La suppènna e la ‘mbracchiàta, antenate del porticato e del gazebo.

di Armando Polito

Vista esterna delle suppenne della Masseria Donna Menga (foto di Maria Grazia Presicce)
Vista esterna delle suppenne della Masseria Donna Menga (foto di Maria Grazia Presicce)

 

Oggi un’abitazione di prestigio di nuova costruzione, specialmente se insediata all’interno di un grande spazio anche cittadino, non può non essere dotata di un portico magari corredato di un sistema di chiusura per renderlo abitabile in qualsiasi stagione e condizione climatica. In passato non c’era masseria del Salento che non avesse il suo bravo portico, anche se spesso questo, essendo adibito a stalla o a spazio da utilizzare per determinati lavori, come la infilzatura delle foglie di tabacco da collocare sui tilarètti1 per l’essiccazione, poteva pure essere separato dalla fabbrica principale. Questo portico nella forma architettonicamente più pregevole era formato da un numero variabile di ambienti coperti da volte (a stella nella fabbrica delle foto), senza la presenza di muri divisori, eccetto quello che lo collegava alla fabbrica principale.

Vista interna delle stesse suppenne (foto di Maria Grazia Presicce)
Vista interna delle stesse suppenne (foto di Maria Grazia Presicce)

 

Tuttavia è legittimo supporre, come emergerà dalla testimonianza medioevale che fra poco citerò, che all’inizio questa struttura avesse in muratura solo le colonne portanti e che la copertura fosse di travi lignee, tavole e tegole. Era questa la suppènna, voce che per il Rohlfs2  è “da un latino volgare *subpinna=vano sotto il pinnacolo, cioè sommità del tetto”. L’unica proposta etimologica precedente a quella del Rohlfs è negli Atti del I congresso di etnografia italiana, Roma, 19-24 ottobre 1911, Unione tipografica cooperativa, Roma, 1912, pag. 223, in cui suppìnna è fatto derivare  dal latino casa supina. Non riesco a comprendere il nesso tra la dislocazione di questo particolare architettonico con il concetto di “disteso sulla schiena” ma posso tentare di ricostruire il percorso fatto fino al passaggio finale per me incongruente. Negli statuti della città di Barletta risalenti al XV secolo (dunque di più di tre secoli anteriori rispetto a quello, di cui si dirà più avanti, in cui è attestata la variante suppìgno) s’incontra un suppìna3, per cui, secondo me, si è pensato che esso corrispondesse a supina con geminazione espressiva di –p-: la proposta non regge, come già rilevato, sul piano semantico, ma anche foneticamente si mostra più debole e meno lineare rispetto a quella che avrebbe fatto poi il Rohlfs in cui –pp– è frutto di assimilazione e al gruppo –nn– corrisponde meglio il –gn– di suppìgno4 che non il –n– di supìna.

C’è da sottolineare inoltre che il suppina di cui stiamo parlando è inequivocabilmente accusativo neutro plurale (retto da extra come il successivo tecta) di suppìnum che, anche se non registrato dal Du Cange, è molto frequente in documenti medioevali a partire dagli inizi del XII secolo5.

Faccio inoltre presente che in architettura si chiama pennacchio (dal latino pinnàculum, diminutivo di pinna) la superficie di raccordo tra la struttura portante di un edificio a pianta poligonale e la calotta di una cupola che lo sovrasta. Il nome, oltretutto, è, dunque, connesso con la struttura della fabbrica, non con la sua destinazione d’uso, tant’è che, se a Nardò suppènna indica la descritta  fabbrica rurale, le sue varianti  suppìnna (a Castro e a Lecce) e suppìgne a Massafra sono sinonimi di soffitta, soppalco, 6, come suppìgnu nel dialetto calabrese.

Lo conferma anche la voce aggettivale sostantivata del latino medioevale suppennata non registrata, al pari di suppènna,  nel Du Cange7 né in altri ma attestata in una pergamena risalente al 9 gennaio 12808 e riferentesi ad un fortilizio di Lucera: … item suppennatam unam in ingressu magne porte ipsius fortellicie pro statu servientum deputatorum ad custodiam dicte fortellicie, trabeatam marramatam9 et imbricibus cohopertam; sub qua suppennata facta sunt sedilia de tufis … (parimenti una suppennata nell’ingresso della grande porta dello stesso fortilizio per lo stazionamento dei servi deputati alla difesa di detto fortilizio, trabeata e  intavolata e coperta di tegole: sotto questa suppennata sono stati realizzati sedili di tufi …).

Suppennàta suppone suppennàre e questo suppènna, che non è altro che il *subpinna ipotizzato dal Rohlfs dopo l’assimilazione e il passaggio –e->-i-, tutti fenomeni fonetici scontatissimi. Se poi lasciamo da parte quest’ultimo passaggio abbiamo una forma intermedia suppìnna, la quale compare in un provvedimento emanato nel 1434 dall’Università di Monopoli: Et etiam nullus civis vel exterus audeat nec presumat tenere banca ad vendendum caseum, recottam, oleum vel pisces aut alias res extra dicta suppinna seu tecta, excepto in loco, eis forte designato per ipsam universitatem, sub pena preditta applicanda ut supra10(E pure nessun cittadino o forestiero osi né pretenda di tenere banchi per vendere cacio, ricotta, olio o pesci o altro fuori dalla detta suppenna o tetti, a meno che non si tratti di un luogo allo scopo designato dalla stessa Università, sotto la pena predetta da applicare come sopra).

Faccio notare che in questo documento la locuzione extra dicta suppinna seu tecta è parallela all’extra suppina et tecta del coevo documento riportato in nota 3 e che aveva propiziato per suppenna l’interpretazione di casa supina. Supìna s’incontra una sola volta, suppìnna una caterva di volte: lascio al lettore giudicare se suppìnna può essere considerato deformazione di supìna o viceversa.

Ritornando un attimo al suppìgne di Massafra e al suppìgnu calabrese va ricordato, ad ulteriore conferma dell’ipotesi del Rohlfs e di quanto fin qui ho asserito, che suppìgnum è già attestato nel latino medioevale; in una pergamena custodita nell’Archivio capitolare di Barletta recante un atto stilato a Canne il 13 gennaio 1198 si legge: Ut numquam nos vel nostri heredes appellemus partem eiusdem monasterii de quodam suppigno qui est in civitate Barolo eidem monasterio pertinente nec questionem vel controversiam adversus partem predicti monasterii inde moveamus nec moveri faciamus11  (Affinché mai noi o i nostri eredi citiamo in giudizio la parte di detto monastero per quanto concerne una certa suppenna che si trova nella città di Barletta pertinente allo stesso monastero e per questo non promuoviamo o facciamo che sia promossa questione o controversia a carico della parte di detto monastero).

Non guasta aggiungere che a distanza di secoli suppìgno, nel significato di soffitta, è attestato nel napoletano Niccolò Capasso (XVII-XVIII secolo), De la guerra de Troia, II, 81, 3-4  : Ca si se trova ncopp’a lo suppigno/na gatta …; ancora, nel significato intuitivo di tettoia, in una relazione del 3 agosto 1757: … s’ave incontrato una muraglia benché ancora s’ave da incontrare alcuna abitazione; e detta muraglia siegue con il suppigno sopra, atteso abbiamo ritrovato molti tegoli sani e rotti …12;  s’incontra, poi, suppènna anche in testi non letterari dialettali: tormentato e spaventato per le tante cannonate che hanno tirato in questa città, delle quali ne avemo ricevute cinque in convento, una delle quali con una palla di trenta rotola diede allo travo maggiore dell’architravo della corsea dell’ospedale, e ne buttò quasi mezza la suppenna, in tempo che sotto di essa eramo tutti noi, e stavamo medicando un ferito … (da una lettera del 14 agosto 1648 in Angelo Granito, Diario di Francesco Capecelatro, Nobile, Napoli, 1854, v. III, pag. 440); … per dare un aspetto ancor più largo alla piazza, il Principe ordinò ai padroni delle botteghe di alzare il muro allora basso ed umido a un’altezza uniforme; e avvenne che quelli che avevano innanzi la suppenna, per la quale pagavano un canone di grana diciannove dovettero lasciarla e mettersi in linea  (in Pietro Palumbo, Storia di Francavilla città in Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1869, pag. 277).

Se la suppenna può essere considerata come la madre del portico, il gazebo in legno può trovare la sua genitrice  nella ‘mbracchiata, tettoia di frasche usata come schermo contro il sole o come riparo per le bestie. Il primo significato è quello più direttamente collegato all’etimo: ‘mbracchiata è da un latino *umbraculàta, participio passato di *umbraculàre, che è dal classico umbràculum=luogo ombroso, pergolato, riparo; umbràculum, infine, è da umbra=ombra, come tabernàculum=tenda  è da tabèrna=capanna. La sua semplicità costruttiva unitamente all’umiltà dei materiali ha da sempre conferito alla voce una sfumatura spregiativa che ancora oggi sopravvive nell’espressione ulìa cu ssàcciu ci ha proggettatu ddha ‘mbracchiata! che commenta la poco gratificante visione di certe espressioni dell’architettura (?) moderna per la quale, a suo tempo, l’illuminato critico di turno avrà, non necessariamente prezzolato,  usato parole altisonanti, mentre è incapace, magari anche prezzolato, di apprezzare l’armonia compositiva, e non solo quella, che ancora emerge dalle rovine immortalate nelle foto che corredano questo post …

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1 Diminutivo di tilàru=telaio.

2 Ogni volta che il suo nome sarà citato il riferimento è al suo Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976.

3 In Francesco Carabellese, La Puglia nel secolo XV, da fonti inedite, Vecchi, Trani, 1901, pagg. 286, 287 e 288: non audeant nec possint banca seu plantas aut bancas aliquas exire, ponere aut tenere in dictas stratas puplicas, tam tempore nundinarum, quam aliis temporibus ultra vel extra suppina et tecta ipsorum suppinorum, set dictas plateas relaxare ac dimictere liberas et vacuas sine aliquo obstaculo seu impedimento(… non osino né possano esporre, porre o tenere panche e tavoli nelle dette strade pubbliche, tanto nel tempo delle nundine quanto in altri tempi, oltre o al di fuori dei suppini e dei tetti degli stessi suppini, ma lasciare e restituire le dette piazze libere e vuote senza alcun ostacolo o impedimento); … tecta cum suppina devastentur et demoliantur et ad pristinum statum reducantur, omni excusatione cessante (… le case con suppina siano abbattute e demolite e si riportino allo stato originario, con la cessazione di ogni giustificazione); … non audeant tenere aut ponere seu teneri aut poni facere ante eorum domos apothecas aut magazena extra suppina seu tecto frumentum vel ordeum ad vendendum (non osino tenere o porre o fare in modo che sia tenuto o posto davanti alle loro case, botteghe o magazini al di fuori della suppina o tetto frumento o orzo da vendere …).

4 Potrebbe pure, a complicare le cose, far pensare ad un *subpìneum da sub=sotto+pìnea=pigna, sulla scorta di copertura a suppigno, che nel gergo tecnico implica la realizzazione di un vano coibente con tettoia coperta da tegole o pignatte. Pignatta comunemente vien fatta derivare da pigna per somiglianza di forma delle antiche pignatte con una pigna; io invece non escluderei la somiglianza tra la copertura a pignatte e la disposizione delle brattee della pigna.

5 Diploma dell’anno 1107 in Regii Neapolitani archivii monumenta, Tipografia Regia, Napoli, 1857, pag. 307; documenti posteriori nel Codice diplomatico pugliese, passim.

6 Significati registrati dal Rohlfs, op. cit.; sarò grato a chiunque mi fornirà conferma o rettifica.

7 Glossarium mediae atque infimae Latinitatis, Favre, Niort, 1883.

8 In Dokumente zur Geschichte der Kastellbauten Kaiser Friedrichs II und Carls I von Anjou bearbeitet von Eduar Sthamer , Band I, Capitinata (Capitanata), Verlag von Karl W. Hiesermann, Leipzig, 1912, pag. 104.

9 Nel Du Cange è registrata la variante marrimàre con questa definizione:  Ligna sedibus aedificandis aut reparandis apta parare, elaborare (Preparare, lavorare legname atto alla costruzione o alla riparazione di una fabbrica).

10 F. Muciaccia, Il libro rosso della città di Monopoli, Vecchi e C., Trani, 1906, pag. 137.

11 F. Nitti De Vito, Le Pergamene di Barletta. Archivio capitolare (897-1285), Codice Diplomatico Barese, Bari, 1914, vol. 8, doc. n. 178.

12 Michele Ruggiero, Degli scavi di Stabia dal 1749 al 1782, Tipografia dell’Accademia Reale delle Scienze, Napoli, 1881, pag. 61.

5 Commenti a La suppènna e la ‘mbracchiàta, antenate del porticato e del gazebo.

  1. Ho sentito usare alcune volte la parola “sarcinale” per indicare la trave di colmo che sorregge la “suppenna”. Da dove potrebbe derivare?

  2. La voce è assente nel vocabolario del Rohlfs e in quello del Garrisi. Secondo me è tal quale dal latino sarcinàle, neutro singolare dell’aggettivo sarcinàlis/sarcinàle=da soma. Sarcinàlis/sarcinàle è da sàrcina (da cui, tali e quali, la voce italiana obsoleta e la dialettale neretina viva e vegeta)=soma, carico, peso. Sarcinàle, perciò, alla lettera significa: cosa che deve sopportare un peso. E tutto quadra alla perfezione, foneticamente e semanticamente. Per completare il quadro ricordo che il latino sàrcina è dal verbo sarcìre che significa riparare, rassettare; tale concetto è evidente nell’italiano risarcire e sembra piuttosto distante da sàrcina: per eliminare questa distanza basta pensare che per costruire una sàrcina come un qualsiasi oggetto o insieme di oggetti che deve essere caricato conviene rassettarlo, non fosse altro che per risparmiare spazio.

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