Carnevali magliesi di fine Ottocento: tonnellate di confetti sulla fame dei poveri.

di Emilio Panarese

Nel periodo di Carnevale, a cominciare dalla seconda decade di gennaio, c’era in Maglie, alla fine dell’800 e agli inizi del ‘900, la consuetudine di tenere nelle proprie case delle festicciole con musiche, balli mascherati e rinfreschi o, come si diceva allora, dei pubblici festini. Chi voleva dare queste pubbliche feste doveva chiedere la licenza al sindaco che la concedeva a condizione che non si praticassero giochi di qualsiasi sorta, che non si somministrassero vini o liquori e che i balli non si protraessero oltre la mezzanotte. Il prezzo d’ingresso oscillava da 15 a 20 centesimi.
La media borghesia preferiva, invece, le veglie danzanti, nell’angusto teatro P. Cossa all’extramurale di levante del nuovo borgo (poi Via Mazzini) la cui suppellettile l’intraprendente e coraggioso cittadino Giuseppe Romano (Nnonnu) aveva acquistato dal carpentiere magliese Pantaleo Rainò.
A questi veglioni, di cui era attivo animatore Stefano Ricci, i nostri buoni borghesi accorrevano numerosi, attratti dal buffet squisitissimo e dalle ottime musiche. Per allettare i magliesi a comprare la tessera di lire cinque, che dava diritto all’ingresso al teatro per tutta la durata del Carnevale, don Peppe Nonnu, che nel campo delle iniziative, delle ardite imprese non era secondo a nessuno, aveva escogitato di far girare per le vie della città nelle ore pomeridiane un gran carro, rappresentante il Carnevale, che verso sera faceva il suo ingresso trionfale nel teatro, addobbato elegantemente per l’occasione.
I ricchi proprietari, i professionisti, la gente bene insomma poteva invece sfrenarsi nelle otto sale del circolo (dell’Unione), addobbate per l’occasione con finissimo gusto o, meglio, gustare, i più fortunati, le splendide feste in casa del senatore e della contessa Tamborino-Frisari o in quella di Arcangelina Cezzi e Donato Mongiò: tutte le domeniche essi li accoglievano ospitali nell’ampio salone e nei decorati salotti dove tante belle signore e tante graziosissime elegantissime signorine sino all’alba, mai stanche di intrecciare quadriglie e valzer e polke dopo la succulentissima cena di svariati piatti di ostriche, di pasticcetti di carne, di galantina di tacchino, di arrosti saporiti di vitello innaffiati con Tokaj sincero e di stravecchi vini scelti, di liquori, di champagne e di caffè.

Per qualche altro ricco proprietario il carnevale è anche l’occasione propizia per fare sfoggio di beneficenza come quello offerto l’ultimo giorno del febbraio del 1897 dall’avv. Raffaello Garzia nei locali del’Ospedale M. Tamborino, gentilmente concessi dalla Congregazione di Carità, a ben 200 poveri e servito con squisito pensiero da signore e signorine magliesi.

Nelle ultime due domeniche e nei due ultimi giovedì (dei cumpari e di sciuvedìa crasseddu) ma specialmente nell’ultimo giorno, il martedì, i vicoli della periferia e le vie del centro storico erano attraversati da allegre brigate di cittadini in maschera, da carri graziosamente addobbati, ma anche da rustici carretti con fantocci di paglia e goffe maschere imitanti i mestieri e i personaggi più in vista del paese.

Ma ciò che attirava maggiormente il popolino, assolvendo in un certo qual modo ad una funzione ludico-aggregativa e dando quel qualcosa che doveva sbalordire, era la sfilata degli eleganti carri dei ricchi proprietari del luogo, che dalla periferia richiamavano in piazza una folla numerosa anche dai paesi vicini. Per dare un’idea di come venisse festeggiato a Maglie il Carnevale, alla fine dell’800, abbiamo stralciato da “L’avvenire” del 1 marzo 1897 (I,6) la seguente cronaca:
Verso le 17 si aprì il corso col piccolo ma bellissimo ed elegante carro dei sigg. Gennaro Starace e Pietro Miglietta. Era un canestro di vaghissimi fiori da cui essi uscivano pieni di brio, gettando fiori e confetti. Venne di seguito l’enorme carro rappresentante una corbeille del cav. Oronzo Garzia accompagnato dal notar Gennaro De Donno, Nicolino De Donno, Vittorio Sticchi, Paolo Scarzia e Antonio Cezzi, tutti gettando a profusione confetti ed eleganti bomboniere. Il terzo carro fu quello dell’egregio sig. Vincenzo Tamborino. Rappresentava il ‘corno dell’abbondanza’. Era maestoso addirittura, vestito riccamente di stoffa e guarnito di artistici fiori. Dalla bocca del corno, ch’era in avanti, usciva un nembo di fiori e tra questi si agitavano, quali vispe farfallette, alcuni bimbi dalle guance paffute e rubiconde[…]. Erano seduti sul corno e propriamente al concavo di essi, i sigg. Vincenzo e Salvatore Tamborino, il cav. Egidio Lanoce e il notaio Giuseppe Zocco, che gettavano confetti e bomboniere bellissime.[…]. Seguì il carro dell’avv. Raffaello Garzia, di cui facevano parte i sigg. Nicola De Marco, Nicola Scarzia, il dott. Achille Maggiulli e Filippo Lionetto. Anche questo carro, che rappresentava la stella del nord, fece piovere a dirotto confetti e bomboniere, ricevendo in cambio, come gli altri carri, olezzanti mazzolini di fiori.
Mentre la folla acclamava e teneva dietro, s’intese prima da lontano, poi man mano più da presso, intonare la marcia reale. Era la banda del maestro De Pascalis sopra un carro guarnito di fiori, che precedeva quello dell’avv. Paolo Tamborino, simboleggiante un mulino a vento, lavoro bellissimo e di grande effetto. In esso vi erano, oltre il sig. Tamborino, i sigg. Salvatore Palma di Oronzo, Eugenio Palma di Salvatore, il prof. Pasquale de Lorentiis, Ernesto Sticchi, l’ing. Raffaele Palma, Vincenzo e Nicola Lionetto, tutti vestiti di bianco come altrettanti mugnai. Al loro apparire la folla raddoppiò le acclamazioni, tanto più che giunsero quasi inaspettati, gettando come forsennati fiori e confetti. Ultimo e non meno elegantemente addobbato fu il carro del noto industriale Giuseppe Romano, in cui tra le maschere che gettavano a dritta e a manca confetti eranvi parecchi musici che intonavano marce assai allegre.
Bello era il saluto scambievole dei carri, una vera grandinata di confetti: basti dire che in un paio d’ore ne furono gettati parecchie tonnellate. Il corso si chiuse con una splendida fiaccolata e fuochi di bengala fatta su tutti i carri. Non meno imponente riuscì martedì il corso dei fiori […]
In quei giorni neppure le famiglie più povere sapevano rinunciare alla crapula, ai piaceri della tavola, alle debosce. Si mangiava a crepapelle, si beveva sino all’ubriachezza, si ballava, si cantava, tra risate e scene comiche, tra una quadriglia e l’altra, allietati dal suono di un’orchestrina di pifferi, chitarrini e tamburelli. Il popolino specialmente si divertiva a più non posso, perché dopo la baldoria dell’ultimo martedì, con l’arrivo della quaresima, per molti sarebbero tornati i travagli, la fame, la miseria di sempre: “Carniale meu chinu te doje/ ieri maccarruni e osci foje,/ Carniale meu chinu te mbroje,/ osci maccarruni e ccarne, / e ccrai mancu foje.”

E che fame e che miseria! Gli ultimi anni dell’800 e gli inizi del ‘900 furono a Maglie e nel Salento anni di grave crisi economica, di estrema indigenza, di nera miseria, di continua disoccupazione dei contadini; dietro l’apparente stato di floridezza, dietro la facciata del fasto e dell’opulenza ostentata dai grossi proprietari terrieri il pietoso spettacolo di tanti poveri infelici privi pure di un letto e di una minestra, dei cenciosi scalzi, degli accattoni laceri, denutriti, sostanti ore ed ore presso i portoni delle case patrizie.
All’articolista del giornale borghese questo spettacolo indegno e poco decente degli accattoni ripugna; preferisce non farne menzione e terminare la cronaca con un bravo di cuore a tutti coloro che avevano voluto strappare i magliesi alla monotonia di sempre procurando loro qualche ora di svago, preferisce plaudire ai benemeriti che avevano sbalordito dall’alto dei loro carri elegantemente addobbati col lancio di fiori, di bomboniere, di tonnellate di confetti, che con infinita generosità avevano voluto dare al popolo il panem (il pranzo ai poveri) e i circenses (la sfilata dei carri): la farina e la festa!
Il carnevale è finito – commenta il corrispondente magliese della ‘Gazzetta delle Puglie’, Villanegra – prosit a chi vi ha goduto e a chi non vi ha goduto. E quaresima sarebbe stato tutto il Carnevale se i signori del Circolo non fossero riusciti a tenere qualche festa da ballo. (La Gazzetta delle Puglie, A. III, 10 febbraio 1883).
Quaresima tutto il Carnevale! Ma per questa povera gente la quaresima, una quaresima di fame, di fatica, di lotte e di rinunce continue, non sarebbe fatalmente, senza scampo e senza speranza, tutto l’anno, tutti gli anni, tutta la vita?

In «Tempo d’oggi», V(4), 23 febbraio 1978

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