5 febbraio, Sant’Agata. Gallipoli e una reliquia della martire catanese

Frustulum ossium sive digitum Divę Agathę Virginis et Martiris

Ricostruzione storica della reliquia contenente il frammento osseo del dito di Sant’Agata

di Antonio Faita

Particolare del reliquiario con l’osso di Sant’Agata nel museo diocesano di Gallipoli

Per noi cristiani le reliquie sono collegate al culto dei santi, sono segni, simboli, memorie, testimonianze della loro presenza. Reliquia, che letteralmente significa “ciò che resta” di un corpo o di una sua parte o ancora di oggetti appartenuti alla persona, è tutto ciò che ricorda un santo, che lo rende vivo allo spirito degli uomini. Significa anche affrontare i temi della memoria, della testimonianza, del ricordo, disporsi in una prospettiva rispetto ai quali, chiesa e mondo laico, in diversa misura, non possono dichiararsi disinteressati. Il Galateo, nella sua epistola Callipolis descriptio, indirizzata al Summonte tra il 1512 e il 1513, così scrisse riguardo la religione e il popolo di Gallipoli: Hic populus religionis, et divini cultus haud negligens est[1].

Da sempre, il popolo di Gallipoli ha dimostrato una larga ed intensa partecipazione alle testimonianze di fede, di culto e di devozione che hanno scandito l’incedere del tempo. E ancora, prosegue il Galateo: Habent urbis patronam, et praesidem divam virginem Agatham, quam pie venerantur[2].

In effetti, la città di Gallipoli e l’intera Diocesi di Nardò-Gallipoli il 5 febbraio celebrano solennemente la memoria della santa catanese vergine e martire. Sin dal XII secolo il culto della vergine venne introdotto a Gallipoli grazie all’evento straordinario, come vuole la tradizione, del ritrovamento, nell’agosto 1126, di una mammella della santa, giunta sul lido gallipolino durante il viaggio di traslazione da Costantinopoli a Catania.

Come noi tutti sappiamo la reliquia rimase a Gallipoli nella Basilica Cattedrale a lei dedicata, dal 1126 al 1389, fino a quando, purtroppo, il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, nella quale è ancora oggi custodita, presso il convento dei frati francescani.

Di questa vicenda e della proprietà che Gallipoli ne ha da sempre rivendicato in tanti si sono interessati  e molto si è scritto. A tal proposito si rimanda all’articolo “La mammella di Sant’Agata” di Elio Pindinelli[3]. Di quella insigne reliquia resta solo il basamento in argento e cristallo che mons. Zelodano fece fare con il suo stemma e che possiamo tuttora ammirare presso il museo diocesano di Gallipoli, dove vi è custodito gran parte del “tesoro” della Basilica Cattedrale.

Meno note, invece, sono le altre due reliquie appartenenti sempre alla martire Agata, consistenti nel sangue e in alcuni frammenti (frustuli) di un dito. Tratterò pertanto la vicenda di quest’ultima reliquia, che ancora oggi viene venerata e portata in processione e la cui origine ai più è sconosciuta.

Reliquiario con l’osso di Sant’Agata nel museo diocesano di Gallipoli

Fu Mons. Filomarini[4], nel descrivere l’altare dedicato a Sant’Agata durante la sua visitatio localis il primo agosto del 1715, a segnalare la presenza di questa reliquia, sostenendo: “Intus dictam urnam adest parva con testa velluto rubeo, intus quam adest reliquiarium argenteum cum digito Dive Agata, quod tempore festivitatis dicte Sancte deponitur in reliquario argenteo pregrandi, et exponitur publice venerazioni fidelium, et processionaliter per civitatem defertur ut supra dictum est”[5].

Lo stesso Mons. Filomarini descrisse brevemente le modalità dell’arrivo della reliquia a Gallipoli[6]. A maggiore conferma di ciò ed  in maniera più dettagliata è stato da me rinvenuto, il documento notarile, originale, rogato dal notaio Carlo Megha[7]. Tale documento vede come protagonista il gallipolitano Abate Rev. Padre Carlo Stradiotti[8], Professore in Sacra Teologia della Societate Jesu Professor quatuor votorum[9], pubblico concionatore (predicatore) e un tempo penitenziere apostolico nella Basilica di San Pietro, che giunse a Gallipoli per il suo secondo quaresimale.

“Il giorno 3 del mese di aprile ottava indizione 1700, presso la casa del fratello, il Dottor Fisico Don Maurizio Stradiotti della città di Gallipoli, in convicino dicto vulgariter l’Annunziata, e alla presenza dei signori Giovanni Antonio Arditi a vita Regio Giudice ai contratti, Carlo Megha Notaio gallipolitano e i signori testimoni Giovanni Venneri, Don Giuseppe d’Acugna, e Don Diego de Vegar, patrizi di Gallipoli, fu reso noto, con atto pubblico, che il costituito Abate Rev. Padre Carlo Stradiotti decise di consegnare alla città una reliquia Divę Agathę Virginis, et Martiris huius nostrę Fidelissimę Civitatis Primę Patronę et Protectricis[10]. Così condusse i sopracitati signori in una sala della casa dove vi era allestito un altare con lampada accesa. Inoltre, alla presenza del Rev. Vicario Capitolare, dei Canonici del Capitolo  della Cattedrale, del Magnifico Sig. Don Antonio de Verarde y Excallar, Regio Cavaliere spagnolo Sotto Governatore, e del Sig. Sindaco Don Silvio Zacheo, mostrò loro un piccolo scrigno di legno colorato di rosso, legato e sigillato con nastro di seta rossa, dicendo esservi dentro frustuli sive digiti  Divę Agathę Virginis, et Martiris, ossia frammenti del dito di Sant’Agata Vergine e Martire”.

A questo punto, il Rev. Padre Carlo Stradiotti spiegò ai presenti che la santa reliquia era stata estratta dall’insigne reliquiario del Venerabile Collegio della Società di Gesù della città di Massa Lubrense, previa licenza della Sacra Congregazione, e concessa all’Eccellentissimo Signor Don Gaspare de Aro[11], Vicerè  del Regno di Napoli, Marchese di Carpio, come da autentica attestazione del Reverendissimo Giovanni Battista Nepita,  vescovo di Massa Lubrense, data in Napoli il primo febbraio 1686. Tale scrigno, chiuso e sigillato, fu consegnato nelle mani del Rev. Padre Domenico Mangrella della stessa Società di Gesù, dimorante presso il Venerabile Collegio di Napoli, il quale, a sua volta, lo donò al nostro Rev. Padre Carlo Stradiotti, affinchè verso la sua patria fosse dimostrato il suo filiale amore e a condizione che la collocasse presso una delle chiese della fedelissima città di Gallipoli per poter essere adorata da tutti i cittadini.

Quattordici anni dopo, il Rev Padre Carlo Stradiotti, in occasione del suo secondo quaresimale in Gallipoli, consegnò nelle mani del Signor Don Silvio Zacheo la santa reliquia, eseguendo così la volontà dello stesso Padre Mangrella, con l’assicurazione che sarebbe stata custodita nella Cattedrale con tre chiavi, da conservarsi rispettivamente dall’Illustrissimo Vescovo Gallipolitano, dal Signor Sindaco della stessa città e dal Reverendissimo Tesoriere della  Cattedrale. Avvenuta la consegna, alla presenza dei sopracitati testimoni e delle autorità religiose e civili, il Signor Sindaco, a sua volta, l’affidò al Vicario Capitolare Don Indico Oronzo Patitari, il quale fece una ricognizione del piccolo scrigno assicurandosi della integrità dei sigilli e della autenticità delle attestazioni e, rinvenuto il sacrum frustulum, tutti i presenti, con torcia accesa, lo adorarono. Finita l’adorazione, lo stesso Reverendissimus Capitularis Vicarius illam reposuit intus Magno Reliquiario argenteo lavorato facto supradictibus Magnificę Universitatis nostrę[12], chiuso e sigillato con il marchio della Compagnia di Gesù. Successivamente, con devota e decorosa processione, fu attraversata tutta la città e quindi riposta nella chiesa Cattedrale nel secondo giorno dopo Pasqua[13], dove il Rev. Padre Stradiotti tenne un lodevole discorso.

A ricompensa dell’insigne donazione che Padre Stradiotti fece a gloria della nostra città, il Notaio Carlo Megha compose e dedicò questi magnifici versi:

Alma città tra l’acque omai Reina / non perché bacia il tuo fedele lido / il Belgico, il Britan e il Leonfido / à riceverne merci, e ogn’un t’enchina / M’Augusta si perché tù sol la prima / fuste degna a succhiar ne corre il grido / latte non della Dea del Pafo[14], o Gnido[15] / d’una mamma sican d’Alma Divina / ed hoggi più che Carlo[16] il tuo Gran Figlio / di quella Diva Man ti dona un quanto / di dito ad ischermir nemico artiglio / Con quella su tuoi muri Ei scrive intanto / non com’à Baldassar[17] duro l’esiglio di vita, ma di fede il tuo gran vanto[18].

Purtroppo del grande reliquiario in argento, fatto realizzare dal Governo della Cittànon sappiamo che quale sia stata la sorte. Provvide il Vescovo Mons. Giuseppe Maria Giove (1834-1848), nell’anno 1845, a far dono di un nuovo reliquiario, sempre in argento, che viene portato tuttora in processione nel quale è conservata la santa reliquia del frammento osseo del dito che, come ci riferisce Liborio Franza, corrisponderebbe alla  nocca di un pollice[19]. Stando, invece, alla didascalia esplicativa, aggiunta successivamente nel reliquiario, in occasione del dono di Mons. Giove, tale frammento corrisponderebbe al pollice destro.

Occorre a questo punto precisare che nessun riscontro documentario è stato mai rinvenuto per attestare tali identificazioni. Considerando che sia Mons. Filomarini che il notaio Megha nella descrizione della reliquia non fanno alcun riferimento circa  l’identificazione, ma semplicemente parlano di un frammento osseo di un dito, il dilemma ad oggi risulta non sciolto.

Oggi detto reliquiario lo si può ammirare nel museo diocesano di Gallipoli, presso l’antica cappella che conserva le sculture argentee dei due protettori San Sebastiano e Sant’Agata.


[1] Traduzione: Questo popolo non trascura la religione ed il culto divino.

[2] Trad: Hanno [i gallipolini] per patrona della città e protettrice Sant’Agata vergine, che piamente venerano.

[3] E. PINDINELLI, “La mammella di Sant’Agata” in «Almanacco Galipolino», Qui Notizie Edizioni, Dicembre 1998,

P. 27

[4] Cfr. A.C.V.Gallipoli, Mons. Oronzo Filomarini (1700-1741), Visita Pastorale (1714), la reliquia veniva riposta dopo la sua venerazione, nell’urna contenente il corpo di San Fausto, collocata sin dal 23 agosto 1681, nell’altare di Sant’ Agata per la venerazione dei fedeli, p. 262/v

[5] Dentro detta urna vi è una piccola scatola avvolta in velluto rosso dentro la quale vi è un reliquiario di argento con un dito di Sant’Agata che nel tempo della festa di detta Santa è riposto in un reliquiario d’argento più grande ed esposto pubblicamente alla venerazione dei fedeli e portato processionalmente per la città, come sopra si è detto.

[6]  Cfr., Ibidem, p.262/v.

[7] ASLecce,  notaio Carlo Megha, coll.40/13, protocollo anno 1700, “Recogntio reliquie”, pp. 214/v – 217/v.

[8] Cfr., B. RAVENNA, Memorie istoriche della fedelissima città di Gallipoli, Miranda, Napoli 1835, p.367, «La famiglia Stradiotti di Gallipoli si è estinta nel passato secolo XVIII. Ebbe vari soggetti di merito, fra i quali Carlo Stradiotti Gesuita, rinomato Predicatore, che predico qui il quaresimale nel 1680»; Cfr., B.C.Gallipoli, L. FRANZA, Colletta istorica  tradizioni antiche nella città di Gallipoli, Stamperia del Fibreno, Napoli 1836, p.130, «Il Padre Carlo Stradiotti stampò molte opere. Instancabile sui pulpiti dentro e fuori il Regno, molti onori ebbe della sua religione»; BPLecce, A. MICETTI, Memorie storiche della città di Gallipoli, ms. 1795, p. 448/r;  V. DOLCE, Illustrazione sugli stemmi dipinti nella sala del palazzo comunale di Gallipoli in “Il manoscritto di Vincenzo Dolce sulle famiglie sindacali di Gallipoli” a cura di V. Vinci, Anxa, Anno V – n.7/8 lugl.-ago. 2007.

[9] I Gesuiti chiamati “professi” fanno un quarto voto di speciale obbedienza al Papa, il quale in forza di tale voto può mandarli in missione in ogni parte del mondo. Questo voto che fanno solo parte dei gesuiti, coinvolge tutta la missione della Compagnia. In quanto religiosi, i gesuiti fanno parte di un particolare Ordine religioso, che si chiama la “Compagnia di Gesù” (in latino Societas Iesu).

[10] Trad: Sant’Agata vergine e martire di questa nostra fedelissima città prima patrona e protettrice.

[11] Gaspar Mèndez de Haro y Guzmàn, settimo marchese di Carpio, quarto duca di Olivares, è stato un politico e collezionista d’arte spagnola. Figlio di Don Luis de Haro, marchese del Carpio, e Caterina Fernàndez de Còrdobay Aragòn. Nel luglio 1682 divenne Vicerè di Napoli, fino alla sua morte avvenuta nel 1687.

[12] Trad: Il Reverendissimo Vicario Capitolare quella ripose dentro un grande reliquiario argenteo lavorato e fatto dai sopradetti della nostra Magnifica Università.

[13] A.Cappelli – Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo – Hoepli Milano 1998; J.Meeus – Astronomia con il computer – Hoepli Milano 1985,  nel 1700, il secondo il calendario perpetuo, il secondo giorno di Pasqua di Resurrezione, risultava essere giorno 12 aprile Lunedì dell’Angelo.

[14] Pafo = nome di due città poste l’una vicina all’altra nell’isola di Cipro. La più antica delle due, detta anche Pafo vecchia, era il soggiorno preferito da Afrodite, e lì infatti alla dea era consacrato un ricco tempio.

[15] Gnido = Dafne, ninfa amata da Apollo: per sfuggirgli ottenne di essere trasformata in alloro.

[16] Carlo II di Spagna (Madrid 1661-1700), re di Spagna e re di Napoli come Carlo V (1665-1700); fu l’ultimo re spagnolo della dinastia Asburgo. Figlio di Filippo IV, ereditò il trono a soli quattro anni e regnò per un decennio sotto la tutela di numerosi reggenti. Le fazioni filofrancesi e filoaustriache, che dominavano la corte, controllarono il paese anche durante la sua maggiore età, e sotto il suo regno la potenza spagnola declinò rapidamente. Carlo designò quale erede al trono Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV di Francia, ponendo le premesse alla guerra di successione spagnola.

[17] Baldassarre =  figlio dell’ultimo re di Babilonia Nabonide (553-538 a. C.) e suo reggente per otto anni , fu ucciso dai soldati del persiano Ciro (539). Nel libro biblico di Daniele è menzionato l’episodio  della profanazione dei vasi sacri tolti al tempio  e della misteriosa scritta apparsa sul muro (mene, teqel, farsin) interpretata da Daniele  come predizione della fine di Baldassarre. da “Nuova Enciclopedia Universale  Garzanti”, Garzanti Editore. 1982, p.157.

[18] Alma città ormai Regina tra le acque, non perché bacia il tuo fedele lido il belga, il britannico e lo spagnolo per riceverne merci, ed ognuno a te s’inchina, ma Augusta sei perché tu sola, ne corre voce, fosti la prima a succhiar latte non da Afrodite o da Dafne, ma da una mamma siciliana dall’anima divina. Ed oggi più che Carlo, il tuo gran figlio di quella mano divina ti dona un pezzo di dito a schermire l’artiglio nemico. Con quello egli intanto scrisse sulle tue mura non come per Baldassarre a predire il duro esilio dalla vita (la morte), ma a gran vanto di fede.

[19] Cfr., L. FRANZA, Colletta istorica  tradizioni, « L’anno 1700 predicò qui il suo quaresimale e portò per regalo a questa chiesa parte dela nocca del dito pollice di Sant’Agata », p.130.

5 Commenti a 5 febbraio, Sant’Agata. Gallipoli e una reliquia della martire catanese

  1. Un amico oggi mi ricordava un proverbio salentino relativo alla santa catanese: “Sant’Acata ti Catania ‘ene ti sciroccu e vae ti tramuntana” (viene da scirocco, ovvero dalla Sicilia, e va verso tramontana, cioè a Nord).
    Pura causalità, ma, come negli altri anni, anche tra ieri ed oggi il vento è cambiato da scirocco a tramontana.
    Ah! questi nostri anziani!

  2. se non sbaglio forse da noi alla caddipulina maniera se tice: sant’Acata pisciacchiara vene te sciaroccu e sende vae te tramuntana. Che ne pensi?

    • si, è così. Converrai che il proverbio è assolutamente veritiero, vista la pioggia che Sant’Agata ha portato su tutto il Salento sin dal giorno della sua festa

  3. Mi permetto di rispondere all’articolo, giacché siamo in tema Sant’Agata (5 febbraio). Preciso che la mia non è assolutamente una critica, ma solo una constatazione dei fatti: mi riferisco al “furto” della Mammella della martire catanese, venerata a Gallipoli sin dal lontano 1126, quando la reliquia fu pervenuta da un bimbo sulle coste gallipoline. Tralascio i particolari dell’aneddoto che ormai sono conosciuti in tutto il territorio nazionale. Dal 1389 la mammella si trova nella Basilica di Galatina, rubata de facto ex auctoritate dal principe Del Balzo Orsini. Numerose sono state, e sono ancora oggi, le lettere di sollecitazione inviate a Sua Santità Francesco, ai vescovi di Gallipoli che si sono succeduti sull’antica cattedra (fino all’attuale), e al vescovo Mons. Donato Negro (Ordinario di Otranto, da cui dipende Galatina)…senza poi tralasciare le personalità politiche (vedi Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista e presidente del Coni). Ora io mi chiedo, nella mia ingenuità, COME MAI nulla si è fatto sin dal lontano XIV secolo, COME MAI la sacra reliquia non è ritornata mai, se non per poche ore, nella splendida Pontificia Basilica Cattedrale di Sant’Agata in Gallipoli, attorniata dalle decine e decine tele dedicate proprio alla santa? Forse a causa della noncuranza dei gallipolini, o forse perché Gallipoli, nonostante la sua gloriosa storia, è stata sempre trattata ingiustamente (si veda inoltre la “soppressione” della Diocesi di Gallipoli risalente al VI secolo e fondata da s. Pancrazio, e l’accorpamento alla giovane diocesi neretina).

    • Sarebbe anche bello una volta all’anno e cioè il 5 febbraio, portare la reliquia a Catania e ricongiungerla al resto delle sante reliquie custodite nella città dellla nostra S.Agata.

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