Nel novero dei bei ricordi: c’era una volta la “Campurra”

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Marittima e il tuo territorio visti con Google Maps

di Rocco Boccadamo

 

Adesso e, per la verità, ormai da lunga pezza, il luogo è contraddistinto da una moderna targa toponomastica recitante “Piazza Vittoria”, strumento segnaletico di cui, peraltro, i paesani nativi neppure si accorgono e che, quindi, si pone a svolgere un ruolo di denominazione e indirizzo, esclusivamente a beneficio dei turisti di passaggio e dei villeggianti estivi.

Giacché, invece, un altro, completamente diverso, è, da giorni lontani, l’appellativo del sito in questione, vale a dire “Campurra” o, volendo ampliare il dettaglio di battesimo, “Largo Campurra”.

Per completezza di riferimento, si sta parlando, in certo qual modo, dell’anima di un paesello, del cuore ideale di Marittima (LE), organo alloggiato, di fatto, fra la piazza storica contermine alla parrocchiale di S. Vitale, in gergo dialettale “chiazza”, e, giustappunto, la “Campurra”.

A parte l’aggiornamento nell’intitolazione, lungo i solchi del tempo, è intervenuta, per gradi, una radicale metamorfosi anche nella fisionomia materiale dell’area di che trattasi, nonché nell’abbecedario di volti, usi, fatti e suoni, radicati, viventi e promananti lì e d’intorno.

Ieri, in senso lato ed esteso, vi insisteva, primariamente, una chiesa, non aperta ordinariamente al culto e, però, cara ai marittimesi, nota come cappella di S. Giuseppe, a motivo della sua espressa dedicazione dal punto di vista sacro, oltre che della presenza, all’interno, di un simulacro del Santo Patriarca, realizzato da esperte mani artigiane nella caratteristica cartapesta leccese.

Le alte pareti dell’edificio recavano, qua e là, all’esterno, una serie di fenditure o fessure, negli obsoleti intonaci, prescelte a dimora di famiglie di rondinelle, nella stagione del loro ricorrente immigrare e, particolare rimasto maggiormente impresso, a punti d’appoggio di nugoli di pipistrelli, “cattiviule” in dialetto, saettanti a voli bassi nel corso delle serate viepiù scure e delle prime ore notturne.

La facciata in direzione mezzogiorno era abitualmente una sorta di posteggio per le “baracche” ambulanti di scarpe e/o tessuti a metraggio, allestite in occasione della tradizionale fiera in onore della Madonna Odegitria (o di Costantinopoli), regolarmente ogni prima domenica di marzo.

Il retro della cappella, fra settentrione e levante, segnava, di contro, l’area di sosta dei provvidenziali maestri artigiani forestieri, che, periodicamente, convenivano nella località: conzalimmi e ‘ggiusta cofini (riparatore di recipienti in terra cotta per il bucato), quadararu (calderaio), ‘mbrellaro (ombrellaio) e mmulaforfici (arrotino).

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Appena a fianco, era collocata, chiacchierina senza soluzione di continuità, una solida fontana in ghisa, tuttora in piedi, pur con utilizzi assai sporadici, e portante alla sommità l’impressione a rilievo dello stemma del regime dominante verso la metà del secolo ventesimo. Agli inizi, vi attingeva una notevole porzione della comunità paesana, per il fabbisogno d’acqua potabile, in sostituzione e a integrazione della materia prima piovana raccolta nelle cisterne dei singoli nuclei familiari, che, talvolta, per via dell’usura, finivano col “rompersi” sull’intonacatura della base impermeabilizzata sommariamente e, di conseguenza, col “bere”, in pratica arrivando a prosciugarsi in breve volgere di tempo.

Quanti ozzi (otri), capasuni e capase, riempiti sotto quel rubinetto e portati a braccia e a spalla sino ai cortili domestici!

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Lo spazio circostante la cappella era un’area preziosa, trasformata momentaneamente in un’autentica propaggine operativa, anche in occasione delle feste del Protettore e degli altri Santi venerati nel paese. Lo occupavano, servendosene per l’appoggio dei materiali e degli attrezzi da lavoro, le ditte aggiudicatarie delle gare per l’allestimento delle luminarie (fra esse, viene in mente, specialmente la “Palmisano” di Soleto (LE), quasi di casa a Marittima e divenuta poco a poco pressoché familiare, ai fini dei rapporti e contatti di un curioso bambino e poi ragazzino del posto, il quale, per naturale istinto, s’accostava e interagiva ovunque gli fosse dato).

Fondamentale e indimenticabile dettaglio, un figlio del “paratore” di Soleto, appena più grande d’età, con l’aiuto di un prodigioso zolfanello, insegnò, al giovanissimo indigeno, a soffiarsi normalmente il naso.

PIPPISEMIRA E MARIO
Pippisemira e Mario

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A far da pendant al luogo di culto, in pratica di fronte, si ergeva, ancora oggi c’è, il palazzo di donna N., una gentilissima nobildonna appartenente alla famiglia più abbiente di Marittima, andata sposa senza la gioia di figli e, purtroppo, rimasta vedova precocemente. Insieme con lei, occupava il palazzo, lo zio don F., dotto e rispettato religioso, per oltre mezzo secolo arciprete del posto.

Gli anzidetti padroni abitavano al primo piano, fatto di ambienti molto vasti e dalle volte altissime, aiutati e assistiti per le loro necessità da una collaboratrice domestica, secondo la qualifica ufficiale, ma, in realtà, vero e proprio terzo membro del nucleo familiare.

Il palazzo comprendeva anche grandi locali terranei, utilizzati per la conservazione di cereali, legumi, olio, vino e altre provviste alimentari, tranne uno, adibito a forno pubblico, e l’atrio, in parte coperto e per il resto a piena aria, ove era parcheggiato il calesse privato, a uso dei signori per gli spostamenti di un qualche rilievo.

Vive, a tutt’oggi, al paesello, il carrettiere, contadino, factotum e uomo di fiducia dei benestanti in discorso, figura giovanissima e scattante nei richiamati tempi lontani: chi scrive ha avuto, proprio qualche giorno addietro, l’opportunità d’incontrarlo, sospinto dal bisogno di chiedergli un’informazione, datata ma fondamentale ai fini di ricordi rievocati con la penna.

Caratteristica di don F., era il suo vezzo di fumare “a fiuto”, sicché egli si trascinava perennemente e ovunque, con sé, il particolare odore di quel genere di tabacco polverizzato e aromatizzato. In aggiunta, a furia di pescare nella scatoletta di provvista e di portare le dita, unite, a contatto delle narici, i suoi polpastrelli e l’epidermide fra labbra e naso avevano assunto l’inequivocabile sfumatura cromatica fra il giallo e il marrone.

Anche in età avanzata, l’arciprete serbava vivi i segni di una profonda cultura umanistica, storica e sulla morale, le espressioni latine fluivano sovente dalla sua voce; alla luce di ciò, uno studente delle medie, di tanto in tanto, magari per un tema particolare assegnatogli a scuola, non esitava a far tesoro del suo sapere.

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A considerevole distanza dalle stagioni di dimora di donna N. e del reverendo don F., il palazzo affacciato sulla “Campurra”, è, al momento, assolutamente chiuso e vuoto.

La relativa titolarità patrimoniale è andata a una nipote e pronipote dei suddetti, a sua volta assente da Marittima da svariati decenni, la quale, amica d’infanzia dello scrivente, si limita a ritornarvi per le vacanze estive, prendendosi, nondimeno, cura della casa e del retrostante giardino tramite un fiduciario, che sovraintende anche ai lavori di manutenzione e agli interventi straordinari per la salvaguardia dell’immobile.

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arrotino01Al centro della “Campurra” della mia fanciullezza, pare di scorgere ancora, come su una consunta fotografia, il puteale e la “bocca” del profondo pozzo che raccoglieva le acque pluviali dalla lamia della cappella di S. Giuseppe.

In pari tempo, grazie a un miracoloso processo di sinestesia, si ha l’impressione di udire il rombo o gorgoglio delle fiumare di precipitazioni che, dalle strade del paese e grazie a pendenze non casuali, andavano a confluire rapidamente in una grande cavità o voragine, in dialetto “ora”, che si apriva all’interno di un fondo o giardino, attiguo al largo, a buon titolo denominato “Ortu ‘u puzzu”, appellativo divenuto, di riflesso, soprannome di riferimento della famiglia proprietaria del medesimo fondo.

calderaioProcedendo, ancora una visione: quante traversate, di primo mattino e al tramonto, su e giù, da destra a manca, per la “Campurra”, per opera del gregge (o murra) di ovini, di proprietà della famiglia N. e affidato a un pastore, che, di notte, era custodito in un ulteriore spazio rurale, con annesso precario manufatto in funzione specifica di ovile, situato su un altro versante della piazza!

Apparirà strano, e, tuttavia, la condivisione, con capi di bestiame, di tale spazio nel centro abitato, all’epoca non faceva alcuna notizia, non rappresentava un limite o un’anomalia, forse perché la natura era mantenuta integra, non intaccata da sostanze chimiche e/o inquinanti, forse perché i bianchi armenti, condotti giornalmente al pascolo brado, si nutrivano di erbaggi profumati, con l’esito, se si vuole fantasioso, di non ingenerare disturbi olfattivi all’indirizzo degli abitanti umani.

Ragazzi e giovanotti giocavano a pallone nel largo “Campurra”, rincorrendosi sul fondo sterrato, alla buona, senza recinzione, senza delimitazioni e senza porte, per pali, unicamente due pietre a metà di due lati dello spiazzo, e basta.

Pratica sportiva avulsa da precise regole, eppure, specie nei pomeriggi domenicali, non mancavano gruppi di compaesani che si fermavano, sostando ai lati, sulle strade “brecciate”, a godersi quello spettacolo pedatorio.

Sul rudimentale e sommario campo sportivo della “Campurra”, avevano analogamente luogo le esibizioni dei gruppi di militari polacchi venuti ad acquartierarsi, sul finire della seconda guerra mondiale, nella piccola località del Basso Salento e lì rimasti di stanza e ospiti per alcuni mesi.

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Salvatore Malorgio, Vecchi contadini del Salento -1981- olio su tela, cm. 50×70

A un certo punto, intorno alla metà degli anni cinquanta, è venuta a maturare la svolta radicale: giù la cappella di S. Giuseppe, con correlata messa a disposizione di una maggiore superficie fruibile pubblicamente, e l’immediatamente successiva realizzazione di una moderna villetta comunale, con, al centro, una vezzosa fontana circolare a vasca di pietra leccese e con zampillo.

Si è tracciata, così, l’attuale immagine del sito, gradualmente impreziositosi mercé aiole, sedili, piante, fiori e verdi prati rasati.

Non c’è che dire, fa indiscutibilmente piacere, al ragazzo di ieri dai capelli bianchi e diradati, notare, adesso, la presenza di bambini e ragazzi sorridenti e giocosi e/o di turisti e visitatori, fra i viali o sulle panchine di Piazza Vittoria, in Marittima: un luogo che, nel suo personale sentire, resterà, però, sempre e comunque, la “Campurra”.

 

Giovani marittimesi negli anni '70
Giovani marittimesi negli anni ’70

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