Il triste destino di un gioco e di un cultivar: la stàccia

arancia_staccia

di Armando Polito

Che il gioco delle bocce sia antichissimo lo testimoniano alcuni reperti archeologici consistenti in rudimentali sfere di pietra, i cui esemplari più datati risalgono al 7° millennio a. C.

La difficoltà di trovare in natura pietre di forma sufficientemente sferica e l’ingegnosità dei ragazzi di un tempo consentono di avanzare l’ipotesi che il gioco della staccia sia, se non l’antenato di quello delle bocce o dei birilli, almeno un suo adattamento.

Il gioco prendeva il nome dallo strumento principale, la staccia appunto, che era una pietra piatta di cui ogni giocatore disponeva. Una pietra a forma di parallelepipedo detta pisùlu1 venica posta verticalmente a circa 10 m. di distanza: essa fungeva da birillo o, se preferite, da pallino, e sulla sua sommità veniva collocata la posta in gioco, che poteva essere una pila di figurine o di tappi di bibite o di bottoni o, più raramente, per motivi che ormai solo chi ha molti anni può immaginare, di monete.  I giocatori lanciavano a turno la loro staccia con l’intento di colpire il parallelepipedo. Si vinceva la parte della posta crollata che si trovava vicino alla propria staccia ad una distanza che non doveva superare il palmo.

Ma, qual è l’etimologia di stàccia? Lascio parlare il Rohlfs. Al lemma stàccia1 (pag. 693)2 leggo “Cfr. il calabrese stàccia=piccola pietra da  giuoco, dal francese estache=fermaglio?  V. stacca2 , stàcchia.”.

Al lemma stacca2nella stessa pagina: “Identico al provenzale estaca, spagnolo estaca=marca di pagamento, antico italiano stacca=fermaglio, fibbia, d’origine germanica: stakka=stecca; v. tàccia, stàcchia.”.

Al lemma stàcchia: “v. stacca2, stàccia1”.

Al lemma tàccia (pag. 728): “Chiodetto con testa larga, bulletta [cfr. il calabrese taccia id., dallo spagnolo tacha id.].”

Proprio quest’ultimo lemma, secondo me, spiega le perplessità manifestate dallo studioso col punto interrogativo contenuto nel trattamento di staccia1, perplessità giustificata dall’imponente slittamento semantico che gli altri lemmi considerati presentano. Oltretutto, se staccia fosse collegato al francese estache avremmo avuto, secondo me, stàscia come pòscia=tasca da poche (è più naturale che la voce dialettale ricalchi la pronuncia e non la grafia della voce straniera da cui dovesse essere derivata).

E allora? mi sembra di sentirmi chiedere da chi fin qui mi ha seguito. Non è già tanto che io sia riuscito, forse, a comprendere il significato di quel punto interrogativo di un grande studioso e, mi auguro, a comunicare chiaramente la mia deduzione? Non è sufficiente notare, anche per quanto riguarda lo slittamento semantico (da pietra a fermaglio) da me prima definito imponente, che, in fondo, anche una pietra sovrapposta ad un oggetto lo mantiene fermo? Resta l’amaro in bocca, ma se non è riuscito il Rohlfs…

Ma l’amaro in bocca aumenta se penso che l’arancia staccia, così detta per la sua forma schiacciata, è il frutto di un cultivar della Basilicata (tipico di Tursi e di Montalbano ionico) quasi sicuramente introdotto dagli Arabi, che ora, per la dura legge di un mercato idiota e di consumatori altrettanto stupidi, è in via di estinzione, preceduto nella sua scomparsa (a costo di sembrare passatista e nostalgico dubito che pure questo sia stato un vantaggio…) dal gioco a cui, quasi certamente, deve il nome.

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1 Pisùlu era anche la pietra che segnava un confine o fungeva da paracarro. La voce (che sopravvive nel neogreco pezùli=blocco di pietra, è da considerarsi un diminutivo del classico peza=caviglia, piede, estremità, bordo, a sua volta da pus=piede)

2 Staccia2, peraltro considerata dubbia, significa trappola per uccelli.

3 Commenti a Il triste destino di un gioco e di un cultivar: la stàccia

  1. tegnu 72anni su te taurisanu e m’aggiu sciucatu u culu a staccie, coppiteddrhe e a sordi ca no ttiniune cchiui corsu! se chiamaune : ddo sordi, quattru sordi (nicli=nikel) menza lira e lira! sacciu tutti ddrhi sciochi ca se praticaune te vagnoni negli anni 40′ perfinu a nozzuli te cirase! aje 52 anni ca viu in francia a montpellier e nno m’aggiu scurdatu nenti anzi me crisciu ca tegnu sempre 7 / 8 anni!

  2. Scrivere correttamente il dialetto, e lei lo ha fatto in modo perfetto, suppone che lo si sappia fare pure con l’italiano, abilità, ahimé, in progressiva estinzione in Italia ….
    Associandomi a Marcello dico che anche per questo le testimonianze di cui ci vorrà rendere partecipi saranno particolarmente gradite, perché non solo sentimentalmente ma anche scientificamente preziose.

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