Per una storia del Carnevale

di Paolo Vincenti

“Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza.” Questa famosissima ballata di Lorenzo De’ Medici, conosciuta come “Il trionfo di Bacco a Arianna”, è uno di quei canti carnascialeschi che, nel Quattrocento, a Firenze, durante il Carnevale o “Carnasciale”, venivano cantati dalle allegre maschere in coro su dei carri sontuosamente addobbati. Il canto di Lorenzo, canto della gioventù lieta e fuggitiva, è un invito alla gioia e alla festa. E quale migliore occasione, per lasciarsi andare alla gioia e alla festa, del Carnevale?

“A Carnevale ogni scherzo vale”: ma non è uno scherzo provare a ricostruire le origini di questa festa antichissima, sospesa tra sacro e profano. La maggior parte degli studiosi ha visto una continuità fra questa festa e gli antichi “Saturnali”, che si celebravano a Roma in dicembre.

I Saturnali  (descritti da Macrobio nella sua opera “Saturnalia”) erano dei giorni, nel cuore dell’inverno, dedicati al dio Saturno e si tenevano grandi festeggiamenti, durante i quali i romani si travestivano ed accadeva che i nobili indossassero le misere vesti degli schiavi ed i poveri indossassero gli abiti dei nobili. Per andare ancora più indietro nel tempo, si può arrivare alle feste Dionisiache greche, durante le quali, i devoti, invasati dal dio, cantavano, ballavano selvaggiamente e si univano promiscuamente fra di loro. Queste feste sono diventate poi, a Roma, i Baccanali che, ad un certo punto della storia romana, a causa della loro degenerazione, vennero repressi per legge ( 186 d.C.).

Il Carnevale si può anche collegare alle feste in onore del dio Attis, paredro della Grande dea madre Cibele. Il 25 marzo, che era considerato equinozio di primavera, si faceva risorgere il dio dalla morte e questa resurrezione veniva celebrata, a Roma, con alte grida di gioia e scoppi di vera follia: era infatti la festa della gioia, “Hilaria”, e durante questa festa, la licenza era generale; ognuno poteva dire e fare ciò che più gli piaceva e la gente girava mascherata per le strade, in questo Carnevale “ante litteram”.

Durante il regno di Commodo, una banda di cospiratori pensò di approfittare del Carnevale per uccidere l’Imperatore. I cospiratori, indossata l’uniforme della guardia imperiale, si mischiarono alla chiassosa folla e tentarono di pugnalare l’Imperatore, ma il complotto non riuscì.

ph Wanblee da Wikipedia

Alcuni studiosi fanno derivare questa festa dalle grandi celebrazioni che si tenevano a Roma in onore della dea Iside. Il  “Navigium Isidis, “la Barca di Iside”, coincideva, dopo l’interruzione invernale, con la riapertura della navigazione nel Mediterraneo. Sin dal mattino, una processione variopinta si riversava per le strade ed era una processione liturgica ( descritta da Apuleio nelle “Metamorfosi”). Sembrava un corteo carnevalesco, poiché tutti indossavano delle maschere. Vi erano i servitori della dea e poi donne che gettavano petali di fiori, altre che fingevano di acconciare i capelli della dea o di versarle dei profumi. Uomini e donne seguivano i sacerdoti, in numero di sei  e, dopo i sacerdoti, venivano gli dèi: “Anubi” dalla testa di sciacallo, nera e dorata, la vacca “Hathor”, e molti altri dèi dalla forma animale dell’antica religione egiziana.  Molti portavano lampade, torce o ceri in omaggio alla dea  e cantavano gli inni di Iside al suono dei flauti e dei sistri di bronzo. Gli iniziati erano vestiti di lino bianco, in segno di purezza: gli uomini col cranio rasato e le donne velate; infine, il sommo sacerdote. Arrivati al porto e poste le offerte votive su di una imbarcazione sontuosamente decorata, si spingeva in mare la barca e la si guardava fino a quando essa spariva all’orizzonte. Questa imbarcazione era chiamata “carrus navalis”, da cui, forse, una etimologia per “Carnevale”. La processione ritornava così al tempio.

Con l’avvento del Cristianesimo, il Carnevale venne visto come contraltare al periodo di digiuno che apre la Quaresima. Il Carnevale rappresentava simbolicamente la scelta fra bene e male che tutti dovevano fare. Nella Roma cristiana, infatti, durante i festeggiamenti carnevaleschi, si tenevano gli “Agoni del Testaccio”: la parte centrale di questa festa erano delle gare di corsa, a cui partecipavano esponenti di tutte le categorie sociali, che consistevano in una caccia all’Orso, simbolo del diavolo, al Toro, simbolo della superbia, e al Gallo, simbolo della lussuria. Uccidere questi animali significava rinunciare al male.

Il termine Carnevale potrebbe derivare da “carnis levare”, cioè “abbandonare l’uso della carne” o da “carni vale”, cioè “addio alla carne”, sempre con riferimento al periodo di Quaresima, durante il quale la Chiesa imponeva ai fedeli di astenersi dal mangiare carne e di fare un digiuno penitenziale in preparazione della Santa Pasqua. Nell’etimologia del nome, quindi, c’è sempre il rimando a qualcosa di “carnale”, come tutto ciò che attiene ai piaceri di questo mondo, quindi al cibo, al sesso, alle feste, ai più licenziosi comportamenti sociali; tutto questo doveva essere bandito, durante il periodo di attesa della Pasqua.

Perciò, l’ultimo giorno di Carnevale diventava l’occasione adatta per soddisfare i  piaceri “carnali”, prima di doverli abbandonare per un certo tempo. Durante il Medioevo, il Carnevale cominciò ad essere festeggiato con sfilate di imponenti carri sui quali stravaganti personaggi in maschera cantavano e ballavano, fra frizzi e lazzi, e tutto era concesso. Si allestivano delle vere e proprie cerimonie recitate dai personaggi in maschera: i giudici dovevano processare il Carnevale e poi condannarlo a morte; i notai dovevano redigere il testamento e infine i medici dovevano constatare il decesso.

Morto il Re Carnevale, si iniziava così il periodo di penitenza, e l’allegro e scanzonato Carnevale lasciava il posto alla triste e scura Quaresima.

Celebre un “contrasto”, scritto nel Duecento da Guido Faba, di Bologna, fra la Quaresima e il Carnevale. Al culmine del Carnevale, in Italia ed in tutta l’area europea, l’evento più significativo era l’uccisione rituale di una vittima, animale o umana, reale o fittizia.

Con il pretesto del Carnevale, nel Medioevo, si mascheravano anche uccisioni criminose. Sempre durante gli Agoni, a Roma, il membro più anziano della comunità ebraica veniva chiuso in una botte piena di chiodi e fatto rotolare lungo il pendio. Ai piedi del colle, la folla del ghetto ebraico, apriva la botte per vedere se il vecchio era morto e dargli sepoltura. Successivamente, questo rito cruento venne sostituito da un tributo in denaro dal Rabbino capo al Pontefice e gli ebrei erano costretti a correre in una propria gara, durante la quale il popolo romano li prendeva a sassate. Questa usanza,  significativa di tutto il disprezzo che i cristiani avevano per gli ebrei, venne abolita da Pio IX nel 1848, ma l’abitudine di inscenare una condanna a morte, il martedì grasso, continuò fra il popolo.

Il processo e condanna del Re Carnevale, che ha una vastissima tipologia in tutta Italia, esprime sia il bisogno di giustizia da parte del popolo, vittima dei potenti, sia il bisogno di scagliare la propria ira contro un capro espiatorio.Le espressioni di esaltazione collettiva, come saltare, giocare, fare fracasso, sono sempre state proibite nella storia perché ogni sistema teme la potenza degli istinti lasciati senza controllo. Era ed è, dunque, importante e massimamente liberatorio, in un preciso periodo dell’anno,  esprimere coralmente le proprie emozioni, dando libero sfogo anche alle più basse pulsioni. A ciò serve questa festa,  incancellabile dal nostro calendario,che si tiene nel cuore dell’inverno,  molto sentita a tutte le latitudini e in tutte le culture, che è il Carnevale.

2 Commenti a Per una storia del Carnevale

  1. I nostri ragazzi, ben lungi dal voler approfondire le origini e le tradizioni storiche e culturali del Carnevale, si accontentano di non andare a scuola per un paio di giorni spruzzandosi schiuma sintetica addosso( e altro ancora) e lasciando alle madri il gravoso compito di lavare e riportare a lucido sia vestiti che figli. Paolo, finalmente, riesce a dare a noi madri una degna spiegazione ai sacrifici casalinghi extra di questa festività, e a tutti una splendida ricostruzione storica della nascita e dell’evoluzione del Carnevale nel tempo. Da che mondo e mondo, tra gli uomini c’è sempre stato bisogno di un capro espiatorio così come di un momento di ribellione alle regole strette e alle ingiustizie larghe. Le modalità, a quanto ci spiega l’autore di questo splendido articolo, sono sempre state piuttosto animalesche, come esige l’istinto. Triste pensare che secoli fa venissero annoverati nel capitolo ‘divertimento’ anche la tortura, l’uccisione, la profanazione della dignità del proprio corpo. Se ci pensiamo bene, la ‘licenza generale’ concessa fin dall’antichità a ogni individuo nel periodo carnevalesco richiama il fantasmagorico Carnevale di Rio, esilarante e drammatico, e la licenza mascherata adottata da molti nostri politici nel loro Carnevale in atto 365 giorni all’anno. In quest’ulimo caso i danni, la corruzione e le beffe non sono mai mancati. L’esorcizzare la paura del proibito, il volergli dare una fine a tutti i costi nel rito del Martedì Grasso con il funerale del Re Carnevale, non rappresenta altro che il desiderio atavico dell’uomo di mettere ordine ed equilibrio tra istinto e ragione, tempo delle vacche grasse e delle vacche magre, desideri e realtà, fantasie e progetti reali.
    Peccato che non tutti abbiano chiaro che il corpo, la cosiddetta ‘carne’, altro non è che il tempio dello spirito, per cui mortificarlo indiscriminatamente o esaltarlo cortocircuitando l’anima, è solo ritardare e confondere il meraviglioso percorso a cui l’uomo dovrebbe sempre tendere, l’armonia gioiosa tra istinto e sentimento.
    Guardo le mie figlie prepararsi per il pomeriggio di coriandoli e sorrido sicura che, in fondo, fare un bucato in più non sia poi più drammatico dell’eterna diatriba di “Mani pulite”.

  2. Cara Raffaella, è bello sapere di esser letti da persone come te, dalle quali io ho solo da imparare. c’è un messaggio importante e condivisibile in queste tue poche righe, alle quali io posso solo aggiungere: è vero, mala tempora currunt, ma lo sconforto che a volte ci prende è, e deve essere per forza, bilanciato, alleviato, dall’ottimismo dell’intelligenza, quello che ci spinge ad andare avanti comunque
    grazie cara!
    paolo

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