E MEDITAZIONE sono TRE SORELLE, che vivono in AMOREVOLE SIMBIOSI…

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Ti approcci più con il cuore o con la mente?

NON SENTO in me SEPARAZIONE tra CUORE, MENTE e CORPO…  Ma preferisco questa risposta: CON IL CUORE!!!

 

Quanto tempo impiega il sole ad abbandonare la linea dell’orizzonte?

In quei momenti il Tempo scompare… Ed io con il Tempo…  La Mente misura il Tempo…  Ma la mia Mente scompare… ed il Silenzio accade…  Aldilà dello Spazio…e del Tempo…  Non mi sono mai preoccupato di misurare il Tempo…

 

Ed in questo tempo a cosa pensi?

Non Penso…  Perchè Penso già troppo in altri momenti…  Scompaio…  Tuffandomi ogni Alba nelle acque rigeneranti del mio Mare,  divento UNO con LUI, con  il Sole, il Cielo, il Volo ed il Canto dei gabbiani…  A-MARE…

 

Ti entusiasmano di più i riverberi sull’acqua o le nuvole del cielo?

Son note diverse di un’UNICA SINFONIA…  Mi perdo in questa Musica…  Mi commuovo…  A volte non so trattenere il Pianto…

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Ti capita di trarre dei presagi quando osservi il levarsi del sole?

PRESAGI?!? NON TRAGGO ALCUN PRESAGIO…  MA SENTO che l’UMANITA’ sta vivendo una nuova ERA… SENTO che TUTTO sembra peggiorare,  perchè Tutto possa migliorare…

SENTO che potenti ENERGIE stanno scuotendo LE COSCIENZE…

SENTO che vivremo TEMPI MIGLIORI…

HO FIDUCIA NELL’AMORE…

 

Preferisci essere solo o c’è qualcuno che vorresti con te ogni volta che contempli l’alba?

PREFERISCO ESSER SOLO…  MA  Amo anche condividere con  CHI sa essere ASSENTE… IN SILENZIO…

 

In quale periodo dell’anno si assiste al più bel levarsi del sole?

Ogni LEVARSI DEL SOLE E’ SEMPRE DIFFERENTE…  E’ SEMPRE MERAVIGLIOSO…  Personalmente AMO I ROSA DELLE ALBE…E DEI TRAMONTI…  Durante l’inverno, l’autunno e la primavera, li ricordo più frequenti…

 

Credi che l’alba salentina sia differente da altre albe osservate in luoghi geografici diversi?

Le Albe ed I tramonti sono meravigliosi dappertutto…  Sono differenti…  Differenti tonalità di COLORI…  L’Alba del nostro Salento ha una Luce speciale…  O forse è solo speciale il MIO AMORE per LA MIA TERRA…

 

Volendo fissare una delle albe che più ti hanno colpito, a quale pittore l’affideresti?

Forse ad un pittore inglese  romantico, i cui dipinti mi colpirono profondamente, durante una mia lunga permanenza a Londra, quando avevo appena 17anni:  William Turner!!! Mi incantavano i suoi tramonti, le albe, il mare in tempesta…

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La Domenica delle Palme in una cornice particolare

Chiesa greca di Lecce

 di Rocco Boccadamo

Quest’anno, l’osservatore di strada che scrive, ha espressamente rinunciato a presenziare alla rituale processione con palme e rami d’ulivo per le strade del quartiere in cui abita, orientandosi, invece, ad assistere alla celebrazione eucaristica in un sito e in un’atmosfera dall’impronta speciale. Il riferimento è alla Parrocchia di S. Nicola di Mira, nota, soprattutto, come Chiesa Greca, situata nell’omonima piazzetta nel centro storico di Lecce, a poche centinaia di metri di distanza dalla più famosa Basilica di S. Croce e dagli adiacenti Palazzo dei Celestini e Palazzo Adorno.

Per chi non conoscesse il monumento, si tratta di un piccolo, sfavillante gioiello, nella vasta collana di tesori d’architettura religiosa che si spande nel capoluogo salentino. L’aria che vi si respira è d’autentico misticismo, induce ad una profonda introspezione interiore.

L’edificio, di origini antiche, fu ricostruito ex novo in epoca neoclassica, dal 1765, a beneficio della colonia di mercanti greci e albanesi che risiedeva in città.

La facciata si staglia semplice e, insieme, elegante; all’interno, invece, spicca una pregevole iconostasi, transetto o parete divisoria – una volta presente in tutte le basiliche cristiane, ora rimasto solamente nelle chiese ortodosse e in quelle cattoliche di rito greco – che separa il presbiterio dalle navate.

L’iconostasi era ed è ancora destinata, anche, all’esposizione delle immagini devozionali; con riferimento specifico alla chiesa greca di Lecce, la struttura appare tempestata di pregevoli pitture su legno, con quattro tavole, a fondo d’oro, effigianti la Vergine col Bambino, Cristo Sommo Sacerdote, S. Giovanni Battista e S. Nicola di Mira.

In omaggio e in aderenza alla nazionalità dei primi utilizzatori del tempio, i riti si celebrano soprattutto in lingua greca, però con l’uso dell’italiano in taluni, fondamentali  passaggi. Rispetto ai testi adoperati nelle chiese cattoliche di rito romano, qui, si succedono formule più articolate e complete; da osservare, inoltre, che, alle letture, si alternano, sovente, canti e invocazioni in greco e che, nelle fasi maggiormente solenni, si aggiunge, da parte del celebrante e/o dei ministri officianti,  una gestualità sui generis, quale, ad esempio, il librare, sopra l’altare, di una tovaglietta a modo di colomba (Spirito Santo) o lo sventolio di una sorta di ventaglio.

La stessa dispensa domenicale per i fedeli è composta non in italiano, ma, su tre colonne, in greco, albanese e italiano. Dal foglietto relativo alla Domenica delle Palme 2011, giorno in cui si fa pure memoria di S. Simeone ieromartire, vescovo di Seleucia – Ctesifonte in Persia, sottoposto a martirio nel Grande e Santo Venerdì del 341 d.c. insieme con 1150 altri cristiani, sono tratti, in greco e in italiano, i seguenti tre versetti introduttivi:

Igàpisa òti Isakùsete Kìrios tis fonìs tis dheìseòs mu.

Amo il Signore perché egli ascolta la voce della mia preghiera.

Epìstefsa, dhiò elàlisa, egò dhè etapinòthin sfòdhra.

Ebbi fede perciò parlai a Dio, ma ero afflitto oltremodo.

to Exomologhìsthe Kirìo, òti agathòs, òti is ton eòna to èleos aftù.

Celebrate il Signore perché egli è buono, perché in eterno è la sua misericordia.

Notazione peculiare, la parrocchia di S. Nicola di Mira di Lecce non è incardinata nella locale arcidiocesi, bensì  nella diocesi, anzi eparchia, di Lungro (Cosenza), retta, fino a poco tempo fa, dal vescovo Monsignor Ercole Lupinacci, andato in pensione recentemente, e, quindi, affidata, al momento, alle cure di Monsignor Nunnari, Arcivescovo di Cosenza, in veste d’ Amministratore Apostolico. Responsabile della parrocchia, è il proto presbitero Nik Pace, originario di Frascineto (Cosenza), a Lecce, ormai da diversi anni, e quindi ben conosciuto, anche per il suo ruolo d’insegnante di religione in alcune scuole cittadine.

Sinceramente, la Chiesa Greca di Lecce merita una visita, magari accompagnata, perché no, da una pausa di concentrazione spirituale.

Quei dolci pasquali impreziositi da uova

di Pino de Luca

È giovane l’Italia, appena 150 anni di unità e appena 65 di Repubblica. Italia perennemente divisa nella quale l’abulìa dei suoi abitanti, la sostanziale abdicazione all’esercizio della cittadinanza, lascia pascere gruppuscoli di sguaiati urlanti e li fa credere davvero “rappresentanti dl popolo” in nome del quale litigano e bisticciano per spartirsi privilegi e prebende. Una fisarmonica stonata di sentimenti da grande paese e di piccoli egoismi per piccole patrie. Ci fu anche un tempo nel quale si dibatteva sulla lingua da parlare. La caduta dell’impero romano e del suo latino apriva la stura ad altri modi di comunicare, quelli del volgo. Il volgare stava per affermarsi. Si scontrarono in molti, fra i più fieri la scuola siciliana e la scuola toscana. S’affermò quest’ultima anche grazie al genio del sommo poeta. Tra l’altro, fu proprio un Venerdi santo che Dante si ritrovò nella selva oscura. E si decise la lingua. Fino a Bembo e Castiglione. Ma le le lingue son sempre pronte a risorgere, incrociarsi e contaminarsi, e il volgare d’allora impallidirebbe senza alcun dubbio al cospetto dell’odierna volgarità, imperante in ogni girone…

Le parole sono pensieri resi fruibili agli altri e cose che, prima o poi, si materializzano. Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua ha radici remote, legate alla fecondità e alla ripresa della vita. La storia d’Europa e del Mediterraneo ne è pregna. La parola si è poi materializzata nelle endemiche “uova di cioccolata”, a volte ottima e spesso pessima.

Anche nei dolci simbolici e ancestrali c’è stato il culto dell’uovo. La tradizione scandita dai nomi sopravvive in Sicilia: campanaru o cannatuni a Trapani, pupu ccù lovua Palermo, cannileri nel nisseno, panaredda ad Agrigento e a Siracusa, cuddura ccù lovua Catania, palummedda nella parte sud occidentale dell’isola. Qualunque sia la forma e il nome si tratta di pasta di dolci impreziositi da uova intere cotte nel forno.

Ne abbiamo pure nel Salento, con nomi simili in qualche caso e completamente diversi in altri. I più interessanti sono la “Panareddhra” (dolce) e il “Puddhricasciu” (salato).

Quasi sperduti nella notte dei tempi, ancora qualche forno di paese continua a farli e a sentirsi chiedere cosa siano. La panareddhra ha la medesima radice e formulazione del corrispondente Sicano. Più interessante è la storia del “puddhricasciu”. Almeno nel mito, di incontrovertibili origini leccesi.

… Il Fatalò narra che dimorando San Francesco d’Assisi in Lecce, nel 1219, «giva, secondo il solito dei mendicanti religiosi, limosinando per la città, giunse dinanzi al palazzo di un patrizio (oggi si possiede dalla nobile famiglia dei Perroni ed è immemorabile tradizione dei leccesi che questo fosse stato il palazzo del nostro primo vescovo Santo Oronzo) vi picchiò la porta e chiese per amor di Dio la limosina ; in un subito vaghissimo un paggio diedegli un bianco e grande pane e disparve. Al picchiarvi della porta ere accorso un famigliare della casa a cui San Francesco rendè le grazie in nome di Dio per il pane già ricevuto e che fino a quel punto teneva in mano. Disse colui non essere pane di loro casa, onde, conosciutosi da San Francesco il tratto della divina provvidenza e da quelli della casa il miracolo ne diè i ringraziamenti all’Altissimo e gli altri conservar ne vollero perpetua la memoria, mentre fecero sull’arco della porta scolpire un angelo in atteggiamento di scendere dal cielo ed offrire un pane. Questa memoria sin oggi in quel palagio si vede.» …N. Vacca

Il passo è tratto da Rinascenza Salentina – Anno II, 1934 – pp 207-208.

Quel pane fu nominato “puddhricasciu” e quel rione prese il nome di Pollicastro, per la tendenza a toscaneggiare che s’aveva in quel tempo. Vi sono alcune imprecisioni ovviamente. L’angelo di cui si parla è tipico del 1500 piuttosto che del 1200 e probabilmente quel palazzo non vide mai Sant’Oronzo abitarvi. Ma il rione Pollicastro esisteva per davvero e doveva il suo nome ad una forma di pane bianco con le uova dentro che si portava allu riu …. ma questa è un’altra storia.

La ricetta oggi non c’è, solo l’invito a cercare ancora l’antico “puddhricasciu”, a consumarlo con gli amici sorseggiando un vino nuovo, nuovissimo: il Merlot del Salento della cantina Santi Dimitri. Il primo merlot salentino in assoluto, siamo qui a testimoniarlo come fece il Fatalò per il “pollicastro”, sperando che qualcuno, un giorno, se ne ricordi.

I “coccioli” tarantini ossia le murici

murici

di Massimo Vaglio

 

Con il termine di còccioli, cuzzìuli o cuècciuli tarantini nel Salento si appellano genericamente le murìci d’entrambe le due specie più comuni, ossia le murici propriamente dette (Murex trunculus) e le murici spinose (Murex brandaris). Tutte e due le specie ma, in particolare le prime, sono ampiamente presenti nei mari pugliesi, su quasi tutti i tipi di fondale sino ai 100 metri di profondità, ma è il Golfo di Taranto a mantenere da millenni il primato di questa produzione.

Questi molluschi che appartengono alla classe dei Gasteropodi hanno alle spalle una storia illustre e  millenaria. Da esse infatti veniva ricavata la preziosissima porpora di cui già si parla nella Bibbia e nelle opere di Omero e sulla cui fabbricazione ampie testimoniante hanno lasciato Plinio, Aristotele, Plutarco, Teofrasto ed altri. Questa serviva a colorare, tra i vari filati, anche la cosiddetta “lanapenna” ricavata dal bisso della Pinna nobilis.

Il “laticlavio”, ossia la toga indossata dai senatori romani, era orlata dall’alto in basso da una fascia di porpora. Indossavano toghe orlate di porpora anche i notabili anziani, ed i sacerdoti, mentre toghe interamente di porpora, erano indossate, sul carro di trionfo, dai generali vittoriosi nelle grandi parate ufficiali.

Taranto era, a quanto pervenutoci, una delle maggiori produttrici di porpora e su questa industria trasse molta della sua fortuna. Tanto è stata notevole questa produzione che ancora nella seconda metà del XVIII secolo, il conte Carlo Ulisse De Salis Marschlins, viaggiatore svizzero, testimonia la presenza a Taranto di una strana collina :- ….Sempre in queste vicinanze, di là dal convento Alcanterino, esiste una collina, chiamata Monte Testaceo, consistente nella massima parte di avanzi di bivalvi e di mùrici. Si vuole che la celebre tinta purpurea di Taranto fosse stata anticamente preparata in questo punto, e che la piccola cisterna quadrata lì presso esistente, fosse usata per la preparazione del prezioso liquido.- 

 Con la scoperta della cocciniglia (kermes) prima ed infine dell’anilina, l’uso della porpora decadde, ma si incrementò l’utilizzo gastronomico delle murici che, perduta la preziosità e decaduto la sorta di monopolio a cui erano state sino ad allora assoggettate, tornarono ad essere solo un cibo gustoso ed alla portata di tutti.

Le murici, non sono oggetto di allevamento, anche se spesso vengono raccolte e mantenute dagli allevatori di mitili nelle zone in loro concessione, per poi ripescarle e porle in vendita nei periodi dell’anno più propizi.

Ancora oggi, in Puglia sopravvivono delle particolari forme di pesca specifica alle murici; una di queste viene compiuta con l’ausilio di delle sorta di trappole dette “coppi”, che vengono innescati con esche costituite da scarti di carne o pesce.

Sopravvive, però, anche una forma di pesca ancora più particolare, praticata con l’ausilio dei cosiddetti miervuli o miruli che sarebbero i coriacei ammassi di uova di questi molluschi. Questi ammassi tondeggianti, che sono costituiti da tante cellette e che ricordano i favi delle api, vengono formati dalle murici nel mese di giugno e accresciuti man mano dalle stesse che vi si portano sopra per deporre le proprie capsule ovigere.

Ognuno, per così dire, di questi “nidi”, possiede una potentissima forza attrattiva, tanto da riuscire ad attirare tutte le murici presenti nel raggio di svariate centinaia di metri.

Questa pesca, viene praticata in detto periodo ispezionando con l’ausilio dello specchio i fondali marini tradizionalmente interessati dalla presenza dei miervuli, che una volta individuati vengono recuperati, vengono raccolte le murici che vi si trovano attaccate, e con un apposito attrezzo vengono rastrellate anche quelle che si trovano nelle immediate vicinanze.

Ad ognuno di essi infine viene fissata una cordicella con un segnale galleggiante facilmente individuabile. Così segnalati i miervuli vengono in seguito visitati quotidianamente recuperando tutte le murici ad essi aderenti.

In una stagione una barca riesce a pescare anche alcune decine di quintali di murici.

Le murici vengono gustate prevalentemente lesse, ma anche crude, da chi non disdegna il loro gusto “piccantino”. In alcune località rivierasche pugliesi vengono utilizzate anche per preparare delle gustose spaghettate.

 

Cuècciuli tarantini a ‘nsalata

Murici a insalata

Sciacquate per bene le murici sotto l’acqua corrente onde eliminare eventuali spiacevoli residui di sabbia e metteteli a lessare coperti d’acqua, facendoli bollire per qualche minuto. Lasciateli raffreddare nella loro acqua di cottura, quindi utilizzando un robusto ago estraete i molluschi dalle conchiglie, privateli dell’opercolo, poneteli in un piatto da portata e conditeli con olio extravergine d’oliva, pepe, limone e prezzemolo tritato. Costituiscono un delizioso antipasto.

Spaghetti al sugo di “coccioli”

Ingr. : 2 kg. di murici, 500 grammi di spaghetti, 300 grammi di pomodori pelati triturati, olio extravergine d’oliva, 2-3 spicchi d’aglio, prezzemolo, pepe nero macinato.

Risciacquate per bene le murici, lessatele per qualche minuto, quindi estraete i molluschi dalle conchiglie adoperando un robusto ago e privateli dell’opercolo. In una padella fate riscaldare dell’ottimo olio con due tre spicchi d’aglio e prima che questi imbiondiscano unite i pomodori triturati, una presina di pepe nero macinato al momento ed un po’ di prezzemolo tritato. Riportate ad ebollizione ed unite le murici precedentemente pulite. Lasciate cuocere sino a che l’olio si comincerà a “slegare” dal sugo. Condite quindi, gli spaghetti cotti al dente e serviteli cosparsi con prezzemolo tritato e pepe. Una variante consiste nell’impiegare le murici crude; dopo averle cavate dalle conchiglie schiacciando i gusci con l’ausilio di un martellino, ne deriva però un sughetto dal sapore un po’ troppo marcato, non a tutti gradito ed inoltre nel pulire le murici crude si incorre nell’inconveniente di colorarsi le unghia di una resistentissima colorazione purpurea.

Le uova dei galli e il basilisco

Un piccolo rettile al centro di una stupida credenza neritina dei secoli scorsi

 

ATTENTI AL BASILISCO!

Chiunque avesse incrociato il suo sguardo, sarebbe rimasto paralizzato o morto all’istante

basilisco

di Emilio Rubino

Il basilisco (vasiliscu per gli amanti del dialetto salentino), nome di derivazione greca (βασιλίσκος), è un piccolo rettile che a malapena raggiunge i 50 cm. di lunghezza. Oggi è quasi del tutto scomparso. I pochi esemplari superstiti s’incontrano immobili sulle pietraie o nei campi incolti a godersi il caldo sole d’estate. A vederli, sembrerebbero delle bestiole insignificanti per le modeste dimensioni e per l’innata paura dell’uomo.

Avevano tutt’altra opinione i popolani di Nardò dei secoli andati, molti dei quali prestavano fede ciecamente a una stupida credenza, che dipingeva l’animaletto come un’orrenda bestia da cui stare alla larga. La leggenda nasce, presumibilmente, per via dell’ispida cresta che, partendo dalla testa dell’animale, si protrae per tutto il dorso, sino ad arrivare in prossimità della coda, e per gli occhi un po’ sporgenti e arrossati. Per tali caratteristiche, il basilisco sembra un piccolo drago, pronto a sputare fuoco e a creare seri problemi a chi ne venga investito. E invece, si tratta di una bestiola timida e inoffensiva che ama vivere nei luoghi isolati. Come tutti i rettili, va in letargo durante il periodo invernale e si risveglia in primavera ai primi tepori del sole d’aprile, uscendo di tanto in tanto dalla tana per brucare la tenera erba o cibarsi di qualche incauto insetto. La sua attività più intensa è svolta d’estate, sia per fare un carico di sole sia per dedicarsi, come ogni specie vivente, all’accoppiamento.

Ma torniamo alla leggenda neritina.

Basilisco

Pare, secondo la superstizione popolare di quel tempo, che la bestiola nasca da un uovo.

Beh!… su questo non ci piove, considerato che i rettili sono animali ovipari. La stranezza sta nel fatto che l’uovo è deposto, non già da una “basilisca”, ma… udite, udite… da un gallo!

No, non mi sto sbagliando!…

Qualcuno potrebbe obiettare che non dovrebbe trattarsi di galli, ma, al limite, di galline, giacché sono queste a deporre le uova. E invece, no: si tratta proprio di galli!

Ma di quali galli?!…

Stando sempre alla leggenda neritina, gli unici a deporre uova così strane, sarebbero i galli di età superiore ai sette anni, i quali, per uno strano e incomprensibile sortilegio, una volta superata quest’età, sono condannati da Madre Natura a una pesante punizione, cioè procreare basilischi. Perché ciò avvenga è necessario che il gallo deponga l’uovo sul letame e che in seguito sia fecondato da un rospo. Dopo pochi giorni di incubazione, nasce il basilisco, una creatura con la testa di gallo, dalla cresta squamosa rossa, grandi ali spinose e coda di serpente. Il suo sguardo incenerisce, secca le piante, contamina le acque; il suo alito uccide, brucia l’erba ed è velenoso. Il basilisco può autoincenerirsi, se, per sua sfortuna, si guarda in uno specchio. Questa figura, per certi versi mitologica, ha due nemici mortali: le donnole e i galli, il cui canto le è letale. Stando a questa nefasta credenza, avevano ben ragione i salentini, e maggiormente i neritini degli anni andati, ad aver enorme paura dei basilischi.

Proprio per questo motivo tutti i galli prossimi ai sette anni venivano ammazzati e mangiati; anzi, per non correre troppi pericoli, i contadini li uccidevano ancor prima dei cinque anni. Capitava, però, che qualche imprudente neritino, non sapendo far la conta, lasciasse superare all’animale i fatidici sette anni e allora… apriti cielo!

Se in una determinata zona della vasta campagna neritina morisse qualcuno in circostanze misteriose o per cause ignote, allora c’era sempre un Tizio o un Caio che tirava in ballo la storia del basilisco.

Sapiti comu è muertu cumpare Gricoriu?…E’ muertu ca l’ae sfiatatu ‘nu vasiliscu!”1.

E tutti a diffondere la notizia per la città. Sta di fatto che erano in molti a non avvicinarsi più alla campagna di Gricoriu, per non fare la sua stessa fine.

Perciò in ogni famiglia si badava bene a non far sopravvivere un gallo oltre il settennio per non incorrere nel malefico mostriciattolo e creare un’infinita serie di luttuosi accadimenti.

Narra una leggenda nella leggenda che, alla fine del Settecento, nella masseria Tagghiutisu, in agro di Nardò, della quale oggi non si ha più notizia (forse per la strana storia del basilisco), la massara ebbe a dimenticarsi dell’età di alcuni galli (forse perché colpita da un’incipiente forma di Alzheimer), per cui un bel giorno uno dei pennuti, avendo superato il limite d’età, depose il “fatale” uovo, ma non nel pollaio, bensì su un mucchio di letame. La sfortuna volle che un rospo se ne accorgesse e lo fecondasse. Il nuovo “nato”, per non incappare nel canto malefico di altri galli, preferì allontanarsi in tutta fretta dalla masseria e nascondersi nelle vicine pietraie. Il basilisco crebbe sino a raggiungere l’età matura. Con fare baldanzoso e prepotente, decise di abbandonare il sicuro ricovero della tana e visitare la masseria. E’ inutile dirlo che, una volta entratovi, l’animale fece strage di tutti coloro, uomini e bestie, che sfortunatamente lo incrociarono con lo sguardo. In un primo momento si pensò che un’improvvisa malattia si fosse abbattuta in quel luogo, ma, dopo che alcuni contadini superstiti rinvennero le impronte e gli escrementi dell’orrenda bestia, tutti abbandonarono la masseria, ormai ritenuta luogo maledetto, per non farvi più ritorno.

E così, divulgatasi di bocca in bocca la ferale notizia, la gente, annichilita e terrorizzata, non osò per molti decenni frequentare quella contrada, mantenendosi alla larga per un raggio di un chilometro.

Quelle terre, abbandonate per tanti anni, non furono più coltivate e si inselvatichirono al punto da essere considerate come luoghi preferiti dai basilischi. Solo dopo oltre mezzo secolo qualcuno cominciò a ricredersi.

Salvatò, sta’ bbìndinu la massaria “Tagghiutisu”!”2– ebbe a dire una giovane moglie al marito, alquanto danaroso.

E cce bbuei cu ndi la ccattamu?!3”.

Salvatò, ‘òlinu picca ducati!… Ete ‘nu veru affare!4”.

Ci no’ nc’eranu li vasilischi, la ccattava subbitu!…” – gli rispose quello – “…None Cuncettina, nu’ mbògghiu cu ffazzu la fine c’hannu fattu tanti cristiani!”5.

In seguito, grazie all’incidere della civiltà e dopo ripetute visite di alcuni uomini coraggiosi in quella masseria, si intuì che la storia del “micidiale basilisco” fosse soltanto frutto di una stupida superstizione popolare. Finalmente, all’inizio del Novecento, quei luoghi ritornarono a essere frequentati e coltivati come un tempo.

Perciò, meditate gente, meditate!… e ricordate che soltanto grazie a un’adeguata istruzione è possibile abbattere l’ignoranza e, soprattutto, la stupidità delle super- stizioni.

Da allora i basilischi vissero felici e contenti, ma i galli, sebbene fosse stata sfatata la superstizione, continuarono a essere ammazzati, così come gli agnelli, le anguille, i capitoni e altri animali, che, per altre incrollabili credenze, subirono e subiscono tutt’oggi, in certi periodi dell’anno, un’inconcepibile mattanza.

Bisogna lavorare tanto per sconfiggere definitivamente le lucide pazzie dell’uomo moderno… moderno per modo di dire, perché, a mio modesto avviso, si vive ancora nell’Alto Medioevo, nonostante le numerose conquiste mediche, scientifiche e tecnologiche.

Una probabile nuova specchia in territorio di Alliste

lato nord-est della costruzione
lato nord-est della costruzione

testi e foto di Francesco Giannelli

 

 

La passione e lo studio del territorio vengono spesso gratificati da chi sa ben porsi nei confronti del nostro paesaggio, mai sufficientemente studiato e valorizzato.

Una terra generosa, plurimillenaria, che porta ancora in sé i segni dell’uomo antico, almeno fino a quando si cercherà di tutelarla e difenderla dai numerosi tentativi di antropizzazione, non sempre leciti e rispettosi.

In una delle mie recentissime escursioni, questa volta sulla Serra “Calaturo” di Alliste, credo di essermi imbattuto in una presunta specchia o fortificazione di epoca remota. Mi pare che essa sia sconosciuta ai più, e non la ritrovo tra quelle censite dal De Giorgi in Alliste, che in questo comune classificò solo Specchia Sciuppano e Specchia dell’Alto. Per quel che ne so il felice mio ritrovamento non mi pare sia stato censito da altri studiosi locali e sono ben lieto di renderlo noto ai lettori di questo sito e a quanti si interessano di questo argomento.

specchia  (10)

Alla segnalazione aggiungo anche qualche dato, per supportare la notizia e per coinvolgere gli esperti, sebbene stia per inviare dovuta comunicazione alla Soprintendenza.

Ciò che mi ha colpito sono state soprattutto le dimensioni notevoli della costruzione, circa 24 mt di diametro, con un muro perimetrale che in alcuni punti dell’alzato registra un’altezza compresa tra i 2 e 2,5 mt.

Costruita con massi non perfettamente squadrati, colpisce la dimensione notevole di alcuni di quelli incastrati in più punti e soprattutto di alcuni massi che formano il basamento, almeno per quello che si riesce a intravedere.

particolare del muro sul lato sud
particolare del muro sul lato sud
particolare del muro sul lato est
particolare del muro sul lato est

La mia inadeguata formazione archeologica mi impedisce di formulare ipotesi fondate, ma non risulta insufficiente a ritenere l’affascinante costruzione un’opera di fortificazione o forse anche solo di avvistamento, considerando la strategica posizione, ad un’altitudine di 61 mt s.l.m., che permette di godere di una meravigliosa vista panoramica del territorio circostante, compresi, a sud, il tratto di costa prospiciente Ugento e fino a Torre Pali, ad est tutta la vallata fino alla serra di Casarano e di sant’Eleuterio (Parabita). Un’ulteriore, inevitabile, considerazione riguarda il collegamento a vista tra la nostra e la nota Specchia dell’Alto in direzione nord, quasi anticipasse la collaudata comunicazione tra le torri costiere meridionali che sarebbero sorte qualche secolo dopo.

vista dal lato sud
vista dal lato sud

 

vista dal lato ovest
vista dal lato ovest

Riti e tradizioni pasquali. La fiera magliese dell’Addolorata

di Emilio Panarese

Tradizioni e riti della settimana santa magliese non sono molto dissimili oggi da quelli ancora vivi in tutta la subregione salentina, in quanto in questi ultimi decenni, così com’è avvenuto per i dialetti e la lingua ufficiale, la nostra società consumistica ha assai livellato e uniformato quelle che una volta erano manifestazioni inconfondibili e peculiari di un agglomerato urbano, nel passato, tranne qualche eccezione, assai chiuso, per le rare comunicazioni e gli scarsi scambi culturali, e quindi poco sensibile alle influenze di costume di altri centri urbani della provincia. Le tradizioni pasquali, come le natalizie, con il fluire del tempo, hanno perduto a poco a poco l’antico connotato, il significato originario, non per un involutivo processo di deculturizzazione o di perdita di identità, ma per una normale dinamica di svolgimento, di ammodernamento, di adattamento della tradizione a nuove esigenze, a nuove concezioni di vita e di fede.

Ne parliamo, perciò, non certo per riviverle o, peggio, per recuperarle, in quanto tale pretesa contrasterebbe con la legge stessa della storia, che è incessante svolgimento, e nella vita e nella storia nulla si ripete, né tanto meno ad esse guardiamo, con sentimento nostalgico ed elegiaco, come ad un bene perduto per sempre, ma senza rimpianto le esamineremo, perché rituali storicamente validi della nostra cultura passata, delle consuetudini degli avi, perché espressione autentica della religiosità aggregativa della comunità magliese, vista nella sua unità, al di fuori della distinzione classista ed angusta di due culture contrapposte: l’egemone e la subalterna (oggi complementari e similari), religiosità aggregativa che tuttavia continua, sia pure di parecchio trasformata, e nello spirito e nelle forme spettacolari esteriori.

Non molte le fonti alle quali abbiamo attinto: la tradizione orale, la letteratura vernacolare magliese in versi (canti popolari, poesie di N.G. De Donno, N. Bandello, O. Piccinno), giornali magliesi (Lo studente magliese, Il sabato, Tempo d’oggi), ma, soprattutto, alcune carte d’archivio dell’arciconfraternita di Maria SS.ma delle Grazie e, per quanto attiene al rituale in uso agli inizi del ‘900 o a quello poco prima estinto, al saggio La gran settimana, che ci ha lasciato il dotto e valente professore magliese, poi preside, Angelo De Fabrizio, cultore appassionato, preparato ed attento di studi folclorici salentini. A loro tutti il mio ringraziamento per i contributi e le testimonianze che ci hanno donato.

La fiera magliese dell’Addolorata

Precede di due giorni la Domenica delle Palme e si svolge nel viale che porta alla settecentesca graziosa omonima chiesa, una volta distante dall’abitato, in mezzo ad orti e giardini bene irrigati, oggi in una zona urbana assai frequentata soprattutto il sabato.

Tre ggiurni nnante la simana santa,

ossia lu venerdìa, ven ricurdata cu nna fiera:

Matonna Ndolurata a mmenzu lli rusci!

E diuzzione quanta?

Nnu tiempu la fiera era ‘mpurtante:

vinìne dai paesi a cquai Maje

cu ccàttane campaneddi e minuzzaje

e tante mercanzie, nu’ ddicu quante!

(Orlando Piccinno)

L’antica fiera del bestiame[1] si è trasformata via via in un chiassoso, vivace mercato con banche e bancarelle di dolciumi, di noccioline, di terraglie, di stoviglie e utensili domestici vari, di cesti di vimini, di vasi di argilla per fiori e, soprattutto, di campane e campanelle, di trombe e trombettine, di pupi e di pupe, di lucerne, di animali domestici vari, tutti di terracotta, verniciati o no, di ogni forma e tipo, ed ancora di palloncini, di giocattoli di plastica, di carrettini, di variopinte ruote con l’asta, di rustici mobili in miniatura (giuochi assai ricercati dai bambini una volta), di fischiettid’argilla e di gracidanti raganelle[2] di legno.

Durante tutta la giornata della fiera, soprattutto la sera, la chiesa dell’Addolorata è meta di devoto antico pellegrinaggio e di raccolta preghiera davanti alla statua di cartapesta di Maria SS.ma che ha la faccia chiusa nella veletta nera e sette spade a raggiera sul cuore.

Lacrime a ggoccia de lucida cira,

la facce chiusa a lla veletta nera

e sette spade a llu core raggera,

vave chiangennu morte e mmorte tira

-stu venerdìa de vana primavera

ca pulanedda d’àrguli rispìra-

cacciata de lu nicchiu a pprima sira

Ndolurata Maria, la messaggera

de l’agnellu Ggesù. Li Grammisteri

de cartapista cu lla purgissione

èssene osciottu tra ale de pinzieri

e Mmaria a rretu, muta a lla passione.

Osci, fischetti an culu carbinieri,

tròzzule e campaneddi ogne vvagnone.

(Nicola G. De Donno)

note al testo:

[1]La fiera dell’Addolorata e quella di S. Nicola vennero istituite nel 1860 con lo stesso decreto borbonico.

[2]Arnese rudimentale di legno a forma di bandiera, costituito da un manico cilindrico rastremato verso l’alto, in cui viene inserita una ruota dentata contro la quale, a contrasto, si fa girare, in senso rotatorio, una sottile lamina (linguetta) che produce un fragoroso gracidìo. Da qui il nome raganella di Pasqua e gli onomatopeici salentini trènula o tròzzula. Allo stesso campo semantico di tròzzula appartengono tròccola, tròttola, trozzella. La troccola “bàttola”, “raganella” o, meglio alla lettera, “ruota dentata che fa rumore” (incrocio del gr. chrótalon “nacchera” con trochilía “carrucola del pozzo”) era anticamente una ruota di ferro a cui erano appesi parecchi anelli, che nel muoversi crepitavano (garruli anuli). Cfr. il caI. tròccula e il nap. tròcula. La tròttola è il giocattolo di legno, simile a un cono rovesciato, con punta di ferro, che si getta a terra, tirando a sé di colpo la cordicella ad esso avvolta. Noi magliesi, con voce aferetica derivata da curru, la chiamiamo urru, bifonema speculare, che imita il suono caratteristico di un oggetto che gira velocemente, producendo lieve rumore. Trozzella “rotella” è voce regionale pugliese, che indica una tipica anfora messapica “di forma ovoidale rastremata al piede, con alte anse nastriformi, verticali, che terminano in alto e all’attacco col ventre con quattro rotelline (da lat. trochlea con suff. dim.). I manici ad ansa con nodi a rotella imitano la carrucola del pozzo (trozza). Ma con tròzzula noi salentini indichiamo pure la ruota del telaio, che fa girare il subbio, cioè il cilindro di legno su cui sono avvolti i fili dell’ordito, ed anche, in senso figur. e dispr. la donna di malaffare, la meretrice, la sgualdrina, che va in giro qua e là, destando mormorìo di disapprovazione tra la gente onesta (“giro”+”rumore”).

[estr. da “Riti e tradizioni pasquali in un paese del Salento (Maglie)”, Erreci edizioni, Maglie, 1989, 3° vol. della “Collana di saggi e documenti magliesi/salentini” fondata e diretta da Emilio Panarese]

Statuaria processionale “da vestire”. L’Addolorata di Nardò

ph Mino Presicce

di Marcello Gaballo

Nella basilica cattedrale di Nardò da oltre due secoli si venera una bellissima statua dell’Addolorata, conservata in un’artistica teca lignea a base esagonale, protetta da vetri. Nella parte sottostante, fino a qualche anno fa, era collocata anche la statua del Cristo morto, poi definitivamente sistemata in un’urna in vetro, come si può vedere nella prima cappella della navata destra.

Le celebrazioni della Vergine Addolorata, o Desolata, come più facilmente ricorda il popolo neritino, sono utile occasione per soffermarci sull’opera artistica, molto interessante e particolare, la cui costante devozione è ancora molto sentita.

E’ una delle più belle statue processionali esistenti in città e ancora oggi, come accaduto per secoli, viene portata “a spalla” dalle devote nella processione del venerdì santo,  seguendo quella del Figlio morto.

La figura ricalca l’iconografia tradizionale. Lo sguardo affranto è rivolto al cielo e i lineamenti felicemente resi  dallo scultore conferiscono all’opera una suggestiva espressività, assolutamente consona alla tragicità dell’evento, per il quale si giustificano anche il pallore cutaneo e la posizione delle mani, in asse con il capo sollevato sul quale poggia una corona argentea.

A grandezza naturale, con struttura a manichino ligneo, richiama molto la tipologia della statuaria “da vestire” settecentesca napoletana. In mancanza

In Canto (“Fatti di dolore” di Maurizio Nocera)

Edgar Degas (1834-1917)

di Paolo Vincenti

“Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio”: in questi versi della dantesca preghiera alla Vergine di San Bernardo si concentra una delle espressioni più alte, nella storia del pensiero mondiale, dell’amore che l’uomo abbia saputo esprimere in  poesia nei confronti dell’alma madre, la Madonna. Mala storia della letteratura di tutti i tempi è ricchissima di autori che, in prosa o in versi, si sono rivolti alla propria madre per  cantarne la dolcezza, lamentarne l’assenza o vivificarne la presenza,  piangerne la partenza, per sublimarne il volto e l’immagine o per cullarne il ricordo, per scrivere della propria nostalgia, dei propri rimpianti  e travagli, di contrasti ormai sanati, di inquietudini e conflitti pacificati.

Così fa Maurizio Nocera, l’arsapo che continua a volare alto nei cieli della cultura salentina e che ogni tanto ha bisogno di ritornare al nido, là dove la sua avventura è cominciata, per ripararsi dalle intemperie della vita, per far riposare le ali e per cercare nel conforto materno quel caldo che aiuta a riprendere il volo. E quel  nido per l’arsapo-angelo Maurizio è Tuglie, borgo avito, dove sono i suoi ricordi di infanzia e adolescenza, il porto-quiete dove

Gallipoli. Il venerdì della Madonna

di Salvatore Magno

Nella piccola cittadina, arroccata su un’isola e cinta dalle antiche mura medievali, la Settimana Santa, con tutti i suoi riti religiosi e le tradizioni popolari rappresenta il principale avvenimento dell’anno.

Tutto inizia sette venerdì prima e, di settimana in settimana, un’agitazione sottile, quasi impalpabile come una febbre, si impadronisce di tutti, senza distinzione di sesso, età o ceto sociale per esplodere il venerdì che precede la Domenica delle Palme lasciando che i suoi sintomi facciano effetto per tutta la Settimana Santa fino a spegnersi silenziosamente nel Lunedì dell’Angelo, affogata nell’unico rito pagano legato alla Pasqua: la gita fuori porta.

Una tradizione affondata nella notte dei tempi, vuole che in quel venerdì, la settecentesca statua raffigurante la Madonna Addolorata, che per tutto l’anno è conservata nell’oratorio dedicato alla Vergine del Carmelo, venga portata nella casa di una delle famiglie patrizie fondatrici della confraternita, lì viene vestita con preziosi abiti, addobbata di con ex-voto e, infine, adornata con capelli donati dalle devote, per poi tornare nella Sua chiesa. Alle dodici in punto in solenne processione la statua viene portata in cattedrale, dove alla presenza della cittadinanza, del vescovo e di tutte le più alte autorità si svolge lo storico concerto in Suo onore.

Far parte dell’orchestra o del coro è motivo di vanto ed orgoglio per tutti, dall’ultimo dei coristi al tenore solista, dal più umile musicista su su fino al

Prima vera emozione

Primavera

 di Elio Ria

Si raddrizza con forza il gambo del fiore vessato dall’Inverno. Il risveglio è nell’aria nuova. Il sole in gioventù muove da Oriente, giungerà temprato e ben fatto. Non deluderà i fichi d’india, né gli ulivi, né la terra. Darà ombre e calore, addomesticherà i venti, racconterà fiabe.

Si adagerà nelle ore del meriggio sulle acque del mare di Castro e di Gallipoli.

È dunque Primavera!

Vorrei indossare un vestito nuovo e andare per sole e per luna. Non posso. Non voglio. Non so cosa. In confusione di me e di tempo rinnovo la Primavera del mio pensiero.

 

 

DA: http://www.elioria.com/la-lente-di-elio/prima-vera-emozione/

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