La mèndula (il mandorlo/la mandorla)1/3

La mèndula è ffiurùta ma sobbra ‘ddeddha èranu già fiurùte tante fessarìe (Il mandorlo è fiorito ma su di esso erano già fiorite tante fesserie).

di Armando Polito

Immagine tratta da: www.zmphoto.it
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Dopo aver chiesto scusa per il sottotitolo kilometrico che per la sua dimensione ricorda quello, su cui più di una volta io stesso ho ironizzato, di tante opere dei secoli scorsi, comincio dalla parte forse meno interessante per il lettore;  però parecchie osservazioni che farò in questa parte iniziale, nonostante il loro arido tecnicismo, saranno molto importanti per comprendere meglio ciò che dirò più in là.

NOMENCLATURA

nome scientifico: Prunus communis L. o Prunus dulcis (Miller) D. A. Webb o Prunus amygdalus Batsch o Amygdalus communis L.

nome comune: mandorlo

nome dialettale neretino: mèndula (sia l’albero che il frutto)

famiglia: Rosaceae 

ETIMOLOGIE

Tutti i nomi scientifici, che scoperta!, derivano dal latino: prunus=susino; communis=comune; dulcis=dolce; amýgdalus=mandorlo (voce del latino tardo; nel latino classico amýgdalum e amýgdala a seconda degli autori indicano ciascuno ora l’albero ora il frutto).

Mandorlo deriva da mandorla1, che nell’italiano antico si alternò con màndrola e màndola2 fino al cinquecentesco amàndola3, la voce più dotta di tutte perché tal quale il latino medioevale amàndola4; sempre nel latino medioevale varianti di amàndola furono amèndula5, amìgdala6 (usato già in epoca classica), amìgdola7. Le due ultime voci sono dal greco ἀμυγδάλη8=mandorla, che è l’antenata di tutte. Voci connesse in greco ἀμυγδαλέα, ἀμυγδαλῆ9 (l’ultima forma contratta) (entrambe femminili)=mandorlo, ἀμύγδαλον10 (neutro)=mandorla (ma nel Vecchio Testamento, Eccl. 12. 5, significa mandorlo); ἀμύγδαλος11 (femminile )=mandorlo.

Mèndula è dal citato latino medioevale amèndula per aferesi oppure, più probabilmente,  per errata deglutinazione di a– (l’amendula>la mèndula>mèndula).

Ecco, per dare un’idea sinteticamente efficace, l’intero albero genealogico:

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Il lettore noterà che per dare una spiegazione alla –r– di mandorla rispetto a tutte le voci precedenti ho ipotizzato un *màndolla derivato da màndola per geminazione, di natura espressiva, di –l– . Tuttavia nel terzo volume della quarta edizione (Manni, Firenze, 1733) del Vocabolario degli Accademici della  Crusca a pag. 144 al lemma mandrola si legge: “Voce antica. Mandorla … Fr. Giord. Pred. S. 81: Nella quale (arca) eravi la verga d’Aronne, che essendo secca menò mandrole”;.

In M. Giovanni Marinello, Le medicine partenenti alle infermità delle donne, Valgrisio, Venezia, 1574 ci sono 12 occorrenze di mandrole; in G. Battista Ramusio, Navigationi et viaggi, Giunti, Venezia, 1583 ci sono 24 occorrenze di mandorle e solo 2 di mandrole. Non per caso ho riportato le testimonianze in ordine cronologico. Ma la citazione del vocabolario della Crusca a che epoca appartiene? Il predicatore al quale essa si riferisce è il frate Giordano da Rivalto (Pisa) le cui Prediche sulla Genesi recitate in Firenze nel 1304 sarebbero state pubblicate a Milano a cura del canonico Domenico Moroni per i tipi di Giovanni Silvestri nel 1839; dunque màndrola era già in uso nel XIV secolo come variante di màndorla. Insomma, màndrola nascerebbe da màndorla per metatesi di –r-, fenomeno abbastanza frequente nei dialetti toscani, e non solo per esigenze di rima  (drieto per dietro, drento per dentro, etc.) e per la –r– di màndorla per me non rimane che la spiegazione che ho dato, cioè da màndolla (per dissimilazione –ll->-rl-), che ora scrivo senza asterisco perché la voce ricostruita che avevo in un primo momento ipotizzato risulta attestata alla fine del XV secolo in Luisa Cogliati Arano e Michelangelo Lupo, L’erbario di Trento: il manoscritto n. 1581 del Museo provinciale, Museo Provinciale d’Arte, Trento,  1978, pag. 200: “ … recipe ollio de mandolle amare et ollio de mandolle de persige …”; màndolla continua pure in Giovanni Andrea Dalla Croce, Cirugia universale e perfetta di tutte le parti pertinenti all’ottimo chirurgo, Pezzana, Venezia, 1661, pag. 404: “… l’oglio di mandolle dolci, di scorpioni, & di mandolle amare …”.

Con mèndula non ha alcun rapporto mèndola, variante regionale di mènola, un pesce; mènola è diminutivo del latino maena (in greco μαίνη) e la variante mèndola ha seguito la trafila: mènola>*mènnola (geminazione di –n-)>mèndola (dissimilazione -nn->-nd-).

Rosacee è forma aggettivale da rosa=rosa.

Come abbiamo visto all’inizio, già nell’antichità il genere femminile non indicava tassativamente l’albero e quello maschile o neutro il frutto. Credo che siano un retaggio di questa bivalenza del genere femminile, tra gli altri,  i neretini ulìa (olivo/oliva), fica (fico, l’albero/fico, il frutto), e, lupa (non lupus, sennò avrebbe ragione chi mi accusasse di maschilismo …)  in fabula, mèndula.

La voce greca ἀμυγδάλη continua inoltre  nell’italiano amìgdala in un range d’impiego che va dalla mineralogia all’anatomia e alla paletnologia, indicando: 1) piccola cavità ellissoidale o tondeggiante tappezzata di piccoli cristalli, presente in rocce vulcaniche. 2) qualsiasi struttura anatomica, specialmente ghiandola, di forma simile a una mandorla; nucleo di cellule nervose all’estremità del lobo temporale. 3) utensile tagliente ricavato da un grosso ciottolo di forma ovale, usato specialmente nel Paleolitico inferiore.

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L’amigdala paleolitica fu così chiamata solo per l’evidentissima somiglianza con la mandorla; dunque non c’è nessun rapporto, nonostante le suggestioni semantiche,  con Ἀμύγδαλος, nome frigio di Dio citato da Ippolito (scrittore cristiano del II-III secolo d. ), Refutatio omnium haeresium, V, 4,  voce che deriva da ἀμύσσω=lacerare, con il quale potrebbe essere connesso il latino mucro=punta; a meno che non si voglia ricondurre ἀμυγδάλη alla stessa radice di ἀμύσσω (con riferimento alle “cicatrici” tipiche della corteccia del mandorlo).

Lo stesso strumento paleolitico, purtroppo, ha ispirato pure invenzioni lessicali filologicamente fasulle (è la prima delle fesserie annunziate nel titolo). Riproduco la voce AMIGDALATO dal Dizionario universale archeologico-artistico- tecnologico compilato sulle traccie (sic) delle più recenti Enciclopedie e dei più accreditati Scrittori, Favale & C., Torino, 1859, pag. 11:

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Contesto dello sviluppo del lemma solo l’attribuzione (fra l’altro già presente in testi anteriori e ripresa in successivi)  a Vitruvio di amygdalatum , che non compare mai nella sua opera (né in tutta la letteratura latina), in cui (De architectura, II, 8, 1) si legge soltanto la distinzione tra opus reticulatum e opus incertum:  “Structurarum genera sunt haec: reticulatum, quo nunc omnes utuntur, et antiquum, quod incertum dicitur. Ex his venustius est reticulatum, sed ad rimas faciendas ideo paratum, quod in omnes partes dissoluta habet cubilia et coagmenta. Incerta vero caementa alia super alia sedentia inter seque imbricata non speciosam sed firmiorem quam reticulata praestant structuram” (I tipi di struttura muraria sono questi: il reticolato, che ora tutti utilizzano, e l’antico che si chiama incerto. Di essi il più elegante è il reticolato, ma congenitamente soggetto a fenditure poiché ha blocchi e connessure sparse in varie direzioni. Nell’opus incertum, invece,  le pietre, poggiando le une sopra le altre e tra di loro sistemate come le tegole, presentano una struttura non più bella ma più solida di quella reticolata).

opus incertum
opus incertum

 

opus reticulatum
opus reticulatum

 

Il rapporto, invece, c’è di sicuro tra l’Amandola attestata dal Du Cange e l’Amendola (invece di Amandola per esigenze di rima) di Iacopo Sannnazzaro (XVI secolo), Arcadia, VIII: “…Pur mi si para la spietata Amendola/dinanzi agli occhi, e par c’al vento movasi/la trista Filli esanimata e pendola”.

E, per provarlo, insieme con Filli vi do appuntamento alla seconda parte.

 

Per la seconda parte:

 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/19/la-mendula-il-mandorlola-mandorla-23/

Per la terza:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/21/la-mendula-il-mandorlola-mandorla-33/

 

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­­­­­­­­­­­­­­1 La voce sarebbe attestata a partire dal XIII secolo nei versi iniziali di un sonetto (il XXIII in Giovanni Contini, Poeti del Duecento, Ricciardi, Milano, 1960)  di Cecco Angiolieri che è, però, di dubbia autenticità: Giùg[g]iale di quaresima a l’uscita/e sùcina fra l’entrar di fevra[i]o/e mandorle novelle di gennaio/mandar vorre’ io a Lan…Sicura è, invece, la sua attestazione nel XIV secolo: Franco Sacchetti, Il trecentonovelle, (novella XXVIII): … manifestandosi a lei, che già sanza mandorle  s’era domesticata (nel Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, Società L’unione tipografico-editrice torinese, Pisa-Roma-Napoli, 1871, v. III, pag. 69 al lemma mandorla: “dimesticarsi senza mandorle: fu detto figuratamente di persona che si arrende agli altrui voleri senza farsi pregar troppo”) ; Paola Massa, Alcune lettere mercantili toscane da colonie genovesi alla fine del Trecento, Società ligure di storia patria, Genova, 1947 (lettera 5 del 9 febbraio 1394): no potè fare nulla delle vostre mandrole  …. Io farò il meglio potrò di queste vostre  mandorle …

2 Michele Savonarola (XV secolo), Libreto di tutte le cosse che se magnano, a cura di Nystedt Jane, Almqvist e Wiksell international,  Stockholm , 1988, passim: Del rixo. Il rixo caldo è in primo, secho in secundo, pur è difficile da padire ma dà grande nutrimento, strenze il corpo e l’uso de quello sminuisse l’urina, le fece, anco la ventosità. Nutrica molto cocto cum le carne grasse, anco cum lacte de mandola  e cum uno poco de zucaro. Per tuor ogni suo nocumento, se vole prima mettere in moglia per hore octo in l’aqua dela expresione de remole e vole essere ben cocto. Non è bono cum il lacte de pecora, il perché cussì opilla ed è cibo buono nel fluxo.

Del fico. Il secho è più caldo e ha del secco, dove alcuni el tira al secundo in calidità e secco nel primo. Questo tale conforta el stomego e dà bono nutrimento e più colera genera che l’humido assai. E di questo dice Avicena che quando se manza a dezuno, fa mirabile operatione in avrire le vie del cibo e spetialiter quando se manza cum la nuoce o mandola. E meglio cum la nuoce e cum quella meglio nutrica.

Dela mandola.Distinguamola al presente alcuna essere dolce, alcuna amara, ma il perché la amara non viene in tavola, quella cussì al presente postponeremo, dicendo solo dila dolce, la quale dividamo in ben matura e non matura. La matura dolce vole Avicena che non se lontane dal temperamento. Ma pur Ysaac nostro, che dele dicte fue curioso, la mette calda e humida nel primo e per acordarlo cum il Principo, diremo tale essere nella prima mansione del primo e questa par essere anco la sententia de Archigenes. Dà tale bono nutrimento, ma non in quantità bona al capo, ché augmenta la substantia del cerebro. Augmenta il sperma, fa dormire, mundifica le vie dela urina e rimove l’acuità del’urina e l’ardore. E generaliter l’uso de quella impingua el corpo, spetialiter manzate cum le passule. Suono più difficile da padire che le nuoce ma le nuoce più tosto se converteno in colera. Ma se prima stano in aqua calda nela quale se scorçano, se ge rimove gran parte de suoi nocumenti. Manzar se voleno senza scorce.Questo è fructo per l’amico che ingrassare se vole e cussì manzate cum il çucaro più lezeramente se padiscono. Ma la mandola  fresca tenera, di cui il scorço dentro non è anco fatto, dele quale pur se manzano, è molto humida, de uno humido aquoso. Queste tale confortano le zenzive, anco il stomeco, ma tosto in quello se corumpeno, spetialiter in lo fredo, ma meno noceno il stomeco caldo, cussì refrigerando il suo calore.

Filenio Gallo (XV secolo), Rime, a cura di M. Antonietta Grignani, L.S. Olschki, Firenze, 1973, passim: et è più inamorato e a lei più dedito/ che non è il ghiro al sugo de la mandola …. Degnara’ti dunque, venerandissimo Signor mio, per la grandezza de l’animo tuo, questo incomposto e villanesco libretto per primo et indegno dono accettare, del quale, se la exteriora scorza è roza e salvatica, drento nondimeno buona medolla e proficui fruti, sì come in dura mandola, troverai nascosti.

3 Gabriello Alfonso di Herrera, Libro di agricoltura utilissimo et nuovo tratto da diversi auttori,  Agricoltura tratta da diversi antichi et moderni scrittori, Bonelli, Venezia, 1557,  passim. La voce continuerà ad essere usata nei due secoli successivi: Antonio Gagliardi, Susanna divotamente considerata, Malatesta, Milano, 1687, passim; Giuseppe Donzelli, Teatro farmaceutico dogmatico e spagirico,  Bortoli, Venezia, 1704, pag. 261. Nel secolo XIX appare usata anche nel significato di nòcciolo, soprattutto dell’oliva: Rocco Ragazzoni, Repertorio d’agricoltura, Presso la direzione dell’opera, Torino, 1841, tomo XIII, pag. 60; c già allora si alternava a mandorla, come dimostra  un’edizione dell’Arcadia di Iacopo Sannazzaro commentata da Luigi Portirelli (Società tipografica dei classici italiani, Milano, 1806) che a pag. 107 così scrive: … e fu convertita nell’albero dell’amandola, o mandorlo …

4 Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis, Favre, Niort, 1883, tomo I, pag. 212: Amandolae fractae solvant pro centenario lib. VIII. Amandolae cum grolia pro qualibet modio libras VIII.  (Le mandorle sgusciate paghino 8 libbre per cento di peso. Le mandorle col guscio 8 libbre a moggio).

5 Du Cange, op. cit., pag. 221: Nec non Amendulas aureas numero 11 et gemmas chrysoclavas pendentes 10 praecepit fieri (E ordinò che fossero realizzate 11 mandorle di oro e 10 gemme purpuree pendenti); è irrilevante che qui la voce sia usata in senso metaforico, perché ogni metafora procede dal significato letterale e non viceversa.

6 Du Cange, op. cit., pag. 224:  Item dies Cinerum pro duplici habetur et dantur 30 librae Amigdalarum cuilibet Canonico; dum tamen sint residentes per majorem partem Quadragesimas, et fecerint totum stagium ad plenum (Parimenti il giorno delle Ceneri sia considerato per due e siano date 30 libbre di mandorle a tutti i canonici, purché siano residenti per la maggior parte della Quaresima ed abbiano completato il periodo di permanenza).

7 Du Cange, op. cit., pag. 224.

8 Frinico (VI-V a. C), 73; Ippocrate, De victus ratione, 2, 55; Ateneo, 2.52 c; nel significato di gheriglio e seme nel nocciolo di pesca (Geoponica, 10.14.1).

9 Aristotele, Historia animalium, 627b 18; Teofrasto, Historia plantarum, 1.6.3; Dioscoride, De materia medica,  1.123.

10 Ippocrate, De morbis mulierum, I. 34; Aristotele Historia animalium, 614b 15.

11 Luciano, Apologia, 5.

 

 

 

4 Commenti a La mèndula (il mandorlo/la mandorla)1/3

  1. ANNI 50,A NARDO’, LE ZZI’ZZI’ ANNUNZIATA, PANTALEA, MARIAE ADDOLORATA RUBINO INSIEME A MIA NONNA CHIARA “CAZZAVANU LI MENDULE A LA GROTTA” DICENDO: CITTE, CITTE, CA’ LU DISCITAMU !!!

  2. Tenero ricordo di tempi in cui la devozione popolare aveva modi di esprimersi in forme che nella loro consapevole ingenuità poetica avevano una profonda valenza educativa. La grotta è rimasta, magari ipertecnologicamente rivisitata; il suo spirito, purtroppo, ci ha lasciati, temo per sempre. Probabilmente sembrerà strano a lei, signor Giulio, e agli altri lettori, ma al mio post, freddo nello squallore del suo tecnicismo, non avrei potuto augurare integrazione migliore. Grazie.

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