Lu fuècu (il fuoco)

di Armando Polito

fuecu

 

 

Ogni elemento che ci circonda ed ogni strumento che usiamo può avere una valenza positiva o negativa: il vino, bevuto moderatamente, arreca gioia, l’abuso può condurre, fra l’altro, al coma etilico o alla cirrosi; gli stessi veleni in dosi minime entrano nella composizione di parecchi farmaci e nell’utilizzo di questi ultimi va sempre calcolato il rapporto benefici/effetti collaterali. Lo stesso è per il fuoco. Recentemente in un post mi sono occupato del vino e dei suoi molteplici riflessi nella storia dell’Umanità; credo, però, che molto prima della scoperta dell’uva e dell’invenzione del vino, dopo l’aria e l’acqua o pressappoco insieme con loro, sia stato il fuoco ad illuminare, troppo spesso ad abbagliare,  il pensiero umano con i suoi innumerevoli riflessi, da quello più pratico1 a quello filosofico2, medico-psicologico3, poetico4, economico-politico5, etc. etc.

Non intendo continuare con questo pistolotto iniziale, non tanto per evitare di perdere fin dal principio qualche lettore già infastidito dall’esordio (gli do un consiglio, quello di evitare la lettura di qualsiasi post rechi la mia firma …), quanto per non rovinare la giornata a quei lettori che, abituati a riflettere, hanno già di loro buoni motivi per essere incazzati.

Il latino focus è il padre di una serie di derivati>: focàrius e focària=cuciniere/cuciniera; focilàtio=fomento; focilàre/foculàre/focillàre=riscaldare, ristorare; fòculum=ristoro; fòculus=piccolo focolare, braciere, scaldavivande.

camino

Focus ha poi la radice in comune con un’altra serie di voci: fovère=riscaldare, favorire, consumare; fomèntum=fomento; fomes=alimento per il fuoco, fuoco, stimolo, nutrimento; fotus=riscaldamento; fotor=colui che cura. Dal latino medioevale focolàre/foculàre (forma aggettivale sostantivata dal classico fòculus è l’italiano focolare.

L’abbondanza delle voci italiane derivate direttamente (a parte l’ovvietà di fuoco<focu(m)  o di formazione recente la dice lunga sull’importanza del fenomeno oggi in esame; trascurando le obsolete e citando solo alcune delle più significative e di uso comune: autofocus, coprifuoco, (pietra) focaia (dall’aggettivo latino tardo focària, simile al classico focària precedente nominato in uso sostantivato), fochista/fuochista7, focolaio, fucile, infuocare, mangiafuoco, parafuoco, rifocillare, spartifuoco, tagliafuoco.

Il corrispondente semantico greco del latino focus è πῦρ (leggi piùr)=fuoco, calore, febbre; suoi derivati: πυρά (leggi piurà)=pira, da cui il latino pyra che a sua volta ha dato l’italiano pira); πυρῖτις (leggi piurìtis), da cui il latino pyrìtes che ha dato l’italiano pirite; da πῦρ in epoca ellenistica fu fatto derivare pure πυραμίϛ (leggi piuramìs)=piramide, figura geometrica, tipo di torta (per la somiglianza con la fiamma larga alla base e sottile in punta). E poi una serie quasi infinita di derivati di formazione moderna; tra quelli di uso più comune: antipiretico (taccio, per non fare pubblicità, il nome di tanti prodotti farmaceutici composto dalla voce greca), pirofila, pirex o pyrex, pirografo, piromane, piroscafo, pirosi, pirotecnico, etc. etc.

E zampirone? Forse da zan(zara)+l’accrescitivo di piro- usato come secondo componente (con normale passaggio della –n– finale del segmento zan– a –m– a contatto con p– di piro-)? L’ipotesi è suggestiva ma crolla di botto quando si viene a sapere che Zampironi era il nome dell’inventore, a meno che non si voglia applicare qui a tutti i costi il proverbio latino nomina òmina=i nomi (sono) presagi …

Vado, invece, sul sicuro con alcune voci dialettali neretine tutte connesse con focus: fòcara8=falò che si accende in occasione di alcune feste; fucalìre9=focolare: fucàgna10=stufa; fuggìle=fucile; rrifucàre=il ravvivarsi del fuoco. Come dimenticare, poi, l’interiezione fuècu mia!/fuècu nuèsciu!11 (=povero me!/poveri noi!)?

Per la par condicio, poi, non posso dimenticare piromàho (Martano) e le varianti pilomàfo (Corigliano, Soleto e Zollino), pirumàfu (Alessano, Bagnolo, Galatina, Maglie), pilumàfu (Cursi), pilumàfiu (Aradeo, Parabita), pilumàcu (Specchia), pilumàhu (Melpignano); tutti dal greco πυρίμαχος (leggi piurìmachos)=resistente al fuoco, composto dal citato πῦρ=fuoco e μἀχομαι=combattere. Per Nardò, invece, non son riuscito a individuare neppure una voce connessa con πῦρ.

In assenza, pure, di un pizzico di saggezza da parte mia, chiudo, però, con quella di un proverbio che, secondo me, dovrebbe essere tenuto in conto da chi ha reintrodotto l’IMU sulla prima casa, anche per il significato che essa ha, oltre che di decoroso riparo, di risparmio (quello onesto …), nido di affetti, famiglia.

E mi fermo qui per non fornire ulteriori motivi di ispirazione a chi, palesando pure il dono dell’ubiquità grazie al mezzo televisivo inteso come principale protesi di potenza, si sta battendo (verbalmente, e poi? e per quanto?) per la sua eliminazione.

A ccasa bbrusciàta minti fuècu (A casa bruciata appicca il fuoco).

Sarò pessimista ma queste parole mi evocano, fra l’altro, l’immagine dell’Italia attuale. Poi penso al fuoco purificatore e si accende una fiammella di speranza … per i figli dei figli dei nostri figli, forse …

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1 Riscaldamento e cottura dei cibi; poi dalla legna si passò ai combustibili fossili, e, con i pannelli fotovoltaici, allo sfruttamento del calore del sole (sempre frutto di una combustione). Nonostante tutto, per fortuna, chi è insensibile, senza essere un piromane …, al fascino di un caminetto acceso?

2 Secondo Aristotele (IV secolo a. C.) per Eraclito (VI-V secolo a. C.) il fuoco era il principio e la fine di tutto.

3 Si pensi alla cauterizzazione e alla piromania.

4 L’assimilazione dell’amore al fuoco è un topos cui nessun poeta ha saputo mai rinunciare.

5 Il pensiero va alla distruzione mediante incendi di aree boschive per fare spazio al pascolo o ad insediamenti umani; l’operazione molto spesso è dolosa, cioè non condotta sulla scorta di un progetto (per quanto discutibile) politico-economico deliberato, ma fondata sulla speranza (in qualche caso certezza, grazie alle maglie troppo larghe per i miei gusti della legislazione vigente, che un progetto, questa volta formalmente ineccepibile, prima o poi passerà). La tragedia è che questa distruzione viene chiamata sviluppo.

6 Incendio controllato appiccato volontariamente, specie nei boschi, allo scopo di esaurire il materiale combustibile e impedire l’espandersi di un incendio e l’appiccarsi di altri focolai.

7 Voce ancora in uso in marineria e in siderurgia, in passato indicava pure chi alimentava e sorvegliava il fuoco nelle locomotive a vapore e coadiuvava il macchinista nelle mansioni di minore importanza.

8 Per l’etimologia:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/25/focara-e-la-sua-etimologia-scottante/

9 Dal latino medioevale focale (forma aggettivale sostantivata dal classico focus)=(pietra) da fuoco con aggiunta di suffisso –ire come in cannalìre=gola (da cannàle, forma aggettivata da canna, con aggiunta di –ire).

10 Dal latino medioevale focànea=cella dei monasteri dove c’era il fuoco comune; ogni luogo dove si accendeva il fuoco. Focànea è da focus+suffisso aggettivale come il latino medioevale stamìnea (che ha dato il neretino stamègna=panno usato un tempo dai pastori per filtrare il latte) è dal classico stamen=ordito del telaio, tessuto.

11 Da notare che il dialetto neretino usa mia come forma unica dell’aggettivo possessivo di prima persona singolare; lo stesso vale per la seconda e la terza: tua, sua (la cosa mia/li cose mia/la cosa tua/li cose tua; la cosa sua/li cose sua) e anche per le forme enclitiche ricorrenti in nomi di parentela: pàtrima/pàtrita/pàtrisa;  màtrima/màtrita/màtrisa; fràima, fràita, fràisa; sòruma/sòruta/sòrusa; caniàtuma/caniàtuta/caniàtusa; poi,  escludendo naturalmente … padre e madre: li frati mia/li frati tua, li frati sua etc. etc). Non so spiegarlo se non ipotizzando (senza, lo dico onestamente, convincere nemmeno me stesso) che corrisponda al latino mea (stesso discorso per tua e sua) neutro sostantivato in funzione quasi appositiva per cui pàtrima corrisponderebbe a il padre, cose mie.

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