Il patriota Bonaventura Mazzarella

Con il pensiero rivolto sempre alla libertà, all’unità e alla prosperità della patria

BONAVENTURA  MAZZARELLA

Fervente repubblicano e indomito patriota, dopo la sommossa napoletana del 15 maggio 1848, fonda a Lecce, con il Castromediano, il De Donno e altri rivoluzionari, il Circolo Patriottico Salentino, di cui è presidente. È eletto più volte deputato al Parlamento italiano.

 

di Rino Duma

 

Se non gli storici, pochi uomini sanno di Bonaventura Mazzarella e di molti dei suoi compatrioti. La storia, che da centocinquant’anni ci viene insegnata (forse perché di parte), ha inspiegabilmente sottaciuto le eroiche gesta di questo fiero e valoroso personaggio del Risorgimento meridionale.

Bonaventura nasce a Gallipoli il 6 febbraio 1818 (quattro giorni dopo Antonietta de Pace) da Carlo (1773-1854) e da Caterina Forsenito (1787-1850). Secondo di quattro figli [Rocco (medico), Domenico (notaio) e Annunziata Maria (non si hanno notizie di lei)], riceve dai genitori un’educazione esemplare, improntata sul rispetto, sull’impegno e l’amore nei confronti delle persone, soprattutto verso quelle bisognose e  sofferenti.

Della prima parte della sua vita, si hanno brevi e contraddittorie notizie. È comunque uno studente modello e ha sempre nel cuore le sorti della patria.

Da giovane frequenta assiduamente alcuni gallipolini, come Achille Dell’Antoglietta, Emanuele Barba, Epaminonda Valentino, Nicola Massa, Antonietta de Pace e altri giovani salentini, con i quali stabilisce duraturi ed efficaci rapporti d’amicizia. Spesso si riunisce presso la sua abitazione sita all’isola Briganti e qui si discetta su temi di filosofia, storia ma essenzialmente di politica.

In questo periodo va ricordata la partecipazione alla sfarzosa festa tenuta a palazzo Doxi-Stracca dai de Pace per festeggiare il ventesimo compleanno di Antonietta. Alla cerimonia è presente il fior fiore dei nobili della provincia, tra i quali Sigismondo Castromediano, la cui madre, Teresa Balsamo, è imparentata con i de Pace.

Gli anni giovanili di Bonaventura sono molto inquieti e turbolenti per via dei fermenti popolari che si respirano in tutt’Europa. Infatti, grazie alla costituzione di numerose sezioni della “Giovine Italia”, le idee mazziniane cominciano ad affermarsi e prendono piede in ogni angolo del paese, soprattutto nel meridione d’Italia. Gli ideali repubblicani e libertari svegliano dal torpore intellettuale le classi della borghesia e di certa una nobiltà, facendo breccia nel rattrappito pensiero di molte persone. Le varie monarchie europee e nazionali sono ritenute la causa principale delle disuguaglianze e sofferenze umane, per cui i sovrani tentano di arginare e ammansire il movimento liberale concedendo al popolo la “Costituzione”.

Negli anni ’40, il gallipolino si trova a Napoli per completare gli studi universitari [si laurea in legge (in utroque iure)], e qui frequenta circoli politici e salotti letterari e artistici. Con la mente già predisposta per natura ai principi di libertà e di democrazia, Bonaventura sposa con grande entusiasmo la causa mazziniana, sino a esserne convinto sostenitore e a farsi appassionato divulgatore.

Finalmente il 29 gennaio 1848, re Ferdinando II, anche perché pressato da altri sovrani italici e dallo stesso papa Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione. Per le città del regno è gran baldoria: si respira un’aria nuova e s’inneggia alla ritrovata libertà.

Solo Bonaventura Mazzarella e Antonietta de Pace sono molto diffidenti, memori anche del voltafaccia di Ferdinando I, il quale, nel 1820, prima concesse la carta costituzionale per poi ritirarla. In effetti, i due non si sbagliano. L’identica situazione si ripete a distanza di quasi trent’anni con il nipote Ferdinando II che, dopo appena quattro mesi, la sospende e poi la revoca definitivamente.

I motivi principali, che inducono il sovrano a rimangiarsi ogni cosa, son dovuti ai conflitti insanabili sorti tra i liberali e lo stesso monarca. Un importante scoglio, che viene solo in parte superato, è rappresentato dalla legge elettorale molto restrittiva e di parte (anche allora, come ora). Infatti, per essere eletto alla camera dei deputati, è necessario possedere una rendita annuale di 250 ducati, mentre per essere elettore bisogna avere un reddito di 20 ducati e aver compiuto venticinque anni. Coloro che non hanno tali requisiti vengono automaticamente esclusi dall’elettorato passivo e attivo. Le donne sono escluse dal voto. Le due imposizioni rappresentano delle grandi limitazioni e, soprattutto, determinano uno sbilanciamento della rappresentatività popolare verso i ceti più alti. Infatti, dopo la prima consultazione elettorale, sono per buona parte eletti personaggi appartenenti alle alte sfere nobiliari (più vicine al Borbone che non al popolo). Altra ristrettezza della neo Costituzione è dovuta al fatto che solo il 4-5% dei cittadini è chiamato a votare: un nonnulla! Tutto ciò, unito ad altre gravi carenze costituzionali, determina un aspro conflitto tra il sovrano e i liberali.

Si arriva al famoso 15 maggio 1848, giorno in cui re Ferdinando è chiamato a pronunciarsi sulla proposta di modifica del giuramento presentata dalla camera dei deputati. Il sovrano tentenna, mentre all’esterno del Palazzo Reale la popolazione inizia a rumoreggiare. Le discussioni tra le parti vanno per le lunghe, sicché durante la notte il sovrano, temendo un colpo di mano da parte dei liberali e della Guardia Nazionale, ordina al ministro dell’interno di dispiegare alcuni battaglioni di polizia e di soldati a protezione della casa reale e delle strade adiacenti. I liberali e i repubblicani non se ne stanno con le mani in mano. In breve tempo in Via Toledo e Via Santa Brigida si ergono delle barricate, dalle quali partono, purtroppo, alcuni colpi di moschetto all’indirizzo dei soldati borbonici. È l’inizio di un’insurrezione che durerà alcune ore, al termine della quale si contano 1.500 morti (c’è chi parla addirittura di quattromila!). Scatta immediata la repressione del sovrano, mentre intanto Antonietta de Pace, Giuseppe Libertini, Achille dell’Antoglietta, Epaminonda Valentino e altri valorosi salentini, che si sono distinti sulle barricate, sono costretti a scappare da Napoli e rientrano nel Salento dopo lunghe traversie.

La notizia giunge a Lecce dopo quattro giorni e suscita nei cittadini sdegno, rabbia ed enorme dolore per i sanguinosi fatti napoletani. I repubblicani e i liberali, capeggiati da Bonaventura, Giuseppe Libertini e Sigismondo Castromediano, si organizzano e in breve tempo destituiscono le autorità borboniche e formano un Governo Provvisorio.

Il Mazzarella, nel frattempo, decide di dimettersi dall’incarico di Giudice Regio a Novoli, indignato e addolorato per quanto accaduto a Napoli. Il 22 maggio scrive al Procuratore del Re, motivando le dimissioni in una lunga e accorata lettera, che termina con la frase “…pertanto, preferisco stare dalla parte del popolo, piuttosto che dalla parte del re traditore”.

A fine giugno si costituisce il Circolo Patriottico Salentino, alla presidenza del quale è chiamato Bonaventura, mentre a vice-presidenti il martinese Michele Santoro (allora come ora un Santoro non guasta mai!) e Camillo Tafuri di Nardò, a segretari Sigismondo Castromediano, Annibale D’Ambrosio, Oronzio De Donno e Alessandro Pino. Ben presto, però, sorgono contrasti tra gli aderenti, alcuni dei quali sono Costituzionali, altri liberali moderati, altri repubblicani e altri radicali oltranzisti. A peggiorare la situazione, da Napoli giungono notizie poco confortanti, per cui, con il passar del tempo, molti iscritti si dimettono dal Circolo.

Ridotti, ormai, a un modesto numero di componenti, nella riunione del 15 luglio Bonaventura, con immensa tristezza e prostrazione d’animo, propone lo scioglimento del Circolo, piuttosto che rimediare una bruciante sconfitta. L’assemblea rigetta la proposta, ma il presidente insiste e presenta le dimissioni. Perdendo l’uomo più rappresentativo, il Circolo rimane acefalo e senza una guida sicura: dopo appena quindici giorni, chiude definitivamente i battenti. Stessa sorte tocca ai tanti circoli patriottici locali disseminati nella provincia, che, per effetto domino, si vedono costretti ad abbassare definitivamente la guardia.

Afflosciatasi la resistenza, le autorità borboniche e i vari Intendenti rialzano pian piano la testa, riprendendosi il potere e lasciandosi andare ad azioni repressive di inaudita violenza, in particolar modo nei confronti dei liberali radicali.

Intanto dalla capitale si muove verso le regioni insubordinate un esercito di quattromila uomini, coadiuvato da un nutrito corpo di cavalleria e da un’efficientissima artiglieria. La resistenza leccese è spazzata via nel breve volgere di poche ore. Scattano numerosi arresti dei vertici rivoluzionari e, tra questi, vi è Sigismondo Castromediano, Nicola Schiavoni Carissimo, Michelangelo Verri, Nicola Brunetti, Gaetano Madaro, Epaminonda Valentino e altri.

Per sua fortuna Bonaventura riesce a mettersi in salvo. Girovaga per alcuni giorni per le campagne salentine e si nasconde nei trulli abbandonati o in anfratti naturali; in seguito raggiunge Monopoli, per poi proseguire ad Ancona e quindi a Roma, dove si unisce ai garibaldini e combatte in difesa della Repubblica Romana. Dopo la disfatta, è costretto ad abbandonare la capitale e si rifugia temporaneamente a Corfù e quindi ad Atene.

Prima di allontanarsi dall’Italia, Bonaventura affida all’amico Angiolo Greco una lettera con la quale scagiona tutti i compagni patrioti impegnati nel Circolo Patriottico Salentino, addossandosi ogni colpa e ammettendo di essere l’unico autore degli atti e dei bullettini pubblicati.

Dopo la cruente repressione, i tribunali militari pronunciano sentenze durissime. Bonaventura viene condannato a morte con il 3° grado di pubblico esempio dal tribunale di Trani.

Per alcuni anni di lui non si hanno notizie. Si rifà vivo soltanto in prossimità della spedizione dei Mille, ma intanto lavora sotto banco in modo da tenere ben salde le fila dei cospiratori.

Finalmente Garibaldi sbarca a Marsala e avanza con speditezza verso la capitale. Bonaventura ne approfitta e rientra clandestinamente nel Salento. Il 7 settembre, dopo che Francesco II ha abbandonato Napoli per la più sicura Gaeta, l’eroe dei due mondi, con a fianco Antonietta de Pace ed Emma Ferretti, entra a Napoli con un seguito di appena ventotto garibaldini. La notizia giunge immediatamente a Lecce, dove la folla si riversa in Piazza Sant’Oronzo e inneggia all’unità e alla libertà. Per prevenire possibili ritorsioni a danno dei filoborbonici e per amministrare al meglio il pericoloso periodo di transizione, si crea immediatamente un Comitato Municipale Provvisorio. Ovviamente, in questo organo è presente anche Bonaventura, il quale redige il comunicato ufficiale della cacciata dei Borbone da Lecce.

Nel gennaio 1861 vengono indette le elezioni per il primo parlamento italiano. Bonaventura è eletto con un grande suffragio di voti nel collegio di Gallipoli.

Il suo impegno politico per la ricostruzione morale, sociale ed economica del Meridione si protrae per altri venti anni. Poi, improvvisamente, a seguito di una brutta polmonite, si spegne a Genova l’8 marzo 1882, lontano dalla sua amata Gallipoli.

Così si esprime Filippo Abignente alla camera dei Deputati per commemorare la scomparsa del patriota gallipolino.

“Nel risveglio nazionale del 1848 egli fu tra i più caldi della sua nativa provincia di Puglia e si adoperò tanto per la libertà che, venuta poi la reazione nell’anno seguente, fu processato e condannato a morte dal Tribunale di Trani. Si rifugiò a Roma, quindi andò in Grecia, e quivi ed emigrando in altri Paesi acquistò tutto quel corredo di cognizioni che rafforzò nell’animo suo l’amore al progresso, l’amore all’Italia. Restituita la patria a libertà i suoi Concittadini lo elessero a loro Rappresentante e dagli elettori di Gallipoli fu mandato Deputato fin dall’ottava Legislatura. Dall’ottava legislatura sino alla quattordicesima, quasi senza interruzione, Egli è stato nella Camera dei Deputati e sempre Egli ha seduto sui banchi della Sinistra, fedele alla Sua bandiera, dando esempio di probità politica superiore ad ogni elogio”.
Nota –  Nella redazione di questo articolo, alcune notizie mi sono state fornite dallo storico gallipolino Federico Natali, che, qui, pubblicamente ringrazio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

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