Lu cularìnu

da capolavoriatavola.it
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di Armando Polito

La voce designa l’intestino retto dei bovini e dei suini (in italiano culare o gentile) e dal punto di vista gastronomico è stata splendidamente trattata dall’amico Massimo Vaglio in un suo post1. Non so se la mia trattazione dal punto di vista etimologico sarà altrettanto splendida e se per i connessi ricordi d’infanzia non mi varrà l’accusa di pessimo gusto o, addirittura, di volgarità. Pur non ritenendomi un puro senza riserve, memore dell’omnia munda mundis (tutto è puro per i puri), io continuo imperterrito e chi vuole mi segua2.

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Riconosco anzitutto che la fortuna oggi è dalla mia parte perché ciò che sto per dire è chiaro come la incompetenza o disonestà oppure, come succede più spesso, l’una e l’altra insieme, di chi ci governa o di questo o quel banchiere (tanto per servire due piatti sempre caldi caldi e freschi freschi nello stesso tempo…), i quali, pur responsabili evidenti di uno sfacelo (già gravissimo se fosse dovuto solo ad incompetenza, la quale chiamerebbe comunque in causa anche chi in quel posto ce li ha messi, indovina chi … e il circuito perverso si chiuderà) vengono liquidati con vitalizi e buonuscite faraoniche e mai con un calcio nel culare

In Italia per risolvere i problemi di un ente pubblico o privato e per imporre una nuova tassa più esosa della precedente (vedi IMU), basta cambiargli il nome o, come fra poco suggerirò, rinfrescarlo mantenendo intatto l’acronimo. Per esempio MPS, sciolto, ora è Monte dei Paschi di Siena: Paschi è il plurale di pasco, variante letteraria (Dante, Inferno, XX, 75: e fassi fiume giù pe’ verdi paschi) di pascolo.  Pasco è dal latino classico pàscuum e pascolo dal derivato medioevale pàsculum, tutti connessi con i verbi pàscere=condurre al pascolo e pasci=pascersi, mangiare. L’importanza del mangiare è meravigliosamente rappresentata dall’iniziale maiuscola di Paschi che credo sia comparsa subito, molto prima che esplodesse la moda degli acronimi: ricordo, per chi non lo sapesse, che questa banca sorse sulle ceneri di un precedente Monte di Pietà o Monte Pio, assumendo il nome attuale perché i prestiti venivano erogati assumendo a garanzia la rendita dei pascoli.

MPS-Monte-Paschi-di-Siena-lavoroIl nuovo MPS potrà essere sciolto in Monte dei Pascoli di Siena. Oltretutto ci guadagnerà in chiarezza (tutti sanno cos’è un pascolo, non tutti cos’è un pasco) e chi fino ad ora ci ha mangiato potrà continuare a farlo impunemente (l’autorizzazione viene dallo stesso nome …)  e la ragione sociale (che in gergo tecnico è, appunto, il semplice nome) coinciderà con lo scopo per cui la società stessa agisce, con la sostituzione definitiva del significato originario di pascolo con quello metaforico. Voglio vedere appigliandosi a quale cavillo qualche magistrato in vena di protagonismo oserà avanzare sospetti di reato. Naturalmente il pascolo continuerà ad essere riservato non alle pecore /azionisti ma ai lupi/amministratori e ai loro capibranco/politici. Abbandono questa parentesi, in cui la similitudine mi ha costretto a trattare di buffonate e buffoni, per ritornare alle cose serie e oneste, anche se con un ultimo amarissimo sobbalzo debbo far notare che onesto è dal latino honèstu(m), a sua volta da honos=onore. Stessa etimologia ha onorevole, ma chi, comune ed onesto cittadino, non prova disagio a collegare ad onore questa voce nel suo significato politico che, grammaticalmente, per giunta, è sostantivato? Lascio immaginare a quale sostanza, anche in rapporto al tema di oggi, mi vien da pensare …

È chiaro che cularìnu è diminutivo di culàre, il quale, a sua volta, è aggettivo sostantivato da culo e  questo dal latino culu(m)=ano.

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Quanto a gentile esso non trova altra spiegazione se non nel sinonimo raffinato, di qualità pregiata (vedi i nessi: sapore gentile, profumo gentile); tutto diventa più chiaro quando si pensa che esso è utilizzato per insaccare salumi di qualità, per esempio il Felino (che trae il nome dalla cittadina in provincia di Parma e non, come qualcuno, ma non Nerino …, potrebbe lì per lì supporre, perché è fatto con carne di leone o di gatto, almeno fino a che qualche notizia di cronaca non darà ragione a quel qualcuno …) e che salame gentile è il nome di un prodotto dello stesso tipo.

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Culàre come semplice aggettivo è già presente nel XIV secolo: Franco Sacchetti, Il trecentonovelle, novella 207:  E frate Domenico con frate Antonio se ne portarono quella culare reliquia (si tratta di un paio di mutande) e continua nel successivo: Domenico di Giovanni detto il Burchiello, Rime, CCCXXXIII, 1-2: Ho inteso che hai fatto una steccata,/che ti ha ristretto sì el budel  culare …

Non si creda, però, che la voce cularìnu sia una creazione del nostro dialetto. Eccone due attestazioni datate:

a) In Gioanni Batista Trutta, Novello giardino della prattica, ed esperienza, Paolo Severino Boezio, Napoli, 1785, a pag. 437 leggo: Conoscerete detta infermità con vedere, che il Bove camina col forame aperto, e quando si muove, e camina fa rumore col detto forame, o vero cularino dell’intestino colonno; e sentite, che il forame fa cro, cro: con tenere il Bove gl’occhi dismessi, o incavernati, e camina con languidezza.

b) Nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano, con alcune ricerche etimologiche sulle medesime degli Accademici Filopatridi, tomo I, Porcelli, Napoli, 1789, pag. 222, al lemma MAZZO leggo: le interiora dell’uomo, o d’altro animale: intendesi anche del cularino, onde te faccio ascì lo mazzo, val a colpi di bastonate, e calci ti direno. Prendesi pure pel genitale.

Che la voce sia di origine napoletana lo confermerebbe la sua presenza ne Lo Cerriglio ‘ncantato, II, ottava 23. di Giulio Cesare Cortese (XVI-XVII secolo): Schirosso se chiammava, e facce, e fice/era, e no gran trellegna, e ciento facce,/ ommo, che pe no truocchio, e na radice/s’avaria fatto arrappà li mostacce;/ ommo, che tradarria duciento ammice/pe tre decinco, o pe duei sanguinacce:/ma si nce n’è quarcuno colarino,/te mprommette de fa dell’acqua vino (Si chiamava Schirosso e non si capiva se c’era o ci faceva ed era un pendaglio da forca4 e per un ravanello si sarebbe fatto arricciare il baffo; uomo che avrebbe tradito duecento amici per quindici tornesi5 o per due sanguinacci: ma se ce n’è qualcuno cularino ti promette di trasformare l’acqua in vino).

La voce primitiva latina (culus) si presta a parecchi equivoci indotti da una certa vicinanza anatomo-semantica e da affinità fonetica.  Colon (da cui la voce italiana) o colum, sempre in latino, significa sezione, parte di un verso, intestino crasso, colica. La voce è di origine greca (dove è attestato un κόλον=tratto dell’intestino e un κῶλον=arto, intestino crasso, estremità, parte di un verso). Forte è la tentazione di collegarlo a culus. Ma l’inghippo sta a monte, nel senso che già in greco nei manoscritti erroneamente si trova κῶλον invece di κόλον e la confusione tra i significati ha finito per essere trasmessa al latino dove si spazia (basta ripassare i significati registrati per colon/colum) dai dolori di pancia alla poesia, complice la presa in considerazione del solo κῶλον che ha dato in latino cōlon/cōlum e non anche (da κόλον) cŏlon/cŏlum. Tutto ciò, insieme con il fatto che quando la voce ha un significato anatomico indica l’intestino crasso, è sufficiente per escludere parentele tra culus e colon.    

Un altro equivoco può essere propiziato dalla parola culinaria e ci cascherà chi crede (in base alla battuta di qualche comico?) che la voce sia composta da cul+in+aria. Culinaria, invece, è dal nesso latino ars (=arte) culinària (della cucina); culinària, a sua volta, è da culìna=cucina. Tuttavia nel Glossarium mediae et infimae latinitatis del Du Cange, Favre, Niort, 1883, v. II, pag. 648 al lemma CULINA si legge:

cu5

Traduco, riassumendo, per chi non ha dimestichezza con il latino e se ne cruccia: In un glossario3 di Isidoro di Siviglia culina (=cucina) viene accomunata nel significato a latrìna (=latrina) e a secèssum (=ritirata). In un glossario latino-greco si legge: conclavis (=stanza chiusa a chiave) e culìna (=cucina), ἀφεδρών (=latrina, fogna), ἀπόπατος6 (=ritirata), λουτρών=bagno, recessum (=ritirata). Ancora: polyandrium (=cimitero); nell’opera di Agenio Urbico sui confini dei campi libro I: Ci sono in periferia luoghi pubblici destinati alla sepoltura dei poveri, luoghi che chiamano Cucine. Se in questo senso debba essere inteso culina in vecchie iscrizioni presso Grutero 24.2, 48.3 e in altre presso Iacopo Sponio in Viaggio tomo 3 pag. 47 è molto incerto.

Si direbbe, pensando ad alcuni dei significati riportati (latrina, fogna, bagno, ritirata) ,  che il culo cacciato dalla porta sia rientrato dalla finestra, ma non è così. Siccome l’opera originale ha più valore del commento successivo fatto da un glossatore, andiamo a vedere cosa dice Isidoro di Siviglia (Etymologiae, XX, 10) : Ab igne colendo culinam antiqui appellaverunt focum: φῶς enim Graece, Latine ignis est ….  Varro autem focos ait dictos quod foveant ignes; nam ignis ipsa flamma est; quidquid autem ignem fovet focus vocatur … (Dal custodire7 il fuoco gli antichi chiamarono culina il focolare: infatti il φῶς greco corrisponde in latino ad ignis … Varrone poi sostiene che i focolari  si chiamano così perché favorirebbero (foveant) gli ignes; infatti la stessa fiamma è fuoco  e tutto ciò poi che favorisce l’ignem si chiama fuoco)8.

Tenendo conto che in latino le vocali conservano la quantità originaria anche nei derivati, la conferma che culìna non ha niente a che fare con culus viene dall’esame della quantità delle loro vocali: la prima u è breve in culìna, lunga in culus.  I sinonimi proposti dal glossatore trovano la loro ragion d’essere nella collocazione dei servizi igienici nelle antiche case romane, come ha mostrato l’archeologia a Pompei confermando le testimonianze letterarie9, dove l’arredo tipico della cucina consiste in un’isola di cottura in muratura ricoperta di tegole e in una latrina con pozzo nero sottostante. Dalle fonti letterarie apprendiamo inoltre che i padroni normalmente, senza recarvisi di persona, si servivano per i loro bisogni di vasi che poi i servi svuotavano in questo ambiente: in tal modo, grazie anche alle finestre e a tubi in terracotta che garantivano il ricambio dell’aria, s’impediva non solo ai fumi della cucina ma anche ad altri (chiamiamoli fumi!) di diffondersi per la casa …

Non è finita. Va detto che il testo di Isidoro riportato e da me tradotto è quello dell’edizione curata da Faustino Arevalo pubblicata da Fulgonio a Roma nel 1801, l’unica in cui compaia culina. Lo stesso curatore, infatti, propone questa lezione poiché, dice in nota,  mendose codices omnes (erroneamente tutti i codici) recano: ab igni colendo et ligna (da curare il fuoco e legna). L’Arevalo opera la sua correzione perché culìna compare in brani di altri autori ed egli a supporto della sua congettura cita un frammento del I libro del De populi Romani di Varrone (I secolo a. C.) tramandatoci da Nonio Marcello (probabilmente IV secolo d. C.), De compendiosa doctrina, I, 315; si tratta della stessa citazione già parzialmente riportata in Isidoro:  In postica parte erat culina, dicta ab eo quod ibi colebant ignem (Nella parte posteriore c’era la cucina così detta dal fatto che lì curavano il fuoco).

Sia o non sia presente culina in Isidoro (ora sappiamo che non c’è), l’operazione fatta dall’Arevolo è, comunque, filologicamente scorrettissima ed improponibile nei casi in cui la tradizione manoscritta (peraltro costituita da codici non derivati l’uno dall’altro: è il nostro caso) è univoca.

Con culìna, poi, non ha niente a che fare il nostro cucina, che è dal latino tardo coquìna a sua volta dal classico còquere=cuocere (dunque un’origine deverbale, come per culina che è da còlere).

Quale migliore occasione per chiudere questa parte con un nostro proverbio che sembra riassumere tutta la questione?

Cce cc’entra lu culu (culus) cu lli quattru tempure (colon/culinaria)?

(Che ha a che fare il culo con le Quattro tempora?)

Non è che oggi sia particolarmente votato alla volgarità, però col culo ho iniziato e col culo termino. Cularìnu definiva mia madre la estroflessione temporanea di una piccola parte del retto in seguito allo sforzo indotto dalla stipsi (non molti gli episodi, ma sufficienti per ricordarmi ancora oggi della voce …). Se qualcuno conosce una voce unica che corrisponda in italiano a questa definizione, me la comunichi: prometto solennemente che risparmierò a lui ed agli altri, almeno in questo caso, qualsiasi disquisizione etimologica cu4

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/09/gastronomia-la-lectio-di-massimo-tutto-sulle-frattaglie/

2 Il che presuntuosamente presuppone che la redazione difficilmente procederà a cestinare questo post. Che spudoratezza!

3 Raccolta di definizioni di parole contenute in un’opera precedente che qui è Etymologiae di Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo d. C.). Tra i sinonimi greci riportati ἀφεδρών e ἀπόπατος sono tratti da frammenti di Filosseno di Alessandria (I secolo a. C.).

4 Rendo così in italiano l’originale trellegna: la forca è costituita da tre pezzi di legno.Vedi più avanti nel testo principale e in nota 5 tre legne.

In un primo momento, ingannato dal contesto  e frustrato dall’esito negativo fornito in rete dai motori di ricerca, avevo ipotizzato un’errata lezione e che, comunque, decinco fosse qualcosa di commestibile; provvidenziale, però, a correggere l’errore è stato l’aiuto dell’amico e studioso napoletano Salvatore Argenziano, il quale mi ha fatto fulmineamente sapere che la decinco è una moneta corrispondente a cinque tornesi. Non per sfiducia ma per mia maggior cultura questa volta ho digitato la parola tra virgolette (la prima volta non ci avevo pensato ed era comparsa una caterva di de cinco e neppure un decinco) ed ecco i risultati più datati: Giambattista Basile (XVI-XVII secolo), Lo cunto de li cunti, I, 10: … che tre decinco resceno tre legne …  [che tre cinquine (false) abbiano come conseguenza per noi che le abbiamo fabbricate  la forca]; Giulio Cesare Cortese (XVI-XVII secolo), Vaiasseide, III, 10, 8: … s’allogaie [a] na  decinco  na fenesta (prese in locazione per cinque tornesi una finestra). Nel corso di questa ulteriore indagine ho appreso anche che il nome italiano di questa moneta coniata a Napoli da Ferdinando I d’Aragona e successori era cinquina. Non mi è difficile, infine, concludere che decinco è dalla locuzione spagnola decinco (di/da cinque).  Molto probabilmente le tre decinco del Basile è la tre cinquine di Filippo III (1598-1621) in basso riprodotta.

moneta Filippo III

 

 

 

 

 

 

 

 

6 Così va corretto l’ ἀπόδατος che si legge nel Du Cange.

 

 

8 Commenti a Lu cularìnu

  1. vorrei chiedere al Prof., che, dai suoi articoli, mi sembra così preparato ed erudito, se esiste una connessione tra l’antico toponimo di Ugento: OXAN ed il noto cognome albanese “HOXA”.

  2. Ma non si scrive HOXHA? Ad ogni buon conto pare che la parola sia di origini persiane e quanto alla sua connessione con il nome antico di Ugento (OZAN nella Mappa di Soleto) non mi resta che cavarmela con una battuta, peraltro non mia ma del saggio Pazzaglia (collega del Catalano di prima in Quelli della notte): “Ah, saperlo!”.

  3. Sarvato’, ci non era statu cchiù cca ssicuru ti li tendenze tua e mia, era già rrimandatu l’onore allu mittente. Pi qquistu no ssulamente ti pozzu tire crazie ma ti pozzu puru ‘mbrazzare!

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