I Santi Martiri di Otranto e il 1480 (IV ed ultima parte)

Per merito della guarigione nel 1980 di suor Francesca Levote oggi 11 febbraio 2013 si è tenuto il concistoro per la canonizzazione dei già Beati 800 Martiri di Otranto, che saranno dichiarati Santi il 12 maggio 2013. Benedetto XVI, che a suo tempo ha autorizzato la Congregazione delle cause dei Santi a promulgare i Decreti di nuovi Santi, nominerà dunque Antonio Primaldo e i suoi 800 concittadini uccisi dai turchi durante l’assedio di Otranto del 1480 per aver rifiutato la conversione all’Islam. Ci è sembrato doveroso ricordare quei tristi fatti riproponendo l’ampio studio di Mauro Bortone, riproposto in questi ultimi quattro giorni (NdR).

 

I Martiri di Otranto e il 1480

Per una rilettura delle vicende storiche tra ipotesi, protagonisti e complessità processuali

di Mauro Bortone

 

Cattedrale di Otranto, interno

 

 

L’alibi del nemico turco ed il gioco del sultano

 

Facciamo un passo indietro. Nel maggio 1453, si era verificato, per via degli Ottomani e del loro sultano, Maometto II, un avvenimento di portata mondiale: la caduta di Costantinopoli, che aveva posto fine ad una storia ultramillenaria, gettando il mondo cristiano in una prostrazione profonda, solcata da paurosi lampi apocalittici. Numerose profezie, che avevano attraversato tutto il Medioevo e che ora tornavano più drammatiche, associavano la caduta della nuova Roma all’avvento dell’Anticristo e alla fine dei tempi[1]. La guerra dei Cento anni tra Francia e Inghilterra, che ormai languiva allo stato endemico, si chiuse precipitosamente dinanzi al nuovo pericolo; con la “pace di Lodi” del 1454 si aprì il periodo del cosiddetto “equilibrio”, dove emergeva la preoccupazione, non infondata, che i Turchi sbarcassero davvero in Italia.

In questo contesto, la cristianità occidentale si accorse dolorosamente che il “troppo presto liquidato ecumenismo politico”[2] aveva lasciato un vuoto: con un Sacro Romano Impero, ridotto ad una larva germanizzata, la stessa auctoritas del papato risultava dimezzata: “il pontefice non poteva che ambire ad un ruolo quasi simbolico di una qualche (diciamo così) presidenza della “lega” dei principi e dei popoli cristiani d’Europa, riunita per battere il pericolo turco. Fu quanto s’impegnarono a fare, con differente energia, pontefici quali Niccolò V, Callisto III, Pio II, Paolo II, Sisto IV, cercando disperatamente di metter d’accordo le divergenti idee e gli interessi contrastanti della repubblica di San Marco, del re di Napoli, del re d’Ungheria e di altre potenze: perché, intanto, si era capito molto bene che i turchi erano sì un pericolo, ma potevano essere anche uno splendido alibi politico per indurre gli stati cristiani ad accettare questa o quella linea, favorevole a questa o a quella potenza”[3]. Tutto ciò, seppur taciuto, era ben chiaro a tutte le cancellerie europee e persino al sultano, il quale era abituato a ricevere amichevoli ambascerie da parte di quelle potenze cristiane che poi si sbracciavano in magniloquenti intenzioni crociate. A dir il vero, la crociata nell’Europa del secondo Quattrocento era, a rigor di metafora, come l’antifascismo nell’Europa del secondo Novecento: tutti ne parlavano ed erano d’accordo, ciascuno cercava di farla coincidere coi propri interessi, accusando gli altri di non servire con altrettanta energia tale nobile ideale; ma nessuno o quasi ci credeva sul serio e i più erano pronti a tradirla alla prima redditizia occasione. In fondo, che Venezia fosse minacciata dai Turchi non dispiaceva né al re di Napoli né al duca di Milano; e il re di Francia non chiedeva di meglio che gli ottomani se la prendessero con gli interessi oltremarini di Genova in modo da poter difendere il prestigioso porto ligure che da decenni ambiva – in contrasto con il duca di Milano – a sottomettere. Con tali premesse, era chiaro che alternando sapientemente la guerra alla diplomazia, il sultano poteva tranquillamente giocare le potenze cristiane: ed è quello che fece. Maometto II era un politico troppo realista e intelligente, per puntare davvero a conquistare l’Europa e a sottomettere all’Islam i popoli cristiani, ma gli conveniva che così si temesse o si fingesse di temere. Il pericolo, ad ogni modo, era costante e reale. Fermati per miracolo davanti a Belgrado nel 1456, gli ottomani con le loro incursioni arrivarono a toccare il Friuli, pressando Venezia, che non tardò a chiedere ed ottenere dal sultano una pace, siglata appunto nel 1479. Ma la lunga guerra non era forse il solo motivo per il quale la Serenissima intendeva chiudere almeno temporaneamente il fronte ottomano. Fra il 1480 e il 1481, parve che il dominio turco di Otranto stesse per divenire, nelle intenzioni del sultano e di Ahmed Pascià, la base per un’enclave ottomana nelle Puglie che, se avesse retto, avrebbe significato il controllo della mezzaluna sul canale tra Jonio e Adriatico: furono compiute scorrerie anche su Brindisi, Lecce e Taranto[4]. “Venezia, signora dell’Adriatico e avversaria tenace del re di Napoli e dei suoi progetti egemonici sulla penisola italica, non poteva restar indifferente dinanzi a chi controllasse il canale d’Otranto: doveva allearvisi o combatterlo. Fonti insospettabili perché veneziane, ci assicurano che il “bailo” veneziano a Costantinopoli, Andrea Gritti, fu incaricato di far sapere al sultano, da parte del suo governo, che egli poteva a buon diritto impadronirsi della Puglia in quanto tali territori appartenevano d’antico diritto al territorio di Bisanzio del quale egli era signore”[5]. Interessante sottolineare come, allo stesso tempo, il senato veneziano dava la sua disponibilità ad aiutare Otranto in cambio di concessioni commerciali e territoriali nella penisola salentina. Venezia non restava la sola potenza d’Italia a strizzar l’occhio a Maometto II. Come già riferito, la Firenze di Lorenzo Magnifico, in seguito alla risoluzione della celebre congiura dei Pazzi, aveva instaurato un rapporto cordiale con il regno turco, tanto da impegnare i propri incisori nel conio di medaglie commemorative che esaltassero le vittorie del Gran signore in Asia.

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L’assalto di Otranto nei giochi diplomatici italiani

Da qui il sospetto che, per capire l’assalto a Otranto, non si debba guardare ai piani del sultano, ma alle tensioni e ai giochi diplomatici delle corti d’Italia: la volontà egemonica del re d Napoli sulla penisola ed il conflitto veneziano-aragonese per il dominio sull’Adriatico sono, forse, la vera chiave di tutto, con l’elemento scatenante, che è appunto la congiura dei Pazzi a Firenze.

Procediamo con ordine. Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli, appoggiava con decisione la politica antifiorentina dei senesi e dei fuorusciti antimedicei; papa Sisto IV aveva concepito il disegno di appoggiarsi agli avversari del Magnifico, ancor presenti nell’aristocrazia fiorentina, per scalzare il potere dei Medici, trovando nella città toscana una signoria per il nipote Gerolamo Riario. E sebbene la congiura dei Pazzi fosse fallita, il Papa – cogliendo l’occasione dal fatto che, nella repressione di essa, erano stati giustiziati anche alcuni membri del clero- scomunicò il Magnifico, gettò l’interdetto su Firenze e suscitò contro di essa una lega con il re di Napoli, la repubblica di Siena e Federico da Montefeltro, che fu nominato comandante delle truppe alleate.

Firenze aveva dalla sua Venezia e Milano, le due antiche avversarie, riavvicinatesi tra loro per fronteggiare il pericoloso espansionismo napoletano. Ma i milanesi erano troppo occupati in questioni di politica interna e i veneziani ancora impegnati nella guerra contro i turchi. Il re di Francia, tradizionale sostenitore di casa Medici, fece sapere al Papa che dal suo paese non sarebbe più partito un soldo alla volta della Camera apostolica, finché il Pontefice si fosse ostinato a far guerra ai cristiani anziché ai turchi: un ottimo alibi per risparmiar danaro con la scusa della crociata e dell’unità tra i fedeli. Lorenzo, rimasto praticamente solo ed accusato intanto dal Papa di ostacolare con la sua superbia un’azione unitaria dei cristiani contro i turchi (ancora il pretesto della crociata…), non poteva fidarsi neppure del comandante delle sue poche milizie, il duca di Ferrara Ercole d’Este, ch’era genero di Ferdinando di Napoli.

La guerra in Toscana andava male e Venezia, pur avendo fatto pace con i turchi fin dal gennaio 1479, non voleva entrare apertamente nello scontro. Il nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro, non faceva intendere da che parte volesse schierarsi. E’ concorde visione degli storici che in tale frangente Lorenzo abbia genialmente rotto l’accerchiamento, che ormai rischiava di sopraffarlo, ricorrendo ai mezzi diplomatici e mostrando a Ferdinando I di non aver alcun interesse a legarsi troppo alla politica personalistica di Sisto IV, che con ogni probabilità il Pontefice successivo avrebbe abbandonato. Alla pace tra Firenze e Napoli, siglata il 25 marzo 1480, corrispose tuttavia un passo d’avvicinamento della Serenissima al Papa: sulle rive del Canal Grande non si poteva che avversare chiunque per qualunque motivo tendesse una mano al re di Napoli. Neppure il re di Francia – che si era arrogato su Napoli i vecchi diritti angioini- gradì la mossa filoaragonese di Lorenzo.

Il sultano approfittò di questo momento per affermare con maggior forza la sua egemonia sull’Egeo, sullo Ionio e sui Balcani. E’ possibile che già da Firenze, tra il ‘78 e l’80, gli fossero pervenute sollecitazioni in tale senso; e Venezia, una volta siglata nel gennaio ‘79 la pace con lui, lo istigava a far valere i suoi diritti di erede di Bisanzio sull’Italia meridionale. L’occasione diplomatica di agire gli fu offerta ben presto, allorché Ferdinando di Napoli, nella primavera dell’80, fece pervenire alcuni aiuti ai cavalieri di Rodi assediati dai turchi. Per ritorsione, il sultano aveva fatto occupare Valona da Ahmed Pascià, dando il via alla presa di Otranto, mentre le galee veneziane, presenti nelle vicinanze del canale, si ritiravano a Corfù (ma corse voce addirittura che appoggiassero i turchi rifornendoli di viveri)[1].

Maometto II sapeva bene che la sua mossa avrebbe causato una sorta di riflesso condizionato: la vecchia e pretestuosa idea di crociata funzionava ancora in questi casi. L’ombra della mezzaluna proiettata su una terra cristiana, la Puglia, determinò la pacificazione dei principi, fedeli alla croce: i napoletano-pontifici sgombrarono le terre della Toscana meridionale sulle quali si erano attestati, il Papa si affrettò a far la pace con Firenze, Venezia e il re di Francia finsero di accantonare le rispettive animosità nei confronti del re di Napoli, mentre umanisti e predicatori con ardore invocarono la crociata.

La repentina e inattesa scomparsa del sultano, il 31 maggio 1481, e le lotte per il potere tra i di lui figli, Bajazet e Djem, facilitarono la riconquista. Fu così che il 10 settembre 1481, Alfonso di Calabria, figlio del re di Napoli, entrava trionfalmente in Otranto, martire ma liberata. A Otranto nel 1480 come a Vienna nel 1526 e nel 1683, i turchi giocarono il ruolo del deus ex machina: il loro violento irrompere sulla scena europea risolveva una situazione di stallo; l’appello alla crociata, alla defensio crucis, alla liberatio Europae – un appello sovente sinceramente lanciato e generosamente accolto – serviva regolarmente alla soluzione di conflitti interni al mondo cristiano. I turchi assolvevano alla funzione dell’hostes come elemento risolutore delle inimicizie interne e catalizzatore di quella che Carl Schmitt ha definito l’“esportazione della violenza”. La minaccia turca finiva per rivelarsi fattore di coesione e di determinazione dell’identità europea. “Questo del resto è il senso intimo e ultimo della stessa esperienza crociata, che -grazie a Dio- non è mai stata una guerra di religione”[2].

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Le varie fasi di un lungo processo

Dopo una necessaria rilettura storica degli avvenimenti storici del 1480, torniamo all’origine della breve inchiesta sui martiri di Otranto. Abbiamo detto delle lungaggini del processo canonico. Ad iniziarlo fu l’arcivescovo Pietro Antonio De Capua, coadiuvato dal suo vicario A. De Beccariis, vescovo di Scutari, nel 1539 come “processo informale”, per il riconoscimento del culto degli ottocento. Con il decreto della Sacra congregazione dei Riti, del 14 dicembre 1771, firmato dall’allora pontefice Clemente XIV, venivano dichiarati “Beati”, secondo le norme predisposte da Urbano VIII[1].

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Da allora una lunga fase di stallo, ha reso incerto, contraddittorio l’intero iter di avvicinamento al passaggio successivo. Nuovi dubbi, sorti intorno alla dimostrabilità del martirio, le perplessità legate ai cosiddetti prodigi riconducibili alla venerazione degli ottocento e i ritardi nella burocrazia ecclesiastica locale hanno reso in salita il processo di canonizzazione. Solo agli inizi degli anni sessanta, un nuovo improvviso risveglio scuote la chiesa diocesana di Otranto: nel 1962, infatti, l’arcivescovo Gaetano Pollio presentò istanza a Giovanni XXIII, per ottenere la canonizzazione equipollente dei Bb. Martiri. Il suo successore, mons. Nicola Riezzo nominò una commissione di “saggi”, che studiasse la questione storica, per dare una sferzata decisiva al processo: quella commissione preparò la relazione della “Positio super martyrio” (1973), ossia la raccolta di tutte le fonti documentate sul caso, approdando ad una risposta condivisa e definitiva circa le circostanze storiche del martirio. Il 5 ottobre 1980, nella ricorrenza del quinto centenario della beatificazione, Giovanni Paolo II venne ad Otranto, “per venerare i martiri”. L’arcivescovo Vincenzo Franco celebrò il processo diocesano per la causa di canonizzazione dei Bb. Martiri di Otranto, che si chiuse il 21.3.1993, e che venne ritenuto valido dalla Congregazione per le Cause dei Santi il 27 maggio 1994, durante l’episcopato di mons. Francesco Cacucci.

veduta di otranto (dal Pacichelli)
veduta di Otranto (dal Pacichelli)

Il caso Pendinelli

Ma nell’episodio del 1480, c’è una storia nella storia, che nel tempo ha assunto un posto sempre più marginale nelle vicende, perdendo non solo rilevanza rispetto alla strage consumatasi il 14 agosto sulla collina della Minerva, ma venendone in qualche modo persino estromessa. Nel terribile assedio a cui Otranto viene sottoposta, molti sopravvissuti all’orrenda battaglia cercano rifugio nella cattedrale, dove il clero prega riunito intorno al proprio pastore. L’arcivescovo è Stefano Pendinelli: di questa figura, fino ad allora, si conosce poco. Sembrerebbe fosse originario di Galatina, anche se un’altra ipotesi lo fa addirittura risalire ad origine monopolitane. C’è divergenza persino sul cognome del vescovo, tradizionalmente conosciuto per l’appunto come “Pendinelli”: da testimonianze successive e minuscoli riferimenti nelle fonti risulterebbe che il reale cognome del pastore otrantino fosse quello di Agricoli o Agrecoli; taluni ritengono persino possa trattarsi di essere un appellativo, teso ad indicare le origini contadine del pastore; la critica, seppur poco attenta a questa figura, sembra essere approdata appunto alla certezza che il cognome più credibile fosse per l’appunto Agricoli. Tutt’oggi, però, la maggior parte degli scritti continua a parlarne con il più noto cognome “Pendinelli”. Siamo all’11 agosto 1480, dopo 15 giorni d’assedio, Pascià ordina l’attacco finale, nel quale riesce a sfondare, espugnando il castello.

Per le strade di Otranto i Turchi massacrano chiunque capiti loro a tiro, senza distinzione; uomini, donne e bambini trovano riparo nella cattedrale, la cui porta è difesa strenuamente come ultimo baluardo. Ma anche questa estrema valorosa resistenza presto è vinta: abbattuto il portone della chiesa, gli invasori dilagano nel tempio. Tutti i superstiti si stringono all’arcivescovo Stefano Agricoli. «Durante la notte precedente quello sventurato giorno, l’arcivescovo Stefano […] aveva confortato tutto il popolo col divino sacramento dell’Eucarestia per la battaglia del mattino seguente, che lui aveva previsto».[2] Il vescovo accoglie i nemici sulla cattedra. I turchi, davanti a questa ieratica e solenne figura, restano per un attimo interdetti; quindi,

«raggiunto l’arcivescovo che sedeva sul suo trono vestito con abiti pontificali e con in mano la croce, lo interrogarono chi fosse; ed egli intrepidamente rispose: Sono il rettore di questo popolo e indegnamente preposto alle pecore del gregge di Cristo. E dicendogli uno di loro: “Smetti di nominare Cristo, Maometto è quello che ora regna, non Cristo”, egli rispose indirizzandosi a tutti: “O miseri ed infelici, perché vi ingannate invano? Poiché Maometto, vostro legislatore, per la sua empietà soffre nell’inferno con Lucifero e gli altri demoni le meritate pene eterne; ed anche voi, se non vi convertite a Cristo e non ubbidite ai suoi comandamenti, sarete nello stesso modo cruciati con lui, in eterno.” «Aveva appena terminato di proferire queste parole quando uno di loro, impugnata la scimitarra, con un sol colpo gli recise la testa; e, così decollato sulla propria sedia, divenne martire di Cristo nell’anno del Signore 1480, l’11 di agosto»[3].

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In quella cattedrale non viene risparmiato nessuno: in segno di spregio, quel tempio viene ridotto in stalla per i cavalli. Successivamente la chiesa viene trasformata in moschea e i magnifici affreschi cancellati con la calce bianca. Perché soffermarsi su questo episodio? Il vescovo Agresti trucidato durante la celebrazione eucaristica viene ritenuto una sorta di “protomartire” dell’eccidio del 1480: non è, quindi, annoverato tra quei martiri, per i quali viene richiesta la canonizzazione. Eppure, abbiamo già ribadito di quante controversie abbia suscitato il riconoscimento dell’avvenuto martirio dei Beati Antonio Pezzulla e compagni. Nell’episodio, invece, di un pastore sorpreso a celebrare l’eucaristia, massimo sacramento della fede cristiana, a cui viene imposto di non fare più menzione del nome di Cristo, e che viene ucciso per aver rifiutato quest’imposizione, appare riconoscibile una professione di fede, che si traduce inequivocabilmente in testimonianza. Forse annoverare questo personaggio e quel popolo all’episodio del martirio avrebbe potuto garantire un iter processuale meno complicato e più condiviso. Fin da subito, però, l’episodio Agresti è stato escluso dalla vicenda consumatasi sulla Minerva, diventando una tragica appendice alla battaglia civile e alla resa eroica di una città. Certo, la storia non si fa con le ipotesi, ma coi fatti. E i fatti hanno imboccato un’altra strada, piuttosto tortuosa, ma che dallo scorso luglio, sembra in qualche modo rianimarsi di speranza. Una speranza, che fa i conti con un dato incontrovertibile: il culto dei Martiri non è mai realmente decollato e anche questa componente ha rappresentato (e rappresenta) un limite significativo per tutto ciò che è relativo al processo. Ma questa è appunto un’altra storia.

 

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°3
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[1] Scrive il professor Franco Cardini a riguardo: «Questo dichiarava la bolla per la crociata emanata il 30 settembre del 1453 da papa Niccolò V, che chiamava i principi e i popoli cristiani alla difesa della loro civiltà: Maometto II era prefigura dell’Anticristo, il dragone rosso dell’Apocalisse», Lo zampino di Lorenzo, cit., 49.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] E. ROTA, «Rivista Historia», 76 (1954).

[5] CARDINI, Lo zampino di Lorenzo, cit., 49.

[1] Il particolare è confermato, tra gli altri, anche da GIANNONE, nella sua Storia civile del Regno di Napoli, libro VIII, Milano 1823, pp. 322-323.

[2] CARDINI, I martiri di Otranto, cit., 47s.


[1] La beatificazione equipollente (equivalente, agli effetti pratici, a quella formale) era riservata ai casi eccezionali di quei Servi di Dio, che almeno per cento anni prima dei decreti urbaniani (1634) erano nel pacifico possesso del culto. Il “casus exceptus” o la via straordinaria, contemplata dai decreti di Urbano VIII, consiste in questo: posto come fondamentale il divieto di atti di culto ecclesiastico e pubblico a persona che non sia stata beatificata o canonizzata dalla Sede Apostolica, si faceva un’eccezione per quei casi in cui si verifica il possesso di un culto prestato già da cento anni, in rapporto alla data della promulgazione dei decreti suddetti. Per giungere alla beatificazione equipollente bisognava, tuttavia, attenersi sempre alle norme stabilite dalla Chiesa. Prima della promulgazione del Codice di diritto canonico del 1917, l’iter per la beatificazione equipollente era più breve, anche se sostanzialmente vicino alla procedura stabilita dal C.J.C. 2125-2135: se dal processo istruito risultava dimostrata l’esistenza di quell’antico culto e la sua continuazione, la Santa Sede non faceva che confermare quel culto (cf C. SALOTTI, Beatificazione, in Enciclopedia Cattolica, II, 1090-1100). Lo schema generale, nei processi di questo genere, è dato dalla informatio o difesa dell’avvocato, in una sintetica e chiara esposizione dei fatti riguardanti le virtù eroiche o il martirio e i miracoli operati per intercessione del Servo di Dio; dalle animadversiones od obiezioni del promotore della fede; dalle responsiones dell’avvocato. Al corpus degli atti processuali viene aggiunta la documentazione: se questa riguarda la informatio si chiama summarium informationis; se riguarda le obiezioni del Promotore della fede, fa parte del summarium obiectionale; se, infine, è esibita dall’avvocato insieme con le risposte, costituisce il summarium responsionis, che può essere completato anche da un summarium addictionale, cioè dall’aggiunta di altri documenti ritenuti necessari per una prova più precisa ed esauriente. Tali norme vanno generalmente seguite fin dal primo atto, – indispensabile per il proseguimento del processo -, col quale il Papa segna (firmando con il suo nome di batteisom) la commisiione d’introduzione della causa. Gli atti del processo della beatificazione dei Martiri di Otranto sono contenuti nell’alveo di questi schemi. Nel 1770 non esisteva la Sezione Storica presso la S. Congregazione dei Riti. Essa fu istituita, come è noto, da Pio XI, il 6 febbraio 1930. (ANTONACI, I processi nella causa di beatificazione dei Martiri di Otranto, cit., 1-2)

[2] A. DE FERRARIS GALATEO, La Iapigia, Galatina 1975, 55-56; si tratta della traduzione italiana del De Situ Japigiae, la cui prima edizione fu pubblicata a Basilea nel 1558. Secondo alcuni storici, l’autore aveva un legame di parentela con l’allora arcivescovo di Otranto.

[3] P. COLONNA, detto il GALATINO (1460-1540), nei Commentaria in Apocalypsin, manoscritto conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana (Cod. Lat. 5567, foll. 147-48), citato in A. ANTONACI, Otranto, Galatina 1976, 306-307.

 


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